Blog di Krugman

La sindrome del debito della Cina (18 ottobre 2013)

 

October 18, 2013, 11:22 am

The China-Debt Syndrome

Matthew Yglesias notes an uptick in Very Serious People warning that China might lose confidence in America and start dumping our bonds. He focuses on China’s motives, which is useful. But the crucial point, which he touches on only briefly at the end, is that whatever China’s motives, the Chinese wouldn’t hurt us if they dumped our bonds — in fact, it would probably be good for America.

But, you say, wouldn’t China selling our bonds send interest rates up and depress the U.S. economy? I’ve been writing about this issue a lot in various guises, and have yet to see any coherent explanation of how it’s supposed to work.

Think about it: China selling our bonds wouldn’t drive up short-term interest rates, which are set by the Fed. It’s not clear why it would drive up long-term rates, either, since these mainly reflect expected short-term rates. And even if Chinese sales somehow put a squeeze on longer maturities, the Fed could just engage in more quantitative easing and buy those bonds up.

It’s true that China could, possibly, depress the value of the dollar. But that would be good for America! Think about Abenomics in Japan: its biggest success so far has been driving down the value of the yen, helping Japanese exporters.

But, you say, Greece. Well, Greece doesn’t have its own currency or monetary policy; capital flight there led to a fall in the money supply, which wouldn’t happen here.

The persistence of scaremongering about Chinese confidence is a remarkable thing: it continues to be what Very Serious People say, even though it literally makes no sense at all. As Dean Baker once put it, China has an empty water pistol pointed at our head.

 

La sindrome del debito della Cina

 

Matthew Yglesias nota un miglioramento nelle Persone Molto Serie che mettono in guardia sul fatto che la Cina potrebbe perdere fiducia sull’America e cominciare a scaricare i nostri bonds. Egli si concentra sui motivi della Cina, il che è utile. Ma il punto cruciale, su cui si sofferma solo brevemente ed alla fine, è che, qualsiasi siano i motivi della Cina, i cinesi non ci danneggerebbero se scaricassero i nostri bonds – di fatto, sarebbe probabilmente un bene per l’America.

Ma, voi dite, la vendita dei nostri bonds da parte della Cina non spedirebbe in alto i tassi di interesse e non deprimerebbe l’economia statunitense? Ho scritto molto e in varie forme su questo tema, e devo ancora vedere una spiegazione coerente su come si suppone che dovrebbe funzionare.

Si pensi a questo: la vendita dei nostri bonds da parte della Cina non spingerebbe in alto i tassi di interesse a breve termine, che sono decisi dalla Fed. Neppure è chiaro perché dovrebbe spingere in alto i tassi a lungo termine, dal momento che questi principalmente riflettono le aspettative sui tassi a breve termine. Ed anche se le vendite cinesi in qualche modo determinassero una stretta sulle più lunghe scadenze, la Fed potrebbe semplicemente impegnarsi in una maggiore ‘facilitazione quantitativa’ e fare incetta di quei bonds.

E’ vero che la Cina potrebbe, probabilmente, deprimere il valore del dollaro. Ma quello sarebbe un bene per l’America! Si pensi alla politica economica di Abe in Giappone: sino ad ora il suo più grande successo è stato quello di abbassare il valore dello yen, aiutando le esportazioni giapponesi.

Ma, voi dite, la Grecia. Ebbene, la Grecia non ha una propria valuta o una propria politica monetaria; in quel caso la fuga dei capitali ha portato ad una caduta nell’offerta di moneta, la qualcosa qua non accadrebbe.

La persistenza della diffusione di paure sulla fiducia cinese è un aspetto rilevante: continua a rappresentare quello che dicono le Persone Molto Serie, anche se esso non ha propriamente alcun senso. Come disse in una occasione Dean Baker, la Cina ha una pistola d’acqua scarica puntata contro la nostra testa.

Che drenaggio (17 ottobre 2013)

ottobre 17, 2013

 

October 17, 2013, 7:59 am

What A Drag

As many people have been pointing out, the economic costs of GOP attempts to rule by extortion didn’t begin with the shutdown/debt crisis, and haven’t ended with the (temporary?) resolution of that crisis. The now widely-cited Macroeconomic Advisers report estimated the cost of crisis-driven fiscal policy at 1 percentage point off the growth rate for three years, or roughly 3 percent now. More than half of this estimated cost comes from the “fiscal drag” of falling discretionary spending, with the rest coming from a (shaky) estimate of the impacts of fiscal uncertainty on borrowing costs.

 

I’ve been looking a bit harder at that report, and while I am in broad agreement with its conclusion, I think it’s missing quite a lot. On balance, I’d argue that the negative effect of the crazies has been even worse than MA says.

 

OK, first thing: I’m not too happy with the report’s reliance on the Bloom et al uncertainty index to measure costs. As Mike Konczal pointed out a while back, that index is a strange creature, driven to an important extent by the number of times politicians talk about uncertainty. It’s really not something you want to lean on, and if you take it out, MA’s estimates of the Republican drag fall.

But we shouldn’t stop there, because there are two important aspects of the story that MA leaves out.

First, part of the fiscal cliff deal involved letting the Obama payroll tax cut — a significant, useful form of economic stimulus — expire. (Republicans only like tax cuts that go to people with high incomes.) This led to a surprisingly large tax hike in 2013, focused on workers:

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Second, GOP opposition to unemployment insurance has been the biggest factor in a very rapid decline in unemployment benefits despite continuing weak job markets:

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This hurts the unemployed a lot, but it also hurts the economy, because the unemployed are already living on the edge, and surely must have been forced into spending cuts as benefits expired.

The combination of the payroll take hike and the benefit cuts amounts to about $200 billion of fiscal contraction at an annual rate, or 1.25 percent of GDP, probably with a significant multiplier effect. Add this to the effects of sharp cuts in discretionary spending and the effects of economic uncertainty, however measured, and I don’t think it’s unreasonable to suggest that extortion tactics may have shaved as much as 4 percent off GDP and added 2 points to the unemployment rate.

In other words, we’d be looking at a vastly healthier economy if it weren’t for the GOP takeover of the House in 2010.

 

Che drenaggio

 

Come molte persone hanno messo in evidenza, i costi economici dei tentativi del Partito Repubblicano di governare con i ricatti non sono cominciati con la crisi del blocco di governo e del debito, né sono finiti con la temporanea risoluzione di quella crisi. Il rapporto, di questi tempi ampiamente citato, di Macroeconomic Advisers ha stimato il costo di una politica della finanza pubblica provocata dalla crisi [1] in un punto percentuale da togliere al tasso di crescita per tre anni, ovvero ad oggi all’incirca del 3 per cento. Più della metà di questo costo stimato deriva dal “drenaggio finanziario” [2] derivante dalla caduta della spesa pubblica discrezionale, con il resto che deriva da una (precaria) stima degli impatti dell’incertezza della finanza pubblica sui costi dell’indebitamento.

Ho dato un’occhiata più attenta a quel rapporto, e mentre in generale sono d’accordo con le sue conclusioni, penso che ad esso sfugga qualcosa. A conti fatti, direi che l’effetto negativo delle follie in corso ha avuto effetti persino più negativi di quelli che il rapporto di Macroeconomic Advisers sostiene.

Ebbene, il primo aspetto: non sono così contento che il rapporto  si fondi, per misurare i costi, sull’indice dell’incertezza analizzato da Bloom ed altri. Come mise in evidenza tempo fa Mike Konczal, quell’indice è una creatura strana, in notevole misura determinato dal numero di volte in cui gli uomini politici ricorrono all’espressione  ‘incertezza’. Davvero non è qualcosa su cui si possa fare affidamento, e se lo fate vostro, le stime di Macroeconomic Advisers sul drenaggio repubblicano crollano.

Ma non dovremmo fermarci qua, perché ci sono due importanti aspetti della storia che Macroeconomic Advisers lasciano fuori.

Il primo, parte dell’accordo sul ‘precipizio fiscale’ fu relativa al permettere che gli sgravi fiscali sugli stipendi di Obama – una forma di stimolo dell’economia  significativa ed utile – si interrompessero (ai repubblicani piacciono soltanto gli sgravi fiscali che interessano la gente con alti redditi). Questo ha portato ad un ampio picco fiscale nel 2013, concentrato sui lavoratori:

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In secondo luogo, l’opposizione del Partito Repubblicano alla assicurazione di disoccupazione è stato il fattore principale di un rapido declino dei sussidi di disoccupazione nonostante il perdurare di mercati del lavoro deboli:

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Questo fatto è un gran danno per i disoccupati, ma danneggia anche l’economia, perché i disoccupati già vivono al limite, e di certo sono stati costretti a tagli nelle loro spese al momento in cui i sussidi sono terminati.

L’effetto congiunto dell’aumento della pressione fiscale sugli stipendi e dei tagli ai sussidi ammonta a 200 miliardi di dollari di contrazione della finanza pubblica su base annua, ovvero all’ 1,25 per cento del PIL, probabilmente con un effetto significativo di moltiplicatore [3]. Si aggiunga questo agli effetti dei bruschi tagli alla spesa discrezionale ed agli effetti dell’incertezza economica, comunque si misurino, ed io non penso sia irragionevole supporre che le tattiche ricattatorie possano aver raschiato l’equivalente di un 4 per cento di PIL ed aggiunto 2 punti al tasso di disoccupazione.

In altre parole, avremmo un’economia considerevolmente più ricca se non fosse per il grande successo elettorale del Partito Repubblicano nel 2010 [4].



[1] Cioè, dalla crisi politica di queste settimane.

[2] Vorrei insistere su una mia ‘fissazione’ linguistica, già spiegata nelle Note sulla Traduzione.

In termini generali “fiscal drag” è il termine economico che si riferisce ad “una situazione nella quale la posizione finanziaria netta di uno Stato (che equivale alla sua spesa al netto di ogni tassazione) non incontra gli obbiettivi di risparmio netto dell’economia privata. Questo può risultare da una pressione deflazionistica dovuta sia ad una mancanza di spesa pubblica che ad un eccesso di tassazione” (Investopedia). In altri termini: il drenaggio può riferirsi ad aspetti della condizione finanziaria pubblica generale e non necessariamente   a meccanismi connessi con le tasse.

