Blog di Krugman

Odio sui buoni alimentari (22 settembre 2013)

 

September 22, 2013, 2:14 pm

Hating On Food Stamps

Tyler Cowen wonders why Republicans have chosen to go after the food stamp program, which he concedes is actually pretty good. He suggests that it’s a sign of weakness, because the GOP isn’t willing or able to go after the big items like Medicare. But this begs the question, why does the inability to go after programs that really are problems (although the disability story isn’t nearly as problematic as he thinks) mean that you should go after a program that isn’t a problem? There’s no significant money to be saved — if and when the economy recovers, SNAP will be back down to something like 0.25 percent of GDP.

Well, I have a theory. Republicans know, just know, that there has been a huge expansion of government under Obama; witness Rand Paul’s flabbergastedness (flabbergastnicity?) when I told him that public employment was down. The trouble is that the data don’t say what they know must be true. Here’s federal spending as a percentage of potential GDP:

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So here’s the thing about SNAP: it’s one federal program that really has exploded in size in recent years, with the number of beneficiaries rising around 80 percent. Of course, it’s exploded for a very good reason, namely a once-in-three-generations economic crisis, and the program has stayed large because our so-called recovery hasn’t trickled down to the bottom half of the income distribution. But the right doesn’t care about any of that; in food stamps, it gets to see what it wants to see — surging government spending! Millions of takers! And so food stamps become public enemy #2.

Number 1 is, of course, Obamacare, which really does represent a major expansion of the government’s role. And that, perhaps, is where Cowen’s weakness theory may come in: Republicans, frantic over their inability to kill health reform, may be trying to make themselves feel better by lashing out at the poor.

 

Odio sui buoni alimentari

 

Tyler Cowen si chiede perché i repubblicani abbiano scelto di andare all’attacco del programma degli aiuti alimentari, che egli ammette essere in effetti abbastanza buono. Suggerisce che sia un segno di debolezza, perché il Partito Repubblicano non ha la volontà  o non è capace di attaccare grandi temi come quello di Medicare. Ma in questo modo si omette la domanda, perché l’incapacità di attaccare programmi che sono effettivamente problemi  (sebbene la storia della disabilità non sia affatto così problematica come egli pensa) comporta che dovreste attaccare un programma che non è un problema? Non ci sono quantità di denaro significative da risparmiare – se e quando l’economia si riprenderà, lo SNAP tornerà ad essere qualcosa come lo 0,25 per cento del PIL.

Ebbene, io ho una teoria. I repubblicani sanno, lo sanno senza alcun dubbio, che c’è stata una vasta espansione delle funzioni di governo sotto Obama; lo prova la stupefazione [1] di Rand Paul al momento in cui  gli dissi che il pubblico impiego era calato. Il fatto è che le statistiche non dicono quello che essi sanno essere vero con certezza. Ecco la spesa pubblica federale come percentuale del PIL potenziale:

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Ecco dunque la faccenda dello SNAP: esso è un programma federale che realmente è esploso nelle sue dimensioni negli anni recenti, con il numero dei beneficiari che è cresciuto dell’80 per cento. Naturalmente è esploso per ottime ragioni, in particolare una crisi economica unica in tre generazioni, ed il programma è rimasto ampio perché la cosiddetta ripresa non si è distribuita in basso nella metà inferiore della distribuzione del reddito. Ma di quello la destra non si cura per niente; nei buoni alimentari essa può vedere quello che vuole vedere – la crescita della spesa pubblica! Milioni di scrocconi! E così i buoni alimentari diventano il nemico pubblico Numero  2.

Il nemico pubblico Numero 1, naturalmente, è la riforma della assistenza sanitaria di Obama, che in realtà rappresenta davvero una importante espansione delle funzioni di governo. E che, forse, è il punto nel quale può entrare in scena  la teoria della debolezza di Cowen: i repubblicani, disperati per la loro incapacità di far fuori la riforma sanitaria, può darsi che cerchino di sentirsi meglio picchiando sui poveri.



[1] “flabbergasted” significa “esterrefatto, stupefatto”. Dunque “flabbergastedness”, che non è nel vocabolario, è l’atto dell’essere esterrefatti, che in italiano esiste e corrisponde alla “stupefazione”. Il fatto che Krugman adoperi ironicamente anche un’altra espressione che non è nel vocabolario inglese (“flabbergastnicity”) forse significa che non sa quale neologismo inventarsi, come se dicesse la “esterrefazione” !

Non è difficile spiegare la sofferenza della Spagna (22 settembre 2013)

settembre 22, 2013

 

September 22, 2013, 9:33 am

The Pain In Spain Is Not Hard To Explain (Wonkish)

Via Philip Lane, the WSJ reports that the European Commission is reconsidering its methods for estimating potential output for Spain and other countries. And high time too.

I’ve noted on a number of occasions that the standard methods for estimating economic potential are working very badly in this slump; they are, all too often, causing officials to interpret the slump as “structural”, something that can be fixed only through painful reforms (which, when unemployment fails to fall, will be dismissed as just not enough) rather than as a shortfall in demand. Spain is an especially striking case. If you look at the European Commission’s current estimates of the structural rate of unemployment in Spain — they look at the NAWRU, the non-accelerating wage rate of unemployment) — it looks like this:

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So Spain has had a puzzling surge in structural unemployment — and by surge I mean a rise of 150 percent. Why might that be?

Or maybe nothing like that actually happened. I’ve noted before that US data since the Great Moderation actually look a lot like an old-fashioned Phillips curve, which is actually what you would expect if expectations of inflation are, as the central bankers like to say, “well anchored”. On a quick examination, the same is true for Spain. I’ve plotted the inflation rate as measured by the GDP deflator against unemployment since Spain joined the euro, presumably anchoring expectations. It looks like this:

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IMF WEO database

Maybe nothing structural has changed, and it’s just inadequate demand?

Now, to give the devil his due, this scatterplot does suggest that the Spanish economy was overheated in the mid-2000s. But it also suggests that given 2 percent inflation or a bit higher, Spain ought to be able to have an unemployment rate around 15 percent, or 10 percent lower than where it is now. That’s a lot of unnecessary unemployment.

And it also gives an indication of the costs of “internal devaluation,” which require that Spain run very low inflation, several points below Germany, for years on end.

 

Non è difficile spiegare la sofferenza della Spagna (per esperti)

 

Vedo tramite Philip Lane che il Wall Street Journal riporta che la Commissione Europea sta riconsiderando i metodi per stimare il differenziale di produzione tra la Spagna e gli altri paesi. Ed era l’ora.

Ho notato in un certo numero di occasioni che i metodi comuni per stimare il potenziale economico stanno funzionando molto male in questa crisi; anche troppo spesso inducono i dirigenti pubblici ad interpretare la recessione come “strutturale”, qualcosa cui si può porre rimedio solo con penose riforme (che, quando la disoccupazione non scende, vengono liquidate come non sufficienti) piuttosto che come una caduta della domanda. La Spagna è un caso particolarmente impressionante. Se guardate alle stime della Commissione Europea sul tasso di disoccupazione strutturale in Spagna – essi si soffermano sul NAWRU, ovvero il livello di disoccupazione che non comporta una accelerazione del tasso salariale [1] – esso appare nel modo seguente:

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Dunque la Spagna ha una misteriosa risalita della disoccupazione strutturale – e per risalita intendo una crescita del 150 per cento. Come può essere?

O magari non è successo niente del genere. Avevo notato in precedenza che i dati degli Stati Uniti dall’epoca della cosiddetta Grande Moderazione [2] in effetti appaiono come una tradizionale curva di Phillips [3], il che è proprio quello che ci si aspetterebbe se le aspettative di inflazione fossero, come i banchieri centrali amano dire, “ben stabilizzate”. Ad un rapido esame, lo stesso è vero per la Spagna. Ho dato una rappresentazione grafica del tasso di inflazione così come misurato dal deflatore del PIL a fronte della disoccupazione dal momento in cui la Spagna è entrata nell’euro, presumibilmente ad aspettative stabilizzate. Appare nel modo seguente:

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Database di World Economic Outlook, FMI.

 

Può darsi che non sia cambiato niente di strutturale e si tratti solo di domanda inadeguata?

Ora, per dare a Cesare quello che è di Cesare, in effetti questo tracciato suggerisce che alla metà degli anni 2000 l’economia spagnola era surriscaldata. Ma suggerisce anche che data una inflazione del 2 per cento o un po’ più alta, la Spagna dovrebbe essere nelle condizioni di avere un tasso di disoccupazione attorno al 15 per cento, o al 10 per cento più basso di dove si trova oggi. Quella è una gran quantità di disoccupazione non necessaria.

Ed offre anche una indicazione dei costi della “svalutazione interna”, che richiede che la Spagna mantenga una inflazione molto bassa, parecchi punti sotto la Germania, per anni ed anni.



[1] Il NAWRU è letteralmente quello: “Non-accelerating Wage Rate Unemployment”, cioè il livello al quale la disoccupazione ancora non produce un incremento del tasso salariale. Per “wage rate” si intende l’ammontare di una salario base espresso in un unità di tempo (ora o giorno) o, nel caso di lavori a cottimo, in una unità di prodotto.

[2] Si riferisce ad un suo post del 25 agosto scorso. Per Grande Moderazione, si intende il periodo economico di metà anni ’80, che fu caratterizzato da una evidente riduzione della volatilità del ciclo economico.

[3] Vedi note sulla traduzione.

Ho visto il futuro e si chiama Medicaid (21 settembre 2013)

settembre 21, 2013

 

September 21, 2013, 1:46 pm

I Have Seen The Future, And It Is Medicaid

One of the papers at Brookings was an attempt at prognosticating the future of health care costs — for what it’s worth, their best guess was slightly below CBO’s, so it was consistent with CBO’s relatively not-scary long-term fiscal forecasts. But what struck me most was this chart, showing cost growth in different forms of health insurance:

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That flat red line at the bottom is Medicaid.

Everyone who’s serious about the budget realizes that to the extent we do have a long-run fiscal problem — which we do, although it’s far from apocalyptic — it’s mainly about health care costs. And then there’s much wringing of hands about how nobody knows how to control health costs, so maybe we should just give people vouchers, and if they still can’t afford insurance, too bad.

