Blog di Krugman

Quando da cattive idee vengono buone cose (14 settembre 2013)

 

September 14, 2013, 6:00 pm

When Good Things Happen to Bad Ideas

Jonathan Chait has a rather discouraging post to the effect that the opponents of austerity have won a decisive intellectual victory, and it has made no difference. Yes, I’d noticed.

Over the course of fall 2012 and spring 2013, the opponents of austerity were vindicated on every intellectual front. Interest rates stayed low despite high debt and deficits (and fell in Europe once the central bank began doing its job as lender of last resort). The evidence became overwhelming that cutting spending and raising taxes in a slump depressed output, and by much more than the IMF had previously assumed. The alleged debt cliff, with growth falling off sharply once debt exceeded 90 percent of GDP, turned out not to exist — and even the mild negative correlation between debt and growth seems to be mainly reverse causation.

But nothing changed in policy — and the austerians may well come out as political winners despite having been wrong about everything. Why?

Well, there are two facts you need to know. One is that economies tend to improve, eventually, even if they’ve been depressed by bad policies. The other is that voters, and to an important extent the chattering classes as well, evaluate politicians not by the absolute level of income, far less by a comparison between how things are with how they should be, but by the recent rate of change.

So in an important sense all the austerians had to do was hang on long enough. Sooner or later there would be an upturn, and they could claim credit.

If you want to see this effect in action, consider the legend of Reaganonomics. This is much-traveled terrain, but I may have something new to contribute: a comparison of what actually happened under Reagan with what the Congressional Budget Office was predicting before he was elected. Back then the CBO only did 5-year projections; still, comparing the CBO’s projections from early 1980 with what actually happened is revealing.

Start with unemployment. CBO knew that a recession was underway, but they didn’t know that a double dip was coming, so they projected substantially lower unemployment than actually happened:

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CBO, BLS

What about growth? Again, actual output fell well short of projections in 1982-3, thanks to that double dip. By 1985 the economy was only roughly back on the track CBO expected back in 1980:

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CBO, BEA

The one place where the economy in 1985 was significantly better than expected in 1980 was inflation, which CBO expected to be near 8 percent, but was actually below 4 percent. But that was no surprise given the unexpectedly severe slump, which a standard Phillips curve said would reduce inflation, and did.

So a quick summary of what happened during Reagan’s first term is that the U.S. economy experienced a much worse slump than almost anyone expected, then recovered by 1985 roughly to trend, with unemployment still somewhat elevated. On the whole, it was a bad record, with hundreds of billions of potential output wasted and a lot of gratuitous pain for the unemployed.

But that, of course, is not how it played politically. Because output was growing fast and unemployment falling fast in 1984, as the election approached, it was Morning in America! Supply-side economics vindicated, Keynesianism destroyed! And this legend lives on to this day.

Actually, it was kind of a real-world example of Simon Wren-Lewis’s thought experiment of shutting half the economy down — or in this case more like shutting a few percent of the economy down — then starting it up again, and hailing the resulting growth as a policy triumph.

I think we need to face the possibility that something like this may happen in the UK, and maybe even in Europe. But even if it does, the answer is to keep on plugging away at the truth, and remember that the wheel of fortune turns. Remember, it was only 8 years from Morning in America to “It’s the economy, stupid.”

 

Quando da cattive idee vengono buone cose

 

Jonathan Chait ha un post piuttosto scoraggiante, nel senso che gli oppositori dell’austerità hanno ottenuto una vittoria intellettuale decisiva, e ciò non ha fatto alcuna differenza. Sì, l’avevo notato.

Nel corso dell’autunno del 2012 e della primavera del 2013 gli oppositori dell’austerità hanno avuto ragione su ogni fronte intellettuale. I tassi di interesse sono rimasti bassi nonostante il debito elevato ed i deficits (e sono caduti in Europa una volta che la banca centrale ha cominciato a fare il suo lavoro come prestatore di ultima istanza). E’ diventata schiacciante la prova che i tagli alla spesa e gli incrementi delle tasse in una crisi deprimono la produzione, e per molto più di quanto il FMI aveva in precedenza considerato. Il preteso precipizio del debito, con un crescita che cadrebbe bruscamente una volta che il debito eccedesse il 90 per cento del PIL, si è scoperto non esistere – e persino una leggera correlazione negativa tra debito e crescita sembra principalmente avere la causa inversa [1].

Ma il politica non è cambiato niente – ed è ben possibile che i filo-austeri emergano come vincitori sul terreno della politica, nonostante abbiano avuto torto dappertutto. Perché?

Ebbene, ci sono due fatti che si devono conoscere. Uno è che le economie tendono a migliorare, alla fine, anche se sono state depresse da politiche negative. L’altra è che gli elettori, e in una importante misura anche i gruppi sociali più attivi sulla scena pubblica [2], valutano i politici non per il livello assoluto del reddito, tanto meno per un confronto tra come le cose sono e come avrebbero potuto essere, ma per la percentuale di cambiamenti più recente.

Dunque, in un senso importante, tutto quello che i filo-austeri dovevano fare era aspettare a sufficienza. Prima o poi ci sarebbe stato un rialzo, ed essi avrebbero potuto vantare credito.

Se volete vedere questo effetto in azione, considerate la leggenda della reaganomics. E’ un terreno  molto arato, ma posso contribuire con qualcosa di nuovo: un confronto tra quello che effettivamente accadde sotto Reagan con quello che il Congressional Budget Office aveva pronosticato prima che fosse eletto. A quei tempi il CBO faceva proiezioni per solo cinque anni; eppure il confronto tra le proiezioni del CBO ai primi anni ’80 e quello che effettivamente accadde è rilevante.

Cominciamo con la disoccupazione. Il CBO sapeva che una recessione era in corso, ma non sapevano che era in arrivo una duplice caduta, cosicché in sostanza pronosticarono una disoccupazione più bassa di quella che effettivamente ebbe luogo:

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Congressional Budget Office, Bureau of Labor Statistics

 

Cosa accadde alla crescita? Ancora, la produzione effettiva fu inferiore delle previsioni nel 1982-3, grazie alla doppia caduta recessiva. Con il 1985 l’economia era grosso modo tornata ai livelli che il CBO si aspettava nel 1980:

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Congressional Budget Office, Bureau of Economic Analysis

 

L’unico aspetto per il quale l’economia era significativamente migliore di quello che ci si attendeva nel 1980 era l’inflazione, laddove il CBO si aspettava di arrivare vicino all’8 per cento, mentre in effetti si era sotto il 4 per cento. Ma questa non era una sorpresa, data la caduta inaspettatamente seria, che secondo una normale curva di Phillips avrebbe ridotto l’inflazione, come in effetti fece.

Dunque una rapida sintesi di quello che accadde durante il primo mandato di Reagan è che l’economia statunitense conobbe una crisi peggiore di quella che ognuno si aspettava, poi si riprese  con il 1985 grosso modo sino al normale andamento, con una disoccupazione in qualche modo ancora elevata. Nel complesso, fu una prestazione negativa, con centinaia di miliardi di prodotto potenziale sprecati ed un bel po’ di sofferenza gratuita per i disoccupati.

Ma sul piano della politica, ovviamente, le cose giocarono in altro modo. Poiché il prodotto stava crescendo velocemente e la disoccupazione stava calando velocemente nel 1984, quando si approssimarono le elezioni fu il “Buongiorno America!” [3]. L’economia dell’offerta era stata risarcita, il keynesismo era stato distrutto! E questa leggenda è rimasta in vita sino ad oggi.

In sostanza, fu una specie di esempio nella realtà dell’esperimento teorico di Simon Wren-Lewis del chiudere la attività economica per metà dell’economia – o in questo caso chiuderla più precisamente per pochi punti percentuali – per poi ripartire, e salutare la crescita risultante come un trionfo politico.

Penso che ci si debba preparare alla possibilità che qualcosa del genere possa accadere in Inghilterra e forse persino in Europa. Ma se anche accadrà, la risposta è continuare a lavorare intensamente sulla realtà, e ricordare che la ruota della fortuna gira. Si rammenti, ci furono soltanto 8 anni dal “Buongiorno America!” e l’altro felice slogan “E’ l’economia, stupido!” [4]



[1] Ovvero, il debito sarebbe provocato dalla lenta crescita e non il contrario.

[2] Traduzione infinitamente lunga per la arguta e sintetica espressione “chattering classes”, coniata dal giornalista inglese Auberon Waugh (1939/2001), che letteralmente significa “classi chiacchieranti”, e si riferisce ai settori più istruiti ed attivi della classe media metropolitana.

[3] Lo slogan di una fortunatissima rubrica radiofonica di quegli anni di Ronald Reagan.

[4] L’espressione “E’ l’economia, stupido!” viene attribuita a Bill Clinton (anche se effettivamente era stata in precedenza pensata dal suo esperto di comunicazioni James Carville), e, in sostanza, non mi pare che significasse molto di più che una risposta piuttosto diretta ad un suo interlocutore che sollevava qualche obiezione. Divenne però anche il simbolo della campagna elettorale vinta nel 1992 contro Bush padre, che pure aveva, nel 1991, concluso la guerra di invasione dell’Iraq con il consenso  della grande maggioranza degli americani. Dalla parte di Clinton giocò la situazione di prevalente recessione nei mesi precedenti alla elezione.

Ma dov’è la mia Fenice? (14 settembre 2013)

settembre 14, 2013

 

September 14, 2013, 12:35 pm

But Where’s My Phoenix?

Olivier Accominotti and Barry Eichengreen look at the crisis in Europe, and tell us something new. I knew that it was best viewed as a balance-of-payments crisis, not a debt crisis — a case in which large capital inflows to Europe’s periphery suddenly went into reverse. What I didn’t know was that something quite similar happened in Europe from 1919 to 1933, with huge inflows to Austria, Hungary and Germany suddenly shifting to huge outflows, and with similarly disastrous results.

One thing worth following up on, however, is an issue suggested by their use of the term “sudden stop”, which was coined by Guillermo Calvo after the Asian crisis of the 1990s. One thing Calvo went on to point out, however, was that sudden stops are often followed by “phoenix miracles,” in which the economy comes roaring back (pdf).

Seen any phoenixes lately?

The thing is, there were indeed phoenix-like recoveries after 1929-33, everywhere except France:

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Why was France different? It stayed on the gold standard. And it’s hard to avoid the notion that the absence of any phoenixes in Europe today comes from the role of the euro, which is acting as a similar constraint, only worse.

But hey, Europe has just had one quarter of (modest) growth. The euro is a triumph!

 

Ma dov’è la mia Fenice [1]

 

Olivier Accominotti e Barry Eichengreen osservano la crisi europea e ci dicono qualcosa di nuovo. Sapevo che essa era interpretabile nel migliore dei modi come una crisi da bilancia dei pagamenti e non come una crisi da debito – una caso nel quale ampi flussi di capitale verso la periferia europea all’improvviso si erano capovolti. Quello che non sapevo era che qualcosa del genere accadde in Europa dal 1919 al 1933, con grandi flussi verso l’Austria, l’Ungheria e la Germania che all’improvviso si trasformarono in grandi fughe di capitali, e con risultati similmente disastrosi.

Una cosa che merita approfondire, tuttavia, è un tema suggerito dal loro uso del termine “blocco improvviso”, che fu coniato da Guillermo Calvo dopo la crisi asiatica degli anni ’90. Quello che Calvo metteva in evidenza, tuttavia, era che i blocchi improvvisi erano spesso seguiti da “miracoli della fenice”, nei quali l’economia tornava a crescere prepotentemente (disponibile in pdf).

Si è vista qualche fenice recentemente?

Il punto è che ci furono, in effetti, riprese sul modello della fenice dopo il 1929-33, dappertutto meno che in Francia:

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Perchè in Francia fu diverso? Dipese dal gold standard. Ed è difficile evitare l’idea che la assenza di qualsiasi fenice nell’Europa di oggi dipenda dal ruolo dell’euro, che sta agendo come una limitazione simile (al gold standard, ndt), soltanto peggiore.