In effetti, in inglese il termine “fiscal” ha due possibili significati diversi: può riferirsi in generale alla “finanza pubblica” oppure può riferirsi specialmente alla parte di finanza pubblica connessa con le tasse. Ma nella maggioranza dei casi, mi sembra, ha soprattutto il primo significato, e il riferimento alle entrate da fisco si risolve più frequentemente con l’uso aggettivato del sostantivo “tax”. In lingua italiana, invece, il termine “fiscale” ha soltanto il secondo significato e si riferisce a quella parte della finanza pubblica che consiste nella imposizione, o esazione o evasione, della tasse. Si veda, a proposito, la definizione che viene data dal dizionario del Devoto-Olli. Per noi sarebbe improprio – se non come importazione di un neologismo, la qualcosa talora non è indenne da complicazioni – dire ‘fiscale’ per riferirsi in generale alle condizioni della finanza pubblica.

Ora, noi siamo abituati nel linguaggio economico alla espressione “drenaggio fiscale”, che era molto in uso nel recente passato, con riferimento a quella situazione nella quale l’espansione economica, in regimi di tassazione progressiva, può comportare che gli individui siano costretti ad entrare in fasce fiscali superiori, ovvero a pagare aliquote fiscali più elevate per effetto dell’incremento dei loro redditi. Si ha drenaggio fiscale allorché l’aumento del carico fiscale derivante dalle nuove aliquote è più che proporzionale all’aumento del reddito.

Se però, per tornare all’articolo che stiamo traducendo, si usasse il termine “drenaggio fiscale” nel senso di cui sopra, si sbaglierebbe, perché in questo caso il “drenaggio” è riferito alla condizione generale della finanza pubblica (impoverita da un calo troppo forte di spesa) e non a meccanismi fiscali.

Dunque, questo esempio dimostra – se non dico un sciocchezza – che in lingua italiana è abbastanza improprio dare al termine “fiscale” il significato più generale di qualcosa che attiene alla “finanza pubblica”. Questa è la ragione per la quale traduco sempre con “attinente alla finanza pubblica”, come già spiegato nelle Note sulla traduzione.

[3] Per “multiplier” vedi Note sulla Traduzione.

[4] Ovvero nelle passate elezioni di medio termine, che diedero ai repubblicani la maggioranza della Camera dei Rappresentanti, e dunque la forza numerica per politiche di tipo ricattatorio.

Gli sbagli della ‘causalità immacolata’ (16 ottobre 2013)

ottobre 16, 2013

 

October 16, 2013, 11:49 am

Fallacies of Immaculate Causation

Brad DeLong reminds us of Eugene Fama’s remarkable (in the worst way) claim that stimulus can’t work as a matter of logic. It was actually that claim, and its endorsement by John Cochrane , that led me to the realization that we were living in a dark age of macroeconomics.

This is, I suppose, the kind of thing that leads some people to accuse me of being uncivil and engaging in ad hominem attacks. I guess we’re supposed to be respectful when economists resurrect fallacies that were corrected three generations ago, and present those fallacies as new and important insights. But I don’t have it in me to do that, especially when those resurrected fallacies are being used to confuse public discussion in a time of economic crisis, when it matters a great deal whether we have the right policy response.

In any case, Fama’s confusion is of a fairly common type (although we should expect better from famous economists.) Call it the fallacy of immaculate causation. I first encountered it in the field of international macro, where people used the identity S-I = X-M to argue that trade balances could adjust with no need for changes in relative prices; John Williamson dubbed this the fallacy of immaculate transfer. The Fama-Cochrane fallacy is just the domestic version.

Here’s what happens: you start with an accounting identity, in this case savings = investment, and treat it as a causal relationship – savings => investment – imagining that this excuses you from the need to lay out a mechanism for this alleged causation.

The immediate thing Fama should have asked himself, even if completely ignorant of the history of macroeconomics, is why the causation necessarily runs from savings to investment. Why not the other way around? In fact, in simple Keynesian models investment (determined by animal spirits) does in fact determine the level of savings. More broadly, however, you always want to ask about the motives of economic actors; only by thinking through who does what why can you actually learn anything about the actual implications of an accounting identity.

In this case, ask what happens if consumers decide to save more. What do they actually do? They cut their spending. Now, how does the equality S=I hold? In the very short run, it’s likely to hold through involuntary actions – that is, the accounting identity doesn’t say that *desired* saving and investment are always equal. If consumers try to save more, firms may engage in involuntary investment, as inventories pile up, and consumers may find that they’re not saving as much as they intended to, because their incomes fall. Naturally, these unintended results will lead to further changes in behavior, with firms cutting production and consumers further reducing spending, until we eventually reach a sort of equilibrium in which desired saving and desired investment match up; this new equilibrium need not be one in which investment rises, and could well be one in which investment falls.

To reach the conclusion that higher desired savings lead to higher investment, you have to explain how the desire of consumers to save more gives firms an incentive to spend more. Lower interest rates could do the trick – but not in an economy where rates are already zero.

The point, in any case, is that accounting identities can only tell you so much. Anyone who claims that the identities tell you everything you know, without an actual model of how things work, is just doing bad economics. And I’m sorry, but I’m not going to be respectful or pretend that we’re having a serious debate when economists who should know better engage in such obvious fallacies.

 

Gli sbagli della ‘causalità immacolata’

 

Brad DeLong ci ricorda la considerevole (nel senso peggiore) pretesa di Eugene Fama secondo la quale lo stimulus non può funzionare per una ragione di logica. Fu esattamente quella pretesa, e la adesione da parte di John Cochrane, che mi indusse a rendermi conto (come scrissi) che vivevamo in un’epoca  buia della macroeconomia.

Suppongo che questo sia il genere di giudizi che portano alcune persone ad accusarmi di inciviltà e di una propensione agli attacchi personali. Immagino che si pensi che si dovrebbe avere rispetto quando gli economisti rimettono in vita sbagli che furono corretti tre generazioni orsono, e presentano tali sbagli come intuizioni nuove e importanti. Ma a me non riesce, specialmente quando quegli errori risuscitati vengono usati per portare confusione nel dibattito pubblico in un periodo di crisi economica, quando ha grande importanza avere la risposta politica corretta.

In ogni caso, la confusione di Fama è di un genere abbastanza frequente (per quanto ci si aspetterebbe di più da economisti famosi). Lo potete chiamare l’errore della ‘causalità immacolata’. Lo incontrai per la prima volta nel campo dell’economia internazionale, dove c’erano persone che utilizzavano l’identità S-I=X-M [1] per sostenere che gli equilibri commerciali potevano essere corretti senza bisogno di alcun cambiamento nei prezzi relativi; John Williamson lo soprannominò come l’errore dell’ “immacolato trasferimento”. L’errore di Fama-Cochrane è semplicemente la versione interna.

Ecco che cosa accade: si comincia con una identità contabile, in questo caso i risparmi sono eguali all’investimento, e la si tratta come una relazione causale (i risparmi sono eguali o superiori all’investimento), immaginando che ciò vi esenti dalla necessità di esibire un meccanismo per questa pretesa causalità.

La cosa immediata che Fama avrebbe dovuto chiedersi, anche se completamente ignorante della storia della macroeconomia, sarebbe stata perché il rapporto di causalità debba necessariamente correre dai risparmi agli investimenti. Perché non il contrario? Di fatto, nei semplici modelli keynesiani è proprio l’investimento (provocato dagli ‘istinti animali’ [2]) che determina di fatto il livello dei risparmi. Più in generale, tuttavia, sempre ci si deve porre domande sui motivi che muovono gli attori dell’economia; solo riflettendo bene sul “chi-fa-qualcosa-perché” si può effettivamente imparare qualcosa delle implicazioni di una identità contabile [3].

In questo caso, chiedetevi cosa accade quando i consumatori decidono di risparmiare di più. Cosa fanno effettivamente? Tagliano le loro spese. Ora, su cosa si regge l’eguaglianza tra risparmi ed investimenti? Nel brevissimo termine, è probabile che essa si regga su azioni involontarie – vale a dire, l’identità contabile non dice che i risparmi attesi e gli investimenti sono sempre uguali. Se i consumatori cercano di risparmiare maggiormente, le imprese possono, come le scorte si accumulano, impegnarsi in investimenti involontari, e i consumatori possono scoprire di non stare risparmiando quanto volevano, dato che i loro redditi calano. Naturalmente, questi risultati involontari porteranno ad ulteriori modifiche dei comportamenti, con le imprese che taglieranno la produzione ed i consumatori che taglieranno ulteriormente la spesa, finché non arriveremo ad una specie di equilibrio nel quale i risparmi attesi e gli investimenti si equivarranno; questo nuovo equilibrio non c’è bisogno che veda l’investimento crescere, potrebbe benissimo vederlo diminuire.

Per arrivare alla conclusione secondo la quale risparmi attesi più elevati portano ad investimenti più elevati, dovete spiegare come il desiderio dei consumatori di risparmiare dia alle imprese un incentivo a spendere maggiormente. I tassi di interessi più bassi possono servire a tale scopo – ma non in una economia nella quale i tassi sono già a zero.

Il punto, in ogni caso, è che le identità contabili possono dirvi soltanto sino a un certo punto. Tutti quelli che pretendono che le identità contabili vi dicano tutto, senza un effettivo modello di come le cose funzionino, non fanno niente di più che una pessima economia. E mi dispiace, ma io non ho intenzione di essere rispettoso o di fingere di avere una discussione seria, quando gli economisti che dovrebbero saperne di più si imbattono in errori di tal fatta.



[1] Mi scuso se sto sbagliando, ma la formula dovrebbe significare che in un paese i risparmi meno gli investimenti debbono equivalere alle esportazioni meno le importazioni. In realtà, sempre se non sbaglio, di solito si usano S ed I come indicative dei risparmi e degli investimenti del settore privato (e nella formula di equivalenza si aggiunge T, per entrate fiscali pubbliche, e G, per spesa pubblica). Invece X ed M indicano le esportazioni e le importazioni (“eXports and iMports”).

Come sia possibile, non saprei spiegarlo; ma probabilmente in questo proprio consiste l’ “Immacolato trasferimento” del quale si parla nella frase successiva. O più precisamente, tra i due concetti non c’è alcun nesso visibile ed è fondamentalmente una questione di fede.

[2] Ovvero, nella espressione di Keynes, dalla condotta istintiva dei capitalisti.

