September 5, 2013, 9:08 pm
Lots of reporting on the new Kaiser Family Foundation analysis of what we know so far (pdf) about premiums under Obamacare. It definitely looks as if there will be a mild “rate shock” — in the right direction. KFF:
While premiums will vary significantly across the country, they are generally lower than expected.
What’s going on here? Partly it’s a vindication of the idea that you can make health insurance broadly affordable if you ban discrimination based on preexiting conditions while inducing healthy individuals to enter the risk pool through a combination of penalties and subsidies. But there’s an additional factor, that even supporters of the Affordable Care Act mostly missed: the extent to which, for the first time, the Act is creating a truly functioning market in nongroup insurance.
Until now there has been sort of a market — but one that, as Kenneth Arrow pointed out half a century ago, is riddled with problems. It was very hard for individuals to figure out what they were buying — what would be covered, and would the policies let them down? Price and quality comparisons were near-impossible. Under these conditions the magic of the marketplace couldn’t work — there really wasn’t a proper market. And insurers competed with each other mainly by trying to avoid covering people who really needed insurance, and finding excuses to drop coverage when people got sick.
With the ACA, however, insurers operate under clear ground rules, with clearly defined grades of plan and discrimination banned. The result, suddenly, is that we have real market competition.
In an alternative universe, conservatives would be celebrating this good news as a vindication of their views. See, the Heritage Foundation — which actually developed the original version of this plan! — was right! You don’t need single-payer, just a properly set up market system. (For the record, I believe that single-payer would be better and cheaper, and it’s still a goal we should seek).
But in this universe, conservatives claim that creating a real market for health insurance, and making sure that everyone can afford it, is the moral equivalent of slavery.
Ci vuole un governo (per fare un mercato)
Molti resoconti sulla nuova analisi della Kaiser Family Foundation [1] a proposito di quello che sinora conosciamo sui premi assicurativi a seguito della riforma della assistenza di Obama (disponibile in pdf). Appare definitivamente che ci sarà una leggera “quota di shock” – nella direzione giusta. Scrive KFF:
“ Mentre i premi assicurativi varieranno in modo significativo tra i vari Stati, generalmente essi saranno più bassi di quello che ci si aspettava.”
Cosa sta accadendo in questo caso? In parte si tratta di una conferma dell’idea che si può avere una assicurazione sanitaria complessivamente sostenibile se si mettono al bando le discriminazioni basate sulle precedenti patologie sanitarie, nel mentre si inducono gli individui in salute ad entrare a far parte della valutazione collettiva del rischio attraverso una combinazione di penalizzazioni e di sussidi. Ma c’è un fattore aggiuntivo, del quale persino i sostenitori della Legge per l’Assistenza Sostenibile in gran parte non si erano accorti: la misura nella quale, per la prima volta, la Legge sta creando un mercato effettivamente funzionante nella assicurazione non destinata a gruppi specifici di utenti.
Sinora c’era stata una specie di mercato – ma del tipo, come mise in evidenza mezzo secolo fa Kenneth Arrow, di quelli zeppi di problemi. Era molto difficile per gli individui immaginarsi cosa stessero acquistando – che cosa sarebbe stato assistito, sarebbero alla fine rimasti fregati dalle scelte politiche? I prezzi e i confronti di qualità erano quasi impossibili. In queste condizioni la magia del mercato non poteva funzionare – propriamente non c’era un vero mercato. E gli assicuratori erano in competizione l’uno con l’altro principalmente cercando di evitare di assistere le persone che avevano davvero bisogno della assicurazione, ed accampando scuse per far cadere l’assistenza quando le persone si ammalavano.
Con la nuova legge, tuttavia, gli assicuratori operano con chiare regole di base, con requisiti di piano chiaramente definiti e con la discriminazione proibita. Il risultato è che improvvisamente abbiamo un reale mercato competitivo.
In un altro mondo, i conservatori starebbero celebrando questa buona notizia come una conferma delle loro opinioni. Vedete, la Heritage Foundation – che in effetti sviluppò la versione originaria di questo programma – aveva ragione! Non c’è bisogno di una amministrazione centralizzata, basta metter su un appropriato sistema di mercato (per la cronaca, io credo che un sistema centralizzato sarebbe migliore e più conveniente, e che sia ancora un obbiettivo che dovremmo cercare di conseguire).
Ma in questo mondo, i conservatori sostengono che creare un effettivo mercato di assicurazione sanitaria, e garantire a tutti di poterselo permettere, sia l’equivalente morale della schiavitù [2].
[1] Si tratta di una Fondazione privata ed indipendente, con sede a Menlo Park in California, che si occupa di politica sanitaria, negli Stati Uniti e nel mondo. La Fondazione fu istituita nel 1948 dall’industriale Henry J. Kaiser, ma attraverso vari passaggi si svincolò successivamente da ogni rapporto economico e proprietario con le industrie Kaiser, pur mantenendone la denominazione.
[2] E’ un’affermazione che nei mesi passati è stata fatta di vari esponenti repubblicani, secondo la quale il sistema costruito con la riforma della assistenza di Obama – da quanto capisco perché fondato sull’obbligo della adesione ad una assicurazione – sarebbe equivalente alla schiavitù.
settembre 3, 2013
September 3, 2013, 7:39 pm
Simon Wren-Lewis looks at France, and finds that it is engaging in a lot of fiscal austerity — far more than makes sense given the macroeconomic situation. He notes, however, that France has eliminated its structural primary deficit mainly by raising taxes rather than by cutting spending.
And Olli Rehn — who should be praising the French for their fiscal responsibility, their willingness to defy textbook macroeconomics in favor of the austerity gospel — is furious, declaring that fiscal restraint must come through spending cuts.
As Wren-Lewis notes, Rehn is very clearly overstepping his bounds here: France is a sovereign nation, with a duly elected government — and is not, by the way, seeking any kind of special aid from the Commission. So he has no business whatsoever telling the French how big their government should be.
But the larger point here, surely, is that Rehn has let the mask slip. It’s not about fiscal responsibility; it never was. It was always about using hyperbole about the dangers of debt to dismantle the welfare state. How dare the French take the alleged worries about the deficit literally, while declining to remake their society along neoliberal lines?
(…)
Scivola via la maschera dei patiti dell’austerità
Simon Wren-Lewis guarda alla Francia e scopre che essa è impegnata assai nell’austerità della finanza pubblica – molto di più di quanto sarebbe sensato sulla base della situazione macroeconomica. Egli nota, tuttavia, che la Francia ha eliminato il suo deficit strutturale primario [1] principalmente aumentando le tasse, piuttosto che tagliando le spese.
Ed Olli Rehn [2] – che dovrebbe elogiare i francesi per la loro responsabilità fiscale, per la loro volontà di sfidare la macroeconomia dei libri di testo – è infuriato, e dichiara che la restrizione della finanza pubblica dovrebbe avvenire attraverso i tagli alle spese.
Come nota Wren-Lewis, in questo caso Rehn sta superando smaccatamente i suoi confini: la Francia è una nazione sovrana, con un Governo regolarmente eletto – e non è, per inciso, alla ricerca di alcun genere di aiuto dalla Commissione Europea. Dunque non è assolutamente affar suo dire ai francesi quanto dovrebbe essere grande la loro spesa pubblica.
Ma l’aspetto più ampio è che sicuramente, in questo caso, Rehn ha fatto scivolare la maschera. Non si tratta della responsabilità nella finanza pubblica; non si è mai trattato di questo. Egli si è sempre impegnato nell’uso dell’iperbole sui pericoli del debito per smantellare lo stato assistenziale. Come letteralmente osano i francesi di far proprie le cosiddette preoccupazioni sul deficit, nel mentre rinunciano a ricostruire la loro società su indirizzi neoliberali?
( … )
[1] Ovvero, il deficit annuale del suo bilancio, al netto degli interessi.
[2] Olli Ilmari Rehn (Mikkeli, 31 marzo 1962) è un politico ed ex calciatore finlandese. Dal febbraio 2010 è commissario europeo per gli Affari economici e monetari. Dall’ottobre 2011 è anche vicepresidente della Commissione europea.
La carriera politica di Rehn è iniziata nel 1988, come consigliere comunale a Helsinki. Dal 1988 al 1994 è stato vicepresidente del Partito di Centro; dopo l’elezione al Parlamento finlandese, nel 1991, Rehn ha guidato la delegazione finlandese presso il Consiglio d’Europa, coltivando stretti legami con il primo ministro finlandese Esko Aho fra il 1992 e il 1993. Nel 1995 Rehn ha abbandonato il parlamento finlandese per passare al Parlamento Europeo, come membro del Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori.
Fra il 1998 e il 2002, Rehn ha collaborato con Erkki Liikanen, allora membro della Commissione Prodi; gli è succeduto, in un secondo momento, nel ruolo di commissario europeo per le Imprese e la Società dell’Informazione.
Nel 2002 Rehn ha abbandonato provvisoriamente la politica europea per fare ritorno all’Università di Helsinki, dove ha guidato il Centro di Studi Europei; successivamente, dal 2003 al 2004, è tornato sulla scena politica nazionale come consigliere economico dell’esecutivo finlandese.
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settembre 3, 2013
September 3, 2013, 12:03 pm
A few months ago Christy Romer gave an excellent talk on the prospects for monetary policy in a liquidity trap, titled It Takes A Regime Shift (pdf). As many of us have noted, the central bank has very little direct traction when safe short-term rates are at the zero lower bound; maybe it can achieve something by buying lots of unconventional assets (“quantitative easing”), but its main hope of achieving anything is through “expectations management” — convincing both financial markets and players in the real economy that it will hold off much longer on tightening once the economy improves than they currently expect, which will lead to higher expected inflation and demand, and hence higher spending now.
However, engineering such a change in expectations — what I long ago dubbed a credible promise to be irresponsible — is hard. How do you convince people that the central bank won’t just revert to type, always eager to snatch away the punchbowl, at the first signs of economic improvement?
Romer’s answer is that it takes a “regime shift” — a set of actions that reflect a clear break with the past. FDR achieved such a regime shift in the 1930s by going off the gold standard, and in general by bringing in a, well, New Deal. Shinzo Abe may (the returns aren’t in yet) be achieving something similar simply by talking and acting in such a seemingly un-Japanese way; I suspect that Abenomics is working better than one might have expected precisely because Abe seemed to be such an ordinary Japanese machine politician, until he started moving on economic policy.
