November 26, 2013, 10:04 am
Miles Kimball and Noah Smith have a long piece on the shakeup at the Minneapolis Fed, where a couple of prominent freshwater macro people have been fired. Kimball and Smith carefully tiptoe about exactly what happened, and so will I — I hear stuff, but it’s second- or third-order hearsay, and not reliable.
What we can ask is what might have led Narayana Kocherlakota, the bank’s president, to conclude that he wasn’t getting value out of research economists with lots of publications in top journals. Kimball and Smith stress the broad failures of freshwater macro predictions — where’s the inflation from all that money-printing? How could something like the Great Recession even happen in a world of clearing markets and optimizing agents?
One might also want to look at some specifics. There was Kocherlakota’s speech in 2010 in which he argued that low interest rates cause deflation — presumably with some input from the research economists; this was a big embarrassment, he probably noticed, and it may have fed his doubts about whether his economists had anything useful to offer.
And Brad DeLong leads us to Ryan Avent linking to a Minneapolis Fed working paper (pdf) by Chari, Christiano, and Kehoe basically sneering at the notion that the financial crisis would sharply raise borrowing costs or have major negative effects on the real economy. Not a good call:
By the way, Larry Summers mocked this stuff — probably this paper, but maybe more generally — during his IMF remarks:
Now think about the period after the financial crisis. You know, I always like to think of these crises as analogous to a power failure, or analogous to what would happen if all the telephones were shut off for a time. The network would collapse, the connections would go away, and output would of course drop very rapidly. There’d be a set of economists who’d sit around explaining that electricity was only four percent of the economy, and so if you lost eighty percent of electricity you couldn’t possibly have lost more than three percent of the economy, and there’d be people in Minnesota and Chicago and stuff who’d be writing that paper… but it would be stupid. It would be stupid.
Now, as I’ve tried to say on a number of occasions, mistakes happen. If you, as an economist, try to weigh in on events as they happen, you will get things wrong, and sometimes you may get them wrong in a big way. The crucial question is what you do next. Do you engage in self-analysis, trying to figure out what in your framework led you astray? Or do you double down on your preconceptions, refusing to admit that you may have gone up the wrong path (and, if you’re in an institutional position, try to shut out people with differing views)?
One thing is for sure: people who take the second route don’t add value to a policy-making institution.
Riflessioni sulla macroeconomia nel Minnesota
Miles Kimball e Noah Smith scrivono un lungo articolo sulla riorganizzazione della Fed di Minneapolis, dove un paio di importanti economisti di scuola “acqua dolce” [1] sono stati licenziati. Kimball e Smith si muovono con scrupolosa circospezione su quello che è accaduto, e lo stesso farò io – ho sentito dire cose, ma di seconda e terza mano, e non affidabili.
Quello che posso chiedermi è cosa può aver indotto Narayana Kocherlakota [2], il Presidente della Banca, a concludere che non stava avendo una valida collaborazione da ricercatori con una quantità di pubblicazioni sulle riviste più importanti. Kimball e Smith mettono in rilievo il fallimento generale delle previsioni macroeconomiche della scuola dell’ “acqua dolce” – dov’è l’inflazione a seguito di tutto questo stampar moneta? Come potrebbe accadere qualcosa come la Grande Recessione in un mondo di mercati efficienti e di soggetti economici che si comportano con la massima razionalità?
Si dovrebbe anche considerare alcuni aspetti specifici. Ci fu un discorso di Kocherlakota nel 2010 con il quale egli sosteneva che bassi tassi di interesse provocano deflazione – presumibilmente sulla base di qualche indicazione da parte degli economisti addetti alle ricerche; questo provocò un notevole imbarazzo, probabilmente egli lo notò, e questo potrebbe aver alimentato i suoi dubbi sul fatto che tali economisti avessero qualcosa di utile da offrire.
E Brad DeLong ci rinvia a Ryan Avent in connessione con uno studio di Chari-Christiano e Kehoe della Fed di Minneapolis (disponibile in pdf), che sostanzialmente irridono al concetto che la crisi finanziaria avrebbe bruscamente innalzato i costi dell’indebitamento o provocato importanti effetti negativi sull’economia reale. Una presa di posizione non intelligente [3]:
Per inciso, Larry Summers nelle sue osservazioni al FMI prendeva in giro questa roba – probabilmente quello stesso studio, ma forse più in generale:
“Si pensi ora al periodo successivo alla crisi finanziaria. Sapete, spesso sono solito pensare a queste crisi come a qualcosa di analogo ad una interruzione dell’energia elettrica, o a qualcosa di analogo che potrebbe accadere se tutti i telefoni venissero spenti per un certo tempo. Le reti di comunicazione salterebbero, le connessioni se ne andrebbero e la produzione naturalmente calerebbe in modo molto repentino. Ci potrebbe essere un gruppo di economisti capaci di trastullarsi con l’argomento che l’elettricità era soltanto il 4 per cento dell’economia, e così se aveste perso l’ottanta per cento dell’elettricità probabilmente non potreste perdere più del tre per cento dell’economia, e ci potrebbero essere persone nel Minnesota e a Chicago e in posti simili che stanno elaborando uno studio del genere …. Ma sarebbe stupido. Sarebbe stupido.”
Ora, come ho provato a dire in varie occasioni, si possono fare errori. Se, come economisti, provate a intervenire su eventi che accadono, potete capire cose sbagliate, e talvolta potete fare l’errore in modo rilevante. La questione cruciale è cosa fate dopo. Vi impegnate in una riflessione su voi stessi, cercando di capire cosa nel vostro schema vi ha portato fuori rotta? Oppure insistete sui vostri preconcetti, rifiutando di ammettere che potete aver preso la strada sbagliata (e, se avete un qualche incarico istituzionale, cercando di azzittire le persone con punti di vista differenti)?
Una cosa è certa: le persone che prendono la seconda strada non danno un contributo ad una istituzione che ha responsabilità nel fare scelte politiche.
[1] Per le scuole economiche denominate “freshwater” e “saltwater” vedi le note sulla traduzione.
[2] E’ il nome del Presidente della Fed di Minneapolis, dove si è creato il caso dell’allontanamento dei due ricercatori.
[3] Il diagramma mostra con la linea blu l’andamento inverso dei rendimenti (credo) di un titolo di una Banca di investimenti (la Bank of America Merrill Lynch, che ebbe nel 2008 forti perdite e fu appunto acquistata dalla Bank of America) e l’andamento contemporaneo dell’indice della produzione, nella linea rossa.
novembre 26, 2013
November 26, 2013, 2:42 pm
I suggested yesterday that we’re probably heading for a turning point in the health reform discussion. Conservatives are operating on the assumption that it’s an irredeemable disaster that they can ride all the way to 2016; but the facts on the ground are getting better by the day, and Obamacare will turn into a Benghazi-type affair where Republicans are screaming about a scandal nobody else cares about.
And it’s already starting to happen.
White House officials are sounding increasingly upbeat. They could be deluded or spinning; but after what happened two months ago one suspects that the last thing they want is to inflate expectations unduly.
Meanwhile, media coverage is shifting fast. It’s still mostly trying for equivalence — each positive story of people being helped matched by a negative story of people hurt. But the stories don’t actually match up at all.
Small example: earlier today I found myself trapped in a place with CNN on in the background, showing a fair-and-balanced account of losers and winners. First, the loser: a guy who admits that Obamacare has gotten him a plan cheaper than the insurance he had, but who has found that his current allergist is off-network. Annoying, no doubt; but there are other allergists, and this particular one probably didn’t help the case by saying that he’s thinking of refusing to take Medicare patients, too.
And in any case, insurance with restricted networks is hardly something new to Obamacare.
Then, the winners: a couple with no insurance at all, because her premium would have been prohibitive and he has a preexisting condition that won’t let him buy any kind of insurance at all — but now both covered, at a very affordable price, by Covered California.
I don’t know about you, but these don’t sound to me like equivalent stories.
At this rate, the whole horrors-of-Obamacare meme will be gone in weeks, not months. But the GOP echo chamber won’t be able to let it go.
La riforma della assistenza sanitaria di Obama al contrattacco [1]
Ho messo in evidenza ieri [2] che probabilmente stiamo andando ad un punto di svolta nel dibattito sulla riforma sanitaria. I conservatori agiscono sulla base dell’assunto che essa sia un irrecuperabile disastro che potranno cavalcare proprio sino al 2016; ma i fatti in evidenza stanno migliorando giorno per giorno, e la riforma della assistenza di Obama si trasformerà in qualcosa di simile alla faccenda di Bengasi, nella quale i repubblicani strepitano per uno scandalo del quale nessun’altro si cura.
E sta già cominciando ad accadere.
I dirigenti della Casa Bianca sembrano sempre più ottimisti. Potrebbe darsi che si illudano o facciano finta; ma dopo quello che è successo due mesi orsino ci si immagina che l’ultima cosa che vogliano sia gonfiare eccessivamente le aspettative.
Nel frattempo, l’attenzione dei media si sta spostando rapidamente. Stanno in gran parte ancora provando a stabilire una equivalenza – ogni racconto positivo su persone che vengono aiutate dalla riforma è bilanciato da un racconto di persone che ne vengono danneggiate [3]. Ma i racconti non si bilanciano affatto.
Un piccolo esempio: sono rimasto bloccato in un posto con una trasmissione della CNN sullo sfondo, che mostrava un imparziale-ed-equilibrato resoconto di perdenti e di vincitori. Anzitutto, il perdente: un tizio che ammette di aver ricevuto dalla riforma di Obama un programma più economico rispetto alla sua assicurazione precedente, ma di aver scoperto che il suo attuale allergologo era fuori dal sistema. Cosa fastidiosa, senza dubbio; ma ci sono altri allergologi, e probabilmente per quello in particolare non ha neanche aiutato l’argomentazione il dire che stava pensando di rifiutare i pazienti di Medicare.
E, in ogni caso, l’assicurazione con una rete di adesioni limitata non è proprio una novità della riforma della assistenza di Obama.
Poi, i vincitori: una coppia che non aveva alcuna assicurazione, perché il prezzo della polizza di lei sarebbe stato proibitivo e lui aveva patologie preesistenti che non gli permettevano di acquistare nessun tipo di assicurazione – ma ora assistiti, ad un prezzo davvero sostenibile, da Covered California.
Non so cosa ne pensiate, ma a me non sembrano storie equivalenti.
Con questo ritmo, tutta la filastrocca sugli orrori della riforma sanitaria di Obama se ne andrà in settimane, non in mesi. Ma la cassa di risonanza del Partito Repubblicano non riuscirà a disfarsene.