Ma, attenzione, l’Europa ha appena avuto un trimestre di (modesta) crescita. L’euro è un trionfo!



[1] Ovvero, dov’è il mitico uccello che nasce dalle ceneri, dov’è la riscossa?

Il duplice pensiero sulla riforma sanitaria di Obama (13 settembre 2013)

settembre 13, 2013

 

September 13, 2013, 2:45 pm

Obamacare Doublethink

I’m sure someone else has pointed this out, but there’s a fundamental contradiction at the heart of the right’s anti-Obamacare strategy — I mean, aside from the fact that it isn’t going to work, and may do immense damage both to America and to the Republican brand.

On one side, as Jonathan Cohn points out, inside the right-wing bubble it’s taken as gospel that Obamacare will be an utter, obvious disaster:

If you sincerely believe Obamacare will bankrupt the country, violate personal liberty, raise costs or ruin insurance for most Americans, and generally destroy American health care, then it’s easy to believe that it’s only a matter of time before the rest of the country demands repeal—forcing both Senate Democrats and the president to go along. It’s particularly easy to believe this if you live in the right-wing media bubble, where all of the reports about Obamacare focus on the law’s shortcomings and failures—insurance premiums going up, people losing coverage, part-time workers losing hours, and so on.

But if the right really believed this, it should be happy to let Obamacare come into existence, then collapse. The last thing Republicans should want is to let Democrats snatch victory from the jaws of defeat by provoking confrontations over the budget and the debt ceiling before the American people get to experience the nightmare of expanded insurance coverage.

In fact, politically the right is acting as if it fears that Obamacare will, in reality, be highly popular — that once the exchanges and the Medicare Medicaid expansion go into effect, people will decide that they like the new system, and strongly oppose efforts to reverse course. (This is almost surely the more realistic view.) So the law must be stopped at any cost before it goes into effect, and people learn first-hand that the anti-Obamacare propaganda was false.

So which is it? Are Republicans sure that disaster looms, or are they terrified because they suspect that things will be OK? My guess is, both: clear thinking is not exactly a hallmark of the modern GOP, and may indeed be a positive disqualification for career success.

Unfortunately, fear of Obamacare success is in the driving seat right now, and may well lead to government shutdown, debt default, or both.

 

Il duplice pensiero sulla riforma sanitaria di Obama

 

Sono sicuro che qualcun altro l’abbia notato, ma c’è una contraddizione fondamentale al cuore della strategia della destra contro la riforma della assistenza sanitaria di Obama – voglio dire, a parte il fatto che non è destinata a funzionare e può provocare un immenso danno sia all’America che al buon nome dei Repubblicani.

Da una parte, come mette in evidenza Jonathan Cohn, dentro la bolla della destra il fatto che la riforma sanitaria sarà un disastro chiaro ed assoluto è considerato come un vangelo.

“Se credete sinceramente che la riforma sanitaria manderà il paese in bancarotta, violerà la libertà personale, alzerà i costi o manderà in rovina l’assicurazione per gran parte degli americani e in generale distruggerà l’assistenza sanitaria negli Stati Uniti, allora è facile credere che sia solo una questione di tempo, prima che il resto del paese ne chieda l’abrogazione –  costringendo sia il Senato che il Presidente che i democratici a procedere. E’ particolarmente facile credere questo se vivete dentro la bolla mediatica della destra, dove tutti i resoconti sulla riforma sanitaria si concentrano sulle manchevolezze e sui fallimenti della legge – i premi assicurativi che salgono, la gente che perde l’assistenza, i lavoratori a part-time che perdono ore, e così via.”

Ma se la destra credesse realmente in questo, dovrebbe essere felice di lasciar entrare in vigore la riforma della assistenza di Obama [1], per poi farla collassare. L’ultima cosa che i repubblicani dovrebbero volere è lasciare che i democratici trasformino una sconfitta in una vittoria, per effetto degli scontri provocatori sul bilancio e sul tetto del debito, prima che gli Americani facciano l’esperienza dell’incubo di una copertura assicurativa ampia.

Di fatto, la destra si sta comportando come se temesse che Obama, in realtà, sarà molto popolare – che una volta che i cambiamenti e l’ampliamento di Medicaid entreranno in funzione, la gente deciderà che il nuovo sistema è di suo gradimento, e si opporrà con forza ad un capovolgimento dell’indirizzo (questo è quasi sicuramente il punto di vista più realistico). Dunque la legge deve essere bloccata ad ogni costo prima che entri in funzione e la gente capisca con facilità che la propaganda contro la riforma di Obama era falsa.

Quale è il punto, dunque? I repubblicani sono sicuri che un disastro sia imminente, o sono terrorizzati dal sospetto che le cose andranno per il verso giusto? Io penso entrambe le cose: il pensiero chiaro non è esattamente il segno caratteristico del Partito Repubblicano odierno, e può anzi essere un sicuro demerito per il successo delle carriere.

Sfortunatamente, la paura di un successo di Obama in questo momento è il dato prevalente [2],  e può ben condurre ad un blocco delle funzioni di governo, ad un default del debito, o ad entrambi.



[1] La legge di riforma della assistenza sanitaria, come è noto, non è ancora integralmente in funzione. Essa infatti prevedeva alcune procedure preliminari (ad esempio, una dichiarazione da parte delle società di assicurazione dei costi previsti per le polizze nelle varie aree del paese) e prevedeva anche che il sistema dei sussidi pubblici finalizzato a consentire ai meno abbienti di acquistare l’assicurazione, entrasse in funzione nel contesto del bilancio dell’anno 2013. Quest’ultima è anche la ragione per la quale i repubblicani minacciano di bloccare il bilancio del 2013 attraverso la non approvazione del cosiddetto ‘tetto del debito’ (vedi note sulla traduzione a “debt ceiling”): in quel modo si otterrebbe implicitamente anche il “defunding” della riforma sanitaria.

[2] “Driving seat” è il posto di comando, la guida di un veicolo.

Tobin e la stretta (per esperti) (13 settembre 2013)

settembre 13, 2013

 

September 13, 2013, 9:36 am

Tobin and the Taper (Wonkish)

An interesting article by Matthew Klein in Bizweek about why Mike Woodford is in favor of a Fed taper, even as he calls for much more aggressive forward guidance to the effect that short-term rates will stay low for a long time. What’s that about?

In part, it’s part of a continuing debate, going back to the 90s, over what to do in the face of the zero lower bound. On one side were me, Woodford, Lars Svensson, and others, arguing that the central bank should try to gain leverage by promising to keep rates low — by credibly promising to be irresponsible, as I said in 1998. (Self-promoting memo: I do think this literature started with my 1998 paper, not the excellent Eggertsson and Woodford 2003 piece.) On the other side were Bernanke and the Fed staff, who argued that the job could be done simply by having the Fed change the composition and maybe size of its balance sheet, the strategy we’ve come to know as quantitative easing.

 

Woodford has been arguing for some time that the balance-sheet approach is inadequate, and I agree. But why does he think QE, or at any rate expansion of the Fed’s balance sheet, is positively harmful? I’m not sure. But the discussion has led me to do something I should have done some time ago, and recast the QE debate in terms of a Tobin-style framework (pdf).

What Tobin suggested was that we think of financial market in terms of a sort of ultra-short-term equilibrium, before changing asset prices have time to have any effect on the real economy. In that case, asset prices must adjust to make people willing to hold the asset stocks currently out there; so it’s a sort of restricted general equilibrium.

To think of Fed policy in our current situation, you can imagine a financial equilibrium in which there are three assets: short-term Treasuries/monetary base — which are equivalent and yield an approximately zero rate of interest; long-term Treasuries; and mortgage-backed securities. There are two interest rates that clear the markets — the rates on Treasuries and MBS (the third rate is fixed at zero). And Walras’s Law tells us that if the markets for Treasuries and MBS clear, so does the market for short-term assets.

The normal assumption is that the three assets are gross substitutes. This implies a picture like this:

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Short-term financial equilibrium

Other things equal, a rise in the interest rate on Treasuries reduces the demand for MBS, requiring a compensating — but smaller — rise in the rate on MBS, and vice versa. Hence the two equilibrium schedules.

Now, suppose the Fed wants to boost the economy. To do that, it must reduce private-sector borrowing rates — here, the rate on MBS. And it can do that directly, by buying MBS. This is a swap of short-term assets for MBS, and shifts the MBS equilibrium schedule left:

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Fed purchases of MBS

What the Fed has been doing recently, however, is something else: buying long-term Treasuries. This looks like this:

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Fed purchases of Treasuries

This should indirectly reduce the interest rate on MBS, but maybe not by much. If MBS and Treasuries are poor substitutes, the MBS curve may be very steep; and if Treasuries and short-term assets are close substitutes, the Treasury curve may not move much. I’m pretty sure Woodford believes in the second point, as do I; Krishnamurthy and Vissing-Jorgenson (pdf) have been strongly arguing for the first. (Incidentally, KV seem to have backed off an earlier claim that Fed purchases of Treasuries may actually drive up rates on MBS. This is possible, but it requires that the two asset classes aren’t just poor substitutes, they’re complements, which is possible but is awfully strong.)

 

So you can see why Woodford is skeptical about QE, although I still don’t see where the size of the Fed’s balance sheet becomes an actual negative. KV argue that safe assets provide useful services, so that the Fed hurts the economy by taking them off the public’s hands. OK, I guess, but not the kind of effect the safe-asset-shortage crowd is talking about.

On the whole, I’m sympathetic to skepticism about the effectiveness of QE, predictably. After all, I’ve been arguing for forward guidance instead for 15 years. On the other hand, right now investors are not making a clear distinction between QE and forward guidance; taper talk has been accompanied by a clear shift in expectations toward the notion that the Fed will raise short-term rates sooner rather than later. So I wouldn’t be tapering now — it sends a bad signal at a time when recovery remains very weak and fragile.

 

But interesting stuff, anyway — and I do love the chance to roll out my old Tobin lore.

 

Tobin e la stretta (per esperti) [1]

 

Un interessante articolo di Matthew Klein sul blog Bizweek sul perché Mike Woodford è a favore di una stretta da parte della Fed, anche se chiede un molto più aggressivo annuncio dell’orientamento per il futuro, per fare in modo che i tassi di interesse a breve termine restino bassi per un tempo lungo. Cosa riguarda questo tema?

In parte, siamo nell’ambito di una discussione che prosegue, tornando agli anni ’90, su cosa fare a fronte del limite inferiore di zero. Da una parte c’era il sottoscritto, Woodford, Lars Svensson ed altri, che sostenevamo che la banca centrale doveva cercare di ottenere influenza promettendo di tenere bassi i tassi di interesse – promettendo in modo credibile di essere irresponsabile, come io dissi nel 1998 (un appunto di autopromozione personale: penso proprio che questa letteratura ebbe inizio con il mio saggio del 1998, piuttosto che con l’eccellente articolo di Eggertsson e Woodford del 2003). Dall’altra parte c’era Bernanke e lo staff della Fed, che sostenevano che si doveva fare semplicemente il lavoro  di ottenere un mutamento nella composizione e forse della dimensione del bilancio patrimoniale della Fed, la strategia che abbiamo poi conosciuto come Facilitazione Quantitativa [2].

Woodford ha sostenuto per un certo periodo che l’approccio del bilancio patrimoniale era inadeguato, ed io concordo. Ma perché egli pensa che la Facilitazione Quantitativa, o comunque una espansione  del bilancio patrimoniale della Fed, sia sicuramente dannosa? Non ne sono sicuro. Ma il dibattito mi ha spinto a fare qualcosa che avrei dovuto fare tempo fa, e reimpostare il dibattito sulla Facilitazione Quantitativa nei termini di uno schema del genere di quelli di Tobin (disponibile in pdf).

Quello che Tobin mi aveva suggerito era che noi pensiamo al mercato finanziario nei termini di una specie di equilibrio a brevissimo termine, prima che il mutamento nei prezzi degli assets abbia tempo per provocare un qualche effetto sull’economia reale. In quel caso, i prezzi degli assets devono adattarsi a rendere le persone desiderose di detenere i quantitativi di assets che sul momento non hanno; cosicché è una specie di equilibrio generale ristretto.

