Blog di Krugman

Classificazioni ideologiche (8 novembre 2013)

 

November 8, 2013, 10:29 am

Ideological Ratings

So S&P has downgraded France. What does this tell us?

The answer is, not much about France. It can’t be overemphasized that the rating agencies have no, repeat no, special information about national solvency — especially for big countries like France. Does S&P have inside knowledge of the state of French finances? No. Does it have a better macroeconomic model than, say, the IMF — or for that matter just about any one of the men and women sitting in this IMF conference room with me? You have to be kidding.

So what’s this about? I think it’s useful to compare IMF projections for France with those for another country that has been getting nice words from the raters lately, the UK. The charts below are from the WEO database — real numbers through 2012, IMF projections up to 2018.

First, real GDP per capita:

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So France has done better than the UK so far, and the IMF expects that advantage to persist.

Next, debt relative to GDP:

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France is slightly less indebted, and the IMF expects this difference to widen a bit.

So why is France getting downgraded? Because, S&P says, it hasn’t carried out the reforms that will enhance its medium-term growth prospects. What does that mean?

OK, another dirty little secret. What do we know — really know — about which economic reforms will generate growth, and how much growth they’ll generate? The answer is, not much! People at places like the European Commission talk with great confidence about structural reform and the wonderful things it does, but there’s very little clear evidence to support that confidence. Does anyone really know that Hollande’s policies will mean growth that is x.x percent — or more likely, 0.x percent — slower than it would be if Olli Rehn were put in control? No.

So, again, where is this coming from?

I’m sorry, but I think that when S&P complains about lack of reform, it’s actually complaining that Hollande is raising, not cutting taxes on the wealthy, and in general isn’t free-market enough to satisfy the Davos set. Remember that a couple of months ago Olli Rehn dismissed France’s fiscal restraint — which has actually been exemplary — because the French, unacceptably, are raising taxes rather than slashing the safety net.

So just as the austerity drive isn’t really about fiscal responsibility, the push for “structural reform” isn’t really about growth; in both cases, it’s mainly about dismantling the welfare state.

S&P may not be participating in this game in a fully conscious way; when you move in those circles, things that in fact nobody knows become part of what everyone knows. But don’t take this downgrade as a demonstration that something is really rotten in the state of France. It’s much more about ideology than about defensible economic analysis.

 

Classificazioni ideologiche

 

Dunque S&P ha retrocesso la Francia. Questo cosa ci dice?

La risposta è che non ci dice granché sulla Francia. Non si smetterà di sottolineare che le agenzie di rating non hanno, ripeto non hanno, alcuna particolare informazione sulla solvibilità nazionale – specialmente per i grandi paesi come la Francia. Ha al suo interno S&P la competenza per comprendere lo stato della finanza francese? No. Possiede un migliore modello macroeconomico rispetto a quello, ad esempio, del FMI – o per quel vale anche solo relativamente ad un qualsiasi uomo o donna che sono seduti accanto a me in questa sala di conferenze del FMI? Mi state prendendo in giro?

Dunque, cosa riguarda? Penso sia utile confrontare le proiezioni della Francia con quelle di un altro paese che di recente ha avuto parole cortesi da parte delle agenzie, il Regno Unito. I grafici sotto vengono dal database di World Economic Outlook [1] – dati reali sono a tutto il 2012, previsioni del FMI sino al 2018.

In primo luogo, il PIL procapite:

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Dunque, sinora la Francia ha fatto meglio del Regno Unito e il FMI si aspetta che questo vantaggio prosegua.

In seguito, il debito in relazione al PIL:

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La Francia è leggermente meno indebitata e il FMI si aspetta che questa differenza si allarghi un po’.

Perché dunque la Francia ha ottenuto la retrocessione? Perché, dice S&P, essa non ha attuato le riforme che migliorerebbero le sue prospettive di crescita di medio termine. Che cosa significa?

Ebbene, aggiungiamo un altro piccolo segreto sporco. Che cosa sappiamo – che cosa sappiamo sul serio – delle riforme economiche che produrranno crescita, e di quanta crescita  produrranno? La risposta è, non molto! Persone in posti come la Commissione Europea parlano con grande fiducia di riforme strutturali e delle cose meravigliose che ne possono derivare, ma ci sono davvero poche chiare testimonianze che sostengono quella fiducia. Qualcuno davvero sa che le politiche di Hollande comporteranno una crescita più lenta dello xx per cento – o più probabilmente, dello 0,x per cento – di quella che ci sarebbe se Olli Rehn fosse al comando? No.

Dunque, ancora, da dove deriva tutto questo?

Mi dispiace, ma penso che quando S&P si lamenta della mancanza di riforme, in verità si stia lamentando del fatto che Hollande stia alzando e non tagliando le tasse sui ricchi, e in generale non sia abbastanza liberista da soddisfare la congrega di Davos. Si ricordi che un paio di mesi fa Olli Rehn liquidò la moderazione della finanza pubblica francese – che in effetti è stata esemplare – perché la Francia, inaccettabilmente, stava alzando le tasse piuttosto che abbattere i sistemi della sicurezza sociale.

Dunque, così come la guida dell’austerità non riguarda realmente la responsabilità nella finanza pubblica, la spinta per le “riforme strutturali” non ha realmente a che fare con la crescita; in entrambi i casi principalmente è relativa allo smantellamento dello stato assistenziale. S&P può non essere partecipe di questi gioco in modo pienamente consapevole; quando ti muovi in questi ambienti, le cose che di fatto nessuno conosce diventano parte di quello che tutti conoscono. Ma non si intenda questa retrocessione come una dimostrazione che qualcosa è marcio per davvero nella condizione della Francia. Ha molto di più a che fare con l’ideologia che con una difendibile analisi economica.



[1] WEO è fondamentalmente uno studio (pubblicato due volte all’anno e aggiornato tre volte all’anno) sulla economia mondiale nel breve e medio periodo (quattro anni), a cura del Fondo Monetario Internazionale.

Politica finanziaria pubblica del Nord Atlantico (6 novembre 2013)

novembre 6, 2013

 

November 6, 2013, 10:34 am

North Atlantic Fiscal Policy

The economic crisis of 2008 was, as I like to say, a North Atlantic affair. There were monstrous housing bubbles in both America and Europe, rising household debt on both sides, and then more or less comparable busts in both places. Ours was more exotic, involving fancy instruments nobody understood, where theirs involved more plain-vanilla banking excess. But overall things weren’t that different.

Since then, there have also been commonalities. Europe doesn’t have a central government, which caused debt crises in troubled nations and forced harsh austerity. On the other hand, the US has a lot of budget-constrained state and local governments, plus political paralysis.

Still, there is something of a contrast in fiscal policy, and I thought it might be useful to put it in one picture. This picture abstracts from the very divergent fates of different parts of Europe; it also uses the IMF estimates of the structural budget balance, which have problems (although not as bad as those of the European Commission).

Anyway, here’s the picture:

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The US did substantial stimulus in 2009-10 (although not, I’d argue, nearly as much as these numbers suggest), but then began withdrawing it rapidly despite still being in a liquidity trap. At this point fiscal policy is only modestly more expansionary than it was before the crisis, which is a big policy mistake.

But Europe is far worse. It, too, is in a liquidity trap, with the extra problems of severe adjustment needed in the periphery, made worse by a weak economy and excessively low inflation. Yet aggregate fiscal policy is clearly tighter than it was before the crisis.

And that, ladies and gentlemen, is why European had a double-dip recession, still has incredibly high unemployment, and is in general in such a mess.

 

Politica finanziaria pubblica del Nord Atlantico

 

La crisi economica del 2008 fu, come sono solito dire, una faccenda del Nord Atlantico. Ci furono mostruose bolle immobiliari, sia in America che in Europa, crescenti debiti delle famiglie su entrambe le sponde, e poi scoppi più o meno paragonabili in tutte e due  le aree. I nostri furono più esotici, coinvolgendo bizzarri strumenti che nessuno comprese, i loro riguardarono eccessi bancari più semplicistici. Ma in generale le cose non furono così diverse.