[1] L’espressione “the worm turns” è un antico modo di dire inglese (Shakespeare, Enrico VI) che indicava la reazione, il contrattacco, probabilmente nel senso letterale che ‘anche’ un verme, provocato duramente, reagisce.
[2] Il riferimento è al post del 25 novembre.
[3] Da anni Krugman è assai attento alle tecniche dell’informazione giornalistica, riconoscendo che esse sono un agente fondamentale del dibattito politico delle nazioni odierne. Il centrismo dei media, il loro continuo tentativo di collocarsi al centro tra le due posizioni politiche in conflitto, piuttosto che approfondire i temi nella loro realtà oggettiva e di prendersi anche la responsabilità, magari, di essere talora contro gli uni e talora contro gli altri, gli appare il connotato fondamentale della informazione attuale cosiddetta indipendente. Tale tecnica spesso comporta l’incapacità di essere effettivamente oggettivi e di rischiare un lavoro di ricerca, e la mistificazione del mettere sullo stesso piano cose sensibilmente diverse. Come lui stesso ebbe a scrivere ai tempi di Bush per descrivere tale tendenza, se Bush avesse detto cha la terra non è tonda, il giorno dopo si sarebbero letti titoli dei giornali quali; “Le diverse posizioni sulla forma del Pianeta!”. Sottolineo questo aspetto per notare che una posizione critica di autorevoli commentatori come lui nei confronti di tale ‘equilibrismo’ sciatto è un elemento di civiltà che sarebbe utile dappertutto. Non poterne disporre rende meno civile il dibattito politico di una nazione. In Italia, ad esempio, la presunta ‘persecuzione’ del leader della destra, presentata come una ipotesi ammissibile senza alcun argomento reale, in questi anni è stato un sostanziale equivalente di un dibattito sulla “forma del Pianeta”.
novembre 25, 2013
November 25, 2013, 4:42 pm
OK, I just created an Obamacare account for myself (if I broke any laws, please, it was just investigative journalism). I went all the way through the process at healthcare.gov, stopping before the final step of actually applying (I don’t qualify, of course, because Princeton provides insurance), just to see how hard it was. And the answer is that it was no problem at all, with no delays.
I also used the information only feature to get a listing of plans in my area. Again, no problem. And healthcare.gov directs you to Kaiser for an estimate of subsidies and final cost.
Now, I know that this is only part of the story, and we’re still not getting clear answers on how well the 834 transmissions — which send the information to insurers — are working. But the visible parts of the process bear no resemblance to the horror stories of a few weeks ago.
Why did I carry out this little exercise? Well, I scanned the comments on today’s column and noticed a lot of people reporting having successfully enrolled in Obamacare — not at one of the well-functioning state exchanges, but at the supposedly disastrous healthcare.gov. Just anecdotes, I know — but anecdotes suggesting that the system is no longer the black hole of yore.
In short, it’s looking increasingly likely that the story from here on is going to be one of steadily better news — of growing enrollment in the federal as well as state exchanges, of people discovering either that their insurance has gotten better and cheaper or that they can afford insurance for the first time. Bit by bit these stories will percolate into the news media, replacing the sob stories about cancelled policies.
And I find myself wondering what Republicans will do. Or actually, not so much. As Martin Longman noted over the weekend, Obamacare already looks like one of those Republican obsessions — like Benghazi — where the party has convinced itself that there must be a winning issue hidden in there somewhere, and that if only it keeps flogging the thing, long after the public has moved on, it will eventually score big.
I’m not saying that the botched rollout is irrelevant: it has badly hurt Obama, and may do damage that lasts into the midterms. But the facts on the ground are changing, and my very strong guess is that the GOP will undo a lot of its gains by refusing to acknowledge that change.
Presto la riforma di Obama diventerà come Bengasi
Ebbene, ho appena simulato per mio conto una iscrizione alla riforma sanitaria di Obama (se ho violato qualche legge, per favore, è stato solo per un giornalismo di investigazione), Ho fatto tutto il percorso attraverso il meccanismo del sito governativo sulla riforma, fermandomi prima del passaggio finale della effettiva implementazione (senza qualificarmi, naturalmente, perché Princeton [1] fornisce la assicurazione), solo per vedere quanto era difficile. E la risposta è che non c’è stato alcun problema e nessun ritardo.
Ho anche usato l’informazione che si caratterizza per una lista di programmi relativi al mio settore. Ancora, nessun problema. Ed il sito governativo vi indirizza a Kaiser [2] per una stima dei sussidi e del costo finale.
Ora, so che questa è solo una parte della storia, e che ancora non stiamo avendo risposte chiare su quanto stiano ben funzionando gli 834 programmi che spediscono le informazioni agli assicuratori. Ma la parte visibile del meccanismo non presenta alcuna somiglianza con i racconti dell’orrore di poche settimane fa.
Cosa ho dedotto da questo piccolo esercizio? Ebbene, ho scorso i commenti sull’articolo di oggi ed ho notato che i resoconti di una quantità di persone mostrano iscrizioni che hanno avuto successo alla riforma della assistenza – non a qualcuna delle “borse” [3] ben funzionanti nei singoli stati, ma al presunto disastroso sito informatico governativo. Sono solo aneddoti, lo so – ma gli aneddoti suggeriscono che il sistema non è più il buco nero del recente passato.
In breve, sembra sempre più probabile che il racconto d’ora in avanti sia destinato a portare regolarmente migliori notizie – di iscrizioni crescenti nelle ‘borse’ federali come in quelle ai livelli degli Stati, di persone che scoprono sia che la loro assicurazione è diventata migliore o più economica, sia che si possono permettere per la prima volta una assicurazione. Poco a poco queste storie si diffonderanno nelle notizie dei media, rimpiazzando le storie penose sulle polizze cancellate.
E mi ritrovo a chiedermi che cosa faranno i repubblicani. Oddio, non più di tanto. Come ha notato Martin Longman nel fine settimana, la riforma di Obama già assomiglia ad una di quelle ossessioni repubblicane – come nel caso di Bengasi [4] – nelle quali il partito si è convinto che ci deve essere, nascosto da qualche parte, un tema vincente e che solo se continuano a battere su quel chiodo [5], anche dopo che l’opinione pubblica è passata oltre, alla fine realizzeranno una gran punteggio.
Non sto dicendo che il pasticcio del lancio della riforma sia irrilevante: è un brutto colpo per Obama e può provocare un danno che durerà sino alle elezioni di medio termine. Ma i fatti in questione stanno cambiando, e la mia fortissima impressione è che il Partito Repubblicano disfarà un bel po’ dei suoi guadagni, con il rifiuto di riconoscere quel cambiamento.
[1] Ovvero, l’Università dove lui lavora.
[2] “Kaiser” è una Fondazione benefica che si occupa principalmente dei problemi sanitari, intitolata ad Henry Kaiser jr, che credo sia uno dei rampolli della famiglia Kaiser.
[3] Vedi alla voce “Exchanges” nelle note sulla traduzione.
[4] La vicenda della aggressione alla sede diplomatica americana, nella quale venne assassinato il console degli Stati Uniti e che fu oggetto di una violenta campagna repubblicana sulla presunta inerzia governativa.
[5] Letteralmente “a frustare su quell’oggetto”.
novembre 25, 2013
November 25, 2013, 9:46 am
Dean Baker is annoyed with Greg Mankiw — not for the first time — for suggesting that the time for a Fed exit strategy may be drawing near. Dean focuses mainly on Greg’s use of what he considers a misleading wage number, but the problem runs deeper.
So, about that number. We have multiple measures of wage developments, and while they tend to move together in big changes, they can tell somewhat different short-run stories. Here are three of them:
One of these numbers, wages of production and nonsupervisory workers, shows a modest uptick, the others not. All three remain well below their pre-crisis rates of increase. Is this the kind of evidence on which you want to base a major policy change? Not in my world.
Let me add two further points.
First, with all the talk of negative natural rates of interest, secular stagnation, and so on, there is a strong case for setting inflation targets at least somewhat higher than they were in the past. All sorts of people have, in fact, called for higher inflation. Meanwhile, however, wage growth — by any measure — is far below its pre-crisis level, which in retrospect was too low. So it makes no sense at all to tighten until we see wage inflation rise, not just from its current level, but several points higher.
Second,hysteresis: Arguments that the full-employment rate of unemployment has risen tend to rely on the claim that sustained high unemployment, even if it starts out cyclical, eventually becomes structural. But if that’s true, there are very high costs to premature policy tightening, which can raise unemployment in the long as well as the short run. Since we don’t really know where full employment is — and since there’s a case for a higher inflation target anyway — this adds up to a strong argument for waiting to see overwhelmingly clear evidence of an overheated economy before beginning any kind of policy exit.
So Janet Yellen should keep her pedal to the metal for a long time.
Vicini ad una fuoriuscita che non porta da nessuna parte
Dean Baker è irritato con Greg Mankiw – non è la prima volta – per aver indicato che il tempo di una strategia di fuoriuscita [1] da parte della Fed potrebbe essere vicino. Dean si concentra principalmente sull’utilizzo da parte di Greg di quello che considera un fuorviante dato sui salari, ma il problema è più profondo.
Dunque, a proposito delle statistiche. Abbiamo molteplici misurazioni degli sviluppi salariali, e mentre tendono a muoversi in sintonia nei grandi cambiamenti, talvolta possono raccontare storie diverse nel breve periodo. Eccone tre:
Uno di questi numeri, i salari degli operai alla produzione che non hanno funzioni di sorveglianza, mostrano un lieve incremento, gli altri no. Tutti e tre restano ben al di sotto dei loro tassi di incremento precedenti alla crisi. E’ questo il genere di prova sul quale si può basare un importante mutamento della situazione generale? Nella mia logica, no.
Consentitemi di aggiungere due aspetti ulteriori.
Il primo, con tutto il parlare di tassi di interesse naturali negativi, di stagnazione secolare e così via, c’è un forte motivo per collocare gli obbiettivi di inflazione almeno un po’ più in alto di quanto erano nel passato. Individui di ogni genere di orientamento, di fatto, si sono pronunciati per una inflazione più alta. Nel frattempo, tuttavia, la crescita dei salari – in tutte le sue misurazioni – è assai al di sotto del suo livello pre-crisi, che retrospettivamente era troppo basso. Dunque non ha affatto senso una politica restrittiva sinché non osserviamo un crescita della inflazione dei salari, non solo rispetto al suo livello attuale, ma vari punti sopra.
