Blog di Krugman

Tre secoli di debito e di tassi di interesse (28 ottobre 2013)

 

October 28, 2013, 5:32 pm

Three Centuries of Debt and Interest Rates

Aha — somehow I didn’t know this existed. The Bank of England has produced some very, very long-term series; spreadsheet can be downloaded here. Here’s debt and interest rates since the Bank was founded:

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The print is a bit small, but the blue line is the ratio of public debt to GDP, measured on the right axis, and the red line is the yield on long-term government debt, measured on the left.

You might think that these data, and the relationship they show — or, actually, don’t show — should have some impact on our current debate, especially given the tendency of many players to reject modeling and appeal to what they claim are the lessons of history.

Or are they claiming that this time is different?

 

Tre secoli di debito e di tassi di interesse

 

Ah, per qualche motivo non sapevo che questo esistesse. La Banca di Inghilterra ha prodotto alcune serie davvero da molto lontano nel tempo: il foglio di calcolo può essere scaricato da questa connessione. Ecco il debito ed i tassi di interesse dal momento in cui la Banca fu fondata [1]:

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I caratteri sono un po’ piccoli, ma la linea blu indica il rapporto tra il debito pubblico ed il PIL, misurato sull’asse a destra, e la linea rossa è il rendimento delle obbligazioni sul debito governativo a lungo termine, misurato sulla sinistra.

Potreste pensare che questi dati, e le relazioni che mostrano – o non mostrano – dovrebbero avere un qualche impatto sul nostro dibattito attuale, considerata specialmente la tendenza di molti protagonisti a rigettare i modelli ed a fare appello a quelle che sostengono essere le lezioni della storia.

Oppure stanno sostenendo che questa volta sia diverso? [2]

 



[1] Ovvero dal 1700.

[2] La conclusione è una evidente polemica nei confronti di Rogoff, il titolo del cui libro era appunto “Questa volta è diverso”.

Gli gnomi della fiducia (28 ottobre 2013)

ottobre 28, 2013

 

October 28, 2013, 9:37 am

The Confidence Gnomes

It’s kind of sad, but I suspect that half a century from now the main thing people will remember me for — if they remember anything — is the confidence fairy. So maybe I can somewhat package my attempts to debunk the Hellenization of our discourse (pdf) by pointing out that the scare stories seem to involve invoking a related set of characters, the confidence gnomes. (They’re also related to these guys.)

The popular story — put out by everyone from Alan Greenspan to Erskine Bowles — runs like this:

1. Loss of investor confidence
2. ??????
3. Greece!

What I keep asking is for someone to explain step 2 in a way that’s consistent with the fact that America, Britain, and Japan — unlike Greece — have their own currencies, and central banks that control short-term interest rates. Are you saying that they will raise these rates, and if so, why? Are you saying that long rates will become delinked from short rates? Why, and why can’t central banks prevent this just by buying long-term debt?

 

So far, nobody has answered this challenge clearly. They simply assert that this is how it will happen, or they switch arguments in midstream, suddenly bringing in the specter of bank collapse or something else. Just tell me what’s supposed to be happening to monetary policy!

And don’t tell me that this is what experience shows. There simply aren’t historical precedents for the claimed crisis — a debt crisis in a country that has its own currency and borrows in that currency. France in the 20s comes closest, but it didn’t play out anything like modern Greece. Japan right now is, in effect, an example of a country benefiting by reducing confidence in the future real value of its debt. (Before commenting on these assertions, read the paper.)

What’s more, we have a clear recent example of just how important it is to think these things through. Remember that people like Greenspan insisted that budget deficits would lead to soaring rates and inflation. But they never explained how this was supposed to happen in a depressed economy with zero short-term rates. Again, their logic was more or less

1. Deficits
2. ?????
3. Zimbabwe!

Meanwhile, those of us who tried to think it through concluded that nothing of the sort would happen — and it didn’t.

Count me as someone who believes that macroeconomics — at least of the Keynesian variety — has actually worked pretty well these past five years. The problem is that so few economists have been willing to use their own models, and so few influential people have understood that gut feelings are no way to deal with a once-in-three-generations economic crisis.

 

Gli gnomi della fiducia

 

E’ un po’ triste, ma ho il sospetto che tra mezzo secolo la cosa principale per la quale le persone mi ricorderanno – ammesso che ricorderanno qualcosa – sarà la ‘fata della fiducia’. Dunque, in qualche modo forse posso impacchettare i miei tentativi di demistificare la “ellenizzazione” del nostro dibattito (disponibile in pdf) per mettere in evidenza che le storie terrificanti sembrano comportare l’invocazione di una determinata tipologia di caratteri, gli gnomi della fiducia  (i quali a loro volta sono in connessione con questi altri personaggi [1]).

La storia popolare – messa in circolazione per tutti da Alan Greenspan ed Erskine Bowles – si svolge in questo modo:

1 – Perdita della fiducia da parte degli investitori (cioè, cosa devo recuperare?).

2 – ???????? (cioè, perché devo recuperarlo?)

3 – Grecia! (cioè, mi serve ad evitare di finire come la Grecia!)

Ciò che io continuo a domandare a chiunque è lo spiegare il passaggio numero 2 in un modo che sia coerente con il fatto che l’America, il Regno Unito ed il Giappone- diversamente dalla Grecia – hanno le loro valute e banche centrali che controllano i tassi di interesse a breve termine. State dicendo che innalzeranno questi tassi, e se è così, per quale ragione? State dicendo che i tassi di interesse a lungo termine finiranno con l’essere sconnessi da quelli a breve termine? Perché, e perché le banche centrali non potranno impedirlo semplicemente acquistando obbligazioni sul debito [2] a breve termine? [3]

Sino a questo punto, nessuno ha risposto a questa sfida chiaramente. Semplicemente si asserisce che questo è quanto accadrà, oppure si cambiano gli argomenti a mezza strada, improvvisamente facendo comparire lo spettro di una collasso bancario o di qualcos’altro. Raccontatemi solamente quello che pensate avvenga alla politica monetaria!

E non ditemi che questo è quanto mostra l’esperienza. Non ci sono precedenti storici per una analoga pretesa crisi – una crisi di debito in un paese che abbia la propria valuta e che si indebiti in quella valuta. La Francia negli anni ’20 è quella che più si avvicina, ma non portò a termine niente che assomigli alla Grecia moderna. Il Giappone, in questo momento, è in effetti l’esempio di un paese che beneficia della riduzione della fiducia nel futuro valore reale delle obbligazioni sul suo debito (prima di commentare queste asserzioni, si legga lo studio).

Quello che c’è in più è che abbiamo un chiaro recente esempio di come sia importante riflettere su queste cose. Si ricordi che persone come Greenspan hanno insistito che i deficit di bilancio avrebbero portato i tassi e l’inflazione alle stelle. Ma non hanno mai spiegato come si pensava che questo avvenisse in una economia depressa e con tassi di interesse a zero. Ancora una volta, più o meno la loro logica era:

  1. Deficits
  2. ???????????
  3. Zimbabwe!

Nel frattempo, coloro tra di noi che hanno cercato di riflettere hanno concluso che non sarebbe successo niente del genere – e non è successo.

Mettetemi pure tra coloro che credono che la macroeconomia – almeno nella sua versione keynesiana – in questi ultimi cinque anni ha effettivamente  funzionato abbastanza bene. Il problema è che così pochi economisti hanno avuto voglia di utilizzare i loro propri modelli, e che così poche persone influenti hanno compreso che le sensazioni istintive non sono un modo per fare i conti con una crisi economica unica da tre generazioni.



[1] Umorismo americano, non facile da apprezzare …. Il link è con una voce di Urban Dictionary relativa ad una particolare categoria di gnomi (“Underpants gnomes, gli gnomi delle mutande) che ho compreso in questo modo: costoro sono individui della serie South Park che passano la nottata a cercare mutande, necessarie per andare al lavoro. Perché lo fanno? Per loro convenienza, naturalmente, perché lavorare gli procura un profitto. Ma il problema – se ho ben capito – è che nella sequenza logica: “1 – Di cosa ho bisogno? 2 – Perché ho bisogno proprio di quello? 3 – A cosa mi servirà?”, quei piccoli personaggi non riescono a rispondere alla domanda numero 2. Hanno bisogno di mutande, gli servono a fare un guadagno, ma perché le mutande? Sono come ipnotizzati dalla incapacità di rispondere alla domanda intermedia, e continuano a fare per tutta la notte qualcosa che non riescono ad inquadrare. Se la spiegazione è corretta, si può ammettere che nella vita talvolta capiti di dover assolutamente fare qualcosa che non si capisce più perché deve essere fatto. Questa sarebbe la situazione degli “gnomi delle mutande”, nonché di Alan Greenspan ed Erskine Bowles, e la somiglianza è spiegata dal post …

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[2] Tutte le volte che incontro l’espressione “acquistare il debito”, normale nel linguaggio economico angloamericano,   per migliore comprensione traduco con “acquistare le obbligazioni sul debito”, che è quanto si intende, giacché il debito si ‘acquista’ attraverso i bonds.

[3] Come si è capito, questi sono gli stessi temi della polemica delle scorso settimane con Kenneth Rogoff. Sono anche i temi della lunga relazione di Krugman alla recente iniziativa del Fondo Monetario Internazionale, che conterei di tradurre prossimamente).

Sceicchi, principini e affaristi russi, oddio! (28 ottobre 2013)

ottobre 28, 2013

 

October 28, 2013, 6:43 am

Sheiks and Princelings and Beeznessmen, Oh My

Joe Weisenthal tells us who’s buying all those incredibly expensive London residences. It’s not the locals:

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New York is experiencing a similar transformation into a global rentier city, although my sense is that it hasn’t gone nearly as far down that road.

It’s going to present an interesting conundrum for Bill de Blasio: He seems set to win the mayor’s race by a huge margin of New Yorkers, but he’s be governing a city where a lot of the wealth was generated somewhere else and resides in NYC for the amenities (which include the ability to rub shoulders with other rentiers.) So he needs to milk these people, but not too hard.

I guess it’s better than being Detroit.

 

Sceicchi, principini e affaristi russi [1], oddio!

 

Joe Weisenthal ci racconta chi sta comprando tutte quelle incredibilmente costose residenze londinesi. Non sono persone del luogo:

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New York sta vivendo una esperienza simile, la trasformazione in una città globale di redditieri, sebbene la mia sensazione è che, in quella direzione, sia ancora piuttosto indietro.

Questo  costituirà un interessante rompicapo per Bill de Blasio [2]: egli sembra destinato a vincere la corsa a Sindaco dei newyorchesi con un vasto margine, ma dovrà governare una città nella quale una gran quantità di ricchi è stata generata altrove e risiede in New York City per i suoi comforts (il che include la possibilità di socializzare con altri redditieri). Dunque avrà bisogno di mungere questa gente, ma non in modo troppo pesante.

