August 25, 2013, 10:57 am
I’m thinking about Ibn Khaldun this weekend, and there is, it turns out, at least one translation of Ibn Khaldun’s Muqaddimah (pdf) available online — and based on an initial skim, it truly is an awesome work, centuries ahead of its time. I was especially struck by his opening manifesto:
Such is the purpose of this first book of our work. (The subject) is in a way an independent science. (This science) has its own peculiar object-that is, human civilization and social organization. It also has its own peculiar problems,that is, explaining the conditions that attach themselves to the essence of civilization, one after the other. Thus, the situation is the same with this science as it is with any other science, whether it be a conventional 17 or an intellectual one.
It should be known that the discussion of this topic is something new, extraordinary, and highly useful. Penetrating research has shown the way to it.
I read this as a declaration that Ibn Khaldun was setting himself up to be the Hari Seldon of medieval Islam. And he did a pretty good job!
Ibn Khaldun, psicostorico [1]
Sto pensando in questo fine settimana a Ibn Khaldun e scopro che c’è almeno una traduzione del “Muqaddimah” [2] di Ibn Khaldun disponibile on-line – e sulla base di una iniziale scorsa, è veramente un lavoro imponente, avanti di secoli rispetto al suo tempo. Sono stato specialmente colpito da questo manifesto di apertura:
“Tale è il proposito del primo libro del nostro lavoro. (Il tema) è in un certo senso una scienza indipendente. (Questa scienza) ha un suo particolare oggetto – vale a dire la civilizzazione umana e l’organizzazione sociale. Ha anche i suoi peculiari problemi, vale a dire, spiegare le condizioni che si collegano all’essenza della civilizzazione, una dopo l’altra. Quindi con questa scienza la situazione è la stessa di qualsiasi altra scienza, sia che si tratti di un convenzionale “17” [3] che di una disciplina intellettuale.”
Dovrebbe esser noto che il dibattito su questo tema è qualcosa di nuovo, di straordinario e di estremamente utile. Una ricerca penetrante ha mostrato come avvicinarsi ad esso.
La leggo come una dichiarazione per la quale Ibn Khaldun si stava apprestando ad essere lo Hari Seldon [4] dell’Islam medioevale. E fece una gran bel lavoro!
[1] La Psicostoria nell’universo di Isaac Asimov è una scienza che combina storia, sociologia ed altre discipline sino alla matematica statistica al fine di fare previsioni sui comportamenti futuri di gruppi molto ampi di individui, come i componenti dell’Impero Galattico (da Wikipedia in inglese).
[2] E’ un termine arabo che dovrebbe corrispondere al latino “Prolegomena”.
محمد
عبد
THE MUQADDIMAH
Abd Ar Rahman bin Muhammed ibn Khaldun
Translated by
Franz Rosenthal
[3] Tiro ad indovinare: si potrebbe trattare del terzo numero primo del matematico Francese Fermat, che su Wiki ha questa forma: . Sennonché Pierre de Fermat era successivo di circa due secoli … Quel “17”, per ragioni che non so spiegare, avrebbe anche una importante applicazione in geometria … Ma la mia soluzione si basa soltanto sul fatto che le altre soluzioni alla voce di ‘disambiguazione’ di “17” sono del tutto irragionevoli.
[4] Ed Hari Seldon è un personaggio delle serie fantascientifiche di Asimov.
agosto 24, 2013
August 24, 2013, 4:47 pm
Simon Wren-Lewis is deeply annoyed at the IMF, and understandably so. How can you publish a paper about fiscal adjustment that explicitly takes no account of monetary policy, and claim that it has any relevance to current problems?
In general, trying to do policy-relevant macroeconomics these past 5 years has felt like the curse of Sisyphus: you labor mightily to get some simple but essential point across, you think that maybe, finally, you’re getting through. Then along comes some famous economist or report from an influential agency that rolls the level of the discussion right back down to the bottom.
The central fact of macro policy in these times isn’t subtle:
In normal times, the central bank can offset fiscal contraction by cutting interest rates. Since late 2008, however, the interest rates the Fed can control have been limited by the zero lower bound. This means that there is no offset to the negative effects of fiscal consolidation — which means that this is not the time to be doing such consolidation, which should wait until we emerge from this condition. We’re in a St. Augustine economy: Grant me chastity and continence, but not yet.
This isn’t complicated, and it isn’t new — it’s what we’ve been saying for almost 5 years. There are arguments one can make on the other side, although the two main ones — expansionary austerity and the supposed existence of a red line on debt at 90 percent of GDP — have imploded. Still, I guess a paper offering a new argument for front-loaded austerity might be worth reading.
But to put out a paper in 2013 that simply ignores the whole issue bespeaks a level of, well, denseness that leaves one breathless.
La macroeconomia di Sisifo
Simon Wren-Lewis è profondamente irritato con il FMI e comprensibilmente. Come si può pubblicare uno studio sulle correzioni nella finanza pubblica che non tiene in nessun conto la politica monetaria, e sostenere che essa una qualche rilevanza sui problemi attuali?
In generale, cercare di fare della macroeconomia che avesse un qualche rilievo sulla politica nei cinque anni passati ha fatto l’effetto della maledizione di Sisifo: si lavora moltissimo per trasmettere qualche aspetto semplice ma essenziale, si pensa che, forse, finalmente, di esserci riusciti. Poi arriva qualche famoso economista o un rapporto da un agenzia influente che riportano il livello della discussione al punto più basso.
Il fatto centrale della politica macroeconomica di questi anni non è inafferrabile [1]:
In tempi normali la banca centrale può bilanciare la contrazione della finanza pubblica tagliando i tassi di interesse. A partire dalla fine del 2008, i tassi di interesse che la Fed può controllare sono stati limitati dal ‘limite inferiore di zero’ [2]Questo significa che non c’è alcun bilanciamento degli effetti negativi di un consolidamento della finanza pubblica – il che significa che questi no sono i tempi per operare tale consolidamento, che dovremmo attendere di uscire da questa condizione. Siamo nell’ambito di una economia alla San Agostino: concedimi la castità e la continenza, ma non subito.
Non è complicato e non è una novità – è quello che stiamo dicendo fa quasi 5 anni. Ci sono argomenti che si possono avanzare dall’altro versante; sebbene i due principali – la austerità espansiva e la supposta esistenza di una linea rossa quando il debito raggiunge il 90 per cento del PIL – siano entrati in crisi. Eppure, suppongo che uno studio che offrisse una nuovo argomento per una austerità collocata nel periodo iniziale meriterebbe di essere letto.
Ma uscire nel 2013 con uno studio che semplicemente ignora l’intera tematica indica un livello di, è il caso di dire, ottusità che lascia senza fiato.
[1] La tabella mostra l’evoluzione del cosiddetto “tasso di finanziamento federale”, ovvero il tasso di interesse che la “Banca Centrale applica agli istituti più autorevoli quando essi prendono e danno in prestito finanziamenti overnight l’uno con l’altro” (Investopedia).
[2] Vedi note sulla traduzione a “zero lower bound”.
agosto 24, 2013
August 24, 2013, 4:31 pm
Thank you, Matthew Klein! In the course of critiquing Robert Hall’s paper for Jackson Hole, he mentions and links to another half-century-old paper by James Tobin, Commercial Banks as Creators of “Money” (pdf), that I had forgotten about, and is even more precisely on point than the Tobin-Brainard piece I’ve been citing.
All the points I’ve been trying to make about the non-specialness of banks are there. In particular, the discussion on pp. 412-413 of why the mechanics of lending don’t matter — yes, commercial banks, unlike other financial intermediaries, can make a loan simply by crediting the borrower with new deposits, but there’s no guarantee that the funds stay there — refutes, in one fell swoop, a lot of the nonsense one hears about how said mechanics of bank lending change everything about the role banks play in the economy.
Banks are just another kind of financial intermediary, and the size of the banking sector — and hence the quantity of outside money — is determined by the same kinds of considerations that determine the size of, say, the mutual fund industry.