Per pensare alla politica della Fed nella situazione attuale, si può immaginare un equilibrio finanziario nel quale ci siano tre assets: i buoni del Tesoro a breve termine o la base monetaria – che sono equivalenti e rendono approssimativamente un tasso di interesse pari a zero; buoni del tesoro a lungo termine [3]; titoli garantiti da mutui ipotecari. Ci sono due tassi di interesse che mettono in equilibrio i mercati – i tassi (a lungo termine) del Tesoro ed i titoli garantiti da ipoteche (il terzo tasso è stabilito a zero). E la legge di Walras [4] ci dice che se i mercati per i buoni del Tesoro e per i titoli garantiti da ipoteche sono in equilibrio, lo stesso deve essere per il mercato degli assets a breve termine.

Il normale assunto è che questi tre assets sono in generale dei sostituti. Questo implica un quadro come questo:

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Equilibrio finanziario a breve termine

 

A parità degli altri fattori, una crescita nei tassi di interesse nei buoni del Tesoro riduce la domanda per i titoli, chiedendo come compensazione – ma più piccola – una crescita nei tassi dei titoli, e viceversa. Di conseguenza i due piani dell’equilibrio.

Ora, supponiamo che la Fed voglia dare un spinta all’economia. Per farlo, deve ridurre i tassi di indebitamento del settore privato – in questo caso, i tassi sui titoli (MBS). E può farlo direttamente, acquistando titoli (MBS). Questo è uno scambio tra assets a breve termine e titoli, e sposta verso sinistra il piano di equilibrio dei titoli:

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Acquisti da parte della Fed di titoli garantiti da ipoteche

 

Quello che la Fed ha fatto di recente, tuttavia, è stato qualcosa di ancora diverso: acquistare i buoni del Tesoro a lungo termine. Il che appare in questo modo:

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Acquisti di buoni del Tesoro (a lungo termine) da parte della Fed

 

Questo potrebbe ridurre i tassi di interesse sui titoli, ma non di molto. Se i titoli (MBS) ed i Buoni del Tesoro valgono l’uno per l’altro [5], la curva dei titoli (MBS) può essere molto ripida; se i buoni del Tesoro a lungo termine e quelli a breve sono dei quasi-sostituti, la curva dei buoni a lungo termine può non spostarsi di molto. Sono quasi certo che Woodford creda nella seconda possibilità, come me; Krishnamurthy e Vissing-Jorgenson (disponibili in pdf) hanno fortemente sostenuto la prima possibilità.  (Per inciso, Krishnamurthy e Vissing-Jorgenson sembrano aver fatto una passo indietro da una precedente tesi secondo la quale gli acquisti di Buoni del Tesoro a lungo termine da parte della Fed poteva effettivamente spingere in alto i tassi sui titoli (MBS). E’ una cosa possibile, ma richiede che le due classi di assets non siano meri sostituti, ma complementi, il che è possibile ma dannatamente forte).

Si può dunque vedere per quale ragione Woodford sia scettico sulla Facilitazione Quantitativa, sebbene io ancora non veda dove la dimensione del bilancio patrimoniale della Fed diventi effettivamente un fattore negativo. Krishnamurthy e Vissing-Jorgenson sostengono che assets sicuri forniscano un servizio utile, cosicché la Fed farebbe un danno all’economia tenendoli fuori dalle mani del pubblico. Suppongo sia vero, ma non quel genere di effetto di cui  la gente della ‘mancanza di assets sicuri’  sta parlando.

Complessivamente, sono in sintonia con lo scetticismo sulla prevedibile efficacia della Facilitazione Quantitativa. Dopo tutto, mi sono piuttosto pronunciato da 15 anni per un indirizzo ardito. D’altra parte, in questo momento gli investitori non stanno facendo molta differenza tra la Facilitazione Quantitativa ed un indirizzo più ardito; i discorsi sulla restrizione sono stati accompagnati da un chiaro spostamento nelle aspettative, verso un’idea per la quale la Fed eleverà i tassi a breve termine rapidamente, piuttosto che tardivamente. Dunque non farei alcuna restrizione in questo momento – essa manda un cattivo segnale in un periodo nel quale la ripresa resta molto debole e fragile.

Ma si tratta in ogni modo di cose interessanti – e mi fa piacere la possibilità di presentare per la prima volta la mia antica ispirazione sul modello di Tobin.



[1] La traduzione di questo post è forse frutto di mera ostinazione da parte del traduttore. Può darsi che qualcuno, correggendo i miei errori e le mie imprecisioni, riesca a comprenderlo …. Direi per “molto esperti”.

[2] Per “quantitative easing” vedi note sulla traduzione.

[3] Traduciamo con Buoni del Tesoro quelli che negli Stati Uniti sono i vari strumenti di finanziamento del debito. Se ben capisco, essi si distinguono a secondo della durata della loro maturazione in questo modo: i Treasury bills, che maturano in un anno o due e i cui interessi sono pagati alla maturazione; i Treasury notes, che maturano in un periodo da due a dieci anni, che danno diritto al un coupon ogni semestre; i Treasury bonds che maturano in un periodo più lungo, dai venti ai trenta anni, normalmente trenta, ed anch’essi danno diritto ad un coupon ogni semestre; ed, infine, i Treasury inflation-protected bills, che sono corretti sulla base dell’andamento dell’inflazione e danno diritto a coupons che variano in relazione all’inflazione.  Spesso sono genericamente definiti Treasuries, da quanto comprendo a prescindere dalle loro caratteristiche specifiche. Mi pare, invece, che i Titoli garantiti da ipoteche siano obbligazioni di tipo privato, che non sono emesse dal Tesoro del Governo Federale.

Per cui, quello cui Krugman si riferisce scrivendo di tre categorie di assets dovrebbe essere interpretato in questo modo: i primi Treasuries di cui parla dovrebbero essere i “bills”, gli altri a lungo termine dovrebbero essere i “Treasury bonds” di solito trentennali; i terzi sono i MBS.

Interpreterei i tre diagrammi in questo modo: sulle ordinate ci sono i possibili valori crescenti dei Treasuries bonds e sulla linea delle ascisse i valori possibili del Titoli garantiti da ipoteche. L’andamento delle ‘curve’ interne (MBS e Treasury) dovrebbe essere indicativo sempre dei Treasuries bonds, oltre che naturalmente dei Titoli o MBS. In tutti e tre i diagrammi non dovrebbero comparire quelli che abbiamo riportato come “bills”, ovvero obbligazioni a breve termine, in quanto si è assunto che il loro tasso di interesse sia ‘stabilito’ pari a zero, equiparato alla base monetaria.

[4] A fronte di bilanci limitati non può esservi nei mercati domanda od offerta in eccesso per beni specifici, ovvero se c’è un equilibrio complessivo di bilancio ci devono essere equilibri anche nei vari mercati dei beni.

[5] “poor substitute” significa “controfigura”. Che mi pare indichi una equivalenza; mentre i “close substitutes”  di cui si parla subito dopo dovrebbe essere una “quasi-equivalenza” o una “forte sostituibilità” (tra i beni, ad esempio, pane e pasta sono considerati “close substitutes”).

Morire di un tweet (13 settembre 2013)

settembre 13, 2013

 

September 13, 2013, 8:55 am

Death By Tweet

I don’t tweet. But, you may ask, what about that Twitter account? That’s a robot — it’s just tweeting the titles of blog posts. And I do blog a lot:

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But 140-character reflections on what I just ate, or something, not. Why?

One reason is that I have better things to do with my time. Another is that I don’t think my instant reactions to things are especially interesting. But I have to admit that I’ve also been aware for some time how many people end up destroying themselves by tweeting something really offensive.

Why do people do this? Well, it turns out that many prominent people have inner demons of one kind or another — often homophobia, but also racism, sexism, or just some kind of generalized contempt for large numbers of other people. And social media make it all too easy for those demons to slip out in front of a large audience.

I don’t think I have any demons like that, but who knows? And if I do make uncomfortable discoveries about myself, I’d like to do it in private, thank you.

 

Morire di un tweet [1]

 

Io non ‘twitto’. Ma, potete chiedermi, cosa ci dici dell’account di Twitter? Quello è un robot – riguarda solo il ‘twittare’ i posts del blog. Ed io uso molto il blog [2]:

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Ma (non ho l’abitudine)  di scrivere in 140 caratteri su quello che ho appena mangiato, o qualcosa del genere. Perché?

Un ragione è che ho cose migliori da fare col mio tempo. Un’altra è che non penso che le mie reazioni istantanee siano particolarmente interessanti. Ma devo anche ammettere che sono consapevole da un po’ di tempo di come molta gente finisca col distruggersi ‘twittando’ cose davvero offensive.

Perché la gente fa questo? Ebbene, si scopre che molti eminenti persone hanno in sé demoni profondi di un qualche tipo – spesso l’omofobia, ma anche il razzismo, il sessismo, o un qualche genere di disprezzo generalizzato nei confronti  di un gran numero di altri individui. Ed i social network rendono anche troppo facile per questi demoni il venir fuori dinanzi a un grande pubblico.

Io non penso di avere demoni di quel genere, ma chi lo sa? E se dovessi fare scoperte sconfortanti su me stesso, preferirei farle in privato, grazie.



[1] Ovvero, di un cinguettio.

[2] La foto successiva deriva da un curioso blog di economisti che pubblicano foto di gatti con scherzosi significati economici. Questa ha il titolo: “I gatti DeLong e Krugman, connessi l’uno all’altro”.

Incerti all’OCSE (12 settembre 2013)

settembre 12, 2013

 

September 12, 2013, 10:28 am

Uncertain at the OECD

One of the distinguishing features of economic discourse since 2008 has been the remarkably destructive role played by most, though not all, international technocrats. In the face of high unemployment and low inflation, key institutions — the European Commission, the Bank for International Settlements, the OECD — have consistently called for policies that would depress advanced economies even more.

What’s been interesting about these recommendations is that they do not, as you might expect, come from a rigid application of conventional economic models. Conventional models, after all, say that contractionary fiscal policy is contractionary, and should not be undertaken at a time when those adverse effects can’t be offset with looser monetary policy. And for sure, conventional models don’t say that you should raise interest rates in the face of high unemployment and low inflation. Yet somehow people at these institutions decided that tightening both fiscal and monetary policy was the thing to do, making up stories on the fly — I wouldn’t call them models — to justify their demands.

I guess we should just call these people crats, since the techno got thrown out the window and replaced by intuition, or something.

Anyway, the OECD is either the worst or the second-worst offender — the BIS gives it a run for the (tight) money; back in 2010 it was among the most eager pushers of fiscal austerity, even as it also called for a sharp rise in policy interest rates. That didn’t happen, but the austerity did. According to the OECD’s own estimates, the “underlying primary balance” of the eurozone as a whole has gone from significant deficit to significant surplus since 2009, a swing of about 4 percent of GDP. Given what we now know about multipliers, this should have depressed eurozone GDP by at least 5 percent, and probably more, relative to what would have happened without austerity.

 

And sure enough, the EZ has done very badly, with protracted recession and weak growth even when it’s growing. So what could explain this?

Why, it must be uncertainty, says the chief economist of the OECD. What else could it possibly be?

 

Incerti all’OCSE

 

Uno degli aspetti distintivi del dibattito economico a partire dal 2008 è stato il considerevole ruolo distruttivo giocato da gran parte dei tecnocrati internazionali, sebbene non da tutti. A fronte di una elevata disoccupazione e di una inflazione bassa, istituzioni chiave – la Commissione Europea, la Banca Internazionale dei Regolamenti e l’OCSE – si sono costantemente pronunciate per politiche che avrebbero ancor più depresso le economie avanzate.