Suppongo sia meglio che stare a Detroit.



[1] Come si vede dalla tabella, tanto più crescono i valori delle residenze, tanto più diminuisce la percentuale viola scuro dei locali, ed aumenta quella viola chiaro dei provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa e del viola ancora più chiaro dei provenienti dall’Europa dell’Est e dalla Confederazione degli Stati Indipendenti o Russia. Dunque: sceicchi, principini e “beeznessmen” che dovrebbe essere un storpiatura della pronuncia di “businessmen” che  Krugman attribuisce ai russi.

[2] Il già famoso e favorito candidato democratico nelle elezioni a Sindaco di New York, di origine italoamericana.

Parità dei poteri di acquisto e aspettative di inflazione giapponesi (estremamente specialistico) (27 ottobre 2013)

ottobre 27, 2013

 

October 27, 2013, 10:27 am

PPP and Japanese Inflation Expectations (Extremely Wonkish)

I’m doing a bit of work on Abenomics, which will surface in a week or so. One thing I discovered along the way is that nobody much likes any of the existing measures of inflation expectations, as this New York Fed post by Mandel and Barnes explains. In particular, the Japanese market in inflation-protected securities is considered too thin to rely on.

Mandel and Barnes, building off work by Goldman Sachs, suggest an ingenious workaround: they use inflation expectations inferred from US TIPS, then adjust by the forward exchange rate. The idea is that relative purchasing power parity more or less holds in the long run, so you can assume that Japanese inflation equals US inflation plus change in the exchange rate. And since the forward premium is basically equal to the interest-rate differential, this in turn means inferring Japanese inflation expectations as equal to the US TIPS spread minus the difference between US and Japanese rates.

It’s a clever idea, but I think incomplete. There is strong evidence that real exchange rates are mean-reverting (pdf), and you should take that into account too. Estimating the rate of mean-reversion is tricky, but we can more or less sidestep this by looking at long-term expectations: after a decade, we can expect the bulk of any deviation from the norm to be eliminated.

You may ask, what is the long-run equilibrium real exchange rate? Interesting question, but not one we need to answer if we’re just trying to assess the impact of Abenomics, where what matters is the change in inflation expectations on Abe’s watch.

So here’s what I did: I took the implied 10-year breakeven inflation rate from US TIPS, minus the 10-year interest rate differential, plus the real appreciation Japan would experience if the real exchange rate against the dollar 10 years from now were to return to its level in January 2010. You can adjust this as you like with whatever your estimate of the difference between the 1-2010 rate and the equilibrium rate is; it will just shift the line up or down. Here’s the result:

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I have my doubts about the apparent decline in recent months. It’s being driven not by events in Japan but by the taper scare, which drove up US rates. There is a question about why that rise in US rates didn’t produce a lot more yen depreciation, but something seems off here.

The main point, however, is that this measure does suggest a substantial rise in expected inflation since Abenomics began, which is good news.

 

Parità dei poteri di acquisto [1] e aspettative di inflazione giapponesi (estremamente specialistico)

 

Sto facendo un po’ di lavoro sulla politica economica di Abe, che verrà in evidenza circa tra una settimana. Una cosa che ho scoperto strada facendo è che nessuno gradisce granché le misure esistenti sulle aspettative di inflazione, come il post sul blog della Fed di New York a cura di Mandel e Barnes spiega. In particolare, il mercato giapponese dei titoli indicizzati dall’inflazione è considerato troppo esile per essere un riferimento affidabile.

Mandel e Barnes, che realizzano lo studio per conto di Goldman Sachs, suggeriscono un modo ingegnoso di aggirare il problema: utilizzano le aspettative di inflazione derivanti dai TIPS [2] statunitensi, poi le correggono sulla base del tasso di cambio in divenire. L’idea è che nel lungo periodo la relativa parità del potere di acquisto più o meno si mantenga, cosicché si può assumere che l’inflazione giapponese eguagli quella statunitense, con l’aggiunta del mutamento nel tasso di cambio. E dato che il premio a venire è fondamentalmente eguale al differenziale del tasso di interesse, questo a sua volta significa che le aspettative di inflazione giapponesi sono uguali allo spread verso i TIPS statunitensi meno la differenza tra i tassi degli Stati Uniti e del Giappone.

E’ un’idea intelligente, ma penso incompleta. C’è un evidenza forte che i tassi di cambio reali tendano a tornare su valori medi (disponibile in pdf), e anche quello dovrebbe essere messo nel conto. Stimare il tasso del ritorno su valori medi è complicato, ma è un aspetto che possiamo più o meno schivare osservando le aspettative a lungo termine: dopo un decennio, possiamo aspettarci che il grosso di qualsiasi  deviazione dalla norma sia stato eliminato.

Si può chiedere, cosa è il tasso di cambio reale di equilibrio? E’ una domanda interessante, ma non abbiamo bisogno di rispondere se stiamo solo cercando di valutare l’impatto della politica economica di Abe, dove quello che conta è il mutamento delle aspettative di inflazione dal punto di osservazione di Abe.

Ecco dunque cosa ho fatto: ho preso il tasso di inflazione contenuto nel breakeven [3] decennale dei TIPS statunitensi, meno il differenziale del tasso di interesse decennale, più la rivalutazione reale che il Giappone conoscerebbe se il tasso di cambio reale con il dollaro nei dieci anni a venire tornasse al suo livello del gennaio 2010. Potete correggere come vi pare questo schema, con una vostra stima qualsiasi della differenza tra il tasso a gennaio del 2010 ed il tasso di equilibrio; ciò sposterà semplicemente la linea in alto o in basso. Ecco il risultato:

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Ho i miei dubbi sul declino apparente nei mesi recenti. Esso non è guidato dagli eventi giapponesi, ma dalla paura per la “stretta” che ha spinto in alto i tassi degli Stati Uniti. C’è un quesito sulla ragione per la quale la crescita nei tassi statunitensi non abbia prodotto una svalutazione un bel po’ superiore dello yen, ma è qualcosa che sembra estraneo a questo ragionamento.

Il punto principale, tuttavia, è che questo criterio di misura suggerisce davvero una crescita sostanziale nella inflazione attesa dal momento in cui la politica economica di Abe [4] ha avuto inizio, che è una buona notizia.



[1] La teoria della parità dei poteri di acquisto (PPA, PPP in inglese), in economia, introduce una relazione tra i prezzi e il tasso di cambio. Per la versione assoluta della PPA, i livelli generali dei prezzi di due paesi non possono differire quando vengono raffrontati dopo averli convertiti nella medesima valuta.

[2] Ovvero: Treasury Inflation Protected Securities (Titoli del Tesoro Protetti dall’Inflazione)

 

[3] “Breakeven” – in termini generali ed in economia – è il punto di equilibrio di profitti e perdite. Più precisamente, in economia aziendale, il punto di pareggio (break even point o break even, abbreviato in BEP) è un valore che indica la quantità, espressa in volumi di produzione o fatturato, di prodotto venduto necessaria per coprire i costi precedentemente sostenuti, al fine dunque di chiudere il periodo di riferimento senza profitti né perdite.

[4] Come si vede le aspettative di inflazione sino ad ottobre del 2011 erano negative, ovvero c’era un pur minima aspettativa di deflazione, ed erano ancora tra 0,5 ed 1 per cento nel gennaio 2012; sono poi cresciute sino ad un massimo di quasi il 3 per cento nell’aprile del 2013. Shinzo Abe è stato rieletto Primo Ministro dalla Dieta del Giappone nel dicembre del 2012.

Fondamenti micro (per esperti) (26 ottobre 2013)

ottobre 26, 2013

 

October 26, 2013, 9:43 am

Macrofoundations (Wonkish)

John Quiggin has a fun post debunking the notion, all too common among economists, that macroeconomics — the study of inflation, depressions, and all that — is somehow flaky and unworthy of the field’s grandeur, that only microeconomics, derived rigorously from rational behavior, is real science. Keynesian macro, in particular, is often regarded with intense distaste, and a lot of economists would like to ban it from the field.

Quiggin points out, rightly, that almost all microeconomics depends crucially on the assumption that the economy is at full employment; this assumption is false, but what makes it not too false in normal times is the existence of stabilization policies, monetary and fiscal, that usually produce fairly quick recoveries from slumps. Macro is what makes micro work, to the extent that it does.

I would add that macro is the only reason anyone listens to all those microeconomists who think they’re being rigorous. To see why, we need to think about the history of thought.

If you go back to the state of American economics in the 1930s and even into the 1940s, it was not at all the model-oriented, mathematical field it later became. Institutional economics was still a powerful force, and many senior economists disliked mathematical modeling. When Paul Samuelson published Foundations of Economic Analysis in 1947, the chairman of Harvard’s economics department tried to limit the print run to 500, grudgingly accepted a run of 750, and ordered the mathematical type broken up immediately.

So why did model-oriented, math-heavy economics triumph? It wasn’t because general-equilibrium models of perfect competition had overwhelming empirical success. What happened, I’d argue, was Keynesian macroeconomics.

Think about it: In the 1930s you had a catastrophe, and if you were a public official or even just a layman looking for guidance and understanding, what did you get from institutionalists? Caricaturing, but only slightly, you got long, elliptical explanations that it all had deep historical roots and clearly there was no quick fix. Meanwhile, along came the Keynesians, who were model-oriented, and who basically said “Push this button”– increase G, and all will be well. And the experience of the wartime boom seemed to demonstrate that demand-side expansion did indeed work the way the Keynesians said it did.

It’s not an accident that Samuelson, even as he was raising the math level of microeconomics, was a key figure in the triumph of Keynesian economics. Nor was it at all an accident that his intro textbook, in its 1948 edition and for a long time thereafter, started with macro, and only got to micro later. The perceived success of macroeconomics did double duty, establishing the bona fides of a model-oriented approach and also suggesting that full employment was not too bad an assumption — given the right monetary and fiscal policies.

Oh, and economists who are upset that the public seems to judge the profession by its success at macro diagnosis and prediction are missing the point: it has always been thus, and purists who disdain macro are making mock of the only reason anyone takes them at all seriously.

The academic enterprise of economics as we know it, in other words, rests on a macro foundation, and in fact a Keynesian foundation — and economists who denounce all of that as witchcraft are busily sawing off the branch they’re sitting on.

 

Fondamenti micro (per esperti)

 

John Quiggin pubblica un post divertente per sfatare il concetto, fin troppo comune tra gli economisti, secondo il quale la macroeconomia – lo studio dell’inflazione, delle depressioni e di tutto il resto – sia in qualche modo inaffidabile ed immeritevole del prestigio della disciplina, che solo la microeconomia, derivata rigorosamente dal comportamento razionale, sia un scienza vera. In particolare, la macroeconomia keynesiana è spesso considerata con intensa avversione, e a molti economisti non dispiacerebbe metterla al bando.