Banche commerciali come creatrici di “Moneta”
Grazie, Matthew Klein! Nell’ambito della critica allo studio di Robert Hall per Jackson Hole [1], egli ricorda e ci connette con un altro vecchio saggio di mezzo secolo fa di James Tobin, “Banche commerciali come creatrici di ‘Moneta’” (disponibile in pdf), del quale mi ero dimenticato, ed è persino più preciso sul punto in questione del pezzo di Tobin-Brainard che venivo citando.
Ci sono tutti gli argomenti che stavo cercando di avanzare sul tema della non peculiarità delle banche. In particolare, la discussione alle pagine 412-413 sul perché la meccanica del dare sodi in prestito non è importante – sì, le banche commerciali, diversamente dagli altri intermediari finanziari, possono realizzare un mutuo semplicemente accreditando chi prende denaro in prestito con nuovi depositi, ma non c’è alcuna garanzia che i fondi restino lì – confuta, con un colpo solo [2], una quantità di cose insensate che si sentono dire su come queste cosiddette meccaniche dei prestiti bancari cambino ogni cosa sul ruolo che le banche giocano in economia.
Le banche sono soltanto un altro genere di intermediari finanziari, e la dimensione del settore bancario – e di conseguenza la quantità di moneta in circolazione – è determinata dallo stesso tipo di considerazioni che determinano, diciamo, la dimensione del settore dei fondi di investimento.
[1] Sede di convegni organizzati dalla Federal Reserve.
[2] “In (at) one fell swop” pare sia una espressione idiomatica abbastanza misteriosa, nel senso che il suo significato acquisito non è ben ricostruibile sulla base delle parole che la compongono, al punto che esse spesso variano. “Swoop” significa “avventarsi, piombare”, ma anche “fell” (si dice dell’abbattere un albero, o dell’inciampare …) non è chiarissimo in questo contesto. Secondo “The Phrase Finder” si tratta di espressioni che erano riconoscibili dai nativi secoli orsono, ma che oggi hanno mantenuto soprattutto il loro significato complessivo. Il senso comunque dovrebbe essere “improvvisamente, in una singola azione”.
agosto 24, 2013
August 24, 2013, 9:38 am
I am not a tech industry maven, so I am busy coming up to speed on the implications of the Ballmer resignation. And what I’m about to say may be obvious to many. Still, I think it’s worth saying: there is, once you look past the surface, a remarkable symmetry between Microsoft’s strategy in its heyday and Apple’s strategy today.
The Microsoft story is familiar. Back in the 80s, Microsoft and Apple both had operating systems to sell; Apple’s was clearly better. But Apple misunderstood the nature of the market: it said, “We have a better system, so we’re going to make it available only on our own beautiful machines, and charge premium prices.” Meanwhile Microsoft licensed its system to lots of people making cheap machines — and established a commanding position through network externalities. People used Windows because other people used Windows — there was more software available, corporate tech departments were prepared to provide support, etc..
This dominance persists to this day: I’m writing this post on a notebook running Windows 7, and won’t even consider getting an Apple notebook — mainly because the wonderful people in the Wilson School IT department, who have saved my life multiple times, aren’t set up to deal with Apple products.
But Microsoft missed the boat on mobile devices, while Apple got temporarily ahead of the curve. I say “temporarily”, because as far as I can tell Apple products no longer have a dramatic quality edge. I’ve had an iPhone — which, sad to say, did not survive dunking in water — and now have a Samsung, and the differences don’t seem huge. I have an iPad 2, which I bought for the picture quality; but when I decided I also wanted a small tablet that I could carry around in my jacket pocket, it turned out that the iPad Mini wasn’t significantly better than several Android competitors, and in fact for my purposes worse in some ways. (More about that after the jump).
Now, unlike Microsoft, Apple isn’t selling an inferior product. But it’s selling products that are little if any better than competitors, at premium prices. How can it do that? Again, network externalities: mainly a much deeper bench of apps, or so I’m told (I actually don’t use many).
So how do the prospects for Apple’s reign look compared with those of Microsoft? Let’s not forget that Microsoft is actually an incredible success story — it maintained its PC lock for decades, and in fact still retains that lock today; it’s just that the market is changing. My casual impression is that Apple’s lock isn’t nearly as secure, in part because it’s relying on the loyalty of individual customers — in contrast to Microsoft, which was largely relying on the loyalty of corporate IT managers, who are inherently more conservative.
Anyway, fun stuff. My complaint about Apple after the jump.
So, my problem with Apple. In general, the thing about Apple is that it reflects the spirit of Steve Jobs, who knew what was good for you — and left you no way to do things differently. And if you are an atypical user, you end up putting a lot of effort into fighting iOS in order to do simple things.
Case in point: as regular readers know, I really like watching live performances on YouTube; and I want the best of them available even when I don’t have access to broadband. So I download them onto my PC as MP4s — there are many add-ons that will do this.
But I actually want them on a tablet. To do this in iOS, you first have to import them into iTunes, then synch; not too big a pain, but still a couple of annoying extra steps. The big problem, however, comes when you want to organize your videos: how do I tell iTunes that, say, my 10 favorite Arcade Fire performances are a related set?
Well, the only way I’ve found is to convince iTunes that they are episodes of a nonexistent TV show. It’s doable, but stupid. Whereas on my Nexus 7 I just copy them into a folder named “Arcade Fire”, and there they are.
Sulla simmetria tra Microsoft ed Apple
Non sono un esperto di tecnica industriale, cosicché sono impegnato a cercare di affrettarmi sulle implicazioni delle dimissioni di Ballmer [1]. E quanto sto per dire potrà essere ovvio per molti. Eppure, penso che meriti dirlo: c’è, quando si guarda al passato in superficie, una considerevole simmetria tra la strategia di Microsoft al suo apice e la strategia di Apple di questi giorni.
La storia di Microsoft è nota. Nei passati anni ’80 Microsoft ed Apple avevano entrambi sistemi operativi da vendere; Apple era chiaramente migliore. Ma Apple fraintese la natura del mercato: disse “Abbiamo un sistema migliore, dunque ci orientiamo a renderlo disponibile solo sulle nostre magnifiche macchine, ed a caricare prezzi addizionali”. Nel frattempo Microsoft autorizzò il suo sistema ad una gran quantità di persone che costruivano macchine economiche – e stabilì una posizione di comando attraverso esternalità di rete [2]. La gente usava Windows perché altra gente usava Windows – c’era più software disponibile, i settori tecnici dell’impresa furono pronti a fornire il supporto, etc.
Questo dominio è durato sino ad oggi: io sto scrivendo questo post su un notebook che va con Windows 7 e non prendo neppure in considerazione di dotarmi di un notebook Apple – principalmente perché quegli individui meravigliosi del Dipartimento di informatica della Wilson School, che mi hanno salvato la vita una infinità di volte, non sono organizzati per misurarsi con i prodotti Apple.
Ma Microsoft perse il treno [3] sui congegni mobili, mentre Apple in quel caso fu lungimirante. Dico “in quel caso”, perché per quanto posso dire i prodotti Apple non hanno più uno spettacolare vantaggio qualitativo. Io ho avuto un iPhone – che, triste a dirsi, non è sopravvissuto ad una immersione in acqua – ed ora ho un Samsung, e le differenze non sembrano così grandi. Ho un iPad 2, che ho acquistato per la qualità delle immagini; ma quando ho deciso che volevo anche un piccolo tablet che potevo portarmi in giro nella tasca della mia giacchetta, ho scoperto che iPad Mini non è significativamente migliore di parecchi competitori Android, e di fatto in vari sensi è peggiore per i miei scopi (dirò di più al proposito dopo la digressione [4]).
Ora, diversamente da Microsoft, Apple non sta vendendo un prodotto inferiore. Ma sta vendendo prodotti che sono appena migliori di quelli dei competitori, a prezzi maggiorati. Come può farlo? Ancora, con le esternalità di rete; fondamentalmente una riserva più profonda di applicazioni, o almeno così mi si dice (io effettivamente non ne uso molte).