Da allora, ci sono state altre caratteristiche comuni. L’Europa non ha un governo centrale, il che provocò la crisi del debito nelle nazioni in difficoltà e costrinse ad una rigida austerità. Sull’altro versante, gli Stati Uniti hanno una quantità di Stati e di comunità locali limitati nei bilanci, e in più l’attitudine alla paralisi politica.

Eppure, c’è qualcosa che somiglia ad una diversità nella politica della finanza pubblica, ed ho pensato che poteva essere utile rappresentarla con un grafico. Il grafico prescinde dai destini assai divergenti delle diverse parti dell’Europa; utilizza inoltre le stime del FMI sull’equilibrio strutturale di bilancio, che ha problemi (sebbene non così negativi come quelli della Commissione Europea).

In ogni modo, ecco il grafico:

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Gli Stati Uniti intrapresero azioni di sostegno pubblico nel 2009-10 (sebbene, sosterrei, non così intense come questi dati suggerirebbero), ma poi cominciarono a restringerle rapidamente sebbene si fosse ancora in una trappola di liquidità. Ad oggi la politica della finanza pubblica è solo modestamente più espansiva di quello che era prima della crisi, e questo è un grande errore politico.

Ma l’Europa è in una situazione assai peggiore.  E’ anch’essa in una trappola di liquidità, con i problemi aggiuntivi di una dura correzione nella periferia, resi peggiori da una economia debole e da una inflazione troppo bassa. Eppure la politica complessiva della finanza pubblica è chiaramente più ristretta di quanto non fosse prima della crisi.

E questa, signore e signori, è a ragione per la quale l’Europa ha avuto una ricaduta nella recessione, ha ancora una disoccupazione incredibilmente alta ed è in generale in un tale casino.

Isteria dell’inflazione liberamente fluttuante (5 novembre 2013)

novembre 5, 2013

 

November 5, 2013, 11:19 am

Free-Floating Inflation Hysteria

Brad DeLong has some fun with Senator Pat Roberts, who has gone from praising Janet Yellen in August to denouncing her as a dangerous inflationist now. So the senator is willing to say whatever the Tea Party wants him to say; big surprise.

What remains notable, however, is just what all Republicans are obliged to say: Ron Paul monetary theory has become obligatory:

Vice Chair Yellen will continue the destructive and inflationary policy of pouring billions of newly printed money every month into our economy, and artificially holding interest rates to near zero. This policy has been in place far too long.

So, the Fed began rapidly expanding its balance sheet when Lehman fell — more than five years ago. Here’s the result of that “destructive and inflationary” policy so far:

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It’s not often that you see an economic theory fail so utterly and completely. Yet that theory’s grip on the GOP has only strengthened as its failure becomes ever more undeniable.

Incidentally, small nerdy note. Some people argue that the concept of the monetary base has lost its relevance now that the Fed pays (trivial) interest on reserves. I disagree. Reserves and currency are fungible: banks can turn one into the other at will. But the total of reserves and currency is fixed by the Fed — nobody else can create either. That, as I see it, makes them a relevant aggregate — and anyone who believes that all those reserves are sitting idle because of that 25 basis point reward is (a) silly (b) ignorant of Japan’s experience, where the BOJ sharply increased the monetary base without paying interest on reserves, and what happened looked exactly like our own later experience.

Back to the evidence versus the orthodoxy. I can, in a way, understand refusing to believe in global warming — that’s a noisy process, with lots of local variation, and the overall measures are devised by pointy-headed intellectuals who probably vote Democratic. I can even more easily understand refusing to believe in evolution. But the failure of predicted inflation to materialize is happening in real time, right in front of our eyes; people who kept believing in inflation just around the corner lost a lot of money. Yet the denial remains total.

I guess it’s a matter of who you’re gonna believe — Ayn Rand or your own lying eyes.

Oh, small announcement: I’m traveling tomorrow afternoon and all day tomorrow, then IMFing the rest of the week. Blogging should be light to nonexistent.

 

Isteria dell’inflazione liberamente fluttuante

 

Brad DeLong si diverte un po’ con il Senatore Pat Roberts, che è passato dagli elogi a Janet Yellen in agosto a denunciarla oggi come una inflazionista pericolosa. Dunque il Senatore riesce a dire tutto ciò che il Tea Party vuole che dica; il che non sorprende affatto.

Quello che resta considerevole, tuttavia, è proprio quello che i repubblicani sono costretti a dire. La teoria monetaria di Ron Paul è diventata obbligatoria:

“La Vice Presidente Yellen continuerà la politica distruttiva ed inflazionistica del riversare ogni mese miliardi di soldi freschi di stampa nella nostra economia, e tenere artificialmente i tassi di interesse vicini allo zero. Questa politica è stata in funzione troppo a lungo.”

Dunque, la Fed cominciò ad espandere i suoi equilibri patrimoniali allorquando cadde la Lehman – più di cinque anni orsono. Ecco il risultato di quella politica “distruttiva ed inflazionistica” sino a questo punto:

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Non è frequente constatare una teoria economica fallire in modo così definitivo e completo. Tuttavia la presa di quella teoria sul Partito Repubblicano semplicemente si rafforza nel mentre il suo fallimento diventa sempre più innegabile.

Incidentalmente, un piccola nota da cultori. Alcune persone sostengono che il concetto della base monetaria abbia perso il suo rilievo oggi che la Fed paga (banali) interessi sulle riserve. Non sono d’accordo. Le riserve e la moneta sono fungibili: le banche possono passare dalle une alle altre come vogliono. Ma il totale delle riserve e  la moneta in circolazione sono fissate dalla Fed – nessun altro può creare le une e le altre. Ciò, per come la vedo, fa di esse un rilevante aggregato – e chiunque creda che quelle riserve se ne restino inattive a causa di quel premio di 25 punti base [1] è, in primo luogo, sciocco, e in secondo luogo all’oscuro della esperienza del Giappone, dove la Banca Centrale del Giappone ha aumentato bruscamente la base monetaria senza pagare interessi sulle riserve, e quello che è accaduto è sembrato esattamente simile alla nostra recente esperienza.

Torniamo alla questione del rapporto tra le prove dei fatti e l’ortodossia. Io posso, in certo qual modo, capire il rifiuto di credere nel riscaldamento globale – è una faccenda attorno alla quale c’è troppo frastuono, con molte variazioni locali, e la generalità delle statistiche sono messe a punto da intellettuali saccenti che probabilmente votano democratico. Posso anche maggiormente capire facilmente il rifiuto di credere nelle teorie dell’evoluzione. Ma il fatto che la previsione dell’inflazione non si materializzi accade nel presente, proprio di fronte ai nostri occhi; le persone che continuano a credere in una inflazione alle porte perdono una gran quantità di soldi.

Penso che il punto sia a chi volete dar retta – ad Ayn Rand [2] o ai vostri occhi bugiardi [3].

Infine un piccolo annuncio: sono in viaggio oggi pomeriggio e tutto il giorno di domani, per il resto della settimana avrò a che fare con il FMI. L’attività sul blog dovrebbe essere scarsa o inesistente.



[1] Il modesto interesse sulle riserve che è stato stabilito dalla Fed.

[2] Scrittrice e filosofa americana di origini russe, icona dei conservatori.

[3] Nel contesto, gli occhi non sarebbero bugiardi, ma l’espressione ironica deriva dal titolo di una famosa canzone di “The Eagles”..

Il problema dell’inflazione europea (4 novembre 2013)

novembre 4, 2013

 

November 4, 2013, 10:20 am

Europe’s Inflation Problem

It’s too low.

There are two reasons moderate inflation is actually a good thing for modern economies — one involving demand, one involving supply.

On the demand side, inflation reduces the problem of the zero lower bound: nominal interest rates can’t go negative, but real rates can to the extent that modest inflation is embedded in expectations.

On the supply side, inflation reduces the problem of downward nominal wage rigidity: people are very reluctant to demand or accept actual wage cuts, which becomes a serious constraint if the relative wages of large groups of workers “need” to fall.

Both problems are very much present in the United States, but they’re even worse in the euro area, where fiscal policy has been highly contractionary thanks to savage forced austerity in the periphery and precautionary austerity in the core, so that monetary policy is the only game in town; and where those peripheral economies also need large internal devaluation.