This, I think, is the way to read today’s report by Binyamin Applebaum on how the rising odds of a Summers appointment to the Fed is already having a chilling effect on the economy. A Yellen appointment would clearly have represented something new at the Fed — not just because she is, as Garrison Keillor used to say, a person of gender, but also because she has been a strong and consistent monetary dove, and took that position before it was fashionable.
Summers, on the other hand, while he often expresses unconventional views when not in office, has a strong tendency to revert to conventionality when in office. And leaving Summers the person on one side, just think of the historical connections: can you imagine a stronger signal that the same old regime is staying in place than choosing a Robert Rubin protege at this late date?
So the apparent decision to appoint Summers is a strong anti-regime-shift signal on Obama’s part.
Now, we can hope that if Summers actually does get the job, he’ll realize the problem — and realize that he needs to pull his own version of what Abe has pulled off in Japan, saying and doing things that shock people into realizing that he isn’t going to be the conventional-wisdom guy they expected. And this is, in fact, my advice to Summers if he is the guy: don’t spend your first few months being mild-mannered and winning friends. What this economy needs is a monetary shock — and if you don’t do it right away, you probably won’t get a second chance.
Summers, inidoneo al cambiamento
Pochi mesi orsono Christy Romer tenne un eccellente discorso sulle prospettive della politica monetaria in una trappola di liquidità, dal titolo “Ci vuole un mutamento di regime” (disponibile in pdf). Come molti di noi hanno notato, la banca centrale ha una trazione diretta molto modesta quando i tassi sicuri a breve termine sono al limite inferiore dello zero; forse essa può ottenere qualcosa acquistando quantità di assets non convenzionali (“facilitazione quantitativa”), ma la sua principale speranza di avere qualche risultato è attraverso la “gestione delle aspettative” – convincere sia i mercati finanziari che i protagonisti dell’economia reale che essa si asterrà molto più a lungo di quanto attualmente ci si aspetta da scelte restrittive, una volta che l’economia migliorerà; il che porterà ad una inflazione attesa e ad una domanda più elevate, e di conseguenza ad una spesa [1] da subito più alta.
Tuttavia, operare un tale mutamento nelle aspettative – cosa che io molto tempo fa soprannominai una ‘promessa credibile di essere irresponsabili’ – è difficile. Come convincere la gente che la banca centrale semplicemente non vorrà cambiare registro, sempre ansiosa (com’è) di ritirare la scodella del punch [2], ai primi segni di un miglioramento economico?
La risposta della Romer è che serve un “mutamento di regime” – un complesso di azioni che rifletta una chiara rottura col passato. Franklin Delano Roosevelt ottenne tale cambiamento di regime negli anni Trenta uscendo dal gold standard e più in generale portandoci, è noto, nel New Deal. Shinzo Abe può (i risultati non arrivano ancora) stare conseguendo qualcosa di simile parlando ed agendo in un modo in apparenza così non-giapponese (sospetto che la politica economica di Abe stia funzionando meglio di quello che ci si potrebbe aspettare perché Abe è apparso come un congegno politico del tutto ordinariamente giapponese, finché non ha cominciato a cambiar pagina alla politica economica).
Questo, penso, sia il modo di intendere il resoconto di oggi di Binyamin Applebaum su come le crescenti probabilità di una nomina di Summers alla Fed stiano avendo un effetto frenante sull’economia. Una nomina della Yellen avrebbe rappresentato chiaramente qualcosa di nuovo alla Fed – non solo perché è, come Garrison Keillor [3] era solito dire, un ‘personaggio di genere’, ma anche perché ella è stata una forte e coerente ‘colomba’ della politica monetaria, e prese tali posizioni prima che fossero di moda.
Summers, d’altro canto, se ha spesso espresso punti di vista non convenzionali quando non aveva incarichi, ha una forte tendenza a tornare convenzionale quando ha un incarico. E lasciando da parte Summers come individuo, io penso solamente alle connessioni storiche: ci si può immaginare un segnale più forte che lo stesso vecchio regime resta in funzione se non scegliendo un pupillo di Robert Rubin [4] in questa ultima circostanza?
Dunque, la verosimile decisione di nominare Summers è da parte di Obama un forte segnale contrario ad un cambiamento di regime.
Ora, possiamo sperare che se Summers effettivamente otterrà l’incarico, egli comprenda il problema – e comprenda di avere il bisogno di tirar fuori la propria personale versione di quello che Abe ha tirato fuori in Giappone, dicendo e facendo cose che facciano impressione alle persone, con il comprendere che egli non è destinato a rappresentare l’individuo del convenzionale senso comune che si aspettavano. E questo, in sostanza, è il mio consiglio a Summers se egli sarà l’individuo (prescelto): non si affanni nei primi mesi ad apparire di buone maniere ed a guadagnarsi amicizie. Quello di cui l’economia ha bisogno è uno shock monetario – e se non lo si fa da subito, probabilmente non si avrà una seconda occasione.
[1] In questo caso, mi pare, ci si riferisce alla spesa privata più che a quella pubblica, che non dipende dalle aspettative ma da condizionamenti politici.
[2] E’ un famosa espressione con la quale si definisce il normale comportamento di una banca centrale quando l’economia comincia a riprendersi, inaugurando scelte più restrittive. Si dice che essa si comporta come chi toglie di mezzo la ‘scodella del punch” appena la festa comincia un po’ a scaldarsi.
[3] Gary Edward “Garrison” Keillor ( 1942) è un autore, romanziere, umorista e personaggio radiofonico americano.
[4] Robert Rubin (New York, 29 agosto 1938) è un politico statunitense. È stato il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti tra il 1995 e il 1999 durante il primo e il secondo mandato dell’amministrazione Clinton.
Prima del suo mandato governativo ha trascorso ventisei anni alla Goldman Sachs, dove è stato membro del consiglio di amministrazione e dove ha ricoperto il ruolo di Co-Presidente dal 1990 al 1992.
Negli anni che sono seguiti al suo impegno di governo, Robert Rubin è stato Direttore di Citigroup dove ha anche ricoperto temporaneamente il ruolo di Presidente da novembre a dicembre 2007. Il 9 gennaio 2009 Citigroup ha annunciato il suo esonero dall’incarico per le deludenti performance durante la sua direzione.
settembre 2, 2013
September 2, 2013, 10:29 am
I couldn’t make space for it in today’s column, but any affluent reader who wants a sense of what America is like for many hard-working people should read about the website McDonald’s has established to help its workers manage their family budget. The sample monthly budget they offer includes $900 from a second job; monthly rent of just $600 (which is very low even for a single-bedroom apartment in inexpensive cities, and of course ludicrous in metro New York), and zero heating expenses.
This disparity between the way many of our fellow citizens live and the lives of the 1 percent ought to inspire a lot of empathy — and to be fair, in many cases it does. On average, however, widening inequality seems to be reducing, not increasing, empathy, as the life experiences of the affluent diverge from those of ordinary workers, to such an extent that the upper class no longer sees members of the working class as people like themselves.
Of course, Rick Santorum says that this is all “Marxism talk” — even the term “middle class” — because there are no classes in America.
Come vive l’altro 47 per cento
Non ho potuto fare spazio a questo nell’articolo di oggi, ma ogni lettore benestante che voglia una immagine di quello che è l’America per molte persone che lavorano duramente dovrebbe leggere quello che il sito Internet di McDonald ha stabilito per aiutare i suoi lavoratori a gestire il loro bilancio familiare [1]. L’esempio di bilancio mensile che essi offrono include 900 dollari di un secondo lavoro; un affitto mensile di soli 600 dollari (che è molto basso persino per appartamenti con un sola stanza da letto in città economiche, e naturalmente risibile nell’area metropolitana di New York), e nessuna spesa per il riscaldamento.
La disparità tra il modo in cui molti nostri concittadini vivono e la vita dell’1 per cento (dei più ricchi) dovrebbe ispirare molta comprensione – e ad essere onesti, in molti casi accade. In media, tuttavia, l’ampliarsi dell’ineguaglianza sembra ridurre e non accrescere tale comprensione, dato che le esperienze di vita dei benestanti divergono da quelle dei normali lavoratori, in misura tale che la classe agiata non considera più i componenti della classe lavoratrice come persone simili a se stessa.
Naturalmente, Rick Santorum [2] dice che sono tutte “chiacchiere del marxismo” – persino il termine di ‘classe media’ – perché non ci sono classi in America.
[1] Mi pare di capire che nello scontro sociale che si è aperto con la lotta per salari più adeguati da parte dei lavoratori di McDonald, quest’ultima ha aperto sul suo sito una sorta di aiuto/consulenza per aiutare a fare scelte di bilancio più avvedute. Il punto di partenza è una descrizione del proprio reddito, che viene esemplificata con un “esempio”. Secondo questo esempio, appunto, sarebbe ‘normale’ avere un secondo lavoro, pagare pochissimo per l’alloggio e non pagare nulla per il riscaldamento. A conferma di quanto ‘il padronato’ comprenda la situazione reale dei suoi lavoratori!
[2] Richard John Santorum, meglio noto come Rick Santorum (Winchester, 10 maggio 1958), è un politico statunitense, di orientamento conservatore. Membro del Partito Repubblicano, è stato senatore per lo Stato della Pennsylvania dal 1995 al 2007, Presidente della Conferenza dei Senatori Repubblicani (la terza carica più importante del partito al Senato), e candidato alle primarie del Partito Repubblicano per le Elezioni presidenziali statunitensi del 2012 si è poi ritirato.
agosto 31, 2013
August 31, 2013, 4:10 pm
Sometimes — usually, though not always, in a belligerent tone — people ask me, well, how big do you think the stimulus should have been? How much debt should we have run up? Regardless of the tone, that is actually a question worth answering. With the benefit of hindsight, we do know roughly how depressed the economy has been; we have reasonably good estimates of the effects of government spending; so we can put together an estimate of what would have happened if we had, in fact, pursued a policy of government spending sufficient to keep output at potential.
Start with the CBO estimates of potential GDP, which can be subtracted from actual GDP to estimate the output gap. Start the clock at the beginning of 2009, and the output gap — measured quarterly, but at an annual rate — looks like this:
The output gap.
If you add it up, the cumulative output gap since start-2009 comes to $2.29 trillion — that is, $2.29 trillion worth of goods and services we could and should have produced, but didn’t.
