October 1, 2013, 12:59 pm
So, very early reports are that Obamacare exchanges are, as expected, having some technical glitches on the first day — maybe even a bit worse than expected, because it appears that volume has been much bigger than predicted.
Here’s what you need to know: this is good, not bad, news for the program. The glitches will get fixed; remember the calamitous rollout of Medicare Part D? What matters is whether enough people — especially, of course, young, healthy people — actually do sign up for insurance. If they do, health reform will be a success, and will become irreversible.
The big fear has been that a combination of ignorance and misinformation would keep people away, that they wouldn’t sign up either because they didn’t know that insurance was now available, or because Republicans had convinced them that the program was the spawn of the devil, or something. Lots of people logging on and signing up on the very first day — a day when the Kamikaze Kongress is dominating the headlines — is an early indication that it’s going to be fine, that plenty of people will sign up for the first year of health reform.
Yes, there may be some negative news stories about the glitches. But Obamacare is not up for a revote. As Jonathan Bernstein says, the only thing that matters is whether it works. And today’s heavy volume is yet another sign — along with abating health costs and below-expected premiums — that it will.
Disguidi positivi
Dunque, come ci si aspettava i primissimi resoconti dicono che le ‘borse assicurative’ locali [1]previste dalla riforma dell’assistenza di Obama stanno avendo al primo giorno qualche disguido tecnico – forse anche un po’ peggio di quello che ci si aspettava, perché si scopre che il volume [2] è stato molto maggiore del previsto.
Ecco quello che dovete sapere: questa è una buona notizia per il programma, non è cattiva. I disguidi verranno messi a posto; vi ricordate il disastroso avvio di Medicare Part D? Quello che conta è se un numero adeguato di individui – specialmente, come è ovvio, giovani ed in buona salute – effettivamente si iscrivono per l’assicurazione. Se lo fanno, la riforma sanitaria sarà un successo e diventerà irreversibile.
La grande paura è stata che una combinazione di ignoranza e di disinformazione avrebbe tenuto la gente fuori, che non si iscrivessero vuoi perché non conoscono che la assicurazione oggi è disponibile, vuoi perché i repubblicani li avessero convinti che il programma era una diabolica genia, o qualcosa del genere. Il fatto che molte persone si siano collegate ed iscritte al primissimo giorno – il giorno nel quale i titoli dei giornali erano dominati dal “Congresso Kamikaze” [3] – è una prima indicazione che sta andando bene, che un gran numero di persone si iscriveranno nel primo anno della riforma sanitaria.
Si, ci possono essere alcuni resoconti negativi sui disguidi. Ma la riforma sanitaria di Obama non è destinata ad essere votata una seconda volta. Come dice Jonathan Bernstein, l’unica cosa che conta è se funziona. E la mole pesante (di procedure) è un altro segno ancora – assieme all’abbattimento dei costi sanitari ed alle polizze al di sotto delle attese – che sarà così.
[1] Si tratta di ‘punti di incontro’ che sono stati previsti dalla legge di riforma sanitaria e che sono stati organizzati ai livelli dei vari Stati per facilitare le decisioni di acquisto delle assicurazioni da parte dei cittadini. Si chiamano “Health Insurance Exchange” e, da quanto capisco, sono istituzioni relativamente informali che dovrebbero facilitare la conoscenza delle condizioni delle assicurazioni, la loro trasparenza, ed anche le procedure per l’ottenimento dei sussidi da parte dei cittadini che ne avranno diritto. Ma definirle ‘borse assicurative’ è una invenzione mia.
[2] Suppongo, delle procedure.
[3] Ovvero, dal Congresso che ha deciso il blocco dei finanziamenti al Governo.
ottobre 1, 2013
October 1, 2013, 10:53 am
Still taking kind of an emotional vacation from current political madness. Following up on my skeptical post on worries about slowing trade growth, I wondered what a state-of-the-art model would say.
The natural model to use, at least for me, is Eaton-Kortum (pdf), which is a very ingenious approach to thinking about multilateral trade flows. The basic model is Ricardian — wine and cloth and labor productivity and all that — except that there are many goods and many countries, transportation costs, and countries are assumed to gain productivity in any particular industry through a random process. They make some funny assumptions about distributions — hey, that’s kind of the price of entry for this kind of work — and in return get a tractable model that yields gravity-type equations for international trade flows. This is a good thing, because gravity models of trade — purely empirical exercises, with no real theory behind them — are known to work pretty well.
Their model also yields a simple expression for the welfare gains from trade (p. 15):
Real income = A*(1-import share)^(-1/theta)
where A is national productivity and theta is a parameter of their assumed random process (don’t ask); they suggest that theta=4 provides the best match to available data.
Now, what I wanted to do was apply this to the rapid growth of trade that has taken place since around 1990, what Subramanian calls “hyperglobalization”. According to Subramanian’s estimates, overall trade in goods and services has risen from about 19 percent of world GDP in the early 1990s to 33 percent now, bringing us to a level of integration that really is historically unprecedented.
There are some conceptual difficulties with using this rise directly in the Eaton-Kortum framework, because much of it has taken the form of trade in intermediate goods, and the framework isn’t designed to handle that. Still, let me ignore that, and plug Subramanian’s numbers into the equation above; I get a 4.9 percent rise in real incomes due to increased globalization.
That’s by no means small change, but it’s only a fairly small fraction of global growth. The Maddison database gives us a 45 percent rise in global GDP per capita over the same period, so this calculation suggests that rising trade was responsible for around 10 percent of overall global growth. My guess is that most people who imagine themselves well-informed would give a bigger number.
By the way, for those critical of globalization, let me hasten to concede that by its nature the Eaton-Kortum model doesn’t let us talk about income distribution, and it also makes no room for the possible role of globalization in causing secular stagnation.
Still, I thought this was an interesting calculation to make — which may show more about my warped sense of what’s interesting than it does about anything else.
I guadagni dalla iperglobalizzazione (per esperti [1])
Continuo a prendermi una pausa emotiva dalla follia politica che oggi ci circonda. Proseguendo con lo scetticismo del mio post sulle preoccupazioni per la crescita del commercio che rallenta, mi sono chiesto che cosa direbbe un modello sulla situazione in atto.
Il modello naturale da usare, almeno per me, è quello di Eaton-Kortum (disponibile in pdf), che è un approccio molto ingegnoso al pensiero sui flussi di commercio multilaterali. Il modello di base è ricardiano – vino, tessuti [2], produttività del lavoro e tutto il resto – sennonché ci sono molti beni e molti paesi, i costi di trasporto, e si suppone che i paesi accrescano la produttività in una qualche particolare industria attraverso un processo interamente casuale. Essi (Eaton-Kortum) avanzano qualche strano assunto a proposito delle distribuzioni – che volete, questo è il prezzo da pagare per entrare in questo genere di esercizi – ed in cambio ottengono un modello malleabile che consente di produrre equazioni di tipo gravitazionale [3] per i flussi del commercio internazionale. Questa è una buona cosa perché i modelli gravitazionali del commercio – esercizi puramente empirici, senza nessuna reale teoria alle spalle – sono noti per funzionare abbastanza bene.
Il loro modello produce anche una semplice espressione per i vantaggi che vengono al benessere dal commercio (p.15):
Reddito reale = A*(1-quota delle importazioni)^(-1/theta)
dove A è la produttività nazionale e theta è un parametro del loro processo assunto come interamente casuale (non fate domande); essi indicano che theta=4 è la soluzione che fornisce il migliore abbinamento ai dati disponibili.
Ora, quello che intendevo fare era applicare tutto questo alla rapida crescita del commercio che prese piede a partire circa dal 1990, che Subramanian [4] chiama “iperglobalizzazione”. Secondo le stime di Subramanian, il commercio complessivo in beni e servizi è cresciuto da circa il 19 per cento del PIL globale agli inizi degli anni ’90 al 33 per cento di oggi, portandoci ad un livello di integrazione che è effettivamente senza precedenti.
Ci sono alcune difficoltà concettuali nell’utilizzare questa crescita direttamente nello schema di Eaton-Kortum, perché gran parte di essa ha preso la forma di un commercio di beni intermedi, ed il modello non è destinato a gestire tali caratteristiche. Eppure, consentitemi di ignorarlo, ed inseriamo i dati di Subramanian dentro la precedente equazione: ottengo una crescita del 4,9 per cento nei redditi reali, dovuta alla accresciuta globalizzazione.
Non è in alcun modo un piccolo cambiamento, ma è soltanto una piccola frazione della crescita globale. Nello stesso periodo, il ‘database Maddison’ [5] ci dà una crescita del 45 per cento del PIL globale procapite, cosicché questo calcolo indica che la crescita del commercio è stata responsabile di circa il 10 per cento della crescita complessiva globale. La mia sensazione è che gran parte delle persone che si ritengono bene informate ci avrebbero dato un numero ben maggiore.
Per inciso, per coloro che sono critici della globalizzazione, mi devo affrettare ad ammettere che per la sua natura il modello Eaton-Kortum non ci parla della distribuzione del reddito, e non lascia neppure nessuno spazio all’idea di un ruolo possibile della globalizzazione nel provocare la stagnazione secolare.
Eppure, pensavo che fosse un calcolo interessante da fare – calcolo che può fornire maggiori indicazioni sulla mia contorta intuizione di ciò che è interessante piuttosto che su qualcosa d’altro.
[1] “Per esperti” significa che quando si arriva qua sotto alla sommaria descrizione del modello Eaton-Kortum, i non esperti (come me) è meglio non si accaniscano, perché non è detto che anche con quel difetto non si riesca a capire qualcosa dallo scritto nel suo complesso.
[2] Nella presentazione della teoria del commercio internazionale, è noto che Ricardo partì da un esempio su quello che sarebbe stato conveniente fare nel commercio tra Gran Bretagna e Portogallo su due beni quali il vino ed i tessuti.
[3] Nell’economia internazionale si definisce ‘modello gravitazionale’ un modello che prevede i flussi di commercio tra due paesi, basandosi sulle dimensioni delle economia dei due paesi (in genere i rispettivi PIL) e sulla loro distanza.
[4] Economista, docente ed uomo politico indiano, con vari incarichi governativi dagli anni ’70 agli anni ’90.
[5] Il “Maddison Project” è una iniziativa che ha avuto inizio nel 2010, destinata a proseguire ed a implementare gli studi dello statistico Angus Maddison sulle comparazioni tra gli andamenti economici delle varie regioni del mondo.
settembre 30, 2013
September 30, 2013, 4:11 pm
I’ve spent most of today both under pressure to get an assignment out the door and under the weather; still sniffling, but the piece has been emailed off, so a bit of time for the blog. Except I feel like taking a vacation from both the shutdown and Obamacare. So let’s talk about trade — specifically, a recent post by Gavyn Davies, “Why world trade growth has lost its mojo,” which expresses deep concern over the fact that in recent years trade hasn’t grown much faster than global GDP. He suggests that hidden protectionism may be partly to blame, and that this may have large economic costs.
So, I’m going to disagree with both propositions.
First, on the general point of the welfare gains from trade: I’m basically with Dani Rodrik here. Standard economic models do not imply huge gains from trade liberalization. You can make arguments that suggest bigger gains, but they’re highly speculative, and the credulity with which people accept dubious nonstandard arguments for big trade gains contrasts oddly with the gimlet eye cast on arguments for, say, industrial policy. You should definitely not accept estimates that every dollar of additional trade raises world GDP by 46 cents — an extremely high number — as being definitive.
But my main thought, reading Davies’s piece, was that the belief that trade must always expand much faster than output, and that there’s something wrong if it doesn’t, doesn’t stand up to careful scrutiny.
In part, this notion comes from the fact that trade has grown faster than output since 1950. However, up through about 1970 that only represented a return to levels of trade relative to output that prevailed before World War I:
On the other hand, one does see that business cycle fluctuations produce large fluctuations in trade, much bigger in percentage terms than the moves in GDP, which you might take — which Davies does take — as an indication that the “income elasticity” of trade, the percentage rise for every percent rise in GDP, is much bigger than one.