Dunque, come confrontare le prospettive del regno della Apple con quelle di Microsoft? Non si dimentichi che Microsoft ha una incredibile storia di successo – ha mantenuto per decenni il dispositivo di proprietà dei suoi PC, e di fatto lo mantiene ancora oggi; soltanto che il mercato sta cambiando. La mia impressione superficiale è che il dispositivo di Apple non sia neppure lontanamente altrettanto sicuro, in parte perché si basa sulla fedeltà di clienti individuali – in contrasto con Microsoft, che si basa ampiamente sulla fedeltà dei manager della società informatica, che sono intrinsecamente più conservatori.
In ogni caso, cose divertenti. (Ora) la mia lamentela a proposito di Apple dopo la digressione.
Dunque, il mio problema con Apple. In generale, la faccenda con Apple è che essa riflette lo spirito di Steve Jobs, che sapeva cosa andava bene per voi e non vi lasciava alcun modo di fare le cose diversamente. E se voi siete un utilizzatore atipico, finite col fare grandi sforzi per combattere contro i congegni della Apple [5] per fare cose semplici.
Esempio emblematico: come i lettori affezionati sanno, mi piace molto guardare le prestazioni in diretta su You Tube; e voglio il meglio che è disponibile anche quando non ho accesso alla banda larga. Dunque li trasferisco sul mio PC come MP4 [6] – ci sono molte componenti aggiuntive che lo possono fare.
Ma io in effetti li voglio su un tablet. Per fare questo sui congegni Apple, si deve prima importarli su iTunes, poi sincronizzarli; non è un gran fastidio, eppure si tratta di un paio di irritanti passaggi aggiuntivi. Il grande problema, tuttavia, viene quando volete organizzare i vostri video: come faccio a dire ad iTunes, ad esempio, che le mie preferite dieci prestazioni di Arcade Fire sono un gruppo in connessione?
Ebbene, l’unico modo che ho trovato è stato convincere iTunes che essi sono episodi di uno show televisivo che non esiste. E’ fattibile ma è stupido. Mentre sul mio Nexus 7 semplicemente li copio in una cartella dal titolo Arcade Fire, e là stanno.
[1] Steven Anthony Ballmer è un imprenditore e informatico statunitense. È amministratore delegato di Microsoft dal 27 giugno 2008, a seguito delle dimissioni di Bill Gates.
[2] “Network externalities” sono gli effetti su un utilizzatore di un prodotto o di un servizio di altri che utilizzano gli stessi o i compatibili prodotti e servizi. Tali esternalità sono positive se I benefici sono una funzione che cresce con il numero degli altri utilizzatori, Sono, invece, naturalmente negative nel caso opposto. Questa è la definizione tecnica; più semplicemente mi pare chiaro che il meccanismo possa produrre benefici alla condizione che chi ha realizzato per primo il prodotto abbia alcune condizioni favorevoli nel contratto con il quale ha venduto il brevetto, o qualcosa del genere.
[3] Gli americani dicono “perdere la barca” dove noi diciamo “perdere il treno”, per ragioni non del tutto coerenti con la geografia.
[4] Tradurre “jump” con digressione è forse impreciso …. Ma il significato è il seguente: nel blog questo post termina ad un certo punto, mentre la seconda parte relative alle personali lamentele come consumatore di Krugman è disponibile solo per chi abbia voglia ad aprire la pagina interna. Per curiosità e divertimento personale ho tradotto anche la seconda parte. Quindi quella che traduco con ‘digressione’ è un ‘salto’ alla pagina interna. Si tenga comunque presente che un possibile non casuale interesse di tutta questa materia – a parte gli aspetti scherzosi – lo si può rinvenire tornando a leggere un post del 19 giugno dal titolo “In che senso questi tempi sono diversi?”. Il tutto serve appunto ad illuminare il tema di quanto l’industria americana contemporanea – come scriveva allora Krugman – sia “ … fondamentalmente costruita sulla tecnologia, sul design e sul marchio”.
[5] iOS (precedentemente iPhone OS) è un sistema operativo sviluppato da Apple per iPhone, iPod touch e iPad.
[6] In elettronica e telecomunicazioni MPEG-4, nato nel 1996 e finalizzato nel 1998 (fu presentato pubblicamente ad ottobre di quell’anno), è il nome dato a un insieme di standard per la codifica dell’audio e del video digitale sviluppati dall’ISO/IEC Moving Picture Experts Group (MPEG). L’MPEG-4 è uno standard utilizzato principalmente per applicazioni come la videotelefonia e la televisione digitale, per la trasmissione di filmati via Web, e per la memorizzazione su supporti CD-ROM.
agosto 22, 2013
August 22, 2013, 8:31 am
So, the flood of money into emerging markets now looks in retrospect like another bubble. For the moment, I don’t see a good reason to believe that the bursting of this particular bubble will be catastrophic — what made the Asian crisis of 1997-8 so bad was the high level of foreign-currency denominated debt, and that seems less of an issue now. In fact, the main danger, as Ryan Avent says, seems to be policy overreaction: countries raising interest rates to defend indefensible exchange rates, leading to unnecessary slumps. But I have to admit that I’m less certain than usual about my diagnosis, because I’m still coming up to speed on the Indian economy in particular.
Here, however, is a side question: why have we been having so many bubbles?
The answer you hear from a lot of people is that it’s all caused by excessively easy money. But let’s think about the longer-term history for a bit. Here’s long-term U.S. interest rates since the early 1950s:
As you can see, there was a period of very high rates in the inflationary 70s and early 80s. Rates fell after the Volcker stabilization, but they stayed relatively high by 50s/60s standards through the late 80s, the 90s, and even for much of the naughties.
Now, the thing you need to realize is that the whole era since around 1985 has been one of successive bubbles. There was a huge commercial real estate bubble (pdf) in the 80s, closely tied up with the S&L crisis; a bubble in capital flows to Asia in the mid 90s; the dotcom bubble; the housing bubble; and now, it seems, the BRIC bubble. There was nothing comparable in the 50s and 60s.
So, was monetary policy excessively easy through this whole period? If so, where’s the inflation? Maybe you can argue that loose money, for a while, shows up in asset prices rather than goods prices (although I’ve never seen that argument made well). But for a whole generation?
So what was different? The answer seems obvious: financial deregulation, including capital account liberalization. Banks were set free — and went wild, again and again.
Generazione B (per “bolla”)
Dunque, l’ondata di moneta nei mercati emergenti ora appare in retrospettiva come un’altra bolla. Per il momento, io non vedo buone ragioni per credere che l’esplosione di questa particolare bolla sia catastrofica – quello che rese la crisi asiatica del 1997-8 così negativa fu l’alto livello di debito assunto in moneta straniera, e questo sembra oggi un problema minore. Di fatto, il pericolo principale, come dice Ryan Avent, sembra essere un eccesso di reazione da parte della politica: paesi che alzano i tassi di interesse per difendere tassi di cambio indifendibili, portando a cadute non necessarie. Ma devo ammettere di essere meno sicuro del solito della mia diagnosi, perché sto ancora procedendo a intensificare (la mia conoscenza) sull’economia indiana in particolare.
C’è, tuttavia, un aspetto connesso: perché abbiamo avuto così tante bolle?
La risposta che si sente da tante persone è che è stato tutto provocato da una moneta eccessivamente facile. Ma ragioniamo un po’ sulla storia a più lungo termine. Ecco i tassi di interesse a lungo termine degli Stati Uniti a partire dai primi anni ’50:
Come si può vedere ci fu un periodo di tassi molto elevati durante gli inflazionistici anni ’70 e primi anni ’80. I tassi caddero a seguito della stabilizzazione di Volcker [1], ma essi restarono relativamente alti per gli standards degli anni ’50 e ’60 attraverso l’ultima parte degli anni ’80, gli anni ’90 ed anche per buona parte degli anni duemila.