[3] Vale a dire, solo riflettendo ‘praticamente’ dei modi nei quali gli attori economici si comportano, si può comprendere se è giusto considerare gli investimenti come una quantità ‘causata’ dai risparmi, e non il contrario.

Sa chi sono io? (14 ottobre 2013)

ottobre 14, 2013

 

October 14, 2013, 11:29 am

Do You Know Who I Am?

One of the odd things about the debates we’ve been having over economic policy since the financial crisis is how many people on one side of these debates — the side I’m not on, as it happens — believe that they can win arguments by pulling rank. Critics are dismissed as just bloggers, which supposedly disqualifies them from pointing out errors and untrue statements; ideas are dismissed (wrongly, as it happens) as not part of what anyone has taught graduate students , as if this removes any possibility that the ideas might nonetheless be right.

Do I pull rank the same way? I’m sure that if you go over my writings with a fine-toothed comb, you’ll find some examples. But I try not to; I try to make arguments on the merits, and if I dismiss someone’s contribution, I try to do it based on what he says, not who he is.

What a lot of people — academics, I’m sorry to say, in particular — don’t seem to understand are the limits to what credentials get you, in principle and in practice.

Basically, having a fancy named chair and maybe some prizes entitles you to a hearing — no more. It’s a great buzzing hive of commentary out there, so nobody can read everything that someone says; but if a famous intellectual makes a pronouncement, he both should and does get a listen much more easily than someone without the preexisting reputation.

But academic credentials are neither a necessary nor a sufficient condition for having your ideas taken seriously. If a famous professor repeatedly says stupid things, then tries to claim he never said them, there’s no rule against calling him a mendacious idiot — and no special qualifications required to make that pronouncement other than doing your own homework.

Conversely, if someone without formal credentials consistently makes trenchant, insightful observations, he or she has earned the right to be taken seriously, regardless of background.

One of the great things about the blogosphere is that it has made it possible for a number of people meeting that second condition to gain an audience. I don’t care whether they’re PhDs, professors, or just some guy with a blog — it’s the work that matters.

Meanwhile, we didn’t need blogs to know that many great and famous intellectuals are, in fact, fools. Some of them may always have been fools; some of them are hedgehogs, who know a lot about a narrow area but are ignorant elsewhere (and are, in many cases, so ignorant that they don’t know they’re ignorant — a variant on Dunning-Kruger.) And some of them have, for whatever reason, lost it — I can think offhand of several economists, not all of them all that old, of whom it is common to say, “I can’t believe that guy wrote those papers.”

And let me add that believing that you can pull rank in this wide-open modern age is itself a demonstration of incompetence. Who, exactly, do you think cares? Not the readers, that’s for sure.

True, it’s now a rough world for people who do sloppy work, and are counting on their credentials to shield them from criticism. Somehow, though, I can’t seem to muster any sympathy.

 

Sa chi sono io?

 

Una delle cose strane a proposito delle discussioni che abbiamo sulla politica economica sin dalla crisi finanziaria è che molte persone di uno schieramento di quei dibattiti – per combinazione,  lo schieramento del quale non faccio parte – credono di poter averla vinta facendosi forti della propria autorità. I critici vengono liquidati come semplici bloggers, il che si suppone li renda inidonei ad indicare errori ed affermazioni non vere; le idee non vengono prese in considerazione (sbagliando, sempre per caso) in quanto non fanno parte di quello che tutti insegnano agli studenti universitari, come se questo escludesse ogni possibilità che quelle idee siano ciononostante giuste.

Mi faccio anch’io forte della mia autorità? Sono certo che se esaminate al microscopio i miei scritti [1], troverete qualche esempio. Ma non è quello che cerco di fare; io cerco di avanzare argomenti sul merito, e se respingo il contributo di qualcuno, cerco di farlo basandomi su quello che dice, non su quello che è.

Quello che molte persone – mi dispiace dirlo, in particolare docenti – sembrano non capire è che vi sono limiti a quello che viene dalle credenziali, sia in via di principio che in pratica.

Fondamentalmente, avere una cattedra titolata e magari qualche premio vi autorizza a far sentire la vostra voce – non altro. C’è in giro un frastuono di commenti come fosse un alveare, cosicché nessuno può leggere ogni cosa che dicono gli altri; ma come un famoso intellettuale si pronuncia, egli dovrebbe ottenere  e di fatto ottiene, ascolto molto più facilmente di qualcuno privo di una reputazione precedente.

Ma le credenziali accademiche non sono una condizione né necessaria né sufficiente perché le vostre idee siano prese sul serio. Se un professore famoso dice ripetutamente cose stupide e poi cerca di sostenere di non averle dette, non c’è alcuna regola che faccia divieto di definirlo sciocco e menzognero – e non ci sono qualifiche speciali necessarie per sostenere quel parere, altro che aver fatto il vostro lavoro con scrupolo.

Di contro, se qualcuno senza credenziali formali regolarmente avanza osservazioni acute e profonde, lui o lei si sono guadagnati il diritto a essere presi sul serio, a prescindere dal loro retroterra.

Una delle grandi cose della blogosfera è che essa ha reso possibile per un certo numero di persone di soddisfare la seconda condizione per avere un ascolto. Non mi interessa se sono laureti, docenti o semplici individui con un blog – è il lavoro che conta.

Nel frattempo, non avevamo bisogno dei blog per sapere che molti intellettuali grandi e famosi siano, di fatto, degli sciocchi. Alcuni di loro sono sempre stati sciocchi; alcuni di loro sono come porcospini, che sanno molto nella loro ristretta area ma sono ignari di ogni altra cosa (e sono, in molti casi, talmente ignari da non sapere di essere ignoranti  – un variante della sindrome di Dunning – Krueger [2]). Ed alcuni di loro, per una qualsiasivoglia ragione, ne hanno perso coscienza – così su due piedi posso pensarlo di vari economisti, non tutti così anziani, dei quali si usa dire: “Non posso credere che quel personaggio  scrivesse  cose del genere”.

E fatemi aggiungere che credere di potersi far forti della propria autorità in questa epoca moderna aperta in tutti i sensi, è di per sé una dimostrazione di incompetenza. Chi precisamente pensate se ne curi? Non i lettori, questo è certo.

E’ vero, questo di oggi è un mondo ruvido per coloro che lavorano in modo superficiale, e fanno conto delle loro credenziali per proteggersi dalle obiezioni. Ciononostante, in un certo senso non mi riesce di fingere alcuna simpatia.



[1] Veramente, sarebbe “con un pettine dai denti sottili”.

[2] Due psicologi che dimostrarono sulla base di vari test come una caratteristica frequente di persone ignoranti sia il supporre di essere particolarmente valenti.

Flessibilità dei salari in dottrina e in politica (per esperti) (13 ottobre 2013)

ottobre 13, 2013

 

October 13, 2013, 7:17 am

Wage Flexibility in Doctrine and Policy (Wonkish)

I probably should have made clear in my post on sticky wages that I was arguing for stickiness as a central issue in the history of macroeconomic thought, not as a central issue in current policy. I’ve been arguing for years that when you’re in a liquidity trap wage flexibility actually hurts rather than helps; this is the paradox of flexibility, which arises, roughly speaking, because under current conditions the aggregate demand curve is upward-sloping thanks to debt and balance sheet effects.

But if we look at the way the civil war emerged in macro during the 1970s, both sides assumed downward-sloping aggregate demand (the liquidity trap was a distant memory), so the whole focus was on aggregate supply. The key issue then because whether it was acceptable to assume an upward-sloping short-run AS curve even though we had no “microfoundations” for that assumption, just observation of reality. Half the relevant profession decided that although it might be true in practice, it wasn’t true in theory, and therefore couldn’t happen.

 

At this point, of course, we have many cohorts of economists trained in freshwater schools who don’t know this history — they just know that Keynes was “proved wrong” in the 70s, but don’t know the context, and are shocked, shocked to discover that the other half of the profession continued to take the evidence on sticky wages seriously despite the lack of a maximizing model to explain it.

One small note: what about stagflation? It’s true that the outward shift of the apparent tradeoff between unemployment and inflation during the 70s had an important impact on macroeconomics; it mattered a lot that Friedman and Phelps had predicted exactly that kind of shift by working with models that attempted, in a rough way, to provide microfoundations for aggregate supply. This lent some credibility to the freshwater exercise — I remember a few classmates in grad school saying things like, “Well, they’ve been right so far, so maybe they’re right about the next step”, which was rational expectations and microfoundations all the way down.

But by the early 80s it was already clear that going all the way was wrong. Textbook Keynesian economics (literally: think Dornbusch-Fischer and Gordon) had comfortably incorporated inflation expectations, while the persistence of recessions and the evident ability of fully anticipated monetary policy to move the real economy had made Lucas-type models unsustainable.

So stagflation mattered, but Keynesians responded by adapting their models; anti-Keynesians, by contrast, responded to their own empirical debacle in the 1980s by withdrawing deeper into their bubble.

 

Flessibilità dei salari in dottrina e in politica (per esperti)

 

Probabilmente  avrei dovuto chiarire nel mio post sui salari rigidi che stavo ragionando della rigidità [1] come tema centrale nella storia del pensiero macroeconomico, non come tema centrale nella politica attuale. Vengo sostenendo da anni che quando si è in una trappola di liquidità la flessibilità dei salari in effetti danneggia più che aiutare; è questo il paradosso della flessibilità [2], il quale si manifesta, parlando in termini approssimativi, perché nelle attuali condizioni la curva della domanda aggregata inclina verso l’alto a seguito degli effetti del debito e degli equilibri patrimoniali .

Ma se guardiamo al modo in cui si rappresentò quella sorta di guerra civile nella teoria economica durante gli anni ’70, entrambi gli schieramenti davano per implicita una domanda aggregata che inclina verso il basso (la trappola di liquidità era un lontano ricordo), cosicché l’intera attenzione era riposta sull’offerta aggregata. Il tema fondamentale, allora, era se fosse accettabile assumere una curva di breve periodo della offerta aggregata che inclinava verso il basso, anche se non si aveva alcun fondamento microeconomico per un assunto del genere, essendo solo una osservazione della realtà. Una metà della disciplina economica che aveva rilievo decise che, sebbene potesse essere vero in pratica, non era vero in teoria, e di conseguenza non poteva succedere.