Il secondo, l’isteresi [2]: gli argomenti secondo i quali il tasso di disoccupazione in condizioni di piena occupazione sia cresciuto in generale si basa sulla pretesa che una prolungata alta disoccupazione, anche se comincia per effetto del ciclo economico, alla fine diventa strutturale. Ma se questo è vero, ci sono costi molto alti per una politica restrittiva prematura, che può elevare la disoccupazione sia nel lungo che nel breve periodo. Dal momento che in realtà non conosciamo dove si collochi la piena occupazione – e dal momento che ci sono in ogni caso motivazioni per un obbiettivo di inflazione più elevato – questo aggiunge un forte argomento per attendere di vedere prove completamente chiare di una economia surriscaldata, prima di dare inizio ad un qualsiasi genere di politica di fuoriuscita.
Dunque, Janet Yellen dovrebbe spingere sull’acceleratore per un bel po’.
[1] Da una politica di espansione monetaria.
[2] L’isteresi è la caratteristica di un sistema di reagire in ritardo alle sollecitazioni applicate e in dipendenza dello stato precedente. Il termine, derivante dal greco ὑστέρησις (hystéresis, “ritardo”), fu introdotto nel senso moderno da James Alfred Ewing nel 1890, ed è usato in generale nella teoria dei sistemi dinamici, quindi non solo in fisica, ma anche in biologia ed economia. (Wikipedia)
novembre 23, 2013
November 23, 2013, 8:42 am
How do you know that monetary policy is too loose? The textbook answer is that excessively expansionary monetary policy shows up in rising inflation; stable inflation means money is neither too loose nor too tight. This answer has, however, come under challenge from both sides. One side — the side I’m on, and I’m pretty sure the side Janet Yellen is on, says that at low inflation rates this rule breaks down: the Phillips curve isn’t vertical, even in the long run, at low inflation (perhaps thanks to downward nominal wage rigidity), so stable inflation at a low level is consistent with an economy operating well below potential.
But there’s a critique from the other side that seems to be gaining a lot of traction with central bankers not named Janet Yellen — namely, the notion that if asset prices are rising, and that this might signal a bubble, it’s time to tighten, even if inflation is low or falling.
As Simon Wren-Lewis points out, the Swedish Riksbank has gone all in on this doctrine — a decision that isolated my former colleague Lars Svensson (one of the people who warned long ago about the dangers of a liquidity trap), and led to his departure. The picture is really quite amazing:
Eurostat
The Riksbank raised rates sharply even though inflation was below target and falling, and has only partially reversed the move even though the country is now flirting with Japanese-style deflation. Why? Because it fears a housing bubble.
This kind of fits the H.L. Mencken definition of Puritanism: “The haunting fear that someone, somewhere, may be happy.” But here’s the thing: if we really are in the Summers/Krugman/Hansen world of secular stagnation, things like this are going to happen all the time. The underlying deficiency of demand will call for pedal-to-the-medal monetary policy as a norm. But bubbles will happen — and central bankers, always looking for reasons to snatch away punch bowls, will use them as excuses to tighten.
One last point: Isn’t Sweden a sort of liberal’s ideal? Not on monetary policy. In America, right-wingers get their ideas about both aid to the poor (end it) and monetary policy (gold!) from Ayn Rand, so hard money and hatred of the welfare state go hand in hand. In Europe, the connection is less clear-cut.
‘Bollafobia’ e politica monetaria
Come si sa che una politica monetaria è troppo accomodante? Il libro di testo risponde che una politica monetaria eccessivamente espansiva si scopre dalla inflazione in crescita; una inflazione stabile significa che il denaro non è né troppo facile né troppo severo. Questa risposta, tuttavia, è messa in dubbio da entrambi gli schieramenti. Uno di essi – il mio e sono quasi certo quello di Janet Yellen, dice che a bassi tassi di inflazione questa regola cade: la curva di Phillips non è verticale, persino nel lungo periodo, con una bassa inflazione (forse grazie alla rigidità nominale dei salari verso il basso), così una inflazione stabile a bassi livelli è coerente con una economia che opera ben al di sotto del suo potenziale [1].
Ma c’è una critica da parte dell’altro schieramento che sembra guadagni molti consensi presso i banchieri centrali che non si chiamano Janet Yellen – precisamente il concetto che se i prezzi degli assets stanno crescendo, e questo potrebbe essere il segnale di una bolla, è tempo di procedere ad una stretta, anche se l’inflazione è bassa o calante.
Come Simon Wren-Lewis fa notare, la Swedish Riksbank [2] ha aderito interamene a questa dottrina – una decisione che ha isolato il mio collega di un tempo Lars Svensson (una delle persone che aveva messo in guardia da più tempo sui pericoli della trappola di liquidità) e che ha provocato il suo allontanamento. Il diagramma è realmente abbastanza sorprendente:
Eurostat
La Riksbank ha alzato i tassi bruscamente persino prima che l’inflazione fosse sotto l’obiettivo e diminuisse, ed ha solo parzialmente rivisto la scelta anche se il paese sta adesso accarezzando una deflazione di tipo giapponese. Perché? A causa dei timori di una bolla immobiliare.
Questo corrisponde perfettamente alla definizione di ‘puritanesimo’ di H. L. Mencken [3]: “La ossessiva paura che qualcuno, da qualche parte, possa esser felice”. Ma la questione è la seguente: se noi siamo realmente in una mondo segnato da una stagnazione secolare secondo le tesi di Summers/Krugman/Hansen, cose come questa sono destinate ad accadere in continuazione. Il difetto implicito di domanda chiederà di pigiare al massimo sull’acceleratore [4] della politica monetaria come norma. Ma le bolle ci saranno – e i banchieri centrali, sempre alla ricerca di scuse per ritirare le ‘tazze del punch’ [5], le useranno come pretesti per politiche restrittive.
Un ultimo punto: non è quello svedese una specie di ideale liberale? Non in materia di politica monetaria. In America le persone di destra derivano le loro idee, sia sull’aiutare i poveri (nel senso di cessare ogni aiuto) che sulla politica monetaria (nel senso dell’oro!) da Ayn Rand, cosicché la politica monetaria dura e l’odio per lo stato assistenziale vanno mano nella mano. In Europa, la connessione è meno palese.
[1] Per la curva di Phillips vedi le note sulla traduzione.
[2] La Banca Centrale di Svezia, che precisamente si chiama “Sveriges Riksbank”.
[3] Henry Louis Mencken (Baltimora, 12 settembre 1880 – Baltimora, 29 gennaio 1956) è stato un giornalista e saggista statunitense, nonché curatore editoriale, conosciuto come il “Saggio di Baltimora”, ed è noto soprattutto per la pungente satira della società puritana del suo Paese e per i suoi studi di linguistica, attività che lo hanno reso uno dei più influenti scrittori americani della prima metà del XX secolo. Uno degli aspetti controversi della sua personalità per molti versi geniale, fu la sua contrarietà al New Deal ed alla figura di Franklin Delano Roosevelt, nonché alla partecipazione americana alla Seconda Guerra Mondiale.
[4] Nel testo c’è un errore. L’espressione è “pedal-to.the-metal”, ovvero pigiare sul pedale dell’acceleratore “sino al metallo”.
[5] E’ la famosa espressione coniata da un antico Presidente della Fed, secondo la quale il mestiere del banchiere centrale consiste nell’allontanare gli alcoolici appena la festa comincia a riscaldarsi, ovvero appena ci sono nell’economia cenni di ripresa.
novembre 22, 2013
November 22, 2013, 2:57 pm
What we have here is a problem of communication.
Actually, mostly that’s not true. Most of the arguments we have over economic policy involve real disputes about how the world works. Sometimes these are smart disputes, like the argument over the effectiveness of quantitative easing, sometimes they’re stupid disputes, like the one over whether the Fed is debasing the currency, but anyway they are about something real.
But to such real arguments one must add an extra layer of confusion arising from the way economists use words. Fairly often, we have a term of art that is pretty deeply embedded in the professional discourse, but which either sounds strange to outsiders or can be misinterpreted.
An example of the first is the term “secular stagnation”. I know many of my readers dislike it. It relies on definition 3(c) of “secular” in Merriam-Webster: “of or relating to a long term of indefinite duration” — not exactly what comes to most people’s minds. Unfortunately, that is the term economists have used for the concept since Alvin Hansen popularized it in the 30s and 40s, and it’s very hard to change.
I suppose I could try to get a catchy alternative into circulation. I did, after all, get the confidence fairy out there. Maybe Sustained NEgative Equilibirum Rates of interest, or SNEER? I don’t know — it’s really hard to change something like this once established.*
Another example, which the same discussion has brought home, is the use of the term “structural”, as in “structural unemployment.”
Now, one aspect of this meaning is “hard to change”. But I’ve been getting a fair number of people thinking they have a gotcha: I’ve been denying that we have a big problem with structural unemployment, and now I’m saying that we may have a sustained problem of economic stagnation. Contradiction!
Well, no.
Structural unemployment has a much more specific meaning than that. It means unemployment that can’t be eliminated just by increasing aggregate demand. It’s closely tied to the notion of a Phillips curve, a tradeoff between unemployment and inflation, which in the long run looks something like this:
It’s almost but not quite the NAIRU, the non-accelerating-inflation rate of unemployment — not quite because I am now convinced that the long-run Phillips curve flattens out at low inflation. So it’s more like the minimum unemployment rate consistent with (fairly) low and stable inflation.
The crucial point, however, is that’s a supply-side concept. It’s about the limits of what you can achieve by increasing aggregate demand. It has nothing at all to do with secular stagnation, which is about reasons you might have trouble increasing aggregate demand in the first place.
One moral of the story is to beware: economese may sound like English, but it sometimes has crucial differences. The bigger moral of the story, however, is that it’s ultimately not about the words — it’s about the model.
*Brief anecdote: For historical reasons, economists doing international macro usually measure the exchange rate as the price of foreign currency, e.g., for Mexico it’s pesos per dollar. As a result, on your diagrams, when your currency goes down, the exchange rate goes up. Everyone else, including other economists, hates this convention. Yet it’s nearly impossible to change it in the textbooks without upsetting thousands of course instructors.
Problemi strutturali con il linguaggio economico
Quello che abbiamo in questo momento è un problema di comunicazione.
Per la verità, questo per la maggior parte dei casi non è vero. Gran parte delle discussioni che abbiamo sulla politica economica riguardano i temi veri di come funziona il mondo. Talvolta sono dispute intelligenti, come nel caso della efficacia delle “facilitazioni quantitative” [1], talvolta sono dispute sciocche, come quella se la Fed stia svalutando la moneta, ma in ogni caso hanno a che fare con la realtà.