Ora, la cosa che si deve capire è che l’intero periodo a partire da circa il 1985 è stato un’epoca di bolle in successione. C’è stata negli anni ’80 una bolla immobiliare nel settore delle costruzioni commerciali, strettamente collegata con la crisi degli istituti di “risparmio e prestito” [2]; una bolla nei flussi finanziari verso l’Asia alla metà degli anni ’90; la bolla delle società operanti attraverso Internet [3] ; la bolla immobiliare residenziale; ed ora, a quanto pare, la bolla dei BRIC. Non c’era stato niente di simile nel corso degli anni ’50 e ’60.
Dunque, la politica monetaria durante questo intero periodo fu eccessivamente lassista? Se così fosse stato, dove era l’inflazione? Si può forse sostenere che la moneta facile, per un certo periodo, è messa in evidenza più attraverso i prezzi degli assets che attraverso i prezzi dei beni (sebbene non abbia mai trovato esposto adeguatamente quell’argomento). Ma per una intera generazione?
Dunque, cosa c’è stato di diverso? La risposta sembra evidente: la deregolamentazione finanziaria, inclusa la liberalizzazione dei movimenti dei capitali. Le banche sono state lasciate libere – e sono diventate sempre di più senza freni.
[1] Paul Volcker, allora Presidente della Fed.
[2] La crisi degli istituti “di risparmio e di concessione di mutui” degli Stati Uniti, nel corso degli anni ’80 e dei primi anni ’90, consistette nel fallimento di ben 747 “associazioni” di tali istituti su un totale di 3.234. Nel 1996 si stimò che il costo totale di questi fallimenti (e probabilmente dei relativi indennizzi ai risparmiatori) era stato di 370 miliardi di dollari, 341 dei quali a carico dei contribuenti. Il sistema suddetto, per alcuni aspetti potrebbe forse essere paragonato al nostro tradizionale sistema della Casse di Risparmio.
agosto 21, 2013
August 21, 2013, 11:23 am
There has been a lot of commentary on Neil Irwin’s report on why the White House doesn’t want Janet Yellen to chair the Fed, with good reason. The merits of Yellen versus Summers aside, it sounds as if the WH wants Summers, and doesn’t want Yellen, for all the wrong reasons. They want a team player — and consider Yellen’s somewhat independent stance as a liability, even though she has been consistently right. They consider Yellen diminished because she wasn’t part of the team making policy in 2009 — when most people outside the WH don’t consider 2009 anything like a policy triumph.
Let’s break that last one down a bit more. It is overwhelmingly clear that, as some of us warned at the time, the stimulus was too small and too short-lived. We can argue until we’re blue in the face whether the WH could have gotten a bigger stimulus, or at least built into its plans a mechanism to get additional stimulus down the road, say via reconciliation; we can also argue about whether it could have driven a harder bargain with the banks, possibly taking one or two into receivership to encourage the others. What’s clear, however, is that the inner circle badly misjudged the scale of the problem — and their overoptimistic forecasts and pronouncements haunt them to this day.
Oh, and Yellen was right when they were wrong.
So how has 2009 become the administration’s economic Camelot, the golden age — in their own minds — when they achieved miracles, so that anyone who wasn’t there is considered second-class? Not too hard to understand: a bit of incestuous amplification, patting each other on the back so that they feel good about what the rest of the world considers a job poorly done. But it’s disturbing nonetheless.
And about being a team player: this is really bad, because it’s contrary to the whole concept of the Fed. The Federal Reserve chair is not supposed to be part of the administration’s team — he or she is supposed to be an independent force, and independence of intellect is a plus, not a minus (especially when, once again, you’ve been right, as Yellen has).
Cardiff Garcia mocks the WH position as being that they want a pushover who would be fun to have a beer with during a crisis — and there’s enough truth there to make it sting.
All in all, this whole episode is not making anyone think better of Obama’s judgment.
Il 2009 e tutto il resto
Ci sono stati molti commenti sul resoconto di Neil Irwin sul perché la Casa Bianca non vuole, con buone ragioni, Janet Yellen alla presidenza della Fed. A parte i meriti della Yellen nei confronti di Summers, sembra che la Casa Bianca voglia Summers, e non voglia la Yellen, esattamente per ragioni sbagliate. Vogliono uno che faccia il gioco di squadra, e considerano la posizione in qualche modo indipendente della Yellen come un difetto, anche se ella ha avuto regolarmente ragione. Considerano un difetto della Yellen il fatto che non facesse parte della squadra che fece le scelte politiche nel 2009 – quando gran parte delle persone all’esterno della Casa Bianca non considerano il 2009 esattamente come un trionfo politico.
Fatemi analizzare un po’ più a fondo quest’ultimo punto. E’ assolutamente chiaro che, come alcuni di noi misero in guardia a quel tempo, le misure di sostegno furono troppo piccole e di troppo breve durata. Possiamo litigare fino a diventare scuri in volto sul fatto che la Casa Bianca poteva assumere misure di sostegno più grandi, o almeno incorporare il suo piano in un meccanismo per ottenere maggiori misure durante il percorso, ad esempio attraverso la ‘riconciliazione’ [1] : possiamo anche litigare sul fatto che si poteva indirizzarsi verso un negoziato più duro con le banche, mettendone magari una o due in amministrazione controllata per incoraggiare le altre. Quello che è chiaro, tuttavia, è che il gruppo ristretto dei decisori fraintese gravemente la dimensione del problema – e le loro previsioni e pronunciamenti più che ottimistici li hanno perseguitati sino ad oggi.
Aggiungiamo che la Yellen in quel caso aveva ragione e loro avevano torto.
Dunque, il 2009 è diventato il Camelot [2] economico della Amministrazione, l’età d’oro – nelle loro menti – nella quale ottennero miracoli, cosicché tutti quelli che non erano con loro sono considerati di seconda categoria? Non è troppo difficile da capire: un po’ di ‘incestuosa amplificazione’ [3], dandosi l’uno con l’altro pacche sulle spalle in modo da sentirsi a proprio agio per qualcosa che il resto del mondo considera un lavoro scadente. Ma, nondimeno, è irritante.
Ed a proposito di saper fare il gioco di squadra: questo è davvero negativo, perché è l’opposto del modo in cui la Fed è stata concepita. Il Presidente della Federal Reserve non è stato pensato come un componente della squadra di Governo – lui o lei si suppone che siano soggetti indipendenti, e l’indipendenza intellettuale è un rafforzativo, non un diminutivo (specialmente, è il caso di ripetere, quando si è avuto ragione, come nel caso della Yellen).
Cardiff Garcia ironizza sulla posizione della Casa Bianca come se essi volessero un interlocutore facile, con il quale è divertente prendere una birra durante una crisi – e in questo c’è abbastanza verità da renderlo doloroso.
Nel complesso, tutta questa faccenda non sta inducendo nessuno a dare una valutazione migliore della capacità di giudizio di Obama.
[1] La “reconciliation” è una misura di emendamento in ultima istanza della legislazione finanziaria, che consente alla Camera dei Rappresentanti di approvare misure a maggioranza semplice. E, all’epoca dello “stimulus”, il problema era che i Democratici disponevano sì di una maggioranza, ma insufficiente a superare un uso ostruzionistico messo in atto dai Repubblicani sull’obbligo di maggioranze qualificate.
[2] Camelot era la fortezza del leggendario Re Artù. Fu citata per la prima volta da Chrétien de Troyes nel suo poema Lancillotto o il cavaliere della carretta, e acquisì un’importanza via via crescente nelle opere che, nel corso dei secoli, svilupparono la mitologia del ciclo arturiano (Wikipedia)
[3] E’ una strana espressione coniata negli ambienti militari del Pentagono, e sta a significare la attitudine ai ‘complimenti gregari’, ovvero alla auto propaganda che conduce a perseverare nelle iniziative sbagliate. Il termine, se non sbaglio, venne coniato agli inizi della guerra irachena. Perché tale condotta sia stata definita ‘incestuosa’ non l’ho mai trovato spiegato e forse deriva da patologie militaresche.
agosto 19, 2013
August 19, 2013, 1:22 pm
John Quiggin has an interesting take on some of what two modern Ks — me and Mike Konczal — have been saying about two illustrious former Ks — Keynes and Kalecki. Interesting comment thread too — if you’re not reading Crooked Timber, you’re missing out.