Quello che è interessante a proposito di queste raccomandazioni è che esse davvero non derivano, come ci si potrebbe aspettare, da una rigida applicazione di modelli economici convenzionali. I modelli convenzionali, dopo tutto, dicono che una politica restrittiva della spesa pubblica è restrittiva, e non dovrebbe essere intrapresa in un periodo nel quale quegli effetti negativi non possono essere bilanciati da una politica monetaria più lassista. E di certo i modelli convenzionali non dicono che si dovrebbero elevare i tassi di interesse a fronte di alta disoccupazione e di bassa inflazione. Tuttavia, in qualche modo le persone di queste istituzioni hanno deciso che una restrizione sia delle politica monetaria che di quella della spesa pubblica erano le cose da fare, inventandosi su due piedi racconti – non vorrei definirli modelli – per giustificare le loro richieste.

Penso che dovremmo proprio chiamarli “burocrati globali” [1], dal momento che buttano la tecnica fuori dalla finestra e la rimpiazzano con le intuizioni, o qualcosa di simile.

In ogni modo, l’OCSE è la peggiore responsabile (o la seconda in graduatoria) – la Banca Internazionale dei Regolamenti gli ha dato una lunghezza per l’aspetto monetario (della restrizione); nel passato 2010 era uno dei più appassionati sostenitori della austerità nelle finanze pubbliche, anche se si era anche pronunciata per un brusca crescita dei tassi di interesse di riferimento. Secondo le stesse stime dell’OCSE, il “bilancio primario sottostante [2]” dell’eurozona nel suo complesso è passato da un significativo deficit ad una significativo avanzo a partire dal 2009, una oscillazione di quasi il 4 per cento del PIL. Dato che ora conosciamo l’effetto dei moltiplicatori, questo avrebbe depresso il PIL dell’eurozona almeno del 5 per cento, e probabilmente di più, in rapporto a quanto sarebbe accaduto senza austerità.

Ed è abbastanza evidente che l’Eurozona ha avuto una pessima prestazione, con una recessione prolungata e con una debole crescita anche ora che sta crescendo. Dunque, cosa potrebbe spiegare tutto questo?

Perché, dice il capo degli economisti dell’OCSE, deve essere l’incertezza. Suvvia, cos’altro potrebbe mai essere?



[1] E’ una delle soluzioni offerte da UrbanDictionary, che più precisamente la definisce come una espressione “proveniente dal linguaggio mondiale della burocrazia, ed indica una persona ossessionata dalle procedure, dai capitoli, mentre tutto intorno le cose non funzionano”. Ma “crat” significa anche più semplicemente “infido e sciocco”, sempre secondo Urban.

[2] Per bilancio primario si intende, proprio su definizione dell’OCSE, l’indebitamento netto di un Governo, esclusi i pagamenti sugli interessi e le passività consolidate.

Discutendo sui blog di una Compagnia di assicurazioni con un esercito (12 settembre 2013)

settembre 12, 2013

 

September 12, 2013, 4:04 pm

Insurance Company With An Army Blogging

A short piece on yours truly in Bloomberg Businessweek online, in which I learn that I’m a gnome. Also, that Jeff Sachs, whose analysis and motives become increasingly mysterious, thinks that I don’t pay enough attention to wasteful government spending. And that calls, I think, for a couple of reminders.

First, if we’re talking about current federal spending, outside defense — which isn’t part of this discussion — where is the major waste? As we need to remember now and then, the federal government is basically an insurance company with an army, and the insurance side isn’t bad. Nondefense spending is dominated by Social Security, which is highly efficient; Medicare, which could do better, but is more efficient than private insurance; and Medicaid, which is much more cost-effective than private insurance. I’m sure that if you look through nondefense discretionary spending you’ll find some waste, but no more than in any large organization.

More broadly, the US spends twice as much on health care as other advanced countries, with no better results — and that disparity is the result of private-sector, not public-sector, waste.

Now, Sachs might be talking about possible stimulus spending. But here the point is that it’s hard to waste resources more thoroughly than by leaving them idle; hiring the unemployed and putting them to work doing something is a huge improvement, even if it isn’t the best possible project.

So whenever you hear someone talk about “wasteful government spending”, demand that he be specific — and in particular, that he explain wasteful relative to what. There aren’t any good answers.

 

Discutendo sui blog di una Compagnia di assicurazioni con un esercito

 

Un piccolo pezzo sul sottoscritto su Bloomberg Businesswork Online, col quale apprendo  di essere uno gnomo. Ed anche che Jeff Sachs, la cui analisi e le cui ragioni diventano sempre più misteriose, pensa che io non presti sufficiente attenzione allo spreco nella spesa pubblica. Il che mi chiama, penso, ad un paio di promemoria.

Il primo, se stiamo parlando della attuale spesa federale, tenendo fuori la difesa – che non fa parte di questo dibattito – qual è lo spreco importante? Come ogni tanto c’è bisogno di ricordare, il Governo Federale è fondamentalmente una “compagnia assicuratrice con un esercito [1]“, e l’aspetto della assicurazione non è quello cattivo. La spesa pubblica al netto della Difesa è dominata dalla Previdenza Sociale [2], che è altamente efficiente; da Medicare, che potrebbe far meglio ma è più efficiente di una assicurazione privata, e da Medicaid, che è molto più efficace dal loro dei costi di una assicurazione privata. Sono certo che se guardate dentro la spesa facoltativa (esclusa la Difesa) troverete qualche spreco, ma non più che in ogni grande organizzazione.

Più in generale, gli Stati Uniti spendono due volte di più degli altri paesi avanzati sulla assistenza sanitaria, con risultati non migliori – e quella disparità è il risultato dello spreco del settore privato, non di quello pubblico.

Ora, potrebbe darsi che Sachs stia parlando di una possibile spesa pubblica per le azioni di sostegno all’economia. Ma in quel caso il punto è che è difficile sprecare risorse in modo più meticolose che lasciandole inerti; assumere i disoccupati e metterli a fare qualsiasi cosa è un grande miglioramento, anche se non è il miglior progetto possibile.

Dunque, ogni volta che sentite qualcuno parlare dello “spreco della spesa pubblica”, chiedetegli di essere preciso –   e in particolare di spiegare a quale spreco si riferisce. Non c’è alcuna buona risposta.



[1] E’ una definizione che Krugman ha dato molte volte.

[2] Per “Social Securuty” vedi le note sulla traduzione.

Wynnie Godley e l’idraulica (12 settembre 2013)

settembre 12, 2013

 

September 13, 2013, 11:18 am

Wynne Godley and the Hydraulics

A slightly belated reaction to Jonathan Schlefer’s interesting piece on the revived influence of Wynne Godley. There will, I’m sure, be a lot of argument about whether Godley’s approach was actually superior to somewhat more mainstream approaches. But I was struck by Schlefer’s characterization of Godley’s approach:

In mainstream economic models, individuals are supposed to optimize the trade-off between consuming today versus saving for the future, among other things. To do so, they must live in a remarkably predictable world.

Mr. Godley did not see how such optimization is conceivable. There are simply too many unknowns, he theorized.

Instead, Mr. Godley built his economic model around the idea that sectors — households, production firms, banks, the government — largely follow rules of thumb.

What you might not realize from this passage is that Godley’s notion that we should represent behavior by rules of thumb isn’t something new — it’s something old, which got driven out of macroeconomics. The “hydraulic Keynesianism” of the 1950s was all about viewing the economy as a kind of mechanism in which consumer behavior could be represented by an ad hoc consumption function, investment behavior by an ad hoc investment function, and so on. This produced a more or less mechanistic view of the economy, and AW Phillips famously represented hydraulic macro with a literal hydraulic mechanism.

So why did hydraulic macro get driven out? Partly because economists like to think of agents as maximizers — it’s at the core of what we’re supposed to know — so that other things equal, an analysis in terms of rational behavior always trumps rules of thumb. But there were also some notable predictive failures of hydraulic macro, failures that it seemed could have been avoided by thinking more in maximizing terms.

First involved consumption spending. Conventional Keynesian consumption functions suggested that the savings rate would rise as incomes rose — and this wasn’t just the Keynesian interpreters, Keynes himself made the same claim. This, in turn, led to predictions of rising savings rates after World War II, and hence a persistent shortage of demand — hence the secular stagnation theory briefly prominent. (There was even an early Heinlein novel built in part around the secular stagnation theory. As I recall, it was pretty bad.)

In fact, however, savings rates don’t seem to follow the naive consumption function at all; they rise in booms, and are higher for the wealthy, but exhibit no secular trend. And Milton Friedman appeared to explain this paradox by arguing that people are more less rational: they base consumption on “permanent income”, a reasonable estimate of long-run income, and save temporary fluctuations in income.

The second big problem involved inflation. We can argue how many economists really believed in a stable tradeoff between inflation and unemployment, but that’s certainly what got taught to many students. In came Friedman and Phelps to argue that rational price-setters would build expected inflation into their choices, so that sustained low unemployment would produce accelerating inflation. And the stagflation of the 70s seemed to vindicate their argument.

You could argue, and I would, that the rebellion against hydraulic macro went much too far. It’s not at all clear how much good the whole apparatus of maximizing behavior in New Keynesian models really does, and to the extent that such models do seem more or less to work, it’s only by making some ad hoc behavioral assumptions that are grafted on to the rest of the structure.

But it is kind of funny to see a revival of old-fashioned macro hailed, at least by some, as the key to a reconstruction of the field.

 

Wynnie Godley  [1]  e l’idraulica

 

Una reazione un po’ tardiva all’interessante pezzo di Jonathan Schlefer sulla  risuscitata influenza di Wynne Godley. Ci sarà, ne sono certo, un bel po’ di discussione sulla idea che l’approccio di Godley fosse effettivamente superiore ad approcci in qualche modo più convenzionali. Ma sono stato colpito dalla caratterizzazione dell’approccio di Godley da parte di Schlefer:

“Nei modelli economici convenzionali, si suppone che gli individui, tra le altre cose, ottimizzino il bilanciamento tra i consumi di oggi ed i risparmi per il futuro. Per farlo, essi devono vivere in un mondo considerevolmente prevedibile.

Godley non capiva come tale ottimizzazione fosse concepibile. Egli teorizzò che c’erano semplicemente troppe cose sconosciute.

Invece, Godley costruì il suo modello sull’idea che i settori – le famiglie, le aziende produttive, lea banche, il Governo – in gran parte seguivano regole empiriche.”

Quello che si potrebbe non capire da questo passaggio è che l’idea di Godley secondo la quale si dovrebbe rappresentare il comportamento attraverso regole empiriche non è nuova – è qualcosa di vecchio, che venne messo al bando dalla teoria economica. Il cosiddetto “keynesismo idraulico” degli anni ’50 riguardava per intero il considerare l’economia come un tipo di meccanismo nel quale il comportamento del consumatore poteva essere rappresentato attraverso una funzione ad hoc del consumo, quello dell’investimento come una funzione ad hoc dell’investimento, e così via. Questo produceva una visione dell’economia più o meno meccanicistica, e A. W. Phillips [2] rappresentò, in modo che restò famoso, la macroeconomia idraulica esattamente come un meccanismo idraulico.

Dunque, perché la macroeconomia idraulica venne messa al bando? In parte perché agli economisti  piaceva pensare agli ‘agenti’ [3] come massimizzatori – questo è il punto cruciale di quello che crediamo di conoscere – cosicché, a parità delle altre condizioni,  una analisi nei termini del comportamento razionale è superiore alle regole empiriche. Ma ci furono anche alcuni memorabili fallimenti previsionali della macroeconomia idraulica, fallimenti che sembrò potessero essere evitati pensando di più in termini di massimizzazione.

Il primo riguardò la spesa per consumi. Le convenzionali funzioni keynesiane del consumo suggerivano che il tasso di risparmio sarebbe cresciuto come fossero cresciuti i redditi – e questo non era corretto (…. [4]) gli interpreti keynesiani e Keynes stesso sostennero il medesimo argomento. Questo, a sua volta, portò alla previsione di tassi di risparmio crescenti dopo la Seconda Guerra Mondiale – di conseguenza alla teoria di una stagnazione secolare, che per un breve periodo divenne importante (ci fu anche un racconto – dello scrittore di fantascienza ndt – Heinlein costruito in parte attorno alla teoria della stagnazione che, per quanto ricordo, era piuttosto brutto).