Al giorno d’oggi, naturalmente, abbiamo truppe di economisti addestrati nelle scuole dell’orientamento dell’ “acqua dolce” [3] che non conoscono questa storia – essi sanno soltanto che negli anni ’70 si dimostrò che Keynes aveva torto, ma non conoscono il contesto e sono scioccati, letteralmente scioccati, nello scoprire che l’altra metà continuò seriamente a far propria l’evidenza dei salari rigidi nonostante la mancanza di un modello di massimizzazione che lo spiegasse.

Una piccola nota: che dire della stagflazione? E’ vero che lo spostamento verso l’esterno dello scambio apparente tra disoccupazione ed inflazione durante gli anni ’70 ebbe un impatto importante sulla teoria economica; fu molto rilevante il fatto che Friedman e Phelps avessero previsto esattamente quel tipo di spostamento sulla base di modelli che tentavano, in modo approssimativo, di fornire fondamenti microeconomici all’offerta aggregata. Questo concesse qualche credibilità agli esercizi della scuola dell’ “acqua dolce” – ricordo qualche compagno di corso che diceva cose come: “Bene, hanno avuto ragione sinora, dunque potrebbero aver ragione al prossimo passo”, il che comportò che la teoria delle aspettative razionali e dei fondamenti micro dilagasse.

Ma agli inizi degli anni ’80 era già chiaro che quel dilagare era infondato. Libri di testo di economia keynesiana (in particolare, si pensi a Dornbusch-Fischer e Gordon) avevano incorporato agevolmente le aspettative di inflazione, mentre la persistenza delle recessioni e l’evidente capacità di una politica monetaria pienamente giocata in anticipo nello smuovere l’economia reale resero i modelli del tipo di quello di Lucas insostenibili.

Dunque la stagflazione fu importante, ma i keynesiani risposero adattando i loro modelli; gli antikeynesiani, all’opposto, risposero alla loro pratica débâcle degli anni 80 ritirandosi sempre più nel profondo della loro bolla.  



[1] O “vischiosità”, più precisamente.

[2] Il “paradosso della flessibilità” è un concetto – vedi Wikipedia, ma in lingua inglese – introdotto nel 2011 da Paul Krugman e Gauti Eggertsson nel saggio “Debito, riduzione dei rapporti di indebitamento e trappola di liquidità: un approccio ispirato a Fisher, Minsky e Koo”. Esso consiste nel fatto che in uno shock derivante da una deflazione da debito l’aumento dei prezzi e la flessibilità dei salari si risolvono in una ulteriore diminuzione della domanda totale.

[3] Vedi le note sulla traduzione.

Salari rigidi e guerre di teoria economica (12 ottobre 2013)

ottobre 12, 2013

 

October 12, 2013, 4:22 pm

Sticky Wages and the Macro Wars

Simon Wren-Lewis, following up on Bryan Caplan, makes the case that downward nominal rigidity of wages is simply a fact, attested to by overwhelming evidence. Furthermore, it’s a fact that we understand fairly well in terms of behavioral economics. So he suggests that the unwillingness of many macroeconomists to incorporate this fact in their models — because it doesn’t have “microfoundations” — says something disturbing about the state of the field.

He’s right, but I have the sense that many of his readers — and just about all of Caplan’s commenters — don’t understand the significance of this observation for the history of macroeconomics over the past 40 years.

You see, the question of wage (and price) stickiness, and hence of real effects of changes in nominal demand, was what the great rejection of Keynesianism was all about. And I mean all about. Back in the 70s, there was hardly any discussion of the determinants of nominal demand; what Lucas and his followers were arguing was that Keynesianism must be rejected because it was unable to derive wage stickiness from maximizing behavior.

Lucas initially argued that unexpected nominal shocks still mattered, because people couldn’t initially distinguish them from real shocks, but that this offered no room for useful policy. Later, freshwater economics rejected even that proposition; the business cycle was all about real shocks, with demand playing no role at all.

At no point was this rejection of Keynesianism driven by superior empirical performance; it was all about the principle, about refusing to incorporate anything that wasn’t derived from maximization all the way.

So you can’t say, “Well, OK, maybe people aren’t hyperrational, and wages really are sticky” and then go back to hating on Keynesians. Grant that one point — as you should, because the evidence is overwhelming — and you’ve conceded, whether you know it or not, that much of macroeconomics spent three-plus decades following a blind alley.

I see that some of Caplan’s commenters are willing to accept that nominal demand matters, but draw the line at “nonsense” like the liquidity trap. Well, the zero lower bound is also a fact, and once you start admitting that demand matters, you’ll find yourself inexorably arriving at liquidity-trap analysis. But leave that for another day. The key point here is that to concede the obvious about nominal wages is, like it or not, to concede that Lucas, Prescott, and so on were just a great detour away from useful macroeconomics.

 

Salari rigidi e guerre economiche

 

Simon Wren-Lewis, sulle orme di Bryan Caplan, avanza la tesi che la rigidità dei salari nominali verso il basso sia semplicemente un fatto, attestato da prove schiaccianti. Inoltre, si tratta di un fatto che comprendiamo abbastanza bene in termini di comportamenti economici. Egli suggerisce, dunque, che l’indisponibilità di molti economisti ad incorporare i fatti entro i loro modelli – in quanto non hanno “fondamenti microeconomici” – ci dice qualcosa di preoccupante sulle condizioni della disciplina economica.

Egli ha ragione, ma ho la sensazione che molti dei suoi lettori – e proprio tutti i commentatori di Caplan – non comprendano il significato di questa osservazione in riferimento alla storia della teoria economica degli ultimi 40 anni.

Vedete, la questione della rigidità del salari (e dei prezzi), e di conseguenza degli effetti reali dei cambiamenti della domanda nominale, è ciò su cui verteva per intero il grande rigetto del Keynesismo. E intendo dire proprio per intero. Nei passati anni ’70 si faceva fatica a discutere gli aspetti determinanti della domanda nominale; quello che Lucas e i suoi seguaci sostenevano era che il Keynesismo doveva essere rigettato perché era stato incapace di derivare la rigidità dei salari dalla massimizzazione dei comportamenti [1].

Lucas all’inizio sostenne che inattesi shocks nominali [2] erano ancora importanti, perché all’inizio la gente poteva non distinguerli dagli shocks reali, ma questo non offriva alcuno spazio per una politica utile. Più tardi, l’economia dell’ “acqua dolce” [3] respinse anche quel concetto; il ciclo economico riguardava per intero gli shocks reali, e la domanda non aveva alcun ruolo.

Questo rigetto del keynesismo non era in nessun senso guidato da una migliore prestazione empirica; esso riguardava esclusivamente il principio del rifiutare di incorporare alcunché non fosse derivato sino in fondo da una massimizzazione [4].

Cosicché non si può dire: “Va bene, siamo d’accordo, le persone non sono iperrazionali, e i salari sono realmente rigidi” e poi tornare e detestare i keynesiani. Se siete d’accordo su quell’unico punto [5] – e dovreste, perché le prove sono schiaccianti – e lo avete ammesso, che ve ne rendiate conto o meno, gran parte della teoria economica si è spesa  per tre decenni e più nel seguire una strada senza sbocco.

Vedo che alcuni commentatori di Caplan sono disposti ad accettare che la domanda nominale sia importante, ma tracciano una discriminante al “nonsenso” della trappola di liquidità. Ebbene, il limite inferiore di zero è anch’esso un fatto, ed una volta che cominciate ad ammettere che la domanda conta, finite inesorabilmente per giungere ad una analisi da trappola di liquidità. Ma rinviamo questo ad un altro giorno. Il punto chiave qua è che riconoscere ciò che è ovvio sui salari nominali è, piaccia o no, ammettere che Lucas, Prescott e così via sono stati soltanto un grande depistaggio da una teoria economica utile.



[1] Credo che si comprenda meglio il termine “massimizzazione”, in questo caso, se si considera che esso dovrebbe significare letteralmente una “estensione”, o un “ampliamento”, di fenomeni economici “micro” alle dimensioni generali della macroeconomia. Se la macroeconomia non si fondava completamente su questa leggibilità della microeconomia che la origina, se non aveva in tal senso “fondamenti microeconomici”, essa era sbagliata.

Dunque, Lucas e gli altri, rigettavano il keynesismo perché la sua pretesa sulla rigidità dei salari verso il basso non era spiegata in termini coerenti con le osservazioni micro. Ma, se tale rigidità è reale (vale a dire, se nelle recessioni i salari nominali non si abbassano affatto facilmente, o non si abbassano per niente), come spiegavano tale fenomeno quegli economisti anti keynesiani? Lo spiegavano al massimo come una illusione, in sostanza come non esistente in quanto non razionale. La sequenza regolare doveva essere: recessione (intesa come terapia salutare a distorsioni  “reali” dell’economia) – disoccupazione – salari più bassi – maggiore competitività – ripresa.

Il tema della rigidità dei salari nominali verso il basso fu uno dei ‘punti di partenza’ del ragionamento di Keynes nella sua “Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”.

[2] Ovvero relativi ai valori monetari correnti, al netto della inflazione.

[3] Per “freshwater economics” (e “saltwater economics”) vedi le note sulla traduzione.

[4] Vedi la nota inziale.

[5] Ovvero, se siete d’accordo che i salari sono rigidi.

La Guerra ai poveri è una guerra a Chi Ben Sapete (11 ottobre 2013)

ottobre 11, 2013

 

October 11, 2013, 10:18 am

The War On The Poor Is A War On You-Know-Who

Lots of people have been referencing this Democracy Corps report on focus-group meetings with Republicans, and with good reason: Greenberg has basically provided a unified theory of the craziness that has enveloped American politics in the last few years.

What the report makes clear is that the current Republican obsession with attacking programs that benefit Americans in need, ranging from food stamps to Obamacare, isn’t about some philosophical commitment to small government, still less worries about incentive effects and implicit marginal tax rates. It’s about anxiety over a changing America — the multiracial, multicultural society we’re becoming — and anger that Democrats are taking Their Money and giving it to Those People. In other words, it’s still race after all these years.

One irony here is that at this point it’s the liberals who believe in America, while the conservatives don’t. I believe in our ability to change while retaining our essential nature; I believe that today’s immigrants will be incorporated into the fabric of our society, just as Italian and Jewish immigrants — once regarded as fundamentally incompatible with American ways — became “white” by the middle of the 20th century.