How much government spending would have been required to close that gap? The evidence is now overwhelming that when you’re at the zero lower bound the multiplier is greater than one; see,e.g., Blanchard and Leigh. Suppose we take a multiplier of 1.3, which is fairly conservative. Then it would have taken $1.76 trillion in spending over the past 4 1/2 years to close the output gap. Yes, I know, it would have been politically impossible — but we’re just doing the economics here.
So is that an extra $1.76 trillion in debt? No — the economy would have been stronger, leading both to higher revenue and to lower spending on means-tested programs. A fairly conservative estimate is that each dollar of extra GDP would have saved 1/3 of a dollar in the form of higher revenue and lower spending, which means 2.29/3 = $0.76 trillion.
So the net extra debt we would have run up with my fantasy stimulus turns out to be a round $1 trillion. OMG: ONE TRILLION DOLLARS!
But how bad is that? It’s about 6 percent of GDP. And remember, also, that GDP would have been higher — it would have been at potential, not well below. So at this point, instead of where we are — with federal debt at 72 percent of GDP — we would have had federal debt at 76 percent of GDP. Does anyone seriously claim that this difference would have caused a fiscal crisis?
And in return for those 4 points on the debt ratio, millions of American families would have been spared the hardship and humiliation of mass unemployment, lost houses and savings, and more. We can further argue that by avoiding the corrosive effects of long-term unemployment, we would surely have avoided substantial damage to America’s longer-run economic prospects, which in turn means that future revenue would be higher — and my fantasy fiscal program would probably have improved, not worsened, our fundamental fiscal position.
Again, I understand that none of this was going to happen. But you should understand that this reflects bad judgment by bad politicians and bad economists, not the logic of the case.
L’aritmetica di una politica fantasiosa della finanza pubblica
Talvolta – normalmente, sebbene non sempre, in tono bellicoso – le persone mi chiedono: bene, quanto pensi che avrebbero dovuto essere grandi le misure di sostegno? Quanto avrebbe dovuto crescere il debito? A parte il tono, questa è effettivamente una domanda alla quale merita di rispondere. Con il senno di poi, grosso modo sappiamo quanto è stata depressa l’economia; abbiamo stime ragionevolmente buone degli effetti della spesa pubblica; possiamo dunque mettere assieme una stima di quello che sarebbe accaduto se avessimo, sul serio, perseguito una politica della spesa pubblica sufficiente a mantenere la produzione al suo potenziale.
Cominciamo con le stime del Congressional Budget Office [1] sul PIL potenziale, che possono essere ottenute per differenza dal PIL effettivo per stimare il differenziale del prodotto [2]. Mettiamo l’orologio agli inizi del 2009, ed il differenziale del prodotto – misurato trimestralmente, ma con un tasso annuale – appare nel modo seguente:
Il differenziale del prodotto
Se si fa la somma (complessiva), il differenziale cumulativo del prodotto a partire dal 2009 arriva a 2.290 miliardi di dollari – vale a dire, un valore di 2.290 miliardi di dollari di beni e servizi che potevano e dovevano essere prodotti e non lo sono stati.
Quanta spesa pubblica sarebbe stata richiesta per chiudere questo differenziale? Le prove ora schiaccianti sono che quando si è al livello inferiore di zero il moltiplicatore è più grande di uno; si vedano, ad esempio, Blanchard e Leigh [3]. Supponiamo di assumere un moltiplicatore di 1,3, che è una misura abbastanza conservativa. In quel caso, per chiudere il differenziale, ci sarebbero voluti 1.760 miliardi di dollari di spesa pubblica nel corso di quattro anni e mezzo. Sì, so che sarebbe stato politicamente impossibile – ma qua stiamo solo facendo un calcolo economico.
Dunque, quella avrebbe costituito una aggiunta di 1.760 miliardi di dollari di debito? No – l’economia sarebbe stata più forte, portando sia ad entrate più elevate che a una minore spesa sui programmi che si basano su sussidi dipendenti dall’accertamento del reddito. Una stima abbastanza conservativa è che per ogni dollaro di PIL aggiuntivo si sarebbe risparmiato 1/3 di dollaro nella forma di entrate superiori e di minori spese (per gli automatismi delle suddette spese sociali, ndt), il che significa 2.290/3= 760 miliardi di dollari [4].
Dunque, il debito netto aggiuntivo che avremmo dovuto accrescere con le mie fantasiose misure di spesa pubblica si scopre che sarebbe stato di circa mille miliardi di dollari. Per la miseria [5]! MILLE MILIARDI DI DOLLARI!
Ma quanto è negativo questo? E’ circa il 6 per cento del PIL. E si tenga a mente, anche, che il PIL sarebbe stato più alto – sarebbe stato al suo potenziale, non ben al di sotto. Dunque, a questo punto, invece di essere dove siamo – con un debito federale al 72 per cento del PIL – avremmo avuto un debito federale al 76 per cento del PIL. C’è qualcuno che può seriamente sostenere che questa differenza avrebbe provocato una crisi delle finanze pubbliche?
E in cambio di questi quattro punti sulla percentuale di debito, milioni di famiglie di americani si sarebbero risparmiate le difficoltà e l’umiliazione della disoccupazione di massa, delle case e dei risparmi perduti, ed altro ancora. Possiamo ulteriormente sostenere che evitando gli effetti corrosivi della disoccupazione di lungo periodo, sicuramente avremmo evitato un danno sostanziale alle prospettive economiche di lungo periodo dell’America, il che a sua volta significa che le entrate future sarebbero state più alte – ed il mio fantastico programma di finanza pubblica probabilmente avrebbe migliorato, non peggiorato, la nostra posizione finanziaria di base.
Lo ripeto: capisco che niente di questo era destinato ad accadere. Ma si dovrebbe comprendere che questa è una conseguenza di cattivi giudizi da parte di cattivi uomini politici ed economisti, non la logica del caso in esame.
[1] Vedi note sulla traduzione.
[2] Ovvero, se si fa la sottrazione tra il PIL effettivo e le stime del PIL potenziale, viene espresso (naturalmente in termini negativi, cioè di quantità diminuita) il differenziale.
[3] Krugman si riferisce alla recente clamorosa ammissione, da parte del Fondo Monetario Internazionale (e dunque di Blanchard – massimo dirigente, e di Leigh – ricercatore) per la quale nella situazione di recessione di questi anni il ‘moltiplicatore’ (vedi per la definizione di ‘multiplier’ le note sulla traduzione) avrebbe dovuto essere stimato come superiore ad una unità, mentre era inizialmente stato stimato circa un po’ più di metà unità. Ovviamente, un moltiplicatore incrementa l’effetto di un intervento di spesa pubblica in termini di prodotto e di occupazione, ma allo stesso modo lo riduce quando la spesa pubblica viene diminuita. Questo, ad esempio, è stato l’errore che il FMI ha ammesso nel caso della Grecia, dove si era stimato un effetto negativo inferiore delle misure di austerità.
[4] Come si può comprendere, la sottrazione di un terzo della spesa viene fatta sul differenziale di produzione che era stato calcolato in precedenza, giacché il beneficio delle maggiori entrate e delle minori spese sociali deve correttamente essere calcolato sul complessivo maggior valore di produzione che si sarebbe ottenuto con 1.760 miliardi di spesa pubblica. E siccome quel beneficio sarebbe stato di 760 miliardi, la spesa pubblica che effettivamente sarebbe diventata debito aggiuntivo, per coprire il buco, sarebbe stata di circa 1.000 miliardi di dollari.
[5] “OMG” nel linguaggio “chat” sta per “”Oh, my God”, ovvero è una esclamazione.
agosto 31, 2013
August 31, 2013, 11:50 am
Brad DeLong has an excellent piece distinguishing between two views of central banking. There’s the “banking camp,” which sees the central bank’s job as being to secure the stability of the financial system – full stop. OK, maybe also price stability. And then there’s the “macroeconomics camp,” which sees the central bank’s job as being to achieve full employment; banking stability and even price stability are basically means towards that end.
Brad complains that the Fed has ended up being much more in the banking camp than many macroeconomists would have wanted. See, for example, the harsh criticisms leveled at the Bank of Japan by one Ben Bernanke in 2000, criticisms that apply almost perfectly to the Bernanke Fed of today.
But I think Brad casts his net too narrowly: it’s not just central bankers who fall into these two camps. And one important consequence of this division is an utterly different read on recent history.
Ask yourself: How well did we respond to the crisis of 2008?
If you’re in the banking camp, here’s what you see:
The financial system was in great danger – but catastrophe was averted. We’re heroes!
On the other hand, if you’re in the macroeconomics camp, here’s what you see:
A catastrophic collapse in employment, with only a modest recovery even after all these years. (It looks a bit better if you adjust for an aging population, but not much). We blew it!
Which brings us to what looks more and more like Obama’s decision to choose Larry Summers as Fed chair, passing over Janet Yellen.
As of right now, Summers is clearly not in the banking camp; the stuff he has been writing about fiscal policy makes it clear that he very much believes that the job of economic recovery is not done. On that basis, you would expect him to prod the Fed into doing much more than it is. On the other hand, given Bernanke’s pre-Fed record you would have expected the same thing — maybe even more so, because Bernanke had strongly emphasized the central bank’s responsibility for economic growth. Once at the Fed, however, Bernanke appears to have been assimilated by the Borg, moving much closer to the banking camp.
Would the same thing happen to Summers? I worry. And one of the strong (though probably futile at this point) arguments for Yellen is that she spent years at the Fed without being assimilated, never losing sight of the crucial importance of employment.
While Summers isn’t in the banking camp, however, Obama is. As Ezra Klein explains, his choice of Summers clearly reflects his view that policy in 2009-2010 was a great success, not a big disappointment, and he wants to keep the winning team together.
Of course, it’s a lot easier for Obama to consider his policies a success given that he was reelected.
Obviously I’m in the macroeconomics camp, not the banking camp, so this is all depressing, in several senses. It means, among other things, that even if Summers is the right choice — which we’ll never really know — it’s a choice that Obama is making for all the wrong reasons.