Ma a tali argomenti reali si deve aggiungere uno strato aggiuntivo di confusione che deriva dal modo in cui gli economisti usano le parole. Abbastanza spesso si incontra una espressione tecnica che è del tutto incorporata nel linguaggio della disciplina, ma che o suona strana per gli estranei o può essere fraintesa.
Un esempio del primo caso è il termine “stagnazione secolare”. So che a molti miei lettori non piace. Si basa sulla definizione n. 3 © del dizionario Merriam-Webster: “di o relativa a lungo periodo o durata indefinita” – non esattamente quello che viene alla mente della maggior parte delle persone. Sfortunatamente, quello è il termine che gli economisti hanno utilizzato per tale concetto sin dal momento in cui Alvin Hansen [2] lo rese popolare negli anni ’30 e ’40, ed è molto difficile modificarlo.
Suppongo che si potrebbe provare a mettere in circolazione una alternativa più orecchiabile. Dopo tutto, in un altro contesto, mi procurai la ‘fata della fiducia’. Forse Tassi di Interesse di un Prolungato Equilibrio Negativo, o TIPEN [3]? Non lo so – è davvero difficile cambiare qualcosa una volta che questa è stata stabilita. (vedi nota finale)
Un altro esempio, che lo stesso dibattito ha reso attuale, è l’uso del termine “strutturale”, come in “disoccupazione strutturale”.
Ora, un aspetto del suo significato è “difficile da cambiare”. Ma sto incontrando un discreto numero di persone che pensano di avermi preso in castagna: sono venuto negando che abbiamo un grande problema con la disoccupazione strutturale, ed ora sto dicendo che abbiamo un prolungato problema di stagnazione economica. Contraddizione!
Ebbene, non è così.
Disoccupazione strutturale ha un significato molto più specifico di quello. Significa una disoccupazione che non può essere eliminata solo incrementando la domanda aggregata. E’ strettamente connessa con il concetto della curva di Phillips [4], uno scambio tra disoccupazione ed inflazione, che nel lungo periodo appare in questo modo:
E’ quasi ma non esattamente il NAIRU, il tasso di disoccupazione che (ancora) non provoca una accelerazione dell’inflazione – non esattamente perché ora mi sono persuaso che la curva di Phillips nel lungo periodo si appiattisce in una bassa inflazione. Dunque, è più come il tasso di disoccupazione minimo coerente con una inflazione stabile ed abbastanza bassa.
Il punto cruciale, tuttavia, è che è un concetto dal lato dell’offerta. Riguarda i limiti di quello che si può ottenere aumentando la domanda aggregata. Non ha niente a che fare con la stagnazione secolare, che riguarda prima di tutto le ragioni per le quali potreste avere un guaio incrementando la domanda aggregata.
Una morale della storia alla quale fare attenzione: il linguaggio economico può sembrare simile all’inglese, ma talvolta ha differenze cruciali. La morale più grande, tuttavia, in ultima analisi non riguarda le parole – riguarda il modello.
(Nota finale) Un breve aneddoto: per ragioni storiche, gli economisti che lavorano sulla macro internazionale normalmente misurano il tasso di cambio come il prezzo di una valuta straniera, ad esempio, nel caso del Messico il peso contro il dollaro. Di conseguenza, nei vostri diagrammi, quando la vostra valuta scende, il tasso di cambio sale. Ogni altra persona, compresi gli economisti degli altri settori, odiano questa convenzione. Tuttavia è quasi impossibile cambiarla nei libri di testo senza far infuriare migliaia di istruttori di corso.
[1] Vedi note sulla traduzione a “quantitative easing”.
[2] Alvin Harvey Hansen (nato a Viborg – Sud Dakota – da genitori danesi il 23 agosto 1887 e morto ad Alexandria, il 6 giugno 1975) è stato un economista statunitense, uno dei principali studiosi, nel suo paese, della teoria economica di John Maynard Keynes. Hansen, inizialmente (per la precisione, quando iniziò ad insegnare a Harvard, nel 1937) era un sostenitore della teoria ortodossa pre-keynesiana e criticava duramente la teoria dell’economista britannico. In realtà, aveva già cambiato opinione nel 1938, in occasione del suo discorso come Presidente della Associazione degli Economisti americani. Il famoso modello IS-LM, generalmente attribuito ad Hicks, fu elaborato da Hicks ed Hansen. Tra gli economisti che si formarono alle sue lezioni universitarie, ci furono anche Samuelson e Tobin. Nei tardi anni ’30 formulò il concetto della “stagnazione secolare”, sostenendo che l’America non sarebbe tornata a crescere rapidamente come in precedenza, anche per l’esaurimento di alcuni ingredienti di quella crescita, inclusa la innovazione tecnologica e la crescita della popolazione. Nel 1953 scrisse un libro (“Guida a Keynes”) che ebbe un grande successo, come il contemporaneo libro di testo di Samuelson, nel diffondere la conoscenza delle teorie keynesiane.
[3] Lo traduco in un acronimo letterale italiano, ma si perde l’ironia, perché SNEER significa “sogghigno”!
[4] Vedi le note sulla traduzione.
novembre 22, 2013
November 22, 2013, 10:24 am
No, John Maynard Keynes didn’t think that burying bottles full of cash in coalmines was the best way to end the Great Depression.
No, I am not actually proposing that we fake an alien invasion.
No, Larry Summers isn’t suggesting that we create lots of bubbles. (Nor, by the way, was I actually calling for a housing bubble in 2002. I was, instead, trying to highlight the problems of getting monetary traction in an economy that “wants” a negative interest rate — which is exactly what everyone is talking about now.)
I’m always amazed at how many people doing economics — or lots of other things — are so rigid and humorless that they apparently can’t grasp the point or usefulness of slightly whimsical thought experiments.
Bonus blogging: Ashok Rao reminds us of something I’d forgotten: two years ago Larry and I had a staged debate over the economy’s future, in which I took … the same position Larry is also taking now, and he argued against. This is NOT a gotcha: it’s totally to Larry’s credit that he is willing to change his views as new evidence and ideas come in.
Bonus bonus blogging: I finally saw Ender’s Game the other day, and enjoyed it. But it was a bit of a letdown compared with the book (yes, Orson Scott Card — look, sometimes something goes very wrong with people). And I think I know why. The core of the book is Ender’s progress through battle school — the steady progression of games, the evolution of his tactics, the development of his team. In the movie this stuff was compressed into a couple of games, with nothing to give you a sense of what makes him special. I don’t know if there was any way to do this without turning the thing into a miniseries. But it’s why the movie felt ever so slightly flat.
Quando gli esperimenti di pensiero incontrano l’imponderabile
No, John Maynard Keynes non pensava che seppellire bottiglie piene di soldi contanti nelle miniere di carbone fosse il modo migliore per por fine alla Grande Depressione.
No, per la verità non sto proponendo di fingere una invasione di alieni.
No, Larry Summers non sta proponendo di creare una quantità di bolle (né, per inciso, io in effetti mi espressi a favore di una bolla immobiliare nel 2002. Stavo, invece, cercando di evidenziare i problemi del dare una spinta motrice monetaria ad una economia che “vuole” un tasso di interesse negativo – che è esattamente quello di cui stiamo tutti ragionando adesso).
Sono sempre stupito di quante persone che si occupano di economia – o di una quantità di altre cose – siano così rigide e prive di ironia da non poter apparentemente afferrare il punto o l’utilità di esperimenti di pensiero leggermente stravaganti.
Bonus del blog: Ashok Rao ci ricorda qualcosa che avevo dimenticato: due anni fa Larry ed io avevamo allestito un dibattito sul futuro dell’economia, nel quale io presi … la stessa posizione che ha Larry in questo momento, e lui sosteneva una posizione contraria. Non voglio dire di averlo preso in castagna: va totalmente a merito di Larry il fatto che intenda cambiare i suoi punti di vista nel momento in cui intervengono nuove prove ed idee.
Bonus supplementare del blog: l’altro giorno ho visto finalmente Ender’s Game [1]e mi è piaciuto. Ma è un po’ una delusione rispetto al libro (l’autore del quale è proprio Orson Scott Card – guardate come talvolta le cose vanno storte con le persone). Ed ho pensato di sapere il perché. Il centro del libro sono i progressi di Ender alla scuola di combattimento – i costanti progressi delle sue strategie di gioco, l’evoluzione delle sue tattiche, la crescita del suo gruppo. Nel film queste cose sono compresse in un paio di giochi, ed è impossibile capire cosa lo abbia reso speciale. Non so se c’era un modo per realizzarlo senza trasformarlo in una miniserie. Ma questa è la ragione per la quale il film sembra sempre così leggermente piatto.
[1] Ender’s Game è un film di fantascienza del 2013 scritto e diretto da Gavin Hood con protagonisti Harrison Ford e Asa Butterfield. La pellicola è la trasposizione cinematografica del romanzo Il gioco di Ender di Orson Scott Card, scritto nel 1985, che ha dato origine a un celebre ciclo fantascientifico. (Wikipedia)
Orson Scott Card (Richland, 24 agosto 1951) è uno scrittore statunitense di fantascienza e fantasy. Sposato e padre di cinque figli. Di fede mormone, chiesa per la quale è stato anche missionario in Brasile. Ha vissuto in California, in Arizona, e nello Utah. Vive ora a Greensboro nello stato della Carolina del Nord. Ha scritto opere di numerosi generi, ma è conosciuto principalmente per i romanzi del ciclo di Ender ed in particolare per i primi due Il gioco di Ender (1985) e Il riscatto di Ender (1986). Vincendo con entrambi questi romanzi sia il Premio Nebula sia il Premio Hugo, lo scrittore ha stabilito un primato ancora imbattuto. È autore anche di alcune sceneggiature per fumetti pubblicati dalla Marvel Comics. Nel 2013 scriverà alcune storie dell’antologia Adventures of Superman per la DC Comics. Causa il suo noto attivismo anti-gay quest’annuncio ha scatenato le proteste dei fan del supereroe e del mondo del fumetto. (ancora Wikipedia)
Il riferimento successivo a quanto l’autore sia peggiorato, evidentemente, è alle sue posizioni ostili alla omosessualità.
novembre 21, 2013
November 21, 2013, 7:52 pm
Today’s big event was the filibuster busted, and I have absolutely nothing original to say. So instead let me say something about the GOP planned attack on Obamacare — also not original, but maybe blunter than you’ll read elsewhere.