Another irony is that the great right-wing fear — that social insurance programs will in effect buy minority votes for Democrats, leading to further change — is becoming a self-fulfilling prophecy. The GOP could have tried to reach out to immigrants, moderate its stances on Obamacare, and stake out a position as the restrained, sensible party. Instead, it’s alienating all the people it needs to win over, and quite possibly setting the stage for the very liberal dominance it fears.

Meanwhile, a key takeaway for us wonks is that none of the ostensible debates we’re having — say, the debate over rising disability rolls — can be taken at face value. Yes, we need to crunch the numbers, but in the end the other side doesn’t care about the evidence.

 

 

La Guerra ai poveri è una guerra a Chi  Ben Sapete

 

Molte persone stanno citando questo resoconto di Democracy Corps [1]sugli incontri di un gruppo-campione con i repubblicani, ed a buona ragione: fondamentalmente Greenberg ha presentato una teoria unitaria della follia che ha racchiuso la politica americana negli ultimi anni.

Quello che il rapporto rende chiaro è che l’attuale ossessione repubblicana dell’attaccare i programmi che aiutano gli Americani in condizioni di bisogno non riguarda un qualche ossequio filosofico alle teorie del “piccolo Governo”, ancora meno preoccupazioni sugli effetti degli incentivi e delle aliquote fiscali marginali intrinseche [2]. Riguarda l’ansietà per una America che cambia – la società multirazziale e multiculturale che stiamo diventando – e la rabbia perché i Democratici stanno “prendendo i nostri soldi e dandoli a quella gentaccia” [3]. In altre parole, dopo tutti questi anni, si tratta ancora di razza.

In questo caso, l’ironia è che a questo punto sono i progressisti che credono nell’America, al contrario dei conservatori. Io credo nella nostra capacità di cambiare mantenendo la nostra essenziale natura; io credo che gli immigrati di oggi saranno incorporati nel nostro tessuto sociale, come gli immigrati italiani ed ebrei – una volta considerati come fondamentalmente incompatibili con i modi di vita americani – divennero “bianchi” verso la metà del ventesimo secolo.

Un’altra ironia è che la grande paura della destra – che i programmi della sicurezza sociale serviranno ad acquistare voti da parte dei Democratici, portando a cambiamenti ulteriori – sta diventando una sorta di profezia che si auto avvera. Il Partito Repubblicano poteva cercare di mettersi in comunicazione con gli immigrati, moderare le sue prese di posizione sulla riforma sanitaria di Obama, e definire una posizione come un partito misurato e ragionevole. Invece si sta alienando tutta quella gente che ha bisogno di persuadere, ed assai probabilmente sta mettendo le basi per quella effettiva egemonia liberal di cui ha timore.

Nel frattempo, un insegnamento chiave per noi esperti è che nessuno dei presunti dibattiti che abbiamo in corso – come quello, diciamo, sugli esempi [4] della crescente diseguaglianza – può essere preso per buono. Sì, abbiamo bisogno di elaborare le statistiche, ma alla fine l’altro schieramento non si cura delle prove.



[1] Blog di due famosi politologi progressisti, Stanley B. Greenberg e James Carville. Si tratta di resoconti su incontri con un “gruppo-campione” composto da evangelici, membri del Tea Party e repubblicani moderati. E questa è la significativa grafica (le espressioni sono: “atterrito, nervoso, scoraggiato, preoccupato, impensierito ….”)  con la quale il blog presenta tale rapporto:

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[2] Ovvero, l’espressione tecnica per definire la percentuale di reddito che viene pagata in tasse, che varia a seconda della dimensione del reddito.

[3] “Those People” (“Quelle Persone”) è in genere un riferimento sprezzante espresso da benestanti nei confronti di persone povere, in qualche modo assistite, preferibilmente di colore. Anche l’espressione utilizzata nel titolo (“…You-Know-Who”, “…Voi sapete chi”) è un riferimento implicito a “Those People”.

[4] Traduco “rolls” nel significato possibile di “lista di nomi”, ma può darsi che sbagli, anche se il senso non deve essere molto diverso.

La rivoluzione non è finita (11 ottobre 2013)

ottobre 11, 2013

 

October 11, 2013, 8:16 am

The ICT Revolution Isn’t Over

We have a Griswold Center event tonight in which Bob Gordon and I will discuss — debate is too strong a word — his pessimism about future growth. I’ll post more about all that after the event; don’t want to give away my (weak) punchlines. But I thought I would make one casual observation about technology.

Here it is: Bob points, rightly, to the relatively limited impact so far of the much-heralded rise of ICT — information and communication technologies. For a long time these technologies seemed to be doing nothing for the economy; then, finally, they seemed to kick in circa 1995. But the new era of productivity growth, as Bob says, wasn’t a match for the long boom post World War II, and seemed to have petered out by the late 2000s.

What I’d note, however, is that there is almost surely a second wind coming. The 1995-2007 productivity rise was basically a “wired” phenomenon, a lot of it having to do with local area networks rather than the Internet. Wireless data is a whole different thing, and it’s a surprisingly recent thing — the iPhone was introduced in 2007, the iPad in 2010. And we know from repeated experience that it takes quite a while for new technologies to show up in economic growth, a point famously made by Paul David and confirmed by the 25-year lag between the introduction of the microprocessor and the 90s productivity takeoff.

So there’s more coming. How big is another question.

 

La rivoluzione non è finita

 

Abbiamo un incontro con Bob Gordon stanotte al Griswold Center ed io converserò – definirlo un dibattito è una parola troppo grossa – sul suo pessimismo sulla crescita futura. Tornerò sul tema dopo l’incontro; non voglio anticipare le mie (deboli) considerazioni finali. Ma ho pensato di avanzare una osservazione superficiale sulla tecnologia.

Si tratta di questo: Bob indica, giustamente, l’impatto sino a questo punto relativamente limitato del tanto propagandato avvento delle ICT – le tecnologie della informazione e della comunicazione. Per lungo tempo queste tecnologie sembravano non aver alcuna conseguenza per l’economia; poi, alla fine, esse sono sembrate ingranare verso il 1995. Ma la nuova era di produttività, come dice Bob, sembra non stare alla pari con la prolungata espansione che seguì alla seconda guerra mondiale, ed è sembrata esaurirsi con i passati anni 2000.

Quello che osserverei, tuttavia, è che c’è una seconda ondata in arrivo. La crescita della produttività tra il 1995 ed il 2007 fu sostanzialmente un fenomeno “cablato”, in gran parte aveva a che fare con reti di aree locali piuttosto che con Internet. I dati senza rete sono una cosa completamente diversa, e sono una cosa sorprendentemente recente – l’iPhone è stato introdotto nel 2007, l’iPad nel 2011. E sappiamo per molteplici esperienze che ci vuole un po’ di tempo per le nuove tecnologie per assumere la forma della crescita economica, un argomento che notoriamente venne avanzato da Paul David [1] e confermato dal ritardo di 25 anni tra l’introduzione del microprocessore ed il decollo di produttività degli anni ’90.

Dunque, c’è qualcosa di più in arrivo. Quanto sia grande è un’altra questione.



[1] Professore di economia alla Università di Stanford, California.

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Felice per Janet (10 ottobre 2013)

ottobre 10, 2013

 

October 10, 2013, 5:13 pm

Janet Joy

giu 23 21

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I’ve been remiss in not writing anything about Janet Yellen’s nomination to head the Fed; partly that was because I wasn’t sure exactly what to say, and how to explain why I and so many other economists are really happy with her selection.

But Noam Scheiber hits the nail on the head: what’s so encouraging about Yellen is not just her track record but who she hangs out with. She is very definitely the economists’ candidate here.

Everyone else floated for the job has, one way or another, been close to Wall Street — even Larry Summers, who has a formidable record as a research economist but also a formidable record of making money consulting for financial firms. And while you can make the case in normal times that knowing finance, the markets, and all that is good, there are two fundamental truths here: Wall Street is largely responsible for the mess we’re in, and financial types have been consistently wrong — not just failing to see the risks before the crisis, but in diagnosing what would come next. Above all, they took the position that bailing out the banks would pave the way to recovery more broadly, and it hasn’t.

Meanwhile, sensible academic macroeconomics has, as I often point out, performed very well — and Janet Yellen is very much in that camp.

So Yellen is, if you like, a member of my tribe here — and I think that’s a very good thing in today’s economy. The fact that her appointment also makes history is just gravy.

 

Felice per Janet

giu 23 21

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono stato negligente nel non scrivere niente a proposito della nomina di Janet Yellen alla guida della Fed; in parte è dipeso dal fatto che non sapevo precisamente cosa dire e come spiegare perchè io e così tanti altri economisti siamo davvero felici per la sua scelta.

Ma Noam Scheiber colpisce nel segno: quello che è così incoraggiante nel caso della Yellen non è solo la sua storia professionale ma anche le persone con le quali si relaziona. In questo caso ella è con assoluta certezza la candidata degli economisti.

Tutti gli altri che sono rimasti a galla per il posto di lavoro sono, in un modo o nell’altro, stati vicini a Wall Street – persino Larry Summers, che ha un curriculum formidabile come economista ricercatore ma anche come consulente che ha fatto soldi con le società finanziarie. E se in tempi normali si può usare l’argomento che la conoscenza della finanza, dei mercati finanziari e di tutto il resto sia una buona cosa, in questo caso ci sono due verità incontrovertibili:  Wall Street è in gran parte responsabile per il disastro nel quale ci troviamo, ed i soggetti del sistema finanziario hanno avuto costantemente torto – non solo nel non saper vedere i rischi prima della crisi, ma nel diagnosticare che cosa sarebbe venuto dopo. Soprattutto, hanno preso la posizione secondo la quale il salvataggio delle banche avrebbe spianato la strada più in generale alla ripresa, mentre non è successo.

Nel frattempo, la teoria economica di buon senso si è, come sottolineo spesso, comportata ottimamente – e Janet Yellen è molto radicata in quel campo.

In questo caso, la Yellen è, dunque, se si vuole dire così, una componente della mia tribù – ed io penso che sia un’ottima cosa nell’economia odierna. Il fatto che la sua nomina sia un fatto storico è proprio un regalo della provvidenza [1].