This is, I’d say, a confusion between short-term and long-term issues. Consider, instead of trade, industrial production. We know that this fluctuates much more than GDP over the business cycle, because purchases of manufactured goods slump much more in recessions than purchases of services. Over the long run, however, industrial production and GDP grow at roughly equal rates. There’s no reason trade couldn’t be the same way. In fact, one reason trade fluctuates so much in the short run is precisely because it’s dominated by manufactured goods.
To explain a rising long-term ratio of trade to GDP, we have to turn instead to structural changes in the world economy, of which the most obvious involve declining costs of trade. My view is that rapid trade growth since World War II was driven by two great waves of trade liberalization and one major technological innovation. The first wave of trade liberalization involved industrial countries, and was largely over by 1980:
The second wave involved the great opening of developing countries:
World Bank
This is still going on, but the major opening of Latin America, China, and India is already well behind us.
Finally, there’s The Box — containerization, which made the vertical disintegration of production, with separate stages carried out in far-distant nations, possible. But this too has been going on for a while.
The point is that it’s entirely reasonable to believe that the big factors driving globalization were one-time changes that are receding in the rear-view mirror, so that we should expect the share of trade in GDP to plateau — and that this doesn’t represent any kind of problem. In fact, it’s conceivable that things like rising fuel costs and automation (which makes labor costs less central) will lead to some “reshoring” of manufacturing to advanced countries, and a corresponding decline in the trade share.
Ever-growing trade relative to GDP isn’t a natural law, it’s just something that happened to result from the policies and technologies of the past few generations. We should be neither amazed nor disturbed if it stops happening.
Dovrebbe preoccuparci un rallentamento della crescita commerciale?
Ho speso gran parte della giornata sia sotto l’ansia per un impegno esterno che sotto il maltempo; ancora raffreddato, ma il pezzo è stato spedito, ho dunque un po’ di tempo per il blog. Sennonché mi fa piacere prendermi una pausa sia dalla storia del ‘blocco’ del Governo che dalla riforma sanitaria di Obama. Vorrei dunque parlare di commercio – in particolare, un post recente di Gavyn Davies [1], “Perché la crescita del commercio mondiale ha perso la sua magia”, che esprime preoccupazione per il fatto che negli anni recenti il commercio non è cresciuto molto più velocemente del PIL globale. Egli suggerisce che si potrebbe in parte dar la colpa ad un protezionismo nascosto, e che questo potrebbe avere grandi costi economici.
Dunque, intendo esprimere il mio dissenso da entrambi quei concetti.
In primo luogo, sul punto di vista generale secondo il quale il benessere guadagna dal commercio: su questo punto fondamentalmente concordo con Dani Rodrik. I modelli economici consueti non implicano grandi vantaggi dalla liberalizzazione del commercio. Potete avanzare argomenti che suggeriscono i guadagni maggiori, ma sono altamente teorici, e la credulità con la quale la gente accetta dubbi argomenti non conformi (con tali modelli) a favore dei grandi vantaggi del commercio contrasta singolarmente con l’atteggiamento di acuta perplessità, ad esempio, sugli argomenti a favore della politica industriale. Di sicuro, dovreste non accettare come definitive le stime secondo le quali ogni dollaro di commercio aggiuntivo accresce il PIL mondiale di 46 centesimi – un numero estremamente elevato.
Ma il mio pensiero principale, leggendo il pezzo di Davies, è stato che il convincimento che il commercio deve sempre espandersi molto più velocemente della produzione, e che ci sia qualcosa di sbagliato se non succede, non regge ad una disamina scrupolosa.
In parte questo concetto deriva dal fatto che il commercio è cresciuto più rapidamente della produzione a partire dal 1950. Tuttavia, sino a circa il 1970 quel fenomeno ha semplicemente rappresentato un ritorno ai livelli di commercio in rapporto alla produzione che prevalevano precedentemente la Prima Guerra Mondiale:
D’altra parte, si vede per davvero che le fluttuazioni nel ciclo economico producono ampie variazioni nel commercio, molto più ampie in termini percentuali degli spostamenti del PIL, la qualcosa potete considerarla – come Davies la considera – come la indicazione che la “elasticità di reddito” del commercio, la crescita percentuale per ogni unità percentuale di crescita del PIL, è molto superiore ad uno.
Questa è, direi, una confusione tra tematiche di breve termine e di lungo termine. Si consideri, invece del commercio, la produzione industriale. Noi sappiamo che questa fluttua molto più del PIL nel corso del ciclo economico, giacché durante le recessioni gli acquisti di beni manifatturieri cadono molto di più degli acquisti dei servizi. Nel lungo termine, tuttavia, la produzione industriale ed il PIL crescono grosso modo a tassi eguali. Non c’è ragione per la quale il commercio non possa procedere in modo identico. Di fatto, una ragione per la quale il commercio fluttua così tanto nel breve termine è esattamente perché è dominato dai beni manifatturieri.
Per spiegare una percentuale crescente nel lungo periodo tra commercio e PIL, dobbiamo invece volgerci ai cambiamenti strutturali nell’economia mondiale, il più evidente dei quali riguarda i costi calanti del commercio. La mia opinione è che la rapida crescita del commercio a partire dalla Seconda Guerra Mondiale è stata spinta da due grandi ondate di liberalizzazione commerciale e da una importante innovazione tecnologica. La prima ondata della liberalizzazione dei commerci riguardò i paesi industriali, ed era ampiamente terminata attorno al 1980 [2]:
La seconda ondata riguardò la grande apertura dei paesi in via di sviluppo:
Banca Mondiale
Questa sta ancora proseguendo, ma l’importante apertura dell’America Latina, della Cina e dell’India è già molto alle nostre spalle.
Infine, c’è “l’inscatolamento” – la containerizzazione che ha reso possibile la disintegrazione verticale della produzione, con stadi separati trasportati a lunga distanza tra le nazioni. Ma anche questo è un bel po’ che è in corso.
Il punto è che è del tutto ragionevole supporre che i grandi fattori che guidano la globalizzazione siano stati cambiamenti unici che stanno svanendo come in uno specchietto retrovisore, cosicché dovremmo aspettarci una stabilizzazione della quota dei commerci sul PIL – e che questo non rappresenta in alcun modo un problema. Di fatto, si può ammettere che cose come i costi crescenti dei carburanti e l’automazione (che rende meno centrali i costi del lavoro) porteranno a un qualche “riavvicinamento” del settore manifatturiero ai paesi avanzati, e ad un corrispondente declino della quota dei commerci.
Un commercio in perenne crescita in rapporto al PIL non è una legge naturale, è solo qualcosa che è accaduto a seguito di politiche e di tecnologie delle passate generazioni. Non dovremmo essere né stupiti né sconvolti se cessa di aver luogo.
[1] Un economista che scrive sul l Financial Times.
[2] La tabella riguarda l’andamento medio delle tariffe dei beni di importazione soggetti a dogana (“dutiable”) negli Stati Uniti, dal 1930 al 2008. Il primo periodo, dal 1030 al 1940, viene definito di “riapertura dei commerci” e mostra un inizio di una forte caduta nelle tariffe medie che prosegue nel dopoguerra. Ovviamente, la caduta delle tariffe doganali indica l’effetto di un processo di liberalizzazione degli scambi commerciali.
settembre 27, 2013
September 27, 2013, 9:44 am
Update: And it was, in fact, Ian Fletcher. I’m not endorsing his overall views, but this was a good point.
A correspondent — whose email and name I have lost! — makes a good point. In talking about trade and secular stagnation, I described Germany, with its huge surpluses, as not a currency manipulator. As the correspondent said, however, the euro can be seen as a de facto foreign exchange intervention to keep the de facto Deutsche mark weak. Before 2008, the euro encouraged private capital outflows from Germany to the periphery. Since then, both official rescue packages and also lending among national central banks in the euro area can be seen as taking the place of these private flows. The interbank portion is shown in this chart from Pimco:
The general point is that if we imagine a euro breakup, I think everyone would agree that the new mark would soar in value, making German manufacturing much less competitive. The German public imagines that it is being cruelly exploited for the benefit of lazy southerners; arguably, what’s really happening is more like China’s purchases of dollars, which are intended not to subsidize America but to boost industry.
La Germania come manipolatrice di valuta
Aggiunta [1]: e si trattava, di fatto, di Ian Fletcher. Non appoggio complessivamente le sue opinioni, ma questo era un buon argomento.
Un corrispondente – del quale ho perso l’indirizzo email ed il nome! – avanza un buon argomento. Sto parlando a proposito di commercio e di stagnazione secolare. Io ho descritto la Germania, con i suoi ampi surplus, come un paese che non pratica la manipolazione della valuta. Come ha detto il corrispondente, tuttavia, l’euro può essere considerato come un intervento sul cambio estero per mantenere de facto il marco tedesco debole. Prima del 2008, l’euro incoraggiò flussi di capitali privati dalla Germania alla periferia. Da allora, sia i pacchetti ufficiali dei salvataggi che i prestiti presso le banche centrali nell’area euro possono essere considerati come se avessero preso il posti d questi flussi privati. La porzione interbancaria è mostrata in questa tabella, da PIMCO [2]:
Il punto in termini generali è che se ci immaginiamo una rottura dell’euro, penso che tutti concorderebbero che il nuovo marco salirebbe assai come valore, rendendo il settore manifatturiero tedesco molto meno competitivo. L’opinione pubblica tedesca si immagina di essere stata crudelmente sfruttata per i sussidi agli scioperati del Sud Europa; probabilmente, quello che davvero sta accadendo è più simile agli acquisti di dollari da parte della Cina, che non sono considerati come un modo per sussidiare l’America ma per sostenere l’industria.
[1] Si badi che nel giornalismo americano è frequente mettere le correzioni e le aggiunte in apertura di un articolo, e non in calce.
[2] Pacific Investment Company Management, LLC (comunemente chiamata PIMCO), è un’azienda di gestione globale degli investimenti fondata nel 1971 con sede a Newport Beach, California.
settembre 26, 2013
September 26, 2013, 9:52 am
Dean Baker weighs in on my secular stagnation piece, and argues that persistent trade deficits are a big part of the problem.
I don’t disagree, although there are some issues I need to think through.
Here’s the US balance on current account – the trade balance broadly defined — as a percentage of GDP:
Current account as percent of GDP
Leaving aside the large surplus just after World War II, we went from persistent small surpluses before 1980 to persistent large deficits after 1980. This meant that we needed more domestic demand, other things equal, to achieve full employment — and arguably that we needed a series of bubbles and rising leverage, which are no longer forthcoming.
The reason I’m hesitating a bit before simply declaring trade the culprit is the issue of causation, and the related issue of whether those deficits are likely to persist. Why, exactly, did we start running persistent deficits?
After around 2000, you could argue that policies abroad were responsible: China and other developing countries were clearly keeping their currencies undervalued and accumulating large dollar reserves, and the counterpart of that accumulation had to be deficits in the rest of the world, which ended up meaning us. But the deficits began long before that, and some of the biggest surpluses out there are being run by countries that don’t do a lot of foreign exchange intervention (e.g. Germany).
So the causation could run the other way, with deregulation and rising leverage pulling in foreign capital, keeping the dollar overvalued, and producing persistent deficits. And you might therefore argue that we can avoid secular stagnation by letting low interest rates lead to a debased dollar (hi, Congressman Ryan!), more competitive U.S. manufacturing, and balanced trade.
Or maybe not, because who exactly is supposed to be on the receiving end of our improved balance?
I’m still working on this. But Dean is right to say that trade deficits are an important part of the story — and this is, by the way, something I’ve been saying for quite a while.
Commercio e stagnazione secolare
Dean Baker interviene sul mio pezzo sulla stagnazione secolare e sostiene che i persistenti deficit commerciali sono una gran parte del problema.
Non sono in disaccordo, sebbene ci siano alcuni temi che ho bisogno di analizzare a fondo.
Ecco il nostro bilancio di conto corrente – la bilancia commerciale considerata nel suo complesso – come percentuale del PIL:
Conto corrente come percentuale del PIL
Lasciando da parte l’ampio surplus proprio all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, noi siamo passati da persistenti piccoli surplus prima del 1980 a persistenti ampi deficit dopo il 1980. Questo significava che avevamo bisogno di maggiore domanda interna, ferme le altre condizioni, per ottenere la piena occupazione – e probabilmente che avevamo bisogno di una serie di bolle e di rapporti di indebitamento crescenti, che non sono più disponibili.