Meanwhile, we have ample evidence that we do know how to control health costs. Every other advanced country does it better than we do — and Medicaid does it far better than private insurance, and better than Medicare too. It does it by being willing to say no, which lets it extract lower prices and refuse some low-payoff medical procedures.

Ah, but you say, Medicaid patients have trouble finding doctors who’ll take them. Yes, sometimes, although it’s a greatly exaggerated issue. Also, middle-class patients would surely be unhappy if transferred from the open-handedness of Medicare to the penny-pinching of Medicaid.

But the problems of access, such as they are, would largely go away if most of the health insurance system were run like Medicaid, since doctors wouldn’t have so many patients able and willing to pay more. And as for complaints about reduced choice, let’s think about this for a moment. First you say that our health cost problems are so severe that we must abandon any notion that Americans are entitled to necessary care, and go over to a voucher system that would leave many Americans out in the cold. Then, informed that we can actually control costs pretty well, while maintaining a universal guarantee, by slightly reducing choice and convenience, you declare this an unconscionable horror.

So, I’m not proposing that we turn the whole system into Medicaid any time soon. But what I take from the data is that if and when we feel the need to make tough choices — really, really make tough choices, not use the rhetoric of tough choices to justify what conservatives wanted to do in any case, namely privatize everything in sight — health cost control won’t turn out to be that hard after all.

 

Ho visto il futuro e si chiama Medicaid

 

Uno degli studi presentati al convegno della Brookings  era un tentativo di pronosticare i costi futuri della assistenza sanitaria – per quello che conta, la sua ipotesi migliore era leggermente al di sotto di quello del Congressional Budget Office, e dunque era coerente con le relativamente non terribili previsioni di finanza pubblica a lungo termine del CBO. Ma quello che soprattutto mi ha impressionato è stato questo diagramma, che mostra la crescita dei costi nelle diverse versioni della assicurazione sanitaria [1]:

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La linea rossa piatta in basso indica Medicaid.

Chiunque si occupi seriamente di bilancio comprende che nella misura in cui abbiamo un problema a lungo termine di finanza pubblica – che è quanto abbiamo, sebbene non in modo apocalittico –  esso ha principalmente a che fare con i costi della assistenza sanitaria. E poi c’è un gran strapparsi i capelli [2] sul fatto che nessuno sa come controllare i costi sanitari, così che forse non ci resta altro che dare dei vouchers [3] alla gente, e se per giunta la gente non può permettersi l’assicurazione, sarà un gran guaio.

Nel frattempo, abbiamo prove abbondanti che sappiamo proprio come controllare i costi sanitari. Ogni paese avanzato fa meglio di noi – e Medicaid fa molto meglio di quello che fa l’assicurazione privata, ed anche meglio di Medicare. Lo fa in quanto ha la volontà di dire dei ‘no’, il che consente di realizzare prezzi più bassi e di rifiutare alcune legali procedure tangentizie.

Ma, direte, i pazienti di Medicaid hanno difficoltà a trovare i medici che li prenderanno a carico. Sì, talvolta, sebbene sia una faccenda grandemente esagerata. E’ anche vero che i pazienti della classe media non sarebbero certamente felici se passassero dalla generosità di Medicare alla politica della lesina di Medicaid.

Ma i problemi della ammissione, per quello che sono, scomparirebbero ampiamente se gran parte del sistema delle assicurazioni sanitarie funzionasse come Medicaid, dal momento che i dottori non avrebbero tanti pazienti nelle condizioni e con la volontà di pagare di più. E per quanto riguarda le lamentele sulla riduzione della possibilità di scegliere, pensateci un momento. Si dice in primo luogo che i nostri problemi dei costi della sanità sono così gravi che dobbiamo abbandonare ogni idea che gli americani abbiano diritto alle cure necessarie, e procedere verso un sistema di vouchers che lascerebbe molti americani senza assistenza. Poi, una volta al corrente che si possono effettivamente controllare abbastanza bene i costi mantenendo una garanzia di assistenza universalistica e riducendo leggermente la facoltà di scelta e le comodità, si afferma che questo sarebbe un errore di portata incalcolabile.

Io non sto proponendo che si trasformi l’intero sistema da subito in una soluzione tipo Medicaid. Ma quello che deduco dai dati è che se e quando avremo il bisogno di fare dure scelte – intendo dire scelte dure davvero, non uso la retorica delle scelte dure per giustificare quello che i conservatori vogliono fare in ogni caso, ovvero privatizzare ogni cosa a destra e a manca – in fin dei conti il controllo dei costi sanitari non apparirà così difficile.



[1] Notare che la linea rossa in basso, come dice il post, sono le proiezioni dei costi di Medicaid; quella arancione in alto sono le proiezioni dei costi delle polizze assicurative private; quella viola indica i costi per iscritto del sistema privato; quella celeste i costi per iscritto di Medicare; quella verde i costi complessivi della sanità per iscritto.

[2] “Wringing the hands”, letteralmente significa “scuotere le mani”, che significa essere molto tristi ed ansiosi per una situazione che non migliora.

[3] Ovvero, dei “buoni” che i singoli cittadini avrebbero diritto di spendere come meglio preferiscono. Questa soluzione è fortemente sostenuta da ambienti repubblicani, salvo che il valore complessivo di questi vouchers, nelle loro proposte, sarebbe corrispondete ai costi attuali (forse) ma non reggerebbe poi il passo con i costi futuri. In pratica la gente, soprattutto se cagionevole di salute o seriamente ammalata, terminerebbe il valore dei ‘buoni’ più o meno rapidamente e dovrebbe sopperire alle cure restanti con assicurazioni private. O con niente.

Note sullo SNAP (20 settembre 2013)

settembre 20, 2013

 

September 20, 2013, 1:19 pm

SNAP Notes

Just out of conference, and probably not much posting. But I wanted to tie together two of this week’s stories: the new Census numbers on income and poverty, and the GOP vote to throw several million people off food stamps.

It has now become dogma on the right that the expansion of the SNAP program represents some kind of explosion of moocherism, not a safety net program providing, you know, a safety net in tough economic times. This despite clear evidence (pdf) that the recent rise in SNAP participation is overwhelmingly a response to the economy.

To the extent that there’s any rational argument here at all, I think, it rests on the observation that while SNAP enrollment did fall during the boom of the 1990s, it was flat or rising during the expansion of the middle Bush years. This supposedly shows that the program’s use was being driven by things other than economic factors.

But there’s a crucial point such analyses miss: the “Bush boom,” such as it was, never did trickle down to lower-income Americans — the kind of people who might use food stamps. Here’s a chart comparing income, in 2012 dollars, at the 20th percentile (left axis, inverted) with the percentage of the population on SNAP:

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The Clinton expansion led to a substantial rise in incomes near in the lower part of the distribution, and was accompanied by a sharp fall in SNAP usage. The Bush expansion never did reach many Americans, so it’s no surprise that SNAP use didn’t fall. And then, of course, SNAP use surged in the crisis, which is what is supposed to happen with a safety net program.

Oh, and SNAP use hasn’t come down yet in the recovery because for lower-income Americans, there hasn’t been a recovery.

Since someone is going to point it out: yes, there has been some expansion of eligibility — much of it with bipartisan support — so that more people are on food stamps now than during the early 1990s, even though incomes are similar. But the story of the past decade is overwhelmingly about a program doing exactly what it’s supposed to do, aiding people facing real hardship.

 

Note sullo SNAP [1]

 

Appena fuori dalla conferenza e probabilmente niente posts. Ma volevo collegare insieme due storie di questa settimana: i nuovi dati del Censimento su redditi e povertà e il voto del Partito Repubblicano per metter fuori milioni di persone dagli aiuti alimentari.

Adesso è  diventato un dogma a destra,  che la crescita del programma SNAP rappresenti una sorta di esplosione del parassitismo, non un fornire un programma di sicurezza sociale, sapete, di sicurezza sociale in questi tempi duri. Questo nonostante la chiara prova (disponibile in pdf) che la crescita recente della partecipazione allo SNAP  sia in modo schiacciante una risposta alle condizioni dell’economia.

Nella misura in cui in tutto questo c’è una qualche argomento razionale, io penso, esso si basa sull’osservazione che le iscrizioni allo SNAP caddero durante il boom degli anni ’90, e rimasero piatte o in crescita durante l’espansione degli anni a metà del mandato di Bush. Questo si suppone che dimostri che l’utilizzo del programma sia guidato da cose diverse da fattori economici.

Ma c’è un punto cruciale che una tale analisi trascura: il “boom di Bush”, per come avvenne, non provocò la ricaduta di un bel niente sugli americani a più basso reddito – ovvero il genere di persone che potrebbero utilizzare gli aiuti alimentari. Ecco un diagramma che confronta il reddito, in dollari del 2012, delle persone al ventesimo percentile [2] (asse a sinistra, dall’alto verso il basso) con la percentuale delle persone assistite dallo SNAP:

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Il periodo di espansione sotto Clinton portò ad una crescita sostanziale dei redditi in prossimità della parte più bassa della distribuzione, e fu accompagnata da una brusca caduta nell’utilizzo dello SNAP. Ma l’espansione sotto Bush non ha mai riguardato molti americani, dunque non è una sorpresa se lo SNAP non cadde. E poi, naturalmente, lo SNAP salì con la crisi, che è quanto ci si aspetta che accada con una programma della rete di sicurezza sociale.

E bisogna aggiungere che lo SNAP non è ancora sceso per l’effetto della ripresa perché per gli americani a reddito più basso non c’è stata una ripresa.

Dal momento che qualcuno è possibile che lo sottolinei: sì, c’è stata una certa espansione delle ammissioni al programma – in gran parte con un sostegno di entrambi i partiti – cosicché ora fruiscono degli aiuti alimentari più persone che non durante i primi anni ’90, anche se i redditi sono simili. Ma la storia dell’ultimo decennio ha riguardato complessivamente un programma che ha fatto esattamente quello che si suppone faccia, aiutare la gente ad affrontare difficoltà vere.



[1] SNAP è la sigla di “Programma di Assistenza Nutritiva Supplementare”. Vedi anche “Stati Uniti, giochi di fame, di Paul Krugman New York Times, 14 luglio 2013”.

[2] Cioè, nella ventesima fascia delle condizioni di reddito, nelle statistiche.