[1] “Gravy”, in slang, indica “soldi o vantaggi ottenuti con un piccolo sforzo, specialmente per cose necessarie per vivere”

Il tetto del debito e lo scoppio della bolla immobiliare (10 ottobre 2013)

ottobre 10, 2013

 

October 10, 2013, 2:07 pm

The Debt Ceiling and the Housing Bust

Suppose that we hit the debt ceiling, and that the Treasury manages to engage in “prioritization” — paying interest on bonds, so that all the burden falls on other kinds of spending. How should we think about the economic impact?

Well, here’s one thought. Right now, the cash-flow deficit is a bit more than 4 percent of GDP:

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Federal deficit as percent of GDP

This deficit would have to be closed immediately, cold turkey, in the event of a debt-ceiling breach. Probably the default — because it would be a default, even if interest payments are being made — would take the form of a “delayed payment regime“, with the government falling ever further behind on its bills.

So, when did we last see a spending shock this big? As it happens, we’re looking at something just about the size of the post-bubble housing bust, which was also about 4 percent of GDP:

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Residential investment as percent of GDP

You can argue that these spending cuts wouldn’t have as much impact as the housing bust, because payment would be delayed, not cancelled, and at least some players would continue to expect eventual payment. On the other hand, as I pointed out in my last post, this time around we would have disconnected the automatic stabilizers — as GDP fell, revenues would fall, forcing another round of spending cuts, and so on.

Again, my point is that we could well be looking at a Great Recession-sized event even if we avoid a purely financial crisis.

 

Il tetto del debito e lo scoppio della bolla immobiliare

 

Supponiamo di raggiungere il tetto del debito, e che il Tesoro provi a gestire la situazione con delle priorità – pagando gli interessi sui bonds, cosicché tutto il peso ricada sugli altri generi di spesa pubblica. Cosa dovremmo pensare dell’impatto economico?

Ebbene, ecco un pensiero. In questo momento il deficit dei flussi di cassa è un po’ superiore al 4 per cento del PIL:

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Deficit federale come percentuale del PIL

 

Questo deficit dovrebbe essere tamponato immediatamente, seduta stante [1], nel caso di uno sfondamento del tetto del debito. Probabilmente il default – perché sarebbe un default, anche si si facessero i pagamenti sugli interessi – prenderebbe la forma di un “regime di pagamenti dilazionati”, con il governo sempre più inadempiente rispetto ai suoi conti.

Dunque, quando abbiamo assistito l’ultima volta ad uno shock della spesa di queste proporzioni? A quanto sembra, noi stiamo assistendo a qualcosa che ha proprio le stesse dimensioni dello scoppio successivo alla bolla immobiliare, il quale anche era di circa il 4 per cento del PIL:

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Investimento nelle residenze come percentuale del PIL

 

Si può sostenere che questi tagli alle spese non avrebbero tanto impatto come lo scoppio della bolla immobiliare, perché i pagamenti verrebbero rinviati, non cancellati, ed almeno alcuni continuerebbero ad aspettare alla fine di essere pagati. D’altra parte, come ho sottolineato nel mio post precedente, in questa occasione noi avremmo disconnesso gli stabilizzatori automatici – appena il PIL scendesse, le entrate calerebbero, costringendo ad un altro giro di tagli alla spesa, e così via dicendo.

Di nuovo la mia tesi è che potremmo davvero assistere ad un evento delle dimensioni della Grande recessione anche se evitassimo una crisi finanziaria vera e propria.



[1] “To go cold turkey” è una espressione idiomatica che significa la interruzione immediata di una dipendenza o di cattive abitudini.

Destabilizzatori automatici (10 ottobre 2013)

ottobre 10, 2013

 

October 10, 2013, 10:56 am

Automatic Destabilizers

The debt ceiling situation remains extremely foggy. Republican leaders seem, slowly, to be coming to the realization that Obama is serious about this business of not engaging in hostage negotiations — but they’re still trying to bargain (kill your main achievement? No? OK, how about killing Social Security instead?). Will they realize that this just isn’t going to work before the money runs out? Nobody knows.

And nobody knows what comes next. The immediate question is whether Treasury can, in fact, “prioritize” — pay interest on the debt while stiffing everyone else, from vendors to Social Security recipients. If they can, they might choose to do this to avoid financial meltdown.

But as I and many others have emphasized, even if this is possible, it would be a catastrophe, because the Federal government would be forced into huge spending cuts (Social Security checks and Medicare payments would surely take a hit, because there isn’t that much else). We’re looking at something like 4 percent of GDP, which given fairly standard multipliers would imply an eventual contraction by 6 percent.

Except that standard multipliers are wrong — it would be much, much worse. I haven’t seen anyone making this point, but it’s very important.

Standard estimates of the effects of cuts in government spending take into account the role of the federal government as an automatic stabilizer: the deficit rises as the economy shrinks, mainly because tax receipts go down but also because safety-net spending goes up. Typical estimates are that the federal deficit rises around 40 cents for every dollar decline in GDP:

But if the federal government is up against the debt ceiling, it will have to offset these revenue declines and automatic spending increases with further cuts. So the initial 6 percent decline in GDP would force a further 2.4 percent of GDP in cuts, leading to another round of GDP decline, and so on.

Take these effects into account, and the multiplier effect of an initial decline in government spending should be around 2.5, not 1.5. So we could be looking at a 10 percent decline in GDP, and a 5 point rise in unemployment, even if interest is paid in full.

This wouldn’t happen all at once; it won’t happen if the debt ceiling crisis lasts only a few weeks, in part because many of the people being stiffed would still expect payment eventually. But a sustained debt crisis could have immense negative effects even if default on securities (as opposed to default on contracts, which would still happen en masse) is avoided.

10 ottobre 2013

 

Destabilizzatori automatici

 

La situazione del tetto del debito resta assolutamente confusa. I leaders repubblicani sembra che stiano arrivando, lentamente, a comprendere che Obama è serio nel non volersi impegnare in una negoziazione su un ostaggio – ma stanno ancora cercando di trattare (Vuoi far fuori il tuo principale risultato? No? Va bene, che ne diresti allora di far fuori la Previdenza Sociale?). Capiranno che questo non è destinato a funzionare prima di una crisi del dollaro? Nessuno lo sa.

E nessuno sa cosa verrà dopo. La domanda immediata è se il Tesoro potrà, in effetti, stabilire delle priorità – pagare gli interessi sul debito nel mentre si resta inadempienti [1] con tutti gli altri, dai venditori ai beneficiari della Previdenza Sociale. Se possono, potrebbero scegliere di farlo per evitare un collasso finanziario.

Ma come molti altri oltre a me hanno sottolineato, persino se questo fosse possibile, sarebbe una catastrofe, perché il Governo Federale sarebbe costretto a grandi tagli alla spesa (gli assegni della Previdenza Sociale ed i pagamenti di Medicare prenderebbero sicuramente un colpo, dato che non c’è poi molto altro). Stiamo parlando di qualcosa come un 4 per cento del PIL, il che, dati moltiplicatori abbastanza consueti, implicherebbe una contrazione finale del 6 per cento.

A meno che quei moltiplicatori consueti non siano sbagliati – nel qual caso sarebbe molto, molto peggio. Non ho ancora visto nessuno avanzare questo argomento, ma esso è molto importante.

Stime standard degli effetti dei tagli della spesa pubblica mettono nel conto il ruolo del Governo federale come stabilizzatore automatico: il deficit cresce quando l’economia si restringe principalmente perché le entrate fiscali scendono ma anche perché la spesa pubblica per le reti della sicurezza salgono. Secondo stime consuete il deficit federale cresce di circa 40 centesimi per ogni dollaro di declino del PIL  [2].

Ma se il Governo federale incappa contro il tetto del debito, io dovrò bilanciare questo calo delle entrate e questi incrementi automatici delle spese con ulteriori tagli. Dunque, il declino iniziale del 6 per cento del PIL costringerà a tagli ulteriori del PIL per il 2,4 per cento, portando ad un altro giro del declino del PIL, e così via.

Mettete questi effetti nel conto, e l’effetto di moltiplicatore di un iniziale declino della spesa pubblica dovrebbe essere attorno al 2,5 per cento, e non all’1,5 per cento. Così assisteremmo ad un declino del 10 per cento del PIL, ed a cinque punti di crescita della disoccupazione, anche se gli interessi fossero pagati pienamente.

Questo non accadrebbe tutto in una volta; non accadrebbe se la crisi del tetto del debito durasse solo poche settimane, in parte perché molte persone che restano all’asciutto si aspetterebbero ancora alla fine di essere pagate. Ma una crisi di debito prolungata avrebbe immensi effetti negativi anche se il default sui titoli fosse evitato (all’opposto di quello sui contratti, che avverrebbe in grandi dimensioni).


 

 


[1] To stiff” nel senso di “fregare” è slang americano.

[2] Se ben capisco, la tabella sotto – che estraiamo dal testo per renderla meglio leggibile – indica la risposta del bilancio agli andamenti del ciclo economico. I dati sono espressi in percentuali del PIL che si modificano a fronte di un cambiamento di un 1 per cento del PIL, ovvero per ogni punto percentuale di PIL in meno.

La prima colonna indica i cambiamenti sul lato delle entrate complessive del Governo (prima riga) e, nelle due righe sotto,  di quelle distinte del Governo Federale e degli Stati e delle Comunità locali. Per ogni punto in meno di PIL c’è un calo di 0,37 centesimi di punto nelle entrate governative, attribuibile per  0,31  centesimi al Governo federale e per 0,06 centesimi agli Stati ed alle Comunità Locali.

La seconda colonna dovrebbe indicare l’andamento delle spese al netto delle borse di studio. Quindi, per ogni punto in meno di PIL le spese crescono di 0,09 punto di PIL; che dovrebbe essere l’effetto degli stabilizzatori automatici.

La terza colonna mi pare indichi il minore indebitamento netto, ed è la somma delle minori entrate e delle maggiori spese.

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I Buoni del Tesoro fanno paura? (9 ottobre 2013)

ottobre 9, 2013

 

October 9, 2013, 10:51 am

Are Treasuries Terrifying?

Neil Irwin says yes. Felix Salmon says no. I say, yes and no.

Here’s what we’re actually looking at so far:

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U.S. Treasury Treasury yield curve

The yield curve has been upward-sloping — that is, interest rates on longer-term bonds have been higher than on shorter-term — ever since we hit the zero lower bound, for two reasons. First, markets expect interest rates to go up eventually when the economy recovers. Second, option value: short-term rates can go up but they can’t do down, so you need a premium on anything longer-term.