La ragione per la quale esito un po’ prima di stabilire che il commercio sia il responsabile è il tema della causa di ciò, ed il tema connesso se sia probabile che quei deficit persistano. Perché esattamente, cominciammo a realizzare deficit persistenti?
All’incirca dopo il 2000 si potrebbe sostenere che furono responsabili le politiche delle nazioni estere: la Cina ed altri paesi in via di sviluppo stavano chiaramente mantenendo sottovalutate le loro monete ed accumulando ampie riserve di dollari, e la controparte di quella accumulazione dovevano essere deficit nel resto del mondo, il che finì col significare noi stessi. Ma i deficit cominciarono molto prima di ciò, ed alcuni dei più grandi surplus altrove sono stati realizzati da paesi che non realizzano un grande intervento sui cambi stranieri (ad esempio, la Germania).
Dunque, la causa potrebbe correre per un altro verso, con la deregolamentazione ed il rapporto di indebitamento in crescita che ha mantenuto il dollaro sottovalutato e prodotto deficit persistenti. E si potrebbe di conseguenza sostenere che noi possiamo evitare una stagnazione secolare consentendo a bassi tassi di interesse di portare ad una svalutazione del dollaro (salve, congressista Ryan! [1]), di rendere più competitivo il settore manifatturiero statunitense e di riequilibrare il commercio.
O forse no, giacché chi esattamente riceverebbe un vantaggio dalla nostra migliorata bilancia commerciale?
Sto ancora lavorando su questi aspetti. Ma Dean ha ragione nel dire che i deficit commerciali sono una parte importante di questa storia – e questo, per inciso, è qualcosa che sto dicendo da un po’.
settembre 25, 2013
September 25, 2013, 2:25 pm
Looking at current macroeconomic policy, the obvious question is, stupid or evil? And the obvious answer is, why do we have to choose?
But it is, I think worthwhile – or at any rate soothing – to think about the longer-term future for monetary and fiscal policy. I recently talked about some of these issues with Adair Turner, and I thought I might write up my version of the story so far (just to be clear, Adair bears no responsibility for any errors or confusion in what follows). In brief, there is a case for believing that the problem of maintaining adequate aggregate demand is going to be very persistent – that we may face something like the “secular stagnation” many economists feared after World War II.
So, let’s start with the basic role of monetary policy in stabilizing the economy. Many, probably most macroeconomists – or at any rate those who think at all about policy – think of that role something like this:
Figure 1: Normal monetary policy
Here IS shows how overall real spending and hence the level of real GDP depends on the real interest rate. We think of the central bank as being able to set the real interest rate; its goal is to set that rate at a level that keeps the economy near potential output, which in turn is consistent with low and stable inflation. This is equivalent conceptually to setting the rate at the Wicksellian natural interest rate.
Not that long ago, macroeconomists were congratulating central bankers (and central bankers were, of course, congratulating themselves) over doing a pretty good job of getting this right. Inflation, occasional commodity shocks aside, was indeed low and stable, and from 1985 to 2007 the real economy was fairly stable too.
Figure 2: Inflation was good …
Then came catastrophe – and as so often happens, when the house collapses you find the skeletons that were lurking in the closet all along. The stability of prices and output masked an underlying unsustainable growth in leverage:
Figure 3: … but trouble was brewing. Household liabilities as percent of GDP.
It was a Minsky moment waiting to happen, and happen it did.
When the Minsky moment came, there was a rush to deleverage; this drove down overall demand for any given interest rate, and made the Wicksellian natural rate substantially negative, pushing us into a liquidity trap:
Figure 4: The liquidity trap.
This meant that monetary policy could no longer do the job of stabilizing the economy: Central banks found themselves up against the zero lower bound. Fiscal policy could and should have helped, and automatic stabilizers did help mitigate the slump. But fiscal discourse went completely off the rails, and overall we had unprecedented austerity when we should have had stimulus.
So we’ve had an economic disaster – and our inability to avoid this disaster makes a mockery of all the self-congratulation of the years that preceded it.
But how should pre-2008 policy have been different? And what should policy look like looking forward?
There are many economic commentators who take rising leverage, asset bubbles and all that as prima facie evidence that monetary policy was too loose; some argue that the Fed kept rates too low for too long after the 2001 recession, some argue that interest rates were too low over the whole period from 1985 to 2007.
The trouble with this line of argument is that if monetary policy is assigned the task of discouraging people from excessive borrowing, it can’t pursue full employment and price stability, which are also worthy goals (as well as being the Fed’s legally binding mandate). Specifically, since the US economy shows no signs of having been overheated on average from 1985 to 2007, the argument that the Fed should nonetheless have set higher rates is an argument that the Fed should have kept the real economy persistently depressed, and unemployment persistently high – and also run the risk of deflation – in order to keep borrowers and lenders from making bad decisions. That’s quite a demand.
Many of us would therefore argue that the right answer isn’t tighter money but tighter regulation: higher capital ratios for banks, limits on risky lending, but also perhaps limits for borrowers too, such as maximum loan-to-value ratios on housing and restrictions on second mortgages. This would guard against bubbles and excessive leverage, while leaving monetary policy free to pursue conventional goals.
Or would it?
Our current episode of deleveraging will eventually end, which will shift the IS curve back to the right. But if we have effective financial regulation, as we should, it won’t shift all the way back to where it was before the crisis. Or to put it in plainer English, during the good old days demand was supported by an ever-growing burden of private debt, which we neither can nor should expect to resume; as a result, demand is going to be lower even once the crisis fades.
And here’s the worrisome thing: what if it turns out that we need ever-growing debt to stay out of a liquidity trap? What if the economy looks like Figure 4 even after deleveraging is over? Then what?
This is not a new fear: worries about secular stagnation, about a persistent shortfall of demand even at low interest rates, were very widespread just after World War II. At the time, those fears proved unfounded. But they weren’t irrational, and second time could be the charm.
Bear in mind that interest rates were actually pretty low even during the era of rising leverage, and got worryingly close to zero after the 2001 recession and even, you might say, after the 90-91 recession (there was talk of a liquidity trap even then). It’s not hard to believe that liquidity traps could become common, if not the norm, in an economy in which prudential action, public and private, has brought the era of rising leverage to an end.
And in that case, then what?
We might try to figure out why we seem to need leverage and bubbles to have full employment, and try to fix it. More thoughts on that on another day. But what if that isn’t an option?
One answer could be a higher inflation target, so that the real interest rate can go more negative. I’m for it! But you do have to wonder how effective that low real interest rate can be if we’re simultaneously limiting leverage.
Another answer could be sustained, deficit-financed fiscal stimulus. But, you say, this would lead to exploding public debt! Actually, no – not if the real interest rate is persistently below the economy’s growth rate, which it will certainly be if it’s persistently negative. In that case the government can run a primary deficit even while keeping the debt-GDP ratio constant – and the higher the level of debt, the higher the allowable deficit.
OK, I’m shooting from the hip here. The main point is simply that the weirdness of our current situation may well go on much longer than anyone currently imagines.
Bolle, regolamenti e stagnazioni secolari
Guardando alla attuale politica economica, ci si chiede se sia stupida o malvagia. E la risposta naturale è: perché dobbiamo scegliere?
Ma ritengo valga la pena – ed è in ogni caso rilassante – riflettere sul futuro a più lungo termine della politica monetaria e della finanza pubblica. Ho recentemente discusso di alcuni di questi temi con Adair Turner [1] ed ho pensato che potevo scrivere la mia versione della storia sino a questo punto (solo per chiarezza, Adair non ha alcuna responsabilità per qualche errore o fraintendimento in quello che segue). In breve, c’è un motivo per credere che il problema del mantenimento di una adeguata domanda aggregata sia destinato ad essere molto duraturo – che noi si fronteggi qualcosa di simile alla “stagnazione secolare” che molti economisti temevano dopo la II Guerra Mondiale.
Dunque, partiamo dal ruolo fondamentale della politica monetaria nella stabilizzazione dell’economia. Molti, probabilmente la maggior parte degli economisti – o in ogni caso di coloro che pensano anche minimamente alla politica – pensano a quel ruolo come a qualcosa del genere:
Figura 1: politica monetaria normale.
Qua IS [2] mostra come la complessiva spesa pubblica reale e di conseguenza il livello del PIL reale dipendano dal tasso di interesse reale. Noi pensiamo alla banca centrale come una entità capace di disporre il tasso reale dell’interesse: il suo obbiettivo è stabilire quel tasso ad un livello che mantenga l’economia vicina alla sua produzione potenziale, il che a sua volta significa coerente con una inflazione bassa e stabile. Questo è concettualmente l’equivalente dello stabilire il tasso al wickselliano [3] tasso di interesse naturale.
Non molto tempo fa, i macroeconomisti si congratulavano con i banchieri centrali (che, naturalmente, si congratulavano con se stessi) per fare un lavoro piuttosto buono nell’ottenere il giusto risultato. L’inflazione, a parte shocks occasionali delle materie prime, era in effetti bassa e stabile e dal 1985 al 2007 anche l’economia reale fu abbastanza stabile.
Figura 2: l’inflazione era buona …
Poi venne la catastrofe – e come accade di frequente, quando crolla la casa si trovano gli scheletri che erano rimasti a lungo chiusi nei ripostigli. La stabilità dei prezzi e della produzione mascheravano una sottostante insostenibile crescita nel rapporto di indebitamento [4]:
Figura 3: … ma il guaio stava covando. Le passività delle famiglie come percentuale del PIL.
C’era un ‘momento Minsky’ [5] che attendeva di materializzarsi, e si dà il caso che avvenne.
Quando arrivò il ‘momento Minsky’, ci fu una corsa alla riduzione dei rapporti di indebitamento: questo spinse verso il basso la domanda complessiva per ogni dato tasso di interesse, e rese il tasso naturale wickselliano sostanzialmente negativo, spingendoci in una trappola di liquidità:
Figura 4: la trappola di liquidità
Questo comportò che la politica monetaria non poteva più assolvere al compito della stabilizzazione dell’economia: le banche centrali si ritrovarono dinnanzi al limite inferiore dello zero. La politica della finanza pubblica avrebbe potuto e dovuto aiutare, e gli stabilizzatori automatici in effetti mitigarono la depressione. Ma il dibattito sulla finanza pubblica uscì completamente dai binari, e nel complesso avemmo una austerità senza precedenti quando avremmo dovuto avere misure di sostegno all’economia.
Così c’è toccato un disastro economico – e la nostra incapacità di evitare il disastro si fa beffe di tutte le auto-congratulazioni degli anni che l’hanno preceduta.
Ma come avrebbe dovuto essere diversa la politica precedente il 2008? E a cosa dovrebbe somigliare la politica guardando in avanti?
Ci sono molti commentatori che considerano la crescita del rapporto di indebitamento, le bolle degli assets e tutto il resto come una prova evidente che la politica monetaria fosse troppo accondiscendente; alcuni sostengono che la Fed aveva tenuto i tassi troppo bassi e troppo a lungo dopo la recessione del 2001, alcuni sostengono che i tassi di interesse fossero troppo bassi nell’intero periodo dal 1985 al 2007.
Il guaio con questo genere di argomenti è che se si assegna alla politica monetaria l’obbiettivo di scoraggiare le persone dall’indebitamento eccessivo, essa non può perseguire la piena occupazione e la stabilità dei prezzi, che sono anch’essi obiettivi meritevoli (e che fanno anche parte del mandato legalmente vincolante della Fed). In particolare, dal momento che l’economia degli Stati Uniti non mostra alcun segno di essere stata in media surriscaldata dal 1985 al 2007, la tesi secondo la quale la Fed avrebbe dovuto nondimeno stabilire tassi di interesse più elevati equivale a sostenere che la Fed avrebbe dovuto tenere l’economia reale prolungatamente depressa, e la disoccupazione prolungatamente alta – e correre altresì il rischio della deflazione – allo scopo di scoraggiare debitori e creditori dal prendere decisioni negative. E quella è una bella pretesa.