Quiggin sottolinea che quasi tutta la microeconomia dipende in modo cruciale dall’assunto che l’economia sia in condizioni di piena occupazione; questo assunto è falso, ma ciò che lo rende non troppo falso in tempi normali è l’esistenza di politiche di stabilizzazione, monetarie e della finanza pubblica, che di solito producono riprese abbastanza veloci dalle crisi. La macro è ciò che consente alla micro di lavorare, nella misura in cui lo fa.

Vorrei aggiungere che la macro è l’unica ragione per la quale ciascuno ascolta tutti quegli economisti che pensano di essere rigorosi. Per comprendere in che senso, abbiamo bisogno di riflettere sulla storia del pensiero.

Se tornate alla condizione della teoria economica americana negli anni Trenta e persino dentro gli anni Quaranta, essa non era interamente orientata sui modelli, il campo della matematica venne successivamente. La teoria economica istituzionale era ancora una forza potente e molti economisti anziani non gradivano i modelli matematici. Quando Paul Samuelson pubblicò Fondamenti di Analisi Economica, il Presidente del Dipartimento di Economia di Harvard  cercò di limitare la stampa a 500 copie, a denti stretti accettò una tiratura di 750 copie, e ordinò che i caratteri matematici venissero immediatamente distrutti.

Perché, dunque, trionfa l’economia orientata ai modelli e densa di matematica? Non è dipeso dal fatto che i modelli dell’equilibrio generale della competizione perfetta abbiano avuto un successo pratico empirico schiacciante. Direi che quello che è accaduto è stato l’ingresso della macroeconomia keynesiana.

Si pensi a questo: negli anni Trenta si ebbe una catastrofe e se si era un dirigente pubblico o anche soltanto un principiante in cerca di orientamento e di comprensione, cosa si poteva avere dagli ‘istituzionalisti’? In modo solo leggermente caricaturale, si potevano avere spiegazioni ellittiche secondo le quali tutto quanto accadeva aveva profonde radici storiche e chiaramente non c’era alcun rimedio rapido. Nel frattempo arrivarono i keynesiani, che erano orientati ai modelli, e che fondamentalmente dissero “Pigiate questo bottone” – aumentate la spesa pubblica [1] e tutto andrà a posto. E l’esperienza della espansione dei tempi di guerra dimostrò che l’espansione dal lato della domanda in effetti aveva funzionato nel modo in cui i keynesiani avevano previsto.

Non è un caso che Samuelson, anche mentre stava elevando il livello matematico della microeconomia, fu la figura chiave del trionfo dell’economia keynesiana. Né fu affatto un caso che la sua introduzione al libro di testo, nella sua edizione del 1948 e per molto tempo successivamente, partiva con la macro e solo dopo giungeva alla micro. La percezione di successo della macroeconomia fece un doppio servizio, stabilì la affidabilità di un approccio orientato ai modelli ed anche suggerì che la piena occupazione non era un assunto così negativo – date le politiche monetarie e di finanza pubblica corrette.

Infine, agli economisti che sono turbati dal fatto che l’opinione pubblica sembra giudicare la professione dal suo successo nella diagnosi e nella previsione macroeconomica sfugge un aspetto: è sempre stato così ed i puristi che disdegnano la macro si stanno prendendo gioco dell’unica ragione per la quale tutti li prendono sul serio.

In altre parole, l’attività accademica dell’economia per come la conosciamo si basa su fondamenti macro, in sostanza su fondamenti keynesiani – e gli economisti che denunciano tutto questo come una stregoneria stanno alacremente segando il ramo su cui sono seduti.



[1] “G” sta per “government spending”.

Elevare l’età di ammissione a Medicaid, una rivisitazione (25 ottobre 2013)

ottobre 25, 2013

 

October 25, 2013, 7:48 am

Raising The Medicare Age, Revisited

Back in 2011, we almost had a “grand bargain” whose centerpiece would have been a rise in the Medicare eligibility age. Liberals were horrified, but it actually would have happened if Republicans hadn’t balked at the idea of any revenue increases at all.

Now we learn that it would have been not just cruel and a betrayal of promises, but bone-stupid too. Many of us pointed out that raising the Medicare age would actually raise the cost of health care, that any apparent savings to the Federal government would result simply from shifting costs onto others — and because Medicare has lower costs than private insurance, this would result in a net loss. But now CBO has redone its analysis, and finds that raising the Medicare age would barely reduce federal spending.

The basic reason is selection bias: many seniors get Medicare before 65 because of disability or specific medical conditions. The ones who have to wait until the headline age are, on average, relatively healthy and hence relatively cheap.

 

So here’s my question: will people stop talking about raising the Medicare age? My prediction is that they won’t — because it wasn’t really about saving money in the first place. Degrading the safety net and pushing people into more expensive private insurance weren’t bugs, they were features. The usual suspects, I predict, will just keep pushing for the same thing, and dismiss the evidence.

 

Elevare l’età di ammissione a Medicaid, una rivisitazione

 

Nel passato 2011, avemmo quasi una “grande intesa” il cui pezzo forte avrebbe potuto essere un incremento dell’età di ammissione a Medicare. I progressisti erano inorriditi, ma sarebbe successo se i repubblicani non si fossero tirati indietro dinanzi all’idea che ci sarebbero stati comunque incrementi delle entrate.

Apprendiamo ora che non solo sarebbe stato un crudele tradimento delle promesse, ma anche stupidissimo. Molti di noi avevano messo in evidenza come elevando l’età di ammissione a Medicare si sarebbe in effetti aumentato il costo della assistenza sanitaria, ogni apparente risparmio del governo federale sarebbe risultato semplicemente da un trasferimento di costi su altri – e poiché Medicare ha costi più contenuti della assicurazione privata, il risultato sarebbe stato una perdita netta. Ma ora il Congressional Budget Office ha rifatto la sua analisi, ed ha scoperto che elevare l’età per Medicare ridurrebbe a malapena la spesa federale.

La ragione fondamentale è l’influenza della selezione: molti anziani ottengono Medicare prima dei 65 anni in conseguenza di disabilità o di specifiche condizioni sanitarie. Quelli che devono attendere di raggiungere l’età definitiva sono, in media, relativamente in buona salute e di conseguenza relativamente economici.

Ecco dunque la mia domanda: si smetterà di parlare dell’innalzamento dell’età di ammissione a Medicare? La mia previsione è che non accadrà – perché sin dall’inizio in realtà la cosa non riguardava il risparmiare soldi. Peggiorare i sistemi della sicurezza sociale e spingere la gente verso la più costosa assicurazione privata non erano disfunzioni, erano  gli aspetti peculiari. I soliti noti, prevedo, continueranno a spingere per la stessa cosa, trascurando ogni prova.

Greenspan: non c’è salvezza (24 ottobre 2013)

ottobre 24, 2013

 

October 24, 2013, 3:54 pm

Greenspan: No Saving Grace

Sorry about radio silence — family stuff and textbook deadlines fell in on me. But I would like to get in something about Greenspan’s new book.

It is, you won’t be surprised to learn, a really terrible book on multiple levels. No acceptance of responsibility for anything; he retails the same old Big Lie about how Fannie and Freddie somehow coerced Wall Street into making bad loans; etc., etc..

But I wanted to take on one point in particular: Greenspan thinks he has discovered a new law: transfers to individuals, even if fully paid for with taxes, reduce national savings one for one. You can bet that this claim will soon be popping up on the right as an established fact.

What drives Greenspan’s conclusion is mainly the sharp drop in overall saving during the Great Recession, combined with a temporary spike in transfers as a share of GDP, partly because of unemployment and food stamps, partly because GDP fell. But he wants us to see it as a long-term phenomenon, and of course as a reason to weaken the safety net.

The obvious answer is to look cross-country: European nations have much bigger welfare states than we do; do they have lower savings? No.

A quick-and-dirty version: I compare social expenditures as a share of GDP (from the OECD Factbook) with national savings rates for 2010 (from the IMF WEO database). It looks like this:

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Strange to say, countries like Germany, Sweden, and France, with their big welfare states, actually save more than we do.

 

Greenspan: non c’è salvezza

 

Spiacente per il silenzio radio – questioni familiari e le scadenze del libro di testo mi sono cascate addosso. Ma vorrei dire qualcosa sul nuovo libro di Greenspan.

Non sarete sorpresi di apprendere che si tratta davvero di un libro terribile, da molti punti di vista. Nessuna ammissione di responsabilità su niente; rimette in circolazione la solita vecchia bugia su come Fannie e Freddie [1] in qualche modo costrinsero Wall Street a concedere cattivi prestiti etc. etc.

Ma intendevo affrontare un punto in particolare: Greenspan pensa di aver scoperto una nuova legge: i trasferimenti finanziari alle persone, anche se interamente coperti dalle tasse, riducono in pari misura il risparmio nazionale. Potete scommettere che questa pretesa ben presto salterà fuori a destra come un fatto stabilito.

Quello che spinge alla conclusione di Greenspan è principalmente la brusca caduta generale del risparmio durante la Grande Recessione, connessa con un picco temporaneo nei trasferimenti finanziari come parte del PIL, in parte a causa della disoccupazione e dei buoni alimentari, in parte perché il PIL calò. Ma lui vuole che lo consideriamo come un fenomeno di lungo periodo, ed ovviamente come un motivo per indebolire lo stato sociale.

La risposta ovvia è osservare in giro: le nazioni europee hanno stati sociali molto più forti del nostro; hanno anche risparmi minori? No.

Una versione approssimativa: confronto le spese sociali come percentuale del PIL (prendo i dati su OECD Factbook) con i tassi di risparmio nazionali (dal database di World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale). Ecco cosa appare:

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Strano a dirsi, paesi come la Germania, la Svezia e la Francia, con i loro grandi stati sociali, effettivamente risparmiano più di noi [2].

 


[1] Il nome di due agenzie partecipate dal Governo federale che operano per la facilitazione dell’accesso alla proprietà della casa. I conservatori in questi anni hanno preteso che la responsabilità della crisi finanziaria fosse prevalentemente loro.

[2] E’ un dato abbastanza noto che anche l’Italia ha tassi di risparmio non trascurabili. Come si vede, siamo in linea con la Francia, un po’ sotto la Germania e l’Europa del Nord, meglio del Regno Unito e degli USA.