Avventure lettoni (19 settembre 2013)

settembre 19, 2013

 

September 19, 2013, 8:47 pm

Latvian Adventures

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The paper by Blanchard, Griffiths, and Gruss is here (pdf). Some bemusement among the non-international-macro types about why a long session devoted to a country roughly the same size as either Nebraska or Brooklyn, take your pick. But a good discussion all the same. My take:

What to Make of Latvia?

Paul Krugman

Blanchard, Griffith, and Gruss have given us a terrific paper on Latvia, welcome for its tone as well as its content. Latvia has become a symbol in the fiscal policy wars, with austerity advocates elevating it to iconic status; the temptation must have been strong either to validate that elevation, or turn the paper into an exercise in debunkery. Instead, the authors give us a detailed, balanced account – one that highlights, in particular, just how odd, how inconsistent with orthodoxies of either side, the Latvian experience seems to be.

So let me dive right in to the two big issues the paper raises: the puzzle of Latvia’s output gap, and the puzzle of its internal devaluation.

Here’s what we know for sure: Latvia suffered a huge, Depression-level economic contraction after 2007, followed eventually by a fast but as yet incomplete bounce-back – which the latest data suggest may be slowing – that has left unemployment much higher than it was pre-crisis. Actually, Latvia’s numbers from 2007 to 2013 look fairly similar to those for the United States from 1929 to 1935. Today, everyone considers America 1935 to have been still in the depths of the Great Depression, so that if we look at Latvia through the same lens it doesn’t look very good – better than, say, Greece, but not good.

However, the Latvian authorities tell a very different story, and BGG basically agree. They argue that 2007 is a misleading base – that the Latvian economy on the eve of crisis was wildly overheated, with a positive output gap of something like 12 percent. And they correspondingly conclude that Latvia has in large part already recovered more or less fully.

BGG don’t arrive at this conclusion lightly. But I do think we want to ask how plausible it is.

First of all, on a conceptual level, how does an economy get to operate far above capacity? We understand operating below capacity: producers may fail to produce as much as they want to if there isn’t enough demand for their products. But how does excess demand induce producers to produce more than they want to?

OK, New Keynesian models actually have a sort of answer: the economy is monopolistically competitive, so that producers in general charge prices above marginal cost and are hence willing to produce more given the demand. But there has to be some limit to this margin; is 12 percent really plausible?

Second, how often do we see the kind of huge positive gap posited for Latvia? Or to ask a question we can actually answer, how often does the IMF estimate output gaps that big? I’ve gone through the IMF’s World Economic Outlook Database, looking at all advanced countries since 1980, to identify double-digit positive output gaps. Here’s the full list:

Estonia 2007
Greece 2007
Italy 1980
Luxembourg 1991

I have no idea what was going on in Italy 1980 or Luxembourg 1991. I doubt that anyone believes that Greece was operating 10 percent above capacity in 2007; surely what we’re seeing is the problem with the methods the Fund uses to estimate potential output, which basically use a weighted average of actual output over time. These methods automatically interpret any sustained decline in actual output as a decline in potential, and they cause that re-estimate to propagate backward through time. So the catastrophe in Greece ends up producing the basically silly conclusion of a hugely overheated economy before the crisis.

Oh, whatever is going on in Estonia presumably bears some relationship to what’s going on in Latvia.

The point is that if Latvia really was as hugely over capacity as they claim – and to be fair they don’t use the filtering method, they use careful assessment of unemployment and inflation – it represents a more or less unique case.

 

And arguing that Latvia was vastly over capacity in 2007 has another, perhaps surprising implication: it makes much of the debate over both austerity and internal devaluation moot.

On austerity: if we were really looking at an economy with a double-digit inflationary output gap, even the most ultra-Keynesian Keynesian would call for fiscal austerity. Grant the output gap interpretation, and the fiscal policy debate evaporates.

So, to an important degree, does the internal versus external devaluation debate. Here’s a plot of Latvian growth, at an annual rate, versus the one-year change in the current account balance as a percentage of GDP:

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There was a strong relationship both before and after the crisis, but if anything stronger before the crisis. One way to say this is that that given the slump in Latvian output after 2007, you should have expected a huge external adjustment from that fact alone. Maybe Latvia didn’t need a devaluation of any kind, external or internal. Maybe it wasn’t overvalued, just overheated.

That said, BGG also provide evidence of a substantial internal devaluation, at least as measured by unit labor costs. Oddly, however, almost none of this comes via lower wages: wages in manufacturing have been every bit as flat as those of us who warned about downward nominal wage rigidity would have predicted. Instead, what we see is a rapid rise in productivity, which they suggest is the result of eliminating X-inefficiency.

There is, however, an alternative interpretation. Latvia is a relatively poor European country playing catch-up, and it had rapid productivity growth before the crisis. Here’s aggregate labor productivity from Eurostat:

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Maybe Latvia just had an impressive productivity trend, owing to its particular position in the European system, and simply returned to that trend after a brief setback.

How does this bear on the internal devaluation debate? Well, if Latvia had very high productivity growth for whatever reason, the big thing advocates of currency flexibility worry about – the downward rigidity of nominal wages – just wasn’t a binding constraint.

So, suppose we go with this story: Latvia was a hugely, perhaps uniquely overheated economy that even a Keynesian would agree needed a lot of fiscal austerity, with very high rates of productivity growth making wage stickiness irrelevant. I’m not sure I believe this story, but if you do, what lessons does Latvia hold for other countries, and the euro in general?

And the answer, in brief, is none. Latvia’s story as I’ve just told it looks nothing like anything we’ve seen in the past, and probably not like anything we’re likely to see in the future – including, by the way, Latvia’s future. So I’m a little puzzled by the authors’ sanguine view about a Latvian entry into the euro; the next time there’s a euro crisis – and there will be another one, someday – there’s no reason to believe that anyone will be able to adjust in the way that Latvia, maybe, has.

 

Avventure lettoni [1]

 

 

 

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Il saggio di Blanchard, Griffiths e Gruss è in questa connessione pdf. Un po’ di disorientamento tra i soggetti non esperti di macroeconomia internazionale sulla ragione per la quale una lunga sessione fosse dedicata ad una paese grosso modo grande quanto il Nebraska o Brooklyn, scegliete quello che preferite. Ciononostante una buona discussione.  Il mio tema:

 

Che fare della Lettonia?

Di Paul Krugman

 

Blanchard, Griffith e Gruss ci hanno dato un magnifico  saggio sulla Lettonia, benvenuto per il suo tono e per il suo contenuto. La Lettonia è diventata un simbolo nelle guerre sulla politica della finanza pubblica, con i sostenitori dell’austerità che l’hanno elevata ad uno status di icona; deve essere stata forte la tentazione o di convalidare quella consacrazione, o di trasformare lo studio in un esercizio di smascheramento. Invece, gli autori ci offrono un resoconto dettagliato ed equilibrato – qualcosa che illumina, in particolare, quanto l’esperienza della Lettonia sembri essere proprio singolare ed in contrasto con le ortodossie di entrambi gli schieramenti.

Consentitemi di immergermi direttamente in uno dei due grandi temi che il saggio solleva: il mistero del differenziale del prodotto della Lettonia, ed il mistero della sua svalutazione interna [2].

Ecco quello che sappiamo con certezza: la Lettonia ha sofferto una ampia contrazione economica interna, al livello di una depressione, dopo il 2007, seguita alla fine da un rapido ma ancora incompleto rimbalzo – che i dati più recenti indicano forse si sta rallentando – che ha lasciato la disoccupazione molto più elevata di quanto non fosse prima della crisi. In effetti, i dati della Lettonia dal 2007 al 2013 sono abbastanza simili a quelli degli Stati Uniti dal 1929 al 1935. Oggi tutti pensano che l’America del 1935 fosse ancora nelle profondità della Grande Depressione, cosicché se guardiamo con le stesse lenti alla Lettonia, essa non sembra in una situazione granché buona – migliore, diciamo della Grecia, ma non buona.

Tuttavia, le autorità della Lettonia ci raccontano una storia assai diversa, e fondamentalmente i tre Autori sono d’accordo. Essi sostengono che il 2007 sia un punto di partenza fuorviante – che l’economia lettone al momento della crisi fosse fortemente surriscaldata, con un differenziale di produzione positivo di qualcosa come il 12 per cento. E di conseguenza concludono che la Lettonia si sia in larga parte, più o meno pienamente, già ripresa.

Blanchard, Griffith e Gruss non arrivano esattamente a questa conclusione. Ma io penso che vogliamo chiederci quanto essa sia plausibile.

Prima di tutto, ad un livello concettuale, quanto una economia può davvero arrivare ad operare al di sopra della sua capacità produttiva? Noi sappiamo cosa significhi operare al di sotto di quella capacità: i produttori possono non produrre sino a quanto vogliono se non c’è abbastanza domanda per i loro prodotti. Ma quanto un eccesso di domanda può indurre i produttori a produrre più di quello che vorrebbero?

E’ vero, i modelli neokeynesiani hanno effettivamente una specie di risposta: l’economia è monopolisticamente competitiva, cosicché i produttori in generale caricano i prezzi sopra i costi marginali e di conseguenza sono nelle condizioni di poter volere produrre di più, data la domanda. Ma ci deve essere un qualche limite a questo margine; è davvero plausibile un 12 per cento?

In secondo luogo, quanto spesso noi constatiamo quel genere di ampio differenziale positivo ipotizzato per la Lettonia? Oppure, per porre una domanda alla quale si possa effettivamente rispondere, quanto spesso il FMI ha stimato differenziali di produzione così grandi? Sono andato nel World Economic Outlook Database del FMI, controllando tutti i paesi avanzati a partire dal 1980, per identificare i differenziali di produzione positivi a due cifre. Ecco l’intera lista:

Estonia 2007

Grecia 2007

Italia 1980

Lussemburgo 1991

Non ho idea di cosa stesse accadendo in Italia nel 1980 ed in Lussemburgo nel 1991. Dubito che qualcuno possa credere che la Grecia stesse operando per il 10 per cento al di sopra della sua capacità produttiva nel 2007; sicuramente quello che stiamo osservando è il problema dei metodi per stimare la produzione potenziale che adopera il FMI, che fondamentalmente usa una media ponderata della produzione effettiva nel corso del tempo. Questi metodi interpretano automaticamente ogni prolungato declino nella produzione effettiva come una declino nella produzione potenziale, e provocano una propagazione di quella nuova stima indietro nel tempo. Dunque, la catastrofe in Grecia finisce col produrre la fondamentalmente sciocca conclusione di un vasto surriscaldamento dell’economia prima della crisi

Si deve aggiungere che qualsiasi cosa stia accadendo in Estonia, probabilmente comporta qualche relazione con quello che sta accadendo in Lettonia.