Di conseguenza molti di noi sostengono che la risposta giusta non sia una politica monetaria più severa, ma una regolamentazione più severa: rapporti tra capitali e depositi più elevati per le banche, limiti nella assunzione dei rischi, ma anche forse limiti pure per i creditori, quali percentuali massime nel rapporto tra i mutui ed il valore dei beni nel settore delle abitazioni e restrizioni nelle seconde ipoteche. Questo proteggerebbe dalle bolle e da eccessivi rapporti di indebitamento, nel mentre lascerebbe la politica monetaria libera di perseguire obbiettivi convenzionali.
Sarebbe così?
Il nostro attuale episodio di riduzione dell’indebitamento alla fine si concluderà, il che tornerà a spostare verso destra la curva IS. Ma se avessimo una efficace regolamentazione finanziaria, come dovremmo, non la riporterà dove era prima della crisi. O, per dirla in un linguaggio più comprensibile, durante i bei vecchi tempi la domanda era sostenuta da un peso sempre crescente del debito privato, che noi non potremmo né dovremmo aspettarci di rispristinare; di conseguenza, la domanda è destinata ad essere più bassa anche una volta che la crisi svanisca.
E qui c’è l’aspetto inquietante: che accade se si scopre che abbiamo bisogno di un debito sempre crescente per tenerci fuori da una trappola di liquidità? Cosa accade se l’economia appare come nella Figura 4 anche dopo che la riduzione del rapporto di indebitamento è terminata? Che accade a quel punto?
Questa non è una paura nuova: preoccupazioni su una stagnazione secolare, su una persistente caduta della domanda anche a tassi di interesse bassi, erano davvero generalizzate proprio dopo la II Guerra Mondiale. A quell’epoca, quelle paure si mostrarono infondate. Ma non erano irrazionali, e la seconda volta potrebbe essere quella giusta [6].
Si tenga a mente che i tassi di interesse furono effettivamente piuttosto bassi anche durante l’epoca dei rapporti di indebitamento crescenti, ed arrivarono in modo preoccupante in prossimità dello zero dopo la recessione del 2001 e persino, si dovrebbe dire, dopo la recessione del 1990-91 (si parlava anche allora di trappola di liquidità). Non è difficile ritenere che le trappole di liquidità potrebbero diventare comuni, se non la norma, in un’economia nella quale una azione prudenziale, pubblica e privata, porti alla conclusione l’epoca dei rapporti di indebitamento crescenti.
E in quel caso, cosa avverrebbe poi?
Potremmo provare ad immaginarci la ragione per la quale sembriamo aver bisogno di elevati rapporti di indebitamento e di bolle [7] per ottenere la piena occupazione, e cercare una correzione. Esporrò maggiori pensieri su quel tema in un’altra occasione. Ma cosa fare se questa non fosse un’opzione possibile?
Una risposta potrebbe essere un obbiettivo più elevato di inflazione, in modo tale che il tasso di interesse reale possa diventare più negativo. Io sono a favore di questa soluzione! Ma dobbiamo chiederci quanto possa essere efficace un basso tasso di interesse reale se contemporaneamente si limita il rapporto di indebitamento.
Un’altra risposta potrebbero essere misure di sostegno della finanza pubblica finanziate in deficit. Ma, si dice, questo vorrebbe dire far esplodere il debito pubblico! In effetti, no – no se il tasso di interesse reale è costantemente al di sotto del tasso di crescita dell’economia, quale sarebbe se esso fosse negativo in modo persistente. In quel modo il Governo potrebbe gestire un deficit primario anche tenendo costante il rapporto debito-PIL – e più alto fosse il livello del debito, più alto sarebbe il deficit sostenibile.
E’ vero, a questo punto sto sparando un po’ a casaccio [8]. La cosa principale è semplicemente che la stranezza della nostra situazione attuale può procedere molto più a lungo di quanto attualmente ciascuno si immagina.
[1] Jonathan Adair Turner, Baron Turner of Ecchinswell ( 1955, Ipswich) è un uomo d’affari ed accademico inglese. E’ stato Presidente della Autorità dei Servizi finanziari della Gran Bretagna sino alla sua abolizione nel marzo 2013. E’ stato anche il passato presidente della Commissione sulle Pensioni e del Comitato sul Cambiamento Climatico.
[2] La ‘linea’ IS indica la curva “Investment-Savings”, ovvero degli investimenti e dei risparmi.
[3] Johan Gustaf Knut Wicksell (Stoccolma, 20 dicembre 1851 – Stocksund, 3 maggio 1926) è stato un economista svedese. Wicksell, molto influenzato dalle visioni economiche di Léon Walras, Eugen von Böhm-Bawerk e David Ricardo, cercò di trovare una sintesi proprio tra questi tre importanti economisti. Il suo lavoro di creazione di una teoria economica sintetica gli valse l’appellativo di “economista degli economisti”. Partendo da presupposti marginalisti, e difendendo la distribuzione della ricchezza prodotta, Wicksell sostenne la necessità dell’intervento dello Stato per implementare lo stato sociale. Wicksell contribuì molto alla teoria dell’interesse, soprattutto attraverso l’opera del 1898, intitolata Geldzins und Güterpreise. Wicksell separò il concetto di interesse naturale da quello di interesse della moneta. Il primo è neutrale dai prezzi del mercato reale mentre il secondo è la mera visione dell’interesse del mercato capitale. Questo concetto si ricollega alla scuola austriaca, la quale sostiene che il boom economico avviene quando l’interesse naturale è più alto del prezzo di mercato. (Wikipedia)
[4] Traduciamo sempre per maggiore chiarezza “leverage” nel suo significato economico e non semplicemente letterale (di “leva”). Significa che il rapporto esistente, nelle attività economiche, tra l’utilizzo del capitale proprio e l’utilizzo dei capitale preso a prestito è in modo crescente a favore di quest’ultimo. Si investe in modo sempre più elevato utilizzando prestito. Il “deleverage”, ovviamente, è il contrario: si riduce il rapporto di indebitamento utilizzando negli investimenti (o in quello che resta dell’investire) quote crescenti di capitale proprio.
[5] Da Hyman Minsky, importante economista di orientamento keynesiano, che aveva studiato i fenomeni della preparazione delle crisi finanziarie nelle attuali società capitalistiche. Per ‘momento Minsky’ si intende, appunto, gli shocks finanziari conseguenti a lunghe fasi di eccessi nei rapporti di indebitamento e di speculazione.
[6] In questo caso “charm” sta per “incanto”. Si usa dire che la “terza volta” è quella buona, o dell’incanto.
[7] A proposito della coerenza nel lungo periodo della riflessione krugmaniana, mi viene in mente che uno degli articoli più belli agli inizi della crisi, nel 2008, aveva proprio per titolo “Vivere senza bolle”, con ciò descrivendo una situazione che non sarebbe stato possibile semplicemente riportare ad uno “status quo ante”. Lo si dovrebbe trovare nelle prime serie di traduzioni.
[8] “Shoot from the hip” significa “sparare dall’anca”, come si può immaginare facessero i cowboys quando sparavano a destra e a manca, magari cavalcando. Ma, come nel caso dei cowboys, non è esattamente ‘a casaccio’, semmai con un po’ di istinto. Ovviamente, dipende molto dal cowboy!
settembre 25, 2013
September 25, 2013, 10:57 am
Add me to the chorus of those puzzled by the lack of market alarm over the possibility of U.S. default, induced by failure to raise the debt ceiling. The best story I’ve heard came from a government official who put it something like this: “Business types come to Washington, and they talk to Boehner, or Paul Ryan, or Eric Cantor – all of whom are very hard line, but not insane. So they go home reassured. What they don’t realize is that those guys aren’t in control, and that they’re running scared of a large faction of the party that is indeed insane.”
That makes sense to me; if most political reporters are still in denial over the real state of affairs, one can imagine that businesspeople are having an even harder time realizing the extent to which the inmates have taken over the asylum.
But suppose that markets were giving the possibility of default the attention it deserves; how should they be reacting? That’s not actually all that obvious, at least as far as interest rates are concerned.
What everyone stresses is that U.S. government debt, until now regarded as the ultimate safe asset, suddenly becomes not so safe. That could drive up short-term interest rates, at least a bit, because T-bills could start to trade at a discount relative to cash. Although maybe not. Is there a reason the Fed can’t serve as bond buyer of last resort, standing ready to buy T-bills at par, so they remain fully liquid?
Meanwhile, what about long-term interest rates? A lot of people seem to assume that they’ll go up, because who’ll buy debt that might face delays in payment? But see above. Meanwhile, think about the macro impact. Here’s federal receipts and outlays:
If the feds are forced to slash spending, one way or another (and probably semi-randomly) to match receipts, that’s about $600 billion in cuts at an annual rate, or 4 percent of GDP. That’s a huge case of unintended austerity, quite aside from the disruptions, surely enough to push us back into recession if it lasts for any length of time.
And a double-dip recession would, in turn, push back the date of Fed rate increases far into the future, which would normally cause a big drop in long-term rates.
So I’m not at all sure that we’re looking at an interest rate spike; maybe even the opposite.
But for sure we should be looking at a plunging dollar, and probably carnage in the stock market too.
Note sul default
Aggiungetemi al coro di quelli che sono perplessi per la mancanza di allarme nel mercato sulla possibilità di un default degli Stati Uniti, provocato da un mancato innalzamento del tetto del debito. La migliore storia che ho sentito viene da un dirigente governativo che l’ha messa grosso modo così: “Personaggi dell’economia vengono a Washington e parlano con Boehner, o con Paul Ryan, o con Eric Cantor – che hanno tutti una linea molto dura, ma non pazzesca. Così tornano a casa rassicurati. Quello che non capiscono è che questi personaggi non hanno il controllo della situazione, e che stanno scappando atterriti per una larga componente del partito che è effettivamente folle”.
Questo secondo me ha un certo senso: se gran parte dei cronisti della politica sono ancora alle prese con il negare la situazione effettiva, uno si può immaginare che gli uomini d’affari abbiano un bel daffare nel comprendere in quale misura i ricoverati abbiano preso il controllo del manicomio.
Ma supponiamo che i mercati stiano dando alla possibilità di un default l’attenzione che merita: come dovrebbero reagire? Questo non è effettivamente affatto chiaro, almeno finché sono in discussione i tassi di interesse.
Quello su cui ognuno si interroga è che il debito pubblico degli Stati Uniti, che sinora era considerato l’asset della estrema sicurezza, improvvisamente diventi non così sicuro. Questo potrebbe far salire i tassi di interesse a breve, almeno di un po’, perché i “Buoni del Tesoro” potrebbero cominciare ad essere scambiati con uno sconto rispetto al contante. Sebbene potrebbe anche non accadere. C’è una ragione per la quale la Fed non possa servire come acquirente di ultima istanza dei buoni, tenendosi pronta ad acquistare Buoni del Tesoro alla pari, in modo che essi restino del tutto liquidi?
Nel frattempo, cosa accadrebbe per i tassi di interesse a lungo termine? Un bel po’ di persone sembrano ritenere che essi saliranno, perché chi comprerà debito che potrebbe dover fare i conti con ritardi nei pagamenti? Ma guardate un po’ oltre. Nel contempo, pensate all’impatto macroeconomico. Questo è il quadro delle entrate e delle spese federali:
Se i federali sono costretti ad abbattere la spesa, un modo come l’altro (e probabilmente quasi casuale) per pareggiare le entrate, si tratterà di circa 600 miliardi di dollari di tagli ad un ritmo annuale, ovvero il 4 per cento del PIL. Sarebbe un clamoroso caso di austerità contro le intenzioni, sicuramente sufficiente a spingerci di nuovo nella recessione se durerà per una qualche misura di tempo.
E, a sua volta, una ricaduta nella recessione, provocherà un rinvio ben innanzi nel tempo del momento degli aumenti del tasso della Fed, il che a condizioni normali dovrebbe provocare una grande caduta nei tassi di interesse.
Dunque, non sono affatto certo che si sarà in presenza di una impennata nel tasso di interesse; potrebbe darsi persino l’opposto.
Ma di certo dovremmo assistere ad una caduta del dollaro e probabilmente anche ad una carneficina sul mercato azionario.
settembre 24, 2013
September 24, 2013, 11:48 am
Right now the official unemployment rate is 7.3 percent. That’s bad, and many people — myself included — think it understates the true badness of the situation. On the other hand, there are some reasonable people (like Bob Gordon) arguing that at this point, possibly thanks to long-run damage from the Great Recession, “full employment” is now a number north of 6 percent. So there’s considerable uncertainty about just how depressed we are relative to potential.
