November 18, 2013, 12:36 pm
This seems to be wonk Monday. But anyway, one commenter raised what may have been a complaint about my tendency to do New Keynesian models that say they have infinite horizons, but whose analysis always seems to boil down to just two periods, “now” and “forever after”.
Just in case you’re wondering, that’s not because I can’t do fancier dynamics. At the beginning of my Mundell-Fleming lecture, Olivier Blanchard fondly reminisced about how the two of us, back in grad school, figured out how to do anticipated shocks in saddle-path diagrams; I think we may have been the first, and we were certainly inventing the technique for what was for us the first time.
But when you’re using models to think through the fundamental logic of something, you always want the simplest model possible, with as few moving parts as you can manage,so that the essence of the story comes through. On intertemporal dynamics, that simplest possible model is often one in which everything is in a steady state from period 2 onward, so that all the action takes place in period 1. And in that case all the intertemporal optimization boils down to first-order conditions relating period-1 values to the steady-state values prevailing from period 2 onwards.
If this strikes you as too easy, and you think that real economics should involve harder math, well, I feel sorry for you — you just don’t get what it’s all about. (You’re what Rudi Dornbusch used to call a “fearful plumber”). And by the way, coming up with a really simple formulation of what seems at first like a very hard problem can take a lot of work. It sure did in the case of the MF lecture, where I actually did start with a really ugly saddle-path thingie until I realized that formulating the sudden stop the right way would make all of that go away.
Simple doesn’t mean stupid. Thinking that it does, does.
Il potere dei due [1](per extraesperti)
Questo sembra un lunedì di intelligentoni. Ma in ogni modo, un commentatore ha avanzato quella che parrebbe una lamentela sulla mia tendenza a procedere con modelli neokeynesiani che dicono di avere infiniti orizzonti, ma la cui analisi sembra sempre ridursi a due periodi, l’“ora” ed il “per sempre”.
Proprio nel caso ve lo stiate chiedendo, non è che io non possa realizzare dinamiche più fantasiose. All’inizio della mia relazione in onore di Mundell-Fleming [2], Olivier Blanchard [3] affettuosamente si è ricordato di come noi due, ai tempi degli studi universitari, ci immaginavamo come prevedere gli shocks in diagrammi a forma di sella [4]; penso che fossimo i primi, e stavamo certamente inventando la tecnica per quella che era per noi la prima volta.
Ma quando state utilizzando modelli per riflettere bene sulla logica fondamentale di qualcosa, dovete sempre usare il più semplice modello possibile, con parti in movimento ridotte al minimo di modo che possiate agevolmente gestirle, così da fare emergere la sostanza della storia. A proposito delle dinamiche intertemporali, il modello più semplice possibile è di solito quello nel quale ogni cosa sia in uno stato stazionario dal secondo periodo in avanti, in modo tale che tutta la azione si svolga nel primo periodo. E in quel caso tutta la ottimizzazione intertemporale si riduce alle condizioni principali relative ai valori del primo periodo nei confronti dei valori di stato stazionario prevalenti dal secondo periodo in avanti.
Se questo vi colpisce per la sua semplicità, e pensate che l’economia reale dovrebbe riguardare una matematica più complessa, sono dispiaciuto per voi – semplicemente non capite di cosa si tratta (voi siete come quelli che Dornbusch era solito chiamare gli “idraulici timorosi”). E, per inciso, venirsene fuori con una formulazione davvero semplice di quello che a prima vista sembra un problema molto arduo, può richiedere una grande quantità di lavoro. E’ stato sicuramente il caso della mia conferenza alla Mundell-Fleming, dove per la verità ero partito da un dispositivo davvero sgradevole “a forma di sella”, sinché non ho compreso che formulare il “blocco improvviso” [5] nel giusto modo avrebbe reso superfluo il tutto.
Semplice non significa stupido. Pensarlo, invece, lo significa.
[1] Non capisco bene a che cosa si riferisce il “due” che, nel titolo, ha potere. Probabilmente si riferisce alla forza di un modello semplificato in soli due passaggi temporali ….
[2] Se ho ben capito, la conferenza di studi era dedicata ai due economisti. Robert Mundell, nato nel 1934, è un economista canadese che vinse il Nobel nel 1999 «per la sua analisi della politica fiscale e monetaria in presenza di diversi regimi di cambio e per la sua analisi delle aree valutarie ottimali». Marcus Fleming era un economista scozzese, che per anni fu direttore del Dipartimento di ricerche del FMI. Praticamente nello stesso periodo nel quale Mundell presentava i suoi principali lavori, lo stesso faceva Fleming, cosicché i loro risultati vennero in seguito presentati come il “modello Mundell-Fleming”, anche se il contributo del primo fu considerato quello principale.
[3] Il Direttore del FMI che ha ‘ospitato’ Krugman alla recente conferenza di ricerca del Fondo. Economista di orientamento keynesiano e figura piuttosto importante, se si considera che verosimilmente gli orientamenti e lo stile nuovo che il Fondo ha espresso negli ultimi mesi (dalle ammissioni sugli errori sul valore del ‘moltiplicatore’, alle ammissioni sugli errori nella conduzione della vicenda greca da parte della ‘troika’, allo stesso invito a Krugman al recente convegno per la ‘lecture’ principale) dipendono soprattutto dal suo ruolo.
[5] Per “blocco improvviso” si intende una situazione nella quale flussi elevati di capitali in un determinato paese, o gruppo di paesi, si interrompono improvvisamente, facendo passare quei paesi da una situazione di forte deficit nel conto corrente ad una situazione di improvviso surplus. L’espressione venne coniata dall’economista Guillermo Calvo a proposito della crisi dei paesi asiatici sulla fine degli anni ’90, ed era un tema della recente conferenza di Krugman al FMI.
novembre 18, 2013
November 18, 2013, 9:49 am
It’s been a bit funny on the academic front being a Keynesian during a Keynesian crisis. Much of the academic profession decided more than 30 years ago that the whole thing was nonsense and what we needed was an equilibrium model of the business cycle. By the time the utter failure of the equilibrium project became apparent, you had a whole generation of economists who knew that Keynesianism of any form was nonsense based on what they had heard somewhere, so they didn’t read any of the stuff, old or new — and were flabbergasted to learn that there was in fact an extensive New Keynesian literature that provided a justification for fiscal policy at the zero lower bound.
So some props to John Cochrane for at least trying to catch up. Unfortunately, he’s still working from the baseline assumption that people like me (and Mike Woodford, whom he really should be reading) must be kind of stupid, and so he can’t be bothered to actually figure out how the models work. At least I think that’s what’s happening.
As Robert Waldmann says, Cochrane’s latest seems to be driven by a confusion between the effect of fiscal expansion on GDP — which is positive in just about any NK model — and the effect on consumption, which isn’t at all the same thing. I won’t try to figure out the roots of this failure of reading comprehension; let me instead try to explain what’s really going on.
In the simplest NK models of fiscal policy, we think of an economy that faces an adverse shock in the current period, but will return to a steady state thereafter. (Maybe not in reality, but that’s another topic.) Given this setup, consumption in the current period is tied down by an Euler condition:
Marginal utility of consumption in period 1 / Marginal utility in period 2 = (1+r)/(1+d)
where r is the real interest rate and d the rate of time preference. If we’re up against the zero lower bound and prices are sticky, this means that r doesn’t change, so we can take first-period consumption as fixed.
But now suppose that the government expands its purchases of goods and services. Consumption is fixed, so there is no crowding out; the increase in G leads to a one-for-one expansion in real GDP. The multiplier is 1.
That looks a lot like old Keynesianism to me — an increase in government spending leads to a rise in output. Inflation has nothing to do with it.
Now, is there a way to get a rise in consumption, and a multiplier bigger than 1? Yes. That Euler condition is based on the assumption that people have perfect access to capital markets, so that they can borrow and lend at the same rate. If some of them are instead liquidity-constrained, the increase in income from the rise in G will lead to some increase in C as well, and we have a story that is even closer to the old Keynesian version.
This isn’t hard — at least it shouldn’t be for anyone with a graduate training in economics. Just try actually reading what New Keynesians write.
La tesi neokeynesiana per la politica della finanza pubblica (per esperti)
E’ stato un po’ buffo essere keynesiani durante la crisi keynesiana, nell’ambiente accademico. Più di trenta anni orsono, gran parte della disciplina negli ambienti universitari aveva deciso che l’intera faccenda fosse priva di senso e che quello di cui avevamo bisogno fosse un modello dell’equilibrio del ciclo economico. A quel tempo il completo fallimento di un progetto di equilibrio sembrava chiaro, avevamo avuto una intera generazione di economisti che sapevano che il keynesismo in qualsiasi forma era privo di senso, basandosi su ciò che avevano sentito dire da qualche parte, cosicché di quella roba non leggevano niente, che fosse vecchio o nuovo – e si restava stupefatti ad apprendere che c’era una vasta letteratura neokeynesiana che forniva una giustificazione per la politica della finanza pubblica nelle condizioni del limite inferiore dello zero.
Dunque va dato qualche riconoscimento a John Cochrane almeno per aver tentato di aggiornarsi. Sfortunatamente, egli sta ancora lavorando sulla base dell’assunto che persone come me (e come Mike Woodford, che egli dovrebbe proprio star leggendo) devono essere un po’ stupide, e dunque non può davvero preoccuparsi di immaginare come i modelli funzionino. Almeno penso che sia quello che sta accadendo.
Come dice Robert Waldmann, la posizione più recente di Cochrane sembra provocata da una confusione tra l’effetto di una espansione della finanza pubblica sul PIL – che è positivo proprio per tutti i modelli neokeynesiani – e l’effetto sui consumi, che non è affatto la stessa cosa. Non mi sforzerò di comprendere le radici di questa incapacità di comprensione di ciò che si legge; consentitemi piuttosto di spiegare come le cose in realtà procedono.
Nei più semplici modelli neokeynesiani di politica della finanza pubblica, si pensa ad una economia che fa fronte ad uno shock negativo nel momento attuale, ma che tornerà successivamente in una condizione regolare (in realtà, può darsi che non avvenga [1], ma questa è un’altra faccenda). Data questa configurazione, il consumo nel periodo corrente è tenuto assieme da una condizione di Eulero:
Utilità marginale del consumo nel periodo 1/ utilità marginale nel periodo 2 = (1+r)/1+d)
Dove r è il tasso di interesse reale e d il tasso di preferenza nel tempo [2]. Se si è a fronte del limite inferiore dello zero e i prezzi sono rigidi, questo significa che r non cambia, cosicché possiamo assumere il consumo del primo periodo come fisso.
Ma ora supponiamo che il governo espanda i suoi acquisti di beni e servizi. Il consumo è fisso, dunque non c’è alcun fenomeno di ‘spiazzamento’ [3]; l’incremento di G [4]porta ad una espansione del PIL di uno ad uno. Ovvero, il moltiplicatore è 1.
Questo secondo me assomiglia molto al vecchio keynesismo – un aumento nella spesa pubblica provoca una crescita nel prodotto. L’inflazione non ha alcun ruolo.
Ora, esiste un modo per ottenere una crescita nel consumo, ed un moltiplicatore più grande di 1? Si. La condizione di Eulero è basata sull’assunto che le persone hanno un accesso perfetto ai mercati di capitali, cosicché essi possono prendere debito e concedere crediti allo stesso tasso. Se alcuni di loro sono invece limitati dalla liquidità, l’incremento del reddito derivante dalla crescita di G porterà anche ad un qualche incremento di C [5], ed abbiamo così una storia che è anche più vicina alla vecchia versione keynesiana.
Questo non è difficile – almeno non dovrebbe esserlo per chiunque abbia una qualche esercitazione in economia di livello universitario. Basta solo provare a leggere quello che i neokeynesiani scrivono.
[1] La connessione è con il recente post di Krugman stesso relativo all’intervento di Summers al FMI.
[2] In economia il tasso di preferenza nel tempo (anche “discounting”) è la valutazione di un bene in una data iniziale comparata con la stessa valutazione in una data successiva.
[3] Ovvero, non c’è alcun effetto per il quale la crescita della spesa pubblica vada a detrimento del consumo e dell’investimento privato.
[4] “G” significa “spesa pubblica” (“government spending”).
[5] “C” sta per “consumo” (“consumption”).
novembre 17, 2013
November 17, 2013, 1:08 pm
Barry Ritholtz reminds us that we’ve just passed the third anniversary of the debasement-and-inflation letter — the one in which a who’s who of right-wing econopundits warned that quantitative easing would have dire consequences. As Ritholtz notes, they were utterly wrong. Also, rereading the letter now, you have to wonder what kind of economic model they had in mind. They asserted that
The planned asset purchases risk currency debasement and inflation, and we do not think they will achieve the Fed’s objective of promoting employment.