Il punto è che se la Lettonia per davvero fosse un caso di sovra capacità produttiva come essi (gli autori del saggio) sostengono – e per essere giusti, essi non utilizzano il metodo ‘a cascata’, usano una scrupolosa combinazione di disoccupazione e di inflazione – esso rappresenti un caso più o meno unico.

E sostenere che la Lettonia era grandemente al di sopra della sua capacità produttiva nel 2007 ha un’altra, forse sorprendente, implicazione: essa dà molta importanza al dibattito sia sull’austerità che sulla discutibile svalutazione interna.

Sull’austerità: se davvero fossimo in presenza di una economia con un differenziale inflazionistico di produzione a due cifre, anche gran parte dei keynesiani ultra-keynesiani si pronuncerebbero per l’austerità nella finanza pubblica. Si ammetta l’interpretazione sul differenziale di produzione e il dibattito sulla politica della finanza pubblica svanisce.

Lo stesso accade, in una importante misura, per il dibattito sulla svalutazione interna a confronto con la svalutazione esterna. Ecco un tracciato della crescita lettone, espressa in tasso annuo, a confronto del cambiamento annuale della bilancia di conto corrente come percentuale del PIL [3]:

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C’è una forte correlazione sia prima che dopo la crisi, semmai ancora più forte prima della crisi. Un modo di riferire tutto questo è che, data la crisi nella produzione lettone dopo il 2007, solo per quel fatto ci si sarebbe attesa una forte correzione esterna [4]. Forse la Lettonia non aveva bisogno di una svalutazione di alcun genere, esterna o interna. Forse era sopravvalutata, proprio surriscaldata.

Ciò detto, gli Autori forniscono anche la prova di una sostanziale svalutazione interna, almeno come misurata dai costi per unità di lavoro. Stranamente, tuttavia, quasi niente di questo è avvenuto per il tramite di salari più bassi: i salari nel settore manifatturiero sono stati altrettanto piatti di quello che ci si sarebbe aspettato, almeno tra coloro che, come noi, mettevano in guardia sulla rigidità dei salari verso il basso. Invece, quello che osserviamo è una rapida crescita della produttività, il che, suggeriscono gli Autori, è il risultato della eliminazione del fattore X della inefficienza [5].

C’è, tuttavia, un’altra interpretazione possibile. La Lettonia è un paese europeo relativamente povero che ha sfruttato la possibilità di mettersi al passo con gli altri, ed ha avuto una rapida crescita della produttività prima della crisi. Ecco da fonte Eurostat la produttività complessiva del lavoro:

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Forse la Lettonia ha avuto semplicemente un impressionante trend di produttività, dovuto alla sua particolare posizione nel sistema europeo, ed è semplicemente tornata a quel trend dopo una breve battuta d’arresto.

Come tutto questo interviene nel dibattito sulla svalutazione interna? Ebbene, se la Lettonia ha avuto una crescita molto elevata della produttività per ragioni di qualsiasi natura, il grande tema di cui si preoccupano i sostenitori della flessibilità valutaria – la rigidità verso il basso dei salari nominali – semplicemente non è stato un vincolo obbligatorio.

Dunque, supponiamo di poter proseguire con questo racconto: la Lettonia sarebbe stata una economia ampiamente surriscaldata, forse in modo unico, per la quale persino un keynesiano concorderebbe sulla necessità di un po’ di austerità della finanza pubblica, con tassi altissimi di crescita della produttività che avrebbero reso irrilevante la rigidità dei salari. Non sono sicuro di poter credere a questa storia, ma se lo facessimo, quali lezioni avrebbe in serbo la Lettonia per gli altri paesi, e in generale per l’euro?

In breve, la risposta è: nessuna. La storia della Lettonia che abbiamo appena raccontato non appare per niente simile a tutto quello che abbiamo visto in passato, e probabilmente è diversa da tutto quello che vedremo in futuro – incluso, per inciso, il futuro della Lettonia stessa. Dunque io sono un po’ perplesso del punto di vista ottimistico degli autori a proposito dell’ingresso della Lettonia nell’Euro; la prossima volta che ci sarà una crisi dell’euro – e ci sarà una prossima volta, ad un certo punto – non ci sarà alcun ragione di credere che qualcuno potrà avere correzioni nel modo in cui, forse, la Lettonia è stata capace di fare in questa occasione.



[1] L’occasione di questo intervento è stata la conferenza finale del panel autunnale della Fondazione Brookings, svoltosi il 19-20 settembre 2013 sulla relazione di Blanchard, Griffith e Gruss.

[2] Per “svalutazione interna” vedi le note sulla traduzione.

[3] Come si vede, sulle ascisse c’è il dato della crescita annua; sulle ordinate il dato della variazione annua di conto corrente. Il dato sulla crescita è integrato dal dato sulla  “external adjustment”, ovvero di una svalutazione verso le altre valute. Una variazione di conto corrente negativa, nel senso del deficit, può corrispondere anche ad un incremento di flussi di capitali esterni. Ora, nel periodo dal 2000 al 2007 (puntini celesti)   la crescita aumentava ad un ritmo dal 5 ad oltre il 10 per cento all’anno, con un conto corrente che variava da un – 20 allo 0. I pallini arancioni, relativi al periodo 2008 – 2012, mostrano invece da  un aumento vicino al 5 ad una diminuzione della crescita vicina al – 20, a fronte di un aumento del conto corrente da circa 0 a circa + 20.

[4] Se capisco, si intende dire che dopo la crisi avrebbe dovuto esserci  una forte svalutazione verso l’esterno, ovvero in relazione alle altre valute. Si consideri che la Lettonia ha ancora una propria moneta, il lats, e dovrebbe entrare a far parte dell’euro con l’inizio del 2014.

[5] In condizioni di competizione perfetta, secondo la teoria economica neoclassica della “X-efficiency”, gli individui e le imprese tendono alla massimizzazione della efficienza allo scopo di realizzare profitti. Quelli che non lo fanno, prima o poi escono dal mercato. Tuttavia, in condizioni di concorrenza imperfetta, l’inefficienza può persistere.

I nodi vengono al pettine (18 settembre 2013)

settembre 18, 2013

 

September 18, 2013, 11:55 am

Things Come to a Head

A decade ago, in the introduction to my collection The Great Unraveling, I argued that the modern Republican party was a “revolutionary power” in the sense once defined by, of all people, Henry Kissinger — a power that no longer accepted any of the norms of politics as usual, that was willing not just to take radical positions but to act in ways that undermined the whole system of governance people thought they understood.

At the time, I got a lot of grief for being so “shrill”. The accepted thing was to criticize both sides equally, to balance each column saying mean things about Republicans with another attacking Democrats, to insist that any signs of a dysfunctional political system rested on equal degrees of intransigence on both sides.

So, now we face the imminent threat of a government shutdown and/or a U.S. government default because Republicans refuse to accept the notion that duly enacted legislation should be allowed to go into effect, and repealed only through constitutional means. Oh, and the cause for which most of the GOP is willing to threaten chaos is the noble endeavor of ensuring that tens of millions of Americans continue to lack essential health care.

Hmm. Maybe I was right? Nah. GOP craziness may now be obvious, but recognizing it too early still brands you as unreliable and partisan.

It’s true that the situation has changed some from 2003. Back then the Republicans were radical but rational: the Bushies exploited the unwillingness of conventional wisdom to recognize the new asymmetry in American politics to push through things they wanted, like tax cuts and a war on false pretenses. These days GOP leaders are weak, apparently helpless in the face of dingbat Jacobins who imagine that sabotage governing can get Obama to undermine his one major achievement.

But the key point is that we are now in insane political terrain. Pundits dove into the Syria affair with an obvious sigh of relief — this sort of thing, with all the bloviation about presidential leadership and so on, was comfortable territory. But for America at least it was very much a side issue; the political confrontation, which now seems almost guaranteed to produce at least a few weeks of chaos, is the central thing.

 

I nodi vengono al pettine

 

Dieci anni orsono, nella mia raccolta The Great Unraveling [1], sostenni che l’odierno Partito Repubblicano era  una “potere rivoluzionario”, nel senso in cui una volta aveva sostenuto nientemeno che Henry Kissinger – un potere che non accettava più alcuna delle norme della politica consueta, intenzionato non solo ad assumere posizioni radicali ma anche a metterle in atto in modi che mettevano a repentaglio l’intero sistema delle regole di governo che la gente credeva di conoscere.

A quel tempo, mi procurai un bel po’ di dispiaceri per essere così “disturbante”. La regola accettata era quella di criticare entrambe le parti in modo eguale, equilibrare ogni articolo che diceva cose cattive sui repubblicani con un altro che attaccava i democratici, ribadire che tutti i sintomi di inefficienza del sistema politico dipendevano in egual modo dalla intransigenza di entrambi gli schieramenti.

Dunque, adesso noi siamo di fronte alla minaccia imminente di un blocco delle attività di  governo e/o di un default del governo americano perché i repubblicani rifiutano di accettare l’idea che ad una legislazione debitamente deliberata dovrebbe essere consentito di entrare in funzione, e di essere abrogata solo attraverso le vie costituzionali. Aggiungete che la causa per la quale gran parte del Partito Repubblicano ha intenzione di minacciare il caos consiste nella nobile impresa di assicurare che a dieci milioni di americani continui a mancare una assistenza sanitaria essenziale.

Mah. Avevo forse ragione io?  Niente affatto. Può darsi che oggi sia ovvio riconoscere la follia del Partito Repubblicano, ma riconoscerla troppo precocemente vi comporta il marchio della inaffidabilità e della faziosità.