Given this, Europe’s latest inflation numbers (pdf) are just disastrous: core inflation over the past year of just 0.8 percent.

Alas, European officials think that because the ECB has calmed financial markets and some countries are showing slight growth the crisis is over.

 

Il problema dell’inflazione europea

 

E’ troppo bassa.

Ci sono due ragioni per le quali una moderata inflazione è un cosa effettivamente positiva per le economie moderne – una che riguarda la domanda, l’altra che riguarda l’offerta.

Dal lato della domanda, l’inflazione riduce il problema del limite inferiore di zero [1]; i tassi di interesse nominali non possono diventare negativi, ma i tassi di interesse reali lo possono, nella misura in cui una modesta inflazione è incorporata nelle aspettative.

Sul lato dell’offerta, l’inflazione riduce il problema della rigidità dei salari nominali verso il basso – le persone sono molto riluttanti a chiedere o ad accettare tagli salariali effettivi, e questo diventa un limite serio se “c’è bisogno” che i salari relativi di ampi gruppi di lavoratori calino.

Entrambi i problemi sono del tutto presenti negli Stati Uniti, ma sono persino peggiori nell’area euro, dove la politica finanziaria pubblica è stata altamente restrittiva grazie ad una selvaggia obbligata austerità nelle periferia e ad una austerità precauzionale al centro, cosicché la politica monetaria è l’unica via possibile; e dove quelle economie periferiche necessitano anche di una ampia svalutazione interna.

Tutto questo considerato, gli ultimi dati sull’inflazione (disponibili in pdf) in Europa sono disastrosi: l’inflazione sostanziale [2] nel corso dell’anno passato è stata dello 0,8 per cento.

Ahimè, i dirigenti europei pensano che poiché la BCE ha calmato i mercati finanziari e qualche paese sta mostrando una lieve crescita la crisi sia passata.



[1] Per “zero lower bound” vedi le note sulla traduzione.

[2] Per “core inflation” ed “headline inflation” vedi le note sulla traduzione.

I surplus tedeschi: questa volta è diverso (3 novembre 2013)

novembre 3, 2013

 

November 3, 2013, 6:41 am

German Surpluses: This Time Is Different

There’s a tendency, in discussing Germany’s position in world trade, to assume that massive surpluses have always been the German norm — that the country’s high-quality products have always fueled an export engine that inevitably sold much more abroad than Germans bought. But it’s not true. Here’s Germany’s current account balance as a percentage of GDP since 1980:

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There was an earlier period of surpluses in the mid-80s, largely the counterpart of America’s Reagan-era deficits. But Germany didn’t run a surplus at all in the 90s. Its big move came with the introduction of the euro, and corresponding huge capital flows to the European periphery.

Along with this move came a sharp decline in German relative labor costs; here’s the OECD number:

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Again, the point is that this made sense during the great euro area capital transfer. The problem is that Germany has continued to maintain highly competitive labor costs and run huge surpluses since the bubble burst — and that in a depressed world economy, this makes Germany a significant part of the problem.

 

I surplus tedeschi: questa volta è diverso

 

C’è una tendenza, nella discussione sulla posizione tedesca nel commercio mondiale, ad assumere che massicci surplus siano sempre stati la norma per la Germania – che i prodotti di alta qualità di quel paese abbiano sempre alimentato un motore delle esportazioni che inevitabilmente vendeva all’estero più di quello che i tedeschi acquistavano. Ma non è vero. Ecco l’equilibrio di conto corrente tedesco come percentuale del PIL a partire dal 1980:

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Ci fu un primo periodo di surplus sulla metà degli anni ’80, in gran parte omologo ai deficit dell’America di Reagan. Ma nel corso degli anni ’90 la Germania non realizzò affatto surplus. Il suo grande spostamento avvenne con l’introduzione dell’euro ed i corrispondenti larghi flussi di capitali nella periferia europea.

Assieme a questo spostamento ebbe luogo un brusco declino nei costi relativi del lavoro tedesco: ecco i dati dell’OCSE:

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Anche qua, il punto è che questo fu comprensibile nel corso dei grandi trasferimenti di capitali nell’area euro. Il problema è che la Germania ha continuato a mantenere costi del lavoro altamente competitivi ed a realizzare vasti avanzi commerciali sinché scoppiò la bolla – e che in un’economia mondiale depressa questo fa della Germania una parte rilevante del problema.

Francia 1930, Germania 2013 (2 novembre 2013)

novembre 2, 2013

 

November 2, 2013, 6:00 pm

France 1930, Germany 2013

Did France cause the Great Depression? It sounds a bit like a joke (Billy Crystal in Moscow, 1989: “I was raised thinking you were the enemy; you were raised thinking I was the enemy. We were both wrong: it’s the French”) But it’s the actual title of a very good paper by Doug Irwin, who points out that France, with its undervalued currency, soaked up a huge proportion of the world’s gold reserves in 1930-31, and suggests that France was responsible for about half the global deflation that took place over that period.

The thing is, France itself didn’t do that badly in the early stages of the Great Depression — again thanks to that undervalued currency. In fact, it was less affected than most other advanced countries (pdf) in 1929-31:

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Notice, by the way, that the French weren’t evil or malicious here — they were just adhering to their hard-money ideology in an environment where that had terrible adverse effects on other countries.

Obviously the details are different, but I would argue that Germany is playing a somewhat similar role today — not as drastic, but with less excuse. For Germany is an economic hegemon in a way France never was; it has responsibilities, which it isn’t meeting.

 

Francia 1930, Germania 2013

 

La Francia provocò la Grande Depressione? Sembra un po’ uno scherzo (Billy Crystal  [1]a Mosca, nel 1989: “Sono cresciuto col pensiero che voi foste il nemico; voi siete cresciuti col pensiero che io fossi il nemico. Ma sbagliavamo: la Francia è il nemico”). Ma è il titolo effettivo di un saggio molto buono di Doug Irwin, che fa notare che la Francia, con la sua valuta sottovalutata, nel 1930-31 prosciugò una vasta quota delle riserve mondiali d’oro, ed indica la Francia come responsabile di circa la metà della deflazione globale che prese piede in quel periodo.

Il punto è: la Francia di per sé non si comportò così male nei primi stadi della Grande Depressione – sempre grazie alla sua moneta sottovalutata. Di fatto, nel 1929-31 fu meno colpita di gran parte degli altri paesi avanzati (disponibile in pdf):

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Si noti, per inciso, che in quel caso i francesi non furono malvagi o male intenzionati – semplicemente aderirono alla loro ideologia della moneta-forte in un contesto nel quale ciò ebbe terribili effetti negativi sugli altri paesi.

Ovviamente i particolari sono diversi, ma sosterrei che la Germania sta giocando un ruolo in qualche modo simile ai nostri giorni – non così netto, ma con minori scusanti. Perché la Germania è una potenza economicamente egemone in termini nei quali la Francia non è mai stata; essa ha responsabilità, con le quali non si sta misurando.


 

 

 


[1] Billy Crystal, pseudonimo di William Jacob Crystal (Long Beach, 14 marzo 1948), è un attore, regista, sceneggiatore, comico e produttore cinematografico statunitense.

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Peccato e scemenza (2 novembre 2013)

novembre 2, 2013

November 2, 2013, 4:35 pm

 

Sin and Unsinn

Continuing on my German theme: Matt O’Brien catches something that I’d missed — and it’s really, really bad. I’ve mentioned before that the European Commission’s estimates of the structural rate of unemployment in troubled economies are disastrously misleading. Its model (pdf) just isn’t designed to cope with sustained slumps that put some countries into near- or actual deflation, where the downward stickiness of nominal wages becomes a crucial issue. What the model does in such cases is interpret the failure of these countries to experience accelerating deflation as a rise in the structural rate of unemployment.