So they’d be inflationary without being expansionary? How was that supposed to work? There were a few actual economists in the group; do they subscribe to the doctrine of immaculate inflation?
Ritholtz takes the wrongness as a reason not to listen to these people, and it’s certainly a warning sign. My view, however, is that you don’t just want to look at whether people have been wrong; you want to ask how they respond when events don’t go the way they predicted.
After all, if you write about current affairs and you’re never wrong, you just aren’t sticking your neck out enough. Stuff happens, and sometimes it’s not the stuff you thought would happen.
So what do you do then? Do you claim that you never said what you said? Do you lash out at your critics and play victim? Or do you try to figure out what you got wrong and why, and revise your thinking accordingly?
I’ve been wrong many times over the years, usually on minor things but sometimes on big ones. Before 1998 I didn’t think the liquidity trap was a serious concern; the example of Japan suggested that I was wrong, and I eventually concluded that it was a big concern indeed. In 2003 I thought the US was potentially vulnerable to an Asian-crisis-style loss of confidence; when it didn’t happen I rethought my models, realized that foreign-currency debt was crucial, and changed my view.
The case of the euro is a bit different: I was very pessimistic about the strategy of austerity and internal devaluation, which I thought would have a terrible cost — and I was completely right about that. I also guessed that this cost would prove politically unsustainable, leading to a crisis for the euro itself; so far, at least, I have been wrong. My economic model worked fine, my implicit political model didn’t; OK, so it goes.
Now, learning from your mistakes can cause trouble, especially on TV, where people use “In 1996 you said A, and now in 2013 you say B. Gotcha!” as a substitute for substantive discussion. But it’s what you’re supposed to do.
So, have any of the signatories to that 2010 letter admitted being wrong and explained why they were wrong? I mean *any* of them. Not as far as I know.
And at that point this becomes more than an intellectual issue. It becomes a test of character.
Cosa fare quando si ha torto
Barry Ritholtz ci ricorda che è appena trascorso il terzo anniversario di una lettera sulla svalutazione e sulla inflazione – quella nella quale i massimi esperti della destra mettevano in guardia sul fatto che la ‘facilitazione quantitativa’ [1] avrebbe avuto conseguenze terribili. Come nota Ritholtz, avevano completamente torto. Inoltre, rileggendo quella lettera oggi, ci si deve chiedere quale genere di modello economico essi avessero in mente. Essi sostenevano che:
“I previsti acquisti di attivi rischiano di provocare una svalutazione della valuta e l’inflazione, e non pensiamo che raggiungeranno l’obbiettivo della FED di promuovere l’occupazione”.
Dunque, essi sarebbero stati inflazionistici senza avere effetti espansivi? Come si pensava che funzionasse? C’era un certo numero di veri e propri economisti nel gruppo; sottoscrivevano la dottrina della ‘immacolata inflazione’ [2]?
Ritholtz considera lo sbaglio come una ragione per non dare ascolto a queste persone, ed esso è certamente un segno di ammonimento. La mia opinione, tuttavia, e che non si debba prestare attenzione al fatto che alcune persone abbiano avuto torto; ci si deve chiedere come hanno risposto una volta che i fatti non sono andati nella direzione che avevano previsto.
Dopo tutto, se scrivete di cose contemporanee e non avete mai torto, vuol dire proprio che non state rischiando niente. Le cose succedono, e qualche volta non sono le cose che avevate pensato succedessero.
Cosa fate dunque a quel punto? Sostenete che non avevate mai detto quello che avete detto? Ve la prendete con i vostri critici ed assumete il ruolo delle vittime? Oppure provate a comprendere in cosa avete avuto torto e perché, e conseguentemente modificate il vostro modo di pensare?
Nel corso degli anni io ho avuto torto molte volte, di solito su cose minori ma talvolta su cose importanti. Prima del 1998 io non pensavo che la trappola di liquidità fosse una preoccupazione seria; l’esempio del Giappone mi mostrò che avevo torto, ed alla fine conclusi che in effetti era una grande preoccupazione. Nel 2003 pensavo che gli Stati Uniti fossero potenzialmente vulnerabili ad una crisi di fiducia del genere della crisi asiatica [3]; quando non accadde ripensai i miei modelli, compresi che l’indebitamento in valute straniere era stato cruciale e cambiai il mio punto di vista.
Il caso dell’euro è un po’ diverso: io ero molto pessimista sulla strategia dell’austerità e della svalutazione interna, che pensavo avrebbe avuto un costo terribile – a quel proposito avevo completamente ragione. Mi immaginavo anche che quel costo sarebbe stato politicamente insostenibile, portando ad una crisi dello stesso euro; almeno sinora ho avuto torto. Il mio modello economico ha funzionato egregiamente, non così il mio implicito modello politico; va bene, le cose vanno in tal modo.
Ora, imparare dai propri errori può provocare problemi, specialmente alla televisione, dove la gente utilizza ragionamenti come “Nel 1996 dicevi A, ora nel 2013 dici B. T’ho preso in castagna!”, al posto di discussioni di sostanza. Eppure è quello che si suppone che facciate.
Dunque, qualcuno dei firmatari della lettera del 2010 ha mai ammesso di aver sbagliato ed ha mai spiegato perché ha avuto torto? Voglio dire solo qualcuno di loro? No, per quanto ne so.
E a questo punto è più che una questione intellettuale. Diventa una prova del carattere.
[1] Ovvero, la politica monetaria della Fed consistente nell’acquisto di obbligazioni a breve ed a lungo termine, e dunque in una espansione della base monetaria. Vedi le note sulla traduzione.
[2] Espressione leggermente blasfema, per la quale immaginare una inflazione senza espansione è un po’ la stessa cosa che immaginare una concezione senza il consueto atto del concepire.
[3] La crisi di vari paesi asiatici sulla fine degli anni ’90 che in Tailandia ebbe gli effetti più gravi.
novembre 16, 2013
November 16, 2013, 3:47 pm
I’m pretty annoyed with Larry Summers right now. His presentation at the IMF Research Conference is, justifiably, getting a lot of attention. And here’s the thing: I’ve been thinking along the same lines, and have, I think, hinted at this analysis in various writings. But Larry’s formulation is much clearer and more forceful, and altogether better, than anything I’ve done. Curse you, Red Baron Larry Summers!
OK, with professional jealousy out of the way, let me try to enlarge on Larry’s theme.
1. When prudence is folly
Larry’s formulation of our current economic situation is the same as my own. Although he doesn’t use the words “liquidity trap”, he works from the understanding that we are an economy in which monetary policy is de facto constrained by the zero lower bound (even if you think central banks could be doing more), and that this corresponds to a situation in which the “natural” rate of interest – the rate at which desired savings and desired investment would be equal at full employment – is negative.
And as he also notes, in this situation the normal rules of economic policy don’t apply. As I like to put it, virtue becomes vice and prudence becomes folly. Saving hurts the economy – it even hurts investment, thanks to the paradox of thrift. Fixating on debt and deficits deepens the depression. And so on down the line.
This is the kind of environment in which Keynes’s hypothetical policy of burying currency in coalmines and letting the private sector dig it up – or my version, which involves faking a threat from nonexistent space aliens – becomes a good thing; spending is good, and while productive spending is best, unproductive spending is still better than nothing.
Larry also indirectly states an important corollary: this isn’t just true of public spending. Private spending that is wholly or partially wasteful is also a good thing, unless it somehow stores up trouble for the future. That last bit is an important qualification. But suppose that U.S. corporations, which are currently sitting on a huge hoard of cash, were somehow to become convinced that it would be a great idea to fit out all their employees as cyborgs, with Google Glass and smart wristwatches everywhere. And suppose that three years later they realized that there wasn’t really much payoff to all that spending. Nonetheless, the resulting investment boom would have given us several years of much higher employment, with no real waste, since the resources employed would otherwise have been idle.
OK, this is still mostly standard, although a lot of people hate, just hate, this kind of logic – they want economics to be a morality play, and they don’t care how many people have to suffer in the process.
But now comes the radical part of Larry’s presentation: his suggestion that this may not be a temporary state of affairs.
2. An economy that needs bubbles?
We now know that the economic expansion of 2003-2007 was driven by a bubble. You can say the same about the latter part of the 90s expansion; and you can in fact say the same about the later years of the Reagan expansion, which was driven at that point by runaway thrift institutions and a large bubble in commercial real estate.
So you might be tempted to say that monetary policy has consistently been too loose. After all, haven’t low interest rates been encouraging repeated bubbles?
But as Larry emphasizes, there’s a big problem with the claim that monetary policy has been too loose: where’s the inflation? Where has the overheated economy been visible?
So how can you reconcile repeated bubbles with an economy showing no sign of inflationary pressures? Summers’s answer is that we may be an economy that needs bubbles just to achieve something near full employment – that in the absence of bubbles the economy has a negative natural rate of interest. And this hasn’t just been true since the 2008 financial crisis; it has arguably been true, although perhaps with increasing severity, since the 1980s.
One way to quantify this is, I think, to look at household debt. Here’s the ratio of household debt to GDP since the 50s:
Ratio of household debt to GDP
There was a sharp increase in the ratio after World War II, but from a low base, as families moved to the suburbs and all that. Then there were about 25 years of rough stability, from 1960 to around 1985. After that, however, household debt rose rapidly and inexorably, until the crisis struck.
So with all that household borrowing, you might have expected the period 1985-2007 to be one of strong inflationary pressure, high interest rates, or both. In fact, you see neither – this was the era of the Great Moderation, a time of low inflation and generally low interest rates. Without all that increase in household debt, interest rates would presumably have to have been considerably lower – maybe negative. In other words, you can argue that our economy has been trying to get into the liquidity trap for a number of years, and that it only avoided the trap for a while thanks to successive bubbles.
And if that’s how you see things, when looking forward you have to regard the liquidity trap not as an exceptional state of affairs but as the new normal.
3. Secular stagnation?
How did this happen? Larry explicitly invokes the notion of secular stagnation, associated in particular with Alvin Hansen (pdf). He doesn’t say why this might be happening to us now, but it’s not hard to think of possible reasons.
Back in the day, Hansen stressed demographic factors: he thought slowing population growth would mean low investment demand. Then came the baby boom. But this time around the slowdown is here, and looks real.
Think of it this way: during the period 1960-85, when the U.S. economy seemed able to achieve full employment without bubbles, our labor force grew an average 2.1 percent annually. In part this reflected the maturing of the baby boomers, in part the move of women into the labor force.
This growth made sustaining investment fairly easy: the business of providing Americans with new houses, new offices, and so on easily absorbed a fairly high fraction of GDP.
Now look forward. The Census projects that the population aged 18 to 64 will grow at an annual rate of only 0.2 percent between 2015 and 2025. Unless labor force participation not only stops declining but starts rising rapidly again, this means a slower-growth economy, and thanks to the accelerator effect, lower investment demand.
By the way, in a Samuelson consumption-loan model, the natural rate of interest equals the rate of population growth. Reality is a lot more complicated than that, but I don’t think it’s foolish to guess that the decline in population growth has reduced the natural real rate of interest by something like an equal amount (and to note that Japan’s shrinking working-age population is probably a major factor in its secular stagnation.)
There may be other factors – a Bob Gordonesque decline in innovation, etc.. The point is that it’s not hard to think of reasons why the liquidity trap could be a lot more persistent than anyone currently wants to admit.
4. Destructive virtue
If you take a secular stagnation view seriously, it has some radical implications – and Larry goes there.
Currently, even policymakers who are willing to concede that the liquidity trap makes nonsense of conventional notions of policy prudence are busy preparing for the time when normality returns. This means that they are preoccupied with the idea that they must act now to head off future crises. Yet this crisis isn’t over – and as Larry says, “Most of what would be done under the aegis of preventing a future crisis would be counterproductive.”
He goes on to say that the officially respectable policy agenda involves “doing less with monetary policy than was done before and doing less with fiscal policy than was done before,” even though the economy remains deeply depressed. And he says, a bit fuzzily but bravely all the same, that even improved financial regulation is not necessarily a good thing – that it may discourage irresponsible lending and borrowing at a time when more spending of any kind is good for the economy.
Amazing stuff – and if we really are looking at secular stagnation, he’s right.
Of course, the underlying problem in all of this is simply that real interest rates are too high. But, you say, they’re negative – zero nominal rates minus at least some expected inflation. To which the answer is, so? If the market wants a strongly negative real interest rate, we’ll have persistent problems until we find a way to deliver such a rate.