E’ vero che la situazione è un po’ cambiata dal 2003. Allora i repubblicani erano radicali ma razionali: i Bush sfruttarono la indisponibilità della presunta convenzionale saggezza a riconoscere la nuova asimmetria della politica americana per far approvare le cose che volevano, come gli sgravi fiscali ed una guerra su false premesse. Questi giorni i dirigenti repubblicani sono deboli, in apparenza impotenti di fronte a pazzeschi giacobini [2] che si immaginano che sabotare il Governo possa costringere Obama a mettere a repentaglio uno dei suoi risultati più importanti.

Ma il punto chiave è che siamo su un terreno politico insano. I commentatori si sono tuffati nella vicenda siriana con un evidente sospiro di sollievo – una cosa del genere, con tutto quel pontificare sul ruolo di guida del Presidente e così via, era un territorio confortevole. Ma, almeno dal punto di vista dell’America, era un tema del tutto secondario; lo scontro politico, che ora sembra quasi garantito produrrà almeno alcune settimane di caos, è la cosa centrale.



[1] Una raccolta di saggi ed articoli di Krugman (letteralmente ‘Il grande disfacimento”, tradotto e pubblicato nel 2004 in italiano con il titolo “La deriva americana”, Laterza.

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[2] I “pazzeschi giacobini” sono in particolare ampi settori della base repubblicana e degli stessi dirigenti più estremisti di quel partito. “Dingbat” sta per “suonato, stupido, imbecille”; in questo caso, mi pare, con un accento particolare sulla follia e l’insensatezza.

Tre strikes, guarda un po’, e si sta ancora giocando la stessa partita (17 settembre 2013)

settembre 17, 2013

 

September 17, 2013, 4:20 pm

Three Strikes And You’re, Well, Still Playing The Same Game

Steve Benen notes that Republicans have been completely wrong about the U.S. economy three times in the past two decades — about Clinton, Bush, and Obama — but haven’t changed their doctrine a bit.

I think it’s worth pointing out, however, that the third time was a bit different — although just as devastating — from the first two.

In round 1, Republicans predicted disaster from Clinton’s move to raise taxes on the 1 percent. What followed was a remarkable boom. Their faith in the crucial importance of not taxing rich people remained unchanged.

In round 2, Republicans predicted a huge boom from Bush’s tax cuts for the 1 percent. What followed was a weak recovery, followed by a huge financial crisis. Their faith in the crucial importance of not taxing rich people — and not regulating the financial industry — remained unchanged.

In round 3, Republicans predicted poor economic performance under Obama. And to be fair, the economy has not done particularly well. The crucial point, however, is the nature of the poor performance. Republicans confidently predicted Weimar 2.0 — soaring interest rates and inflation. They lambasted not just Obama but Bernanke — in fact, their attacks on Fed policy had more passion than their attacks on the stimulus, which after all didn’t last long. What actually happened, of course, was low inflation and low interest rates. Their faith in the crucial importance of not taxing rich people, not spending to help the less fortunate, and not printing money under any circumstances, remained unchanged.

The thing is, there’s no accountability — and not just in the minds of the general public. The other day I found myself talking to a currency trader, who lamented the fact that all the experts had been wrong — they’d all predicted runaway inflation and a collapse of the dollar. The point was that even this guy believed that the people who have been consistently wrong about everything for decades are the “experts”; somehow they retain that reputation despite their record.

Is it too early for a drink?

 

Tre strikes, guarda un po’,  e si sta  ancora giocando la stessa partita [1]

 

Steve Benen osserva che i repubblicani hanno avuto completamente torto per tre volte negli ultimi due decenni sull’economia americana  – con Clinton, con Bush e con Obama – ma non hanno cambiato neanche un po’ la loro dottrina.

Penso che sia il caso di considerare, tuttavia, che la terza volta è stato un po’ diverso – sebbene altrettanto devastante – delle prime due.

Nel primo tempo, i repubblicani predissero un disastro dalla scelta di Clinton di elevare le tasse sull’1 per cento dei più ricchi. Quello che venne di seguito fu una considerevole espansione. La loro fiducia sulla importanza cruciale di non tassare i ricchi restò immutata.

Nel secondo tempo i repubblicani predissero un grande boom come conseguenza dei tagli alle tasse dell’1 per cento dei più ricchi da parte di Bush. Quello che venne fu una debole ripresa, seguita da una ampia crisi finanziaria. La loro fiducia nell’importanza cruciale del non tassare le persone ricche – e di non regolamentare il sistema finanziario – rimase immutata.

Nel terzo tempo i repubblicani predissero una modesta prestazione dell’economia sotto Obama. E, ad esser giusti, l’economia non è andata particolarmente bene. Il punto cruciale, tuttavia, è la natura di questa modesta prestazione. I repubblicani predissero con sicurezza una seconda Weimar – tassi di interesse ed inflazione alle stelle. I repubblicani fustigarono non solo Obama ma Bernanke – di fatto, i loro attacchi alla politica della Fed furono più appassionati dei loro attacchi alle misure di sostegno, che dopo tutto non durarono a lungo. Quello che accadde, naturalmente, fu una bassa inflazione e bassi tassi di interesse. La loro fiducia nell’importanza cruciale del non tassare le persone ricche, nel non spendere per aiutare i meno fortunati e nel non stampare moneta in nessuna circostanza, rimase immutata.

Il fatto è che non si deve rispondere di niente – e questa non è solo la convinzione dell’opinione pubblica. L’altro giorno mi sono ritrovato a parlare con un  operatore di valute, che si lamentava del fatto che tutti gli esperti avevano avuto torto – essi avevano tutti previsto una inflazione fuori controllo ed un collasso del dollaro. Il punto era che persino questo individuo credeva che coloro che avevano regolarmente sbagliato quasi su tutto  per decenni fossero “gli esperti”; per qualche ragione essi conservavano la loro reputazione nonostante le loro prestazioni.

E’ troppo presto per un drink [2]?

 



[1] Lo “strike” è un punto segnato dal lanciatore in un partita di baseball. Dopo tre strikes il lanciatore ottiene la eliminazione del battitore (quello con la mazza). Il senso è che, nella vicenda politica raccontata dal post, il battitore politico repubblicano che ha subito in pratica tre strikes, anziché essere eliminato continua la stessa partita.

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[2] Ovvero, mi pare, non resta che berci qualcosa sopra.

Questa non è una crisi (17 settembre 2013)

settembre 17, 2013

 

September 17, 2013, 12:00 pm

 

This Is Not A Crisis

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Congressional Budget Office

It’s not even a picture of a crisis. The new CBO long-term budget projections are out, and while they’re not good, they don’t show crisis levels of debt even looking out a quarter-century. Unless, that is, you believe that debt of 100 percent of GDP is the end of the world even though Britain exceeded that level for a large part of its history:

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The point is not that we should completely ignore issues of fiscal responsibility. It is that we are nowhere near fiscal crisis; we aren’t even looking at anything like a fiscal crisis 15 or 20 years from now. So budget deficits, entitlement reform, and all that simply don’t deserve to be policy priorities, let alone dominate the national discussion the way they did for the past few years.

 

Questa non è una crisi

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Congressional Budget Office

Non è neanche il quadro di una crisi. Sono uscite le nuove proiezioni del bilancio a lungo termine del CBO, e se non sono buone, non mostrano livelli di crisi di debito neppure prestando attenzione ad un quarto di secolo. A meno che, cioè, non crediate che il debito al 100 per cento del PIL sia la fine del mondo, sebbene l’Inghilterra abbia ecceduto quel livello per una larga parte della sua storia:

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Il punto non è che dovremmo ignorare del tutto i temi della responsabilità della finanza pubblica. E’ che non siamo in alcun modo vicini ad una crisi della finanza pubblica; non stiamo osservando niente di paragonabile ad una crisi della finanza pubblica entro 15 o 20 anni da oggi. Dunque i deficit di bilancio, la riforma della spesa sociale e tutto il resto semplicemente non meritano di essere le priorità della politica, per non dire di dominare il dibattito politico nel modo in cui è successo negli anni passati.

Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato riforma (17 settembre 2013)

settembre 17, 2013

 

September 17, 2013, 11:44 am

They Have Made A Desert, And Called It Reform

It was, I suppose, predictable that Europe’s austerians would claim vindication at the first hint of an upturn. Still, Wolfgang Schäuble’s piece in the FT, in which he claims complete vindication because Europe has had one, count it, one quarter of growth is pretty awesome even relative to expectations. Bear in mind that the record on jobs looks like this:

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Eurostat

It takes quite a lot of chutzpah — do they have that word in Germany? — to claim that this is a record of successful preparation for structural transformation. What about all the livelihoods, and in some cases lives, destroyed? What about the millions of young Europeans who still see no hope of getting a decent job?

I’d take particular professional exception to Schäuble’s claim that Europe is following the recipe of Sweden in the early 1990s and Asia in the late 1990s. Those recipes involved large currency devaluations, not the slow,grinding “internal devaluation” supposedly happening in Europe’s periphery. And as I’ve stressed a number of times, the Asian economies bounced back fast, with nothing like the seemingly endless depression in much of Europe:

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Total Economy Database, IMF

What we have to realize here, however, is that at this point it’s not just a matter of ideology: egos and careers are at stake. The evidence suggests that Europe’s austerians did a terrible thing, ruining the lives of millions. They will never admit it; they will seize on anything that gives them an out.

 

Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato riforma

 

Suppongo che fosse prevedibile che i filo-austeri d’Europa avrebbero sostenuto di essere stati nel giusto al primo cenno di risalita. Eppure, l’articolo di Wolfgang Schäuble sul Financial Times, nel quale sostiene il completo risarcimento dell’Europa per aver avuto un, dicesi un, trimestre di crescita è abbastanza stupefacente persino in relazione a quelle aspettative. Si tenga a mente che la prestazione sui posti di lavoro appare nel modo seguente:

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Ci vuole un bel po’ di mentalità chutzpah [1] – ce l’hanno questa parola in Germania? – per sostenere che questa sia una prestazione  di una preparazione favorevole ad una trasformazione strutturale. Che dire di tutti i mezzi di sostentamento, in alcuni casi delle vite, distrutte? Che dire dei milioni di giovani europei che non vedono ancora alcuna speranza di ottenere un lavoro decente?