Di fatto, tuttavia, i tassi di risparmio non sembra che seguano affatto l’ingenua funzione del consumo;  essi crescono con esplosioni, e sono più elevati per i ricchi, senza mostrare alcuna tendenza secolare. Milton Friedman parve spiegare questo paradosso sostenendo che le persone sono molto meno razionali [5]: basano i consumi sul “reddito permanente”, una stima ragionevole del reddito di lungo periodo, e fanno salve le fluttuazioni temporanee nei redditi.

Il secondo grande problema riguardò l’inflazione. Noi possiamo discutere su come molti economisti hanno davvero creduto in un bilanciamento stabile tra l’inflazione e la disoccupazione, ma questo è sicuramente quello che è stato insegnato a molti studenti. Ci vollero Friedman e Phelps per spiegare che i razionali definitori dei prezzi avrebbero incorporato l’inflazione attesa dentro le loro scelte, cosicché una prolungata bassa disoccupazione avrebbe prodotto una inflazione accelerata.  E la stagflazione degli anni ’70 sembrò  dare conferma al loro argomento.

Si potrebbe sostenere, sarei tentato di farlo, che l ribellione contro la macroeconomia idraulica andò troppo lontano. Non è affatto chiaro quanto bene realmente faccia l’intero apparato del comportamento massimizzante nei modelli neokeynesiani, e nella misura in cui tali modelli sembrano davvero più o meno funzionare, è solo avanzando alcuni assunti comportamentali ad hoc che sono innestati sul resto della struttura.

Ma è una cosa curiosa assistere ad un revival di un’economia passata di modo che viene salutata, almeno da alcuni, come la cosa cruciale nella ricostruzione della disciplina.



[1] Wynne Godley (Londra, 2 settembre 1926 – 13 maggio 2010) è stato un economista britannico, noto per il suo pessimismo verso l’economia britannica ed il suo criticismo nei confronti del governo Britannico. Nato a Londra, frequentò la Rugby School per poi studiare politica, filosofia ed economia al New College di Oxford, dove Isaiah Berlin fu uno dei suoi insegnanti; si adoperò per diventare un musicista professionista, studiando al Conservatorio di Parigi per tre anni e diventando primo oboista alla BBC Welsh Orchestra. Tuttavia l’ansia da palcoscenico lo fece desistere dal proseguire la carriera di musicista, anche se rimase interessato alla musica e fu direttore della Royal Opera dal 1976 al 1987.  Dopo la conclusione della sua carriera musicale diventò un economista alla Metal Box ed in seguito, dal 1956 al 1970, lavorò al tesoro dove si occupò di problemi di politica macroeconomica e previsioni a breve termine, mediando la materia economica e politica, inclusa la svalutazione del pound del 1967 sotto Harold Wilson.

Durante il suo lavoro al Tesoro incontrò Nicholas Aldor, che lo persuase ad andare all’Università di Cambridge dove diventò fellow del King’s College e direttore del dipartimento di economia applicata, anche se continuò a lavorare saltuariamente come un consulente economico governativo e fu segnalato come uno dei “Sei uomini saggi” (consulenti economici esterni) di Norman Lamont.

Predisse che il boom economico del 1973-74 sarebbe concluso e che la disoccupazione avrebbe colpito 3 milioni di persone negli anni ’80, una previsione che gli fece guadagnare il soprannome di “Cassandra dei Fens”. I suoi contributii alla politica del Tesoro furono riconosciuti da Dave Ramsden, capo consigliere economico del tesoro.

Negli anni 2000, coincidenti con un periodo di apparente e ampiamente voluta stabilità, quello che emerse da Godley fu la sua analisi precisa e la sua precognizione sulla incombente crisi economico finanziaria ed il ruolo potenziale per quello che sarebbero diventate da quel momento le direzioni politiche innovative con le quali rispondervi”.

Nel 1992 mise in guardia sul fatto che senza una politica fiscale comune che rimpiazzasse gli scambi monetari ci sarebbero stati problemi nell’eurozona. (wikipedia)

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[2] Alban William Housego “A. W.” “Bill” Phillips, (18 Novembre 1914 – 4 Marzo 1975)  fu un economista della Nuova Zelanda, famoso soprattutto per il suo contributo della “curva di Phillips” (vedi note sulla traduzione). La sua scoperta di una relazione tra disoccupazione ed inflazione, che era il punto cruciale della ‘curva’ che prese il suo nome, venne apprezzata da importanti economisti come Paul Samuelson e Robert Solow. Nel 1949 egli però concepì e costruì il MONIAC, un computer economico ‘idraulico’.  Non ho compreso esattamente in cosa consistesse questa sua seconda scoperta, ma la foto successiva mostra che ci credeva seriamente:

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[3] In economia gli ‘agenti’ sono gli attori e coloro che prendono le decisioni in un modello. Acquirenti e venditori, ad esempio, sono due ‘agenti’.

[4] Mi pare che manchi qualcosa nel testo.

[5] Anche questa è una interpretazione della traduzione. Se si voleva dire che sono “più o meno razionali” si sarebbe dovuto dire “more or less”, altrimenti, forse, si intendeva dire che sono “much less”, “molto meno”.

Cosa vuol dire togliere i finanziamenti (11 settembre 2013)

settembre 11, 2013

 

September 11, 2013, 8:40 am

What Defunding Means

As some of us have been saying, financial markets are way too complacent about the debt ceiling — which we’re going to hit in as little as five weeks. Everything Republican leaders are actually saying suggests that they intend to go full-on blackmail, holding America’s full faith and credit hostage to the sacred goal of crippling Obamacare before it gets going. Assumptions that they will in fact blink are entirely faith-based.

And this article about the plight of the near-old — those close to, but not yet at, the Medicare age — shows what it is the GOP is willing to fight for, indeed to endanger the stability of world financial markets:

THE sweeping federal health care law making its major public debut next month was meant for people like Juanita Stonebraker, 63, from Oakland, Md., who retired from her job in a hospital billing office a year and a half ago.

She was able to continue her health insurance coverage from the hospital for a time, but when she tried to find an individual policy on her own, none of the insurers she contacted would cover her because she was diabetic.

Yes: Republicans are willing to push the economy and the financial system to the edge of disaster in order to deny people like Ms. Stonebraker coverage. Awesome, isn’t it?

 

Cosa vuol dire togliere i finanziamenti

 

Come alcuni di noi stanno dicendo, i mercati finanziari sono troppo remissivi sul tetto del debito – che è dove stiamo per andare a sbattere tra appena cinque settimane. Tutto quello che i dirigenti repubblicani stanno effettivamente dicendo è che intendono andare ad un completo ricatto, tenendo la buona fede dell’America e il credito come ostaggi per il sacro obbiettivo di paralizzare la riforma della assistenza sanitaria di Obama prima che entri in funzione. L’ipotesi che alla fine strizzeranno l’occhio è completamente un atto di fede.

E questo articolo sulla situazione difficile delle persone vicine alla vecchiaia – quelli che sono vicini ma non sono ancora assistiti da Medicare – mostra per che cosa il Partito Repubblicano abbia intenzione di combattere, o meglio di mettere a rischio la stabilità dei mercati finanziari del mondo:

“La complessiva legge federale sulla assistenza sanitaria che fa  il suo debutto presso il pubblico nel prossimo mese era stata pensata per persone come Juanita Stonebraker, 63 anni di Oakland, Maryland, che era andata in pensione dal suo lavoro presso un ufficio di contabilità di un ospedale un anno e mezzo fa.

Ella era nelle condizioni di continuare con la copertura della assicurazione sanitaria da parte dell’ospedale per un certo tempo, ma quando ha cercato di trovare una polizza individuale per suo conto, nessuno degli assicuratori che ha contattato intendeva coprirla in quanto diabetica.”

Sì: i repubblicani hanno intenzione di spingere l’economia e il sistema finanziario sull’orlo di un disastro allo scopo di negare una copertura a persone come la signora Stonebraker. Terribile, no?

Licenza di ristagnare (10 settembre 2013)

settembre 10, 2013

 

September 10, 2013, 5:09 pm

License To Stagnate

A further thought on this ongoing discussion with Konczal, Baker, and Rowe over whether economies tend to self-correct. I think it’s useful to ask why, as a practical matter, conventional policy-oriented macroeconomists (myself included) used to think we could normally count on a fairly quick return to full employment after a shock — and why we shouldn’t think so anymore.

So, think about macro as David Romer presented it back in 2000 (pdf). Romer described his approach as a way to teach macro — real men were supposed to use fully specified intertemporal optimizing models with a cherry on top — but I think it’s actually the way most practical macro people actually thought and to some extent still think. You basically represent the demand side of the economy with an IS curve; you imagine that monetary policy follows some kind of Taylor rule, in which the central bank sets interest rates based on the inflation rate and possibly some measure of economic slack; and you represent the supply side of the economy with a post-Friedmanite Phillips curve in which inflation rises ever higher if the economy is operating above potential, falls ever lower if the economy is operating below potential.

This is an equilibrating system — I’m not sure if it’s exactly self-equilibrating, because part of the mechanism runs through the mind of the central bank. But anyway, suppose the economy is depressed; this will lead to steadily falling inflation, which will lead the central bank to keep cutting interest rates (and because the inflation coefficient in Taylor rules is always bigger than one, this means cutting real rates); and eventually the interest rate will fall enough to restore full employment.

So what’s wrong with this pretty picture? Two ugly zeroes.

First is the zero lower bound on the interest rate: after a sufficiently large shock, the Taylor rule may say that you should keep cutting rates, but you can’t. Second is downward nominal rigidity, which isn’t quite as binding a constraint, but does lead the Phillips curve to be non-vertical in the face of very low inflation; as an IMF study of persistent large output gaps found, even years of a deeply depressed economy tend to produce at most slow, grinding deflation, and more usually slight positive inflation, not the ever-accelerating deflation the standard model would have predicted.

 

So here’s what happens after a large negative shock to the economy: the central bank finds itself up against the zero lower bound, so that all it can do is resort to controversial unorthodox measures. It might do that, or fiscal policy might be forced into action, if the economy really were suffering from accelerating deflation; but instead all you see is low inflation, which might even lead some central bankers to declare that they were doing their job just fine.

In the Bond movies, two zeroes meant a license to kill. In monetary policy, two zeroes — the hard zero on interest rates and the soft zero on wage changes — can, all too easily, give central bankers a de facto license to let the economy stagnate, remaining far below potential for an indefinite length of time.

 

Licenza di ristagnare [1]

 

Un ulteriore pensiero sulla discussione che continua con Konczal, Baker e Rowe sul fatto se le economie tendano ad auto correggersi. Penso che sia utile chiedersi perché, da un punto di vista pratico, gli economisti tradizionali orientati verso la politica (incluso il sottoscritto) erano abituati a pensare che si sarebbe normalmente potuto far conto  su un abbastanza rapido ritorno alla piena occupazione dopo una crisi – e perché non dovremmo più ragionare in tal modo.

Dunque, pensiamo all’economia macro nello stesso modo in cui David Romer la presentava nel 2000 (disponibile in pdf). Romer descriveva il suo approccio come un modo per insegnare la macroeconomia – si supponeva che uomini in carne ed ossa utilizzassero modelli di ottimizzazione intertemporale [2] completamente specificata con una ciliegina in cima – ma io penso che si trattasse del modo più pratico nel quale effettivamente i teorici dell’economia ragionavano e in qualche misura ragionano ancora. Fondamentalmente ci si rappresenta il lato della domanda dell’economia con una curva IS [3] ; ci si immagina che la politica monetaria segua un qualche tipo di regola di Taylor, nella quale la banca centrale definisce i tassi di interesse basandosi sul tasso di inflazione e magari su qualche misura di allentamento dell’economia; e si rappresenta il lato dell’offerta con una curva di Phillips post friedmaniana, nella quale l’inflazione sale persino più in alto se l’economia sta operando sopra il suo potenziale,  e cade persino più in basso se sta operando sotto il suo potenziale.