One way to get there would be to reconstruct our whole monetary system – say, eliminate paper money and pay negative interest rates on deposits. Another way would be to take advantage of the next boom – whether it’s a bubble or driven by expansionary fiscal policy – to push inflation substantially higher, and keep it there. Or maybe, possibly, we could go the Krugman 1998/Abe 2013 route of pushing up inflation through the sheer power of self-fulfilling expectations.
Any such suggestions are, of course, met with outrage. How dare anyone suggest that virtuous individuals, people who are prudent and save for the future, face expropriation? How can you suggest steadily eroding their savings either through inflation or through negative interest rates? It’s tyranny!
But in a liquidity trap saving may be a personal virtue, but it’s a social vice. And in an economy facing secular stagnation, this isn’t just a temporary state of affairs, it’s the norm. Assuring people that they can get a positive rate of return on safe assets means promising them something the market doesn’t want to deliver – it’s like farm price supports, except for rentiers.
Oh, and one last point. If we’re going to have persistently negative real interest rates along with at least somewhat positive overall economic growth, the panic over public debt looks even more foolish than people like me have been saying: servicing the debt in the sense of stabilizing the ratio of debt to GDP has no cost, in fact negative cost.
I could go on, but by now I hope you’ve gotten the point. What Larry did at the IMF wasn’t just give an interesting speech. He laid down what amounts to a very radical manifesto. And I very much fear that he may be right.
Stagnazione secolare, miniere di carbone, bolle e Larry Summers.
A questo punto sono piuttosto arrabbiato con Larry Summers. La sua presentazione alla Conferenza di ricerca del FMI sta ottenendo, comprensibilmente, molta attenzione. E la questione è questa: io stavo ragionando sugli stessi temi e mi ero riferito a questa analisi in vari scritti. Ma la formulazione di Larry è molto più chiara e molto più efficace, e nel complesso migliore, di tutto quello che ho scritto. Accidenti a te, Barone Rosso Larry Summers!
Va bene, mettendo da parte la gelosia professionale, consentitemi di dilungarmi sul tema di Larry.
La formulazione da parte di Larry della attuale situazione economica è la stessa del sottoscritto. Sebbene egli non usi le parole “trappola di liquidità”, ragiona partendo dalla comprensione che siamo in un’economia nella quale la politica monetaria è di fatto limitata dal limite inferiore di zero [1] (anche se pensate che le banche centrali potrebbero fare di più), e questo corrisponde ad una situazione nella quale il tasso “naturale” di interesse – il tasso al quale, in condizioni di piena occupazione, i risparmi attesi e gli investimenti attesi sarebbero eguali – è negativo.
E come anche lui osserva, in questa situazione le normali regole della politica economica non si applicano. Come sono solito dire, la virtù diventa vizio e la prudenza diventa follia. I risparmi danneggiano l’economia – danneggiano pure gli investimenti, grazie allo stesso paradosso del risparmio [2]. Intestardirsi sul debito e sui deficit approfondisce la depressione. E così a seguire.
E’ questo il genere di contesto nel quale la politica paradossalmente ipotizzata da Keynes del sotterrare soldi nelle miniere di carbone e consentire al settore privato di disseppellirli – oppure la mia versione, che si riferisce al simulare una minaccia dallo spazio di inesistenti alieni – diventano una buona cosa; la spesa pubblica è positiva, e se la spesa pubblica produttiva è la cosa migliore, quella improduttiva è comunque meglio di nulla.
Larry stabilisce anche indirettamente un corollario importante: questo non è solo vero per la spesa pubblica. Anche la spesa privata che sia totalmente o parzialmente uno spreco è una cosa positiva, senza che ciò in qualche modo comporti un fare provvista di guai per il futuro. Questa ultima aggiunta è una specificazione importante. Supponiamo proprio che la grandi imprese statunitensi, che attualmente sono sdraiate su vasti quantitativi di contante, in qualche modo arrivino a convincersi che sarebbe una grande idea armare i loro impiegati come cyborg [3], con Google Glass [4] e orologi intelligenti da polso dappertutto. E supponiamo che tre anni dopo comprendano che non c’è stato in realtà un gran risultato finale da tutta quella spesa. Nondimeno, l’investimento risultante ci avrebbe dato alcuni anni di occupazione molto più alta, senza alcuno spreco, dal momento che le risorse impiegate sarebbe altrimenti rimaste inutilizzate.
Va bene, questi sono ancora per lo più ragionamenti comuni, sebbene molte persone abbiano ripulsa, proprio ripulsa, per questo tipo di logica – essi vogliono che l’economia sia un racconto morale, e non sono interessati al fatto che tanta gente debba soffrire in quel processo.
Ma arriva adesso la parte radicale della presentazione di Larry: la sua intuizione che questa potrebbe non essere una condizione provvisoria.
2. Una economia che ha bisogno di bolle?
Noi sappiamo che l’espansione economica del 2003-2007 fu guidata da una bolla. Si può dire lo stesso a proposito dell’ultima parte della espansione degli anni ’90; e di fatto si può dire lo stesso a proposito degli ultimi anni della espansione di Reagan, che a quel punto era spinta da istituti di risparmio fuori controllo e da un’ampia bolla immobiliare nel settore dei centri commerciali.
Si sarebbe dunque tentati di dire che la politica monetaria sia stata stabilmente troppo dissoluta. Dopo tutto, non hanno i bassi tassi di interesse incoraggiato bolle a ripetizione?
Ma, come Larry sottolinea, c’è un grande problema con l’argomento secondo il quale la politica monetaria è stata troppo accomodante: dove sarebbe finita l’inflazione? Dove erano i segni visibili di una economia surriscaldata?
Dunque, come conciliare bolle continue con una economia che non mostra segno di spinte inflazionistiche? Summers risponde che abbiamo bisogno di bolle proprio per ottenere qualcosa che si avvicini alla piena occupazione – che in assenza di bolle l’economia avrebbe un tasso di interesse negativo. E questo non è stato vero solo a partire dalla crisi finanziaria del 2008; è stato probabilmente vero, seppure forse con una gravità crescente, a partire dagli anni ’80.
Un modo per quantificarlo, credo, sia osservare il debito delle famiglie. Ecco la percentuale del debito delle famiglie sul PIL a partire dagli anni ’50:
C’è stato un brusco incremento della percentuale dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma a partire da un valore basso, quando le famiglie si sono spostate nelle periferie, e tutto il resto. Da allora ci sono stati 25 anni grosso modo di stabilità, dal 1960 sino a circa il 1985. Dopo di ciò, tuttavia, il debito delle famiglie è cresciuto rapidamente ed inesorabilmente, sino a che non è arrivato il colpo della crisi.
Così, con tutto quel debito delle famiglie, ci si sarebbe aspettati che il periodo 1985-2007 fosse un’epoca di forte spinta inflattiva, di alti interessi, o di entrambe le cose. Di fatto, non si sono viste né l’una né gli altri – è stata l’epoca della Grande Moderazione, un periodo di bassa inflazione e di tassi di interesse generalmente bassi. Senza tutto quell’incremento nel debito delle famiglie, i tassi di interesse sarebbero presumibilmente stati considerevolmente più bassi – forse negativi. In altre parole, si può sostenere che la nostra economia sia stata vicina ad infilarsi nella trappola di liquidità per un certo numero di anni, e che abbia evitato tale trappola solo grazie a bolle successive.
E se questo è il modo in cui si giudica la situazione, allora, guardando avanti, si deve considerare la trappola di liquidità non come una condizione eccezionale, bensì come la nuova norma.
3. Stagnazione secolare?
Come è accaduto tutto questo? Larry fa appello esplicitamente al concetto di stagnazione secolare, in relazione in particolare agli studi di Alvin Hansen (disponibile in pdf) [5]. Egli non ci dice perché stia succedendo oggi tutto questo, ma non è difficile pensare alle ragioni possibili.
Ai suoi tempi, Hansen aveva sottolineato i fattori demografici: egli pensava che la diminuita crescita della popolazione avrebbe significato una minore domanda di investimenti. Poi venne il boom delle nascite. Ma questa volta il rallentamento è qua, e sembra reale.
Si può considerare la cosa in questi termini: durante il periodo 1960-85, quando l’economia statunitense pareva nella condizioni di ottenere la piena occupazione senza bolle, la nostra forza lavoro cresceva ad una media del 2,1 per cento all’anno. In parte questo rifletteva l’entrata in scena dei baby boomers [6], in parte l’ingresso delle donne nella forza lavoro.
Questa crescita rese abbastanza semplice investimenti prolungati: l’impresa di fornire agli americani nuove case, nuovi uffici e tutto il resto assorbì una frazione di PIL discretamente elevata.
Guardiamo ora in avanti. Il Censimento prevede che la popolazione tra i 18 ed i 64 anni cresca ad un ritmo del solo 0,2 per cento tra il 2015 ed il 2025. Se la partecipazione alla forza lavoro non solo non interrompe il suo declino ma non comincia a crescere nuovamente in modo rapido, questo significa una crescita economica più lenta, e grazie all’effetto dell’acceleratore, una domanda di investimenti più bassa.
Tra parentesi, nel modello del consumo a prestito di Samuelson, il tasso naturale dell’interesse corrisponde al tasso di crescita della popolazione. La realtà è molto più complicata di quella, ma io non penso sia sciocco supporre che il declino nella crescita della popolazione abbia ridotto il tasso naturale reale di interesse di qualcosa pari ad una quantità analoga (e si noti che la restrizione della popolazione in età lavorativa del Giappone è probabilmente un importante fattore della sua stagnazione secolare).
Ci possono essere altri fattori – un declino nella innovazione quale quello analizzato da Bob Gordon [7] etc. Il punto è che non è difficile pensare alle ragioni per le quali la trappola di liquidità potrebbe essere assai più persistente di quanto tutti attualmente vogliano ammettere.
4. Virtù distruttiva.
Se prendete sul serio il punto di vista della stagnazione secolare, esso ha alcune implicazioni radicali – e Larry vi fa riferimento.
Attualmente, persino gli operatori politici che sono disponibili ad ammettere che la trappola di liquidità rende insensati i concetti tradizionali di prudenza politica, sono occupati a prepararsi ai tempi nei quali si tornerà alla normalità. Questo significa che sono preoccupati dall’idea di dover agire adesso per sbarrare la strada a crisi future. Tuttavia, questa crisi non è trascorsa – e come dice Larry: “gran parte di quello che si dovrebbe fare all’insegna del prevenire una crisi futura sarebbe controproducente”.
Egli prosegue affermando che la agenda politica ufficialmente irreprensibile include “fare meno di quello che si faceva in precedenza con la politica monetaria ed anche con la politica della finanza pubblica”, anche se l’economia resta profondamente depressa. Ed afferma, in modo un po’ vago ma al tempo stesso audace, che persino migliorare i regolamenti finanziari non è necessariamente una buona cosa – giacché può scoraggiare il credito irresponsabile e l’indebitamento in un momento nel quale una maggiore spesa di ogni genere è positiva per l’economia.
Roba sorprendente – e se veramente stiamo convivendo con una stagnazione secolare, egli ha ragione.
Naturalmente, il problema sottostante a tutto questo è semplicemente che i tassi di interesse reali sono troppo alti. Ma, come sapete, essi sono negativi – tassi di interesse nominali pari a zero meno almeno un po’ di inflazione attesa. A cosa si dà risposta, in tal modo? Se il mercato vuole un tasso di interesse reale negativo, i problemi continueranno sinché non troveremo il modo di deliberare un tasso del genere.
Un modo per arrivarci sarebbe la ricostruzione dell’intero nostra sistema monetario – diciamo, eliminare le banconote e pagare tassi di interesse negativi sui depositi. Un altro sarebbe il trarre vantaggio dalla prossima espansione – sia che si tratti di una bolla che sia provocata da una politica della finanza pubblica espansiva – per spingere l’inflazione sostanzialmente più in alto, e tenerla a quel livello. O forse, magari, potremmo indirizzarci sulla strada analizzata da Krugman nel 1998, e dal Primo Ministro del Giappone nel 2013, spingendo in alto l’inflazione attraverso il puro e semplice potere delle aspettative che si autoavverano.
Ogni suggerimento di tale natura viene accolto, naturalmente, con indignazione. Come si può osare suggerire che persone virtuose, individui che sono prudenti e risparmiano per il futuro, siano messi di fronte ad un esproprio? Come si può costantemente erodere i loro risparmi, sia attraverso l’inflazione che attraverso tassi di interesse negativi? E’ una tirannide!
Ma in una trappola di liquidità risparmiare può essere una virtù personale, ma un vizio sociale. E in una economia che è di fronte ad una stagnazione secolare, questa non è solo una condizione temporanea, è la norma. Assicurare le persone di poter ottenere un tasso di rendimento positivo su assets sicuri significa promettere loro qualcosa che il mercato non è nelle condizioni di eseguire – è come per i sostegni ai prezzi nella agricoltura, fatta eccezione di chi ci specula sopra.