Avanzerei in particolare un contestazione professionale alla pretesa di  Schäuble secondo la quale l’Europa starebbe seguendo la ricetta della Svezia nei primi anni ’90 e dell’Asia negli ultimi anni ’90. Quelle ricette hanno incluso ampie svalutazioni monetarie, non la lenta, opprimente “svalutazione interna” che si suppone sia in atto nella periferia europea. E, come ho messo in rilievo in un dato dell’epoca, le economie dell’Asia conobbero un rapido rimbalzo, niente di simile alla depressione in apparenza infinita in gran parte dell’Europa:

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Database dell’economia totale, FMI

 

Quello che si deve capire, tuttavia, è che a questo punto non è solo una questione di ideologia: sono in ballo carriere ed autostime. Le prove suggeriscono che i filo-austeri d’Europa hanno fatto una cosa tremenda, rovinando la vita di milioni di persone. Non lo ammetteranno mai; coglieranno al volo tutto quello che gli darà una via d’uscita.



[1] Ovvero di “impudenza” o di “insolenza”. Ma forse sono anch’esse traduzioni ‘per difetto’, perché l’aneddoto emblematico del cutzpah, che è una espressione yiddish, è quello di quel “ragazzo che viene processato per l’omicidio dei propri genitori e si appella alla bontà umana del giudice perché oramai orfano”.

Ancora sul prossimo Impero Francese (17 settembre 2013)

settembre 17, 2013

 

September 17, 2013, 11:23 am

More on the Coming French Imperium

I wrote a little while back about the little-discussed French demographic advantage within Europe; its relatively high fertility rate means that it should eventually overtake Germany and become the largest continental European economy. It turns out that the French Economic Observatory has been on this case. Their projections are fairly startling:

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And to the extent that we believe advanced countries will suffer from the burden of large elderly populations, France will suffer less:

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Germany should enjoy its hegemony while it lasts; Europe’s future, such as it is, may belong to France.

 

Ancora sul prossimo Impero Francese

 

Tempo fa scrissi una piccola cosa sul poco discusso vantaggio demografico della Francia all’interno dell’Europa;  il suo relativamente alto tasso di fertilità comporta che alla fine dovrebbe superare la Germania e diventare la più grande economia del continente europeo. Viene fuori che il French Economic Observatory si è occupato di questo tema. Le loro previsioni sono piuttosto impressionanti:

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E nella misura in cui  riteniamo che i paesi avanzati soffriranno per il peso di una ampia popolazione anziana, la Francia soffrirà di meno:

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La Germania dovrebbe godersi la sua egemonia finché dura; il futuro dell’Europa, a quel che sembra, potrebbe appartenere alla Francia.

Di fronte ai loro nasi (16 settembre 2013)

settembre 16, 2013

 

September 16, 2013, 8:33 am

In Front of Their Noses

Antonio Fatas, like me, is boggled by the OECD’s apparent inability even to contemplate the possibility that Europe’s poor economic performance is the result of fiscal austerity.

At one level, of course, it’s perfectly understandable. The OECD in general, and Pier Carlo Padoan, in particular, as chief economist, were among the biggest and earliest cheerleaders for austerity; you can see why they don’t want to admit that they were in fact cheerleading Europe into disaster.

Still, it’s kind of depressing. What we’ve just had in the eurozone is as close to a natural experiment on fiscal policy as you’re ever likely to see, and the results overwhelmingly support a Keynesian view. You might expect some acknowledgement, some revision of views.

But that’s not the way the world works. George Orwell knew all about it:

The point is that we are all capable of believing things which we know to be untrue, and then, when we are finally proved wrong, impudently twisting the facts so as to show that we were right. Intellectually, it is possible to carry on this process for an indefinite time: the only check on it is that sooner or later a false belief bumps up against solid reality, usually on a battlefield … To see what is in front of one’s nose needs a constant struggle.

And not many influential people are into that kind of struggle …

 

Di fronte ai loro nasi

 

Antonio Fatas, come me, è sbalordito per la apparente incapacità dell’OCSE persino di prendere in considerazione la possibilità che la povera prestazione economica dell’Europa sia il risultato della austerità della finanza pubblica.

Da un certo punto di vista, naturalmente, è perfettamente comprensibile. L’OCSE in generale, e Pier Carlo Padoan in particolare, come capo economista, sono stati tra i maggiori ed i primi sostenitori dell’austerità; potete capire per quale ragione non vogliano ammettere di essere stati di fatto sostenitori del disastro europeo.

Eppure è qualcosa di deprimente. Quello che abbiamo avuto nell’eurozona è una specie di esperimento naturale come non si era mai visto sulla politica della finanza pubblica, ed i risultati sono a schiacciante sostegno del punto di vista keynesiano. Vi potreste aspettare qualche riconoscimento, qualche revisione delle opinioni.

Ma non è quello il modo in cui il mondo funziona. George Orwell su questo sapeva tutto:

“Il punto è che siamo tutti capaci di credere in cose che sappiamo non essere vere, e poi, quando alla fine si dimostrano sbagliate, travisare impudentemente  i fatti in modo da mostrare che avevamo ragione. Intellettualmente, è possibile andare avanti con questo processo per un tempo indefinito: l’unico controllo su di ciò è che prima o dopo un convincimento falso va a sbattere contro la cruda realtà, normalmente in un campo di battaglia …. Vedere cosa c’è davanti al proprio naso richiede una lotta continua.”

Ed è una lotta che non riguarda molte persone influenti …

L’economia politica del “bloombergismo” (16 settembre 2013)

settembre 16, 2013

 

September 16, 2013, 9:11 am

The Political Economy of Bloombergism

Via Mark Thoma, Daniel Little has a nice survey essay on Saskia Sassen’s concept of the global city (pdf). These are cities that concentrate high-level coordination functions for the global economy — finance, in particular — and exhibit extraordinary concentrations of wealth as a consequence. New York and London are the prime examples; Tokyo also shows up on Sassen’s list, although I’d say that it’s a lot less global than the others, thanks to the continuing insularity of Japanese culture. If I had to make a guess, I wouldn’t be surprised if Seoul, rather than Tokyo, ends up becoming the true global city of East Asia.

If you’re interested in this stuff, you should also read John Quiggin’s cynical but plausible take (pdf): Quiggin suggests that the reason finance and similar activities concentrate in a handful of global cities isn’t because that produces gains in economic efficiency, it’s because of the enhanced opportunities for cronyism; it’s a lot easier to make implicitly corrupt deals when you have lunch in the same restaurants and your kids go to the same expensive private school.

Just as an aside, I love New York, which has become a far friendlier place than legend has it, which has cultural resources like noplace else, and is actually a pretty easy place to live if you have enough money. In a perverse way, it’s even a place where — for someone like me, anyway — the psychological urge to participate in the money rat race is largely absent. No matter how much you make, there are people nearby who make so much more that your income looks ridiculous, so you don’t ever think of measuring yourself that way.

Oh, and the subway is a miraculous form of transportation. Of course, all these happy thoughts rely on the fact that I have enough money to afford a comfortable apartment, eat out whenever I feel like it, and so on. And that seemingly modest lifestyle requires an income that would be considered very high anywhere else.

But back to my main point, a further thought: as the Bloomberg era draws to a close in New York, there has been a fair amount of speculation on why Bloomberg was such a success but Bloombergism — his mix of social liberalism and pro-finance economic policy — has been such a bust on the national political scene. As Jonathan Chait reminds us, pundits wrote column after column boosting Bloomerg as a model for the rest of American politics, urging Bloomberg himself to run as a third-party candidate, whatever; Bloomberg, they claimed, represented the kind of centrist, nonpartisan position Americans yearned for. All of this went precisely nowhere.

And I think the concept of New York as a global city — a hub of worldwide finance, and worldwide cronyism — explains why. Bloombergism played well with the global elite, which really doesn’t care what other people do in their bedrooms but cares a lot about being left free to rake in the moolah, which judges a man not by the color of his skin but by the size of his portfolio. The elite wanted, and got, a well-run city, which included reasonable public services; the cruder forms of anti-government sentiment never had much home in New York. Even a bit of redistribution was OK, if it seemed to contribute to a nicer environment in which to enjoy the remaining 99.9 percent of one’s income. In the end, by the way, de Blasio will probably be accepted by the 1 percent, since his program will end up being seen as essentially one of slightly moderating inequality in everyone’s interest.

But the rest of America is nothing like that. And it’s a measure of the insularity of many pundits that they imagined that the politics of a city that is really like nothing else in America — and resembles only a couple of other places in the world — somehow represented the national center.

 

L’economia politica del “bloombergismo”

 

Per il tramite di Mark Thoma leggo un bel saggio di Daniel Little, una indagine sull’idea di Saskia Sassen [1]di “città globale” (disponibile in pdf). Queste sono città che concentrano funzioni di coordinamento di alto livello per l’economia globale – in particolare nella finanza – e di conseguenza mostrano  straordinarie concentrazioni di ricchezza. New York e Londra sono gli esempi più importanti; compare anche Tokio nella lista della Sassen, sebbene direi che è un bel po’ meno globale delle altre, grazie al perdurante provincialismo della cultura giapponese. Se dovessi avanzare un’ipotesi, non sarei sorpreso se Seul, piuttosto che Tokio, finisse col divenire la vera città globale dell’Asia Orientale.

Se siete interessati a queste cose, dovreste anche leggere la posizione cinica ma plausibile di John Quiggin (disponibile in pdf): Quiggin suggerisce che la ragione per la quale la finanza ed attività simili si concentrano in un pugno di città globali non è perché esse producano vantaggi nell’efficienza economica, ma per una enfatizzazione delle occasioni di clientelismo; è infinitamente più facile fare affari corrotti quando si pranza nello stesso ristorante e si portano i figli alla stessa costosa scuola privata.

Proprio per inciso, io amo New York, che è diventata un luogo assai più amichevole di quanto non dica la sua leggenda, che ha risorse culturali come nessun altro posto, ed è in realtà un posto abbastanza facile da vivere se si ha abbastanza denaro. In un modo abbastanza singolare, è persino un luogo dove – almeno per quelli come me – il bisogno psicologico di partecipare alla competizione sfrenata per il denaro  è abbastanza assente. Non conta quanti soldi mettete assieme, avete accanto persone che ne hanno talmente di più che il vostro reddito sembra ridicolo, cosicché non pensate mai di misurarvi con quel criterio.