Godwin e il dollaro USA (22 ottobre 2013)

ottobre 22, 2013

 

October 22, 2013, 10:58 am

Godwin and the Greenback

Oh, dear. I’m starting to notice a shift in the scare talk. Cries that we’re about to turn into Greece, Greece I tell you are getting a bit fainter, maybe because of what I’ve been writing. But taking their place are dire warnings that we’re endangering the dollar’s role as a reserve currency.

Urk. People who talk like this generally have no idea what they mean — that is, they have no idea what the dollar’s role really is, what might endanger that role, and why it matters (to the extent it does). In fact, I’d suggest that there’s almost a Godwin-like principle here, which is that any extended economic discussion ends up with people invoking the need to defend the dollar’s international role — which is in effect a concession that they’ve lost the rest of the argument.

So, what is the dollar’s international role? It is, in a sense, to other currencies the way money is to other assets, filling to some extent the classic three functions of medium of exchange, unit of account, and store of value. In talking about these roles you also want to distinguish between the role in private decisions and the role in official actions. So you get a matrix that looks like this:

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Roles of the dollar

The dollar is, first of all, a vehicle currency (mainly in the interbank market) thanks to thick markets: if a bank wants to convert bolivars into zlotys, it will generally trade the bolivars for dollars, then the dollars for zlotys, rather than try to find someone wanting to make the reverse trade. It is the currency many though by no means all international transactions are invoiced in. And to some extent people hold dollars or dollar-denominated assets because the dollar is more liquid than other currencies.

Meanwhile, governments trying to prop their currencies up or hold them down often do so with trades against the dollar, even if they’re trying to affect some other exchange rate, again because of those thick markets. Some countries peg to the dollar, although not too many these days. And governments hold dollar-denominated reserves.

To some extent the dollar’s role here reflects self-sustaining increasing returns: people use dollars because the markets are thicker and more liquid, and the markets are thicker and more liquid because people use dollars. This circular nature of the position also arguably means that historical accident matters: the pound remained the world’s leading currency long after Britain had ceased to be the world’s leading economy (although Britain did do a lot of trade, so the case isn’t actually all that clear.) The same factor suggests that a temporary period of inflation or instability could dethrone the dollar more or less permanently.

But is this something we should worry about? First of all, it’s hard to see who really poses a threat to the dollar. You need free movement of capital, which rules out China for now, and deep financial markets; the euro used to look like a viable alternative, but its bond markets are now fragmented along national lines, which makes it much less plausible.

And even if the dollar loses some of its dominance, why should we get bent out of shape? There is no evidence that America is able to borrow dramatically more cheaply because of the dollar’s role (and anyway more foreign borrowing is not necessarily a good thing.) You often hear claims that we’ve only been able to run persistent trade deficits because of the special role of the dollar; this is just false, since other countries like Britain and Australia have been able to do the same thing.

What is true is that the large holdings of US currency outside the United States — largely in the form of $100 bills, held for obvious reasons — represent, in effect, a roughly $500 billion zero-interest loan to America. That’s nice, but even in normal times it’s only worth around $20 billion a year, or roughly 0.15 percent of GDP. And anyway, the euro has done well on that front too. If you like, South American drug lords hold dollars, Russian beeznessmen hold euros, and in both cases it’s a trivial subsidy to rich, huge economies.

The bottom line is that while saying “the international role of the dollar” sounds very sophisticated and important, the more you know about all this the less you care. This is simply not a big deal.

 

Godwin e il dollaro USA

 

Oddio! Sto cominciando a notare uno spostamento nei dibattiti che fanno paura. Gli strepiti sul fatto che siamo destinati a finire come la Grecia, nientedimeno,  si attenuano un po’, forse per effetto di quello che scrivo. Ma ammonimenti terribili sul fatto che staremmo mettendo in pericolo il ruolo del dollaro come valuta di riserva stanno prendendo il loro posto.

Per la miseria! Le persone che dicono una cosa del genere in genere non hanno alcuna idea di cosa intendono – cioè, non hanno alcuna idea di cosa sia il dollaro realmente, di cosa possa mettere in pericolo il suo ruolo e del perché ciò sia importante (ammesso che lo sia). In pratica, io suggerirei che il questo caso ci sia quasi un principio simile a quello di Godwin [1], secondo il quale ogni prolungato dibattito economico finisce con persone che invocano il bisogno di difendere il ruolo internazionale del dollaro – che in effetti è come la ammissione di aver perso ogni residuo argomento.

Dunque, cosa è il ruolo internazionale del dollaro? In un certo senso, verso le altre valute, è quello che il denaro è nei confronti degli altri assets, ricoprendo in qualche misura le tre funzioni classiche di mezzo di scambio, di unità di conto e di riserva di valore. Nel parlare di questi ruoli, potete anche distinguere tra il ruolo nelle decisioni private e quello nelle azioni pubbliche. Avrete così una matrice che appare nel modo seguente:

 

Mezzo di scambio Unità di conto Riserva di valore
privato veicolo fattura investimento
pubblico intervento ancoraggio riserva

Funzioni  del dollaro

 

Il dollaro, prima di tutto, è una valuta veicolo (principalmente nel mercato interbancario) grazie ai mercati ‘densi’ [2]; se una banca vuole convertire bolivars in zloti , generalmente scambierà i bolivars con  dollari, poi i dollari in zloti, piuttosto che cercare qualcuno che voglia fare lo scambio inverso. E’ la moneta nella quale vengono fatturate molte anche se non tutte le transazioni internazionali. E in qualche misura le persone detengono dollari o assets espressi in dollari perché il dollaro è più liquido delle altre valute.

Contemporaneamente, i Governi nel cercare di sostenere le loro valute o di tenerle a freno lo fanno attraverso scambi con il dollaro, persino se stanno cercando di coinvolgere qualche altro tasso di cambio, ancora per le stesse ragioni di quei mercati densi. Alcuni paesi sono ancorati al dollaro, sebbene di questi tempi non così tanti. Ed i Governi detengono riserve espresse in dollari.

In questi casi in qualche misura il ruolo del dollaro riflette rendimenti crescenti che si auto sostengono: le persone usano i dollari perché i mercati sono più ‘densi’ e più liquidi perché le persone usano i dollari. Questa natura circolare della posizione significa anche probabilmente che i casi della storia sono importanti; la sterlina rimase la valuta guida del mondo molto tempo dopo che la Gran Bretagna aveva cessato di essere l’economia guida del mondo (sebbene la Gran Bretagna non avesse una corrispondente quantità di commerci, cosicché l’esempio effettivamente non è così chiaro). Lo stesso fattore suggerisce che un periodo provvisorio di inflazione o di instabilità potrebbe detronizzare il dollaro più o meno permanentemente.

Ma dovremmo preoccuparci per questo? Prima di tutto, è difficile vedere che cosa costituisca per davvero una minaccia per il dollaro. C’è bisogno di un movimento libero dei capitali, la qualcosa per il momento esclude la Cina ed i mercati finanziari ‘profondi’ [3]; si era soliti considerare l’euro come una alternativa praticabile, ma i suoi mercati obbligazionari sono ora segmentati per linee nazionali, il che lo rende molto meno plausibile.

E persino se il dollaro perdesse un po’ del suo dominio, perché dovremmo inquietarci? Non c’è alcuna prova che l’America sia capace di indebitarsi in modo spettacolarmente più conveniente  per il ruolo del dollaro (e in ogni caso indebitarsi in una valuta straniera non è necessariamente una cosa positiva). Si sente spesso sostenere che saremmo stati nelle condizioni di gestire durevoli deficit commerciali in conseguenza del ruolo   speciale del dollaro; questo è proprio falso, dal momento che altri paesi come il Regno Unito e l’Australia sono stati capaci di fare altrettanto.

Quello che è vero è che le grandi proprietà di valuta statunitense fuori dagli Stati Uniti – in gran parte nella forma di banconote da 100 dollari, detenuti per ragioni evidenti – rappresenti, in sostanza, approssimativamente 500 miliardi di dollari di prestito ad interesse zero per l’America. Si tratta di una circostanza piacevole, ma anche in tempi normali ha un valore soltanto di circa 20 miliardi all’anno, ovvero grosso modo dello 0,15 per cento del PIL. E in ogni caso anche l’euro ha avuto su quel fronte un beneficio analogo. Per dirla altrimenti, i signori della droga sudamericani detengono dollari, gli affaristi russi detengono gli euro, ed in entrambi i casi si tratta di un sussidio insignificante per le grandi economie ricche.

Morale della favola: se dire “il ruolo internazionale del dollaro” sembra una cosa davvero sofisticata ed importante, più che ne sapete di questa faccenda e meno che vi interessa. Semplicemente non è una questione rilevante.



[1] Michael Wayne “Mike” Godwin (nato il 1956), avvocato e scrittore americano, nel 1990 stabilì una regola, secondo la quale “nei dibattiti on-line, come diventano un po’ più lunghi, la probabilità che comincino ad apparire espressioni relative al nazismo o ad Hitler si avvicina alla unità”. Questo è diventato una specie di adagio di Internet, al punto che un accenno a cose del genere viene talora considerato come una fine della discussione, come arenatasi in una stupidità.

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[2] Si definisce la crescita della densità di un mercato ogni incremento del numero effettivo di  imprese in un dato mercato,  nel senso che c’è un aumento della probabilità che ogni attore potrà, in un periodo di tempo dato, trovare un attore corrispondente con il quale realizzare guadagni dal commercio. E’ invece “sottile” (“thin”) un mercato con un basso numero di compratori e venditori; in un mercato “sottile” i prezzi sono spesso più volatili e gli assets meno liquidi.

[3] Si definisce ‘profondo’ un mercato – ad esempio un mercato azionario – nel quale la vendita e l’acquisto di un gran numero di quote non influenza drasticamente il prezzo.

L’agglomerarsi di una rivoluzione (22 ottobre 2013)

ottobre 22, 2013

 

October 22, 2013, 8:00 am

Agglomerating A Revolution

The two Nicks, Crafts and Wolf, have a piece right up my alley: they argue that the cutting edge of Britain’s Industrial Revolution, the cotton textile industry, benefited hugely from agglomeration. Indeed, it was very concentrated in a small area:

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What’s great about this, aside from the fact that I heart economic geography, is that the classic story of comparative advantage in trade is Ricardo’s example of English cloth being traded for Portuguese wine; now Crafts and Wolf suggest, in effect, that at least some of England’s comparative advantage in cloth came from external economies, not underlying national characteristics.

I think you would probably want to argue that increasing returns played only a limited role here in shaping the pattern of international trade, as opposed to the location of industry within Britain. That is, it’s a case of what I call increasing returns in a comparative advantage world. But it’s interesting to at least contemplate the possibility that but for the accidents of history, cotton cloth might have been made by the banks of the Tagus rather than in the region of the Mersey.