Consider Spain. Here’s annual data 2000-2012 showing unemployment versus wage changes:

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European Commission, OECD

A man from Mars, or from 1970, might look at this and say that it looks as if high unemployment does dampen wage changes in Spain, and that if we think that Spain can afford something like 3 percent annual wage growth, it can run an economy with something like 15 percent unemployment. That’s not good — it’s a lot of structural unemployment, and it does say that Spain in the bubble years was way overheated. But it’s nothing like the EC estimate, which says that the vast bulk of the rise in Spain’s unemployment rate is structural (NAWRU is non-accelerating-wage-rate-of-unemployment):

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European Commission

Where does this come from? Basically because the EC’s methodology says that if the NAWRU was 15, Spain should now be experiencing not just deflation, but accelerating deflation. Since this isn’t happening, the structural unemployment rate must be close to the actual rate, and must have surged since the crisis began.

OK, this is crazy — and even the Commission’s staff realizes that it’s crazy. Furthermore, it matters, because by assuming that Spain has ridiculously high structural unemployment, the Commission ends up demanding far more austerity than is justified even on its own criteria.

So the Commission was about to change the way it estimates structural unemployment. But Germany has blocked the move.

This is, as I said, really, really bad. It’s an overt move to overrule professional expertise in favor of German ideology, and it has real, ugly consequences for economic policy.

 

Peccato e scemenza [1]

 

Continuando sul mio tema della Germania: Matt O’Brien afferra un aspetto che mi era sfuggito – ed è davvero molto negativo. Avevo ricordato in precedenza [2] che la  Commissione Europea  ritiene che il tasso strutturale di disoccupazione delle economie in difficoltà sia disastrosamente fuorviante. Il suo modello (disponibile in pdf) semplicemente non è progettato per fare i conti con crisi prolungate che mettono alcuni paesi in condizioni di deflazione, vicina o effettiva, dove la rigidità dei salari verso il basso diventa un tema cruciale. Quello che il modello fa, in questi casi, è interpretare l’incapacità di questi paesi  a fare l’esperienza di una accelerazione della deflazione come una crescita del tasso strutturale di deflazione.

Si consideri la Spagna. Ecco le statistiche annuali dal 2000 al 2012 che mostrano in confronto tra disoccupazione e mutamenti salariali :

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Commissione europea, OCSE

Una persona che venisse da Marte, oppure dal 1970, potrebbe guardare questa tabella ed affermare che essa pare che mostri che una elevata disoccupazione in effetti mitighi i mutamenti salariali in Spagna, e che se pensiamo che la Spagna possa permettersi qualcosa come un incremento annuale del 3 per cento dei salari, essa può anche gestire un’economia con qualcosa come il 15 per cento di disoccupazione. Questa non è una buona cosa – si tratta di una grande quantità di disoccupazione strutturale e ci dice proprio che la Spagna negli anni della bolla era surriscaldata. Ma non è questa la stima della Commissione Europea, secondo la quale la maggior parte della crescita del tasso di disoccupazione in Spagna è strutturale (il termine NAWRU significa: tasso di disoccupazione che non comporta accelerazioni salariali):

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Commissione Europea

Da dove viene fuori? Fondamentalmente dal fatto che la metodologia della Commissione Europea dice che se il livello NAWRU fosse a 15, la Spagna in questo momento non starebbe facendo soltanto l’esperienza  della deflazione, ma di una accelerata deflazione. Dal momento che non sta avvenendo, il tasso di disoccupazione strutturale deve essere vicino al tasso effettivo, e deve essere cresciuto dal momento in cui la crisi è cominciata.

E’ chiaro che questo è pazzesco, e persino lo staff della Commissione comprende che è pazzesco. Inoltre è importante, perché assumendo che la Spagna abbia livelli di disoccupazione strutturale assurdamente elevati, la Commissione finisce col pronunciarsi per una ancora maggiore austerità che è giustificata anche dai suoi stessi criteri.

Dunque, la Commissione era vicina a modificare il modo in cui stima la disoccupazione strutturale. Ma la Germania ha bloccato tale iniziativa.

Questo, come ho detto, è davvero molto negativo. Si tratta di una iniziativa che dichiaratamente rigetta la competenza professionale a favore della ideologia tedesca, ed ha conseguenze reali pessime per la politica economica.



[1] In tedesco “unsinn” è una cosa stupida.

[2] Post del 22 settembre “Non è difficile spiegare la sofferenza della Spagna”.

A difesa della Germania (2 novembre 2013)

novembre 2, 2013

 

November 2, 2013, 9:23 am

Defending Germany

OK, I’ve just written a couple of posts talking about the harm German policy is doing. But this is dumb and destructive:

Berlin’s attention to its own domestic priorities seems likely to stir resentment that the medicine of austerity prescribed by Berlin abroad is administered with less zeal at home. Analysts say the contrast is angering voters throughout Europe, where populist and anti-European Union parties are steadily gaining strength outside Germany.

No, no, no! This is the euro equivalent of “American families are having to tighten its belts, so the government should tighten its belt too.” We want Germany to spend more, so that it provides a market for other countries and stops adding so much to the world’s excess savings. The last thing European debtors, or anyone else for that matter, should demand is that Germany put on a hair shirt.

So please, Germany, live it up.

 

A difesa della Germania

 

E’ vero, ho appena scritto un paio di posts parlando del danno che la politica tedesca sta facendo. Ma questo è sciocco e distruttivo [1]:

“L’attenzione tedesca alle proprie priorità interne sembra provocare risentimento per una medicina che Berlino prescrive per l’estero ed amministra con minor zelo a casa propria. Gli analisti affermano che il contrasto sta facendo infuriare dappertutto gli elettori in Europa, dove i partiti populisti ed antieuropei stanno costantemente rafforzandosi, con eccezione della Germania.”

No, no e poi no! Questo è l’equivalente europeo di “Le famiglie americane stringono lo cinghia, dunque il Governo dovrebbe fare lo stesso”. Noi vogliamo che la Germania spenda di più, in modo da fornire un mercato agli altri paesi e da smettere di aggiungere così tanto all’eccesso di risparmio globale. L’ultima cosa che i debitori europei, o chiunque altro per quel motivo, dovrebbero chiedere è che la Germania si metta il cilicio.

Dunque, per cortesia, che la Germania se la goda.



[1] Riporta un articolo del New York Times sulla pagina dell’Europa. Ma il giudizio negativo non è su tale articolo, ma sulle reazioni alle quale esso allude in Europa.

Altre note sulla Germania (1 novembre 2013)

novembre 1, 2013

 

November 1, 2013, 4:54 pm

More Notes On Germany

A few more things to say about Germany’s trade surplus and the US report saying, correctly, that it’s harmful to the world economy.

The worst thing, if you ask me, in the Spiegel report on the controversy is the statement by Germany’s Economics Ministry that Germany’s surplus is

a sign of the competitiveness of the German economy and global demand for quality products from Germany.

Economists everywhere should read this and weep. It is a basic accounting identity that

Current account = Savings – Investment

Any story about the determination of the current account balance must take this identity into account. Suppose you have wonderful products that the world loves; even so, if you have low savings and high investment, you must run deficits. How can this happen? Simple: you end up with a high value of your currency and/or high wages relative to competitors.

So while it’s impressive that Germany can run a surplus despite quite high labor costs, and that’s a testimony to the quality of its stuff, ultimately the surplus reflects high savings relative to investment.

And we are, as I said in a different context just the other day, in a world awash in savings, a world in which someone who decides to spend less and save more makes the whole world poorer. That’s not the normal situation, but it’s where we are now, and where we have been for five years.

Does the German Economics Ministry really not understand any of this? My guess is that it doesn’t — that Germany really does see itself as a role model, believes that all would be well if everyone behaved the same, and doesn’t see the notion of a world in which everyone runs big trade surpluses as being problematic in the least.

 

Altre note sulla Germania

 

Ancora poche cose da dire sul surplus commerciale della Germania e sul rapporto statunitense che afferma, correttamente, che esso è dannoso per il mondo intero.

La cosa peggiore, se volete la mia opinione, nel resoconto dello Spiegel sulla controversia, è la dichiarazione del Ministro dell’Economia tedesco secondo la quale il surplus della Germania è:

“il segno della competitività dell’economia tedesca e della domanda globale per la qualità dei prodotti tedeschi.”

Un qualunque economista dovrebbe mettersi a piangere nel leggere cose del genere. E’ per effetto di una identità contabile che:

Conto Corrente = Risparmi – Investimenti.