Right now, however, rates on very short-term debt — one-month T-bills — have gone up even as longer rates are down a bit. This clearly reflects fears of a default, so that short-term claims won’t be paid on time; the markets are still unworried about the longer term.

 

This has only happened in the last few days, and it is scary — it means that people with money on the line are no longer sure that default will be avoided.

On the other hand, Salmon is right to say that we’re talking about movements that are just a fraction of a percentage point. If you’re thinking that people holding 1-month T-bills have taken a loss, you need to bear in mind that a 100 basis point rise in the interest rate (which would be far bigger than what we’ve seen so far) would reduce the price by only about 8 basis points, that is, 0.08 percent. This is not big stuff, yet.

On the third hand, my view all along has been that markets aren’t taking the threat of default seriously enough, that they just haven’t taken on board just how bad things have gotten. So even the modest interest rate rise so far is an ominous omen.

So, are Treasuries terrifying? As I said, yes and no.

 

I Buoni del Tesoro fanno paura?

 

Neil Irwin dice di no. Felix Salmon dice di sì. Io dico: sì e no.

Ecco quello a cui stiamo assistendo sino a questo punto:

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Curva di rendimento dei Buoni del Tesoro degli Stati Uniti

La curva dei rendimenti sta avendo una inclinazione verso l’alto – vale a dire, i tassi di interesse a più lungo termine diventano più alti di quelli a più breve termine  [1]– da quando abbiamo raggiunto il livello inferiore dello zero, ma per due ragioni. La prima, i mercati si aspettano che alla fine i tassi di interesse risalgano quando l’economia ha una ripresa. La seconda, la cosiddetta option value [2]: i tassi a breve termine possono salire ma non possono scendere, cosicché c’è bisogno di un premio per qualsiasi cosa a più lungo termine.

In questo momento, tuttavia, persino i tassi sul debito a brevissimo termine – i Buoni del Tesoro ad un mese – sono saliti, mentre i tassi a più lungo termine sono un po’ calati. Questo chiaramente riflette i timori del default, ovvero che le richieste a breve termine non verranno pagate nei tempi stabiliti: i mercati ancora non esprimono preoccupazione sui tempi più lunghi.

Tutto questo è accaduto soltanto negli ultimi giorni, ed è spaventoso – significa che le persone che operano con i soldi on-line non sono più sicure che il default sarà evitato.

D’altra parte, Salmon ha ragione nel dire che stiamo parlando di movimenti che sono solo una frazione di un punto percentuale. Se state pensando che le persone che detengono Buoni del Tesoro ad un mese avranno una perdita, dovete tenere a mente che una crescita di 100 punti base nel tasso di interesse (che sarebbe assai più grande di quella che abbiamo visto sinora) ridurrebbe il prezzo di solo 8 punti base, vale a dire dello 0,08 per cento. Non è ancora una gran cosa.

Come terza considerazione, la mia opinione su tutta la faccenda è stata che i mercati non stavano prendendo sul serio a sufficienza la minaccia di un default, che non l’avevano proprio considerata come se gli scenari negativi fossero acquisiti. Dunque, anche un modesto incremento dei tassi di interesse a questo punto è un presagio di cattivo augurio.

Dunque, i Buoni del Tesoro fanno paura? Come ho detto, sì e no.



[1] Si consideri che sull’asse orizzontale  sono indicati i termini di maturazione delle obbligazioni. Il primo (1MO) significa “Un mese” e l’ultimo (30Y) significa 30 anni. La linea blu, inoltre, riflette la proiezione che era leggibile nella situazione al 3 settembre di quest’anno, mentre la linea verde scuro riflette la proiezione leggibile al 10 ottobre di quest’anno.

[2] Nella analisi dei costi benefici ed anche nella economia dello stato assistenziale, si definisce ‘option value’ il valore che viene attribuito alla volontà di un soggetto di pagare un prezzo per mantenere o preservare un bene pubblico anche se di esso non si ha intenzione di fare alcun uso. Un esempio classico è quello delle spese per il mantenimento di un parco nazionale, che prescindono in una certa misura l’uso che effettivamente se ne fa.

Un po’ diversamente, nelle finanze il concetto si riferisce al valore che si attribuisce ad uno strumento finanziario, in relazione alla sua futura utilità nell’acquisto di assets. Ma in ogni caso si tratta di un valore che può essere interpretato in relazione al fattore di rischio che sarebbe implicito nel non assegnare alcun valore.

 

Tendenze nel commercio interregionale ed internazionale (7 ottobre 2013)

ottobre 7, 2013

 

October 7, 2013, 3:57 pm

Trends in Interregional and International Trade

Well, I’ve just paid my first personal price for the shutdown; I’m trying to finish a paper for the Walter Isard memorial volume, and discovered that the International Trade Commission’s invaluable Dataweb is shut down. I know, people are missing essential medical care and more, and I’m complaining about a slight academic inconvenience. But it’s a symptom.

For some reason, however, the Department of Transportation’s Freight Analysis Framework is still up and running (I was led there by a new project on metropolitan trade at Brookings, of which I’ll have much more to say in the months ahead.) So I was able to do at least one calculation on my theme, the changing fortunes of international and interregional trade.

You see, FAF lets us calculate total export and domestic shipments from, and import shipments to, each state for selected years; the values are given in 2007 dollars. In particular, we can measure the growth of each flow from 1997 to 2011, which covers much though not all of the era of “hyperglobalization.” And here’s what I get for percentage changes from 1997-2011:

Exports: 46.5
Imports: 108.7
Total trade (exports plus imports): 81.2
Domestic shipments: 25.6
Real GDP: 36.6

I think this makes sense: the forces behind hyperglobalization — reduced transportation and communication costs leading to vertical disintegration of production — are encouraging mainly long-range trade to save a few percent on labor costs, not shipping stuff between U.S. cities. Interregional trade seems even to be lagging GDP, possibly because our cities are becoming less specialized than they used to be.(What does Atlanta do for a living, exactly?)

Anyway, I’m finding this interesting. It says that what’s going on is a lot more differentiated than the simple notion that distance is being abolished.

 

Tendenze nel commercio interregionale ed internazionale

 

Bene, ho appena pagato il mio primo prezzo personale allo “shutdown”:  sto cercando di finire un saggio sul volume per il memorial di Walter Isard [1] ed ho scoperto che l’inestimabile Dataweb della Commissione del Commercio Internazionale è bloccato.  So che la gente sta perdendo essenziale assistenza medica ed altro ancora, e che io mi sto lamentando per un leggero inconveniente accademico. Ma è un sintomo.

Per qualche ragione, tuttavia, la Struttura di analisi del trasporto merci (FAF) del Dipartimento dei Trasporti è ancora in funzione e sta operando (ci sono arrivato a seguito di un nuovo progetto sul commercio metropolitano presso la Fondazione Brookings, sul quale avrò molto di più da dire nei prossimi mesi). Dunque sono stato capace di fare almeno un calcolo sul mio tema, le fortune mutevoli del commercio internazionale e interregionale.

Considerate che la FAF ci consente di calcolare le esportazioni totali, le spedizioni nazionali da e le spedizioni di importazione per ciascuno stato  per anni prescelti; i valori sono espressi in dollari. In particolare possiamo misurare la crescita di ciascun flusso dal 1997 al 2011, che copre gran parte se non tutta l’epoca della “iperglobalizzazione”. Ed ecco cosa ho attenuto per i cambiamenti percentuali dal 1997 al 2011:

Esportazioni: 46,5

Importazioni: 108,7

Commercio totale (esportazioni più importazioni: 81,2

Spedizioni interne: 25,6

PIL reale: 36,6

Penso che questo sia comprensibile: le forze che stanno dietro la “iperglobalizzazione” – riduzione dei costi di trasporto e di comunicazione che portano ad una disintegrazione verticale della produzione – stanno incoraggiando principalmente i commerci di lunga gittata per risparmiare una piccola percentuale dei costi di lavoro, non le spedizioni di cose tra le città degli Stati Uniti. Il commercio interregionale sembra essere in ritardo anche rispetto al PIL, probabilmente perché le nostre città stanno diventando meno specializzate di quello che erano (cosa fa esattamente Atlanta per vivere?)

In ogni caso, tutto questo mi pare interessante. Ci dice che quello che sta accadendo è un bel po’ diverso dal semplice concetto secondo il quale le distanze sarebbero abolite.


 

 


[1] Walter Isard (19 aprile 1919, Philadelphia –  6 novembre 2010, Drexel Hill, Pennsylvania), è stato un importante economista americano, il principale fondatore della “Scienza Regionale”, così come uno dei principali fondatori della “Scienza della Pace”. La sua biografia è molto interessante: studiò e collaborò con economisti come Oskar Lange, Frank Knight e Jacob Viner; successivamente collaborò con Wassily Leontief ad Harvard. Fondò e fu primo Presidente della Associazione della Scienza Regionale. Durante il Secondo conflitto mondiale ottenne il riconoscimento di obiettore di coscienza e lavorò all’interno di un ospedale psichiatrico, a Quaker. Fu durante questo periodo che tradusse vari studi di autori tedeschi sulla ‘teoria della localizzazione’. Negli anni ’50 pubblicò tre importanti libri: Location and Space Economy (1956); Industrial Complex Analysis and Regional Development (1959); and Methods of Regional Analysis (1960). Nel 1963 mise assieme un gruppo di allievi a Malmö, in Svezia, con il proposito di fondare la Società di ricerca sulla Pace. Come per le scienze ‘regionali’ concepì la scienza della pace come una attività di ricerca di livello internazionale e di natura interdisciplinare, allo scopo di sviluppare una serie di concetti, tecniche e apparati statistici.

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Del conoscere quello che non si sa (7 ottobre 2013)

ottobre 7, 2013

 

October 7, 2013, 10:14 am

On Knowing What You Don’t Know

Brad DeLong catches Niall Ferguson making another whoopsie. And while chasing NF isn’t worth the effort for its own sake, I think there is a broader lesson here: namely, the importance of knowing what you don’t know.

My own unpleasantness with Ferguson began when he tried to weigh in on monetary versus fiscal policy without understanding basic macroeconomics. Later, he tried to critique official inflation numbers without knowing enough about that subject to tell the difference between the experts and the cranks. Now he’s demonstrating, rather embarrassingly, that he doesn’t know how to read CBO reports.