But we’re clearly still well below potential. And we’ve also had exactly the wrong fiscal policy given that reality plus the zero lower bound on interest rates, with unprecedented austerity. So, how much of our depressed economy can be explained by the bad fiscal policy?
To a first approximation, all of it. By that I mean that to have something that would arguably look like full employment, at this point we wouldn’t need a continuation of actual stimulus; all we’d need is for government spending to have grown normally, instead of shrinking.
Here’s a comparison of two series. One is actual government purchases of goods and services since the Great Recession began (this is at all levels; most of the fall has been state and local, but the Federal government could have prevented that with revenue sharing). The other is what would have happened if those purchases had grown as fast as they did starting in the first quarter of 2001, i.e., in the Bush years.
As you can see, the gap is large and has been growing rapidly; it’s currently at about 400 billion 2009 dollars, or more than 2 1/2 percent of GDP. Given reasonable multipliers, this suggests that real GDP is somewhere between 3 and 3.75 percent lower than it would have been without the austerity. And given the usual Okun’s Law rule of half a point of unemployment per point of GDP, this in turn says that without the austerity we’d have an unemployment rate well under 6 percent, maybe even under 5.5 percent.
I don’t want to pretend to spurious precision here. Instead, I just want to make the point that given what we know and have learned about macro these past five years — and given the modest recovery that has taken place — we’re now at a point where, to repeat, to a first approximation the depressed state of the economy is entirely due to destructive fiscal policy.
The austerians have a lot to answer for.
L’economia depressa dipende tutta dall’austerità
In questo momento il tasso di disoccupazione ufficiale è del 7,3 per cento. E’ una cosa negativa, e molte persone – incluso il sottoscritto – pensano che sottovaluti la reale negatività della situazione. D’altra parte ci sono alcune persone ragionevoli (come Bob Gordon [1]) che sostengono che a questo punto, probabilmente grazie al danno provocato dalla Grande Recessione, la “piena occupazione” sia oggi un numero sopra [2] il 6 per cento. Dunque c’è una considerevole incertezza a proposito di quanto siamo depressi in relazione al nostro potenziale.
Ma è chiaro che siamo ancora ben al di sotto del potenziale. Ed abbiamo anche avuto una politica della finanza pubblica esattamente sbagliata, data quella realtà in aggiunta al limite inferiore dello zero nei tassi di interesse, con una austerità senza precedenti. Dunque, quanto della nostra economia depressa può essere spiegato nei termini di una politica della finanza pubblica negativa?
Ad una prima approssimazione, tutto. Con questo io intendo che per avere qualcosa che verosimilmente assomigli alla piena occupazione, a questo punto non avremmo bisogno di una prosecuzione di effettive misure di sostegno; tutto quello di cui abbiamo bisogno è una spesa pubblica che cresca normalmente, invece di restringersi.
Ecco un confronto tra due serie di dati. Una sono gli effettivi acquisti di beni e servizi dal momento in cui è iniziata la Grande Recessione [3] (si tratta di dati a tutti i livelli; gran parte della caduta è stata ai livelli locali e degli Stati, ma il Governo federale avrebbe potuto impedirla con una condivisione delle entrate). L’altra è quello che sarebbe successo se quegli acquisti fossero cresciuti altrettanto velocemente come cominciarono a fare nel primo trimestre del 2001, cioè negli anni di Bush [4].
Come si può vedere la differenza è ampia ed è venuta crescendo rapidamente; attualmente è attorno a 400 miliardi di dollari del 2009, ovvero più del 2,5 per cento del PIL. Dati dei moltiplicatori [5] ragionevoli, questo suggerisce che il PIL reale sia qualcosa tra il 3 ed il 3,75 per cento più basso di quello che sarebbe stato senza l’austerità. E data la consueta regola della Legge di Okun [6] di mezzo punto di disoccupazione per ogni punto di PIL, questo a sua volta ci dice che senza l’austerità avremmo avuto un tasso di disoccupazione ben al di sotto del 6 per cento, forse persino al di sotto del 5,5 per cento.
Non voglio far finta di possedere una falsa precisione a questo proposito. Voglio soltanto avanzare il concetto che, dato quello che conosciamo ed abbiamo imparato di macroeconomia in questi cinque anni – e data la modesta ripresa che ha preso piede – siamo adesso ad un punto nel quale, lo ripeto, ad una prima approssimazione le condizioni di depressione dell’economia son interamente dovute ad una politica della finanza pubblica distruttiva.
I sostenitori dell’austerità hanno molto di cui rispondere.
[1] Probabilmente si tratta di Robert J. Gordon Stanley G. Harris, docente in Scienze sociali alla Northwestern University
[2] In effetti “north” può essere utilizzato come equivalente di “above”, cioè nel senso di ‘sopra’, ma sempre in termini geografici (“Oregon is just above California”, ad esempio). Può darsi che talora si usi in senso più generale, anche se non ho trovato conferme.
[3] Ovvero, la crisi iniziata nel 2008.
[4] Dunque, la linea arancione è quella della crescita ipotetica della spesa con i ritmi che ebbe con Bush; quella blu è quella della crescita, o meglio della stasi se non della diminuzione, effettiva.
[5] Vedi a “multiplier” nelle note sulla traduzione.
[6] La Legge di Okun, così chiamata dal nome di chi la propose in una relazione del 1962 – Arthur Melvin Okun – è appunto una osservazione empirica del rapporto tra crescita della disoccupazione e perdite nella produzione di un paese. Okun (1928-1980) fu un economista americano, presiedette la Conferenza dei Consulenti economici del Presidente negli anni 1968/9 (dunque con Nixon), successivamente fu professore a Yale e socio della fondazione Brookings.
settembre 24, 2013
September 24, 2013, 11:01 am
Simon Wren-Lewis writes with feeling about the “austerity deception“; what sets him off is a post that characterizes the whole austerity debate as being about “big-state” versus “small-state” people.
Wren-Lewis’s point is that only one side of the debate saw it that way. Opponents of austerity in a depressed economy opposed it because they believed that this would worsen the depression — and they were right.
Proponents of austerity, however, were lying about their motives. Strong words, but if you look at their recent reactions it becomes clear that all the claims about expansionary austerity, 90 percent cliffs and all that were just excuses for an agenda of dismantling the welfare state. That in turn helps explain why the intellectual collapse of their supposed arguments has made no difference to their policy position.
One interesting point, which Wren-Lewis gets at and I’ve mentioned on other occasions, is that the austerity side of this debate isn’t just disingenuous; it doesn’t seem to comprehend the notion that other people might actually argue in good faith. No time to do the link right now, but back when we were discussing stimulus many people on the right, economists like Lucas included, simply assumed that people like Christy Romer were making stuff up to serve a political agenda. And now I think we can see why they made this assumption — after all, that’s how they work.
So this hasn’t been a symmetric debate — and that’s why my side has won completely on the facts, but continues to lose in the political sphere.
Allora è tutto lì
Simon Wren-Lewis scrive parole appassionate sull’ “inganno dell’austerità”; quello che lo ha fatto esplodere è un post che descrive tutto il dibattito sull’austerità come se riguardasse le persone favorevoli al “grande Stato” contro quelle favorevoli al “piccolo Stato”.
Wren-Lewis mostra che solo uno schieramento in quel dibattito ha visto le cose in quel modo. Gli oppositori all’austerità in un’economia depressa si sono opposti perché credevano che essa avrebbe peggiorato la depressione – ed hanno avuto ragione.
I sostenitori dell’austerità, tuttavia, stavano mentendo sui loro motivi. Parole forti, ma se guardate alle loro recenti reazioni appare chiaro che tutte le tesi sull’austerità espansiva, sui limiti del 90 per cento e su tutto il resto erano solo scuse per un programma di smantellamento dello stato assistenziale. La qual cosa a sua volta contribuisce a spiegare perché il collasso intellettuale dei suoi ipotetici argomenti non ha fatto nessuna differenza sulle loro posizioni politiche.
Un punto interessante, che Wren-Lewis intende affermare ed al quale mi sono riferito in altre occasioni, è che in questo dibattito lo schieramento a favore dell’austerità non è solo in malafede; esso non sembra comprendere il concetto secondo il quale le altre persone potrebbero effettivamente discutere in buona fede. Non ho tempo per ritrovare il collegamento, ma quando nel passato si discuteva delle misure di sostegno molte persone a destra, inclusi economisti come Lucas, semplicemente assumevano che individui come Christy Romer stessero mettendo assieme quello che capitava al servizio di una agenda politica. Ed ora penso che possiamo renderci conto della ragione per la quale partivano da un tale assunto – in fin dei conti è così che funziona per loro.
Dunque non è stato un dibattito simmetrico – e quella è la ragione per la quale il mio schieramento ha completamene vinto sul terreno dei fatti, ma continua a perdere nella sfera della politica.
settembre 23, 2013
September 23, 2013, 9:21 am
I’ve been part of a discussion over the direction of economic policy debate — as opposed to the direction of actual economic policy — in which an interesting question has been raised: which prominent economists are now making the best case for fiscal austerity? It’s a tough question to answer, because at this point it’s hard to find any prominent economists making that case.
By “prominent”, by the way, I’m trying not to make a personal judgment. I may think that [redacted] is actually not too bright, and doesn’t deserve his reputation, while I may think that [redacted] is actually a far better economist than many others with bigger professional reputations, but that’s not the question here; the question is which economists with big reputations and large citation indexes are making the austerian case.
And the answer is, it’s hard to think of any. Alberto Alesina, once the guru of expansionary austerity, is still defending his earlier research, but not playing a major role in current policy debate. Reinhart and Rogoff, whose 90-percent cliff was once gospel, are defending their professional reputations while trying to move on, but aren’t lending their voices to calls for continuing austerity. Who’s left?
Yes, you can find economists at right-wing think tanks and some international organizations making the austerian case, but again, I’m talking about economists with big independent reputations, justified or not. And I can’t think of any. That wing of austerianism has simply dissolved.
And as far as we can tell, it makes no difference. Have Paul Ryan, George Osborne, Olli Rehn, Wolfgang Schäuble changed their tune even a bit? No, they’re busy claiming one quarter of positive growth as vindication.
For those who like to think that serious economic debates matter, it has been a humbling experience.
Dove sono gli economisti dell’austerità?
Ho preso parte ad una discussione sugli indirizzi del dibattito di politica economica – in quanto opposti agli indirizzi della politica economica effettiva – nella quale è stata sollevata una domanda interessante: quali importanti economisti, in questo momento, stanno con convinzione portando avanti l’idea dell’austerità della finanza pubblica? E’ una domanda alla quale è duro rispondere, perché a questo punto è difficile trovare un qualsiasi importante economista che avanzi quella ipotesi.
Per “importante”, per inciso, io cerco di non avanzare un giudizio personale. Io posso pensare che (censura [1]) non sia in effetti granché brillante, e non meriti la reputazione che ha, mentre posso pensare che (censura) sia effettivamente un economista assai migliore di molti altri con maggiori referenze professionali, ma la domanda non riguarda questo; la domanda è quali economisti con importanti referenze e con ampi indici di citazioni stiano perorando la causa della austerità.
E la risposta è che è difficile pensare a qualcuno. Alberto Alesina, una volta il guru della austerità espansiva, sta ancora difendendo la sua ricerca originaria, ma non sta giocando un ruolo importante nel dibattito politico attuale. Reinhart e Rogoff, la cui soglia del 90 per cento una volta era il vangelo, stanno difendendo le loro reputazioni professionali nel mentre cercano di voltare pagina, ma non stanno mettendo le loro voci al servizio delle richieste di una perdurante austerità. Chi è rimasto?
Sì, si possono trovare economisti di gruppi di ricerca della destra e di qualche organizzazione internazionale che difendono l’idea dell’austerità, ma io sto parlando di economisti con grandi reputazioni di indipendenza, giustificate o meno. E non mi riesce di pensare a nessuno. L’ala dei patiti dell’austerità si è semplicemente dissolta.
E, per quanto posso dire, questo non fa alcuna differenza. Hanno cambiato appena un po’ la loro musica i Paul Ryan, i George Osborne, gli Olli Rehn, i Wolfgang Schäuble? No, sono indaffarati a sostenere che un trimestre di crescita positiva sia un risarcimento delle loro posizioni.