Here it is: They’re fools.
Consider two states of the world. In one, the technical disaster of healthcare.gov proves so intractable that by March 31, when open enrollment ends, the program has just failed to launch. In that case, Democrats have suffered a crushing defeat no matter what Republicans do.
In the other, which looks more likely, the enrollment process becomes sufficiently workable that by March 31 millions of people who previously lacked insurance or had more or less worthless policies have acquired real coverage. In that case reform is irreversible, Republican scorched-earth opposition turns into a political liability, and it’s a political win for Democrats — not as big a win as if the thing had worked well from the start, but still a win.
Nothing else matters. Republicans can win every news cycle for the next month and nobody will remember it come November.
The only thing the GOP could do with any real impact would be to sabotage the law. And they’re doing that as best they can by blocking the Medicaid expansion. But if the exchanges begin to work even passably well, that won’t be enough — when people, including the young, realize that real insurance is available at affordable prices, political propaganda won’t keep them away.
So it’s really all about the substance, mainly on IT. And when I read Sarah Kliff’s updates I get a picture of people finally doing what they should have been doing many months ago: finding the bugs, fixing them in a logical sequence, and gradually making the thing work better. There probably won’t be a “Ta da!” moment; it’s just that at some point next month we’ll realize that a lot of people are in fact managing to sign up, and that by March the whole failed Obamacare shtick will seem hopelessly out of date.
I could of course be wrong. Maybe the IT fix will be much harder than us nongeeks imagine. But one thing’s for sure: the GOP’s spin offensive will matter not at all.
Delusioni delle campagne stampa [1]
Il grande evento odierno è la presa in flagrante dell’ostruzionismo, ed io non ho assolutamente niente di originale da dire. Fatemi invece dire qualcosa sull’attacco pianificato da parte del Partito Repubblicano sulla riforma sanitaria di Obama – anch’esso non originale, ma forse più netto di quello che leggereste altrove.
Il punto è questo: sono scemi.
Si considerino due situazioni generali. In una, il disastro tecnico del sito internet del Governo sulla riforma sanitaria si dimostra così intrattabile che al 31 di marzo, data di scadenza delle iscrizioni aperte, il programma semplicemente non riesce a partire. In quel caso, i democratici subiscono una devastante sconfitta a prescindere da quello che fanno i repubblicani.
Nell’altra, che appare la più probabile, il meccanismo delle iscrizioni diventa abbastanza funzionante, al punto che per il 31 di marzo milioni di persone che precedentemente erano prive di assicurazione o avevano polizze più o meno inutili avranno acquisito una copertura effettiva. In quel caso la riforma sarà irreversibile, l’opposizione da terra bruciata dei repubblicani si trasformerà in una responsabilità politica, e sarà una vittoria politica per i democratici – non così grande come se la faccenda avesse funzionato sin dall’inizio, ma pur tuttavia una vittoria.
Non conta nient’altro. I repubblicani possono risultare vincenti in tutte le campagne stampa e nessuno di ricorderà di cosa è successo a novembre.
La sola cosa che il Partito Repubblicano potrebbe fare sarebbe sabotare la legge. E stanno facendo quello, nella misura in cui possono bloccare l’espansione di Medicaid. Ma se le “borse” [2] cominciano a funzionare anche solo passabilmente, quello non basterà – quando la gente, inclusi i giovani, comprenderanno che una assicurazione vera è disponibile a prezzi abbordabili, la propaganda politica si terrà a debita distanza da loro.
Dunque, quanto alla sostanza questo è davvero tutto, principalmente per l’aspetto delle tecnologie informatiche. E quando ho letto gli aggiornamenti di Sarah Kliff [3] ne ho tratto l’immagine di persone che finalmente stanno facendo quello che avrebbero dovuto fare da molti mesi: individuare i difetti, ripararli secondo una sequenza logica e gradualmente far funzionare le cose meglio. Probabilmente non ci sarà il momento del “Pronti, via!”; è solo che ad un certo punto del prossimo mese comprenderemo che una quantità di persone si sta concretamente dando da fare per iscriversi, e che per marzo tutto il comizietto sul fallimento della riforma sanitaria di Obama apparirà irrimediabilmente superato.
Naturalmente potrei sbagliare. Forse la riparazione della tecnologia informatica sarà molto più difficile di quello che noi inesperti nello ‘smanettamento’ informatico non immaginiamo. Ma una cosa è certa: l’offensiva manipolatrice del Partito Repubblicano non conterà nulla.
[1] Si tratta di una traduzione imprecisa, perché intendiamo per “campagna stampa” qualcosa che si svolge attorno ad una tesi predefinita, in particolare ad una tesi di parte. Invece in questo caso l’espressione di riferisce al modo nel quale le notizie vengono trattate in generale sui media in un determinato periodo. In lingua inglese l’espressione letteralmente significa “cicli delle notizie”, che è un concetto interessante per il suo relativo cinismo; in un certo senso significa che per l’informazione le cose non sono bianche o nere, ma si evolvono in cicli di semi verità o di semi bugie. Oppure, meno cinicamente, che le notizie si consumano, che giornalisticamente è vero.
[2] Le “borse” sono dei nuovi istituti della riforma sanitaria americana, fondamentalmente finalizzati a favorire l’incontro tra la domanda dei nuovi acquirenti i trattamenti assicurativi e le assicurazioni stesse, in competizione l’una con l’altra. Esse dunque sono servite, in una prima fese, a rendere note le condizioni di ogni assicurazione e successivamente a favorire le procedure, anche on line, di acquisto della copertura assicurativa e l’ottenimento dei sussidi pubblici. Esiste una “borsa” unica federale – che è quella nella quale è andato subito in tilt il sistema informativo – ed esistono altresì, dove si sono scelte, “borse” al livello dei singoli Stati. Queste ultime in genere hanno funzionato bene, consentendo di sperimentare i primi passi della riforma.
[3] Tutti i giorni i centri servizio di Medicare e Medicaid tengono delle conferenze stampa per aggiornare sulla situazione dei mercati delle assicurazioni nel percorso della riforma. La Kliff è un giornalista del Washington Post che sul blog del giornale scrive a proposito di quegli aggiornamenti.
novembre 21, 2013
November 21, 2013, 8:30 am
Many years ago my colleague Alan Blinder wrote a very good book with, it seemed to me, a slightly unfortunate title. It was way too easy to slip from “Hard heads, soft hearts” to the reverse.
On the other hand, maybe that’s a book that needs to be written about today’s austerians, both on our side of the Atlantic and in Europe.
What set me off this morning was an interview by Jens Weidmann, head of the Bundesbank:
“We have lowered interest rates and are offering banks unlimited liquidity. But there are no easy and quick ways out of this crisis,” he told German weekly Die Zeit in an interview to be published on Thursday.
“The money printer is definitely not the way to solve it. It will still take years until the causes of the crisis are eliminated.”
What could possibly justify this remark, other than sheer faith in the redemptive power of (other peoples’) pain for its own sake?
Let’s think about the current problems of the euro are in terms of perfectly ordinary, textbook macroeconomics.
First, take the aggregate view. The euro area as a whole has record high unemployment and record low inflation. By any normal standards, this says that monetary policy is too tight. Yes, there’s a problem getting traction, because the ECB is close to the zero lower bound — but that’s a problem of implementation. On what possible grounds could you argue that printing money is not at least a partial solution to the crisis?
Next, look at the internal adjustment problem. The big capital flows from north to south during europhoria have left Spain etc. overvalued , and in need of “internal devaluation”. But there is now completely overwhelming evidence for downward nominal wage rigidity: it’s much easier to get Spanish wages relative to German wages in line through rising German wages than falling Spanish wages. Germany’s own internal devaluation from 2001 to 2007 was accomplished through inflation abroad, not deflation at home. But a too-low overall euro inflation rate pushes the burden onto deflation in debtor countries. Again, on what possible grounds could you argue that a somewhat higher inflation rate — remember, it’s now running at just 0.8 percent — would do nothing to help solve the crisis?
Finally, to the extent that debt levels are a problem, low inflation makes this problem much worse, for all the usual reasons.
Now maybe, maybe, there would still be a euro crisis even if Europe had strong internal demand and 2-plus percent inflation. But we don’t know that — and it’s bizarre to dismiss any effort to move in that direction presumptively.
What it comes down to is that Weidmann — like, I’m afraid, much conventional opinion in Europe — has thrown analysis out the window in favor of a peculiar form of wishful thinking. What’s peculiar about this wishful thinking is that it doesn’t consist of fantasies about the existence of easy, painless solutions; it consists of fantasies about the absence of easy solutions, even when the evidence says very clearly that such solutions exist. Instead of a weak-minded search for pleasure without pain, it’s a search for reasons to inflict pain regardless of the actual economic situation.
Yes, it fits the definition of sadomonetarism.
What’s awesome is that this grim fantasy passes for wisdom, and dictates policy.
Cuori duri, cervelli rammolliti
Molti anni fa il mio collega Alan Blinder scrisse un libro molto bello con un titolo che mi parve leggermente sfortunato. Era troppo facile confondere “Teste dure, cuori teneri” con il suo inverso.
D’altra parte, quello è un libro che forse si dovrebbe scrivere sui patiti dell’austerità odierni, sulla nostra sponda dell’Atlantico come in Europa.
Quello che stamani mi ha fatto partire per la tangente è stata un’intervista di Jens Weidmann, presidente della Bundesbank:
“Abbiamo abbassato i tassi di interesse e stiamo offrendo alle banche liquidità illimitata. Ma non ci sono modi facili e rapidi per uscire dalla crisi”, ha detto al settimanale tedesco ‘Die Zeit’ in una intervista che sarà pubblicata giovedì.
“Stampar denaro non è certamente il modo per risolverla. Ci vorranno anni finché le cause non saranno eliminate.”
Cosa potrebbe giustificare una osservazione del genere, se non la pura e semplice fede nel potere di redenzione delle sofferenze (degli altri popoli) a favore del proprio interesse?
Ragioniamo dei problemi attuali dell’euro come fossero nei termini di un libro di testo di economia, perfettamente ordinario.
In primo luogo, il punto di vista aggregato. L’area euro nel suo complesso ha un record di elevata disoccupazione ed un record di bassa inflazione. Secondo ogni normale criterio, questo ci dice che la politica monetaria è troppo rigida. Sì, c’è un problema di guadagnare potenza motrice, perché la BCE è vicina al limite inferiore di zero – ma quello è un problema di implementazione. Su quali possibili terreni si può sostenere che stampare moneta non sia almeno una soluzione parziale alla crisi?