I just want to add one thing. Quiggin remarks,
Krugman is certainly going to upset plenty of people in the econ profession with this. But as with most partisan debates in recent decades, it’s a case of sauce for the gander. The public choice school has routinely represented economic arguments for government intervention as the product of rent-seeking by interest groups, and the economists who make such arguments as pawns or hirelings of these groups.
It’s not just the public choice school. Let’s not forget Robert Lucas’s smear of Christy Romer. First he denounced the stimulus with an argument that was, in fact, wrong even on its own terms. Then he flat out accused Romer of pure hackery:
Christina Romer — here’s what I think happened. It’s her first day on the job and somebody says, you’ve got to come up with a solution to this — in defense of this fiscal stimulus, which no one told her what it was going to be, and have it by Monday morning.
So she scrambled and came up with these multipliers and now they’re kind of — I don’t know. So I don’t think anyone really believes. These models have never been discussed or debated in a way that that say — Ellen McGrattan was talking about the way economists use models this morning. These are kind of schlock economics.
Maybe there is some multiplier out there that we could measure well but that’s not what that paper does. I think it’s a very naked rationalization for policies that were already, you know, decided on for other reasons.
So I don’t feel much sympathy for anti-Keynesians who reach for the smelling salts when someone suggests that politics influences their ideology.
Keynes, Kalecki, Konczal etc.
John Quiggin ha una interessante presa di posizione su quanto i due “K” contemporanei – il sottoscritto e Mike Konczal – vengono dicendo sui due più antichi ed illustri “K” – Keynes e Kalecki. Anche interessante la trama dei commenti – se non siete lettori del blog Crooked Timber, siete destinati a non vederla.
Intendo solo aggiungere una considerazione. Sottolinea Quiggin:
“In questo momento Krugman sta certamente irritando una quantità di persone nella disciplina economica. Ma come una gran parte di dibattiti partigiani dei decenni passati, c’è reciprocità [1]. La scuola (della Teoria) della Scelta Pubblica [2] ha regolarmente rappresentato gli argomenti economici favorevoli all’intervento pubblico come il prodotto della ricerca di una rendita da parte di gruppi di interesse, e gli economisti che usano tali argomenti come pedine o mercenari di questi gruppi.”
Non si tratta soltanto della scuola (della Teoria) della Scelta Pubblica. Non si dimentichi la calunnia di Robert Lucas verso Christy Romer. In primo luogo egli denunciò le misure di sostegno con un argomento che era, nei fatti, sbagliato persino nei suoi stessi termini. Poi accusò senza mezzi termini la Romer
“Christina Romer … ecco quello che penso sia successo. E’ il suo primo giorno di lavoro e qualcuno le dice, devi venire a capo di questa faccenda … a difesa delle misure di sostegno pubbliche, che nessuno le aveva detto erano quelle che si stavano decidendo, e devi farlo entro lunedì mattina.
Cosicché ella parte in quarta e si inventa questi moltiplicatori, e ora essi sono di tale natura …. non saprei. Così io non credo che nessuno ci creda per davvero. Questi modelli non sono mai stati discussi o dibattuti in un modo che, vale a dire …. quello che questa mattina Ellen McGrattan diceva a proposito del modo in cui gli economisti utilizzano i modelli. Sono ciarpame di economia.
Può darsi che in giro ci sia qualche moltiplicatore che potrebbe misurare correttamente ma non è quello che si fa in quello studio. Penso che esso sia una pura razionalizzazione a favore di politiche che già si conoscono, che sono state decise per altre ragioni.”
Dunque, non nutro molta simpatia per gli anti keynesiani che si attaccano ai sali [3] quando qualcuno suggerisce che la politica influenzi la loro ideologia.
[1] Letteralmente “è un caso di salsa per il papero”. Espressione idiomatica che deriva da questo detto originario: “Quello che è un intingolo per l’oca è anche un intingolo per il papero”. O anche: “Chi la fa l’aspetti”, o “Chi di spada ferisce, di spada perisce” e così via.
[2] La teoria della scelta pubblica (Public Choice) è una teoria economica elaborata negli Stati Uniti negli anni sessanta e sviluppata negli anni settanta, principalmente ad opera di James M. Buchanan che nel 1986 per questi studi vinse il Premio Nobel per l’economia.
[3] Ovvero, ai sali ammoniacali che si usano per rinvenirsi:
agosto 19, 2013
August 19, 2013, 1:03 pm
Antonio Fatas and Ilan Mihov have a new paper in which they propose rethinking the way we classify business cycles. I’m still trying to decide what I think of their methodology, and I’m troubled by their dates – for example, I don’t believe that the U.S. economy was operating at capacity in late 1992. But I’m very much in sympathy with their underlying view about the asymmetry between booms and busts; the question is why, exactly, it feels right.
Here’s how I’d put it: Fatas and Mihov have an Anna Karenina view of booms and busts, in which all happy economies are alike, but each unhappy economy is unhappy in – well, not exactly its own way, but certainly to its own extent. Business cycle peaks are always times when the economy is operating at capacity; troughs are times when the economy is operating below capacity, but how far below varies from cycle to cycle.
This is not at all what standard New Keynesian models say. In those models “potential output” is what the economy would produce if prices were perfectly flexible. (Leave on one side the question of whether flexible prices get you to full employment in a liquidity trap, especially with problems of debt overhang). In the short run, however, prices are sticky, so we’re often not at potential; but the economy can run above as well as below potential, and in fact there would be no necessary reason why underemployment should be more common than overemployment.
Largely thanks to this theoretical conclusion, it has become standard to describe the job of monetary policy as one of “stabilization”, rather than the achievement of full employment.
Like Fatas and Mihov, however, I don’t think this is right. Or more accurately, I don’t feel that it’s right. What lies behind that feeling?
Partly, I think, it’s the historical record: booms are more similar than busts. To take the extreme case, clearly we’ve never had a period when the economy was as far above capacity as it was below capacity in the Great Depression. And even in the postwar record, if we look at unemployment rates, troughs – local minima in the rate – are more closely clustered than peaks – local maxima:
This difference in spread would be even more pronounced, I believe, if we adjusted for changes in demography.
There’s also the now very clear evidence that the old notion that wages are sticky downward in a way they’re not sticky upward is entirely true – and downward nominal wage rigidity eliminates the symmetry between over- and under-employment. Here’s the SF Fed data:
San Francisco Fed Percentage of workers with zero wage change
Last but maybe not least, there’s the question of what’s supposed to be going on when the economy is operating above capacity. How do you force people to work more than they would want to in equilibrium? Now, NK models do have an answer of sorts: they’re always models characterized by imperfect competition, so prices are above marginal cost, and there’s a sense in which the economy is always operating with some excess capacity in the sense that people are willing to produce more at current prices. But my vague sense is that this only gives you a limited amount of wiggle room, and that really big upward deviations in output can’t happen, while really big downward deviations can.
So, why should you care? Well, Fatas and Mihov have it right: if the business cycle is a matter of the economy falling below capacity, rather than fluctuating around potential output, the costs of recessions are much bigger than often portrayed, and focusing on “stabilization” greatly understates the importance of good macro policy.
Anna Karenina e il ciclo economico
Antonio Fatas e Ilan Mihov presentano un nuovo saggio nel quale propongono un ripensamento dei modi nei quali classifichiamo i cicli economici. Sto ancora riflettendo su che cosa pensare della loro metodologia ed ho problemi con i loro dati – ad esempio, io non credo che l’economia americana stesse operando con efficienza sulla fine del 1992. Ma sono molto d’accordo con il loro punto di vista che si fonda su una asimmetria tra espansioni e crisi; la domanda, precisamente, è perché si percepiscono le cose in questo modo?