Per coloro che credono che seri dibattiti economici siano una cosa importante, si è trattato di una esperienza mortificante.
settembre 22, 2013
September 22, 2013, 2:14 pm
Tyler Cowen wonders why Republicans have chosen to go after the food stamp program, which he concedes is actually pretty good. He suggests that it’s a sign of weakness, because the GOP isn’t willing or able to go after the big items like Medicare. But this begs the question, why does the inability to go after programs that really are problems (although the disability story isn’t nearly as problematic as he thinks) mean that you should go after a program that isn’t a problem? There’s no significant money to be saved — if and when the economy recovers, SNAP will be back down to something like 0.25 percent of GDP.
Well, I have a theory. Republicans know, just know, that there has been a huge expansion of government under Obama; witness Rand Paul’s flabbergastedness (flabbergastnicity?) when I told him that public employment was down. The trouble is that the data don’t say what they know must be true. Here’s federal spending as a percentage of potential GDP:
So here’s the thing about SNAP: it’s one federal program that really has exploded in size in recent years, with the number of beneficiaries rising around 80 percent. Of course, it’s exploded for a very good reason, namely a once-in-three-generations economic crisis, and the program has stayed large because our so-called recovery hasn’t trickled down to the bottom half of the income distribution. But the right doesn’t care about any of that; in food stamps, it gets to see what it wants to see — surging government spending! Millions of takers! And so food stamps become public enemy #2.
Number 1 is, of course, Obamacare, which really does represent a major expansion of the government’s role. And that, perhaps, is where Cowen’s weakness theory may come in: Republicans, frantic over their inability to kill health reform, may be trying to make themselves feel better by lashing out at the poor.
Odio sui buoni alimentari
Tyler Cowen si chiede perché i repubblicani abbiano scelto di andare all’attacco del programma degli aiuti alimentari, che egli ammette essere in effetti abbastanza buono. Suggerisce che sia un segno di debolezza, perché il Partito Repubblicano non ha la volontà o non è capace di attaccare grandi temi come quello di Medicare. Ma in questo modo si omette la domanda, perché l’incapacità di attaccare programmi che sono effettivamente problemi (sebbene la storia della disabilità non sia affatto così problematica come egli pensa) comporta che dovreste attaccare un programma che non è un problema? Non ci sono quantità di denaro significative da risparmiare – se e quando l’economia si riprenderà, lo SNAP tornerà ad essere qualcosa come lo 0,25 per cento del PIL.
Ebbene, io ho una teoria. I repubblicani sanno, lo sanno senza alcun dubbio, che c’è stata una vasta espansione delle funzioni di governo sotto Obama; lo prova la stupefazione [1] di Rand Paul al momento in cui gli dissi che il pubblico impiego era calato. Il fatto è che le statistiche non dicono quello che essi sanno essere vero con certezza. Ecco la spesa pubblica federale come percentuale del PIL potenziale:
Ecco dunque la faccenda dello SNAP: esso è un programma federale che realmente è esploso nelle sue dimensioni negli anni recenti, con il numero dei beneficiari che è cresciuto dell’80 per cento. Naturalmente è esploso per ottime ragioni, in particolare una crisi economica unica in tre generazioni, ed il programma è rimasto ampio perché la cosiddetta ripresa non si è distribuita in basso nella metà inferiore della distribuzione del reddito. Ma di quello la destra non si cura per niente; nei buoni alimentari essa può vedere quello che vuole vedere – la crescita della spesa pubblica! Milioni di scrocconi! E così i buoni alimentari diventano il nemico pubblico Numero 2.
Il nemico pubblico Numero 1, naturalmente, è la riforma della assistenza sanitaria di Obama, che in realtà rappresenta davvero una importante espansione delle funzioni di governo. E che, forse, è il punto nel quale può entrare in scena la teoria della debolezza di Cowen: i repubblicani, disperati per la loro incapacità di far fuori la riforma sanitaria, può darsi che cerchino di sentirsi meglio picchiando sui poveri.
[1] “flabbergasted” significa “esterrefatto, stupefatto”. Dunque “flabbergastedness”, che non è nel vocabolario, è l’atto dell’essere esterrefatti, che in italiano esiste e corrisponde alla “stupefazione”. Il fatto che Krugman adoperi ironicamente anche un’altra espressione che non è nel vocabolario inglese (“flabbergastnicity”) forse significa che non sa quale neologismo inventarsi, come se dicesse la “esterrefazione” !
settembre 22, 2013
September 22, 2013, 9:33 am
Via Philip Lane, the WSJ reports that the European Commission is reconsidering its methods for estimating potential output for Spain and other countries. And high time too.
I’ve noted on a number of occasions that the standard methods for estimating economic potential are working very badly in this slump; they are, all too often, causing officials to interpret the slump as “structural”, something that can be fixed only through painful reforms (which, when unemployment fails to fall, will be dismissed as just not enough) rather than as a shortfall in demand. Spain is an especially striking case. If you look at the European Commission’s current estimates of the structural rate of unemployment in Spain — they look at the NAWRU, the non-accelerating wage rate of unemployment) — it looks like this:
So Spain has had a puzzling surge in structural unemployment — and by surge I mean a rise of 150 percent. Why might that be?
Or maybe nothing like that actually happened. I’ve noted before that US data since the Great Moderation actually look a lot like an old-fashioned Phillips curve, which is actually what you would expect if expectations of inflation are, as the central bankers like to say, “well anchored”. On a quick examination, the same is true for Spain. I’ve plotted the inflation rate as measured by the GDP deflator against unemployment since Spain joined the euro, presumably anchoring expectations. It looks like this:
IMF WEO database
Maybe nothing structural has changed, and it’s just inadequate demand?
Now, to give the devil his due, this scatterplot does suggest that the Spanish economy was overheated in the mid-2000s. But it also suggests that given 2 percent inflation or a bit higher, Spain ought to be able to have an unemployment rate around 15 percent, or 10 percent lower than where it is now. That’s a lot of unnecessary unemployment.
And it also gives an indication of the costs of “internal devaluation,” which require that Spain run very low inflation, several points below Germany, for years on end.
Non è difficile spiegare la sofferenza della Spagna (per esperti)
Vedo tramite Philip Lane che il Wall Street Journal riporta che la Commissione Europea sta riconsiderando i metodi per stimare il differenziale di produzione tra la Spagna e gli altri paesi. Ed era l’ora.
Ho notato in un certo numero di occasioni che i metodi comuni per stimare il potenziale economico stanno funzionando molto male in questa crisi; anche troppo spesso inducono i dirigenti pubblici ad interpretare la recessione come “strutturale”, qualcosa cui si può porre rimedio solo con penose riforme (che, quando la disoccupazione non scende, vengono liquidate come non sufficienti) piuttosto che come una caduta della domanda. La Spagna è un caso particolarmente impressionante. Se guardate alle stime della Commissione Europea sul tasso di disoccupazione strutturale in Spagna – essi si soffermano sul NAWRU, ovvero il livello di disoccupazione che non comporta una accelerazione del tasso salariale [1] – esso appare nel modo seguente:
Dunque la Spagna ha una misteriosa risalita della disoccupazione strutturale – e per risalita intendo una crescita del 150 per cento. Come può essere?
O magari non è successo niente del genere. Avevo notato in precedenza che i dati degli Stati Uniti dall’epoca della cosiddetta Grande Moderazione [2] in effetti appaiono come una tradizionale curva di Phillips [3], il che è proprio quello che ci si aspetterebbe se le aspettative di inflazione fossero, come i banchieri centrali amano dire, “ben stabilizzate”. Ad un rapido esame, lo stesso è vero per la Spagna. Ho dato una rappresentazione grafica del tasso di inflazione così come misurato dal deflatore del PIL a fronte della disoccupazione dal momento in cui la Spagna è entrata nell’euro, presumibilmente ad aspettative stabilizzate. Appare nel modo seguente:
Database di World Economic Outlook, FMI.
Può darsi che non sia cambiato niente di strutturale e si tratti solo di domanda inadeguata?
Ora, per dare a Cesare quello che è di Cesare, in effetti questo tracciato suggerisce che alla metà degli anni 2000 l’economia spagnola era surriscaldata. Ma suggerisce anche che data una inflazione del 2 per cento o un po’ più alta, la Spagna dovrebbe essere nelle condizioni di avere un tasso di disoccupazione attorno al 15 per cento, o al 10 per cento più basso di dove si trova oggi. Quella è una gran quantità di disoccupazione non necessaria.
Ed offre anche una indicazione dei costi della “svalutazione interna”, che richiede che la Spagna mantenga una inflazione molto bassa, parecchi punti sotto la Germania, per anni ed anni.
[1] Il NAWRU è letteralmente quello: “Non-accelerating Wage Rate Unemployment”, cioè il livello al quale la disoccupazione ancora non produce un incremento del tasso salariale. Per “wage rate” si intende l’ammontare di una salario base espresso in un unità di tempo (ora o giorno) o, nel caso di lavori a cottimo, in una unità di prodotto.
[2] Si riferisce ad un suo post del 25 agosto scorso. Per Grande Moderazione, si intende il periodo economico di metà anni ’80, che fu caratterizzato da una evidente riduzione della volatilità del ciclo economico.
[3] Vedi note sulla traduzione.
settembre 21, 2013
September 21, 2013, 1:46 pm
One of the papers at Brookings was an attempt at prognosticating the future of health care costs — for what it’s worth, their best guess was slightly below CBO’s, so it was consistent with CBO’s relatively not-scary long-term fiscal forecasts. But what struck me most was this chart, showing cost growth in different forms of health insurance:
That flat red line at the bottom is Medicaid.
Everyone who’s serious about the budget realizes that to the extent we do have a long-run fiscal problem — which we do, although it’s far from apocalyptic — it’s mainly about health care costs. And then there’s much wringing of hands about how nobody knows how to control health costs, so maybe we should just give people vouchers, and if they still can’t afford insurance, too bad.
Meanwhile, we have ample evidence that we do know how to control health costs. Every other advanced country does it better than we do — and Medicaid does it far better than private insurance, and better than Medicare too. It does it by being willing to say no, which lets it extract lower prices and refuse some low-payoff medical procedures.
Ah, but you say, Medicaid patients have trouble finding doctors who’ll take them. Yes, sometimes, although it’s a greatly exaggerated issue. Also, middle-class patients would surely be unhappy if transferred from the open-handedness of Medicare to the penny-pinching of Medicaid.
But the problems of access, such as they are, would largely go away if most of the health insurance system were run like Medicaid, since doctors wouldn’t have so many patients able and willing to pay more. And as for complaints about reduced choice, let’s think about this for a moment. First you say that our health cost problems are so severe that we must abandon any notion that Americans are entitled to necessary care, and go over to a voucher system that would leave many Americans out in the cold. Then, informed that we can actually control costs pretty well, while maintaining a universal guarantee, by slightly reducing choice and convenience, you declare this an unconscionable horror.
So, I’m not proposing that we turn the whole system into Medicaid any time soon. But what I take from the data is that if and when we feel the need to make tough choices — really, really make tough choices, not use the rhetoric of tough choices to justify what conservatives wanted to do in any case, namely privatize everything in sight — health cost control won’t turn out to be that hard after all.
Ho visto il futuro e si chiama Medicaid
Uno degli studi presentati al convegno della Brookings era un tentativo di pronosticare i costi futuri della assistenza sanitaria – per quello che conta, la sua ipotesi migliore era leggermente al di sotto di quello del Congressional Budget Office, e dunque era coerente con le relativamente non terribili previsioni di finanza pubblica a lungo termine del CBO. Ma quello che soprattutto mi ha impressionato è stato questo diagramma, che mostra la crescita dei costi nelle diverse versioni della assicurazione sanitaria [1]:
La linea rossa piatta in basso indica Medicaid.
Chiunque si occupi seriamente di bilancio comprende che nella misura in cui abbiamo un problema a lungo termine di finanza pubblica – che è quanto abbiamo, sebbene non in modo apocalittico – esso ha principalmente a che fare con i costi della assistenza sanitaria. E poi c’è un gran strapparsi i capelli [2] sul fatto che nessuno sa come controllare i costi sanitari, così che forse non ci resta altro che dare dei vouchers [3] alla gente, e se per giunta la gente non può permettersi l’assicurazione, sarà un gran guaio.