Successivamente, si guardi al problema delle correzioni interne. I grandi flussi di capitale dal nord al sud durante l’euro euforia hanno lasciato la Spagna e le altre economie sopravvalutate, e bisognose di una “svalutazione interna”. Ma adesso c’è una prova del tutto schiacciante sulla rigidità dei salari verso il basso: è molto più facile allineare i salari spagnoli a quelli tedeschi elevando questi ultimi, piuttosto che abbassando i primi. La svalutazione interna della Germania dal 2001 al 2007 fu compiuta tramite la svalutazione all’estero, non la deflazione in casa. Ma un tasso di inflazione generale nell’area euro troppo basso spinge il peso sulla deflazione nei paesi debitori. Ancora, su quali possibili terreni si potrebbe sostenere che un tasso di inflazione un po’ più alto – si ricordi che ora sta viaggiando appena allo 0,8 per cento – non sarebbe di nessun aiuto nel risolvere la crisi?
Infine, nella misura in cui i livelli del debito sono un problema. Una bassa inflazione rende questo problema peggiore, per tutte le note ragioni.
Ora forse, dico forse, continuerebbe ad esserci una crisi dell’euro anche se l’Europa avesse una forte domanda interna ed una inflazione del 2 o più per cento. Ma non lo sappiamo – ed è bizzarro liquidare ogni sforzo in quella direzione in via presuntiva.
Quello a cui tutto ciò si riduce è che Weidmann – come, ho timore, gran parte del senso comune in Europa – ha sacrificato la analisi a favore di una ragionamento basato sul desiderio. Quello che è peculiare in questo modo di ragionare è che esso non consiste di fantasie su soluzioni facili ed indolori; consiste di fantasie sulla assenza di soluzioni facili, anche quando i fatti dicono molto chiaramente che tali soluzioni esistono. Invece di una ricerca semplicistica di una soddisfazione senza sforzo, è una ricerca di motivi per infliggere sofferenze a prescindere dalla situazione economica reale.
Sì, si adatta alla definizione di sadomonetarismo.
Quello che fa impressione è che questa lugubre fantasia passa per saggezza, e detta la politica.
novembre 21, 2013
November 21, 2013, 8:48 am
Remember all the pundits who stroked their chins, pretended to deliberate, then — completely predictably — came out against health care reform because, they said, it wouldn’t control health care costs? Remember all the demands that Obama do something real, like raising the Medicare age (which turns out not to make any significant difference to the deficit)?
Now, from the CEA, we have this:
The CEA is careful not to claim too much — there’s pretty good evidence that the ACA has played an important role in the cost slowdown, but they don’t assign any particular number. Still, it looks as if the biggest complaint against Obamacare was completely wrong: cost control is one of the things that is really, really working, with huge positive fiscal implications.
If they get the enrollment process working — it’s getting better, but we still don’t know if it’s moving fast enough — this is still going to go down in the long run as a policy triumph.
Una vera riforma dei programmi assistenziali
Ricordate tutti quegli opinionisti che si lisciavano il mento, fingendo di pensare intensamente, e poi – in modo del tutto prevedibile, se ne venivano fuori contro la riforma della assistenza sanitaria perché, dicevano, non si sarebbero tenuti i costi sotto controllo? Ricordate tutte quelle richieste ad Obama perché facesse qualcosa di concreto, come elevare l’età di ingresso in Medicare (che si scopre non farebbe nessuna differenza su deficit)?
Ora, da parte del Consiglio dei consulenti economici (del Presidente degli USA), riceviamo questo [1]:
Il CEA ha lo scrupolo di non aggiungere troppi argomenti – c’è una prova abbastanza evidente che la legge di riforma sanitaria ha giocato un ruolo importante nel rallentamento dei costi, pur non stabilendo alcuna particolare cifra. Eppure, sembra che la grande lamentela contro le riforma di Obama fosse del tutto infondata: il controllo dei costi è una delle cose che sta proprio, per davvero, funzionando, con ampie implicazioni positive sulla finanza pubblica.
Se riescono a mettere in funzione il meccanismo delle iscrizioni – sta andando meglio, ma ancora non sappiamo se si metterà in modo abbastanza alla svelta – nel lungo periodo è ancora destinato a calare, alla stregua di un trionfo politico.
[1] Come si vede, si tratta di proiezioni sui futuri costi di Medicare e Medicaid, elaborati all’agosto del 2010, del 2011, del 2012 e, l’ultima in nero ed in evidente calo, al maggio del 2013.
novembre 20, 2013
November 20, 2013, 11:29 am
A brief thought inspired by the suddenly prominent debate over secular stagnation.
If we accept the secstag hypothesis — and it’s really amazing how fast the debate is moving here (did Larry Summers make all the difference? Have I effectively used LS as a stalking horse for views I already held? Will we ever know?) — one answer is to accept the need for a persistently negative real interest rate. And this means a higher inflation target. As Brad says, the chief economist of the IMF has come pretty close to making that case, although he has said similar things before.
Another option, however (or a complementary option) would be to follow up on another surprising notion that is suddenly gaining traction: expanding, not cutting, Social Security.
If you have been around long enough, you know that one of the things that originally made Martin Feldstein’s reputation was his claim that Social Security, even if solvent, had a strongly negative effect on saving. This was based on a life-cycle argument: if you believe that much saving is undertaken by working-age people preparing for their senior years, giving them a guaranteed retirement income should displace much of this saving. The empirical evidence Feldstein presented in support didn’t hold up very well — in fact, the results were driven in large part by, er, a programming error. (Somehow it seems to me that I’ve heard about a similar case more recently. I wonder where?) Still, suppose his logic was right?
Well, in 1974, when Feldstein published his alleged results, depressing saving looked like a bad thing. In 2013, in an economy mired in the paradox of thrift and quite possibly set to remain stuck there for a long tiime, it could be just what we need.
Previdenza Sociale e stagnazione secolare
Un breve pensiero ispirato dal dibattito di tutto rilievo sulla stagnazione secolare.
Se accettiamo l’ipotesi della stagnazione secolare – ed è davvero sorprendente come si sia spostato velocemente il dibattito in questo caso (Larry Summers ha fatto tutta la differenza? Ho effettivamente utilizzato Larry Summers per punti di vista che avevo in precedenza? Lo sapremo mai?) – una conseguenza da accettare è la necessità di un prolungato tasso di interesse reale negativo. E questo significa un obbiettivo di inflazione più elevato. Come dice Brad, l’economista principale del FMI [1] è arrivato abbastanza vicino ad avanzare tale tesi, sebbene egli abbia detto cose del genere in precedenza.
Un’altra opzione, tuttavia (o una opzione complementare) sarebbe approfondire un’altra sorprendente idea che all’improvviso sta guadagnando terreno: espandere anziché tagliare la Previdenza Sociale.
Se ve ne siete occupati da un po’, saprete che una delle cose che in origine contribuirono alla reputazione di Martin Feldstein fu la sua tesi per la quale la Previdenza Sociale, pur avendo i conti a posto, aveva un effetto fortemente negativo sui risparmi. Si basava su un argomento sul ciclo della esistenza: se credete che una gran parte del risparmio è accantonato dalle persone in età lavorativa per prepararsi agli anni della vecchiaia, offrire loro un reddito di pensione garantito comporterebbe una rimozione di tale risparmio. La prova empirica che Feldstein portò a sostegno non resistette granché – di fatto, i risultati erano provocati in larga parte, guarda un po’, da un errore di calcolo elettronico (mi sembra in qualche modo di aver sentito dire di una caso simile più di recente. Dove, mi chiedo? [2]) Eppure, supponiamo che la sua logica fosse giusta?
Ebbene, nel 1974, quando Feldstein pubblicò i suoi presunti risultati, risparmi depressi sembravano una cosa negativa. Nel 2013, in un’economia impantanata nel paradosso del risparmio ed abbastanza probabilmente destinata a non muoversi da lì per lungo tempo, potrebbe essere quello di cui abbiamo bisogno.
[1] Olivier Blanchard, del quale si ricorda uno studio del 2010.
[2] Mi pare chiaro che sia una ironia riferita alla recente discussione sull’errore di Reinhart-Rogoff.
novembre 20, 2013
November 20, 2013, 11:02 am
I haven’t been writing about the healthcare.gov thing, for the simple reason that I have nothing to say. What’s going on isn’t a policy question: we know from the states with working exchanges (including California) that the underlying structure of the law is workable. Instead, it’s about an implementation botch, which is an incredible mess, and reflects very badly on Obama. But the future of the reform depends not on policy per se but on whether the IT issues can be fixed well enough soon enough, a subject on which I have zero expertise.
Of course, that hasn’t stopped other people from breathlessly commenting on every twist and turn in the polls, every meaningless vote in the House, and so on. Hey, it’s a living.
But at this point there’s enough information coming in to make semi-educated guesses — and it looks to me as if this thing is probably going to stumble through to the finish line. State-run enrollments are mostly going pretty well; Medicaid expansion is going very well (and it’s expanding even in states that have rejected the expansion, because more people are learning they’re eligible.) And healthcare.gov, while still pretty bad, is starting to look as if it will be good enough in a few weeks for large numbers of people to sign up, either through the exchanges or directly with insurers.
If all this is right, by the time open enrollment ends in March, millions of previously uninsured Americans will in fact have received coverage under the law, and reform will be irreversible. Obama personally may never recover his reputation; Democratic hopes of a wave election in 2014 are probably gone, although you never know. But anyone counting on Obamacare to collapse is probably making a very bad bet.
Lo stato della riforma sanitaria di Obama
Non ho scritto sulla faccenda del sito governativo sulla riforma sanitaria, per la semplice ragione che non ho niente da dire. Quello che sta accadendo non è una questione politica: sappiamo dagli Stati con le ‘borse’ [1] funzionanti (compresa la California) che la struttura su cui si basa la legge può funzionare. Ha invece riguardato il pessimo lavoro dell’implementazione dei dati il punto in cui si è prodotto un indicibile pasticcio, che ha riflessi molto negativi su Obama. Ma il futuro prossimo della riforma non dipende in sé dalla politica, bensì dal fatto che gli aspetti informatici possano essere risolti bene in tempi abbastanza rapidi, un tema sul quale non ho alcuna competenza.
Naturalmente, questo non ha fermato altre persone dal commentare senza sosta ogni mossa ed ogni spostamento nei sondaggi, ogni votazione priva di senso alla Camera, e così via. Sapete, così va la vita.