Ecco come lo spiegherei: Fatas e Mihov hanno un punto di vista sulle espansioni e sulle crisi alla Anna Karenina, secondo il quale tutte le economie che vanno bene si assomigliano, mentre ogni economia che è nei guai, magari non è nei guai esattamente a modo suo, ma certamente in una misura che è solo sua. I punti alti del ciclo economico sono sempre tempi nei quali l’economia sta operando con tutta la sua efficienza; i punti bassi sono tempi nei quali l’economia opera al di sotto della sua capacità, ma quanto al di sotto varia da ciclo a ciclo.
Questo non è quello che dicono i modelli standard neokeynesiani. In quei modelli il “prodotto potenziale” è quello che l’economia produrrebbe se i prezzi fossero perfettamente flessibili (lasciamo da parte se i prezzi flessibili portino alla piena occupazione in una trappola di liquidità, specialmente in presenza di problemi di eccesso del debito). Nel breve termine, tuttavia, i prezzi sono vischiosi, cosicché non accade di frequente di essere al livello del nostro potenziale; ma l’economia può procedere sia sopra che sotto il potenziale, e di fatto non ci sarebbe alcuna ragione imprescindibile perché la sottoccupazione sia più comune della sovraoccupazione.
In gran parte grazie a queste conclusioni teoriche, è diventato comune descrivere il ruolo della politica monetaria nei termini della “stabilizzazione”, piuttosto che del raggiungimento della piena occupazione.
Al pari di Fatas e di Mihov, tuttavia, io non penso che questo sia giusto. O, più precisamente, non lo “sento” giusto. Cosa c’è dietro questa sensazione?
In parte, penso, si tratti degli andamenti storici: le espansioni sono più simili tra loro delle crisi. Per prendere il caso estremo, chiaramente non abbiamo mai avuto un periodo nel quale l’economia sia stata al di sopra delle sue potenzialità quanto fu al di sotto di essa nella Grande Depressione. E persino nelle prestazioni post belliche, se si guarda ai tassi di disoccupazione, i punti bassi – i minimi locali nei tassi – sono raggruppati in modo più ravvicinato tra loro dei punti alti – i massimi locali [1]:
La differenza nella distribuzione sarebbe anche più pronunciata, credo, se correggessimo i dati sulla base della demografia.
C’è anche la prova, adesso molto chiara, che la vecchia idea secondo la quale i salari sono rigidi verso il basso in un modo nel quale non lo sono verso l’alto, corrisponde interamente al vero – e la rigidità dei salari nominali verso il basso elimina la simmetria tra sovra e sotto/occupazione. Ecco i dati della Fed di San Francisco [2]:
Percentuale di lavoratori con modifiche salariali nulle. Fed San Francisco
Da ultimo ma non per ultimo, c’è la questione di quello che si pensava succedesse quando l’economia opera al di sopra della sua capacità produttiva. Come si costringono le persone a lavorare di più di quanto vorrebbero in condizioni di equilibrio? Ora, i modelli neokeynesiani hanno una risposta inadeguata: essi sono sempre modelli caratterizzati da competizione imperfetta dunque i costi sono sopra i prezzi marginali, e c’è una percezione per la quale l’economia sta sempre operando con qualche eccesso di capacità, nel senso che la gente ha voglia di produrre di più ai prezzi correnti. Ma ho la vaga impressione che questo vi dia soltanto un limitato margine di manovra, spostamenti rilevanti della produzione verso l’alto non possono proprio avvenire, mentre sono davvero possibili deviazioni verso il basso.
Perché, dunque, ci si dovrebbe preoccupare? Ebbene, Fatas e Mihov hanno ragione: se il ciclo economico è una faccenda dell’economia che cala al di sotto delle sue capacità, piuttosto che una fluttuazione attorno alla produzione potenziale, il costo delle recessioni è molto maggiore di quanto viene descritto, e focalizzarsi sulla “stabilizzazione” sottostina grandemente l’importanza di una buona politica macroeconomica.
[1] I sei punti minimi stanno in un intervallo temporale che è circa la metà dei cinque massimi. Il che, suppongo, significhi che i bassi tassi di disoccupazione tendono ad essere un fenomeno quasi unitario, mentre gli alti tassi – cioè la alta disoccupazione – tendono a ripetersi come fenomeni distinti più frequentemente.
[2] Come si legge, la tabella indica in due periodi attraversati da recessioni (le righe grigie) – il 1986/1994 ed il 1996/2012. Si badi che la tabella misura la percentuale di lavoratori che non hanno avuto alcuna variazione salariale, cosicché più la percentuale è alta e più i salari sono rigidi. Se ben capisco, la tabella mostra che i periodi recessivi sono accompagnati ed anche seguiti per un po’ da fenomeni di più elevata stabilità (vischiosità) dei salari; dunque le recessioni non sono accompagnate da riduzioni di salari perché la loro vischiosità o rigidità è forte proprio quando dovrebbero scendere verso il basso. Ovvero: c’è maggiore rigidità verso il basso che non verso l’alto.
agosto 18, 2013
August 18, 2013, 3:06 pm
A sort of side-thought inspired by Brad DeLong on the end of Malthusian economics and all that, plus what looks like deja vu all over again on the payoff or lack thereof to Big Data: whatever happened to New Growth Theory?
For a while, in the late 1980s and early 1990s, theories of growth with endogenous technological change were widely heralded as the Next Big Thing in economics. Textbooks were restructured to put long-run growth up front, with business cycles (who cared about those anymore?) crammed into a chapter or two at the end. David Warsh wrote a book touting NGT as the most fundamental development since Adam Smith, casting Paul Romer as a heroic figure leading economics into a brave new world.
And here we are, a couple of decades on, and the whole thing seems to have fizzled out. Romer has had a very interesting and productive life, but not at all the kind of role Warsh imagined. The reasons some countries grow more successfully than others remain fairly mysterious, with most discussions ending, as Robert Solow remarked long ago, in a “blaze of amateur sociology”. And whaddya know, business cycles turn out still to be important.
My own sense is that NGT never really had the elements needed to turn it into an intellectual success story; too much of it involved making assumptions about how unmeasurable things affected other unmeasurable things. It took off, briefly, partly because the subject is so important, and people wanted to be able to say something about it; meanwhile, business-cycle macro was then, as it is now, a deeply disputatious area riven by politics, and people were eager to talk about something else. In short, it was an intellectual bubble that eventually deflated of its own accord.
But it’s still amazing, for someone who remembers the excitement of the time, how completely it has all vanished from the economics landscape.
La Nuova Crescita fa cilecca
Una specie di pensiero collaterale ispirato dalla scritto di Bard DeLong sulla fine dell’economia malthusiana, in più a quello che sembra come un assoluto dejà vu ancora sui vantaggi (o sulla assenza di vantaggi) di Big Data: cosa è accaduto alla Teoria della Nuova Crescita?
Per un certo periodo, sulla fine degli anni ’80 e agli inizi degli anni ’90, teorie della crescita sulla base di un cambiamento tecnologico endogeno furono ampiamente annunziate come la Grande Cosa del Futuro in economia. I libri di testo venivano revisionati per mettere in cima il tema della crescita di lungo periodo, con i cicli dell’economia (chi se ne curava più?) ficcati in un capitolo o due alla fine. David Warsh scrisse un libro presentando la Teoria della Nuova Crescita come il più fondamentale sviluppo dall’epoca di Adam Smith, lanciando Paul Romer come il personaggio eroico che guidava la teoria economica in un audace nuovo mondo.
E, passati due decenni, siamo a questo punto, con tutta la faccenda che sembra aver fatto cilecca. Romer ha avuto una carriera molto interessante e produttiva, ma niente affatto in quel genere di ruolo che Warsh aveva immaginato. Le ragioni per la quali alcuni paesi crescono più di altri con successo restano abbastanza misteriose, con molti dibattiti che finiscono, come notava tempo fa Robert Solow, in un “bagliore da sociologia per amatori”. E, chissà come mai, si scopre che i cicli economici sono ancora importanti.