Nel frattempo, abbiamo prove abbondanti che sappiamo proprio come controllare i costi sanitari. Ogni paese avanzato fa meglio di noi – e Medicaid fa molto meglio di quello che fa l’assicurazione privata, ed anche meglio di Medicare. Lo fa in quanto ha la volontà di dire dei ‘no’, il che consente di realizzare prezzi più bassi e di rifiutare alcune legali procedure tangentizie.
Ma, direte, i pazienti di Medicaid hanno difficoltà a trovare i medici che li prenderanno a carico. Sì, talvolta, sebbene sia una faccenda grandemente esagerata. E’ anche vero che i pazienti della classe media non sarebbero certamente felici se passassero dalla generosità di Medicare alla politica della lesina di Medicaid.
Ma i problemi della ammissione, per quello che sono, scomparirebbero ampiamente se gran parte del sistema delle assicurazioni sanitarie funzionasse come Medicaid, dal momento che i dottori non avrebbero tanti pazienti nelle condizioni e con la volontà di pagare di più. E per quanto riguarda le lamentele sulla riduzione della possibilità di scegliere, pensateci un momento. Si dice in primo luogo che i nostri problemi dei costi della sanità sono così gravi che dobbiamo abbandonare ogni idea che gli americani abbiano diritto alle cure necessarie, e procedere verso un sistema di vouchers che lascerebbe molti americani senza assistenza. Poi, una volta al corrente che si possono effettivamente controllare abbastanza bene i costi mantenendo una garanzia di assistenza universalistica e riducendo leggermente la facoltà di scelta e le comodità, si afferma che questo sarebbe un errore di portata incalcolabile.
Io non sto proponendo che si trasformi l’intero sistema da subito in una soluzione tipo Medicaid. Ma quello che deduco dai dati è che se e quando avremo il bisogno di fare dure scelte – intendo dire scelte dure davvero, non uso la retorica delle scelte dure per giustificare quello che i conservatori vogliono fare in ogni caso, ovvero privatizzare ogni cosa a destra e a manca – in fin dei conti il controllo dei costi sanitari non apparirà così difficile.
[1] Notare che la linea rossa in basso, come dice il post, sono le proiezioni dei costi di Medicaid; quella arancione in alto sono le proiezioni dei costi delle polizze assicurative private; quella viola indica i costi per iscritto del sistema privato; quella celeste i costi per iscritto di Medicare; quella verde i costi complessivi della sanità per iscritto.
[2] “Wringing the hands”, letteralmente significa “scuotere le mani”, che significa essere molto tristi ed ansiosi per una situazione che non migliora.
[3] Ovvero, dei “buoni” che i singoli cittadini avrebbero diritto di spendere come meglio preferiscono. Questa soluzione è fortemente sostenuta da ambienti repubblicani, salvo che il valore complessivo di questi vouchers, nelle loro proposte, sarebbe corrispondete ai costi attuali (forse) ma non reggerebbe poi il passo con i costi futuri. In pratica la gente, soprattutto se cagionevole di salute o seriamente ammalata, terminerebbe il valore dei ‘buoni’ più o meno rapidamente e dovrebbe sopperire alle cure restanti con assicurazioni private. O con niente.
settembre 20, 2013
September 20, 2013, 1:19 pm
Just out of conference, and probably not much posting. But I wanted to tie together two of this week’s stories: the new Census numbers on income and poverty, and the GOP vote to throw several million people off food stamps.
It has now become dogma on the right that the expansion of the SNAP program represents some kind of explosion of moocherism, not a safety net program providing, you know, a safety net in tough economic times. This despite clear evidence (pdf) that the recent rise in SNAP participation is overwhelmingly a response to the economy.
To the extent that there’s any rational argument here at all, I think, it rests on the observation that while SNAP enrollment did fall during the boom of the 1990s, it was flat or rising during the expansion of the middle Bush years. This supposedly shows that the program’s use was being driven by things other than economic factors.
But there’s a crucial point such analyses miss: the “Bush boom,” such as it was, never did trickle down to lower-income Americans — the kind of people who might use food stamps. Here’s a chart comparing income, in 2012 dollars, at the 20th percentile (left axis, inverted) with the percentage of the population on SNAP:
The Clinton expansion led to a substantial rise in incomes near in the lower part of the distribution, and was accompanied by a sharp fall in SNAP usage. The Bush expansion never did reach many Americans, so it’s no surprise that SNAP use didn’t fall. And then, of course, SNAP use surged in the crisis, which is what is supposed to happen with a safety net program.
Oh, and SNAP use hasn’t come down yet in the recovery because for lower-income Americans, there hasn’t been a recovery.
Since someone is going to point it out: yes, there has been some expansion of eligibility — much of it with bipartisan support — so that more people are on food stamps now than during the early 1990s, even though incomes are similar. But the story of the past decade is overwhelmingly about a program doing exactly what it’s supposed to do, aiding people facing real hardship.
Note sullo SNAP [1]
Appena fuori dalla conferenza e probabilmente niente posts. Ma volevo collegare insieme due storie di questa settimana: i nuovi dati del Censimento su redditi e povertà e il voto del Partito Repubblicano per metter fuori milioni di persone dagli aiuti alimentari.
Adesso è diventato un dogma a destra, che la crescita del programma SNAP rappresenti una sorta di esplosione del parassitismo, non un fornire un programma di sicurezza sociale, sapete, di sicurezza sociale in questi tempi duri. Questo nonostante la chiara prova (disponibile in pdf) che la crescita recente della partecipazione allo SNAP sia in modo schiacciante una risposta alle condizioni dell’economia.
Nella misura in cui in tutto questo c’è una qualche argomento razionale, io penso, esso si basa sull’osservazione che le iscrizioni allo SNAP caddero durante il boom degli anni ’90, e rimasero piatte o in crescita durante l’espansione degli anni a metà del mandato di Bush. Questo si suppone che dimostri che l’utilizzo del programma sia guidato da cose diverse da fattori economici.
Ma c’è un punto cruciale che una tale analisi trascura: il “boom di Bush”, per come avvenne, non provocò la ricaduta di un bel niente sugli americani a più basso reddito – ovvero il genere di persone che potrebbero utilizzare gli aiuti alimentari. Ecco un diagramma che confronta il reddito, in dollari del 2012, delle persone al ventesimo percentile [2] (asse a sinistra, dall’alto verso il basso) con la percentuale delle persone assistite dallo SNAP:
Il periodo di espansione sotto Clinton portò ad una crescita sostanziale dei redditi in prossimità della parte più bassa della distribuzione, e fu accompagnata da una brusca caduta nell’utilizzo dello SNAP. Ma l’espansione sotto Bush non ha mai riguardato molti americani, dunque non è una sorpresa se lo SNAP non cadde. E poi, naturalmente, lo SNAP salì con la crisi, che è quanto ci si aspetta che accada con una programma della rete di sicurezza sociale.
E bisogna aggiungere che lo SNAP non è ancora sceso per l’effetto della ripresa perché per gli americani a reddito più basso non c’è stata una ripresa.
Dal momento che qualcuno è possibile che lo sottolinei: sì, c’è stata una certa espansione delle ammissioni al programma – in gran parte con un sostegno di entrambi i partiti – cosicché ora fruiscono degli aiuti alimentari più persone che non durante i primi anni ’90, anche se i redditi sono simili. Ma la storia dell’ultimo decennio ha riguardato complessivamente un programma che ha fatto esattamente quello che si suppone faccia, aiutare la gente ad affrontare difficoltà vere.
[1] SNAP è la sigla di “Programma di Assistenza Nutritiva Supplementare”. Vedi anche “Stati Uniti, giochi di fame, di Paul Krugman New York Times, 14 luglio 2013”.
[2] Cioè, nella ventesima fascia delle condizioni di reddito, nelle statistiche.
settembre 19, 2013
September 19, 2013, 8:47 pm
The paper by Blanchard, Griffiths, and Gruss is here (pdf). Some bemusement among the non-international-macro types about why a long session devoted to a country roughly the same size as either Nebraska or Brooklyn, take your pick. But a good discussion all the same. My take:
What to Make of Latvia?
Paul Krugman
Blanchard, Griffith, and Gruss have given us a terrific paper on Latvia, welcome for its tone as well as its content. Latvia has become a symbol in the fiscal policy wars, with austerity advocates elevating it to iconic status; the temptation must have been strong either to validate that elevation, or turn the paper into an exercise in debunkery. Instead, the authors give us a detailed, balanced account – one that highlights, in particular, just how odd, how inconsistent with orthodoxies of either side, the Latvian experience seems to be.
So let me dive right in to the two big issues the paper raises: the puzzle of Latvia’s output gap, and the puzzle of its internal devaluation.
Here’s what we know for sure: Latvia suffered a huge, Depression-level economic contraction after 2007, followed eventually by a fast but as yet incomplete bounce-back – which the latest data suggest may be slowing – that has left unemployment much higher than it was pre-crisis. Actually, Latvia’s numbers from 2007 to 2013 look fairly similar to those for the United States from 1929 to 1935. Today, everyone considers America 1935 to have been still in the depths of the Great Depression, so that if we look at Latvia through the same lens it doesn’t look very good – better than, say, Greece, but not good.
However, the Latvian authorities tell a very different story, and BGG basically agree. They argue that 2007 is a misleading base – that the Latvian economy on the eve of crisis was wildly overheated, with a positive output gap of something like 12 percent. And they correspondingly conclude that Latvia has in large part already recovered more or less fully.
BGG don’t arrive at this conclusion lightly. But I do think we want to ask how plausible it is.
First of all, on a conceptual level, how does an economy get to operate far above capacity? We understand operating below capacity: producers may fail to produce as much as they want to if there isn’t enough demand for their products. But how does excess demand induce producers to produce more than they want to?
OK, New Keynesian models actually have a sort of answer: the economy is monopolistically competitive, so that producers in general charge prices above marginal cost and are hence willing to produce more given the demand. But there has to be some limit to this margin; is 12 percent really plausible?
Second, how often do we see the kind of huge positive gap posited for Latvia? Or to ask a question we can actually answer, how often does the IMF estimate output gaps that big? I’ve gone through the IMF’s World Economic Outlook Database, looking at all advanced countries since 1980, to identify double-digit positive output gaps. Here’s the full list:
Estonia 2007
Greece 2007
Italy 1980
Luxembourg 1991
I have no idea what was going on in Italy 1980 or Luxembourg 1991. I doubt that anyone believes that Greece was operating 10 percent above capacity in 2007; surely what we’re seeing is the problem with the methods the Fund uses to estimate potential output, which basically use a weighted average of actual output over time. These methods automatically interpret any sustained decline in actual output as a decline in potential, and they cause that re-estimate to propagate backward through time. So the catastrophe in Greece ends up producing the basically silly conclusion of a hugely overheated economy before the crisis.
Oh, whatever is going on in Estonia presumably bears some relationship to what’s going on in Latvia.
The point is that if Latvia really was as hugely over capacity as they claim – and to be fair they don’t use the filtering method, they use careful assessment of unemployment and inflation – it represents a more or less unique case.
And arguing that Latvia was vastly over capacity in 2007 has another, perhaps surprising implication: it makes much of the debate over both austerity and internal devaluation moot.
On austerity: if we were really looking at an economy with a double-digit inflationary output gap, even the most ultra-Keynesian Keynesian would call for fiscal austerity. Grant the output gap interpretation, and the fiscal policy debate evaporates.
So, to an important degree, does the internal versus external devaluation debate. Here’s a plot of Latvian growth, at an annual rate, versus the one-year change in the current account balance as a percentage of GDP:
There was a strong relationship both before and after the crisis, but if anything stronger before the crisis. One way to say this is that that given the slump in Latvian output after 2007, you should have expected a huge external adjustment from that fact alone. Maybe Latvia didn’t need a devaluation of any kind, external or internal. Maybe it wasn’t overvalued, just overheated.
That said, BGG also provide evidence of a substantial internal devaluation, at least as measured by unit labor costs. Oddly, however, almost none of this comes via lower wages: wages in manufacturing have been every bit as flat as those of us who warned about downward nominal wage rigidity would have predicted. Instead, what we see is a rapid rise in productivity, which they suggest is the result of eliminating X-inefficiency.