Infine, un ultimo punto. Se siamo destinati ad avere persistenti tassi di interesse reali negativi assieme almeno ad una qualche positiva crescita economica generale, il panico sul debito pubblico sembra ancora più insensato di quanto quelli come me stavano sostenendo: il servizio del debito nel senso della stabilizzazione del rapporto tra debito e PIL non ha alcun costo, di fatto ha un costo negativo.
Potrei proseguire, ma a questo punto spero che abbiate compreso il punto. Quello che Larry ha fatto al FMI non è stato solo un interessante discorso. Egli ha steso qualcosa che corrisponde ad un manifesto estremamente radicale. Ed io ho una gran paura che abbia ragione.
[1] Per “zero lower bound” vedi le note sulla traduzione.
[2] Il paradosso del risparmio fu un argomento utilizzato polemicamente da Keynes per dimostrare come un aumento del risparmio, lungi dal costituire una virtù nazionale, può determinare una riduzione del reddito nazionale.
Se, infatti, le famiglie decidono di destinare una quota maggiore del loro reddito al risparmio, questo sarà sottratto all’acquisto (consumo) di beni e servizi. Le imprese, a fronte di una riduzione nel livello dei consumi, dovranno necessariamente diminuire la loro produzione, determinando una prima riduzione del livello di equilibrio del PIL.
Gli effetti negativi di un aumento del risparmio si ripercuoteranno anche sugli investimenti. Le imprese, infatti, in presenza di una riduzione dei consumi, tenderanno a rallentare o diminuire il ritmo dei loro investimenti futuri, generando, mediante gli effetti del moltiplicatore un’ulteriore riduzione del livello di equilibrio del reddito nazionale.
[3] Il termine cyborg o organismo cibernetico (anche organismo bionico) indica l’unione omeostatica costituita da elementi artificiali e un organismo biologico. Nasce dalla contrazione dell’inglese cybernetic organism, per l’appunto organismo cibernetico.
[4] Google Glass, i famosi occhiali creati da Google sono un computer indossabile, con un display ottico montato sulla testa.
[5] Alvin Harvey Hansen (nato a Viborg – Sud Dakota – da genitori danesi il 23 agosto 1887 e morto ad Alexandria, il 6 giugno 1975) è stato un economista statunitense, uno dei principali studiosi, nel suo paese, della teoria economica di John Maynard Keynes. Hansen, inizialmente (per la precisione, quando iniziò ad insegnare a Harvard, nel 1937) era un sostenitore della teoria ortodossa pre-keynesiana e criticava duramente la teoria dell’economista britannico. In realtà, aveva già cambiato opinione nel 1938, in occasione del suo discorso come Presidente della Associazione degli Economisti americani. Il famoso modello IS-LM, generalmente attribuito ad Hicks, fu elaborato da Hicks ed Hansen. Tra gli economisti che si formarono alle sue lezioni universitarie, ci furono anche Samuelson e Tobin. Nei tardi anni ’30 formulò il concetto della “stagnazione secolare”, sostenendo che l’America non sarebbe tornata a crescere rapidamente come in precedenza, anche per l’esaurimento di alcuni ingredienti di quella crescita, inclusa la innovazione tecnologica e la crescita della popolazione. Nel 1953 scrisse un libro (“Guida a Keynes”) che ebbe un grande successo, come il contemporaneo libro di testo di Samuelson, nel diffondere la conoscenza delle teorie keynesiane.
[6] Ovvero, della generazione caratterizzata dall’incremento di natalità successivamente alla seconda Guerra Mondiale.
[7] Economista americano nato nel 1940 e docente di Scienze Sociali alla Northwestern University.
novembre 15, 2013
November 15, 2013, 4:52 pm
In my last post, I showed that Europe is at this point doing worse — at least as measured by industrial production, and probably in terms of overall output — than it did in the Great Depression.
The response I get from a lot of people is that things were different then, because Europe was rearming.
Um, and your point is?
There’s nothing special that makes military spending a better stimulus than other kinds of spending — actually the reverse, because spending on useful stuff can enhance the economy’s long-run potential as well as giving it a short-term boost. So when you attribute European recovery in the 30s to military spending, you’re saying that what the economy needed back then was expansionary fiscal policy — and it needed it so badly that even destructive spending had a positive effect.
This time around, the good news is that we have peace. The bad news is that Europe’s leaders, lacking the incentive to build up their armies, have listened to prophets of austerity, and cut spending when it should have been going up. And the result is a depression that is well on track to be worse than the 1930s.
Il keynesismo degli armamenti, versione storica
Nel mio ultimo post ho mostrato che a questo punto l’Europa sta facendo peggio – almeno nella misura della produzione industriale e probabilmente in termini di produzione generale – di come fece durante la Grande Depressione.
La risposta che in molti mi hanno dato è che le cose sono diverse, perché l’Europa si stava riarmando.
Ah, e in che senso?
Non c’è niente di speciale che renda la spesa militare una migliore misura di sostegno rispetto ad altri tipi di spesa – semmai il contrario, perché la spesa in cose utili può aumentare il potenziale di lungo periodo dell’economia, pur dando una spinta nel breve periodo. Dunque, quando si attribuisce la ripresa degli anni ’30 alla spesa militare, è come se si dicesse che l’economia aveva bisogno prima di allora di una politica della finanza pubblica espansiva – e ne aveva un bisogno così estremo che persino una spesa pubblica distruttiva ebbe un effetto positivo.
Di questi tempi, la buona notizia è che abbiamo la pace. La cattiva notizia è che i dirigenti europei, mancando dell’incentivo di rimettere su i loro eserciti, hanno dato retta ai profeti dell’austerità, e tagliato la spesa quando essa avrebbe dovuto crescere. E il risultato è una depressione che è procede peggio che negli anni ’30.
novembre 14, 2013
November 14, 2013, 7:25 pm
After sort-of decent growth in the second quarter, Europe’s austerity advocates rushed to proclaim that their policies were bearing fruit. After the latest numbers, which show growth stalling, not so much.
And bear in mind that we are now closing in on the 6th anniversary of the start of Europe’s recession.
Here’s what I find amazing. Compare industrial production with data from the 1930s, which can be found here. When I compare the Eurozone now with Europe then, I get this chart:
My joke slogan for Obama has been, “It’s not as bad as the Great Depression!” But Europe can’t even claim that. At this point it’s just as bad as the Great Depression — and where European economies were recovering strongly by this point in the 30s, they’re stalling now.
Doing worse than the 30s; that’s a remarkable achievement.
Considerevole risultato dell’Europa
Dopo in qualche modo una decente crescita nel secondo trimestre, i sostenitori della austerità europea sono corsi a dichiarare che le loro politiche stavano portando frutti. Dopo gli ultimi dati, che mostrano una crescita in stallo, non sembra più tanto.
E si tenga a mente che ci stiamo avvicinando al sesto anniversario dell’inizio della recessione europea.
Ecco quello che io trovo incredibile. Si confronti la produzione industriale con i dati degli anni ’30, che possono essere ricavati da questa connessione. Quando faccio un paragone tra l’attuale eurozona e l’Europa di allora, ottengo questa diagramma:
Il mio scherzoso slogan per Obama è stato: “Non è così male come la Grande Depressione!” Ma l’Europa non può pretendere neppure quello. A questo punto è solo proprio brutta come la Grande Depressione – e al punto in cui le economie europee negli anni ’30 si stavano riprendendo fortemente, oggi sono ancora ferme.
Fare peggio degli anni ’30 è un notevole risultato.
novembre 13, 2013
November 13, 2013, 9:15 pm
Just a quick chart that I think illustrates the problem of German non-reciprocity especially clearly.
Remember, during the years before 2007, we saw immense imbalances emerge within Europe, with Germany moving into massive surplus while Spain and others moved into massive deficit. Then it became necessary to unwind these imbalances, with much moralizing from the Germans to the effect that others should be able to do what they did.
But Germany operated in a highly favorable external environment, with fairly high inflation in southern Europe allowing it to make big gains in competitiveness — in effect, internal devaluation — without needing deflation. Unfortunately, Spain isn’t being offered the same kind of chance. Here’s inflation rates in two periods, as measured by GDP deflators (I chose that because it was easiest to pull up from the IMF database; it won’t matter much if you use another measure):
Spain has actually had lower inflation post-crisis than Germany did pre-crisis — but it hasn’t achieved much gain in competitiveness, because German and overall Eurozone inflation have been so low.
This is a huge failure of policy.
Il problema della (bassa) inflazione europea
Solo un rapido diagramma che io penso illustri in modo particolarmente chiaro il problema della non reciprocità della Germania.
Si ricordi come negli anni precedenti il 2007 assistemmo all’emergere di immensi squilibri all’interno dell’Europa, con la Germania che si spostava ad un massiccio surplus mentre la Spagna e gli altri si spostavano verso massicci deficit. Divenne poi necessario attenuare questi squilibri, con molto moralismo da parte dei tedeschi sul fatto che gli altri avrebbero dovuto essere capaci di fare quello che loro avevano fatto.
Ma la Germania operò in un contesto esterno altamente favorevole, con una inflazione abbastanza elevata nell’Europa del Sud che consentiva loro grandi vantaggi nella competitività – in sostanza, svalutazione interna – senza aver bisogno di deflazione. Sfortunatamente, alla Spagna non viene offerta lo stesso tipo di opportunità. Ecco i tassi di inflazione nei due periodi, come misurati per effetto dei deflatori del PIL (li ho scelti perché era più facile estrarli dal database del FMI; non farà molta differenza se usate un altro metro di misura):
La Spagna ha avuto affettivamente una inflazione dopo la crisi più bassa di quella della Germania prima della crisi – ma non ha ricevuto grandi vantaggi in termini di competitività, perché l’inflazione in Germania ed in generale nell’eurozona è stata così bassa.
E’ questo il grande fallimento della politica.
novembre 13, 2013
November 13, 2013, 5:07 pm
Brad DeLong takes on John Cochrane again; I don’t have the heart or the time to do a full takedown myself. But I do want to make five points.
The first is the remarkable extent to which the anti-Keynesians remain addicted to arguments from authority, as opposed to arguments from evidence. We now have more than five years of experience with fiscal and monetary policy under zero-lower-bound conditions, and a large empirical literature studying that experience. Surely at this point you shouldn’t be responding to claims about policy by asserting “nobody has believed that since the 1970s” — what do smart people doing research on this massive natural experiment say now? (Hint: Keynes is looking pretty good.)
Second, it’s curious how the ground has shifted. Back in 2009 it was “nobody believes that fiscal policy can be expansionary”. Then people like Cochrane learned that there was a large New Keynesian literature, of which they had clearly been unaware; so it shifted to “nobody believes in the multiplier story in which spending raises incomes, which leads to further spending etc”. But even if it were true that nobody believed in that story, the New Keynesian model — in which government spending in a depressed economy puts idle resources to work — would still be enough to make the case for stimulus and against austerity.
Third, as Brad says, the reason the classic Keynesian multiplier isn’t in NK models is not because it has been disproved, but because such models deliberately give hostages — they show that Keynesian outcomes can emerge even if you assume rational expectations and intertemporal blah blah. Many people who do such models consider this a useful strategy, but remain open to the possibility that given real-world imperfections the classic story also has explanatory power — especially since empirical multipliers do seem to be more than 1.
In fact — well, let me quote from a paper that both offers an example of how this can work and refutes the claim that nothing like this is publishable in an economics journal:
Finally, we turn to the role of monetary and fiscal policy, where we find, as already indicated, that more debt can be the solution to a debt-induced slump. We also point out a possibly surprising implication of any story that attributes the slump to excess debt: precisely because some agents are debt-constrained, Ricardian equivalence breaks down, and old-fashioned Keynesian-type multipliers in which current consumption depends on current income reemerge.
Ahem.
Finally, it is true that there has been a divergence between what gets published in the journals and what people in policy-related positions believe. Keynesian models — even New Keynesian models — remain hard to get past referees. Meanwhile, places like the Federal Reserve and the International Monetary Fund continue to do economic analysis with a strong Keynesian flavor. (There was plenty of Keynesian storytelling at last week’s big IMF event, and I did not exactly get laughed out of the room …)
But look at who we’re talking about here. We’re not talking about dumb politicians who still do sort of Keynesian stuff. We’re talking about people like Olivier Blanchard and Janet Yellen — smart economists with plenty of technical knowledge and credentials, who continue to find Keynesian concepts useful even as such concepts are rarely published in academic journals. And it’s not just the people at the top: there’s a lot of Keynesian stuff going on in the research departments of these institutions.