What I find amazing is the failure to learn the meta-lesson here, which is not to wade into such matters without being quite sure you know what you’re doing. In particular, if you think you’ve found a massively important fact that somehow all the economists have missed — like a drastic deterioration in CBO’s estimate of the long-run US budget outlook, somehow missed by everyone else reading the agency’s reports — you really, really want to be sure that you’re not just misreading the numbers.

Knowing what you don’t know is very important.

 

Del conoscere quello che non si sa

 

Brad DeLong sorprende Niall Ferguson in un altro momento di imbarazzo [1]. E mentre non è il caso di andar dietro a Niall Ferguson per l’interesse della cosa in sé, penso ci sia in questo una lezione più generale: precisamente, l’importanza di conoscere quello che non sapete.

La mia esperienza spiacevole con Ferguson cominciò quando egli cercò di intervenire sul tema della politica monetaria in alternativa a quella della finanza pubblica senza comprendere le cose fondamentali della teoria economica. Più tardi, egli provò a criticare i dati ufficiali sull’inflazione senza conoscere a sufficienza quella tematica in modo da spiegare la differenza tra gli esperti e gli improvvisatori. Ora dimostra, in modo abbastanza imbarazzante, di non saper come leggere i rapporti del Congressional Budget Office.

Quello che trovo sorprendente in questo caso è il non essere capaci di apprendere la lezione implicita, che è quella di non restare invischiati in cose del genere senza essere abbastanza certi di conoscere quello che si sta facendo. In particolare, se pensate di aver scoperto un fatto assolutamente importante che in qualche modo è sfuggito a tutti gli economisti – come un drastico deterioramento nella stima del CBO della prospettiva di lungo periodo del bilancio degli Stati Uniti, peraltro non compresa da tutti gli altri che stanno leggendo i resoconti dell’agenzia – dovete con assoluta certezza essere sicuri che non state soltanto fraintendendo i dati.

Conoscere quello che non si sa è una cosa assolutamente importante.


 

 

 


[1] Interessante riportare il piccolo pezzo di Brad DeLong assieme all’infortunio del grande “tuttologo” Niall Ferguson. In neretto il titolo del suo articolo e le sue affermazioni; a seguire il commento di Brad DeLong:

 

“… Niall Ferguson: lo “shutdown” (il blocco di questi giorni ndt) è un fenomeno secondario. Il debito è la minaccia …

‘Un anno fa le serie di riferimento di lungo periodo del CBO per il debito federale nelle mani pubbliche mostravano un dato pari al 52% del PIL nel 2038. Questo dato è davvero proprio raddoppiato sino al 100% …’”

“Un anno fa, al CBO veniva richiesto per legge di calcolare il riferimento di lungo periodo assumendo che tutti gli sgravi fiscali decisi all’origine nel 2001 e 2003 si sarebbero esauriti con la fine del 2012 e non sarebbero stati riassunti. Un anno fa il CBO mise in guardia a questo proposito chiunque leggesse il suo rapporto, e dicendo loro di non guardare al riferimento di lungo periodo ma allo scenario alternativo – che quest’anno mostra, al 2038, un rapporto debito/PIL non peggiore di 48 punti percentuali, ma piuttosto migliore di 30 punti percentuali rispetto all’anno passato.

No. Io non so se Niall Ferguson capisca per davvero oppure non capisca i rapporti del CBO. In realtà non so cosa egli pensi di star facendo. Ma quello che egli sta facendo in questo caso – con il pretendere che nell’anno passato ci sia stato uno straordinario deterioramento delle previsioni di bilancio a lungo termine del CBO quando chiunque conosca il bilancio e il CBO sa che c’è stato un miglioramento – è una ennesima disinformazione a danno dei lettori della pagina degli editoriali del Wall Street Journal ed una ulteriore distruzione della sua credibilità presso i suoi colleghi.

Davvero è necessario che la faccia finita.”

Credibilità fino in fondo (7 ottobre 2013)

ottobre 7, 2013

 

October 7, 2013, 10:01 am

Credibility All The Way Down

Ken Rogoff has responded to Simon Wren-Lewis and yours truly, and I’m glad to see that he’s taking the analytical questions we raised seriously. I guess it won’t surprise readers, however, to learn that I don’t find the response adequate.

Let me make four points.

1. Since Rogoff seems to have decided to mention my excessive pessimism about euro survival as often as possible, I think it’s important to be clear about what I got wrong. As far as I can tell, I was right about the straight economics: internal devaluation has proved every bit as difficult and costly as I (and many others) warned it would. What has come as a surprise is the politics — the incredible willingness of southern European countries to suffer mass unemployment, year after year, rather than break ranks. The economic framework I was using looks fine, but clearly I misjudged the political landscape.

2. On the economic question at hand, Rogoff seems to be playing bait and switch. Wren-Lewis and I both asked why, exactly, a country like Britain should fear a Greek-style loss of confidence. Rogoff, however, spends most of his piece arguing that Britain would, in fact, be hurt by a euro collapse. Of course it would. So? This doesn’t even seem relevant to Rogoff’s own argument for austerity policies: British austerity might be “insurance” against loss of confidence, but it makes no difference either way to the probability of disaster in Europe. What’s going on here?

3. It also seems to me that Rogoff has shifted his own argument. In the original piece, it was very straightforward: foreign investors would lose confidence, sending interest rates soaring, which would cause economic contraction. I think, though it’s hard to tell, that he has now dropped that story, replacing it with a fairly amorphous assertion that simple models miss the true nature of risk. OK, I guess, but I do think it’s important to note that Rogoff’s original assertion was that it was all very simple.

4. Finally, on Wren-Lewis’s point more than mine: Wren-Lewis pointed out that a country like Britain could easily respond to a run on its bonds via quantitative easing. Rogoff says no, because this would undermine its credibility. I’m being a bit flip here, but as I read this we start with a credibility argument; when there turns out to be an easy way to deal with that problem, it’s rejected because that would undermine credibility. I keep looking for something fundamental, but right now it looks like turtles all the way down.

Just to come back to my original point: I find it quite remarkable that nobody has managed to produce a coherent model to justify the seemingly simple story that anyone, even a country that borrows in its own currency, can suddenly turn into Greece. Again, show me the model!

 

Credibilità fino in fondo

 

Ken Rogoff ha risposto a Simon Wren-Lewis ed al sottoscritto, ed io sono contento che stia prendendo sul serio i quesiti analitici che avevamo sollevato. Tuttavia suppongo che i lettori non saranno sorpresi dall’apprendere che non trovo la risposta adeguata.

Fatemi porre quattro punti.

1 . Dal momento che Rogoff sembra aver deciso di far menzione ad ogni piè sospinto del mio eccessivo pessimismo sulla sopravvivenza dell’euro, penso sia importante essere chiari su cosa ho avuto torto. Per quanto posso dire, avevo ragione sugli aspetti diretti dell’economia: la svalutazione interna si è dimostrata altrettanto difficile e costosa di quanto il sottoscritto (e molti altri) avevano messo in guardia. La sorpresa è venuta dalla politica – l’incredibile volontà dei paesi dell’Europa meridionale di soffrire, anno dopo anno, una disoccupazione di massa, anziché rompere i ranghi. Lo schema economico che ho utilizzato era buono, ma chiaramente ho frainteso il paesaggio della politica.

2 . Sulla questione economica che stiamo discutendo, Rogoff sembra giocare come con un prodotto da richiamo, lo avanza e lo toglie. Wren-Lewis ed io abbiamo entrambi chiesto perché, con esattezza, una paese come l’Inghilterra dovrebbe aver paura di una perdita di fiducia sul tipo di quella della Grecia. Rogoff, tuttavia, spende gran parte del suo pezzo sostenendo che l’Inghilterra, di fatto, sarebbe colpita da un tracollo dell’euro. E’ chiaro che lo sarebbe. E dunque? Questo non sembra rilevante neppure per la stessa tesi di Rogoff  a favore di politiche di austerità: l’austerità inglese potrebbe essere una “assicurazione” contro la perdita di fiducia, ma in ogni caso non fa alcuna differenza quanto alla probabilità di un disastro in Europa. Che storia è questa?

3 . Mi pare inoltre che Rogoff abbia spostato il suo stesso argomento. Nell’articolo originario, egli era assolutamente inequivocabile: gli investitori stranieri perderebbero fiducia spedendo i tassi di interesse alle stelle, il che provocherebbe una contrazione nell’economia. Penso, sebbene sia difficile da dire, che ora egli abbia lasciato cadere quella storia, sostituendola con il concetto abbastanza amorfo secondo il quale ai semplici modelli sfugge la vera natura del rischio. Va bene, me lo immagino, ma penso proprio che sia importante notare che la asserzione originaria di Rogoff era che tutto fosse assai semplice.

4 . Infine, su un punto avanzato più da Wren-Lewis che da me: Wren-Lewis ha sottolineato che un paese come l’Inghilterra avrebbe facilmente risposto ad una risalita dei suoi bonds attraverso la “facilitazione quantitativa” [1]. Rogoff dice di no, perché questo metterebbe a repentaglio la sua credibilità. A questo punto sono un po’ incavolato, ma per come leggo noi partiamo con un argomento di credibilità; quando si scopre esserci un modo semplice per fare i conti con quel problema, la soluzione è respinta perché metterebbe a repentaglio la credibilità. Io continuo a cercare idee fondamentali, ma in questo momento mi sembrano come tartarughe che girano dappertutto [2].

Soltanto per ritornare al mio tema originale: trovo abbastanza considerevole che nessuno abbia cercato di produrre un modello coerente per giustificare la storia apparentemente semplice secondo la quale ognuno, persino un paese che prende prestiti nella propria valuta, possa all’improvviso ritrovarsi come la Grecia. Ancora, mostratemi un modello!



[1] Vedi note sulla traduzione.

[2] Sul tema di cosa significhi “turtles all the way down” si può cercare presso “English Language&Usage”, trovando aneddoti divertenti. Dovrebbe significare di una situazione/ragionamento/persona che tende a proseguire qualcosa in continuazione, con reiterazione e circolarità, come a non saper concludere o spiegarsi. A me è venuta in mente l’immagine di tartarughine che si sperdono in tutte le direzioni … Nel titolo ovviamente la traduzione è più letterale perchè è solo un avverbio e mancano le tartarughe.

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