Ma a questo punto c’è abbastanza informazione in arrivo per fare congetture con apparente cognizione di causa – e mi pare che questa faccenda sia destinata a barcollare per tutta la fase finale. Le iscrizioni gestite dagli Stati per la maggior parte stanno andando abbastanza bene; l’espansione di Medicaid sta andando molto bene ( e si sta espandendo persino negli Stati che avevano respinto tale provvedimento, perché molta gente sta scoprendo di averne diritto). Ed il sito governativo se è abbastanza malmesso, sembra che finirà col funzionare abbastanza in poche settimane consentendo ad un gran numero di persone di iscriversi, sia attraverso le ‘borse’ o direttamente con gli assicuratori.
Se tutto procede bene, al momento in cui finiranno le iscrizioni in marzo milioni di americani in precedenza non assicurati di fatto avranno ricevuto la copertura prevista dalla legge, e la riforma diventerà irreversibile. Obama personalmente non potrà recuperare la sua reputazione; le speranze dei democratici di fare man bassa nelle elezioni del 1914 sono probabilmente perdute, sebbene non si possa mai dire. Ma tutti quelli che si affidano ad una collasso della riforma della assistenza sanitaria di Obama probabilmente stanno facendo una pessima scommessa.
[1] Le “borse” sono dei nuovi istituti della riforma sanitaria americana, fondamentalmente finalizzati a favorire l’incontro tra la domanda dei nuovi acquirenti i trattamenti assicurativi e le assicurazioni stesse, in competizione l’una con l’altra, Esse dunque sono servite, in una prima fase, a rendere note le condizioni di ogni assicurazione e successivamente a favorire le procedure, anche on line, di acquisto della copertura assicurativa e l’ottenimento dei sussidi pubblici. Esiste una “borsa” unica federale – che è quella nella quale è andato subito in tilt il sistema informativo – ed esistono altresì, dove si sono scelte, “borse” al livello dei singoli Stati. Queste ultime in genere hanno funzionato bene, consentendo di sperimentare i primi passi della riforma.
novembre 19, 2013
November 19, 2013, 4:07 pm
Since I gave Larry Summers’s endorsement of secular stagnation theory a plug, I’ve been getting a lot of commentary in various forms. Some of it is the usual Keynes-hatred and/or incomprehension, and not worth going into. But there are also some questions/complaints that call for some serious further exegesis.
First, about monetary policy. Ryan Avent says that the evident implication of the whole analysis is that we need persistent inflation of something like 4 percent, which he calls “The solution that cannot be named”. Actually, I’ve named it repeatedly; so have many others. But it’s true that it’s still outside what central bankers are allowed to say.
The question here for economists is tactical: how hard do you bang on the inflation target right now? My belief — which could be wrong — is that a higher inflation target will not get into the Overton Window until the general idea of secular stagnation gets widely accepted. As long as current conditions are perceived as temporary and abnormal, the urge to normalize around traditional inflation rates will be hard to beat. Remember, I started calling for 4 percent in Japan in 1998; and even now, with Abenomics, they’re only going for 2.
Second, about fiscal policy: I’ve had several people apparently believing that what I’ve said about stagnation is somehow an about-face from previous writings: “You said that we’re suffering from a financial crisis, and that austerity was killing us — but now you say that it’s some long-term problem and we’re doomed to permanent depression!”
As Charlie Brown would say, Aaugh!
The reason austerity is so destructive is that we’re up against the zero lower bound, so that reductions in demand can’t be offset with interest rate cuts. And why are we up against the zero lower bound? The proximate cause is the financial crisis and the overhang of debt left behind by the bubble, but the reason we’re so vulnerable to getting into this position — the reason we tend to be in a liquidity trap whenever we don’t have a bubble inflating — is, or at least that’s what we’re arguing, the generally low natural real interest rate, aka secular stagnation.
The point is that the case against austerity is as strong as it ever was.
And maybe even stronger, once you think about debt dynamics.
Right now the real interest rate on US government borrowing is about 0.5 percent on 10-year securities, negative 0.4 percent on 5-year. Meanwhile, even pessimistic estimates of US potential growth put it in the 1.5-2 percent range. So r is less than g — the real interest rate on debt is less than the normal growth rate.
This in turn means that the usual worry about a rising debt level — that it will require that we eventually run big non-interest surpluses to pay down the debt — is all wrong. As long as we run a primary (non-interest) balance, or in fact not too large a deficit, the debt/GDP ratio will tend to erode over time. What’s more, an increase in the primary deficit won’t cause a runaway debt spiral, it will lead to a gradual rise in debt to a higher level, but it will stabilize there.
Suppose, for example, that r is 0.5 and g is 1.5 — not too unrealistic. Suppose that you start with debt at 50 percent of GDP, and then begin running primary deficits of 1 percent of GDP. What will happen? Debt will rise to 100 percent of GDP, and stay there, even if nothing is done to address the deficit.
I don’t want to push this too hard, but I just want to make it clear that if we really believe in low or even negative normal real interest rates, conventional views of fiscal prudence make even less sense than people like me have been saying.
So fear not: I’m still bitterly against austerity, and even less impressed by the fiscal scolds than before. Secular stagnation just adds to the reasons to believe that we’re doing things very, very wrong.
Implicazioni della stagnazione secolare sulla politica monetaria e della finanza pubblica
Dal momento che ho dato un contributo di pubblicità alla adesione di Larry Summers alla teoria della stagnazione secolare, sto ricevendo in varie forme una quantità di commenti. Alcune del solito genere dell’odio e/o della incomprensione su Keynes, e non merita approfondirli. Ma ci sono altre domande o lamentele che impongono una qualche ulteriore esegesi.
In primo luogo, a proposito della politica monetaria. Ryan Avent dice che la evidente implicazione di tutta quella analisi è che abbiamo bisogno di una inflazione costante attorno al 4 per cento, che egli chiama “La soluzione che non si può nominare”. Per la verità, io l’ho chiamata per nome molte volte, e così molti altri. Ma è vero che è qualcosa su cui non è consentito ai banchieri centrali di parlare.
In questo caso la domanda per gli economisti riguarda la tattica: in questo momento con quanta energia si batte sul tema dell’obbiettivo di inflazione? Il mio convincimento – che potrebbe essere sbagliato – è che un più alto obbiettivo di inflazione non finirà dentro la “finestra di Overton” [1] finché l’idea generale della stagnazione secolare non viene generalmente accolta. Finché le attuali condizioni sono percepite come provvisorie ed anormali, sarà difficile insistere sulla spinta a collocarsi su tassi di inflazione tradizionali. Si ricordi: io cominciai a chiedere un 4 per cento nel Giappone del 1998, e persino adesso, con la politica economica di Abe, stanno provandoci con un 2 per cento.
In secondo luogo: ci sono varie persone che apparentemente credono che quello che ho detto sulla stagnazione sia in qualche modo un dietrofront rispetto a miei scritti precedenti: “Hai detto che stavamo soffrendo di una crisi finanziaria e che l’austerità ci stava ammazzando – ma ora dici che si tratta in qualche modo di un problema di lungo periodo e che siamo condannati ad una depressione permanente!”
Come direbbe Charlie Brown, “Aaugh” [2]!
La ragione per la quale l’austerità è così distruttiva è che siamo a fronte del limite inferiore di zero (nei tassi di interesse), e che le riduzioni nella domanda non possono essere bilanciate con tagli ai tassi di interesse. E perché siamo a fronte del limite inferiore di zero? La causa più vicina è la crisi finanziaria e l’eccesso di debito che sono state lasciate dalla bolla, ma la ragione per la quale siamo suscettibili di finire in quella situazione – la ragione per la quale tendiamo a finire in una trappola di liquidità ogni qualvolta non abbiamo una bolla che monta – è, o almeno questo è quanto sosteniamo, il tasso di interesse reale naturale generalmente basso, ovvero la stagnazione secolare.
Il punto è che l’argomento contro l’austerità è più forte che mai.
E forse persino più forte, una volta che voi pensate alle dinamiche del debito.
In questo momento il tasso di interesse reale sul debito del governo degli Stati Uniti è circa lo 0,5 per cento sui titoli decennali, dello 0,4 per cento negativo su quelli quinquennali. Nel frattempo, anche le stime pessimistiche della crescita potenziale degli Stati Uniti la collocano in un range del 1,5 – 2 per cento. Dunque r è minore di g – il tasso di interesse reale è minore del normale tasso di crescita.
Questo a sua volta significa che la normale preoccupazione sul livello crescente del debito – per la quale si richiederà che alla fine si realizzino grandi avanzi al netto degli interessi per abbattere il debito – è tutta sbagliata. Finché avremo un equilibrio finanziario primario (al netto degli interessi), o di fatto un deficit non troppo ampio, il rapporto debito/PIL tenderà nel tempo ad erodersi. C’è di più, un incremento nel deficit primario non provocherà una spirale del debito senza controllo, porterà ad una graduale crescita del debito ad un livello più alto, ma si stabilizzerà a quel punto.
Si supponga, ad esempio, che r (il tasso di interesse) sia a 0,5 e g (il tasso di crescita) sia ad 1,5 – il che non è affatto irrealistico. Si supponga che partiate da un debito al 50 per cento del PIL, e che in seguito cominciate a realizzare deficit primari dell’1 per cento del PIL. Che cosa accadrà? Il debito crescerà sino al 100 per cento del PIL e poi si fermerà, anche se non si è fatto niente per aggredire il deficit.
Non intendo affermare questo concetto con troppa forza, ma solo chiarire che se effettivamente si crede in tassi di interesse reali bassi o persino negativi, i punti di vista convenzionali sulla prudenza nella finanza pubblica hanno persino meno senso di quello che persone come me sono venute dicendo.
Dunque, non abbiate timore: io sono ancora con più asprezza contro l’austerità, ed anche meno impressionato di prima dalle Cassandre del deficit. La stagnazione secolare semplicemente aggiunge ragioni per credere che stiamo facendo proprio le cose sbagliate.
[1] Joseph P. Overton è stato un politologo americano (1960-2003). La sua tesi era che esistono un complesso di idee che hanno una probabilità di essere accolte dalla opinione pubblica, ed esse stanno in un range non grande, appunto una “finestra stretta”. In ogni momento esiste un range di opinioni accettabili, non troppo estreme, da parte della opinione pubblica e l’uomo politico dovrebbe muoversi entro lo spazio di quella “finestra”.