La mia personale sensazione è che la Teoria della Nuova Crescita non ebbe mai gli elementi indispensabili per trasformarsi in una storia di successo; una parte troppo grande di essa comportava il fare ipotesi su come cose non misurabili influenzavano altre cose non misurabili. Decollò, in parte perché il tema era talmente importante, e la gente voleva poter dire qualcosa a proposito; mentre la teoria dei cicli economici era allora, ed è oggi, un’area profondamente contrastata spaccata in due dalla politica, e la gente era ansiosa di parlare d’altro. In breve, si trattò di un ‘bolla’ intellettuale che alla fine si sgonfiò spontaneamente.
Ma resta impressionante, per chiunque rammenti l’eccitazione di quei tempi, come sia completamente svanita dal paesaggio dell’economia.
agosto 18, 2013
August 18, 2013, 9:43 am
James Glanz relays skepticism about the economic impact of Big Data, with
some economists questioning whether Big Data will ever have the impact of the first Internet wave, let alone the industrial revolutions of past centuries.
OK, we’ve been here before; there was a lot of skepticism about the Internet too — and I was one of the skeptics. In fact, there was skepticism about information technology in general; Robert Solow quipped that “You can see the computer age everywhere but in the productivity statistics”. But here’s another instance where economic history proved very useful. Paul David famously pointed out (pdf) that much the same could have been said of electricity, for a long time; the big productivity payoffs to electrification didn’t come until after around 1914.
Why the delays? In the case of electricity, it was all about realizing how to take advantage of the technology, which meant reorganizing work. A steam-age factory was a multistory building with narrow aisles; that was to minimize power loss when you were driving machines via belts attached to overhead shafts driven by a steam engine in the basement. The price of this arrangement was cramped working spaces and great difficulty in moving stuff around. Simply replacing the shafts and belts with electric motors didn’t do much; to get the big payoff you had to realize that having each machine powered by its own electric motor let you shift to a one-story, spread-out layout with wide aisles and easy materials handling.
David predicted that IT would similarly deliver its big payoff with a lag, as people figured out how to use it; and so it proved (pdf).
There’s every reason to believe that the story for Big Data will be similar. Now, that doesn’t mean that it will be the equivalent of electricity or the steam engine; the Internet wasn’t. But it could, nonetheless, be pretty Big. Have patience.
La Dinamo e Big Data [1]
James Glanz diffonde scetticismo sull’impatto economico di Big Data, scrivendo:
“alcuni economisti si chiedono se Big Data avrà mai l’impatto della prima ondata di Internet, per non dire delle rivoluzioni industriali dei tempi passati.”
In effetti è un punto che abbiamo già toccato: c’è stato grande scetticismo anche per Internet – e io ero uno degli scettici. Di fatto, c’era scetticismo in generale sulla tecnologia dell’informazione; Robert Solow scherzava dicendo: “Potete vedere l’era del computer dappertutto, meno che sulle statistiche della produttività”. Ma c’è un altro caso nel quale la storia economica si mostra molto utile. In un modo che restò famoso Paul David (disponibile in pdf) mise in evidenza che in gran parte le stesse cose erano state dette sull’elettricità, per lungo tempo; i grandi guadagni dalla elettrificazione non vennero sino a dopo il 1914.
Perché i ritardi? Nel caso dell’elettricità dipese tutto dal comprendere come trarre vantaggio dalla tecnologia, il che comportava di riorganizzare il lavoro. Un’impresa dell’epoca del vapore era una costruzione a più piani con stretti corridoi; il che dipendeva dalla minimizzazione della perdita di energia, dato che si facevano andare le macchine tramite cinghie attaccate ad assi sopraelevati guidati dall’energia del vapore al basamento. Il prezzo di questa soluzione furono spazi di lavoro ristretti e grandi difficoltà nel muovere gli oggetti dintorno. Semplicemente rimpiazzare gli assi e le cinghie con motori elettrici non risolveva granché; per ottenere il massimo risultato finale si doveva comprendere che, essendo ogni macchina alimentata dal suo proprio motore elettrico, potevate trasformare l’ambiente in un edificio ad un piano, una struttura distesa con ampi corridoi ed una facile movimentazione dei materiali.
David aveva previsto che la tecnologia dell’informazione avrebbe ottenuto il suo risultato finale con un ritardo, appena la gente si fosse fatta un’idea di come utilizzarla, e così è stato.
Ci sono tutte le ragioni per credere che la storia di Big Data sarà simile. Ora, questo non significa che sarà l’equivalente dell’elettricità o del motore a vapore; Internet non lo è stata. Ma potrebbe, nondimeno, essere abbastanza importante. Abbiate pazienza.
[1] Il concetto di Big data è proprio del campo dei database: il termine indica grandi aggregazioni di dati, la cui mole richiede strumenti differenti da quelli tradizionali, in tutte le fasi del processo (dalla gestione, alla curation, passando per condivisione, analisi e visualizzazione). Il progressivo aumento della dimensione dei data set è legato alla necessità di analisi su un unico insieme di dati correlati rispetto a quelle che si potrebbero ottenere analizzando piccole serie con la stessa quantità totale di dati ottenendo informazioni che non si sarebbero potute ottenere sulle piccole serie.Big Data rappresenta anche l’interrelazione di dati provenienti potenzialmente da fonti eterogenee, quindi non soltanto i dati strutturati (come i database) ma anche non strutturati: immagini, email, dati GPS, informazioni prese dai social network. L’insieme di tutti questi dati genera quel che si chiama Big Data consentendo a chi li analizza di ottenere una plusvalenza legata ad analisi più complete che sfiorano anche gli “umori” dei mercati e del commercio e quindi del Trend complessivo della Società e del fiume di informazioni che viaggiano e transitano attraverso internet.
Con i Big Data si arriva a parlare di Zetta-Byte ovvero di una mole di Byte dell’ordine di 10^21 e quindi di miliardi di Terabyte (già 10^12) (Wikipedia).
Una immagine derivata da tecniche di Big Data.
agosto 17, 2013
August 17, 2013, 3:51 pm
David Glasner continues his meditation on Milton Friedman and all that, this time focusing on Friedman’s insight that nominal interest rates aren’t necessarily a good guide to the stance of monetary policy — basically because even a high nominal rate may amount to very easy money if expected inflation is even higher.
I have two reactions. The first is, well, duh. There may have been a time — maybe 50-plus years ago — when Keynesians were confused about this point. But no modern user of IS-LM forgets that the diagram must be drawn for a given expected rate of inflation, and that large changes in expected inflation can make a big difference. In fact, that’s precisely the insight that lies behind calls for a higher inflation target, so as to avoid hitting the zero lower bound!
But my other reaction is, what are these inflation expectations you speak of? Oh, wait, I seem to remember — didn’t they come on 5 1/4 inch floppy disks?
The fact is that we’ve had low, fairly stable inflation expectations for a generation now:
I know that there are economists for whom it’s always 1978, who are constantly fearing — or, I suspect, in their innermost selves, hoping — for a return of the good old days when inflation was a constant threat. But in the world we’ve been living in this past quarter-century or more, inflation expectations haven’t moved much, and nominal interest rates have, in practice, been a pretty good guide to the stance of monetary policy.
Nostalgia di inflazione
David Glasner procede con I suoi pensieri su Milton Friedman e tutto il resto, questa volta concentrandosi sulla intuizione di Friedman per la quale i tassi di interesse non sono necessariamente una buona guida per una posizione di politica monetaria – fondamentalmente perché anche un tasso nominale molto alto può fare il paio con una moneta molto facile se l’inflazione attesa è persino più alta.
Ho due reazioni. La prima è: ebbene, che c’è di strano? Ci può essere stato un tempo – forse 50 anni e più orsono – nel quale i keynesiani erano confusi su questo punto. Ma nessun moderno utilizzatore del modello IS-LM dimentica che il diagramma deve essere tracciato per un dato tasso di inflazione attesa, e che grandi cambiamenti nella inflazione attesa possono fare grandi differenze. In sostanza, è quella l’intuizione che sta dietro la richiesta di un obbiettivo di inflazione più elevato, in modo da evitare di scontrarsi con il limite inferiore di zero!