Ogni racconto sulla determinazione dell’equilibrio di conto corrente deve mettere questa identità nel conto. Supponiamo che abbiate dei prodotti meravigliosi che tutto il mondo ama; anche così, se avete bassi risparmi ed elevati investimenti, dovete realizzare deficit. Come può accadere questo? Semplice: vi ritrovate con un alto valore della vostra valuta e/o con alti salari, in relazione a quelli dei vostri competitori.

Così, se è notevole che la Germania possa realizzare un avanzo nonostante costi del lavoro abbastanza elevati, e ciò è una testimonianza della qualità dei suoi prodotti, fondamentalmente il surplus riflette elevati risparmi in relazione agli investimenti.

E noi siamo, come ho detto in un altro contesto proprio l’altro giorno [1], in un mondo inondato di risparmi, un mondo nel quale chiunque decide di spendere di meno e di risparmiare di più rende il mondo stesso più povero. Questa non è una situazione normale, ma è la situazione nella quale siamo oggi, e nella quale siamo da cinque anni.

Capisce cose di questo genere il Ministro tedesco dell’Economia? La mia impressione è che non le capisca – la Germania veramente si considera come un modello esemplare, crede che tutto andrebbe meglio se tutti si comportassero nello stesso modo e ritiene che un mondo nel quale ognuno realizza grandi surplus commerciali non sia niente affatto problematico.



[1] Si riferisce al post “Redditieri, diritti sociali e politica monetaria” del 30 ottobre.

Il danno che fa la Germania (1 novembre 2013)

novembre 1, 2013

 

November 1, 2013, 11:41 am

The Harm Germany Does

The Germans are outraged, outraged at the U.S. Treasury department, whose Semiannual Report On International Economic And Exchange Rate Policies says some negative things about how German macroeconomic policy is affecting the world economy. German officials say that the report’s conclusions are “incomprehensible” — which is just bizarre, because they’re absolutely straightforward.

Oh, and yes, the US inexcusably spied on Angela Merkel — but that has nothing to do with this, and anyone bringing it into this conversation thereby demonstrates his or her intellectual bankruptcy. Also, frank talk about German economic policies doesn’t make you anti-German or anti-European; again, anyone trying to evade the substance by bringing that kind of accusation in has in effect conceded the argument.

So, about the argument. Here’s a brief history of the euro zone, told through one number for two countries, Germany and Spain:

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The creation of the euro was followed by the emergence of huge imbalances, with vast amounts of capital flowing from the core to the periphery. Then came a “sudden stop” of private capital flows, forcing the peripheral nations to eliminate their current account deficits, albeit with the process slowed by the provision of official loans, mainly through loans among central banks. The really bad news for the periphery is that so far the adjustment has taken place mainly through depressed economies rather than regained competitiveness; so the counterpart of that “improvement” for Spain is 25 percent unemployment.

Normally you would and should expect the adjustment to be more or less symmetrical, with surplus countries reducing their surpluses as deficit countries reduced their deficits. But that hasn’t happened. Germany hasn’t adjusted at all; all of the rise in peripheral European current accounts has taken place at the expense of the rest of the world.

And that’s a very bad thing. We are still in a world ruled by inadequate demand, and very much subject to the paradox of thrift. By running inappropriate large surpluses, Germany is hurting growth and employment in the world at large. Germans may find this incomprehensible, but it’s just macroeconomics 101.

You might argue that it’s not the German government’s fault that it runs surpluses — but you’d be wrong. (I’ve fallen into this trap, but acknowledged the error.) For one thing, Germany has pursued fiscal austerity despite its creditor status, contributing to an overall tightening of policy in the eurozone. And one way to think about Germany’s role within the euro is that it is in effect engaging in huge foreign exchange intervention via Target 2, which holds down the “shadow Deutche Mark”:

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Of course, I don’t expect German officials to admit that there’s anything to what Treasury says. They’re not big on macroeconomics as we understand it; actually, they’re not big on accounting identities, since their view seems to be that everyone should be like Germany, and run huge trade surpluses.

But Treasury just stated the obvious and true.

 

Il danno che fa la Germania

 

I tedeschi si sentono insultati, proprio insultati, dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, il cui Rapporto semestrale sulle politiche economiche internazionali ed i tassi di cambio dice alcune cose negative su come la politica macroeconomica tedesca sta influenzando l’economia mondiale. Dirigenti tedeschi affermano che le conclusioni del rapporto sono “incomprensibili” – il che è proprio strano, considerato che sono completamente lineari.

E poi, proprio così, gli Stati Uniti hanno spiato senza alcuna scusa Angela Merkel – ma questo non c’entra nulla, e chiunque voglia inserirlo nel dibattito mostra con ciò stesso il proprio sbandamento intellettuale. Inoltre, parlare con franchezza delle politiche economiche della Germania non significa essere anti-tedeschi o antieuropei; e ancora, chiunque cerchi di eludere la sostanza avanzando quel genere di accusa di fatto è come se ammettesse la fondatezza degli argomenti altrui.

Dunque, a proposito di tali argomenti. Ecco una breve storia dell’eurozona, raccontata attraverso i dati di due paesi, Germania e Spagna:

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La creazione dell’euro fu seguita dall’emergere di gravi squilibri, con ampi flussi di capitali che scorrevano dal centro alla periferia. Poi venne il “blocco improvviso” dei flussi dei capitali privati, costringendo i paesi periferici ad eliminare i loro deficit di conto corrente [1], anche se entro un processo rallentato dalla fornitura di prestiti ufficiali, principalmente attraverso le banche centrali. La notizia davvero negativa per la periferia è che sinora la correzione si è manifestata attraverso la depressione delle economie e non una recuperata competitività; cosicché per la Spagna la conseguenza di quel “miglioramento” è il 25 per cento di disoccupazione.

Normalmente ci si dovrebbe aspettare che la correzione sia più o meno simmetrica, con i paesi in avanzo che riducono i loro surplus e quelli in deficit che riducono le loro perdite. Ma non è quello che è accaduto. La Germania non ha corretto un bel niente; tutta la crescita di conto corrente nella periferia europea è avvenuta a spese del resto del mondo.

E questo è davvero negativo. Siamo ancora in un mondo dominato dall’inadeguatezza della domanda, e soggetto moltissimo al cosiddetto paradosso del risparmio. Realizzando ampi surplus inappropriati , la Germania danneggia la crescita e l’occupazione in generale nel mondo. I tedeschi lo possono trovare incomprensibile, ma è solo macroeconomia da libri di testo universitari.

Si potrebbe sostenere che non è del Governo tedesco la responsabilità se realizza avanzi – ma si sbaglierebbe (io sono cascato in questo trabocchetto, ma ho riconosciuto l’errore). Innanzi tutto, la Germania ha perseguito una austerità della finanza pubblica nonostante il suo  status di paese creditore, contribuendo ad una stretta generale nell’eurozona. E un modo per rappresentare il ruolo della Germania all’interno dell’euro è che essa si stia in sostanza impegnando in un vasto intervento sui cambi attraverso il cosiddetto “Target 2” [2]; attraverso il quale si conserva un “Marco Tedesco ombra”.

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Naturalmente, non mi aspetto che i dirigenti tedeschi ammettano che c’è del vero in quello che dice il Tesoro americano. Non sono così forti in macroeconomia per come noi la conosciamo; per la verità, non sono forti nelle identità contabili [3], considerato che la loro opinione pare essere quella per cui tutto dovrebbero essere come la Germania, e gestire ampi surplus commerciali.

Ma il Tesoro ha semplicemente detto quello che è vero ed ovvio.



[1] Vedi note sulla traduzione.