I banchieri, I lavoratori, Obama e Summers
Brad DeLong scrive un pezzo eccellente distinguendo tra due punti di vista sulle banca centrale. C’è il ‘campo bancario’, che considera il lavoro della banca centrale come qualcosa che deve assicurare la stabilità del sistema finanziario – punto. Va bene, magari anche la stabilità dei prezzi. È poi c’è il “campo della macroeconomia” che considera il compito della banca centrale come qualcosa che deve servire ad ottenere la piena occupazione; la stabilità del sistema bancario ed anche la stabilità dei prezzi sono fondamentalmente mezzi per quel fine.
Brad si lamenta che la Fed abbia finito con l’essere molto di più nel campo bancario di quello che molti macroeconomisti avrebbero voluto. Si vedano, ad esempio, le aspre critiche indirizzate sulla Banca del Giappone da Ben Bernanke nel 2000, critiche che sono valide quasi alla perfezione per il Ben Bernanke dei nostri giorni.
Ma io penso che Brad lanci la sua rete troppo dappresso: non sono solo i banchieri centrali che rientrano in questi due campi. Ed una importante conseguenza di questa divisione è una lettura completamente diversa della storia recente.
Domandatevi: quale è stata la qualità della nostra risposta alla crisi del 2008?
Se siete nel campo bancario, ecco cosa vedete (la tabella indica il cosiddetto indice dello stress finanziario. Ndt) :
Il sistema finanziario era in grande pericolo – ma la catastrofe fu evitata. Siamo degli eroi!
D’altra parte, se siete nel campo della macroeconomia, ecco cosa vedete:
Un collasso catastrofico nell’occupazione, con una ripresa soltanto modesta persino dopo tutti questi anni (appare un po’ migliore se lo correggete per l’invecchiamento della popolazione, ma non molto). Abbiamo rovinato tutto!
Il che mi porta a quella che appare sempre di più come la decisione di Obama di scegliere Larry Summers come Presidente della Fed, scartando Janet Yellen.
Se si valuta al presente, Summers chiaramente non è nel campo bancario; le cose che è venuto scrivendo sulla politica della finanza pubblica chiariscono che egli è convinto che il lavoro della ripresa economica non è stato portato a termine. Su questa base, vi aspettereste che egli sproni la Fed a fare molto di più di quello che sta facendo. D’altra parte, date le prestazioni precedenti al periodo Fed di Bernanke, vi sareste aspettati la stessa cosa – forse persino di più, giacché Bernanke aveva fortemente posto l’accento sulla responsabilità della banca centrale per la crescita dell’economia. Una volta alla Fed, tuttavia, Bernanke sembra essere stato assimilato dai Borg [1], spostandosi molto più vicino al campo bancario.
Accadrebbe la stessa cosa a Summers? Io lo temo. Ed uno degli argomenti forti (sebbene a questo punto probabilmente futile) per la Yellen è che ella ha speso anni alla Fed senza essere assimilata, mai perdendo di vista l’importanza cruciale della occupazione.
Se Summers non è nel campo bancario, tuttavia, Obama lo è. Come spiega Ezra Klein, la sua scelta di Summers chiaramente riflette il suo punto di vista che la politica negli anni 2009-2010 fu un grande successo, non una grande delusione, ed egli vuol tenere la squadra vincente assieme.
Naturalmente, è molto più semplice per Obama considerare le sue politiche un successo, dal momento che egli è stato rieletto.
Come è ovvio io sono nel campo macroeconomico, non nel campo bancario, dunque questo è del tutto deprimente, in molti sensi. Ciò significa, tra le altre cose, che se Summers è la scelta giusta – cosa che davvero non sapremo mai – è una scelta che Obama sta facendo per ragioni che sono tutte sbagliate.
agosto 30, 2013
August 30, 2013, 11:29 am
One of the things you always heard, back when we were actually talking about stimulus rather than fighting a rearguard action against destructive austerity, was the claim that stimulus spending would inevitably end up becoming a permanent fixture of the economy. This was always said with an air of worldly wisdom — of course that’s how these things work! — even though history said very much the opposite.
But anyway, the invaluable FRED now has a series on exactly that subject, and here’s what it looks like:
By the way, it’s helpful to have a sense of the scale of this thing compared with the economy. So here’s the stimulus calculated as a percentage of the CBO estimate of potential GDP:
Stimulus as percent of potential GDP
So next time someone goes on about how we had this huge stimulus that failed, you can tell him that the “huge” stimulus — in response to the worst financial crisis in three generations — peaked at a whopping 1.6 percent of GDP, and was effectively gone in a bit over two years.
Troppo piccolo e scomparso troppo presto
Una delle cose che si sentivano sempre dire nel passato, quando effettivamente si ragionava di misure di sostegno all’economia invece di combattere azioni di retroguardia contro una austerità distruttiva, era che la spesa pubblica dello “stimulus” sarebbe inevitabilmente finita col diventare una istituzione permanente dell’economia. Si diceva sempre con un’aria di saggezza mondana – è noto come queste cose funzionano! – anche se la storia ci diceva in gran parte l’opposto.
Ma in ogni modo, l’inestimabile FRED [1] ha ora esattamente su questa tematica una serie di dati, ed ecco cosa appare [2]:
Naturalmente, è utile avere una percezione della dimensione di questa cosa a confronto con l’economia. Ecco dunque lo ‘stimulus’ calcolato come percentuale della stima del Congressional Budget Office [3] del PIL potenziale:
Lo stimolo come percentuale del PIL potenziale
Dunque, la prossima volta che qualcuno viene fuori sul tema di come abbiamo avuto queste vaste misure di sostegno che sono fallite, potete dirgli che l’ampio ‘stimulus’ – in risposta alla peggiore crisi finanziaria in tre generazioni – ha toccato la vetta di un enorme 1,6 per cento del PIL, ed effettivamente è scomparso in un po’ più di due anni.
[1] Acronimo per Federal Reserve Economic Data (a cura della Fed di St Louis).
[2] La Tabella illustra l’effetto delle legge dello ‘stimulus’ sul totale delle spese del governo Federale. Come si può notare tali spese totali crebbero notevolmente nell’anno 2009, quando in gran parte erano rivolte ai salvataggi degli istituti finanziari. Continuarono a crescere anche superata la linea grigia delle recessione sino alla punta dell’inizio del 2010, dopodiché già con il 2012 erano tornate ai livelli precrisi.
[3] Vedi note sulla traduzione.
agosto 30, 2013
August 30, 2013, 9:21 am
Kevin O’Rourke has been saying for a while that it’s useful to think of Ireland as “Thailand without the baht“. In this context, the history of the Asian crisis sheds some light on one of the ways defenders of European austerity policies move the goalposts: by claiming that the pre-crisis peak isn’t relevant for comparison purposes, because it was inflated by a bubble.
This excuse plays a central role in claims that Latvia is a big success story, and to a lesser extent in defenses of Ireland’s record. Often, although not always, it reflects a confusion between demand and supply — saying that there was excess spending on, say, housing doesn’t mean that the economy couldn’t have been producing something else instead. (In fairness to the Latvian authorities, they aren’t falling into this fallacy; their claim is that the economy was seriously overheated and suffering inflation).
In any case, Asia from 1997 on provides a useful comparison. Southeast Asia in the mid-90s was a bubble — oh, boy, was it a bubble, with huge current account deficits and wild speculation in real estate. Nonetheless, by contrast with Europe’s crisis economies, the Asians fairly quickly returned to and then passed the pre-crisis peak:
IMF
I will say, 15 years ago it would never have occurred to me that we would be looking back at Asia’s crisis as a success story.
Il Bahat e la scusa della bolla
Kevin O’Rourke per un po’ è venuto dicendo che era utile pensare all’Irlanda come alla “Tailandia senza il baht [1]“. In questo contesto, la storia della crisi asiatica diffonde una luce su uno dei modi nei quali di difensori delle politiche di austerità europee cambiano in continuazione le regole del gioco [2]: sostenendo che il punto più alto precedente alla crisi non è rilevante allo scopo di fare dei paragoni, perché era inflazionato da una bolla.
Questa scusa gioca un ruolo centrale nelle pretese secondo le quali la Lettonia sarebbe una storia di successo, e in misura minore nelle difese della prestazione dell’Irlanda. Spesso, sebbene non sempre, riflette una confusione tra domanda ed offerta – dire che c’era un eccesso di spesa nel settore, diciamo, degli alloggi non significa che l’economia non avrebbe potuto produrre invece qualcos’altro (per correttezza verso le autorità della Lettonia, essa non stanno cadendo in questo errore; la loro pretesa è che l’economia fosse effettivamente surriscaldata e soffrisse di inflazione).
In ogni caso, l’Asia dal 1997 in avanti fornisce un utile paragone. Il Sud est asiatico era in una bolla nella metà degli anni ’90 – badate signori che era proprio una bolla, con grandi deficit di conto corrente [3] e una speculazione selvaggia nel settore immobiliare. Ciononostante, in contrasto con le economie della crisi europea, gli asiatici sono tornati abbastanza rapidamente ai livelli più alti precedenti la crisi e li hanno sorpassati:
FMI
Confesso che 15 anni fa non mi sarebbe mai venuto in mente che avremmo guardato indietro alla crisi dell’Asia come ad una storia di successo.
[1] La moneta ufficiale della Tailandia.
[2] Letteralmente “spostano i pali della porta”.
[3] Per “current account” vedi le note sulla traduzione.
agosto 29, 2013
August 29, 2013, 3:48 pm
A very belated reaction to Steven Erlanger’s piece on French decline, on fears that the proud nation is slipping into second-tier status. One point one should always note here is Roger Cohen’s: the French have been morose for decades now, yet the country remains a pretty good place to live. Maybe some discounting is called for?
But there’s another point I almost never see mentioned: there’s one thing the French are still managing to do that other rich European nations, Germany in particular, aren’t as good at — namely, having children. Here are the Eurostat population projections out to 2060:
If we assume that major European nations will have similar levels of GDP per capita, which seems reasonable, then by mid-century France, not Germany, will be the biggest European economy, through sheer force of numbers. If the EU is still holding together, this could mean that France is in turn the leader of one of the world’s great economic powers. Welcome to the new French empire!
OK, maybe that’s going too far. But I am surprised that France’s relative demographic advantage within Europe doesn’t get more attention.
La Gloria futura
Una reazione assai tardiva al pezzo di Steven Erlanger sul declino francese, sui timori che l’orgogliosa nazione stia scivolando verso uno status di secondo livello. Un punto che si dovrebbe sempre tener presente al proposito è quello di Roger Cohen: la Francia è stata tetra da molti decenni a questa parte, tuttavia il paese resta un posto piuttosto piacevole per viverci. Forse si deve fare qualche eccezione?