Inoltre, la metropolitana è una forma miracolosa di trasporto. Naturalmente, tutti questi felici pensieri si basano sul fatto che io ho abbastanza soldi per permettermi un appartamento  confortevole, di mangiare dovunque mi faccia piacere, e così via. E sul fatto che quell’apparentemente modesto stile di vita richiede un reddito che sarebbe considerato elevato in qualsiasi altro luogo.

Ma, tornando al punto principale, un ulteriore pensiero: nel momento in cui a New York l’era di  Bloomberg [2] giunge al termine ci sono state una discreta quantità di ipotesi sulla ragione per la quale Bloomberg sia stato un tale successo mentre il “bloombergismo” – la sua combinazione di liberalismo sociale e di politiche economica favorevole alla finanza – sia stata un tale disfatta sulla scena politica nazionale. Come ci ricorda Jonathan Chait, commentatori hanno scritto un articolo dietro l’altro per promuovere Bloomberg come un modello per il resto della politica americana, spingendo lo stesso Bloomberg ad entrare in lizza come candidato di un terzo partito, qualunque cosa esso sia; Bloomberg, sostenevano, rappresenta il genere di posizione centrista, nopartisan, che gli americani vorrebbero. Tutto questo è precisamente finito nel nulla.

Ed io penso che l’idea di New York come città globale – un fulcro della finanza universale e del clientelismo universale – spieghi perché Bloomberg abbia avuto successo con l’élite globale, che in realtà non si preoccupa di quello che fanno gli altri nelle loro stanze da letto ma si preoccupa molto di essere lasciata libera di rastrellare pecunia [3], che giudica gli altri non per il colore delle loro pelle ma per la dimensione del loro portafoglio. L’élite voleva, ed ha avuto, una città ben gestita, il che include ragionevoli servizi pubblici;  le forme più rozze di un sentimento ostile al governo della cosa pubblica non sono mai state di casa a New York. Anche un po’ di redistribuzione poteva andar bene, se sembrava che contribuisse ad un ambiente più gradevole, nel quale il restante 99,9 per cento della gente fosse contenta del proprio reddito. Alla fine, si detto per inciso, probabilmente De Blasio [4] sarà accettato dall’1 per cento, dal momento che il suo programma finirà con l’essere considerato come una forma di leggera moderazione dell’ineguaglianza, nell’interesse di tutti.

Ma il resto dell’America non assomiglia per niente a tutto questo. Ed esso è la misura del provincialismo di molti commentatori che si erano immaginati che la politica di una città che non ha eguali in America – e che assomiglia soltanto ad un altro paio di posti al mondo – in qualche modo rappresentasse il centro della nazione.



[1] La principale teorica dell’urbanistica del mondo globale. Saskia Sassen (L’Aia, 5 gennaio 1947) è una sociologa ed economista statunitense nota per le sue analisi su globalizzazione e processi transnazionali. Il successo dei suoi libri l’ha resa rapidamente una degli autori più quotati tra gli studi sulla globalizzazione. Dopo aver insegnato sociologia all’Università di Chicago, attualmente insegna alla Columbia University e alla London School of Economics.

Secondo la Sassen, la globalizzazione dell’economia, accompagnata dall’emergere di modelli di potere transnazionali, ha profondamente alterato il tessuto sociale, economico e politico degli stati-nazione, di vaste aree sovranazionali e, non da ultimo, delle città (Wikipedia)

 

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[2] Michael Rubens Bloomberg (Boston, 14 febbraio 1942) è un imprenditore e politico statunitense, attuale sindaco di New York. Eletto con il Partito Repubblicano, lo ha poi abbandonato rimanendo indipendente.

Bloomberg è nato a Boston da una famiglia di immigrati ebrei di nazionalità russa. Bloomberg ha frequentato la Johns Hopkins University di Baltimora, facendo inoltre parte del Phi Kappa Psi, laureandosi nel 1964 in ingegneria elettronica. Più tardi ha conseguito un Master in Business Administration presso la Harvard Business School (Cambridge). Dopo la laurea conseguita presso la Harvard University, ha fatto fortuna con la sua compagnia, la Bloomberg L.P., e con la sua radio network. È uno degli uomini più ricchi del mondo, secondo la rivista specializzata Forbes, nel 2009 lo pone in 17ª posizione. Nel 2010 la rivista lo ha classificato al 10º posto tra i 400 uomini più ricchi d’America con un patrimonio stimato di 18 miliardi di dollari.

Bloomberg non risiede nella tradizionale residenza del sindaco della città, ovvero a Gracie Mansion, bensì nel suo appartamento nell’Upper East Side, ed è noto per il fatto che raggiunge quotidianamente il Municipio in metropolitana. Bloomberg è un personaggio particolarmente atipico nel panorama politico americano, infatti pur essendo appartenente al Partito Repubblicano è considerato da molti un repubblicano liberale, a causa delle sue idee favorevoli all’aborto e alla legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, molto più vicine agli ideali democratici e infatti prima della sua elezione a sindaco apparteneva al Partito Democratico. È stato eletto sindaco nel 2001 come successore di Rudolph Giuliani, anche grazie ad una imponente campagna elettorale, sconfiggendo di misura l’avversario, Mark J. Green.

Bloomberg nel 2005 è stato rieletto con un margine del 20% sull’avversario democratico Fernando Ferrer. Il 19 giugno 2007 ha annunciato di aver lasciato il Partito Repubblicano ed essere così indipendente. Nell’autunno del 2008 ha chiesto e ottenuto un voto del consiglio comunale di New York che abolisse la limitazione di due mandati consecutivi per un sindaco. Si è quindi ripresentato alle elezioni del 3 novembre 2009, uscendone riconfermato sindaco con il 50,6% dei voti, battendo il candidato democratico Bill Thompson che ha ottenuto il 46%. Il 1º gennaio 2010 ha avuto quindi inizio il suo terzo mandato.

Il 1º novembre 2012 ha annunciato il suo appoggio alla rielezione di Barack Obama (Wikipedia).

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[3] “Moolah”, secondo UrbanDictionary, oltre che una esclamazione riferibile a tutto, significa “tanti dollari”.

[4] Il candidato democratico di origini italoamericane alle prossime elezioni cittadine.

La libertà è proprio un altro modo per dire che non resta niente da perdere (15 settembre 2013)

settembre 15, 2013

 

September 15, 2013, 7:14 pm

Freedom’s Just Another Word For Nothing Left To Lose

So Larry Summers has withdrawn from the Fed race. No profound thoughts here, except that it’s really, really hard to see how Obama can justify not picking Janet Yellen at this point. Nobody else is as qualified; any other choice would look like spite.

Just a personal reaction: I’ve known Larry for all our adult lives, and looking at this sad play I realize how lucky I am to have reached a place where I’m no longer in the rat race. Obviously I’m plenty combative, and in a way still ambitious too; I do track my Twitter followers, wonder how each column will do on the most-emailed list, and all that. But there are no promotions I’m seeking, no honors I desperately desire that I don’t already have.

Nobody’s life feels from the inside the way it looks from the outside. But at least as far as career goes, I’m wonderfully relaxed: no more steps to climb, no more boxes to check. I just do what I feel I should, and try to have some fun along the way.

I’m a very lucky guy.

 

La libertà è proprio un altro modo per dire che non resta niente da perdere

 

Dunque Larry Summers si è ritirato dalla corsa per la Fed. Non esporrò in questa sede pensieri profondi, eccetto che a questo punto è davvero difficilissimo che Obama possa giustificare di non scegliere la Yellen. Nessun altro è altrettanto qualificato: ogni altra scelta sembrerebbe una ripicca.

Soltanto una reazione personale: ho conosciuto Larry da quando siamo persone adulte, e osservando questa scena un po’ triste comprendo quanto sono fortunato ad aver raggiunto una collocazione nella quale non sono più in una competizione sfrenata. Ovviamente sono parecchio combattivo, e in qualche modo pure ancora ambizioso; sto dietro ai miei seguaci su Twitter, mi chiedo se ogni mio articolo sarà tra quelli che ricevono i commenti mail più numerosi, e tutto il resto. Ma non sono alla ricerca di promozioni, non ci sono onorificenze che desideri disperatamente e che già non abbia.

Nessuno percepisce dentro di sé la propria vita nello stesso modo in cui appare da fuori. Ma almeno nella misura in cui la mia professione procede, sono meravigliosamente rilassato: non ci sono più scalini da montare, non ci sono più condizioni da accettare [1].  Faccio soltanto quello che sento di dover fare, e cerco per la mia strada di divertirmi un po’.

Sono un individuo molto fortunato.



[1] Trovo questo significato per la espressione “box with check”, che  sarebbe all’incirca casella da spuntare.

Svogliati alla Fed (15 settembre 2013)

settembre 15, 2013

 

September 15, 2013, 9:31 am

Slackers at the Fed

To taper or not to taper, that is the question. Except it’s actually two questions:

1. Are we getting close enough to “full employment” that it’s time to let up on the gas? How much slack is there in the economy, really?

2. To the extent that the economy still needs a boost, are purchases of long-term Treasuries the way to do this?

The answer to question 2 is probably no — but that’s an argument for replacing the current policy with something better, like purchases of MBS and/or stronger forward guidance, not for a taper all by itself, which serves as a sort of forward anti-guidance: it signals, whether the Fed intends this or not, a general shift toward hawkishness.

But what about question 1? The measured unemployment rate is down a lot — in fact, at 7.3 percent it’s almost exactly the same as it was in November 1984, when Ronald Reagan won big on claims of restored prosperity. But most of the fall in unemployment reflects lower labor force participation rather than job growth. Even if we focus on prime-age workers, so as to net out demographic effects, the employment story is highly unimpressive:

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The question is, how much should we look at the employment versus the unemployment numbers, which are telling different stories?

There’s no question that a weak economy tends to reduce labor force participation — people give up active searching for work when there are few jobs to be had. Jared Bernstein offers some clear cross-state evidence. On the other hand, you can make a case that there has been a secular downward trend in labor force participation, even age-adjusted; Gavyn Davies makes this case, and suggests that the unemployment rate may be a better guide than the employment ratio after all.