 

L’agglomerarsi di una rivoluzione

 

I due Nicks, Crafts e Wolf [1], scrivono un articolo su un tema che è nelle mie corde [2]: sostengono che il crinale divisorio della Rivoluzione Industriale britannica, l’industria tessile cotoniera, beneficiò largamente dai fenomeni di agglomerazione. In effetti essa fu concentrata in un’area piccola:

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Ciò che è rilevante in questo, a parte il fatto che io ho a cuore la geografia economica, è che il classico racconto del vantaggio comparativo nel commercio è l’esempio di Ricardo dei tessuti inglesi che vengono scambiati con vino del Portogallo; ed ora Crafts e Wolf indicano che, in effetti, almeno qualche vantaggio comparativo nei tessuti venne da economie esterne, non da sottostanti caratteristiche nazionali.

Penso che si dovrebbe probabilmente sostenere che i rendimenti crescenti giocarono in questo caso soltanto un ruolo limitato nel dare forma allo schema del commercio internazionale, diversamente dalla localizzazione delle industrie in Gran Bretagna. Ovvero, questo è un caso di ciò che io definisco rendimenti crescenti in un mondo di vantaggi comparativi [3].  Ma è interessante per prendere almeno in considerazione la possibilità che non fosse stato per i casi della storia, i tessuti di cotone avrebbero potuto essere realizzati sulle sponde del Tago anziché nella regione del Mersey.


 

 

 


[1] Si tratta di due economisti, Nicholas Crafts (docente di economia e di storia economica all’Università di Warwick) e Nikolaus Wolf della Humboldt University di Berlino.

[2] “Right up may alley” può avere il significato di qualcosa che è alla propria altezza, che si è capaci di fare, o anche che è di mio gradimento. In questo caso, considerato che Krugman ha ricevuto il Premio Nobel per ricerche anche attinenti alla geografia economica, scelgo la soluzione che mi pare più adatta.

[3] Sia il vantaggio comparativo (o comparato) che i rendimenti crescenti sono due concetti economici particolarmente utilizzati nell’economia del commercio internazionale.

Iniziamo dal secondo, utilizzando la spiegazione di Krugman nel libro di testo di macroeconomia suo e di Robin Wells (che, per inciso, è anche sua moglie). Immaginiamo due individui naufragati in una stessa isola deserta, ed immaginiamo che uno dei due abbia una discreta abilità sia nel pescare che nel raccogliere noci di cocco – per combinazione, nella sua vita precedente era un agricoltore-pescatore; mentre l’altro non abbia alcuna abilità in nessuna delle due funzioni –  nella sua vita precedente era, diciamo, un funzionario di partito. Se fossero stati entrambi abili in una delle due diverse attività – se uno fosse stato un ottimo pescatore e l’altro un ottimo raccoglitore – avrebbe potuto accordarsi in modo molto semplice: ognuno avrebbe fatto la attività nella quale eccelleva ed avrebbero potuto scambiarsi i prodotti in eccesso con evidente reciproca convenienza. Ma, come si è detto, il nostro caso è diverso: uno è abile in entrambe le cose, l’altro è poco adatto per entrambe. C’è qualche possibilità di un accordo conveniente per tutti e due?

La risposta è affermativa. Per comprenderlo, occorre avere in testa uno schema delle loro possibilità, considerando che ognuno di loro, a prescindere dalla sua abilità, avrà bisogno di tempo per fare entrambi i lavori, ed il tempo che dedica ad una lavoro non può dedicarlo all’altro. In altri termini: se mi dedico alle noci di cocco, in quel tempo rinuncio a dedicarmi ai pesci (ogni attività, cioè, ha quello che si definisce un suo “costo-opportunità”).

Ecco lo schema che spiega perché può intervenire tra i due soggetti un accordo soddisfacente per entrambi.

 

In assenza di scambio In presenza di scambio
produzione consumo produzione consumo Benefici dello scambio
Naufrago 1 Pesce 28 28 40 30 + 2
Cocco  9  9  0 10 + 1
Naufrago 2 Pesce  6  6  0 10 + 4
cocco  8  8 20 10 + 2

 

Come si vede, in condizioni di assenza di scambio, si ipotizza che entrambi i naufraghi consumino quello che sono in grado di produrre; il naufrago 1, per effetto della sua maggiore abilità, produce di più e consuma di più. Ora, anche se il naufrago 2 è meno abile in entrambe le attività, come si vede sotto la voce “In presenza di scambio” è possibile una soluzione conveniente per entrambi. Il secondo naufrago spenderà tutto il suo tempo a raccogliere noci di cocco, passando da una produzione di 8 ad una produzione di 20. Il primo, invece, si dedicherà soltanto ai pesci, passando da una produzione di 28 ad una produzione di 40. Nell’ultima tabella si vede che ci sono benefici per entrambi. E questo è quello che si chiama vantaggio comparativo.

L’economista David Ricardo aveva introdotto questi concetti facendo gli esempi della produzione di cotone e di vino tra due paesi, la Gran Bretagna e il Portogallo. In quel caso, un ragionamento analogo doveva fare i conti con più fattori che nel caso precedente sono stati tutti riassunti nella abilità dei due soggetti: ad esempio, il clima, la produttività del lavoro e le tecnologie etc.

I rendimenti crescenti sono una altra causa che la teoria economica ha scoperto alla base del commercio internazionale. In questo caso citiamo per intero la spiegazione di Krugman-Wells: “La produzione di un bene è caratterizzata da rendimenti crescenti se la produttività del lavoro e di altre risorse aumenta all’aumentare della produzione. Per esempio, in un settore nel quale sono presenti rendimenti crescenti, un aumento della produzione del 10%  potrebbe richiedere soltanto un 9% in più di lavoro ed un 9% in più di materie prime …. I rendimenti crescenti possono stimolare anche gli scambi internazionali. Se la produzione di un bene è soggetta a rendimenti crescenti, è ragionevole concentrare la produzione in pochi siti, ciascuno dei quali  possa produrre in volumi elevati. Ma questo comporta anche che il bene sia prodotto solo in un piccolo numero di paesi, che poi esportano ad altri …”

E’ chiaro in che senso  la concentrazione delle industrie in alcuni territori è un fattore fondamentale di rendimenti crescenti: tale concentrazione – o ‘agglomerazione’ – può consentire varie facilitazioni (nella logistica delle scorte e dei trasporti, nella formazione del lavoro, nella presenza di lavoro specializzato, nella consorziazione delle imprese, addirittura nella ideazione e sperimentazione di nuove soluzioni produttive derivante dalla concentrazione di attività etc).

L’attacco dei cloni (21 ottobre 2013)

ottobre 21, 2013

 

October 21, 2013, 6:44 pm

Attack of the Sock Puppets

Hmmm:

NPR media reporter David Folkenflik writes in his forthcoming book Murdoch’s World that Fox News’ public relations staffers used an elaborate series of dummy accounts to fill the comments sections of critical blog posts with pro-Fox arguments.

In a chapter focusing on how Fox utilized its notoriously ruthless public relations department in the mid-to-late 00’s, Folkenflik reports that Fox’s PR staffers would “post pro-Fox rants” in the comments sections of “negative and even neutral” blog posts written about the network. According to Folkenflik, the staffers used various tactics to cover their tracks, including setting up wireless broadband connections that “could not be traced back” to the network.

I think one can safely assume that Fox News wasn’t the only organization employing sock puppets. Some commenters on various blogs, including this one, are pretty obviously professional trolls. I’ve banned some of them — and banned what were obviously the same people coming back under a variety of names.

In general, if your reaction to some comments is that nobody could really be that stupid, it may be that you are just underestimating the power of stupidity — but it may also be that nobody is, in fact, that stupid, but that someone has been employed to play stupid for fun and profit.

 

L’attacco dei cloni [1]

 

Ma guarda!

“Il giornalista della emittente radiofonica NPR [2] David Folkenflik scrive nel suo libro di prossima pubblicazione ‘Il mondo di Murdoch’,  che i redattori di Fox News addetti alle pubbliche relazioni erano soliti sviluppare una serie di posizioni fittizie per riempire le sezioni dei commenti di corrispondenza critica verso il blog di argomenti pro-Fox.

In un capitolo che mette a fuoco come la Fox utilizzava il suo notoriamente privo di scrupoli dipartimento delle pubbliche relazioni nel periodo dalla metà alla fine degli anni 2000, Folkenflik racconta che gli addetti alle pubbliche relazioni di Fox  volevano “tirate favorevoli alla Fox” nella sezione commenti della corrispondenza dei blog che si occupavano della rete in modo “critico ed anche neutrale”. Secondo Folkenflik i redattori usavano varie tattiche per coprire le loro tracce, compresa la realizzazione di connessioni in rete senza fili in banda larga [3] “che non potevano essere rintracciate”.

Penso che si possa tranquillamente considerare che Fox News non fosse l’unica organizzazione ad utilizzare cloni. Alcuni commentatori su vari blog, compreso il presente, sono abbastanza chiaramente professionisti della provocazione [4]. Ne ho scacciati alcuni – ed ho scacciato coloro che erano evidentemente le stesse persone che si ripresentavano sotto vari nomi.

In generale, se la vostra reazione a qualche commento è che nessuno potrebbe realmente essere così stupido, può darsi che stiate soltanto sottostimando il potere della stupidità – ma può anche darsi che, pur non essendo nessuno così stupido, c’è qualcuno che lo ha impiegato per fare lo stupido per spasso e per profitto.



[1] Il termine sockpuppet (proveniente dalla lingua inglese, la cui traduzione letterale è calzino fantoccio, in italiano reso a volte con fantasmino o clone) nel gergo di internet, si riferisce ad un account aggiuntivo creato da un membro già iscritto ad una comunità di Internet.

[2] Ovvero: National Public Radio.

[3] Il termine è verificato. Mi pare dovrebbe significare che in corrispondenza di una rete a banda larga possono agire connessioni “wireless”. Ma il “network” finale dovrebbe essere Fox News medesimo, se non sbaglio.

[4] “Troll” è un termine, mi pare, di non semplice traduzione, ma sta a significare precisamente, almeno nel linguaggio informatico, coloro che si dedicano ad azioni di disturbo.

Forse l’economia è una scienza, ma molti economisti non sono scienziati (21 ottobre 2013)

ottobre 21, 2013

 

October 21, 2013, 2:02 pm

Maybe Economics Is A Science, But Many Economists Are Not Scientists

Raj Chetty stands up valiantly for the honor of his and my profession, arguing that economics is too a science in which careful research is used to falsify some hypotheses and lend credibility to others. And in many ways I agree: there is a lot of good research in economics, maybe more than ever as the focus has shifted somewhat from theoretical models loosely inspired by observation — which, as he suggests, was my forte — to nitty-gritty empirical work.