Ma c’è un altro punto che non ho quasi mai visto ricordare: c’è un cosa che la Francia sta ancora cercando di fare e nella quale le altre nazioni europee, la Germania in particolare, non sono altrettanto capaci – precisamente, avere figli. Qua di seguito ci sono le previsioni di Eurostat sulla popolazione sino al 2060:
Se assumiamo che le principali nazioni europee avranno livelli simili di PIL procapite, la qualcosa sembra ragionevole, allora per la metà del secolo la Francia, non la Germania, sarà la più grande economia europea, per la pura e semplice forza dei numeri. Se l’Unione europea riesce a stare insieme, questo potrebbe significare che la Francia sarà a quel momento la guida di uno dei grandi poteri economici del mondo. Benvenuti nel nuovo Impero Francese!
Va bene, forse in questo modo si va troppo lontani. Ma sono sorpreso che il relativo vantaggio demografico della Francia all’interno dell’Europa non riceva maggiore attenzione.
agosto 29, 2013
August 29, 2013, 10:44 am
Simon Wren-Lewis replies to my post on the failure of macroeconomists, and tries to make most of the same points a bit more nicely. In particular, I’m glad to see him acknowledge that macroeconomics only looks like a progressive field if you start your story circa 1980, and ignore all the valid stuff that was tossed out by the RBC school, only to be painfully and partially reintroduced in New Keynesian models.
But even now, I think that Wren-Lewis is suffering from a bit of what I’ve come to think of as the Blanchard delusion (sorry, Olivier!): the delusion, widely prevalent on the eve of crisis, that we had in fact reached some kind of resolution of the bitter macroeconomics wars. Wren-Lewis declares that
In 2010, the standard business cycle model was the New Keynesian model, and the implications of that model for the efficacy of appropriately designed fiscal policy are clear.
I guess there’s some room for interpretation of the meaning of the word “standard”, but it became painfully clear in 2008-2009 that many economists — especially, but not only, at the University of Chicago — not only didn’t work in a New Keynesian framework, they were unaware that such a thing existed. As far as they knew, everything Keynesian had been refuted in the 1970s. And as for “the efficacy of appropriately designed fiscal policy” — well, here’s John Cochrane:
“It’s not part of what anybody has taught graduate students since the 1960s,” Cochrane said. “They are fairy tales that have been proved false. It is very comforting in times of stress to go back to the fairy tales we heard as children but it doesn’t make them less false.”
It would be interesting to know how many graduate departments were in fact teaching New Keynesian macro in 2008. My guess is that a fair number weren’t — that students literally had no exposure to the notion that monetary policy, let alone fiscal policy, could play an effective stabilizing role. The notion that we had reached some kind of intellectual detente was, as I said, a delusion: Keynesians had rebuilt their models to make them acceptable to the other side, but the idea that there was any real dialogue was a fantasy.
Now, it is true that New Keynesian models were dominant in policy-oriented research shops — at the various Feds, at the IMF, the Bank of England, etc.. But economists in such places aren’t as free to offer independent views as the academics, so the fact that NK was very much not established in the academic world mattered a lot.
Even given all that, it has been remarkable how unwilling many economists whose theoretical framework seems to be more or less Keynesian have been to go with the implications of that framework for fiscal and monetary policy; I think of people like John Taylor and Martin Feldstein. So there are deeper problems. But Wren-Lewis is, I think, too sanguine about the starting point.
Macroeconomisti in guerra
Simon Wren-Lewis replica al mio post sul fallimento dei macroeconomisti [1], e cerca di avanzare in gran parte gli stessi argomenti con un po’ più di tatto. In particolare, sono contento di constatare che riconosca che la macroeconomia assomigli ad un campo progressivo soltanto se si parte con il racconto attorno al 1980, e si ignorano tutte le cose valide che furono rigettate dalla scuola del Ciclo Economico Reale [2], solo per essere faticosamente e parzialmente reintrodotte nei modelli neokeynesiani.
Ma persino a questo punto, penso che Wren-Lewis stia un po’ soffrendo di quella che sono arrivato a pensare come “l’illusione di Blanchard” (spiacente, Olivier [3]!): l’illusione, ampiamente prevalente nel periodo della crisi, di avere raggiunto un qualche genere di armistizio nelle acerrime guerre macroeconomiche. Wren-Lewis dichiara che:
“Nel 2010 il modello standard di ciclo economico reale era il modello neo keynesiano, e sono chiare le implicazioni di quel modello a favore di una politica della finanza pubblica progettata in modo appropriato.”
Suppongo che ci sia qualche margine per una interpretazione del significato della parola “standard”, ma negli anni 2008-2009 divenne dolorosamente chiaro che molti economisti – specialmente ma non solo alla Università di Chicago – non soltanto non lavoravano in uno schema neo keynesiano, ma non erano consapevoli che esistesse qualcosa del genere. Per quanto ne sapevano, tutto del keynesismo era stato confutato nel corso degli anni ’70. E per quanto riguarda “l’efficacia di una politica della finanza pubblica progettata in modo appropriato” – bene, ecco qua John Cochrane [4]:
“Non fa parte di quello che ognuno ha insegnato agli studenti universitari a partire dagli anni ‘60” disse Cochrane. “Si tratta di favole che si sono rivelate false. E’ molto piacevole in tempi di tensione tornare alle favole che sentivamo raccontare da bambini, ma questo non le rende meno false.”
Sarebbe interessante sapere quanti dipartimenti universitari stavano effettivamente insegnando economia neo keynesiana nel 2008. La mia impressione è che non fossero un gran numero – che gli studenti non ebbero alcun contatto con il concetto per il quale la politica monetaria, lasciamo perdere quella della spesa pubblica, poteva giocare un effettivo ruolo di stabilizzazione. Il concetto secondo il quale avevamo raggiunto una qualche schiarita fu, come ho detto, una illusione: i keynesiani ricostruirono i loro modelli per renderli accettabili all’altro schieramento, ma l’idea che ci fosse un vero dialogo fu una fantasia.
Ora, è vero che i modelli neokeynesiani furono dominanti nei laboratori di ricerca orientati alla politica – presso le varie Fed, FMI, Banca di Inghilterra etc. Ma gli economisti in tali luoghi non sono altrettanto liberi di presentare punti di vista indipendenti come gli accademici, dunque la circostanza per la quale il neokeynesismo non avesse messo grandi radici nel mondo accademico pesò molto.
Anche considerato tutto questo, è stato considerevole come molti economisti riluttanti il cui schema teorico sembra più o meno keynesiano, abbiano proceduto di conserva con quello schema per la politica monetaria e della finanza pubblica; penso a persone come John Taylor e Martin Feldstein. Dunque ci sono problemi più profondi. Ma Wren-Lewis è, io penso, troppo ottimista sul punto di partenza.
[1] “Il vero guaio dell’economia” del 27 agosto.
[2] Vedi la nota in calce al post suddetto.
[3] Olivier Blanchard è al momento il principale economista del FMI.
[4] Ovvero uno dei principali esponenti della Teoria dei cicli economici reali.
agosto 29, 2013
August 29, 2013, 10:15 am
Still working on the crisis du jour, the markets’ sudden turn against emerging economies. The big question here is how serious this really is — is it the kind of thing that costs a few finance ministers their jobs and maybe causes mild recessions when central banks hike rates, or is it a potential economic catastrophe?
It’s important to understand that this is not at all the same question as asking whether the economies in question have deep structural flaws, lousy infrastructure, inferior politicians etc.. You can have all that and still skirt serious recession; you can also have a wonderfully innovative and efficient economy and suffer business cycle disaster (see America, 1929).
My take is still that the risks of real disaster are low. Here’s why. This site conveniently has a chart showing Indonesia’s external debt as a share of gross national income (not exactly the same as GDP, but close enough):
You see fairly elevated levels in the mid-1990s, then the ratio soars in the crisis. That’s the infamous devaluation/balance sheet effect: Indonesia’s private sector had lots of debt in dollars, so when the markets turned and the rupiah plunged, that debt ballooned relative to income and assets, causing a severe real-side crisis.
But as you can also see, Indonesia has a much lower debt ratio now — about half what it was in the mid-90s.
What about India? I’ve already noted that its external debt level is relatively low — lower than Indonesia now, let alone Indonesia in the 90s:
Now, it’s possible that I and everyone else who tried to understand what happened in the 90s has the wrong model. But given what we know, I’m relatively though not totally calm.
Vulnerabilità asiatica, allora ed oggi
Sto ancora lavorando sulla crisi del giorno, l’improvvisa svolta dei mercati a danno delle economie emergenti. In questo caso la grande domanda è quanto sia davvero serio tutto questo – è il genere di cosa che costa il posto di lavoro a pochi ministri delle finanze e forse provoca leggere recessioni, oppure è una potenziale catastrofe economica?
E’ importante capire che questa non è affatto la stessa domanda del chiedere se le economie in questione abbiano difetti strutturali profondi, infrastrutture scadenti, politici di qualità inferiore etc. Si può avere tutto questo e purtuttavia scansare serie recessioni; si può anche avere una economia meravigliosamente innovativa ed efficiente e patire i disastri del ciclo economico (si veda l’America del 1929).
La mia interpretazione è ancora che i rischi di un effettivo disastro siano bassi. Ecco perché. Questo sito [1] ha opportunamente una tabella che mostra il debito esterno dell’Indonesia come percentuale del reddito lordo nazionale (non esattamente la stessa cosa del Prodotto Interno Lordo, ma abbastanza vicina):
Si vedono livelli abbastanza elevati nella metà degli anni ’90, poi il rapporto si impenna nella crisi. Quello è l’effetto famigerato svalutazione/equilibri contabili: il settore privato dell’Indonesia aveva grandi quantità di debiti in dollari, dunque quando i mercati si sono spostati e la rupia è precipitata, il debito è cresciuto a vista d’occhio in rapporto al reddito ed agli assets, provocando una grave crisi dal lato dell’economia reale.
Ma come anche si può vedere, l’Indonesia ha adesso una percentuale di debito molto più bassa – circa la metà di quella che aveva nel mezzo degli anni ’90.