[2] Espressione che Charlie Brown adopera in occasioni di questo tipo:
novembre 19, 2013
November 19, 2013, 9:31 am
Or at least it seems to be a new rule — namely, pick whatever price index makes the point you want, even if it’s not at all the price index you would normally use.
Via EconoSpeak, John Taylor says that the U.S. economy was too experiencing a substantial acceleration of inflation during the years when he says monetary policy was too loose:
Inflation was not steady or falling during the easy money period from 2003-2005. It was rising. During the years from 2003 to 2005, when Fed’s interest rate was too low, the inflation rate for the GDP price index doubled from 1.7% to 3.4% per year. On top of that there was an extraordinary inflation and boom in the housing market as demand for homes skyrocketed and home price inflation took off, exacerbated by the low interest rate and regulatory policy.
Um, the inflation rate for the “GDP price index”? That’s the GDP deflator, which the Fed very carefully does not use as a policy indicator. Why? Because it contains things like grain and oil prices, which fluctuate a lot, so that it’s an unstable measure that is highly unreliable as an indicator of underlying inflation. The Fed prefers the consumption deflator excluding food and energy. Here’s how the two compare since 2000:
Do you really think that the blue line, which has fluctuated wildly, should have been used to guide monetary policy? Was Taylor calling for gigantic monetary expansion in 2009, when the GDP deflator almost went negative? And using the Fed’s preferred measure, inflation was indeed quiescent during the “Bush boom.”
Oh, and if you’re going to use home prices — not rents — as a measure of inflation, you should know that it looks like this:
Again, wildly erratic (even more so) — and, by the way, negative when Taylor signed the debasement and inflation letter.
Actually, there’s a broader point. Taylor’s argument is that monetary policy was too loose during the boom; it’s also that monetary policy has been too loose during the slump. So it has basically always been too loose, for a decade or more. Yet inflation is lower now than it was in 2000. How is that possible?
Un’altra regola di Taylor
O almeno sembra essere una nuova regola – precisamente, scegliete qualsiasi indice dei prezzi che sia favorevole al vostro punto di vista, anche se non è quello che normalmente usereste.
Attraverso Econospeak John Taylor dice che l’economia statunitense aveva sin troppo fatto esperienza di una accelerazione dell’inflazione durante gli anni nei quali egli diceva che la politica monetaria era troppo accomodante:
“L’inflazione non fu stabile o in caduta durante il periodo della moneta facile dal 2003 al 2005. Era in crescita. Durante gli anni dal 2003 al 2005, quando il tasso di interesse della Fed era troppo basso, il tasso di inflazione secondo l’indice dei prezzi del PIL raddoppiò dall’1,7% al 3,4% all’anno. Agli inizi di quel periodo ci fu una straordinaria inflazione ed un boom nel mercato immobiliare quando la domanda di alloggi schizzò alle stelle e decollò l’inflazione dei prezzi delle abitazioni, esacerbata dai bassi tassi di interesse e dalla politica di regolamentazione.”
Ma guarda, il tasso di inflazione “secondo l’indice dei prezzi del PIL”? Vale a dire il deflatore del PIL, che la Fed scrupolosamente non utilizza come indicatore per le proprie scelte. Perché? Perché contiene cose come i prezzi del grano e del petrolio che sono molto fluttuanti, cosicché è una misura instabile altamente inaffidabile come indicatore dell’inflazione sottostante. La Fed preferisce il deflatore ai consumi con l’esclusione di alimenti ed energia. Ecco il confronto tra i due a partire dal 2000:
Pensate davvero che la linea blu, che ha fluttuato vistosamente, avrebbe dovuto essere usata per guidare la politica monetaria? Taylor stava parlando della gigantesca espansione monetaria del 2009, quando il deflatore del PIL diventò quasi negativo? Ed utilizzando la misura prescelta dalla Fed, l’inflazione fu in effetti quiescente durante gli anni del ‘boom’ di Bush.
Inoltre, se avete intenzione di usare i prezzi delle case – non degli affitti – come una misura di inflazione, dovreste sapere che il risultato è questo:
Ancora, enormemente erratico (anche di più, in questo caso) – e, per inciso, negativo nel momento in cui Taylor firmò la lettera sulla svalutazione e sull’inflazione [1].
Per la verità, c’è un aspetto più generale. L’argomento di Taylor è che la politica monetaria fu troppo accomodante durante l’espansione ed anche che la politica monetaria sia stata troppo accomodante durante la crisi. Dunque, fondamentalmente è stata sempre facile, per un decennio e più. Tuttavia l’inflazione è più bassa oggi che nel 2000. Come è possibile?
[1] E’ la lettera aperta della quale si parla nel post del 17 novembre “Cosa fare quando si ha torto”, della quale Tayor fu un firmatario autorevole.
novembre 19, 2013
November 19, 2013, 8:48 am
The Washington Post editorial board wants to cut Medicare and Social Security. That has been its consistent position as long as I can remember. And what it advocates, always, are cuts in benefits, not costs — that is, while it may give lip service to efforts to control health-care costs (which seem to be going surprisingly well, in one of the untold success stories of Obamacare), what it has pushed repeatedly are things like a rise in the Medicare age. These are the kind of moves that are considered serious inside the Beltway. And as you might imagine, the Post has gone wild over recent suggestions that Social Security should be expanded, not cut.
But perceived seriousness is not the same as actual seriousness, which depends on the facts. We now know that raising the Medicare age is a truly terrible idea, which would create a lot of hardship while making next to no dent in the budget deficit. And the central premise of the latest editorial — that the elderly are doing fine — just isn’t true.
The Post writes:
The bill’s authors warn of a looming “retirement crisis” because of low savings rates and disappearing private-sector pensions. In fact, the poverty rate among the elderly is 9.1 percent, lower than the national rate of 15 percent — and much lower than the 21.8 percent rate among children.
This suggests that Social Security is doing a good job of fighting poverty as is and that those gains could be preserved in any attempt to trim the program.
Guys, you have to keep up here. It’s well-known that the official poverty measure is quite flawed, for a variety of reasons — and it’s especially flawed when it comes to the elderly, who — even with Medicare — tend to have a lot of medical expenses and in other ways aren’t as well off as the official numbers suggest. The Census Supplemental Poverty Measure puts senior poverty at 14.8 percent, only slightly lower than the rate for younger adults.
And some of today’s seniors are still benefiting from traditional defined-benefit retirement plans. In the future, income other than from Social Security will depend almost entirely on defined-contribution plans — basically 401(k)s. And 401(k)s are basically an experiment that failed, except for the already affluent.
Maybe you don’t believe that the failure of defined-contribution plans is a reason to expand the one major defined-benefit plan we have, aka Social Security. But don’t make that argument by claiming that all is well with America’s seniors. The geezers are not alright.
Ai vecchi non va benissimo
Il Consiglio di redazione del Washington Post vuole tagliare Medicare e la Previdenza Sociale [1]. Questa è stata la sua continua posizione da quanto io ricordi. E quello che da sempre sostiene sono i tagli ai sussidi, non ai costi – vale a dire, se può dare una adesione di facciata agli sforzi di controllare i costi della assistenza sanitaria (che sembra stiano andando particolarmente bene, secondo una delle storie di successo delle quali non si parla della riforma di Obama), ciò per cui ha ripetutamente fatto pressioni sono cose come l’elevamento dell’età di ingresso in Medicare. Queste sono il genere di cose che sono considerate serie nella Capitale. E come vi potete immaginare, il Post è andato su tutte le furie a proposito delle recenti indicazioni secondo le quali la Previdenza sociale dovrebbe essere estesa, non tagliata.
Ma la serietà immaginaria non è la stessa cosa della serietà effettiva, la quale dipende dai fatti. Noi adesso sappiamo che elevare l’età di ingresso a Medicare sarebbe davvero stata un’idea terribile, che avrebbe creato un mucchio di difficoltà nel mentre non avrebbe nemmeno scalfito il deficit di bilancio. E la premessa centrale dell’ultimo editoriale – che gli anziani se la stanno passando bene – è proprio falsa.
Scrive il Post:
“Gli autori della proposta di legge mettono in guardia su una incombente “crisi pensionistica” a causa dei bassi tassi di risparmio e delle pensioni del settore privato che stanno scomparendo. Di fatto, il tasso di povertà tra gli anziani è il 9,1 per cento, più basso di quello dell’intera nazione che è del 15 per cento – e molto più basso del tasso del 21,8 per cento tra i bambini.
Questo indica che la Previdenza Sociale sta facendo un buon lavoro nel combattere la povertà per quello che è e che quei guadagni dovrebbero essere preservati in un qualche tentativo di dare un taglio al programma.”
Signori, in questo caso dovreste aggiornarvi. E’ assai noto che la misura ufficiale della povertà è abbastanza difettosa, per una varietà di ragioni – ed è specialmente difettosa quando si passa agli anziani, che – persino con Medicare – tendono ad avere una quantità di spese mediche, ed in vari altri sensi non sono così benestanti come indicano i dati ufficiali. La Stima supplementare della povertà del Censimento colloca la povertà degli anziani al 14,8 per cento, solo di poco più bassa della percentuale degli adulti più giovani.
Ed alcuni degli anziani odierni stanno ancora beneficiando dei tradizionali programmi pensionistici a “trattamento definito” [2]. Nel futuro, il reddito oltre che dalla Previdenza Sociale dipenderà quasi interamente da programmi a “contribuzione definita” – noti nella contabilità statale come “401 (k)s”. Ed i 401 (k)s sono un esperimento che è fallito, ad eccezione di coloro che sono già benestanti.
Si può non credere che il fallimento dei programmi a contribuzione-definita sia una ragione per estendere l’unico importante programma a trattamento-definito che abbiamo, vale a dire la Previdenza Sociale. Ma non si avanzi quell’argomento per sostenere che tutto sta andando bene agli americani anziani. Ai vecchi non va benissimo.
[1] Per “Social Security”, la sua storia e la ragione per cui traduciamo con ‘previdenza’, si vedano le note sulla traduzione.
[2] Un “programma pensionistico a trattamento definito” è quello nel quale il trattamento pensionistico viene stabilito sulla base di una formula nota in anticipo, e non sulla base del rendimento dei suoi accantonamenti. Quello più frequente, si basa su una formula derivante dall’ultimo periodo degli stipendi percepiti. Diversamente dai “defined-benefit retirement plans”, i “defined-contribution retirement plans” sono invece i programmi nei quali sono definiti e noti in anticipo i ‘contributi’ , ma non i trattamenti finali; questi ultimi programmi saranno generalizzati in un futuro prossimo.