But while there are clearly scientific elements in economics, a lot of economists aren’t behaving like scientists. Look at Chetty’s examples of scientific work that informs current policy debates:

Consider the politically charged question of whether extending unemployment benefits increases unemployment rates by reducing workers’ incentives to return to work. Nearly a dozen economic studies have analyzed this question by comparing unemployment rates in states that have extended unemployment benefits with those in states that do not. These studies approximate medical experiments in which some groups receive a treatment — in this case, extended unemployment benefits — while “control” groups don’t.

These studies have uniformly found that a 10-week extension in unemployment benefits raises the average amount of time people spend out of work by at most one week. This simple, unassailable finding implies that policy makers can extend unemployment benefits to provide assistance to those out of work without substantially increasing unemployment rates.

Other economic studies have taken advantage of the constraints inherent in a particular policy to obtain scientific evidence. An excellent recent example concerned health insurance in Oregon. In 2008, the state of Oregon decided to expand its state health insurance program to cover additional low-income individuals, but it had funding to cover only a small fraction of the eligible families. In collaboration with economics researchers, the state designed a lottery procedure by which individuals who received the insurance could be compared with those who did not, creating in effect a first-rate randomized experiment.

The study found that getting insurance coverage increased the use of health care, reduced financial strain and improved well-being — results that now provide invaluable guidance in understanding what we should expect from the Affordable Care Act.

OK, he’s right that these two examples show how evidence could be used to inform policy debate (although understanding the effects of unemployment insurance, I would argue, requires embedding it in a macro story about how the number of jobs is determined.) But are such results actually being used to inform policy debate? Have conservative economists like Casey Mulligan said “OK, we were wrong to argue that extended unemployment benefits are the cause of high unemployment”? Have economists who oppose Obamacare said, “OK, we were wrong to say that Medicaid hurts its recipients?”

You know the answer.

And it’s not just policy debates. Whole subfields of economics, notably but not only business-cycle macro, have spent decades chasing their own tails because too many economists refuse to accept empirical evidence that rejects their approach.

The point is that while Chetty is right that economics can be and sometimes is a scientific field in the sense that theories are testable and there are researchers doing the testing, all too many economists treat their field as a form of theology instead.

 

Forse l’economia è una scienza, ma molti economisti non sono scienziati

 

Ray Chetty prende posizione con vigore a favore della sua e della mia disciplina, sostenendo che anche l’economia  è una scienza nella quale si può utilizzare una ricerca scrupolosa per smascherare alcune ipotesi e dare credibilità ad altre. Sono d’accordo in molti sensi: in economia ci sono una quantità di buone ricerche, forse più che mai in precedenza, dal momento in cui l’attenzione si è spostata dai modelli teorici genericamente ispirati dall’osservazione – che, come lui dice, era il mio cavallo di battaglia – alla sostanza del lavoro empirico.

Ma se ci sono chiaramente elementi scientifici in economia, un buon numero di economisti non si stanno comportando come scienziati. Si vedano gli esempi di Chetty sul lavoro scientifico che orienta gli attuali dibattiti politici:

“Si consideri la domanda politicamente rilevante se estendere i sussidi di disoccupazione accresca i tassi di disoccupazione riducendo gli incentivi a tornare al lavoro. Pressoché una dozzina di studi hanno analizzato questa domanda confrontando i tassi di disoccupazione negli Stati che hanno esteso i sussidi di disoccupazione con quelli che non l’hanno fatto. Questi studi assomigliano agli esperimenti sanitari nei quali alcuni gruppi ricevono un trattamento – in questo caso la prosecuzione dei sussidi di disoccupazione – mentre i gruppi “di controllo” non li ricevono.

Questi studi hanno uniformemente scoperto che una proroga di dieci settimane nei sussidi di disoccupazione accresce la quantità media di tempo che le persone passano fuori dal lavoro al massimo di una settimana. Questa scoperta, semplice ed incontestabile, comporta che gli operatori politici possono prorogare i sussidi di disoccupazione per fornire assistenza a coloro che sono fuori dal lavoro senza accrescere sostanzialmente i tassi di disoccupazione.

Altri studi economici hanno fatto uso delle limitazioni derivanti da una particolare politica per ottenere prove scientifiche. Un recente eccellente esempio riguarda la assicurazione sanitaria in Oregon. Nel 2008 lo Stato dell’Oregon decise di ampliare il suo programma statale di assicurazione sanitaria per coprire un numero maggiore di persone a basso reddito, ma aveva finanziamenti sufficienti a coprire solo una piccola frazione delle famiglie che ne avevano diritto. In collaborazione con ricercatori economici, lo Stato stabilì una procedura del genere di una lotteria, secondo la quale coloro che ricevevano l’assicurazione potevano essere confrontati con quelli che non la ricevevano, determinando in effetti un esperimento random di prima qualità.

Lo studio scoprì che l’ottenimento della copertura assicurativa incrementava l’uso della assistenza sanitaria, riduceva lo sforzo finanziario e migliorava il benessere – risultati che ora forniscono una guida di valore inestimabile nel comprendere quello che ci si dovrebbe attendere dalla ‘Legge sulla Assistenza Sostenibile’.

E’ vero, Chetty ha ragione nel dire che questi due esempi mostrano come le prove potrebbero essere utilizzate per orientare il dibattito politico (sebbene riterrei che la comprensione degli effetti della assicurazione di disoccupazione richieda di essere inserita entro una macro storia su come viene determinato il numero dei posti di lavoro). Ma tali risultati sono effettivamente utilizzati per orientare il dibattito politico?  Economisti conservatori come Casey Mulligan hanno detto “Va bene, abbiamo sbagliato a sostenere che la proroga dei sussidi di disoccupazione è causa delle elevata disoccupazione”? Gli economisti che si oppongono alla riforma sanitaria di Obama hanno detto “E’ vero, abbiamo sbagliato a dire che Medicaid danneggia i beneficiari del programma?”

Sapete la risposta.

E non si tratta soltanto dei dibattiti politici. Interi sottosettori dell’economia, in particolare ma non soltanto la macroeconomia dei cicli economici, hanno speso decenni nel girare su se stessi perché troppi economisti rifiutano di accettare le prove empiriche che contestano il loro approccio.

Il punto è che mentre Chetty ha ragione nel dire che l’economia può essere e talvolta è una disciplina scientifica, nel senso che le teorie sono verificabili ed esistono ricercatori che fanno quelle verifiche, anche troppi economisti trattano piuttosto la loro disciplina come una sorta di teologia.

La politica economica di Bowles a confronto con quella di Abe (21 ottobre 2013)

ottobre 21, 2013

 

October 21, 2013, 1:33 pm

Bowlesonomics Versus Abenomics

As some readers may have guessed, a number of my recent blog posts have in effect been notes on the way toward my paper and presentation here. I have gotten somewhat obsessed with the question of whether a Greek-style crisis is possible for a country like the United States, and with the amazing way that the conviction that it is has taken root among policy elites without, as far as I can tell, any attempt to explain the actual mechanism.

And by the way: yes, a decade ago I expressed similar worries. But when I learn new things, I change my views. What do you do?

So let me add another piece, partly as a way to make sure that I don’t forget about it in my own writing, and let’s talk about contemporary Japan.

First of all, compare and contrast. Here, again, is Erskine Bowles warning, in March 2011, that terrible things will happen if China stops buying our bonds:

[T]his is a problem we’re going to have to face up to. It may be two years, you know, maybe a little less, maybe a little more. But if our bankers over there in Asia begin to believe that we’re not going to be solid on our debt, that we’re not going to be able to meet our obligations, just stop and think for a minute what happens if they just stop buying our debt.

But just a few months earlier Japan was also worried about Chinese purchases of their debt — worried not that China would stop buying, but about the effects of China starting to buy:

Japan’s government said it will seek discussions with China over the nation’s record purchases of Japanese bonds as an appreciating yen threatens to undermine an economic recovery.

Japan is closely watching the transactions and will seek to maintain close contact with Chinese authorities on the issue, Vice Finance Minister Naoki Minezaki told lawmakers in Tokyo. Finance Minister Yoshihiko Noda suggested at the same hearing that it’s inappropriate for China to buy Japan’s bonds without a reciprocal ability for Japanese to invest in China’s market.

Funny: Japan didn’t seem to think that China was doing it a favor by buying its debt, even though Japan has a much higher debt ratio than we do. And for these purposes, Japan looks a lot like us: it’s an advanced nation that borrows in its own currency and finds monetary policy constrained by the zero lower bound.

It’s instructive here to look at Japan’s real effective exchange rate since the beginning of the economic crisis:

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Bank for International Settlements

You can see why Japan was complaining about the high value of the yen. What was causing that? Not so much Chinese purchases, I’d argue, as ingrained deflation. Once the whole advanced world found itself with zero nominal interest rates, Japan — where people had come to expect deflation at around 1 percent a year, compared with expectations of around 2 percent inflation in the US and elsewhere — was offering higher real interest rates than its counterparts. The result was a strong yen, which was exactly what a liquidity-trap economy didn’t need.

As you can see, however, more recently the yen has declined steeply. What’s that about? The answer is, Abenomics, which has successfully, at least for now, convinced investors that the Bank of Japan has changed its spots and will keep the pedal to the metal for a long time even after moderate inflation sets in.

And think about it: what Abenomics is trying to do, although it’s not stated that way, is reduce investor confidence in Japanese bonds — it’s trying to convince buyers of JGBs that the value of those bonds will in fact be eroded by inflation, not swelled by deflation. So far, it has succeeded.

So has this loss of confidence led to rising Japanese interest rates and a recession? Well, no:

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So Japan has, in effect, engineered the very kind of loss in confidence that politicians in the US and the UK warn, in dire terms, will be our doom unless we cut social programs. And it has been an unambiguous good thing for the Japanese economy.

Now, I’m sure many people will argue that a Chinese loss of confidence in America would play out very differently. But why, exactly? Show me the model — and don’t tell me that it must be true because those great experts in open-economy macroeconomics Erskine Bowles or Admiral Mullen say so.

 

La politica economica di Bowles a confronto con quella di Abe

 

Come molti lettori hanno intuito un certo numero di miei recenti posts sono stati in effetti appunti nella prospettiva di un mio saggio e della sua presentazione in questa sede [1]. Mi sono un po’ fissato sul tema se una crisi di tipo greco sia possibile per un paese come gli Stati Uniti, e sul modo stupefacente nel quale tale convincimento ha preso piede nei gruppi dirigenti della politica senza che, per quanto ne so, ci sia stato nessun tentativo di spiegarne il meccanismo effettivo.

E, per inciso, è vero che un decennio orsono io espressi preoccupazioni simili. Ma quando imparo cose nuove, io cambio le mie opinioni. Voi che fate?