Questo è un sistema in equilibrio – non sono sicuro che sia esattamente in auto equilibrio, perché una parte del meccanismo passa attraverso la mente della banca centrale. Ma, in ogni caso, supponiamo che l’economia sia depressa; questo porterà ad una costante caduta dell’inflazione, che porterà la banca centrale a tagliare i tassi di interesse (e poiché il coefficiente di inflazione nelle regole di Taylor è sempre maggiore di uno, questo significa tagliare i tassi di interesse reali); ed alla fine il tasso di interesse cadrà a sufficienza da ripristinare la piena occupazione.

Cosa c’è dunque di sbagliato in questo grazioso disegno? Due sgradevoli ‘zero’.

Il primo è il limite inferiore di zero sul tasso di interesse: dopo uno shock sufficientemente grave, la regola di Taylor può dire che si dovrebbe tagliare i tassi di interesse, ma non si può. Il secondo è la rigidità verso il basso (dei salari e dei prezzi), che non è così vincolante come un obbligo, ma conduce la curva di Phillips ad essere non verticale a fronte di una inflazione molto bassa; come ha scoperto uno studio del FMI su persistenti ampi differenziali di produzione, persino anni di economia profondamente depressa  tendono a produrre tutt’al più una lenta, opprimente deflazione, e più frequentemente una leggermente positiva inflazione, non la deflazione in continua accelerazione che il modello standard avrebbe previsto.

Ecco dunque quello che accade dopo uno shock ampiamente negativo nell’economia: la banca centrale si trova dinanzi al limite inferiore dello zero, cosicché  tutto quello che può fare è ricorrere  a controverse misure non ortodosse. Può farlo, o in alternativa si potrebbe  essere costretti a mettere in atto politiche della spesa pubblica, se l’economia stesse davvero soffrendo per una deflazione incalzante; ma quello a cui si assiste è invece una inflazione lenta, che potrebbe persino indurre qualche banchiere centrale a dichiarare di star svolgendo il proprio compito proprio nel migliore dei modi.

Quanto ai movimenti dei bonds, i due zeri significano una licenza di uccidere. Nella politica monetaria, i due zeri – lo zero più grave sui tassi di interesse e quello più leggero sui cambiamenti salariali – possono, anche troppo facilmente, dare di fatto ai banchieri centrali la licenza di lasciare l’economia nella stagnazione, restando molto al di sotto delle potenzialità per un tempo indefinito.



[1] Questa volta Krugman non lo premette, ma il post è sicuramente di quelli più complessi.

[2] Ovvero, soluzioni capaci di dar conto di uno dei problemi tradizionalmente più complessi della teoria economica: la rappresentazione dell’evoluzione dei comportamenti e degli eventi all’interno di un modello matematico, tendenzialmente statico. Fu, ad esempio, la ragione principale per la quale John  Richard Hicks criticò il suo stesso modello (il citatissimo, in queste pagine,  IS-LM) e prese le distanze dalla sua ricerca in un periodo successivo.

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[3] Nel modello suddetto, IS sta per Investimenti/Risparmi.

Il ‘gap di intelligenza’ e il tetto del debito (10 settembre 2013)

settembre 10, 2013

 

September 10, 2013, 3:12 pm

The Wonk Gap and the Debt Ceiling

So, are we going to have a crisis over the debt ceiling again? Everyone seems to assume that we won’t, that Republicans have learned their lesson, and that they’ll huff and puff before slinking away into the shadows. But there’s a problem: the GOP leadership has been telling the base to chill on the idea of shutting down the government to defund Obamacare, that they’ll use the debt limit instead. And so far nobody seems to have been willing to admit that this won’t work either.

And part of the problem may be, once again, the complete lack of actual policy analysis on the right. Apparently Eric Cantor is floating the idea of demanding a one-year delay in Obamacare in return for not forcing America into bankruptcy; Greg Sargent emails a Republican aide for clarification, and get this reponse:

It’s absolutely one of the possible outcomes of a debt limit negotiation, and likely given the President’s proclivity for delaying sections of this law. Whether it’s a mandate delay, or delaying the law entirely, it depends on a great deal of other factors.

OK, this represents a complete failure to understand how the health reform works. As I’ve tried to explain, three things are essential: nondiscrimination, the individual mandate, and subsidies. Other things, like the employer mandate, can be delayed without undermining the basic working of the plan. But Republicans don’t know any of that; they haven’t tried to understand Obamacare, they’ve just denounced it. And so they mistake Obama’s flexibility on side issues for a willingness to retreat on the essentials, which he won’t do.

In other words, the wonk gap might cause the GOP to stumble into disaster.

 

Il ‘gap di intelligenza’ [1] e il tetto del debito

 

Dunque, avremo ancora una crisi sul tetto del debito? Tutti sembrano pensare che non l’avremo, che i Repubblicani abbiano imparato la loro lezione, che faranno un po’ di scena [2] prima di ritirarsi furtivamente nell’ombra. Ma c’è un problema:  il gruppo dirigente del Partito Repubblicano ha detto alla base di darsi una calmata con l’idea di bloccare l’attività del Governo per togliere i finanziamenti alla riforma della assistenza di Obama, che essi piuttosto useranno il tetto del debito. E sino a questo punto nessuno sembra aver voglia di ammettere che neanche questo funzionerà.

E in parte il problema sembra consistere, ancora una volta, nella completa assenza a destra di una effettiva analisi politica. In apparenza Eric Cantor ventila l’idea di richiedere un rinvio di un anno nella (entrata in funzione della) legge sulla assistenza sanitaria in cambio del non costringere l’America alla bancarotta; Greg Sargent ha chiesto un chiarimento ad un funzionario repubblicano, ed ha ottenuto questa risposta:

“E’ certamente uno dei possibili risultati del negoziato sul tetto del debito, e considerata la propensione di Obama a rinviare settori di questa legge è probabile. Se si tratterà di un rinvio sul tema del ‘mandato’ [3], o di un rinvio della intera legge, dipenderà da un gran numero di altri fattori.”

Ebbene, questo dimostra una completa incapacità di comprendere il funzionamento della legge. Come ho cercato di spiegare, tre cose sono essenziali: la non discriminazione [4], il mandato individuale ed i sussidi [5]. Altre cose, come il mandato per i datori di lavoro [6], possono essere rinviate senza mettere a repentaglio il funzionamento fondamentale del programma. Ma i Repubblicani non ne sanno niente; essi non si sono sforzati di comprendere la legge sulla assistenza sanitaria di Obama, l’hanno solo denunciata. E così confondono la flessibilità di Obama su tematiche secondarie con la sua volontà di sconfessare le cose essenziali, che è quello che non vorrà fare.

In altre parole, il gap di intelligenza potrebbe portare il Partito Repubblicano a sbattere casualmente in un disastro.



[1] Vedi l’articolo sul New York Times dell’8 settembre 2013.

[2] “Huff and Puff”, respirare rumorosamente, affannarsi, sbuffare per lamentarsi.

[3] Ovvero sulla parte della legge che stabilisce una ‘delega’ – in sostanza un obbligo, per tutti i cittadini ad acquistare la assicurazione sanitaria.

[4] Ovvero, la non discriminazione sui costi delle polizze assicurative, a danno di coloro che hanno maggiori patologie sanitarie.

[5] Ovvero, i contributi ai cittadini meno abbienti per poter far fronte ai costi delle assicurazioni obbligatorie.

[6] Ovvero, la delega per le imprese – per le più grandi – ad acquistare assicurazioni sanitarie per i dipendenti.

Oh sì, possono (10 settembre 2013)

settembre 10, 2013

 

September 10, 2013, 2:44 pm

Oh Yes They Can

One of the things you have to get used to if you want to debate real economic policies (or real policies in any area, I suppose) is that people will make arguments that leave you floored with their sheer dumbness. The first time you pay attention, you find it hard to believe.

So, for example, imagine that you’re a novice in this business, and you’re confronted with politicians who say, “You say that austerity hurts growth, but after three years of dismal performance under austerity, we’ve just had one quarter of pretty good growth. You’ve been proved completely wrong!” Your first reaction is to think “They can’t be that stupid, can they?” Or, alternatively, “They can’t think the rest of us are that stupid, can they?”

Oh yes they can.

As Simon Wren-Lewis says, if some positive growth, eventually, means that your policies have been successful, then a policy of simply shutting down half the economy for a year or two, then letting it start up again, is a smashing success.

Nobody has ever said that austerity policies mean that the economy will never grow again. In fact, the standard view among Keynesians is that, unless there are strong hysteresis effects, the economy will eventually recover to its old growth trend even if austerity is never reversed — which means that somewhere along the way there will be some quarters not just of growth but of above-average growth. Actually, that dead-cat-bounce effect is an important factor in the new Jorda-Taylor analysis of austerity: they find that austerity tends to be imposed in depressed economies, and depressed economies have historically tended to recover, so the dead-cat bounce factor obscures the amount of damage the austerity policies really do.

So the claims of success coming from both the European Commission and now from Cameron/Osborne are deeply stupid — but that doesn’t mean that they won’t gain traction. And as a political matter, bouncing dead cats can work very well. Combine Wren-Lewis’s thought experiment about shutting down the economy with the substantial political science evidence that elections depend not on the level of income but on its rate of growth in the runup to the election, and you conclude that from a sheer political point of view gratuitously depressing the economy for the first half of your term in office can be a very smart move.

 

Oh sì, possono

 

Una delle cose alle quali ci si deve abituare se si vuole dibattere le politiche economiche reali (o le politiche reali in ogni area, suppongo) è che la gente avanzerà argomenti che vi lasceranno attoniti per la loro pura e semplice stupidità. La prima volta che ci prestate attenzione, lo trovate difficile da credere.

Così, ad esempio, immaginatevi di essere alle prime armi in questa attività, e di essere messo a confronto con uomini politici che dicono: “Tu dici che l’austerità danneggia la crescita, ma dopo tre anni di squallide prestazioni in regime di austerità, abbiamo proprio avuto un trimestre di crescita abbastanza buona. Hai avuto torto marcio!” La vostra prima reazione sarà pensare: “Possono essere così stupidi?”. Oppure, in alternativa: “Possono pensare che siamo tutti così stupidi?”

Oh sì, possono.

Come dice Simon Wren-Lewis, se una qualche crescita positiva, alla fine, significa che le vostre politiche hanno avuto successo, allora una politica consistente semplicemente nel chiudere bottega a mezza economia per un anno o due, per poi lasciarla ripartire, sarebbe un successo favoloso.

Nessuno ha mai detto che le politiche di austerità significano che l’economia non tornerà mai a crescere. Di fatto, il punto di vista dei keynesiani è che, se non ci sono forti effetti di isteresi [1], l’economia alla fine riprenderà il suo vecchio trend di crescita anche se non si è mai fatto retromarcia  sull’austerità  – il che significa che lungo il percorso ci sarà qualche trimestre non solo di crescita, ma di crescita sopra la media. In effetti, quel cosiddetto “rimbalzo del gatto morto” è un fattore importante nella nuova analisi dell’austerità di Jorda-Taylor: essi scoprono che l’austerità tende ad essere imposta nelle economie depresse, e le economie depresse hanno teso storicamente a riprendersi, cosicché il fattore del “rimbalzo del gatto morto” oscura la dimensione del danno che le politiche di austerità provocano nella realtà.

Dunque, le pretese di successo che giungono sia dalla Commissione Europea che, adesso, da Cameron-Osborne sono profondamente stupide – ma questo non significa che non riusciranno ad aver presa. E, per una ragione politica, il ‘rimbalzare dei gatti morti’ può funzionare benissimo. Si metta assieme l’esperimento suggerito da Wren-Lewis sul chiudere bottega all’economia con le significative testimonianze della scienza politica secondo le quali le elezioni non dipendono dal livello del reddito ma dal suo tasso di crescita nel periodo antecedente alle elezioni, e si arriverà alla conclusione che da un punto di vista meramente politico deprimere ingiustificatamente l’economia nella prima metà del vostro mandato può essere una mossa assai intelligente.