Cosa dire dell’India? Avevo già notato che il suo livello di debito esterno è relativamente basso – più basso dell’Indonesia attuale, per non dire dell’Indonesia degli anni ’90:
Ora, è possibile che il sottoscritto e chiunque altro che cercò di capire cosa accadde negli anni ’90 abbia il modello sbagliato. Ma, sulla base di quello che conosciamo, sono relativamente sebbene non totalmente tranquillo.
agosto 28, 2013
August 28, 2013, 2:00 pm
So, I’m feeling young again — well, middle-aged, anyway. The rupiah is plunging again!
I was one of those economists for whom the Asian crisis of 1997-1998 came as a disturbing revelation, a demonstration that events all too reminiscent of the Great Depression could still happen in the modern world. Between the acute crises in Southeast Asia and the long stagnation in Japan, it was — or so I thought — all too clear that we did not, in fact, have this thing under control. Unfortunately, not enough people grasped that lesson, and a decade later we had a global crisis that made the Asian crisis look trivial by comparison.
But anyway, the moving finger of crisis seems for the moment to be pointing back at some of the old crowd. And I’m catching up on what’s been going on in that part of the world.
The first thing you want to say is that all the crisis economies — even Indonesia, which had by far the worst time in the beginning — eventually bounced back strongly:
Total Economy Database
This is in stark contrast to the experience of the countries that seem like the closest parallel to SE Asia this time around, the troubled euro area debtors. Here’s a comparison of Indonesia after 1997 and Greece after 2007, with the later years for Greece being the current IMF projections; the number of years after the pre-crisis peak is on the horizontal axis:
Total Economy Database, IMF
By this point in the aftermath of the Asian crisis, even Indonesia was well on the road to recovery; Greece, Spain etc. are still sinking.
What’s worth remembering is that everything people say about why Greece can’t bounce back — structural problems, corruption, weak leadership, yada yada was also said about Indonesia. So why could Indonesia come back while Greece can’t?
Well, two obvious reasons: Indonesia had a currency that it could devalue, and did, massively. This caused a lot of short-term financial stress, but paved the way for export-led growth. And the IMF, after initially pushing austerity policies in Asia, backed off and reversed course; this time around the Troika has been relentless, learning nothing from experience.
Much more on this topic in future posts.
La crisi asiatica a confronto con la crisi europea
Dunque, è come se fossi tornato giovane – ebbene, almeno di mezza età. La rupia sta scendendo ancora!
Io fui uno di quegli economisti per i quali la crisi asiatica del 1997-1998 arrivò come una rivelazione allarmante, una dimostrazione che eventi che facevano anche troppo venire alla mente la Grande Depressione potevano ancora riaccadere nel mondo odierno. Tra le gravi crisi del Sud Est asiatico e la lunga stagnazione del Giappone, era – o così io pensavo – anche troppo chiaro che non avevamo, di fatto, sotto controllo questa evenienza. Sfortunatamente, non molte persone afferrarono quella lezione, ed un decennio dopo avemmo una crisi globale rispetto alla quale la crisi asiatica pare banale.
Ma in ogni caso, per il momento il fattore scatenante la crisi sembra tornare ad indicare qualcosa della vecchia casistica. E sto aggiornandomi su cosa sta accadendo in quella parte del mondo.
La prima cosa che si deve dire è che tutte le economie in crisi – persino l’Indonesia, che ebbe di gran lunga la peggiore esperienza agli inizi – alla fine si riprendono con forza:
Database totale dell’economia
Questo è in estremo contrasto con l’esperienza dei paesi che sembrano in questa occasione il parallelo più prossimo all’Asia sudorientale, i debitori in difficoltà dell’area euro. Ecco un confronto dell’Indonesia nel 1997 e della Grecia dopo il 2007, con gli ultimi anni per la Grecia che si basano sulle attuale previsioni del FMI; il numero degli anni dopo il picco precedente alla crisi è sull’asse orizzontale:
Database totale dell’economia, FMI
In questo senso nel periodo successivo della crisi asiatica, persino l’Indonesia era messa in modo migliore sulla strada della ripresa; la Grecia, la Spagna etc. stanno ancora affondando.
Quello che merita di essere ricordato è che tutto quello che la gente dice sulle ragioni per le quali la Grecia non può riprendersi – problemi strutturali, corruzione, debolezza dei gruppi dirigenti, etc. etc. -veniva anche detto a proposito dell’Indonesia. Perché dunque l’Indonesia torna in auge mentre la Grecia non può farlo?
Ebbene, ci sono due ovvie ragioni: l’Indonesia aveva una valuta che poteva svalutare, e lo fece massicciamente. Questo a breve termine provocò un grande disordine finanziario, ma preparò la strada per un crescita guidata dalle esportazioni. E il FMI, dopo aver inizialmente spinto per politiche di austerità in Asia, si ricredette e invertì l’indirizzo; in questa occasione la troika [1] è stata implacabile, non imparando niente dall’esperienza.
Dirò di più su questo tema in posts futuri.
[1] Ovvero, l’organismo di supervisione che decide e tratta con il Governo greco, composto dal FMI, dalla BCE e dalla Commissione Europea.
agosto 27, 2013
August 27, 2013, 11:39 am
I’m a bit behind the curve in commenting on the Rosenberg-Curtain piece on economics as a non-science. What do I think of their thesis?
Well, I’m sorry to say that they’ve gotten it almost all wrong. Only “almost”: they’re entirely right that economics isn’t behaving like a science, and economists – macroeconomists, anyway – definitely aren’t behaving like scientists. But they misunderstand the nature of the failure, and for that matter the nature of such successes as we’re having.
Let’s start with the giveaway passage:
An effective chair of the central bank will be one who understands that economics is not yet a science and may never be. At this point it is a craft, to be executed with wisdom, not algorithms, in the design and management of institutions. What made Ben S. Bernanke, the current chairman, successful was his willingness to use methods — like “quantitative easing,” buying bonds to lower long-term interest rates — that demanded a feeling for the economy, one that mere rational-expectations macroeconomics would have denied him.
Whoa! They apparently imagine that QE was an intuitive reaction by Bernanke, one that academic macroeconomics would never have suggested. Nothing could be further from the truth. By the time 2008 came along, the issue of how to conduct monetary policy at the zero lower bound had been extensively discussed, notably in Krugman 1998 (pdf), Eggertsson and Woodford (2003), and, yes, Bernanke-Reinhart-Sack 2004 (pdf). Indeed, the Fed’s QE policies initially followed the latter paper closely; its more recent shift to a greater emphasis on forward guidance is a move in the direction of the Krugman-Eggertsson-Woodford approach.
In other words, far from acting as a free-spirited improviser, Bernanke has been largely implementing recipes developed in the academic literature years before.
So Rosenberg and Curtain completely misunderstand what’s been going on at the Fed. They also misunderstand the nature of economists’ predictive failures. It’s true that few economists predicted the onset of crisis. Once crisis struck, however, basic macroeconomic models did a very good job in key respects — in particular, they did much better than people who relied on their intuitive feelings. The intuitionists — remember, Alan Greenspan was supposed to be famously able to sense the economy’s pulse — insisted that budget deficits would send interest rates soaring, that the expansion of the Fed’s balance sheet would be inflationary, that fiscal austerity would strengthen economies through “confidence”. Meanwhile, wonks who relied on suitably interpreted IS-LM confidently declared that all this intuition, based on experiences in a different environment, would prove wrong — and they were right. From my point of view, these past 5 years have been a triumph for and vindication of economic modeling.
Oh, and it would be a real tragedy if the takeaway from recent events becomes that you should listen to impressive-looking guys with good tailors who stroke their chins and sound wise, and ignore the nerds; the nerds have been mostly right, while the Very Serious People have been wrong every step of the way.
Yet obviously something is deeply wrong with economics. While economists using textbook macro models got things mostly and impressively right, many famous economists refused to use those models — in fact, they made it clear in discussion that they didn’t understand points that had been worked out generations ago. Moreover, it’s hard to find any economists who changed their minds when their predictions, say of sharply higher inflation, turned out wrong.
Nor is this a new thing. My take on the history of macro is that the notion of equilibrium business cycles had, by the standards of any normal science, definitively failed by any normal scientific standard by 1990 at the latest. The original idea that money had real effects because people were surprised by monetary shocks fell apart in the face of evidence of business cycle persistence; the real business cycle view that nominal shocks didn’t actually matter after all was refuted by decisive evidence (pdf) that, in fact, it did. Yet there was no backing off on this approach. On the contrary, it actually increased its hold on the profession.
So, let’s grant that economics as practiced doesn’t look like a science. But that’s not because the subject is inherently unsuited to the scientific method. Sure, it’s highly imperfect — it’s a complex area, and our understanding is in its early stages. And sure, the economy itself changes over time, so that what was true 75 years ago may not be true today — although what really impresses you if you study macro, in particular, is the continuity, so that Bagehot and Wicksell and Irving Fisher and, of course, Keynes remain quite relevant today.
No, the problem lies not in the inherent unsuitability of economics for scientific thinking as in the sociology of the economics profession — a profession that somehow, at least in macro, has ceased rewarding research that produces successful predictions and rewards research that fits preconceptions and uses hard math instead.
Why has the sociology of economics gone so wrong? I’m not completely sure — and I’ll reserve my random thoughts for another occasion.
Il vero guaio dell’economia
Non sono a mio agio nel commentare il pezzo di Rosenberg–Curtain sull’economia come non-scienza. Cosa pensare della loro tesi?
Ebbene, mi dispiace dirlo ma sbagliano quasi su tutto. Dico “quasi”, perché hanno interamente ragione sul fatto che l’economia non si stia comportando come una scienza e che gli economisti – o in ogni caso i macroeconomisti – certamente non si stiano comportando come scienziati. Ma fraintendono la natura di quel fallimento, e per quel motivo la natura del genere di successi che stiamo ottenendo.
Cominciamo con il passaggio rivelatore:
“Un Presidente efficace della banca centrale sarà un individuo che capisce che l’economia non è ancora una scienza e non lo sarà mai. Al punto a cui siamo, essa è un mestiere, da eseguire con buon senso, non con algoritmi, nella progettazione e nella gestione delle istituzioni. Ciò che Ben Bernanke, il Presidente attuale, ha fatto con successo è dipeso dalla sua volontà di usare metodi – come la “Facilitazione Quantitativa” [1], ovvero l’acquisto di bonds a più bassi tassi di interesse a lungo termine – che chiedevano una sensibilità per l’economia, qualcosa che la macroeconomia delle aspettative razionali non gli avrebbe permesso.”