[2] L’avvio dell’Unione monetaria europea nel 1999 ha richiesto la realizzazione del sistema TARGET (Trans-European Automated Real-Time Gross Settlement Express Transfer System) composto dai sistemi di regolamento lordo dei 17 Stati membri dell’UE e della Banca Centrale Europea, tra loro collegati. La disponibilità di TARGET in grado di dare esecuzione ai pagamenti interbancari nell’area dell’euro in condizioni di sicurezza, affidabilità ed efficienza ha reso possibile la conduzione efficace della politica monetaria unica all’interno dell’area e, al tempo stesso, ha dato rilevante impulso al processo di intergrazione finanziaria e commerciale tra i paesi partecipanti.
Il 19 novembre 2007 è stato avviato con gradualità il sistema Target 2 che sostituisce il precedente sistema TARGET e si avvale di una piattaforma unica condivisa (Single Shared Platform, SSP) realizzata e gestita dalla Banca d’Italia, dalla Deutsche Bundesbank e dalla Banque de France a beneficio dei sistemi finanziari europei, che peraltro, sul piano operativo e giuridico, fanno riferimento alle rispettive banche centrali, sulla base di norme armonizzate. (Banca d’Italia)

[3] In contabilità, nella finanza e nell’economia una identità contabile è una eguaglianza che deve essere vera a prescindere dal valore delle sue variabili. In questo caso l’identità contabile che i tedeschi vorrebbero negare, è data dalla obbligatoria corrispondenza di surplus e di deficit di conto corrente: è impossibile che tutti gestiscano vasti surplus commerciali.

Repubblicani della “Borscht Belt” (30 ottobre 2013)

ottobre 30, 2013

 

October 30, 2013, 2:57 pm

Borscht Belt Republicans

Has anyone else noticed how much the GOP position on Obamacare resembles the classic borscht belt joke about the two ladies at a Catskills resort? Lady #1: “The food here is so terrible, it’s inedible!” Lady #2: “And the portions are so small!” Republican #1: “Obamacare is slavery!” Republican #2: “And it’s so hard to sign up!”

 

Repubblicani della “Borscht Belt” [1]

 

Qualcuno oltre a me ha notato che la posizione del Partito Repubblicano sulla riforma sanitaria di Obama assomiglia alla barzelletta della “borscht belt” sulle due signore in un villaggio turistico delle Catskill?

Signora numero 1: “Il cibo qua è così cattivo, è immangiabile!”

Signora numero 2: “E le porzioni sono così piccole!”

Repubblicano numero 1: “La riforma di Obama è la schiavitù!”.

Repubblicano numero 2: “Ed è così difficile iscriversi!”.


 

 

 


[1] “ Borscht Belt” è una buffa espressione geografica, che indica l’area non lontana da New York delle Montagne Catskill, dove dagli anni ’20 agli anni ’70 i newyorkesi andavano a fare vacanze popolari nei bungalows e nei villaggi turistici. L’area era anche chiamata “Jewish Alps”, Alpi Ebraiche, ad indicare che era una meta turistica prediletta dalle famiglie ebraiche. In effetti in termine “Borscht Belt” ha quella origine; “borscht” è una zuppa con latte acido di origine russa che veniva consumata dagli immigrati ebrei di provenienza orientale (ashkenaziti), mentre “belt” significa “cintura”, nel senso anche di ampio comprensorio geografico. Ora, una vasta area degli Stati Uniti – indicata nella cartina dall’Arkansas alla Florida – veniva anche chiamata “Bible Belt”, per indicare una forte concentrazione di protestanti evangelici. Il comprensorio della ‘zuppa al latte acido’, ironicamente indicava invece la predilezione per i Monti Catskill degli ebrei newyorkesi nelle loro modeste vacanze. E questi sono i due comprensori:

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Paragrafi che meritano un premio (30 ottobre 2013)

ottobre 30, 2013

October 30, 2013, 11:36 am

 

Award-winning Paragraphs

John Taylor has accomplished something sort of amazing: he has managed to write the two worst paragraphs I’ve read this week. Here they are:

Federal debt held by the public has increased to 73% of GDP this year from 41% in 2008—and according to the Congressional Budget Office, it will rise to more than 250% without a change in policy. This raises uncertainty about how the debt can be brought under control.

Despite a massive onslaught of legislation and regulation designed to foster prosperity, economic growth remains low and unemployment remains high. Rhetoric aside, many both inside and outside the government quite reasonably seek to return to the kinds of policies that worked well in the not-so-distant past. Claiming that one political party has been hijacked by extremists misses this key point, and prevents a serious discussion of the fundamental changes in economic policies in recent years, and their effects.

Start with the first paragraph, and notice the lack of a time frame. When, exactly, does CBO think the debt will rise to 250%?

Actually, I’m not sure where Taylor gets that number from; CBO has stopped doing ultra-long-run projections in its long-run budget outlook, on the grounds that we really have no idea what the world will look like in 50 or 75 years. What it does do is 25-year projections, which look like this:

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Not great, but even a quarter-century out CBO is projecting a debt level well within historical experience for advanced nations. By conveying the impression that explosive debt growth is just around the corner, Taylor is actively and deliberately misleading his readers.

But what I really found noteworthy is Taylor’s declaration that we must not say that the GOP has been taken over by extremists, because it prevents a serious discussion. Suppose we just posit the possibility that the GOP really has been taken over by extremists; are supposed to pretend otherwise, for the sake of discussion? When does it become OK to acknowledge reality?

And of course the GOP really has been taken over by extremists. Normal political parties don’t shut down the government and threaten to push us into default in an attempt to derail legislation that has been duly enacted by Congress, and they lack the votes to repeal. Sorry, but that’s just not something one can pretend not to notice.

Anyway, congratulations to Taylor, who wins some sort of prize this week.

 

Paragrafi che meritano un premio

 

John Taylor ha compiuto qualcosa di sorprendente: è riuscito a scrivere i due peggiori paragrafi tra quelli che ho letto in questa settimana. Eccoli:

“Il debito federale detenuto dalle istituzioni pubbliche  [1] è cresciuto dal 41 % del PIL del 2008 al 73% di quest’anno – e, secondo il Congressional Budget Office [2], salirà a più del 250% senza cambiamenti nella politica. Questo fa salire l’incertezza su come il debito possa essere messo sotto controllo.

Nonostante una offensiva massiccia della legislazione e dei regolamenti finalizzata ad incoraggiare la prosperità, la crescita economica resta bassa e la disoccupazione resta elevata. A parte la propaganda, in molti, sia dentro che fuori il Governo, abbastanza ragionevolmente cercano di tornare al genere di politiche che funzionavano egregiamente in un non lontano passato. Sostenere che un partito politico è stato preso in ostaggio dagli estremisti significa non vedere la cosa principale, ed impedisce un serio dibattito sulle fondamentali modifiche delle politiche economiche degli anni recenti e sui loro effetti.”

Cominciamo dal primo paragrafo, e si noti l’assenza di una cornice temporale. Quando esattamente il CBO pensa che il debito salirà al 250%?

Per la verità non sono sicuro da dove Taylor prenda il suo dato; il CBO ha smesso di fare le sue proiezioni di lunghissimo periodo nelle sue prospettive di bilancio a lungo termine, sulla base della considerazione che non abbiamo nessuna idea di quello che saremo tra 50 o 75 anni. Ciò che fa sono previsioni a 25 anni, che appaiono in questo modo:

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Non è granché, ma persino a un quarto di secolo il CBO prevede un livello di debito del tutto nell’ambito della esperienza delle nazioni avanzate. Per trasmettere l’impressione che quella esplosiva crescita del debito sia proprio dietro l’angolo, Taylor inganna i propri lettori con molto impegno e deliberatamente.

Ma quello che ho davvero trovato degno di interesse è la dichiarazione di Taylor secondo la quale non dovremmo dire che gli estremisti si sono impossessati del Partito Repubblicano, perché ciò impedisce una discussione seria.  Supponiamo che si ipotizzi davvero la possibilità che il Partito repubblicano sia finito in mano di estremisti; dovremmo fingere qualcos’altro, nell’interesse del dibattito? Quando mai è il momento di guardare alle cose per quello che sono?  

E, come si sa, gli estremisti si sono impossessati per davvero del Partito Repubblicano. I normali partiti politici non interrompono le attività di governo e non minacciano di spingerci al default nel tentativo di deragliare la legislazione che è stata a pieno diritto deliberata dal Congresso, che non hanno voti sufficienti per abrogare. Spiacente, ma non sono cose che si possa fingere di non notare.

In ogni caso, congratulazioni a Taylor che per questa settimana vince questa specie di premio.