[1] L’isteresi è la caratteristica di un sistema di reagire in ritardo alle sollecitazioni applicate e in dipendenza dello stato precedente.

Non c’è più la ripresa a forma di “V” (9 settembre 2013)

settembre 9, 2013

 

September 9, 2013, 9:11 am

C’est La V No More

Dean Baker weighs in on the self-correcting economy discussion — it’s not really a debate — and expresses some skepticism about whether we can expect a recovery even in the Keynesian long run. Fair enough. But a quibble: Dean seems to think that I’m saying that 2008 was unique and completely unlike previous recessions. Actually that was never my view — and my actual view ties in with some of the arguments David Warsh makes in his attack on Larry Summers.

Start with Warsh: he asserts, among other things, that the unfortunate “Romer-Bernstein” forecast of a V-shaped recovery was actually the Summers forecast; he also asserts, however, that nobody knew that we should expect a protracted era of economic weakness until Reinhart and Rogoff came along with their analysis of the aftermath of financial crises.

Well, I agree that the R&R work here was excellent and hugely informative — why oh why did they have to follow up with that debt paper? — but we didn’t need that work to know that a V-shaped recovery was unlikely. It was already clear, if you were paying attention, that the nature of the business cycle had changed.

A lot of what we think we know about recession and recovery comes from the experience of the 70s and 80s. But the recessions of that era were very different from the recessions since. Each of the slumps — 1969-70, 1973-75, and the double-dip slump from 1979 to 1982 — were caused, basically, by high interest rates imposed by the Fed to control inflation. In each case housing tanked, then bounced back when interest rates were allowed to fall again.

Since the mid 1980s, however, we’ve had the “Great Moderation,” with inflation quiescent. Post-moderation recessions haven’t been deliberately engineered by the Fed, they just happen when credit bubbles or other things get out of hand.

And while they haven’t been as deep as the older type of recession, they’ve proved hard to end (not officially, but in terms of employment), precisely because housing — which is the main thing that responds to monetary policy — has to rise above normal levels rather than recover from an interest-imposed slump.

That’s from early 2008, before we had any idea just how bad it was going to be, but it was already obvious to me then that V-shaped recovery was not in the cards, precisely because prolonged jobless recoveries had already, pre-2008, become the new normal. I was still too optimistic about the length of the slump, but remember, this was seven months before Lehman fell.

So I didn’t mean to imply that 2008 was completely sui generis; on the contrary, it simply represented a stronger form of a pattern that was already apparent from 2001 and before that in 1990-91.

Why, then, did the White House predict V-shaped recovery? I don’t know. I will say, however, that a lot of business economists were still thinking that a deep recession means a fast recovery, essentially because they weren’t thinking about the changing nature of slumps. And maybe that view infiltrated Treasury, in particular.

 

Non c’è più la ripresa  a forma di “V” [1]

 

Dean Baker interviene nella discussione sulla auto correzione – non è un vero e proprio dibattito – ed esprime qualche scetticismo sul fatto che ci si possa aspettare una ripresa anche nei termini di una lungo periodo keynesiano. Abbastanza giusto. Ma una piccola obiezione: sembra che Dean pensi che io stia dicendo che il 2008 sia stato unico e completamente dissimile dalle recessioni precedenti. In effetti, non è mai stata la mia opinione – ed il mio effettivo punto di vista consiste in alcuni degli argomenti che David Warsh avanza nel suo attacco a Larry Summers.

Cominciamo con Warsh: egli sostiene, tra le altre cose, che la sfortunata previsione “Romer-Bernstein” di una ripresa a forma di “V” fu effettivamente la stessa di Summers; sostiene anche, tuttavia, che nessuno sapeva che dovevamo aspettarci un’epoca di prolungata debolezza economica finché non comparvero Reinhart e Rogoff con la loro analisi delle conseguenze delle crisi finanziarie.

Ebbene, in questo caso io ritengo che il lavoro di Reinhart e Rogoff fu eccellente e grandemente istruttivo – c’è proprio da chiedersi perché abbiano poi proseguito con quel saggio sul debito! [2] – ma non avevamo bisogno di quel lavoro per sapere che una ripresa a forma di “V” era improbabile. Era già chiaro, se si prestava attenzione, che la natura del ciclo economico era cambiata [3].

“Molto di quello che sappiamo sulla recessione e sulla ripresa proviene dall’esperienza degli anni ’70 ed ’80. Ma le recessioni di quell’epoca furono molto diverse dalle recessioni da allora in poi. Ognuna delle crisi – 1969-70, 1973-75 e la crisi della doppia recessione dal 1979 al 1982 – furono provocate, fondamentalmente, dagli alti tassi di interesse imposti dalla Fed per controllare l’inflazione. In ciascuno di quei casi il settore immobiliare calò bruscamente, poi riprese quando fu consentito ai tassi di interesse di tornare a scendere.

Sino alla metà degli anni ’80, tuttavia, avemmo la “Grande Moderazione”, con una inflazione quiescente. Le recessioni successive alla Moderazione non furono deliberatamente predisposte dalla Fed, esse semplicemente intervennero al momento in cui le bolle del credito o altre cose andarono fuori controllo.

E mentre esse non furono così profonde come le recessioni di vecchio tipo, si mostrarono difficili da interrompere (non in termini ufficiali [4], ma in termini di occupazione), principalmente perché il settore dell’edilizia – che è la cosa che principalmente reagisce alla politica monetaria – deve crescere sopra i normali livelli più che riprendersi da un crisi imposta dai tassi di interesse”.

Tutto questo scrivevo agli inizi del 2008, prima che avessimo un’idea di quanto negativo fosse quello che stava per accadere, ma per me era già evidente che una ripresa a forma di “V” non era in questione, precisamente perché prolungate riprese senza lavoro erano già, prima del 2008, diventate la nuova regola. Ero ancora troppo ottimista sulla durata della crisi, ma si tenga a mente che questo avveniva sette mesi prima del crollo della Lehman.

Dunque, io non ho inteso suggerire che il 2008 fu completamente sui generis; al contrario, esso ha semplicemente rappresentato una manifestazione più forte di uno schema che era già visibile dal 2001 e, prima di allora, nel 1990-91.

Perché, dunque, la Casa Bianca fece la previsione di una ripresa a forma di “V”? Non lo so. Direi tuttavia che un buon numero di economisti  erano ancora dell’idea che una profonda recessione comportasse una rapida ripresa, fondamentalmente perché non stavano ragionando sul mutamente della natura delle recessioni. E forse quel punto di vista si era in modo particolare infiltrato al Tesoro.


 

 


[1] Ovvero una crisi  seguita da una ripresa che ritorna rapidamente al picco precedente.

[2] Ovvero, perché siano andati a ficcarsi nelle discutibili affermazioni sui rischi di un debito superiore al 90 per cento del PIL, con l’aggiunta di tutto il clamore per gli errori compiuti.

[3] Krugman si riferisce ad un suo post del febbraio del 2008, che parzialmente riporta di seguito.

[4] Ovvero, non nei termini della ufficiale valutazione della fine di un periodo recessivo. A proposito di come negli Stati Uniti le recessioni vengono riconosciute e di quando viene stabilita il loro esaurimento vedi “Quante recessioni europee?”, di Jeffrey Frankel (17 luglio 2013).

Fai che il Giappone sia casto e continente, ma non ancora (9 settembre 2013)

settembre 9, 2013

 

September 9, 2013, 8:46 am

Make Japan Chaste and Continent, But Not Yet

So far, Abenomics has been going really, really well. By signaling that the Bank of Japan has changed, that it won’t snatch away the sake bottle just as the party gets going, that it’s going to target sustained positive inflation — and also by signaling that some fiscal stimulus is forthcoming despite high levels of debt — Japanese authorities have achieved a remarkable turnaround in short-term economic performance.

But will this short-run success end up being self-defeating? This really worries me:

Japan’s economy expanded at a significantly faster rate in the second quarter than initially reported, increasing the chances that Shinzo Abe, prime minister, will press ahead with a contentious sales tax increase – albeit one that would be offset by more government spending.

Look, maybe Japan can sustain growth in the face of this tax increase. But maybe not. Why not wait until growth is firmly established, and in particular until expected deflation has been solidly replaced with expected inflation?

Delaying the sales tax increase is, I would argue, the prudent thing to do even in purely fiscal terms. One of the serious consequences of Japanese deflation combined with the zero lower bound has been that Japanese real interest rates have until recently been significantly higher than those in other advanced countries — a matter of considerable concern when you have a very large inherited debt. Getting those real rates down (and, to a lesser extent, eroding the real value of existing debt) matters a lot to the long-run fiscal picture; it’s just foolish to endanger progress on that front in the name of fiscal responsibility.

Yes, Japan is going to need more revenue, eventually. But reflation should come first. It’s a really bad sign that this is even being discussed right now.

 

Fai che il Giappone sia casto e continente, ma non ancora [1]

 

Sino a questo punto, la politica economica di Abe è andata davvero, ma davvero bene. Segnalando che la Banca del Giappone ha mutato indirizzo, che non intende più allontanare la bottiglia del sakè mentre la festa sta andando avanti [2], che è orientata ad un obbiettivo di inflazione positiva sostenuta – ed anche segnalando che un qualche stimolo di finanza pubblica è in arrivo nonostante gli alti livelli del debito – le autorità giapponesi hanno ottenuto una considerevole inversione di rotta [3] nelle prestazioni economiche a breve termine.

Ma questo successo a breve termine finirà con l’essere controproducente? Quello che realmente mi preoccupa è la cosa seguente:

“L’economia giapponese è cresciuta nel secondo trimestre ad un tasso significativamente più rapido di quanto inizialmente previsto, aumentando le possibilità che Shinzo Abe, il Primo Ministro, proceda con un discusso incremento delle tasse sul valore aggiunto – per quanto non di  dimensioni tali da bilanciare la maggiore spesa pubblica.”

Si badi, forse il Giappone può sostenere la crescita a fronte di questo aumento delle tasse. Ma forse no. Perché non attendere che la crescita sia stabilmente consolidata, e in particolare che la deflazione attesa sia solidamente rimpiazzata da una inflazione attesa?

Rinviare l’incremento delle tasse sul valore aggiunto riterrei che sia, persino puramente nei termini di finanza pubblica, la cosa prudente da fare. Una delle serie conseguenze della deflazione giapponese, in combinazione con il limite inferiore dello zero, è stata che i tassi di interesse del Giappone sono stati fino al periodo recente significativamente più alti di quelli degli altri paesi avanzati – aspetto considerevolmente preoccupante quando si ha un grande debito ereditato dal passato. Abbassare quei tassi reali (e, in minore misura, erodere il valore reale del debito esistente) ha molta importanza sul quadro delle finanze pubbliche nel lungo termine; è solo sciocco mettere a rischio il progresso su quel fronte in nome della responsabilità della finanza pubblica.

Si, alla fine il Giappone avrà bisogno di maggiori entrate. Ma la reflazione [4] dovrebbe aver luogo in precedenza. E’ davvero un cattivo segnale persino discutere di questo in questo momento.



[1] E’ un espressione di Sant’Agostino, riferita scherzosamente a se stesso (la scrisse parlando dell’animo umano che non vuole abbandonare le passioni e i piaceri), che Krugman frequentemente applica alle austerità ‘intempestive’.

[2] Versione ‘giapponese’ della espressione che definisce il passaggio alle politiche restrittive da parte delle banche centrali (che tolgono la scodella del ‘punch’ quando la festa comincia a scaldarsi …)

[3] La notizia è stata pubblicata il 9 settembre dal New York Times, da fonte Reuters. Secondo i dati del Governo giapponese, il PIL sarebbe aumentato nel periodo aprile-giugno, passando su base annua dalla previsione precedente di un  più 2,6 per cento, ad una previsione di un più 3,8 per cento.

[4] Nel linguaggio economico, la reflazione è una moderata nuova inflazione successiva alla deflazione ed innescata dalla iniezione di una maggior quantità di moneta, e si accompagna solitamente a una ripresa economica.