Perbacco! Pare che si immaginino che la Facilitazione Quantitativa fosse da parte di Bernanke una reazione istintiva, qualcosa che la macroeconomia accademica mai gli avrebbe suggerito. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Quando arrivò il 2008, il tema di come condurre la politica monetaria a fronte del limite inferiore di zero [2] era stato abbondantemente dibattuto, in particolare in Krugman 1998 (disponibile in pdf), in Eggertsson e Woodford (2003) ed in Bernanke-Reinhart-Sack (2004, disponibile in pdf). In effetti, le politiche della Facilitazione Quantitativa della Fed inizialmente seguirono l’ultimo studio in modo ravvicinato; gli spostamenti più recenti verso una maggiore enfasi su una guida ardita è una mossa nella direzione dell’approccio Krugman-Eggertsson-Woodford.
In altre parole, lungi dall’agire come un improvvisatore dallo spirito libero, Bernanke è venuto largamente applicando ricette sviluppate nella letteratura accademica di anni prima.
Così Rosenberg e Curtain fraintendono completamente cosa è accaduto alla Fed. Fraintendono anche la natura delle previsioni sbagliate degli economisti. E’ vero che pochi economisti avevano previsto l’avvio della crisi. Una volta che essa scoppiò, tuttavia, i modelli macroeconomici fondamentali fecero un ottimo lavoro sugli aspetti principali – in particolare, fecero molto meglio delle persone che si basavano sulle loro sensazioni istintive. Gli intuizionisti – si ricordi, Alan Greenspan passava per essere notoriamente capace di sentire il polso dell’economia – insistevano che i deficits di bilancio avrebbero spinto i tassi di interesse alle stelle, che l’espansione dei conti della Fed avrebbe avuto effetti inflazionistici, che l’austerità della finanza pubblica avrebbe rafforzato le economie attraverso la “fiducia”. Nel frattempo, studiosi che si basavano sul modello IS-LM appropriatamente interpretato, dichiaravano convintamente che tutte queste intuizioni, basate su esperienze in diversi contesti, si sarebbero mostrate sbagliate – ed avevano ragione. Dal mio punto di vista, questi cinque anni sono stati un trionfo e un risarcimento della modellistica economica.
Inoltre, sarebbe davvero una tragedia se il risultato degli eventi recenti diventasse che si debba dare ascolto a personaggi tutta apparenza, che si servono da sarti di fama e che si grattano il mento pensosi ed appaiono saggi, ed ignorare le persone che studiano; sono queste ultime che hanno in gran parte avuto ragione, mentre le Persone Molto Serie hanno avuto torto ad ogni passaggio.
Tuttavia, è evidente che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’economia. Mentre gli economisti che utilizzano i modelli macro dei libri di testo hanno di solito avuto ragione in modo impressionante, molti famosi economisti si sono rifiutati di utilizzare quei modelli – di fatto, nel corso del dibattito hanno voluto chiarire che non comprendono gli aspetti ai quali sono state trovate soluzioni generazioni orsono. Inoltre, è difficile trovare economisti che abbiano modificato il loro modo di ragionare allorché le loro previsioni, ad esempio di una inflazione bruscamente in crescita, si sono rivelate sbagliate.
E non è una novità. La mia interpretazione sulla storia della macro è che il concetto di cicli economici in equilibrio è venuto meno, secondo i metodi di una qualsiasi normale scienza, al massimo a partire dagli anni ’90 a qualsiasi normale criterio scientifico. L’idea originaria secondo la quale la moneta aveva effetti reali perché le persone erano sorprese dagli shocks monetari andò in frantumi a fronte della prova della persistenza del ciclo economico; il punto di vista della teoria del ciclo economico secondo il quale gli shocks in termini monetari nominali non contano venne, dopo tutto, confutato dai fatti in modo decisivo [3]. Tuttavia non ci fu alcun arretramento da un simile approccio. Al contrario, esso aumentò la sua presa sulla disciplina.
Dunque, diamo per accertato che l’economia come viene praticata non assomiglia ad una scienza. Ma questo non perché il suo oggetto sia intrinsecamente inadatto al metodo scientifico. Certamente, esso è molto imperfetto – si tratta di una settore complesso e la nostra comprensione di esso è alle fasi iniziali. Ed è anche chiaro che l’economia stessa cambia col tempo, in modo tale che quello che era vero 75 anni fa può non esser vero oggi – sebbene quello che realmente vi impressiona se, in particolare, studiate la macroeconomia è la continuità, cosicché Bagehot Wicksell ed Irving Fisher e, naturalmente, Keynes restano ancora oggi del tutto significativi.
No, il problema non consiste in una economia intrinsecamente inadatta al pensiero scientifico e neppure in una sociologia della disciplina economica – una disciplina che in qualche modo, almeno nella macroeconomia, ha smesso di premiare ricerche che producono previsioni di successo e piuttosto premia ricerche che si adattano a pregiudizi e usano una difficile matematica.
Perché la sociologia dell’economia è stata così sbagliata? Non ne sono completamente sicuro – e riservo ad un’altra occasione i miei pensieri in libertà.
[1] Vedi note sulla traduzione.
[2] Vedi le note sulla traduzione.
[3] Nel link, disponibile in pdf, uno studio dei due economisti, i coniugi Romer, del 1998, nel quale appunto – tornando alle tesi di Friedman e Schwartz (“La storia monetaria degli Stati Uniti” – si confutava con i dati più recenti la pretesa dei teorici del ciclo economico reale della non influenza degli shocks monetari nominali.
La Teoria del ciclo economico reale (RBT Theory) allude alle posizioni della corrente di economisti denominata anche “dell’acqua dolce” (“freshwater economics”, vedi note sulla traduzione) o anche degli economisti di Chicago, secondo i quali le fluttuazioni dei cicli economici in larga misura dipendono da shocks reali e non da shocks monetari dei soli valori nominali. Si tratta di una prosecuzione nell’epoca del dopoguerra delle tesi degli economisti della scuola ‘austriaca’, per le quali le crisi recessive e depressive sarebbero niente altro che ‘aggiustamenti salutari’ da parte di mercati di fenomeni reali profondi dell’economia (ad esempio: fenomeni di modificazioni nelle tecnologie, uscita di scena di soggetti economici non più competitivi etc.). Le crisi non sarebbero dunque prova della non onnipotenza ed onniscienza dei mercati, e pensare di intervenire su di esse con gli strumenti monetari o della spesa pubblica – come aveva sostenuto alcuni decenni prima il keynesismo – sarebbe più che illusorio, negativo. Alcuni nomi di esponenti di tale Teoria ancora in vita sono: Richard Posner, Robert E. Lucas, Eugene Fama.
Se si volesse trasporre queste opinioni in una sorta di semplice geografia politica del pensiero economico statunitense, è evidente che le tesi della teoria del ciclo economico reale (o in equilibrio) rappresentano la destra, ed in effetti esse sono ancora oggi sostanzialmente omogenee con le posizioni politiche della destra repubblicana. Il keynesismo, ovviamente, indica soluzioni che invece appartengono alla tradizione democratica. Krugman ha sempre insistito – anche con alcuni interventi di questo ultimo mese – che le posizioni di Friedman non dovrebbero in nessun modo essere confuse con quelle della destra del pensiero economico, giacché appunto è opposta la considerazione sulla influenza dei processi derivanti da mutamenti monetari. Ancorché lo spazio politico per posizioni alla Friedman sembra ormai inesistente, nella destra americana odierna.
E questi sono i due coniugi Romer, che spesso sono oggetto di citazioni:
agosto 26, 2013
August 26, 2013, 9:12 am
Joe Weisenthal is right: Wall Street is paying too much attention to the “taper”, the prospect of a slowing of Fed asset purchases, and not enough attention to the looming game of debt-ceiling chicken.
My guess is that the market reaction to the taper mainly reflects belief that it signals a general tightening bias by the Fed. If it becomes clear that it doesn’t, things should calm down. But then there’s the political crisis.
If you haven’t been reading the political blogs much — say, Greg Sargent — you may not have a sense of just how dire the political environment is. But here’s the situation. You have a Republican base that truly believes that guaranteed health insurance is the work of the devil. Meanwhile, there’s a Republican majority in the House that owes its position not to broad popular support — Democrats actually got more votes in 2012 — but to a district map that concentrates Democrats in a minority of districts, which in turn means that most Rs are more afraid of Tea Party challengers than outraged independents.
And the debt ceiling looms, with many ideologues assuring the base that Obama can be bullied into gutting his main achievement, which he won’t.
Everyone seems to assume that this will be worked out somehow, but nobody has even a halfway plausible story about how this will be done. Default looks like a real risk.
There is, however, still an option:
La stretta contro la follia
Joe Weisenthal ha ragione: Wall Street sta mettendo troppa attenzione alla “stretta”, la prospettiva di un rallentamento degli acquisti di asset da parte della Fed, e non abbastanza attenzione all’incombente ‘gioco del pollo’ [1] sul tetto del debito [2].
La mia impressione è che la reazione del mercato alla stretta principalmente rifletta il convincimento che essa segnali una generale tendenza alla restrizione da parte della Fed. Se diventa chiaro che non è così, le cose dovrebbero un po’ calmarsi. Ma poi viene la crisi politica.
Se non state leggendo un granché i blogs politici – ad esempio, Greg Sargent – potete non avere un’idea di quanto sia proprio terribile il clima politico. Ma ecco la situazione. C’è una base repubblicana che crede per davvero che la assicurazione garantita sulla salute sia opera del diavolo. Nel frattempo, c’è una maggioranza repubblicana alla Camera che non deve la sua posizione ad un generale sostegno popolare – nel 2012 i democratici ebbero più voti – ma ad una geografia di collegi elettorali che concentra i Democratici in una minoranza di collegi, il che a sua volta significa che gran parte dei Repubblicani hanno più timore degli sfidanti del Tea Party che di indipendenti arrabbiati.
E il tetto del debito incombe, con molti ideologi che assicurano la base che Obama può essere costretto con la prepotenza a mandare all’aria la sua principale realizzazione, cosa che egli non vorrà fare.
Ognuno sembra ipotizzare che tutto questo in qualche modo si risolverà, ma nessuno ha nemmeno mezza idea di come sarà possibile. Il default sembra un rischio reale.