Consentitemi di aggiungere, dunque, un altro pezzo, in parte come modo per assicurami di non dimenticarlo nel mio scritto, e consentitemi di parlare del Giappone dei nostri giorni.

Prima di tutto, un confronto ed una opposizione. Ecco, nuovamente, l’ammonimento di Erskine Bowles nel marzo del 2011, secondo il quale cose terribili sarebbero accadute se la Cina avesse smesso di acquistare le nostre obbligazioni sul debito:

“Questo è un problema con il quale siamo destinati a fare i conti. Sarà tra un anno o due, sapete, forse un po’ di più, forse un po’ di meno. Ma se i nostri banchieri laggiù in Asia cominciano a credere che non saremo affidabili sul nostro debito, che non saremo capaci di far fronte alle nostre obbligazioni, fermatevi e pensate un istante a quello che accadrebbe se decidessero proprio di smettere di acquistare il nostro debito.”

Ma solo pochi mesi prima anche il Giappone di allora era preoccupato dell’acquisto delle proprie obbligazioni da parte dei cinesi – preoccupato non che la Cina smettesse di comperare, ma sugli effetti se avesse cominciato ad acquistarle:

“Il Governo del Giappone ha riferito che cercherà di confrontarsi con la Cina a proposito del livello record di quella nazione nell’acquisto di bonds giapponesi, in quanto minaccia di una rivalutazione dello yen che metterebbe a repentaglio una ripresa dell’economia.

Il Viceministro delle Finanze Naoki Minezaki ha riferito ai parlamentari a Tokio che i l Giappone sta seguendo da vicino le transazioni e cercherà di mantenere stretti contatti con le autorità cinesi su quel tema. Il ministro delle Finanze Yoshihiko Noda, nell’ambito della stessa audizione, ha indicato che sarebbe incongruo acquistare bonds giapponesi da parte della Cina senza una reciproca possibilità per i giapponesi di investire sul mercato cinese.”

Strano: il Giappone non sembra pensare che la Cina stia facendo un favore acquistando le sue obbligazioni sul debito, anche se il Giappone ha una percentuale di debito molto più elevata della nostra. E sotto questi aspetti, il Giappone ci assomiglia molto: è una nazione avanzata che si indebita nella sua propria valuta e si ritrova con una politica monetaria condizionata dal limite inferiore dello zero [2].

A questo proposito, è istruttivo osservare l’effettivo tasso di cambio reale del Giappone dal momento in cui la crisi economica è cominciata:

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Banca dei Regolamenti Internazionali

Vi potete render conto del motivo per il quale il Giappone si stava lamentando per l’alto valore dello yen. Cosa stava provocando tutto ciò? Non erano tanto gli acquisti da parte dei cinesi, voglio supporre, data la deflazione cronica. Una volta che il mondo intero si era ritrovato con tassi di interesse nominali pari a zero, il Giappone – dove le persone sono arrivate ad aspettarsi una deflazione di circa l’1 per cento all’anno, a confronto di aspettative di circa il 2 per cento di inflazione negli Stati Uniti ed altrove – stava offrendo tassi di interesse reali più elevati delle sue controparti. Il risultato era uno yen più forte, ovvero esattamente quello di cui un’economia in trappola di liquidità non ha bisogno.

Come vi siete accorti, tuttavia, di recente lo yen è bruscamente calato di valore. Da cosa è dipeso? La risposta è: la politica economica di Abe [3],che ha convinto con successo gli investitori, almeno per ora, che la Banca del Giappone ha cambiato le sue abitudini e che spingerà sull’acceleratore per un tempo prolungato, anche dopo che una moderata inflazione avrà preso piede.

E pensate a questo: quello che  sta cercando di fare la politica economica di Abe, per quanto essa non sia stata resa esplicita in quel modo, è ridurre la fiducia degli investitori nei bonds giapponesi – essa sta cercando di convincere gli acquirenti dei bonds del Governo del Giappone [4] che il valore di quei bonds sarà di fatto eroso dall’inflazione, non gonfiato dalla deflazione. Sinora essa ha avuto successo.

Così, questa perdita di fiducia ha portato ad una crescita dei tassi di interesse del Giappone ed a una recessione? Ebbene, no:

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Dunque, il Giappone ha effettivamente congegnato quella vera e propria perdita di fiducia contro la quale gli uomini politici negli Stati Uniti e nel Regno Unito mettono in guardia, affermando, con espressioni tremende, che sarà la nostra rovina se non tagliamo i programmi della sicurezza sociale. E si è trattato senza tema di smentite di una ottima cosa per l’economia giapponese.

Ora, io sono certo che molte persone sosterranno che una perdita della fiducia dei cinesi sull’America funzionerebbe in modo molto diverso. Ma per quale ragione, esattamente? Mostratemi il modello – e non raccontatemi che deve essere vero perché lo dicono quei grandi esperti di teoria economica delle economie aperte che sono Erskine Bowles o l’Ammiraglio Mullen [5].


 

 

 


[1] Il link mostra il programma di una prossima iniziativa del Fondo Monetario Internazionale a Washington (14° Conferenza Annuale di Ricerca intitolata a Jacques Polak – un economista olandese deceduto nel 2010, che tra l’altro fu membro della delegazione olandese a Bretton Woods nel 1944, quando si decise la creazione del Fondo Monetario Internazionale). Il pomeriggio del 7 novembre in quella sede avrà luogo una conferenza di Paul Krugman, introdotta da Olivier Blanchard, Direttore del FMI. Oggetto: “Regimi valutari, flussi di capitali e crisi”.

[2] Per “zero lower bound” vedi le note sulla traduzione.

[3] Abenomics è il termine con il quale gli americani definiscono la politica economica di Shinzo Abe, il Primo Ministro del Giappone.

[4] JGB sta per “Japanese Government Bond”.

[5] Non so spiegare a che titolo l’Ammiraglio Mullen entri come esperto, sia pure discutibile, di cose economiche. E’ un ufficiale della Marina americana in pensione, che ha avuto notorietà sia mentre era in servizio che successivamente, per alcune opinioni espresse su tematiche della “sicurezza”. Però negli ultimi anni è entrato a far parte del Consiglio di Amministrazione della General Motors …

 

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Preferenza per la liquidità, fondi mutuabili ed Erskine Bowles (20 ottobre 2013)

ottobre 20, 2013

 

October 20, 2013, 2:56 pm

Liquidity Preference, Loanable Funds, and Erskine Bowles

Here’s Erskine Bowles in March 2011:

[T]his is a problem we’re going to have to face up to. It may be two years, you know, maybe a little less, maybe a little more. But if our bankers over there in Asia begin to believe that we’re not going to be solid on our debt, that we’re not going to be able to meet our obligations, just stop and think for a minute what happens if they just stop buying our debt.

Strange to say, however, neither Bowles nor anyone else of similar views has, as far as I can tell, actually done what he urged: “stop and think for a minute what happens if they just stop buying our debt.” They just assume that it would be catastrophic, without laying out any kind of model of how that would work.

I, on the other hand, have worked out two models, one ad hoc and the other a more buttoned-down New Keynesian-type model — and they just don’t support Bowles’s worries.

Some commenters here have declared it obvious that a cutoff of Chinese funds would drive up interest rates, saying that it’s just supply and demand. That struck me, because it’s exactly what George Will said when I tried to argue, back in 2009, that budget deficits need not lead to high interest rates when the economy is depressed. And in fact the argument that foreigners will reduce their lending to us, sending rates higher, and shrinking the economy even though we have our own currency and monetary policy is, when you think about it, more or less isomorphic to the famously wrong argument that fiscal expansion is contractionary, because it will drive up interest rates.

I am, by the way, grateful to those commenters — thinking about the equivalence of the China-debt and deficit-interest fallacies nudged me into a better, simpler formulation of my NK model, which I’ll say more about in a few days. And my model-building has, in turn, given me a new way to talk about what’s going on.

So, here we go. Start from the observation that the balance of payments always balances:

Capital account + Current account = 0

where the capital account is our sales of assets to foreigners minus our purchases of assets from foreigners, and the current account is our sales of goods and services (including the services of factors of production) minus our purchases of goods and services. So in the hypothetical case in which foreigners lose confidence and stop buying our assets, they’re pushing our capital account down; as a matter of accounting, then, our current account balance must rise.

But what’s the mechanism? (Remember the fallacy of immaculate causation.) The answer is, it depends on the currency regime.

If you’re Greece, the way it works is indeed that interest rates soar, depressing demand and compressing imports until the current account has risen enough; unfortunately, demand for domestic goods falls too, so you have a nasty slump.

But if you’re America or Britain, the central bank sets interest rates, and under current conditions that means holding them at zero. So what happens instead is that your currency depreciates, making exporters and import-competing industries more competitive. The effect on the economy as a whole is therefore expansionary, not contractionary.

Things might be different if the private sector had large debts in foreign currency, as was true in Asia in the 90s. But it doesn’t.

So the conventional wisdom about how we have to fear a Chinese bond-buying strike just doesn’t make sense — and in fact it falls down in exactly the same way as fallacious arguments about the harm done by fiscal deficits in a depressed economy; basically, Erskine Bowles is making the same error as whatshisname.

You may find it hard to believe that so many important and influential people could be dead wrong about the basic economics of our situation. But as far as I can tell, this is simply something “everyone knows”, and none of them have ever thought it through.

 

Preferenza per la liquidità, fondi mutuabili ed Erskine Bowles

 

Citazione da Erskine Bowles [1] del marzo del 2011:

 

“Questo è un problema con il quale siamo destinati a fare i conti. Sarà tra un anno o due, sapete, forse un po’ di più, forse un po’ di meno. Ma se i nostri banchieri laggiù in Asia cominciano a credere che non saremo affidabili sul nostro debito, che non saremo capaci di far fronte alle nostre obbligazioni, fermatevi e pensate un istante a quello che accadrebbe se decidessero proprio di smettere di acquistare il nostro debito.”

Strano a dirsi, tuttavia, né Bowles né chiunque altro con simili punti di vista, per quanto ne so, ha effettivamente fatto quello che sollecitavano a fare: fermarsi e riflettere per un istante a quello che sarebbe accaduto se i cinesi avessero smesso di acquistare il nostro debito. Hanno solo assunto che sarebbe stato catastrofico, senza tirar giù un modello qualsiasi su come avrebbe funzionato.

Io, per mio conto, ho lavorato su due modelli, uno ad hoc e l’altro un più tradizionalista modello di tipo neo keynesiano – ed essi proprio non confermano le preoccupazioni di Bowles.