L’autocorrezione non funziona (per esperti) (8 settembre 2013)

settembre 8, 2013

 

September 8, 2013, 10:03 am

Auto-Corect Nt Wokring (Wonkish)

Mike Konczal argues that the big divide between New Keynesians and Old Keynesians lies in the NK belief that, contra Keynes, the economy can be counted on to “auto-correct” back to full employment. I guess I’d quibble a bit both with the intellectual history and with Mike’s emphasis on rational expectations as the key divide, and I want to say a bit about that. On the main point, however, Mike and I are in complete agreement: any self-corrective forces in the economy of 2013 are very weak and slow, and we can stay depressed for a very long time.

OK, so about that history of thought issue: The standard view of a self-correcting economy is that it comes from long-run wage flexibility. The textbook picture — literally: this is taken straight from the World’s Best Principles Book — looks like this:

ww 8

 

 

 

 

 

 

 

According to this picture, short-run declines of output below potential are all about short-run nominal wage rigidity. So where does this come from? Actually, its intellectual lineage runs straight back to Modigliani 1944 (pdf) — not exactly a New Keynesian! — who basically added an aggregate supply curve to Hicks’s IS-LM analysis and correctly concluded that this implied that everything depended on M/W, the ratio of the money supply to the wage rate, except in a liquidity trap. As the memory of the 30s receded, that last qualifying clause came to seem like trivial small print.

 

By the way, at various points in Keynes the master seems to agree, arguing that historically it had been possible to restore full employment by raising the quantity of money relative to wages; his view, however, was that something like a liquidity trap had become the norm by the 1930s. Obviously his prediction proved wrong, but I don’t think his logic was very different from Modigliani’s.

So what does this have to do with our current predicament? Until the late 1990s, I think most Keynesians, old or new, would have said that the process described by the figure may be right, but you don’t want to go through it, because wages adjust so slowly; in the long run the economy self-corrects, but in the long run we are all dead. Far better to get M/W in line by raising M instead of cutting W.

But then came Japan’s rediscovery of the liquidity trap — and a decade later, the Japanification of the whole advanced world. Suddenly Modigliani’s small print becomes big news: even if wages are flexible downward, that doesn’t help, because increasing the real money supply doesn’t reduce interest rates. In terms of the figure above, the aggregate demand curve becomes vertical.

Or maybe worse than that: once we take balance sheet effects into account, the aggregate demand curve may well slope the “wrong” way, so that flexible wages and hence prices make things worse (pdf):

ww 9

 

 

 

 

 

 

 

The paradox of flexibility

That figure, by the way, is taken from a paper that is very much New Keynesian in its setup, although the basic insight can be expressed in IS-LM too.

Now, since World War II the US economy always has tended to return to full employment after slumps. Why? Well, the answer is that (a) it wasn’t in a liquidity trap and (b) we had an active monetary policy response (in fact, before 1990 monetary policy generally caused the slumps, so all the Fed had to do was stop the punishment). The trouble is that none of this experience is relevant to our current situation.

So is there no route back to full employment absent the kind of massive stimulus that only seems to happen via war? OK, even Keynes wasn’t that pessimistic: he argued that investment would eventually recover once “use, decay, and obsolescence” created a sufficient scarcity of capital. Once we take the problem of debt into account, I think you’d want to add deleveraging and default — which reduce the debt overhang — to his list. So even on a very Old Keynesian view, depressions aren’t forever. And I think you can see some of those Keynesian mechanisms of long-run recovery at work in the US economy now, with a depleted housing stock and a somewhat reduced debt burden driving a gradual upswing despite Washington’s best efforts.

 

 

 

But it could be a very long time before we have anything like full employment — and there will, as Mike says, be legions of people denying that there even is a gap that needs closing.

 

L’autocorrezione non funziona (per esperti) [1]

 

Mike Konczal sostiene che la grande divisione tra Neo Keynesiani e Vecchi Keynesiani consiste nella convinzione dei neokeynesiani che, diversamente da quanto pensava Keynes, l’economia può far conto su un ritorno alla piena occupazione tramite una “autocorrezione”. Penso che avrei un po’ da discutere sia dal punto di vista della storia intellettuale che per l’enfasi di Mike sulle aspettative razionali come ragione fondamentale di divisione, e voglio dire qualcosa a proposito. Sull’aspetto principale, tuttavia, io e Mike siamo completamente d’accordo: tutte le forze autocorrettive sono, nell’economia del 2013, molto deboli e lente, e possiamo restare depressi per un  lungo periodo.

Andiamo avanti, dunque a proposito del tema della storia del pensiero. Il punto di vista consueto su una autocorrezione dell’economia è che essa deriva dalla flessibilità nel lungo periodo dei salari. Il diagramma di un libro di testo (letteralmente: questo che segue è preso direttamente da “Il miglior libro al mondo di principi”) appare così [2]:

ww 8

 

 

 

 

 

 

 

Secondo questo diagramma, i cali nel breve periodo della produzione al di sotto del suo potenziale dipendono tutti dalla rigidità nominale dei salari nel breve periodo. Effettivamente, la discendenza intellettuale deriva direttamente da Modigliani (1944, disponibile in pdf) – il quale fondamentalmente aggiunse una curva dell’offerta aggregata alla analisi IS-LM di Hicks [3] e concluse correttamente che questo comportava che tutto dipendeva dal rapporto tra Moneta e Salari, il rapporto tra l’offerta monetaria e la quantità di salario in una unità di tempo [4], ad eccezione di una situazione di trappola di liquidità. Quando la memoria degli anni Trenta venne meno, l’ultima clausola fondamentale  finì col sembrare una banale appendice scritta con caratteri minimi.

Per inciso, in vari passaggi di Keynes il ‘maestro’ [5] sembra convenire , sostenendo che storicamente è stato possibile ripristinare la piena occupazione accrescendo la quantità di moneta in rapporto ai salari; il suo punto di vista, tuttavia, era che la trappola di liquidità era diventata la norma negli anni Trenta. Ovviamente, la sua previsione si rivelò sbagliata [6], ma non penso che la sua logica fosse molto diversa da quella di Modigliani.

Cosa ha dunque a che fare tutto questo con il nostro attuale dilemma? Sino alla fine degli anni ’90, io penso che la gran parte dei Keynesiani, vecchi e nuovi, avrebbero detto che il processo descritto nel diagramma poteva essere giusto, ma che quella non poteva essere la strada perché i salari si correggono in modo molto lento; nel lungo periodo l’economia si corregge, ma nel lungo periodo saremo tutti morti. Molto meglio rimettere a posto il rapporto tra Moneta e Salari aumentando la Moneta, invece che tagliando i Salari.

Ma poi intervenne la riscoperta giapponese della trappola di liquidità – e, un decennio dopo, la nipponizzazione di tutto il mondo avanzato. Improvvisamente l’aggiunta in caratteri minimi di Modigliani [7] divenne una grande notizia: persino se i salari fossero flessibili verso il basso, ciò non sarebbe di aiuto, perché incrementando l’offerta reale di moneta non si riducono i tassi di interesse [8]. Nei termini del diagramma precedente, la curva della domanda aggregata diviene verticale.

O forse è peggio ancora: una volta che si mettono nel conto gli effetti sugli equilibri contabili, la curva della domanda aggregata può ben inclinarsi nel modo ‘sbagliato’, cosicché i salari flessibili e di conseguenza i prezzi flessibili rendono le cose peggiori (il riferimento è disponibile in pdf) [9]:

ww 9

 

 

 

 

 

 

 

Il paradosso della flessibilità.

 

Questa figura, per inciso, è presa da uno studio che è molto neokeynesiano nella sua impostazione, sebbene l’intuizione di base possa essere espressa anche in termini di modello IS-LM.

Ora, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale l’economia statunitense ha sempre teso a ritornare alla piena occupazione dopo le crisi. Perché? Ebbene, la risposta è: a) non c’era una trappola di liquidità; b) ci fu una risposta di una politica monetaria attiva (di fatto, prima del 1990 era la politica monetaria che provocava in generale le cadute, cosicché tutto quello che la Fed doveva fare era fermare le restrizioni). Il guaio è che nella nostra situazione attuale niente di quelle esperienze è rilevante.

Dunque, non c’è alcuna strada per tornare alla piena occupazione in mancanza di quel genere di stimolazione massiccia che può soltanto aver luogo attraverso una guerra? Ebbene, neppure Keynes era così pessimista: egli sostenne che ci sarebbe stata alla fine una ripresa degli investimenti, una volta che “l’uso, il decadimento e l’obsolescenza” avessero determinato una sufficiente scarsità di capitale. Una volta che si metta nel conto il problema del debito, penso che si voglia aggiungere alla sua lista (alla  lista dei fattori che Keynes considerava utili alla ripresa degli investimenti, ndt) la riduzione dei rapporti di indebitamento e il  default, che entrambi riducono l’eccesso di debito. Dunque, persino in un punto di vista tardo keynesiano, le depressioni non sono infinite. Ed io penso che si possano vedere alcuni di questi meccanismi keynesiani di ripresa nel lungo periodo all’opera nell’economia americana attuale, con un riserva di alloggi esaurita e un peso del debito in qualche modo ridotto che spingono ad una oscillazione verso l’alto, a dispetto dei massimi sforzi di Washington.

Ma ci vorrà molto tempo prima che si abbia qualcosa di simile alla piena occupazione – e ci saranno, come dice Mike, legioni di individui che negheranno persino che ci sia un buco al quale si deve porre rimedio.



[1] Il titolo credo è pieno di errori per significare, appunto, che non funziona il correttore automatico ….

[2] Una spiegazione sommaria della Tabella..

Il titolo del diagramma è: “Effetti di uno shock negativo della domanda; il lungo periodo a confronto del breve periodo”. Sull’asse verticale il livello complessivo dei prezzi, su quello orizzontale il PIL reale. Le due linee AD1 e AD2 indicano, con una differenza che spiegheremo subito,  il verso della Domanda Aggregata; l’ipotesi appunto è che accada uno shock iniziale della domanda aggregata e che, dunque, esso provochi una riduzione del livello complessivo dei prezzi e della produzione, scendendo verso il basso e riducendo così anche l’incremento del PIL reale. Questo processo iniziale provoca naturalmente anche una più elevata disoccupazione, nel breve periodo. Ma questo accade sinché una eventuale caduta nei salari nominali nel lungo periodo porta ad una crescita dell’offerta aggregata; a partire da lì l’economia torna verso i livelli della sua produzione potenziale. Questo ultimo processo è espresso dalla traslazione, appunto, dalla linea  1 della domanda aggregata a quella della linea 2, e analogamente dal passaggio dalla linea dell’offerta aggregata 1 a quella dell’offerta aggregata 2 (le sigle SRAS 1 e 2 significano: offerta aggregata di breve periodo, 1 e 2).

[3] Vedi note sulla traduzione a “Modello IS-LM”.

[4] Appunto, il tasso salariale. L’unità di tempo può essere di un’ora o di un giorno.

[5] Mi pare chiaro che “master” sia da leggere in rapporto a Keynes e non a Modigliani. Per questo traduco ‘Maestro’ e non, magari, con il termine più comune di ‘professore’.

[6] Nel senso che la trappola di liquidità non rimase nel tempo una condizione obbligata.

[7] Ovvero, l’eccezione per la situazione di trappola di liquidità alla quale egli aveva fatto riferimento.

[8] Giacché in una trappola di liquidità essi sono prossimi allo zero nominale, e non possono ridursi ulteriormente (perché il quel caso converrebbe tenersi i soldi in tasca).

[9] Quello che accade di diverso in questo diagramma, rispetto a quello precedente, è che per effetto dei tassi di interesse che non possono essere ridotti, le curve della domanda aggregata vanno verso l’alto dell’asse del livello complessivo dei prezzi (ed anche verso la sinistra dell’asse del PIL reale, cioè in area di depressione, di caduta della produzione). In quel caso avere salari flessibili – come nella linea “AS flexible” –  anziché rigidi – come nella linea “AS sticky” –  peggiora le cose. Ovvero rende ancora peggiora il risultato in termini di PIL minore e di disoccupazione maggiore.

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