So consider two hypotheses. One — which Cochrane appears to believe — is that being inside the Beltway has rotted Janet’s and Olivier’s brains, not to mention that of all their researchers, causing them to revert to primitive concepts that “everyone” knows are false. The other — which is what I hear from young economists — is that there is an equilibrium business cycle claque in academic macroeconomics that has in effect blockaded the journals to anyone trying to publish models and evidence that stress the demand side.
Obviously you know which story I believe. The main point, though, is that trying to argue from authority is even sillier here than in most situations. There’s a huge difference between “nobody believes that” and “none of my friends will let that get published in the journals they control”.
L’economia keynesiana e le riviste di economia
Brad DeLong sfida ancora una volta John Cochrane: non ho né l’animo né il tempo di procedere per mio conto ad una completa demolizione. Ma voglio proprio mettere in chiaro cinque punti.
Il primo è il fatto che gli antikeynesiani restano in gran misura dipendenti dagli argomenti che derivano dall’autorità, piuttosto che da quelli che derivano dai fatti. Sono passati più di cinque anni di esperienza di una politica monetaria e della finanza pubblica nelle condizioni del limite inferiore di zero [1] e di una ampia letteratura empirica che studia tale esperienza. Sicuramente a questo punto non dovreste sentirvi rispondere ad argomenti su tale politica con l’asserzione secondo la quale “è dagli anni ‘70 che nessuno ci ha più creduto” – quali ricerche stanno facendo su quello che ci dice questo massiccio esperimento naturale in questo momento, quelle persone argute (un suggerimento: Keynes pare se la cavi piuttosto bene)?
Il secondo: è curioso come si sia spostato il terreno. Nel passato 2009 esso era “nessuno crede che la politica della finanza pubblica possa essere espansiva”. Poi individui come Cochrane hanno appreso che c’era un vasta letteratura neokeynesiana, della quale erano stati chiaramente inconsapevoli; cosicché si sono spostati a “nessuno crede alla storia del moltiplicatore [2] per la quale la spesa pubblica aumenta i redditi, che portano ad ulteriore spesa etc.”. Ma persino se fosse vero che nessuno crede in quella storia, il modello neokeynesiano – secondo il quale la spesa pubblica in una economia depressa mette risorse inutilizzate all’opera – sarebbe ancora sufficiente a sostenere la tesi favorevole al sostegno pubblico e contraria alla austerità.
Terzo, come dice Brad, la ragione per la quale il classico moltiplicatore keynesiano non è nel modello neokeynesiano non deriva dal fatto che esso sia stato confutato, ma dal fatto che tali modelli li hanno deliberatamente abbandonati – essi mostrano che i risultati keynesiani possono venir fuori anche se si assumono i concetti delle aspettative razionali e della inter temporalità etc. etc. Molte persone che operano con tali modelli considerano questa una strategia utile, ma restano aperti alla possibilità che date le imperfezioni del mondo reale il racconto classico mantenga un potere esplicativo – specialmente considerato che i moltiplicatori sembrano avere un valore maggiore di 1 [3].
Di fatto … ebbene, consentitemi di trarre una citazione da uno studio che offre un esempio su come questo può funzionare e che smentisce la tesi secondo la quale niente di questo genere è pubblicabile sulle riviste economiche:
“Infine, volgiamoci al ruolo della politica monetaria e della finanza pubblica, dove scopriamo, come già indicato, che un debito maggiore può essere la soluzione per una crisi indotta dal debito. Facciamo anche notare una possibile sorprendente implicazione di ogni racconto che attribuisca la recessione all’eccesso di debito: proprio perché alcuni attori sono limitati dal debito, cade l’equivalenza ricardiana [4] e riemergono i moltiplicatori di tipo keynesiano una volta di moda, secondi i quali il consumo attuale dipende dal reddito attuale.”
Ma guarda!
Infine, è vero che c’è stato un divario tra quello che viene pubblicato sulle riviste e quello che credono le persone impegnate in ruoli politici. E’ ancora difficile che modelli keynesiani – ed anche quelli neokeynesiani – si avvalgano degli arbitri che avevano nel passato. Nel frattempo, luoghi come la Federal Reserve ed il Fondo Monetario Internazionale continuano a fare analisi economica a forte impronta keynesiana (c’era una gran quantità di argomenti della narrativa keynesiana al grande evento del FMI della settimana scorsa, e non mi sono preso precisamente risate fragorose fuori dalla stanza della conferenza ….)
Ma vediamo meglio di chi in questo caso stiamo parlando. Non stiamo parlando di ottusi politicanti che ancora maneggiano ricette keynesiane. Stiamo parlando di persone come Olivier Blanchard e Janet Yellen – acuti economisti con una quantità di competenze tecniche e di credenziali, che continuano a trovare i concetti keynesiani utili anche se tali concetti sono raramente pubblicati nelle riviste accademiche. E non si tratta solo di persone che stanno ai vertici: c’è una quantità di materiale keynesiano che va avanti nei dipartimenti di ricerca d queste istituzioni.
Si considerino due ipotesi. La prima – che sembra fatta propria da Cochrane – è che lo stare dentro l’ambiente della Capitale abbia guastato i cervelli di Janet e di Olivier, per non dire quelli di tutti i loro ricercatori, provocando loro una regressione ai concetti primitivi che “tutti” sanno essere falsi. L’altra – che è quello che sento dire da giovani economisti – è che c’è una claque della teoria del ciclo economico in equilibrio nella disciplina macroeconomica che sostanzialmente impedisce l’accesso alle riviste a tutti quelli che cercano di pubblicare modelli e testimonianze che mettono in difficoltà le teorie dal lato della domanda.
Ovviamente sapete a quale storia io creda. Il punto principale, tuttavia, è che cercare di argomentare sulla base della autorevolezza accademica è oggi più stupido che mai. C’è una grande differenza tra il dire “nessuno ci crede” ed il dire “nessuno dei miei amici consentirà che una tal cosa sia pubblicata nelle riviste che essi controllano”.
[1] Per “zero lower bound” vedi le note sulla traduzione.
[2] Per “multiplier” vedi le note sulla traduzione.
[3] Ci si riferisce al recente dibattito sul valore del moltiplicatore nelle attuali politiche di austerità (in questo caso negativo, o per meglio dire consistente nel fatto che una riduzione di 1 nella spesa pubblica comporta un negativo effetto superiore ad 1 nei redditi, nella domanda e nella occupazione). Questa “scoperta” è stata ammessa dal FMI di recente, con implicazioni sconcertanti, ad esempio, nel caso della vicenda economica della austerità in Grecia.
[4] Vedi a “ricardian equivalence” nella note sulla traduzione. Semplicisticamente, credo che si potrebbe dire così: secondo l’equivalenza ricardiana una maggiore spesa pubblica nel presente non produrrebbe effetti rilevanti nei consumatori, giacché essi si aspetterebbero che le convenienze attuali a spendere fossero successivamente contraddette dalla tassazione più elevata alla quale uno Stato dovrebbe ricorrere per coprire gli attuali eccessi di spesa in debito. Ma, osserva l’anonimo giornalista citato, proprio il fatto che vari soggetti siano al presente gravati da debiti eccessivi potrebbe indurli a sfruttare l’occasione. C’è anche da dire che lo stesso Ricardo era molto dubbioso sulla giustezza pratica della sua legge; successivamente avanzò l’opinione che se le persone avessero aspettative razionali sarebbero indifferenti di fronte ai due sistemi (avvantaggiarsi oggi per pagare tasse maggiori domani), siccome però non le hanno, sono vittime di un’illusione finanziaria che condiziona le loro decisioni.
novembre 12, 2013
November 12, 2013, 1:26 am
Huge tensions over the ECB rate cut, with a split on the board and many German economists protesting. As usual, a lot of it is about the perception that those lazy southern Europeans are getting a free ride:
A commentary by the chief economist of the financial weekly Wirtschaftswoche called the decision a “diktat from a new Banca d’Italia, based in Frankfurt”.
Why can’t those Italians etc. pull up their socks the way we did?
What Germans — economists as well as the general public — still don’t seem to get is how much Germany’s success at emerging from its late-90s doldrums depended on a somewhat inflationary boom in southern Europe. And they therefore also don’t realize how much damage Germany is imposing by refusing to allow higher eurozone inflation.
Here’s core inflation since the euro’s creation:
Eurostat
Germany was able to achieve large gains in competitiveness without deflation, because Spain and others were willing to accept inflation well above 2 percent. But now the eurozone has overall core inflation below 1 percent, which means that Spain can only achieve internal devaluation through crippling deflation:
The Germans, in other words, aren’t asking the southern Europeans to emulate them; they’re demanding that they accomplish a feat Germany never had to manage, and which hardly anyone has ever managed.
La mancanza di reciprocità della Germania
Grandi tensioni sul taglio dei tassi da parte della BCE, con una spaccatura nel Consiglio e molti economisti tedeschi che protestano. Come al solito, molto di questo ha a che fare con la percezione che quei vagabondi degli europei del sud vogliano farsi un giro gratis:
“Un commento da parte dell’economista capo del settimane finanziario ‘Wirtschaftwoche’ ha definito la decisione “un diktat della Banca d’Italia, sede in Francoforte”.
Perché quegli italiani non possono mettersi al passo come abbiamo fatto noi?
Quello che i tedeschi – economisti come opinione pubblica – ancora non sembrano capire è che il successo della Germania nel venire fuori dalla sua depressione degli ultimi anni ’90 sia in notevole misura dipeso dal boom inflazionistico dell’Europa meridionale. E di conseguenza non si rendono conto di quanto danno la Germania sta provocando rifiutandosi di consentire all’eurozona una inflazione più elevata.
Ecco i dati sulla inflazione sostanziale [1] dal momento della creazione dell’euro:
Eurostat
La Germania fu capace di ottenere grandi vantaggi di competitività senza deflazione, perché la Spagna e gli altri furono disponibili ad accettare una inflazione ben superiore al 2 per cento. Ma ora l’eurozona ha una generale inflazione sostanziale al di sotto dell’1 per cento, il che significa che la Spagna può ottenere una svalutazione interna solo attraverso una deflazione devastante:
I tedeschi, in altre parole, non stanno chiedendo agli europei del sud di emularli; stanno chiedendo loro di compiere una impresa che la Germania non ha mai realizzato, e che probabilmente nessuno ha mai realizzato.
novembre 11, 2013
November 11, 2013, 3:05 am
So, laying over in a lounge with wifi, so time for a post.
Simon Wren-Lewis has a thoughtful post on European macroeconomics, and the real nature of the problem with Germany’s failure to adjust, and how this relates to Europe’s dangerously low inflation rate. I’m in full agreement, but I found myself wanting a bit of explicit modeling. So here we go, using the IS-MP framework I’ve been finding so useful lately.
What you want to do is think of Europe (or actually the eurozone) in the aggregate, but bear in mind that this aggregate reflects separate shocks and fiscal policies affecting Germany on the one hand and the periphery on the other.
Let’s think of the relevant shock as being a forced sharp fiscal contraction in southern Europe; leave on one side whether this contraction could have been milder. What “should” the overall macro implications of this shock have been?
Well, normally we would think of aggregate monetary policy as moving to offset much or all of the contractionary effect of austerity. In terms of IS-MP it would look like this:
The fiscal shock moves the IS curve left; the ECB offsets this by cutting interest rates, so that there isn’t much effect on overall EZ GDP.
But wait: Germany hasn’t matched the harsh austerity of the south, so the interest rate cut pushed Germany above potential output, and leads over time to inflation, which in turn erodes Germany’s competitive advantage. Problem?
No — that’s how things are supposed to work. We expect the Fed to make monetary policy for the US as a whole, not any one region, and if this means that, say, California experiences inflation above the Fed’s aggregate target, that’s just part of how the system is supposed to work.
But as Wren-Lewis says, that’s not what has happened in Europe — the ECB has in fact been very reluctant to pursue expansionary policies despite all that fiscal austerity, and now — having waited too long — it finds itself close to the zero lower bound. So the picture looks like this:
Fiscal contraction is not offset by monetary expansion. This has several implications, none of them good. The slump in the south is deeper than it should be, because of the absence of any offset. Meanwhile, there is no expansionary effect in Germany, and hence no upward pressure on inflation there (and downward pressure on inflation in the EZ as a whole.) With little or no inflationary pressure in Germany, the whole burden of adjustment within Europe falls on deflation in the periphery, which is hugely costly and worsens the debt problem.
The point, which I guess we should all have been making more clearly, is that all the various things we talk about here — the extreme slump in Southern Europe, Germany’s failure to narrow its current account surplus, and the slide of the eurozone as a whole toward deflation — are really aspects of the same story. We have huge forced fiscal contraction in part of Europe, not at all offset by either overall monetary policy or fiscal expansion elsewhere.