C’è tuttavia ancora una opzione [3]:
[1] Il gioco probabilmente nacque quasi un secolo fa: in una strada deserta di campagna, alcuni bambini giocavano ad attraversare la strada per ultimi, dinanzi a rare macchine che arrivavano a tutta velocità. Oppure, negli anni ’50 e ’60 della “gioventù bruciata”: guidare a tutta velocità due macchine, una verso l’altra, e decidere di schivare per ultimi, oppure di non schivare affatto. Chiamato del pollo anziché del coniglio, perché per gli anglosassoni è il pollo e non il coniglio simbolo di viltà. O magari anche perchè pure i polli attraversavano le prime strade polverose, semplicemente in quanto polli …
[2] Per “debt ceiling” (“tetto del debito”) vedi le note sulla traduzione.
[3] L’opzione è la figura successiva, di un personaggio della serie di Star Trek, che figura su una gran moneta da mille miliardi di dollari. La stessa caricatura era stata usata in un post dei mesi passati, a fronte di un’altra stretta provocata da un ricatto dei Repubblicani, con rischio di default. Allora Krugman sostenne, non semplicemente scherzando, che la Amministrazione Obama, sfruttando una teorica possibilità di conio di monete eccezionali, avrebbe potuto pur sempre trovare i soldi necessari per evitare un blocco delle funzioni di Governo (il che implicherebbe di necessità un default, perché costringerebbe tra l’altro al non pagamento degli interessi sul debito pubblico) coniando, appunto, una unica moneta da migliaia di miliardi di dollari. L’idea venne presa in una certa misura sul serio in un dibattito successivo, nel senso che ad alcuni sembrò, in condizioni estreme, da non escludere.
agosto 25, 2013
August 25, 2013, 8:54 am
Bob Hall’s paper for Jackson Hole (pdf) is, characteristically for Hall, a mix of very sensible stuff and strange-looking stuff that just might involve a deep insight. (Hall used to be famous at MIT for talks along the lines of “Not many people understand this, but the IS curve actually slopes up and the LM curve slopes down” — and then, not most of the time but often enough, his apparent craziness would turn out to be a big insight that changed the way you thought about a major issue.)
So, the first half of the paper is a discussion of the problem of aggregate demand in terms of the Wicksellian natural interest rate — the rate consistent with full employment — and the impossibility of reaching that rate right now because of the zero lower bound. It’s the same framework I’ve been using all along.
The second half, however, is an attempt to explain why excess supply of labor hasn’t led to deflation, in which Hall tries to marry IS-LM macro to a search model of equilibrium unemployment. The idea is that something — Hall points to higher risk premia, although those have come down a lot since 2009 — is makings firms unwilling to invest in new hires, in effect degrading the process that matches workers to jobs and hence raises equilibrium unemployment. At least I think that’s what is going on.
Brad DeLong also links to Roger Farmer, presumably because he thinks Farmer, in his attack on the concept of the natural rate of unemployment, is making a fundamentally similar argument. I guess I think so too, although — well, read it for yourself.
So, do I buy this? No, or at least not yet, for several reasons.
First, they may be explaining a puzzle that isn’t there. Hall talks as if it were clear that there is no relationship between economic slack and inflation and/or wage changes. But suppose we look at the period of the Great Moderation — that is, the period after the great disinflation of the early 80s, after which public expectations of inflation more or less stabilized — and look at an old-fashioned Phillips type relationship between unemployment and the change in wages over the following year. (I use nonsupervisory employees because the all-employees series doesn’t start until recently). It looks like this:
That looks about as good as, or even better than, the Phillips curves people were looking at back in the early 60s. Are we sure we have a problem here?
Second, Hall lays a lot of stress on risk premia as sources of shocks, in effect, to aggregate supply — rising risk premia deterring hiring, so that workers have to spend more time searching. But risk premia, at least as measured by spreads on risky corporate bonds, are way down:
Where’s my full employment? OK, you could argue that this is indicating normalization of markets only for large corporations, and that small business still faces unusual credit constraints. But Hall is still laying a lot of stress on a factor that isn’t obvious in the data.
Finally, sheer nominal stickiness / money illusion doesn’t seem to play any role in the Hall/Farmer formulation. Yet we now have overwhelming evidence of the presence of such stickiness, in the form of a large (and increased) share of wages that exhibit precisely zero change from year to year:
San Francisco Fed Percentage of workers with zero wage change
So, I’m not sold. But interesting stuff.
Modelli innaturali del mercato del lavoro (per esperti)
Il saggio di Bob Hall per Jackson Hole (disponibile in pdf) è, come è caratteristico di Hall, un misto di cose molto ragionevoli e di idee dall’aspetto singolare che potrebbero avere a che fare con intuizioni profonde (Hall era famoso al MIT per discorsi del tipo “Non molte persone lo capiscono, ma la curva IS effettivamente inclina verso l’alto e quella LM inclina verso il basso” [1]– e poi, non nella maggior parte dei casi ma abbastanza spesso, si è scoperto che la sua apparente follia era una grande intuizione che ha cambiato il modo nel quale si pensa a cose importanti).
Dunque, la prima parte del saggio è una discussione del problema della domanda aggregata in termini di wickselliano tasso di interesse – ovvero il tasso coerente con una situazione di piena occupazione – e della impossibilità di raggiungere quel tasso immediatamente a causa del limite inferiore dello zero. Si tratta dello stesso schema che io utilizzo da sempre.
La seconda parte, tuttavia, è un tentativo di spiegare perché l’eccesso di offerta di lavoro non ha condotto alla deflazione, e in essa Hall cerca di sposare la macro del modello IS-LM con un modello di ricerca della disoccupazione in equilibrio. L’idea è che qualcosa – Hall indica i più alti premi del rischio [2], sebbene quelli siano molto scesi dal 2009 – stia rendendo le imprese non desiderose di fare nuove assunzioni, in sostanza degradando il processo che equipara i lavoratori ai posti di lavoro e di conseguenza elevando l’equilibrio di disoccupazione. Almeno io penso che è quello che stia succedendo.
Brad DeLong lo mette in connessione con Roger Farmer, presumibilmente perché egli pensa che Farmer, nel suo attacco al concetto di tasso naturale di disoccupazione, stia avanzando un argomento fondamentalmente simile. Penso anch’io nello stesso modo, sebbene – ebbene, leggetelo per conto vostro.
Dunque, mi lascia convinto? No, o almeno non ancora, per un certo numero di ragioni.
La prima, può darsi che essi spieghino un mistero che in questo caso non c’è. Hall parla come se non ci fosse alcuna relazione tra una economia fiacca e l’inflazione e/o i mutamenti salariali. Ma supponiamo di osservare il periodo della cosiddetta Grande Moderazione – cioè, il periodo successivo alla grande disinflazione dei primi anni ’80, dopo il quale le aspettative di inflazione più o meno si stabilizzarono – e si guardi a quel tipo di tradizionale relazione alla Phillips tra disoccupazione e cambiamenti salariali negli anni successivi (utilizzo i dati sugli impiegati non addetti alla sorveglianza, perché le serie sugli impiegati complessivi non sono partite se non di recente). Appare in questo modo:
Sembra altrettanto buono, o persino migliore di quello che i cultori delle curve di Phillips osservavano agli inizi dei passati anni ’60. Siamo sicuri che ci sia qua un problema?
Il secondo, Hall si basa molto sullo stress dei premi di rischio come fonti di shocks per l’offerta aggregata – premi di rischio crescenti dissuadono dall’assumere, cosicché i lavoratori debbono impiegare più tempo nella ricerca. Ma i premi di rischio, almeno come misurati dai differenziali sui bonds rischiosi delle grandi imprese, sono assai in basso:
Dov’è la piena occupazione di cui si parla? E’ vero, si potrebbe sostenere che questo stia indicando una normalizzazione dei mercati soltanto per le imprese grandi, e che le piccole imprese stiano ancora fronteggiando limitazioni inusuali al credito. Ma Hall continua ad attribuire molta tensione ad un fattore che non è evidente nelle statistiche.
Infine, la pura e semplice rigidità nominale (l’illusione monetaria) non sembra che giochi alcun ruolo nelle formulazioni di Hall/Farmer. Tuttavia abbiamo adesso una completa prova della presenza di tale rigidità, nella forma di una ampia (ed accresciuta) quota di salari che mostrano da un anno all’altro precisamente un mutamento nullo [3]:
Percentuale di lavoratori con mutamento salariale nullo
Dunque, non sono convinto. Ma si tratta di cose interessanti.
[1] La frase è un esempio di una affermazione strana. Infatti, si tenga a mente la rappresentazione del modello IS-LM:
Nel diagramma, la linea verticale rappresenta il tasso di interesse (l’economia monetaria) e quella orizzontale il reddito (l’economia reale). Ora, la curva IS (investimenti e risparmi), dal momento che si ipotizza che il tasso di interesse diminuisca, scende per definizione verso il basso, ed inoltre va verso destra perché un tasso di interesse minore favorisce l’investimento e dunque aumenta il reddito. Di contro, la curva LM – ovvero della Liquidità e della Moneta – andando nella direzione di un aumento del reddito, è inevitabile che ad un certo punto prenda a salire verso l’alto perché, con una data quantità di moneta, il reddito non può continuare a salire indefinitamente, e dunque i tassi di interesse aumentano ed il reddito ferma la sua ascesa. La spiegazione, con un po’ di pazienza, si capisce, ma in effetti non è così chiaro il perché delle premesse.
[2] Il ‘premio del rischio’ è semplicemente una minima quantità di denaro che nella aspettativa di ritorno di un bene o asset con un certo rischio deve eccedere il ritorno di un bene senza rischio, per indurre l’individuo appunto a rischiare.
[3] Come si legge, la tabella indica i due periodi attraversati da recessioni (le righe grigie) – il 1986/1994 ed il 1996/2012. Si badi che la tabella misura la percentuale di lavoratori che non hanno avuto alcuna variazione salariale, cosicché più la percentuale è alta e più i salari sono rigidi. Se ben capisco, la tabella mostra che i periodi recessivi sono accompagnati ed anche seguiti per un po’ da fenomeni di più elevata stabilità (vischiosità o rigidità) dei salari; dunque le recessioni non sono accompagnate da riduzioni di salari perché la loro vischiosità o rigidità è forte proprio quando dovrebbero scendere verso il basso.
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