There is, however, an alternative interpretation. Latvia is a relatively poor European country playing catch-up, and it had rapid productivity growth before the crisis. Here’s aggregate labor productivity from Eurostat:
Maybe Latvia just had an impressive productivity trend, owing to its particular position in the European system, and simply returned to that trend after a brief setback.
How does this bear on the internal devaluation debate? Well, if Latvia had very high productivity growth for whatever reason, the big thing advocates of currency flexibility worry about – the downward rigidity of nominal wages – just wasn’t a binding constraint.
So, suppose we go with this story: Latvia was a hugely, perhaps uniquely overheated economy that even a Keynesian would agree needed a lot of fiscal austerity, with very high rates of productivity growth making wage stickiness irrelevant. I’m not sure I believe this story, but if you do, what lessons does Latvia hold for other countries, and the euro in general?
And the answer, in brief, is none. Latvia’s story as I’ve just told it looks nothing like anything we’ve seen in the past, and probably not like anything we’re likely to see in the future – including, by the way, Latvia’s future. So I’m a little puzzled by the authors’ sanguine view about a Latvian entry into the euro; the next time there’s a euro crisis – and there will be another one, someday – there’s no reason to believe that anyone will be able to adjust in the way that Latvia, maybe, has.
Avventure lettoni [1]
Il saggio di Blanchard, Griffiths e Gruss è in questa connessione pdf. Un po’ di disorientamento tra i soggetti non esperti di macroeconomia internazionale sulla ragione per la quale una lunga sessione fosse dedicata ad una paese grosso modo grande quanto il Nebraska o Brooklyn, scegliete quello che preferite. Ciononostante una buona discussione. Il mio tema:
Che fare della Lettonia?
Di Paul Krugman
Blanchard, Griffith e Gruss ci hanno dato un magnifico saggio sulla Lettonia, benvenuto per il suo tono e per il suo contenuto. La Lettonia è diventata un simbolo nelle guerre sulla politica della finanza pubblica, con i sostenitori dell’austerità che l’hanno elevata ad uno status di icona; deve essere stata forte la tentazione o di convalidare quella consacrazione, o di trasformare lo studio in un esercizio di smascheramento. Invece, gli autori ci offrono un resoconto dettagliato ed equilibrato – qualcosa che illumina, in particolare, quanto l’esperienza della Lettonia sembri essere proprio singolare ed in contrasto con le ortodossie di entrambi gli schieramenti.
Consentitemi di immergermi direttamente in uno dei due grandi temi che il saggio solleva: il mistero del differenziale del prodotto della Lettonia, ed il mistero della sua svalutazione interna [2].
Ecco quello che sappiamo con certezza: la Lettonia ha sofferto una ampia contrazione economica interna, al livello di una depressione, dopo il 2007, seguita alla fine da un rapido ma ancora incompleto rimbalzo – che i dati più recenti indicano forse si sta rallentando – che ha lasciato la disoccupazione molto più elevata di quanto non fosse prima della crisi. In effetti, i dati della Lettonia dal 2007 al 2013 sono abbastanza simili a quelli degli Stati Uniti dal 1929 al 1935. Oggi tutti pensano che l’America del 1935 fosse ancora nelle profondità della Grande Depressione, cosicché se guardiamo con le stesse lenti alla Lettonia, essa non sembra in una situazione granché buona – migliore, diciamo della Grecia, ma non buona.
Tuttavia, le autorità della Lettonia ci raccontano una storia assai diversa, e fondamentalmente i tre Autori sono d’accordo. Essi sostengono che il 2007 sia un punto di partenza fuorviante – che l’economia lettone al momento della crisi fosse fortemente surriscaldata, con un differenziale di produzione positivo di qualcosa come il 12 per cento. E di conseguenza concludono che la Lettonia si sia in larga parte, più o meno pienamente, già ripresa.
Blanchard, Griffith e Gruss non arrivano esattamente a questa conclusione. Ma io penso che vogliamo chiederci quanto essa sia plausibile.
Prima di tutto, ad un livello concettuale, quanto una economia può davvero arrivare ad operare al di sopra della sua capacità produttiva? Noi sappiamo cosa significhi operare al di sotto di quella capacità: i produttori possono non produrre sino a quanto vogliono se non c’è abbastanza domanda per i loro prodotti. Ma quanto un eccesso di domanda può indurre i produttori a produrre più di quello che vorrebbero?
E’ vero, i modelli neokeynesiani hanno effettivamente una specie di risposta: l’economia è monopolisticamente competitiva, cosicché i produttori in generale caricano i prezzi sopra i costi marginali e di conseguenza sono nelle condizioni di poter volere produrre di più, data la domanda. Ma ci deve essere un qualche limite a questo margine; è davvero plausibile un 12 per cento?
In secondo luogo, quanto spesso noi constatiamo quel genere di ampio differenziale positivo ipotizzato per la Lettonia? Oppure, per porre una domanda alla quale si possa effettivamente rispondere, quanto spesso il FMI ha stimato differenziali di produzione così grandi? Sono andato nel World Economic Outlook Database del FMI, controllando tutti i paesi avanzati a partire dal 1980, per identificare i differenziali di produzione positivi a due cifre. Ecco l’intera lista:
Estonia 2007
Grecia 2007
Italia 1980
Lussemburgo 1991
Non ho idea di cosa stesse accadendo in Italia nel 1980 ed in Lussemburgo nel 1991. Dubito che qualcuno possa credere che la Grecia stesse operando per il 10 per cento al di sopra della sua capacità produttiva nel 2007; sicuramente quello che stiamo osservando è il problema dei metodi per stimare la produzione potenziale che adopera il FMI, che fondamentalmente usa una media ponderata della produzione effettiva nel corso del tempo. Questi metodi interpretano automaticamente ogni prolungato declino nella produzione effettiva come una declino nella produzione potenziale, e provocano una propagazione di quella nuova stima indietro nel tempo. Dunque, la catastrofe in Grecia finisce col produrre la fondamentalmente sciocca conclusione di un vasto surriscaldamento dell’economia prima della crisi
Si deve aggiungere che qualsiasi cosa stia accadendo in Estonia, probabilmente comporta qualche relazione con quello che sta accadendo in Lettonia.
Il punto è che se la Lettonia per davvero fosse un caso di sovra capacità produttiva come essi (gli autori del saggio) sostengono – e per essere giusti, essi non utilizzano il metodo ‘a cascata’, usano una scrupolosa combinazione di disoccupazione e di inflazione – esso rappresenti un caso più o meno unico.
E sostenere che la Lettonia era grandemente al di sopra della sua capacità produttiva nel 2007 ha un’altra, forse sorprendente, implicazione: essa dà molta importanza al dibattito sia sull’austerità che sulla discutibile svalutazione interna.
Sull’austerità: se davvero fossimo in presenza di una economia con un differenziale inflazionistico di produzione a due cifre, anche gran parte dei keynesiani ultra-keynesiani si pronuncerebbero per l’austerità nella finanza pubblica. Si ammetta l’interpretazione sul differenziale di produzione e il dibattito sulla politica della finanza pubblica svanisce.
Lo stesso accade, in una importante misura, per il dibattito sulla svalutazione interna a confronto con la svalutazione esterna. Ecco un tracciato della crescita lettone, espressa in tasso annuo, a confronto del cambiamento annuale della bilancia di conto corrente come percentuale del PIL [3]:
C’è una forte correlazione sia prima che dopo la crisi, semmai ancora più forte prima della crisi. Un modo di riferire tutto questo è che, data la crisi nella produzione lettone dopo il 2007, solo per quel fatto ci si sarebbe attesa una forte correzione esterna [4]. Forse la Lettonia non aveva bisogno di una svalutazione di alcun genere, esterna o interna. Forse era sopravvalutata, proprio surriscaldata.
Ciò detto, gli Autori forniscono anche la prova di una sostanziale svalutazione interna, almeno come misurata dai costi per unità di lavoro. Stranamente, tuttavia, quasi niente di questo è avvenuto per il tramite di salari più bassi: i salari nel settore manifatturiero sono stati altrettanto piatti di quello che ci si sarebbe aspettato, almeno tra coloro che, come noi, mettevano in guardia sulla rigidità dei salari verso il basso. Invece, quello che osserviamo è una rapida crescita della produttività, il che, suggeriscono gli Autori, è il risultato della eliminazione del fattore X della inefficienza [5].
C’è, tuttavia, un’altra interpretazione possibile. La Lettonia è un paese europeo relativamente povero che ha sfruttato la possibilità di mettersi al passo con gli altri, ed ha avuto una rapida crescita della produttività prima della crisi. Ecco da fonte Eurostat la produttività complessiva del lavoro:
Forse la Lettonia ha avuto semplicemente un impressionante trend di produttività, dovuto alla sua particolare posizione nel sistema europeo, ed è semplicemente tornata a quel trend dopo una breve battuta d’arresto.
Come tutto questo interviene nel dibattito sulla svalutazione interna? Ebbene, se la Lettonia ha avuto una crescita molto elevata della produttività per ragioni di qualsiasi natura, il grande tema di cui si preoccupano i sostenitori della flessibilità valutaria – la rigidità verso il basso dei salari nominali – semplicemente non è stato un vincolo obbligatorio.
Dunque, supponiamo di poter proseguire con questo racconto: la Lettonia sarebbe stata una economia ampiamente surriscaldata, forse in modo unico, per la quale persino un keynesiano concorderebbe sulla necessità di un po’ di austerità della finanza pubblica, con tassi altissimi di crescita della produttività che avrebbero reso irrilevante la rigidità dei salari. Non sono sicuro di poter credere a questa storia, ma se lo facessimo, quali lezioni avrebbe in serbo la Lettonia per gli altri paesi, e in generale per l’euro?
In breve, la risposta è: nessuna. La storia della Lettonia che abbiamo appena raccontato non appare per niente simile a tutto quello che abbiamo visto in passato, e probabilmente è diversa da tutto quello che vedremo in futuro – incluso, per inciso, il futuro della Lettonia stessa. Dunque io sono un po’ perplesso del punto di vista ottimistico degli autori a proposito dell’ingresso della Lettonia nell’Euro; la prossima volta che ci sarà una crisi dell’euro – e ci sarà una prossima volta, ad un certo punto – non ci sarà alcun ragione di credere che qualcuno potrà avere correzioni nel modo in cui, forse, la Lettonia è stata capace di fare in questa occasione.
[1] L’occasione di questo intervento è stata la conferenza finale del panel autunnale della Fondazione Brookings, svoltosi il 19-20 settembre 2013 sulla relazione di Blanchard, Griffith e Gruss.
[2] Per “svalutazione interna” vedi le note sulla traduzione.
[3] Come si vede, sulle ascisse c’è il dato della crescita annua; sulle ordinate il dato della variazione annua di conto corrente. Il dato sulla crescita è integrato dal dato sulla “external adjustment”, ovvero di una svalutazione verso le altre valute. Una variazione di conto corrente negativa, nel senso del deficit, può corrispondere anche ad un incremento di flussi di capitali esterni. Ora, nel periodo dal 2000 al 2007 (puntini celesti) la crescita aumentava ad un ritmo dal 5 ad oltre il 10 per cento all’anno, con un conto corrente che variava da un – 20 allo 0. I pallini arancioni, relativi al periodo 2008 – 2012, mostrano invece da un aumento vicino al 5 ad una diminuzione della crescita vicina al – 20, a fronte di un aumento del conto corrente da circa 0 a circa + 20.
[4] Se capisco, si intende dire che dopo la crisi avrebbe dovuto esserci una forte svalutazione verso l’esterno, ovvero in relazione alle altre valute. Si consideri che la Lettonia ha ancora una propria moneta, il lats, e dovrebbe entrare a far parte dell’euro con l’inizio del 2014.
[5] In condizioni di competizione perfetta, secondo la teoria economica neoclassica della “X-efficiency”, gli individui e le imprese tendono alla massimizzazione della efficienza allo scopo di realizzare profitti. Quelli che non lo fanno, prima o poi escono dal mercato. Tuttavia, in condizioni di concorrenza imperfetta, l’inefficienza può persistere.