One last point: the Germans are very proud of their own adjustment between the late 1990s and 2007, during which they emerged from economic doldrums and became very competitive. But that adjustment, from a European point of view, looked like my first figure: German belt-tightening was accompanied by what amounted to a highly expansionary monetary policy, which led to fairly high inflation in Southern Europe. So when Germany asks why other countries can’t do what it did, it isn’t just forgetting that we can’t all run trade surpluses; it’s also insisting that other countries replicate its success while denying them the kind of external environment that made its success possible.
Il pasticcio macroeconomico dell’Europa (per esperti)
Dunque, facendo una sosta in un sala d’aspetto con Wi-Fi, ho tempo per un post.
Simon Wren-Lewis ha scritto un denso articolo sulla macroeconomia europea e sulla reale natura del problema della mancata correzione da parte della Germania, e su come questo stia in relazione con il pericolosamente basso tasso di interesse dell’Europa. Sono pienamente d’accordo, ma avrei voglia di un modello un po’ chiarificatore. Dunque partiamo, utilizzando lo schema IS-MP che di recente sto trovando così utile.
Quello che si intende fare è pensare all’Europa (o effettivamente all’eurozona) come un aggregato, ma si tenga a mente che questo aggregato riflette diverse sollecitazioni e politiche della finanza pubblica che interessano la Germania da una parte e la periferia dall’altra.
Ragioniamo come se lo shock importante sia stato una brusca contrazione della finanza pubblica nell’Europa meridionale; lasciamo da parte se questa contrazione avrebbe potuto essere più leggera. Quali implicazioni macroeconomiche generali questo shock avrebbe dovuto avere?
Ebbene, normalmente noi pensiamo alla politica monetaria aggregata come se si muovesse per bilanciare gli effetti restrittivi dell’austerità. In termini di modello IS-MP apparirebbe in questo modo:
Lo shock della finanza pubblica sposta a sinistra la curva IS; la BCE bilancia questo spostamento con il taglio dei tassi di interesse, in modo tale che non ci sia un grande effetto sul PIL dell’eurozona.
Ma aspettate: la Germania non ha bilanciato la brusca austerità del meridione, cosicché il taglio del tasso di interesse ha spinto la Germania sopra la sua produzione potenziale, il che col tempo conduce all’inflazione e a sua volta erode il vantaggio competitivo tedesco. C’è qualche problema?
No – le cose si suppone vadano in questo modo. Ci aspettiamo che la Fed adotti una politica monetaria per gli Stati Uniti nel loro complesso, non per una qualche regione, e se questo significa, diciamo, che la California sperimenterà una inflazione al di sopra dell’obbiettivo aggregato della Fed, quello è solo un aspetto di come il sistema si suppone che funzioni.
Ma, come dice Wren-Lewis, non è questo quello che sta accadendo in Europa – la BCE di fatto è stata molto riluttante ad adottare politiche espansive nonostante tutta quella austerità della finanza pubblica, ed ora – avendo atteso troppo a lungo – si ritrova vicina al limite inferiore di zero. Dunque, il diagramma appare in questo modo:
La contrazione della finanza pubblica non è bilanciata dalla espansione monetaria. Questo ha varie implicazioni, nessuna delle quali positiva. La caduta nel meridione è più profonda di quello che dovrebbe essere, per l’assenza di ogni bilanciamento. Nel frattempo, non c’è alcun effetto espansivo in Germania, e di conseguenza nessuna spinta verso l’alto dell’inflazione in quel caso (e c’è una spinta verso il basso dell’inflazione nell’eurozona nel suo complesso). Con una piccola spinta inflazionistica in Germania, o con nessuna spinta, l’intero peso della correzione all’interno dell’Europa ricade sulla deflazione della periferia, il che è ampiamente costoso e peggiora il problema del debito.
Il punto che penso dovremmo riuscire tutti a rendere più chiaro, è che le varie cose delle quali stiamo qua discutendo – la caduta molto grave dell’Europa del sud, la mancata correzione del proprio avanzo di conto corrente da parte della Germania e lo scivolamento dell’eurozona nel suo complesso verso la deflazione – siano in realtà aspetti della stessa storia. Una parte dell’Europa è stata costretta ad una ampia contrazione della finanza pubblica, per niente bilanciata sia in generale dalla politica monetaria che da una espansione della finanza pubblica altrove.
Un ultimo punto: i tedeschi sono molto orgogliosi per la loro correzione tra la fine degli anni ’90 ed il 2007, durante la quale vennero fuori dalla loro depressione economica e divennero molto competitivi. Ma quella correzione, da un punto di vista europeo, assomigliava al mio primo diagramma: lo stringere le cinghie della Germania era accompagnato da quello che corrispondeva ad una politica monetaria fortemente espansiva, che portò ad una inflazione piuttosto elevata nell’Europa meridionale. Dunque, quando la Germania chiede perché gli altri paesi non possono fare quello che essa fece, essa semplicemente sta dimenticando che non tutti possono gestire surplus commerciali; inoltre esige che gli altri paesi replichino i suoi successi nel mentre nega loro quel genere di contesto esterno che rese possibile il suo successo.
novembre 10, 2013
November 10, 2013, 1:22 pm
After I published Friday’s column, featuring the Wilcox et al estimates of the long-term damage done by the Great Recession (“hysteresis”, in the econ jargon), several people at the IMF research conference — Christy Romer in particular — told me that they were worried that this stuff might give ammunition to Fed hawks, who will say “See, there isn’t that much slack in the economy, so it’s time to tighten.” Actually, something like this has happened in the UK fiscal debate, so it’s a real issue.
But here’s the answer: you have to consider the interaction between the high likelihood of hysteresis and uncertainty about how much damage has been done so far. Suppose that sustained economic weakness really does do a lot of damage, but that it hasn’t done as much so far as Wilcox et al estimate. In that case, the worst possible thing you could do would be to slam on the brakes because you imagine that the economy is at capacity. You might well be braking much too soon — and in so doing imposing huge future costs on the economy. Or to put it another way, you could be turning downbeat estimates of economic capacity into a self-fulfilling prophecy.
The lesson you should be taking here is, don’t tighten, don’t taper, don’t exit, until you see the whites of inflation’s eyes. We don’t know how much capacity the economy has, but we do have strong reason to suspect that running the economy below potential is a very, very bad idea.
PS: I am literally traveling around the world in the next 5 days. There may be random posts from various airport lounges, but there may not — I have promised to deliver those textbook chapters! Be patient.
Una nota sull’isteresi e la politica monetaria
Dopo aver pubblicato l’articolo di venerdì, dando risalto alle stime di Wilcox ed altri a proposito del danno di lungo periodo provocato dalla Grande recessione (”isteresi” [1], nel gergo dell’economia), alcune persone alla Conferenza di ricerca del FMI – Christy Romer in particolare – mi hanno detto di essere preoccupati che cose del genere potrebbero dare argomenti ai falchi della Fed, che diranno “Vedete, non c’è così tanta fiacca nell’economia, dunque è il momento di una stretta”. Effettivamente, qualcosa del genere è successo nel dibattito nel Regno Unito, dunque è un problema reale.
Ma ecco la risposta: si deve considerare l’interazione tra la elevata probabilità dell’isteresi e l’incertezza su quanto danno è stato fatto sino a questo punto. Supponiamo che la prolungata debolezza dell’economia in realtà abbia fatto un gran danno, ma non l’abbia fatto sino a questo punto così tanto come stimano Wilcox e gli altri. In quel caso, la cosa peggiore che potreste fare è schiacciare il freno perché vi immaginate che l’economia sia al suo livello di possibilità. In quel caso potreste tirare i freni troppo presto – e così facendo potreste imporre elevati costi futuri all’economia. O per dirla altrimenti, potreste trasformare stime pessimistiche sulla capacità economica in una profezia che si auto avvera.
La risposta che dovrebbe essere colta, in questo caso, è quella di non restringere, di non attenuare, di non uscire, finché non vedete l’inflazione nelle palle degli occhi. Noi non sappiamo quanta capacità l’economia abbia, ma abbiamo una forte ragione per supporre che gestire l’economia al di sotto del suo potenziale sia davvero una pessima idea.
PS: nei prossimi 5 giorni sarò letteralmente in giro per il mondo. Potrei scrivere posts da varie sale d’aspetto degli aeroporti, ma anche no – ho promesso di spedire quei capitoli del libro di testo! Portate pazienza.
[1] L’isteresi è la caratteristica di un sistema di reagire in ritardo alle sollecitazioni applicate e in dipendenza dello stato precedente. Il termine, derivante dal greco ὑστέρησις (hystéresis, “ritardo”), fu introdotto nel senso moderno da James Alfred Ewing nel 1890, ed è usato in generale nella teoria dei sistemi dinamici, quindi non solo in fisica, ma anche in biologia ed economia. (Wikipedia)
In questo caso il riferimento dovrebbe essere al penultimo articolo di Krugman sul New York Times (“L’economia mutilata”, 7 novembre). Il senso, dunque, è quello di un danno, per effetto di mancate scelte più nette sulla domanda, che si prolunga nel tempo, che ha una sorta di lento o prolungato rilascio.
novembre 9, 2013
November 9, 2013, 12:43 pm
First things first: France has problems. Unemployment is high, especially among young people, many small businesses are struggling, the population is aging (although not nearly as much as in many other countries, Germany very much included.)
By just about any measure I can find, however, France looks not too bad by European standards. GDP has recovered roughly to pre-crisis levels; the budget deficit is fairly small and the medium-term debt outlook not at all scary; the long-term budget outlook is actually pretty good compared with its neighbors, thanks to a higher birth rate.
Yet the country is the subject of vituperative, over-the-top commentary. Here’s The Economist, a year ago, declaring France “The time bomb at the heart of Europe”. Here’s CNN declaring that France is in “free fall”.
That CNN piece actually offers a few specifics. It argues that France faces a “yawning competitiveness gap” due to rising labor costs. Hmm. Here’s what I get from European Commission numbers, comparing France with the euro area as a whole:
European Commission
There’s a bit of deterioration there, I guess — but it’s more yawn-inspiring than yawning.
CNN also declares,
France’s decline is best illustrated by the rapid deterioration in its foreign trade. In 1999, France sold around 7% of the world’s exports. Today, the figure is just over 3%, and falling fast.
Hmm.Just about every advanced country, the United States very much included, has a declining share of world exports (Germany is an exception); this New York Fed research paper notes that this decline is more or less in line with the declining share of advanced economies in world GDP as emerging nations rise, and it portrays France as more or less typical.
Again, the point is not that France is problem-free; the question is why this only moderately troubled nation attracts rating downgrades and so much apocalyptic rhetoric.
And the answer just has to be politics. France’s sin isn’t excessive debt, especially poor growth, lousy productivity (it has more or less matched Germany since 2000), poor job growth (ditto), or anything like that. Its sin is that of balancing its budget by raising taxes instead of slashing benefits. There’s no evidence that this is a disastrous policy — and in fact bond markets don’t seem concerned — but who needs evidence?
Ulteriori note sul pestaggio verso la Francia
La cosa principale anzitutto: la Francia ha problemi. La disoccupazione è alta, specialmente tra i giovani, molte piccole imprese si dibattono nelle difficoltà, la popolazione invecchia (sebbene neanche lontanamente tanto quanto in altri paesi, includendo in primo luogo la Germania).
Tuttavia, proprio da tutti i punti di vista mi posso render conto che la Francia non sembra messa così male secondo gli standards europei. Il PIL si è grosso modo ripreso ai livelli precedenti alla crisi; il deficit di bilancio è abbastanza modesto e le previsioni sul debito a medio termine non sono così terribili; le previsioni di bilancio a lungo termine sono in effetti abbastanza buone, se confrontate con quelle dei suoi vicini, grazie ad un tasso di natalità più alto.
Eppure il paese è sottoposto a commenti esageratamente denigratori. Un anno fa era The Economist che definiva la Francia “la bomba ad orologeria al cuore dell’Europa”. Ora ecco la CNN che dichiara che la Francia è in “caduta libera”.
Il pezzo della CNN per la verità offre alcuni esempi. Sostiene che la Francia fa i conti con un “marcato gap di competitività” dovuto a costi del lavoro crescenti. Sono perplesso. Ecco quello che ottengo dai dati della Commissione Europea, che confrontano la Francia con l’area euro nel suo complesso:
Commissione Europea
C’è un po’ di deterioramento, suppongo – ma più che essere marcato sembra piuttosto indurre allo sbadiglio [1].
La CNN dichiara anche:
“Il declino della Francia sembra illustrato nel migliore dei modi dal deterioramento del suo commercio con l’estero. Nel 1999 la Francia vendeva circa il 7% delle esportazioni mondiali. Oggi, il dato è appena sopra il 3% e cala velocemente.”