I can see Davies’s point. Here’s a picture of labor-force participation of prime-age adults since 2000, where I’ve separated pre- and post-crisis, and plotted the pre-crisis trend:

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Looking at a picture like this, you could conclude that labor force participation isn’t all that depressed, after all.

So why don’t I believe it? One reason is that I suspect that the apparent downward trend in participation actually reflects differences in how boomy different booms have been. The US economy in 2000 had really, really full employment — it was an era when labor was so scarce that McDonald’s was actively trying to recruit senior citizens, when the joke was that you could get a job as long as your breath would fog a mirror, that is, as long as you were actually alive. The peak in 2007 was nothing like that. So what looks like a secular downward trend may in large part reflect instead the extent to which the “Bush boom”, such as it was, fell far short of the Clinton boom.

 

Still, there is some legitimate argument here. What I would say, however, is that the Fed needs to balance the risks here. Inflation is well below target — and there’s good reason to believe that the target is too low. There’s also good reason to believe that sustained high unemployment leaves lasting scars on the economy. Why not wait for clear evidence that the economy is really approaching capacity before doing anything that could be interpreted as tightening?

 

Svogliati  alla Fed

 

Stringere o non stringere, questo è il problema. Sennonché  i problemi sono in realtà  due:

1 – Ci stiamo davvero avvicinando alla “piena occupazione”, che è il momento in cui allentare la pressione sull’acceleratore? Quanta fiacca c’è realmente nell’economia?

2 – Nella misura in cui l’economia ha ancora bisogno di una spinta, gli acquisti dei Buoni del Tesoro a lungo termine sono il modo per fare ciò?

La risposta alla domanda n. 2 è probabilmente no – ma questo è un argomento per rimpiazzare la attuale politica con qualcosa di migliore, come gli acquisti di titoli garantiti da ipoteche e/o un più forte annuncio di indirizzo per il futuro [1], niente affatto per una stretta in sé, che funziona come una specie di contro-annuncio di un indirizzo più forte per il futuro: essa segnala, che la Fed lo condivida o meno, uno spostamento generale verso politiche monetarie da ‘falchi’.

Ma che dire della domanda n. 1? Il tasso di disoccupazione accertato è sceso molto – di fatto, al 7,3 per cento esso è quasi esattamente lo stesso che era a novembre del 1984, quando Ronald Reagan vinse alla grande sulla base della pretesa di una prosperità ritrovata. Ma gran parte della caduta nella disoccupazione riflette  un minor tasso di ‘partecipazione’ della forza lavoro [2] piuttosto che una crescita dei posti di lavoro. Persino se ci concentriamo sui lavoratori nella principale età lavorativa [3], in modo da tener fuori gli effetti demografici, il racconto sull’occupazione è del tutto insignificante:

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La domanda è, quanta occupazione dovremmo constatare in rapporto ai dati sulla disoccupazione, che ci stanno raccontando storie diverse?

Non c’è dubbio che un’economia debole tende a ridurre il tasso di partecipazione della forza lavoro – la gente smette di ricercare attivamente lavoro quando ci sono pochi posti di lavoro disponibili. Jared Bernstein offre alcune chiare testimonianze attraverso i vari Stati. D’altra parte, si può fare l’ipotesi di una tendenza secolare al ribasso nei tassi di partecipazione della forza lavoro, anche in quelli corretti in rapporto all’età; Gavyn Davies avanza questa tesi, e suggerisce che dopo tutto il tasso di disoccupazione può fornire un indirizzo migliore di quello sull’occupazione.

Posso comprendere il punto di vista di Davies. Ecco un diagramma sul tasso di partecipazione della forza lavoro nella principale età lavorativa dall’anno 2000, dove io ho separato il periodo precedente e quello successivo alla crisi, ed ho tracciato la tendenza del periodo precedente alla crisi:

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Guardando un diagramma come questo, si potrebbe concludere che il tasso di partecipazione della forza lavoro non sia poi così depresso, dopo tutto [4].

Perché, dunque, non credo in tutto ciò? Una ragione è che ho il sospetto che la apparente tendenza al ribasso nel tasso di partecipazione rifletta differenze su quanto fossero davvero in considerevole crescita diverse fasi di espansione economica. L’economia degli Stati Uniti nel 2000 era per davvero una economia da piena occupazione – era un epoca nella quale la forza lavoro (disponibile) era così scarsa che McDonald’s stava attivamente cercando di assumere cittadini anziani, quando il gioco era che potevate ottenere un posto di lavoro finché potevate appannare uno specchio con un respiro, vale a dire, finché eravate propriamente vivi. Il picco nel 2007 non era niente di simile. Dunque, ciò a cui assomiglia una tendenza secolare al ribasso può in larga parte riflettere la misura in cui il “boom di Bush”, per quello che fu, non fu lontanamente all’altezza del boom di Clinton

Su questo punto, ci sono ancora argomenti validi. Quello che tuttavia vorrei dire è che la Fed in questo caso dovrebbe bilanciare i rischi. L’inflazione è ben al di sotto dell’obbiettivo – e ci sono buone ragioni per credere che l’obbiettivo sia troppo basso. Ci sono anche buone ragioni per credere che un perdurante elevata disoccupazione lasci cicatrici durature nell’economia. Perché non attendere la prova che l’economia si stia effettivamente avvicinando alla sua potenzialità prima di fare qualcosa che potrebbe essere interpretato come restrittivo?



[1] Per “forward guidance” si intende l’indicazione, da parte di una banca centrale, di come saranno modificati i tassi di interesse in futuro. La Bce l’ha introdotta per la prima volta il 4 luglio: con questa svolta, che finora affidava le indicazioni a una sorta di linguaggio in codice per addetti ai lavori, ha reso la comunicazione esplicita, sul modello di quanto fa abitualmente la Federal Reserve. Analoga svolta è arrivata dalla Bank of England …. L’obiettivo delle banche centrali è di indirizzare i tassi di mercato nel momento in cui quelli ufficiali sono già vicini allo zero (Sole 24Ore). .

[2] Il “tasso di partecipazione della forza lavoro” , o anche la “partecipazione della forza lavoro”, misura, secondo la definizione di Investopedia, la ‘porzione attiva’ di una forza lavoro nell’economia di un paese. Esso si riferisce dunque alle persone che sono occupate o che attivamente stanno cercando lavoro. Quando tale dato si abbassa, può dipendere per l’appunto dal fatto che la mancanza di posti di lavoro scoraggia i disoccupati anche dal cercarli.

Preferiamo tradurre con “tasso di partecipazione” anziché “partecipazione della forza lavoro”, perché in italiano dà un’idea più rapida di un concetto connesso con un misurazione economica e non con qualcosa d’altro.

[3] Per “principale età lavorativa” si intende, come si vede nel diagramma, l’età che va dai 25 ai 54 anni.

[4] Nel senso che grosso modo gli anni dal 2008 al 2013 proseguono una tendenza annunciata nel periodo precedente, e visibile nella leggere linea celeste che attraversa l’intero periodo.

Testa vincono loro, croce perdiamo noi (14 settembre 2013)

settembre 14, 2013

 

September 14, 2013, 6:00 pm

Heads They Win, Tails We Lose

Many years ago MIT’s Andy Lo made a simple point (weirdly, I haven’t been able to track down the paper) about the distortion of incentives inherent in financial-industry compensation. Suppose you’re a hedge fund manager, getting 2 and 20 — fees of 2 percent of investors’ money, plus 20 percent of profits. What you want to do is load up on as much leverage as possible, and make high-risk, high return investments. This more or less guarantees that your fund will eventually go bust — but in the meantime you’ll have raked in huge personal earnings, and can walk away filthy rich from the wreckage.

But surely, you say, investors will see through this strategy. They can’t consistently be that stupid or naive, can they?

Hahahaha.

What brings this to mind is a new Center for Public Integrity report on the lifestyles of the rich and infamous — finance honchos who brought down their companies and much of the world economy with them. So, Lehman’s Dick Fuld gets to ruminate on what went wrong in his Greenwich mansion or his 40-acre ranch, or maybe his 5-bedroom house in Florida. Jimmy Cayne of Bear Stearns plays bridge from his $25 million apartment in the Plaza Hotel. And so on down the line.

So it really was heads they win, tails we lose, with all the incentives being to take maximum risks and let the taxpayers clean up the mess.

Luckily, it won’t happen again, because we’ve had comprehensive financial reform. Right? Right?

 

Testa vincono loro, croce perdiamo noi

 

Molti anni fa Andy Lo del MIT fece un semplice discorso (stranamente, non sono stato capace di rintracciare lo scritto) sullo stravolgimento degli incentivi a proposito dei compensi nel settore finanziario. Supponiamo che siate un manager di un hedge fund, che prende 2 e 20 – una parcella del 2 per cento sui soldi degli investitori, più il 20 per cento dei profitti. Quello che vorrete fare è caricare un rapporto di indebitamento più elevato possibile, correre un alto rischio con elevati ritorni sugli investimenti. In questo modo è più o meno garantito che il vostro finanziamento alla fine sarà un fallimento – ma nello stesso tempo voi avrete rastrellato vasti profitti personali e potrete venir fuori dal naufragio ricchi da far schifo.

Ma, potete obiettare, gli investitori certamente non si faranno ingannare da una strategia di questo tipo. Non possono essere costantemente così  stupidi o ingenui, non è vero?

Risata prolungata.

La qual cosa mi fa venire in mente un nuovo rapporto del Center for Public Integrity sugli stili di vita delle persone ricche e scellerate – i grandi capi della finanza che portarono al crollo le loro società e con esse gran parte dell’economia mondiale. Così, Dick Fuld della Lehman medita su cosa andò storto nella sua villa di Greenwich o nel suo ranch da 40 acri [1], oppure forse nella sua casa con cinque stanze da letto in Florida. Jimmy Cayne della Bear Sterns gioca a bridge nel suo appartamento da 25 milioni di dollari al Plaza Hotel. E così via per tutti gli altri.

Dunque davvero è stato che “testa vincevano loro, croce perdevamo noi”, con tutti gli incentivi che consistevano nel prendere i rischi massimi e lasciare ai contribuenti di fare pulizia del disastro.

Fortunatamente non accadrà più, poiché abbiamo provveduto con una riforma finanziaria esauriente. E’ vero? E’ vero?



[1] Un po’ più di 16 ettari.

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