Alcuni commentatori hanno dichiarato che in questo caso è evidente che un taglio dei finanziamenti cinesi avrebbe spinto in alto i tassi di interesse, dicendo che sarebbe stato niente altro che il meccanismo dell’offerta e della domanda. Questo mi ha colpito, perché è esattamente quello che disse George Will quando, nel passato 2009, cercai di argomentare che i deficit di bilancio non portano necessariamente ad alti tassi di interesse, quando l’economia è depressa. E di fatto l’argomento che gli stranieri ridurranno i loro prestiti verso di noi, spedendo i tassi più in alto, e restringendo l’economia anche se abbiamo la nostra valuta e la nostra politica monetaria è, se ci pensate, più o meno perfettamente sovrapponibile al notoriamente sbagliato argomento secondo il quale l’espansione della finanza pubblica è restrittiva, perché spinge in alto i tassi di interesse.

Per inciso, sono grato a quei commentatori – riflettere sulla  equivalenza dell’errore sul debito cinese e di quello sul nesso tra deficit e interesse mi ha spinto ad una migliore e più semplice formulazione del mio modello neokeynesiano, della qualcosa dirò di più nei prossimi giorni. E il mio lavoro sui modelli, a sua volta, mi ha fornito un nuovo modo per descrivere cosa sta succedendo.

Dunque, procediamo. Partiamo dall’osservazione secondo la quale la bilancia dei pagamenti è sempre in equilibrio:

Conto capitale + Conto corrente = 0

dove il conto capitale sono le nostre vendite di assets agli stranieri meno i nostri acquisti di assets dagli stranieri, e il conto corrente sono le nostre vendite di beni e servizi (includendo i servizi dei fattori della produzione) meno i nostri acquisti di beni e servizi. Dunque, nel caso ipotetico che gli stranieri perdessero fiducia e smettessero di acquistare i nostri assets, essi spingerebbero verso il basso il nostro conto capitale; in termini di contabilità, dunque, il nostro conto corrente dovrebbe salire.

Ma in cosa consiste il meccanismo? (Si ricordi l’errore della ‘immacolata causalità’[2]) La risposta è: dipende dal regime valutario.

Se siete  la Grecia, il modo in cui esso in effetti opera è che i tassi di interesse schizzano alle stelle, deprimendo la domanda e comprimendo le importazioni sinché il conto corrente non sia salito a sufficienza; sfortunatamente, cade anche la domanda di beni domestici, cosicché avete uno sgradevolissimo crollo.

Ma se siete l’America o il Regno Unito, la banca centrale fissa i tassi di interesse, e nelle attuali condizioni questo significa che li mantiene a zero. Quello che dunque accade è che piuttosto la vostra moneta si svaluta, rendendo gli esportatori e le industrie in competizione con l’import più competitive. L’effetto sull’economia è nel suo complesso, di conseguenza, espansivo e non restrittivo.

Le cose possono essere diverse se il settore privato ha larghi debiti in valuta straniera, come avvenne in Asia negli anni ’90. Ma non è questo il caso.

Dunque, il senso comune secondo il quale dobbiamo aver paura di uno sciopero dei cinesi nell’acquisto di obbligazioni non ha proprio senso – e di fatto viene meno esattamente nello stesso modo in cui vengono meno gli argomenti erronei sul danno che verrebbe dai deficit della finanza pubblica in una economia depressa; fondamentalmente, Erskine Bowles sta facendo lo stesso errore di “come-si-chiama” [3].

Potete trovare difficile credere che molte persone importanti ed influenti sbaglino in modo così plateale sugli aspetti economici di fondo della nostra situazione. Ma, per quanto posso dire, si tratta di cose che passano per essere ovvie, e nessuno di loro si è mai dato la pena di rifletterci.


 

 


[1] Democratico americano, già collaboratore di Clinton, Copresidente della Commissione sulla Responsabilità e la Riforma della Finanza Pubblica.

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[2] Vedi post precedente del 16 ottobre.

[3] “Whatshisname” (come “whatshisface”) è una espressione che si usa quando non si ricorda il nome di qualcuno. Non è chiaro a chi si riferisca, perché colui che aveva sostenuto lo stesso argomento dell’aumento dei tassi di interesse era George Will, noto giornalista conservatore (negli anni ’80 definiti come il più importante negli Stati Uniti dal Wall Street Journal), ma lo ha appena citato sopra. A meno che … non si voglia riferire al nome stesso di Bowles – Erskine – che secondo UrbanDictionary  è un “Tizio che sa come far ridere tutti in una festa, l’anima della festa”.

I regimi valutari sono importanti? (19 ottobre 2013)

ottobre 19, 2013

 

October 19, 2013, 10:38 am

Do Currency Regimes Matter?

Antonio Fatas, citing new work by Andy Rose (pdf), suggests that currency regimes don’t really matter — in particular that membership in the euro has not really been a special problem for peripheral countries.

Challenging preconceptions is always good, and this is a serious debate. I am still, however, very much on the other side. I’d argue two points.

First, nominal wage stickiness — the key argument for the virtues of floating exchange rates — is an overwhelmingly demonstrated fact. Rose doesn’t offer reasons why this doesn’t matter; he just offers a reduced-form relationship between currency regimes and economic performance, and fails to find a significant effect. Is this because there really is no effect, or because his tests lack power?

Second, there is the very striking empirical observation that debt levels matter much less for countries with their own currency than for those without. Here’s one view of the relationship between debt levels and borrowing costs (data from Greenlaw et al):

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And here’s another view of the same data, with euro members identified:

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It sure looks as if debt matters only for those on the euro, doesn’t it? For what it’s worth, here’s a regression of interest rates on debt that uses a dummy for euro membership, and allows an interaction between that dummy and debt:

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Indeed: debt only seems to matter for euro nations.

So I don’t buy the notion that the currency regime is irrelevant. But clearly the Rose results need to be taken seriously, and we have to figure out why he finds what he does.

 

I regimi  valutari sono importanti?

 

Antonio Fatas, citando il nuovo lavoro di Andy Rose (disponibile in pdf), suggerisce che i regimi monetari in realtà non contino – in particolare che la partecipazione all’euro non sia stata un problema speciale per i paesi della periferia europea.

Sfidare i preconcetti è sempre bene, e questo è un dibattito serio. Tuttavia, io sono ancora in gran parte di una opinione diversa. Sosterrei due punti.

In primo luogo la rigidità dei salari nominali – l’argomento chiave sulle virtù dei tassi di cambio fluttuanti – è un fatto dimostrato in modo schiacciante. Rose non avanza ragioni per le quali questo non avrebbe importanza; offre soltanto una relazione in forma ridotta  tra i regimi valutari e le prestazioni economiche, e non riesce a trovare un effetto significativo. Perché in realtà non c’è alcun effetto, o perché le sue prove difettano di forza persuasiva?

In secondo luogo, c’è una osservazione empirica assai impressionante per la quale i livelli del debito contano molto meno per i paesi che dispongono di valuta propria rispetto a quelli che ne sono privi. Ecco un punto di vista sulla relazione tra livelli del debito e costi dell’indebitamento (dati provenienti da Greenlaw ed altri):

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Ed ecco un’altra versione degli stessi dati, nella quale i paesi membri dell’euro sono identificabili (pallini arancioni) [1]:

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A quanto pare il debito è importante soltanto per coloro che sono nell’euro, non è così? Per quello che vale, c’è come una regressione dei tassi di interesse sul debito che utilizza una simulazione per la partecipazione all’euro, e consente una interazione tra quella simulazione e il debito [2]:

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In effetti, il debito sembra conti esclusivamente per i paesi dell’euro.

Dunque, non accetto su due piedi che il regime valutario sia irrilevante. Ma chiaramente i risultati di Rose devono essere presi sul serio, e dobbiamo provare a immaginare perché egli trovi quello che dice.



[1] Sull’asse verticale i tassi di interesse sui bonds decennali; sull’asse orizzontale il rapporto tra debito e PIL.

[2] Forse vuol dire che appare un valore di riferimento per i paesi dell’euro, cui però si aggiunge una variazione che è determinata dalla distanza tra quel valore ed i livelli del debito effettivi dei vari paesi. “Dummy” sta anche per “facsimile”, “fantoccio”.

Negazionismo del limite inferiore dello zero (19 ottobre 2013)

ottobre 19, 2013

 

October 19, 2013, 10:19 am

ZLB Denial

Yes — if back in 2007 you denied the existence of liquidity traps, that is, denied that the zero lower bound on short-term interest rates places limits on monetary policy, you should long since have acknowledged that you were very, very wrong:

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Since late 2007 the monetary base has risen more than 300 percent, while GDP and consumer prices have risen less than 20 percent. And no, the disconnect is not all due to the 0.25 percent interest rate the Fed pays on reserves.

You can argue that the Fed could have done more — it could have expanded its balance sheet even further, and/or moved into riskier assets, and/or done more to change expectations. But I don’t see how you can deny that making monetary policy effective has been far harder since we hit the ZLB than it was before, and that this retroactively casts great doubt on Friedman’s claims that the Fed could easily have prevented the Great Depression.

 

Negazionismo del limite inferiore dello zero [1]

 

Sì – se nel passato 2007 si negava l’esistenza delle trappole di liquidità, ovvero si negava che il limite inferiore dello zero sui tassi di interesse a breve termine fissasse dei limiti alla politica monetaria, si dovrebbe aver riconosciuto da lungo tempo che si aveva davvero torto [2]:

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A partire dal 2007 la base monetaria è cresciuta del 300 per cento, mentre il PIL ed i prezzi al consumo sono cresciuti meno del 20 per cento. E la disconnessione non deriva proprio dallo 0,25 per cento del tasso di interesse che la Fed paga sulle riserve [3].

Si può sostenere che la Fed potrebbe aver fatto di più – potrebbe aver ampliato i suoi equilibri patrimoniali persino ulteriormente, e/o essersi indirizzata verso assets più rischiosi, e/o aver fatto di più per modificare le aspettative. Ma non vedo come si possa negare che dare efficacia alla politica monetaria è stato di gran lunga più difficile dal momento in cui abbiamo sbattuto nel ‘limite inferiore dello zero’ e che, retrospettivamente, questo costituisce un gran dubbio sugli argomenti di Friedman secondo i quali la Fed avrebbe potuto prevenire la Grande Depressione .



[1] Per ‘zero lower bound’ vedi le note sulla traduzione.

[2] La tabella indica l’andamento, dal 2007 ad oggi, della basa monetaria (degli USA, linea blu), dei prezzi al consumo (linea arancione) e del PIL (linea verde).

[3] C’è stato che ha suggerito, tra i negazionisti della trappola di liquidità, persino questa spiegazione. E’ evidente che il fatto che la Fed abbia stabilito un interesse minimo per le proprie riserve è incommensurabile con le misure dei fenomeni indicati dalla tabella.

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