Sono nuovamente perplesso. All’incirca tutti i paesi avanzati, inclusi a pieno titolo gli Stati Uniti, hanno una quota in calo delle esportazioni mondiali (la Germania è una eccezione); la ricerca in questa connessione della Fed di New York nota che questo declino è più o meno in linea con la diminuzione della percentuale di PIL delle economie avanzate a fronte della crescita delle nazioni emergenti, e descrive la Francia in una situazione piò o meno comune.
Di nuovo, il punto non è che la Francia sia esente da problemi; la domanda è perché questa nazione solo moderatamente in difficoltà si meriti una retrocessione nel rating e così tanta retorica apocalittica.
E la risposta non può che essere politica. Il peccato della Francia non è il debito eccessivo, in particolare non è la crescita modesta, la produttività scadente (ha più o meno eguagliato la Germania a partire dal 2000), la modesta crescita dei posti di lavoro (idem), o qualsiasi cosa simile. Il suo peccato è che sta mettendo in equilibrio il suo bilancio aumentando le tasse anziché riducendo i sussidi. Non c’è alcuna prova che questa sia una politica disastrosa – e di fatto i mercati dei bonds non sembrano preoccupati – ma chi ha bisogno di prove?
[1] “Yawning” può significare sia “aperto, spalancato” e dunque “marcato”, che il gesto dello sbadigliare.
novembre 9, 2013
November 9, 2013, 11:06 am
Just an obvious point that I’m not sure enough people have been making: Mario Draghi’s surprise rate cut is, in effect, a repudiation of the nascent triumphalism of Europe’s austerians.
Those who follow these things probably noticed that just a few weeks ago the austerians — Olli Rehn in particular, but many others too — were hailing signs of a bit of economic growth this quarter as vindication of their policies for the past four years. Yes, it was silly — I mean, I could keep hitting myself in the head, then slow the pace of the punishment,and I would start to feel better. Does this mean that hitting myself in the head was good for me?
Still, there it was. But then the ECB took a look at more relevant indicators: unemployment still rising, core inflation dropping below 1 percent (Japan here we come). And it seems to have gotten very worried.
Put it this way: the ECB wouldn’t be slashing rates if it thought Europe had turned the corner.
Mario e gli austeri
Solo una considerazione ovvia che non sono sicuro abbiano realizzato in molti: il taglio a sorpresa dei tassi di Mario Draghi è, in effetti, una smentita del trionfalismo dei filo austeri d’Europa.
Quelli che seguono queste cose, probabilmente hanno notato che solo poche settimane fa i filo austeri – Olli Rehn in particolare, ma anche molti altri – avevano salutato i segni di un po’ di ripresa economica in questo trimestre come una convalida delle loro politiche dei quattro anni passati. Era in effetti stupido – voglio dire, potrei continuare a darmi colpi alla testa, poi attenuare la punizione e cominciare a sentirmi meglio. Significherebbe che le botte che mi son dato mi hanno fatto bene?
Eppure è successo. Ma poi la BCE ha dato un’occhiata ad indicatori più significativi: la disoccupazione ancora crescente, l’inflazione sostanziale che scende sotto l’1 per cento (Giappone, stiamo arrivando). E sembra che si siano molto preoccupati.
Mettiamola così: la BCE non avrebbe abbassato i tassi se l’Europa avesse svoltato l’angolo.
novembre 9, 2013
November 9, 2013, 9:41 am
A few people have asked a pretty good question, albeit in fairly belligerent tones: How can I say that France isn’t doing too badly, when I also say that the euro has been such a problem?
The answer lies in the nature of the euro problem; France is not Spain.
What happened when the euro was created was a flood of capital out of the core, mainly Germany, to the periphery, especially Spain. The counterpart of this move was the emergence of huge current account surpluses in the core, huge deficits in the periphery. The problem now is that correcting these imbalances is very hard given a common currency. Here’s the usual picture — but this time with France added:
France, which didn’t get a big, unjustified confidence boost from the euro, wasn’t part of this process — it was neither a big lender nor a large borrower. So it doesn’t have the peripheral adjustment problem.
You can also look at inflation:
The first decade of the euro left Spain very overvalued, Germany very undervalued. France was in between, so there was no big news either way.
To use the jargon, the euro area suffered from very large asymmetric shocks — but France, which roughly tracked the euro average, wasn’t subject to these shocks.
So again, why the downgrade?
In 2011-2012 markets turned on France, for a while. But this was a liquidity issue, not a real concern about solvency, and it went away when the ECB signaled that it was willing to do its job as lender of last resort:
Spread between French and German 10-year bond yields.
Oh, and here was the massive action after S&P’s announcement:
Bloomberg News
Seven whole basis points!
So I stand by my assessment: S&P wasn’t really assessing French default risk, it was slapping the French on the wrist for not being sufficiently committed to dismantling the welfare state.
La non-crisi della Francia
Un certo numero di persone mi hanno posto una buona domanda, sebbene in toni piuttosto bellicosi: come posso dire che la Francia non sta andando così male, quando dico alla stesso tempo che l’euro è stato un tale problema?
La risposta risiede nella natura del problema dell’euro; la Francia non è la Spagna.
Quello che accadde quando fu creato l’euro fu un flusso di capitali dal centro, principalmente la Germania, alla periferia, specialmente la Spagna. L’altra faccia di questo passo fu l’emergenza di un vasto surplus di conto corrente al centro e di alti deficit in periferia. Il problema adesso è che, data la moneta comune, correggere questi squilibri è molto difficile. Ecco il consueto diagramma, ma questa volta con l’aggiunta della Francia:
La Francia, che non ricevette un grande incremento di ingiustificata fiducia dall’euro, non fu parte di questo processo – non fu una grande creditrice e neppure prese ampi prestiti. Dunque essa non ha il problema di una correzione come la periferia.
Potete anche osservare l’inflazione:
Il primo decennio dell’euro lasciò la Spagna fortemente sopravvalutata e la Germania fortemente sottovalutata. La Francia rimase nel mezzo, cosicché non ci furono in alcun modo grandi novità.
Per usare una espressione gergale, l’area euro ha sofferto di shocks asimmetrici molto ampi – ma la Francia, che grosso modo seguì la media dell’euro, non fu soggetta a questi shocks.
Dunque, ancora, perché la retrocessione?
Nel 2011-2012 i mercati se la sono presa con la Francia, per un breve periodo. Ma fu un problema di liquidità, non una reale preoccupazione sulla solvibilità, e scomparve appena la BCE segnalò la sua volontà di fare il suo mestiere come prestatore di ultima istanza:
Spread tra i rendimenti dei bonds decennali francesi e tedeschi.
Inoltre, ecco in cosa è consistito il massiccio spostamento dopo l’annuncio di S&P:
Bloomberg News
Sette interi punti base!
Dunque, mi mantengo della mia opinione: S&P non ha in realtà giudicato il rischio di default francese, ha dato una bacchettata sulla mano alla Francia perché non si è impegnata a sufficienza nella smantellamento dello stato assistenziale.
novembre 8, 2013
Larry Summers Remarks
IMF Annual Research Conference,
November 8 th 2013
I am very glad for the opportunity to be here. I had an occasion to speak some years ago about Stan’s remarkable accomplishments at the IMF, when he left the IMF, and I had an occasion some months ago to speak about his remarkable accomplishments at the Israeli Central Bank, when he left the Israeli Central Bank. So I will not speak about either of those remarkable accomplishments this afternoon.
Instead the number that is in my mind, but is familiar to all the people on this stage, is 14462. That is the course number of Stan Fischer’s course in monetary economics at MIT for graduate students. It was an important part of why I chose to spend my life as I have, as a macro economist, and I strongly suspect that the same is true for Olivier [Blanchard], Ben [Bernanke] and Ken [Rogoff]. It was a remarkable intellectual experience and it was remarkable also because Stan never lost sight of the fact that this was not just an intellectual game. Getting these questions right made a profound difference in
the lives of nations and their peoples. So I will leave it to others to talk about the IMF and Israel and I will say thank you Stan, thank you on behalf of all of us for 14462 and all you have taught us ever since.
I agree with the vast majority of what has just been said: the importance of moving rapidly, the importance of providing liquidity decisively, the importance of not allowing financial problems to languish, the importance of erecting sound and comprehensive frameworks to prevent future crises. Were I a member of the official sector I would discourse at some length on each of those themes in a sound way, or what I would hope to be a sound way, but I’m not a part of the official sector so I’m not going to talk about that.
I’m going to talk about something else that seems to me to be profoundly connected, and that is the nagging concern that finance is too important to leave entirely to financiers. We have all agreed –and I think our agreement is warranted –that a remarkable job was done in containing the 2007/2008 crisis. That an event that in the Fall of 2008 was, by most of the statistics – GDP, industrial production,
employment, world trade, the stock market – worse than the Fall of 1929 and the Winter of 1930, ended up in a way that bears very little resemblance to the Great Depression. That is a huge achievement for which we rightly celebrate Ben [Bernanke] and many others, and that playbook will be a hugely important one the next time there is a panic and that time will surely come somewhere and some place.
But there is, I think, another aspect of the situation that warrants our close attention and tends to receive insufficient reflection. And it is this – the share of men, or women, or adults in the United States who are working today is essentially the same as it was four years ago. Four years ago, the financial panic had been arrested. The TARP money had been paid back, credit spreads had substantially normalised; there was no panic in the air – four years ago. That was a great achievement, how rapidly that happened. But in those four years, the share of adults who are working has not increased at all. GDP has fallen further behind potential as we would have defined it in the Fall of 2009. And the American experience is not completely unique, as Ken [Rogoff] and Carmen [Reinhart]’s work has documented, in the wake of financial crises.
I remember at the beginning of the Clinton Administration, we engaged in a set of long run global economic projections. Japan’s real GDP today is about half of what we believed it would be, what the IMF believed it would be at that time, and what the World Bank believed it would be. It is a central pillar of both classical models and Keynesian models that it is all about fluctuations around a given mean and that what you need to do is have less volatility. I wonder if a set of older ideas (that I have to say were pretty firmly rejected in 14462, Stan), that went under the phrase ‘secular stagnation’, are not profoundly important in understanding Japan’s experience and may not be without relevance to America’s experience.
Let me say a little more about why I am led to think in those terms. If you go back and study the economy prior to the crisis, there is something a little bit odd. Many people believe that monetary policy was too easy. Everybody agrees that there was a vast amount of imprudent lending going on. Almost everybody agrees that wealth, as it was experienced by households, was in excess of its reality. Too easy money, too much borrowing, too much wealth. Was there a great boom? Capacity utilisation wasn’t under any great pressure; unemployment wasn’t under any remarkably low level; inflation was entirely quiescent, so somehow even a great bubble wasn’t enough to produce any excess in aggregate demand.
Now think about the period after the financial crisis. You know, I always like to think of these crises as analogous to a power failure, or analogous to what would happen if all the telephones were shut off for a time. The network would collapse, the connections would go away, and output would of course drop very rapidly. There would be a set of economists who would sit around explaining that electricity was only 4% of the economy and so if you lost 80% of electricity you couldn’t possibly have lost more than 3% of the economy! And there would be people in Minnesota and Chicago writing that paper. But it would be stupid! And we would understand that somehow, even if we didn’t exactly understand that model, that when there wasn’t any electricity then there wasn’t going to be much economy. And something similar was true with respect to financial flows and financial interconnection and that’s why it’s so important to get the lights back on and that’s why it is so important to contain the financial system.
But, imagine my experiment where for two or three months, 80% of the electricity went off. GDP would collapse. But then ask yourself what would happen to GDP afterwards? You would expect that there would be a lot of catch up, that all the stuff where inventories got run down would get produced much faster –I would kind of expect that as things normalised you’d get more GDP than you otherwise would have had, not that four years later you’d still be having substantially less than you had before. So there is something odd about financial normalisation –if that was what the whole problem was –and then continued slow growth.
So what’s an explanation that would fit both of these explanations? Suppose that the short-term real interest rate that was consistent with full employment had fallen to – 2%or -3% sometime in the middle of the last decade. Then what would happen? That even with artificial stimulus to demand coming from all this financial imprudence you wouldn’t see any excess demand. And even with a relative resumption of normal credit conditions you’d have a lot of difficulty getting back to full employment.
Yes, it has been demonstrated absolutely conclusively, that panics are terrible and that monetary policy can contain them when the interest rate is zero. It has been demonstrated, less conclusively but presumptively, that when short-term interest rates are zero, monetary policy can affect a constellation of other asset prices in ways that support demand, even when the short- term interest rate can’t be lowered. Just how large that impact is on demand is less clear but it is there.