[1]Suppongo significhi le obbligazioni in possesso della Federal Reserve e forse di altre istituzioni pubbliche. “Held” deve significare questo (e non il debito “conseguito” …) perchè il debito federale è oggi il 106,9% del PIL, mentre era il 71,2% del PIL nel 2008.

[2] Vedi le note sulla Traduzione.

Redditieri, diritti sociali e politica monetaria (30 ottobre 2013)

ottobre 30, 2013

 

October 30, 2013, 11:21 am

Rentiers, Entitlement, and Monetary Policy

Bill Gross is at it again, coming up with yet another reason for the Fed to tighten despite a still-depressed economy and inflation falling well below target. He is, of course, not alone — it has actually been amazing how wide a variety of reasons people in or close to the financial industry have come up for tight money in an economy that seems to need to opposite. Many of the people making these arguments started with dire warnings about runaway inflation; but when inflation failed to materialize, they didn’t change their policy views, they came up with new rationales for doing exactly the same thing.

This kind of behavior — ever-shifting rationales for an unchanging policy (see: Bush tax cuts, invasion of Iraq, etc.) — is a “tell”. It says that something else is really motivating the policy advocacy. So what is going on here? When I read Gross and others, what I think is lurking underneath is a belief that capitalists are entitled to good returns on their capital, even if it’s just parked in safe assets. It’s about defending the privileges of the rentiers, who are assumed to be central to everything; the specific stories are just attempts to rationalize the unchanging goal.

 

The thing to realize here, then, is that nothing about our current situation says that rentiers are entitled to their rent. And it’s a perversion of alleged free-market thinking to suggest otherwise.

Bear in mind where we are, economically: we are still in a liquidity trap, and we are very much in a paradox of thrift world, where hoarding — not spending — is a positive social evil.

What is the role of interest in this world? Interest, classically (and I do mean classically, as in Mr. Keynes and the), is the reward for waiting: there’s supposedly a social function to interest because it rewards people for saving rather than spending. But right now we’re awash in excess savings with nowhere to go, and the marginal social value of a dollar of savings is negative. So real interest rates should be negative too, if they’re supposed to reflect social payoffs.

This really isn’t at all exotic — but obviously it’s a point wealth-owners don’t want to hear. Hence the constant agitation for monetary tightening.

And this agitation does real harm. Think about the Fed’s taper talk: ultimately, I think it’s clear that it was an attempt to throw a bone to the tight-money crowd, in a way the Fed hoped wouldn’t do real harm. But it did do harm: long-term rates popped up, and are a significant factor in slowing our economy.

So add the rentiers’ sense of entitlement to the reasons we have made such a botch of macroeconomic policy.

 

Redditieri, diritti sociali e politica monetaria

 

Bill Gross ci torna sopra, venendo fuori con un’altra ragione per la quale la Fed dovrebbe decidere una stretta nonostante una economia ancora depressa ed una inflazione che scende ben al di sotto dell’obbiettivo.  Non è il solo, naturalmente – per la verità è stato sorprendente con quale ampia varietà di ragioni le persone dall’interno o vicine al sistema finanziario si sono pronunciate per una restrizione monetaria, in un’economia che pare aver bisogno dell’opposto. Molte delle persone che avanzano tali argomenti hanno cominciato con terribili ammonimenti su una inflazione fuori controllo; ma quando l’inflazione non si è materializzata, non hanno mutato i loro punti di vista politici, sono venuti fuori con nuove tesi, pur di fare esattamente la stessa cosa.

Questo genere di condotta – argomenti che cambiano in continuazione per una politica immutabile (si vedano: gli sgravi fiscali di Bush, l’invasione dell’Iraq etc.) – è come un “cumulo di strati [1]”. Essa afferma che qualcosa d’altro sta davvero alla base del sostegno ad una politica. Dunque, come si procede in questo caso? Quando leggo Gross e gli altri, quello che io penso sia nascosto sotto l’apparenza è il convincimento che i capitalisti abbiano diritto ad un buon rendimento del loro capitale, anche se esso è semplicemente parcheggiato in assets sicuri. Questo riguarda la difesa dei privilegi dei redditieri, che si è supposto sia centrale per ogni cosa; le storie specifiche sono soltanto tentativi di razionalizzare l’obbiettivo immutabile.

La cosa da comprendere in questo caso, poi, è che niente della situazione attuale ci dice che i redditieri abbiano diritto alla loro rendita. Ed è una perversione della teoria del supposto libero mercato indicare diversamente.

Si tenga a mente dove ci troviamo, dal punto di vista economico: siamo ancora in una trappola di liquidità, e siamo anche molto nel mondo del paradosso del risparmio, dove l’accumulare, anziché lo spendere, è un male sociale positivo.

Quale è il ruolo dell’interesse in un mondo del genere? L’interesse, classicamente (ed intendo per davvero classicamente, come in Keynes e in altri) è il premio alla attesa: si immagina che ci sia una funzione sociale dell’interesse perché esso premia la gente per risparmiare anziché per spendere. Ma in questo momento noi siamo inondati da risparmi in eccesso che non sanno dove andare, ed il valore sociale marginale di un dollaro di risparmi è negativo. Dunque, anche i tassi di interesse reali dovrebbero essere negativi, se si suppone che essi riflettano i ricavi sociali.

Questo non è poi così insolito – ma naturalmente questo è un punto che i possessori di ricchezza non vogliono sentirsi dire. Da qua la loro costante agitazione per una restrizione monetaria.

E questa agitazione è realmente dannosa. Si pensi alle voci di restrizione da parte della Fed: in conclusione, penso sia chiaro che si sia trattato di un tentativo di gettare un osso alla turba della restrizione monetaria, in un modo che la Fed sperava non facesse un danno reale. Ma il danno l’ha fatto: i tassi di interesse a lungo termine sono saliti e costituiscono un fattore significativo di rallentamento della nostra economia.

Aggiungiamo dunque la percezione dei propri diritti da parte dei redditieri tra le ragioni per le quali abbiamo realizzato un tale pasticcio di politica macroeconomica.



[1] Trovo (WordReference, English definition) che “tell” come sostantivo può significare un accumulo di rifiuti in un sito da molto tempo utilizzato a tal fine, specialmente di materiale di costruzione di edifici. E si aggiunge stranamente che è una espressione in particolare utilizzata per cose del genere nel Medio Oriente. Del resto, l’espressione deve essere piuttosto singolare, perchè viene scritta tra virgolette. E sembra adatto …

Valium a coloro che sono ansiosi per la legge di riforma sanitaria di Obama (29 ottobre 2013)

ottobre 29, 2013

 

October 29, 2013, 2:27 pm

Valium for Obamacare Worriers

Suppose that healthcare.gov isn’t fixed by the end of next month. How bad is it for Obamacare? Would the program be doomed?

 

No, says Jonathan Cohn, because there are two layers of protection against poor signup. First, there is a system of cross-subsidies to insurance companies that was intended to prevent companies from surreptitiously gaining an advantage by only signing up healthy people (hey, our policy is available to anyone — but you have to sign up in our sixth-floor walkup office.) As it turns out, this system would end up compensating insurance companies in general if the risk pool is worse than expected. Second, the subsidies to individuals are designed to hold health costs down to 8 percent of income, which means that they will rise if costs are higher than expected.

Neither of these would be a good thing, since they would increase the budget cost, but they do mean that Obamacare’s survival probably isn’t on the line.

Actually, the biggest reason Obama and co. should be anxious to fix these things now, I’d argue, isn’t the fate of the program itself, which can survive even large early wobbles, but the midterm elections. If Obamacare is fixed, Republicans will be in the position of attacking a program that is benefiting millions of Americans; if it isn’t, they can still run against the legend, not the fact.

So a lot is riding on fixing the technological botch — but not in quite the way people imagine.

 

Valium a coloro che sono ansiosi per la legge di riforma sanitaria di Obama

 

Supponiamo che il sito healthcare.gov non sia riparato per la fine del prossimo mese. Che guaio sarebbe per la riforma di Obama? Sarebbe una condanna per quel programma?