But imagine a situation where natural and equilibrium interest rates have fallen significantly below zero. Then conventional macroeconomic thinking leaves us in a very serious problem, because while we all seem to agree that whereas you can keep the federal funds rate at a low level forever, it is much harder to do extraordinary measures beyond that forever, but the underlying problem may be there forever.
It is much more difficult to say ‘well we only needed deficits during the short interval of the crises’ if aggregate demand and equilibrium interest rates can’t be achieved given the prevailing rate of inflation. And most of what would be done under the auspices of preventing a future crisis, if this view is at all correct, would be counter-productive, because it would in one way or other raise the cost of financial intermediation and therefore operate to lower the equilibrium interest rate that was necessary.
Now this may all be madness and I may not have this right at all. But it does seem to me that four years after the successful combating of the crisis, there is really no evidence of growth that is restoring equilibrium. One has to be concerned about a policy agenda that is doing less with monetary policy than has been done before, doing less with fiscal policy than has been done before and taking steps whose basic purpose is to cause there to be less lending, borrowing and inflated asset prices than there was before. So my over arching lesson from this crisis – which I have to say that the world has under-internalised – is that it is not over until it is over, and that is surely not right now, and cannot be judged relative to the extent of financial panic, and that we may well need in the years ahead to think about how we manage an economy in which the zero nominal interest rate is a chronic and systemic inhibitor of economic activity holding our economies back below their potential.
Thank you very much
Le osservazioni di Larry Summers alla Conferenza annuale di ricerca del Fondo Monetario Internazionale
8 novembre 2013
Sono molto lieto della opportunità di essere qua. Ebbi l’occasione alcuni anni orsono di fare un discorso sui considerevoli risultati ottenuti da Stan [1], quando egli lasciò il FMI, ed ebbi, alcuni mesi fa, l’occasione di parlare ancora sui suoi considerevoli risultati alla Banca Centrale di Israele, quando egli lasciò quell’incarico. Dunque, stasera potrò evitare di parlare di entrambi quei considerevoli successi.
Piuttosto, il numero che ho in mente, ma che è familiare a tutti coloro sono qua oggi, è 14462. E’ il numero del corso di economia monetaria di Stan Fischer per gli studenti universitari del MIT. Fu un aspetto importante della ragione per la quale scelsi di spendere la mia vita come un macroeconomista, come effettivamente poi feci, e sospetto che la stessa cosa sia stata vera per Olivier (Blanchard), per Ben (Bernanke) e per Ken (Rogoff). Fu una esperienza intellettuale rilevante, e fu rilevante anche perché Stan non perdeva mai di vista il fatto che questo non era soltanto un gioco intellettuale. Comprendeva che su questi temi si decidevano profonde differenze nella vita delle nazioni e dei popoli. Dunque lascerò ad altri di parlare del FMI e di Israele e ti ringrazierò, Stan, a nome di tutti noi del corso 14462 e di tutti quelli a cui hai insegnato fin da allora.
Io sono d’accordo con la grande maggioranza delle cose che ho appena sentito dire: l’importanza del muoversi rapidamente, l’importanza di fornire liquidità con determinazione, l’importanza di non consentire che i problemi finanziari languiscano, l’importanza di erigere schemi efficaci e generali per prevenire crisi future. Fossi un componente dell’apparato pubblico parlerei in qualche misura di ognuno di questi temi in modo sensato, o in un modo che spererei essere sensato, ma non sono un uomo pubblico e non ho intenzione di parlare di questo.
Ho intenzione di parlare di qualcos’altro che a me sembra profondamente connesso, vale a dire la assillante preoccupazione che la finanza sia troppo importante per essere interamente lasciata agli operatori finanziari. Abbiamo tutti concordato – e penso che il nostro accordo sia giustificato – che sia stato fatto un lavoro considerevole nel contenere la crisi del 2007/2008. Quell’evento che nell’autunno del 2008 fu, per la maggioranza degli indicatori – PIL, produzione industriale, occupazione, commercio mondiale, mercati azionari – peggiore di quello dell’autunno del 1929 e dell’inverno del 1930, si è concluso in un modo che ha una somiglianza davvero modesta con la Grande Depressione. E’ un grande risultato, per il quale giustamente celebriamo Ben (Bernanke) e molti altri, e quel complesso di strategie sarà molto importante la prossima volta che ci sarà una crisi di panico, ed accadrà sicuramente, in qualche momento e in qualche luogo.
Ma c’è qua, io penso, un altro aspetto che giustifica la nostra accurata attenzione e di solito provoca una riflessione insufficiente. Ed è questo: la percentuale di uomini, o di donne, o di adulti che sono al lavoro oggi negli Stati Uniti è essenzialmente la stessa di quello che era quattro anni fa. Quattro anni fa il panico finanziario venne arrestato. I soldi del Programma di Aiuti per gli Asset in Difficoltà [2] furono restituiti, la distribuzione del credito venne sostanzialmente normalizzata; quattro anni fa non era rimasta nell’aria una situazione di panico. Questo fu un grande risultato, per la rapidità con cui avvenne. Ma in questi quattro anni la percentuale di adulti che sono al lavoro non è affatto aumentata. Il PIL è ulteriormente caduto al di sotto del suo potenziale, così come l’avremmo definito nell’autunno del 2009. E l’esperienza americana, a seguito delle crisi finanziarie, non è davvero unica, come hanno documentato Ken Rogoff e Carmen Reinhart.
Ricordo che agli inizi della Amministrazione Clinton ci impegnammo in un complesso di previsioni economiche globali di lungo periodo. Il PIL reale del Giappone di oggi è quasi la metà di quello che credevamo sarebbe stato, e di quello che credeva parimenti la World Bank. Un pilastro fondamentale sia dei modelli classici che di quelli keynesiani è che tutto si risolva in fluttuazioni attorno ad una media determinata e che quello che c’è bisogno di fare è avere minore volatilità. Io mi chiedo se un complesso di idee più lontane nel tempo (che devo dire, Stan, venivano piuttosto fermamente rigettate nel 14462), che consistevano nell’espressione “stagnazione secolare”, non abbiano una importanza profonda nella comprensione dell’esperienza del Giappone, e possano non essere irrilevanti anche per la stessa esperienza dell’America.
Consentitemi di dire un po’ di più sulle ragioni per le quali sono portato a ragionare in questi termini. Se tornate a studiare l’economia precedente alla crisi, ci sono alcune cose un pochino strane. Molte persone credono che la politica monetaria fosse troppo permissiva. Tutti concordano sul fatto che ci fu una grande quantità di crediti concessa in modo imprudente. Quasi tutti concordano che la ricchezza apparente, per come ne facevano esperienza le famiglie, eccedeva la sua realtà. Denaro troppo facile, indebitamento troppo facile, troppa ricchezza. Era una grande espansione economica? L’utilizzazione delle capacità produttive non era sotto una gran pressione; la disoccupazione non era inferiore ad un qualche livello particolarmente basso; l’inflazione era interamente nella norma, dunque in qualche modo nemmeno una grande bolla era sufficiente a produrre alcun eccesso nella domanda aggregata.
Si pensi adesso al periodo successivo alla crisi finanziaria. Sapete, mi piace sempre ragionare di queste crisi in analogia alla improvvisa mancanza di elettricità, oppure in analogia a quello che accadrebbe se in un certo momento tutti i telefoni si spengessero. Le reti collasserebbero, le connessioni se ne andrebbero, e la produzione ovviamente scenderebbe in modo molto rapido. Ci sarebbe un certo numero di economisti che si metterebbero a spiegare che l’elettricità era soltanto il 4% dell’economia, cosicché se avete perso l’80% dell’elettricità, probabilmente non potete aver perso più del 3% dell’economia! E ci sarebbero individui, nel Minnesota ed a Chicago, che scriverebbero saggi a proposito. Ma sarebbe stupido! E noi comprenderemmo in qualche modo, anche senza capire esattamente quel modello, che quando l’elettricità si era fermata del tutto, a quel punto aveva smesso di funzionare un bel po’ di economia. E qualcosa del genere avvenne anche rispetto ai flussi finanziari ed alle interconnessioni finanziarie, e questa è la ragione per la quale tornare a far luce su tutto ciò, ed è importante porre dei limiti al sistema finanziario.
Ma, immaginiamo il mio esperimento, nel quale per due o tre mesi l’80% dell’elettricità se ne va. Il PIL crollerebbe, ma chiediamoci poi cosa accadrebbe al PIL nelle fasi successive? Vi aspettereste che esso abbia un bel po’ di recupero, che tutta quella roba che è rimasta sprecata nelle riserve diventi produttiva molto più rapidamente – io mi aspetterei piuttosto che quando tutto è normalizzato si realizzi un PIL maggiore di quello si sarebbe avuto altrimenti, non che dopo quattro anni si continui ad averne sostanzialmente meno di quanto se ne aveva in precedenza. Dunque c’è qualcosa di strano nella normalizzazione finanziaria – se esso era quello l’intero problema che avevamo – e poi è proseguita una crescita lenta.
Quale è dunque una spiegazione che sia coerente con entrambe queste spiegazioni? Supponiamo che il tasso di interesse reale a breve termine che era coerente con una situazione di piena occupazione sia sceso – al 2 o al 3% – attorno alla metà del decennio passato. Successivamente, cosa sarebbe accaduto, nel mio racconto immaginario? Che persino con uno stimolo artificiale alla domanda proveniente da tutta quella imprudenza finanziaria, non si sarebbe constatato alcun eccesso di domanda. E persino con il ripristino di normali condizioni di credito ci sarebbe stata una grande difficoltà a tornare alla piena occupazione.
E’ così: è stato dimostrato in modo assolutamente definitivo, che le crisi di panico sono terribili e che la politica monetaria può attenuarle quando il tasso di interesse è a zero. E’ stato dimostrato, meno definitivamente ma presuntivamente, che quando i tassi di interesse sono a zero, la politica monetaria può influenzare una varietà di altri prezzi di asset in modi che aiutino la domanda, anche quando i tassi di interesse a breve termine non possono essere abbassati. Quanto sia davvero ampio quell’impatto sulla domanda è meno chiaro, ma c’è.
Ma si immagini una situazione nella quale i tassi di interesse naturali e di equilibrio siano caduti al di sotto dello zero. In quel caso, il pensiero macroeconomico convenzionale ci lascia con problemi molto seri, perché mentre sembriamo tutti concordare sul fatto che possiamo mantenere il tasso di sconto federale ad un basso livello quanto vogliamo, è molto più difficile attuare misure straordinarie oltre quel limite, eppure il problema sottostante può restare oltre quel limite.
E’ molto più difficile dire “bene, abbiamo solo bisogno di deficit durante il breve intervallo delle crisi”, se la domanda aggregata e i tassi di interesse di equilibrio non possono essere raggiunti, dato il tasso di inflazione prevalente. E gran parte di quello che dovrebbe essere fatto, sotto l’auspicio di impedire crisi future, diverrebbe controproducente, perché in un modo o nell’altro eleverebbe il costo della intermediazione finanziaria, e di conseguenza condurrebbe il tasso di interesse di equilibrio più in basso di quanto non sarebbe necessario.
Ora, questa può essere tutta follia e può darsi che io abbia del tutto torto. Ma a me sembra che dopo quattro anni dall’impegno di successo contro la crisi, non c’è alcuna prova di una crescita che stia ripristinando l’equilibrio. Ci si deve preoccupare di una agenda politica che per la politica monetaria e per quella della finanza pubblica fa meno di quanto non si sia fatto in precedenza, e che assume iniziative il cui proposito fondamentale è provocare minori prestiti, minori indebitamenti e minore inflazione sui prezzi degli assets di quella che c’era in precedenza. Dunque, la lezione che complessivamente io traggo da questa crisi – che devo dire il mondo non ha granché assimilato – è che non è passata finché non è passata, e che non è certamente questo il momento, e che non può essere giudicata in relazione alla dimensione del panico nel sistema finanziario, e che possiamo aver bisogno negli anni a venire di pensare a come gestire una economia nella quale il tasso di interesse nominale a zero sia un fattore di inibizione cronico e sistemico dell’attività economica, che trattiene le nostre economie molto al di sotto del loro potenziale.
Grazie molte.
[1] Stanley (“Stan”) Fischer, nato nello Zambia nel 1943, è un economista americano con doppia nazionalità, israeliana e statunitense. Dal 2005 al 2013 è stato Governatore della Banca di Israele. In precedenza era stato capo economista alla Banca Mondiale e poi Vicedirettore al Fondo Monetario Internazionale. Il 10 gennaio 2014 è stato nominato da Obama Vicepresidente della Federal Reserve.
[2] Tarp è acronimo per “Troubled Asset Relief Program”.