No, dice Jonathan Cohn, perché ci sono due livelli di protezione per l’iscrizione da parte dei poveri. Il primo, c’è un sistema di sussidi trasversali alle compagnie assicuratrici che ha lo scopo di impedire che le compagnie stesse surrettiziamente ottengano un guadagno iscrivendo soltanto le persone in buona salute (“Ehi, le nostre polizze sono disponibili per tutti, ma per iscrivervi dovete andare al nostro ufficio al sesto piano senza ascensore” [1]). Si scopre che questo sistema finirebbe col favorire in termini generali le compagnie assicuratrici nelle quali la composizione aggregata del rischio fosse peggiore di quanto atteso. Il secondo, i sussidi alle persone hanno lo scopo di tenere i costi sanitari al di sotto dell’otto per cento del reddito, il che significa che essi cresceranno se i costi sono superiori a quello che ci si aspetta.

Nessuna di queste cose sarebbe positiva, dal momento che esse incrementerebbero il costo di bilancio, ma esse significano che la sopravvivenza della riforma sanitaria non è a rischio.

In effetti, la ragione principale per la quale Obama e compagnia dovrebbero aver l’ansia di rimediare immediatamente a queste cose, per quanto posso supporre, non è il destino in se stesso del programma, che può sopravvivere  persino a vasti iniziali ondeggiamenti, ma le elezioni di medio termine. Se la riforma di Obama è messa nelle condizioni di partire, i repubblicani saranno nella situazione di attaccare un programma che sta fornendo benefici a milioni di persone; se non sarà così essi potranno ancora prendersela contro un mito, non contro una realtà di fatto.

Dunque ci sono molte ragioni per darsi da fare per rimediare al lavoro tecnologicamente malfatto – ma non esattamente nel senso in cui molta gente si immagina.



[1] E’ ovvio, ma lo chiarisco, che con una tecnica del genere obesi, cardiopatici asmatici e in genere fumatori accaniti verosimilmente non si iscriverebbero.

Poesia e blog (28 ottobre 2013)

ottobre 28, 2013

 

October 28, 2013, 5:53 pm

Poetry and Blogging

A non-economics, non-policy post; I just want to give a shoutout to a book I’m reading, and really enjoying: Tom Standage’s Writing on the Wall: Social Media — The First 2,000 Years. I’ve been a big fan of Standage’s ever since his book The Victorian Internet, about the rise of the telegraph, which shed a lot of light on network technologies while also being great fun. Now he’s done it again.

Standage’s argument is that the essential aspects of social media — exchange of information that runs horizontally, among people who are affiliated in some way, rather than top-down from centralized sources — have been pervasive through history, with the industrial age’s news media only a temporary episode of disruption. As he shows, Cicero didn’t get his news from Rome Today or Rupertus Murdochus — he got it through constant exchanges of letters with people he knew, letters that were often both passed on to multiple readers and copied, much like tweets being retweeted.

 

Even more interesting is his discussion of the Tudor court, where a lot of the communication among insiders took place through the exchange of … poetry, which allowed people both to discuss sensitive topics elliptically and to demonstrate their cleverness. You could even build a career through poetry, not by selling it, but by using your poems to build a reputation, which could translate into royal favor and high office — sort of the way some people use their blogs to build influence that eventually leads to paying gigs of one kind or another. The tale of John Harington — of the famous “treason never prospers” line — is fascinating.

Incidentally, when and why did we stop reading poetry? Educated people used to read it all the time, or at least pretend to; that’s no longer the case. Frankly, I don’t read poetry except on very rare occasions. What happened?

Anyway, interesting stuff. And since I don’t think Standage is likely to get favors showered on him by our latter-day Queen Elizabeth, buy his book!

 

Poesia e blog

 

Un post che non ha niente a che fare con l’economia e con la politica; voglio solo esprimere il mio pubblico ringraziamento per un libro che sto leggendo e che mi sta procurando un vivo piacere: “Scrivere sul muro: i primi 2.000 anni dei ‘social media’ [1]” di Tom Standage. Sono stato un grande cultore di Standage sin dal suo primo libro “L’Internet vittoriano”, sull’avvento del telegrafo, che fece molta luce sulle tecnologie dei rete riuscendo altresì ad essere del tutto piacevole. Ora si è ripetuto.

La tesi di Standage è che gli aspetti essenziali dei social media – scambio di informazioni che corrono orizzontalmente, tra persone che sono in qualche modo associate, piuttosto che dall’alto al basso da fonti centralizzate – hanno pervaso il corso della storia, laddove i mezzi di informazione dell’età industriale sono stati soltanto un episodio temporaneo di perturbazione. Come egli mostra, Cicerone non aveva le notizie da “Roma Oggi” oppure da “Rupertus Murdochus” [2] – le otteneva attraverso costanti scambi di lettere con persone di sua conoscenza, lettere che spesso venivano trasmesse ad una molteplicità di lettori e copiate, con molta somiglianza con i tweet che vengono retweettati.

Ancora più interessante è la sua trattazione della corte dei Tudor, dove gran parte della comunicazione tra gli addetti ai lavori avveniva  attraverso lo scambio di … poesie, il che consentiva alle persone sia di dibattere in modo criptico i temi delicati che di dimostrare la propria acutezza. Si poteva persino costruire una carriera tramite la poesia, non vendendola, ma utilizzando i propri scritti per dar vita ad una reputazione, che si sarebbe potuta tradurre in favore da parte della corte e in alti incarichi – in un modo in un certo senso simile a quello che qualcuno usa per dare vita, tramite il proprio blog, ad una influenza che alla fine, in un modo o nell’altro, porta a forme di compenso per i propri servizi. Il racconto di John Harington [3] – autore della famosa frase “il tradimento non ha mai successo” [4] – è affascinante.

Per inciso, quando e perché abbiamo smesso di leggere poesie? Le persone istruite erano solite leggerle in ogni momento, o almeno facevano finta; oggi non è più così. Onestamente, io non leggo poesie se non in rare occasioni. Cosa è successo?

In ogni modo, sono cose interessanti. E dato che non penso che sia probabile che Standage  goda dei favori della Regina Elisabetta dei giorni nostri, comperate questo libro!



[1] Espressione inflazionata, che ha propriamente questo significato: “Social media, in italiano media sociali, è un termine generico che indica tecnologie e pratiche online che le persone adottano per condividere contenuti testuali, immagini, video e audio. I professori Andreas Kaplan e Michael Haenlein hanno definito i media sociali come un gruppo di applicazioni Internet basate sui presupposti ideologici e tecnologici del Web 2.0, che consentono la creazione e lo scambio di contenuti generati dagli utenti. I social media rappresentano fondamentalmente un cambiamento nel modo in cui la gente apprende, legge e condivide informazioni e contenuti. In essi si verifica una fusione tra sociologia e tecnologia che trasforma il monologo (da uno a molti) in dialogo (da molti a molti) e ha luogo una democratizzazione dell’informazione che trasforma le persone da fruitori di contenuti ad editori. Sono diventati molto popolari perché permettono alle persone di utilizzare il web per stabilire relazioni di tipo personale o lavorativo. I social media vengono definiti anche user-generated content (UGC) o consumer-generated media (CGM)”. (Wikipedia)

[2] Un inesistente antenato latino di Keith Rupert Dylan Murdoch (Melbourne, 11 marzo 1931); odierno editore, imprenditore e produttore televisivo australiano naturalizzato statunitense.

[3] John Harington (o Harrington; Kelston, 4 agosto 1561 – 20 novembre 1612) è stato un inventore, poeta e scrittore inglese.

È considerato l’ideatore della moderna toilette, che ha descritto nelle Metamorfosi di Ajax. Nel 1608 tradusse in inglese il celebre Regimen Sanitatis Salernitanum. Fu un esponente importante della Corte della regina Elisabetta, e veniva definito come un suo “figlioccio impertinente”. In realtà le “Metamorfosi di Ajax” erano una allegoria politica ed anche un attacco in linguaggio cifrato alla monarchia; ma contenevano anche la descrizione di un bagno, provvisto di sciacquone, che era stato installato nella sua casa a Kelston.

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[4] Sembra che l’intero epigramma di Harington fosse: “Il tradimento non ha mai successo, Per quale ragione? Perché se avesse successo, nessuno oserebbe definirlo tradimento.”

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