Ma la mia altra reazione è: quali sono queste aspettative di inflazione di cui si parla? Oh, aspettate, non venivano da floppy disk da cinque pollici e un quarto?
Il fatto è che abbiamo avuto da una generazione ad oggi aspettative di inflazione abbastanza stabili:
So che ci sono economisti per i quali è come se si fosse sempre nel 1978, che sono costantemente spaventati – o, sospetto, nel loro più recondito intimo, speranzosi – di un ritorno dei bei tempi andati, nei quali l’inflazione era una minaccia costante. Ma nel mondo nel quale stiamo vivendo in questo quarto di secolo o più, le aspettative di inflazione non si sono mosse molto ed i tassi nominali di interesse, in pratica, sono stati una guida abbastanza buona per prendere posizioni di politica monetaria.
agosto 17, 2013
August 17, 2013, 3:34 pm
Mike Konczal has an interesting and useful essay over at Wonkblog on what conservatives don’t get — namely, their failure to appreciate that some problems are inherently public in nature, and require public solutions. Somewhat unusually, however, I think that Mike has somewhat missed the point, and engaged in a bit of wishful thinking. His essay is an excellent critique of libertarians; but most conservatives are not libertarians, even if they like to use libertarian rhetoric now and then.
Think about it: the modern Republican party may be the party of deregulation and low taxes, but it’s also the party of social illiberalism. Someone like Rick Santorum firmly believes that the government has no right to tell business owners what they can do in the workplace, but has every right to tell ordinary citizens what they can do in the bedroom. William Buckley’s God and Man at Yale was in large part a diatribe against the notion that colleges were teaching students about unemployment and how to fight it; but what Buckley wanted was, in effect, for those colleges to get back to their proper role, which was religious indoctrination. In its heyday National Review was a staunch supporter of free markets; but it was also a staunch supporter of Jim Crow — which wasn’t just about the right of white business owners to discriminate against blacks, it was about a system of laws designed to protect white privilege.
All of this makes no sense if you think of liberalism versus conservatism as a simple argument about the size and role of the state. But it makes perfect sense if you follow Corey Robin, who sees it as being all about the protection of traditional hierarchy:
For that is what conservatism is: a meditation on, and theoretical rendition of, the felt experience of having power, seeing it threatened, and trying to win it back.
Now, there are some real libertarians out there, particularly in the realm of economics bloggers, but they have no real power base. Even when politicians claim to be libertarian, there are telltale giveaways: the two R. Pauls, father and son, may be unusual in questioning the national security state, but they both have a remarkable tendency to cater to and/or employ white supremacists.
And even the hatred for Keynesian economics has less, I think, to do with the notion that unemployment isn’t a proper subject of policy than about the notion of shifting power over the economy’s destiny away from big business and toward elected officials. That was Kalecki’s point — and I learned about that from Mike Konczal!
So there is an interesting debate to be had about the proper extent of the public sphere. But that isn’t the debate driving our politics; our left-right split isn’t nearly that idealistic, or innocent.
Per la maggior parte, I conservatori non sono liberali radicali [1]
Mike Konczal scrive un articolo interessante ed utile su Wonkblog su quello che i conservatori non capiscono – in particolare, la loro incapacità di considerare che alcuni problemi sono intrinsecamente pubblici nella realtà, e richiedono soluzioni pubbliche. Abbastanza inusualmente, tuttavia, penso che a Mike in qualche modo sfugga il punto, e si faccia un po’ prendere da una specie di ‘pensiero desiderante’. Il suo saggio è una eccellente critica del radicalismo liberale; ma gran parte dei conservatori non sono libertarian, anche se adoperano quella retorica di quando in quando.
Si pensi a questo: il moderno Partito Repubblicano può essere il partito della deregolamentazione e della basse tasse, ma è anche il partito della mancanza di libertà sociale. Uno come Rick Santorum crede fermamente che il Governo non abbia alcun diritto di dire ai proprietari di impresa che cosa debbono fare nel loro luogo di lavoro, ma abbia tutto il diritto di dire ai cittadini ordinari cosa possono fare nella loro stanza da letto. Il libro “Dio e l’uomo a Yale” di William Buckley era in larga parte una diatriba contro l’idea che le università insegnassero agli studenti sul tema della disoccupazione e del come combatterla; ma quello che Buckley voleva, in effetti, era che quelle università tornassero al loro ruolo corretto, che era l’indottrinazione religiosa. La National Review nel suo pieno fulgore fu una devota sostenitrice dei liberi mercati; ma era anche una devota sostenitrice di Jim Crow – la qualcosa non riguardava soltanto il diritto degli impresari bianchi di discriminare i neri, ma un sistema di leggi rivolto a proteggere i privilegi dei bianchi [2].
Tutto questo è privo di senso si si pensa al liberalismo nel confronto con il conservatorismo come a un semplice tema di dimensioni e di ruolo degli Stati. Ma ha perfettamente senso se si segue Corey Robin, che lo vede interamente relativo alla difesa della tradizionale gerarchia:
“Perché quello è il conservatorismo: una meditazione, una rappresentazione dell’esperienza provata dell’avere potere, del vederlo minacciato e del cercare di riconquistarlo.”
Ora, in giro ci sono alcuni liberali radicali, specialmente nel settore dei bloggers dell’economia, ma essi non hanno una reale base di potere. Persino quando gli uomini politici sostengono di essere liberali radicali, ci sono annunci rivelatori: può essere poco frequente che i due Rand Paul, padre e figlio, avanzino dubbi sulle condizioni della sicurezza nazionale, ma hanno entrambi una considerevole tendenza a provvedere ai bisogni e ad impiegare i fautori della supremazia bianca [3].
Ed anche l’odio per l’economia keynesiana ha meno a che fare, penso, con il concetto che la disoccupazione non sia un tema corretto per la politica, che con il concetto dell’allontanare i poteri sui destini dell’economia dalla grande impresa ai rappresentanti eletti. Quello era il punto di vista di Kalecki – ed io l’ho appreso proprio da Mike Konczal!
C’è dunque un dibattito interessante da sviluppare sulla dimensione appropriata della sfera pubblica. Ma non è quello il dibattito che orienta la nostra politica; la nostra frattura tra destra e sinistra non è così idealistica o innocente.
[1] Mi rendo conto che tradurre “libertarian” con “liberali radicali” è un po’ pesante. Ma la questione è complicata. Non si può rendere con “libertari”, che in italiano ha tutt’altro significato, normalmente del tutto estraneo alla ideologia del liberalismo. Ma se si traduce con “liberisti” non si migliora granché, perché si perde una certa parte del radicalismo che è implicito nel termine “libertarian” (l’attitudine di un “liberista” – per la accezione che ne abbiamo noi – è letteralmente ad un laissez faire integrale ed anche piuttosto bigotto; il radicalismo di un “libertarian”, magari ideologicamente, allude ad una parte della tradizione individualistica ed anche ribellistica americana …). Ora, come si constata dal post, l’intenzione di Krugman è quella di riconoscere una qualche teorica dignità a quella tradizione radicale, che non ha più niente a che fare con i conservatori americani odierni. Per attenuare la pesantezza, utilizzo dopo un po’ il termine inglese.
[2] Per comprendere la frase bisogna considerare che Jim Crow è un personaggio di una nota coon song nata fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, negli spettacoli dei menestrelli che si svolgevano negli Stati Uniti: Jump Jim Crow. In essa veniva descritto un tale nero di nome Jim Crow, sciancato, che lavorava in una scuderia. La sua figura fu presa ad emblema della discriminazione razziale: durante la lotta all’emancipazione si diceva spesso che il nero doveva “lottare contro Jim Crow”.
Ma le leggi Jim Crow furono delle leggi locali e dei singoli stati degli Stati Uniti d’America emanate tra il 1876 e il 1965. Di fatto servirono a creare e mantenere la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici, istituendo uno status definito di “separati ma uguali” per i neri americani e per i membri di altri gruppi razziali diversi dai bianchi. Alcuni esempi di leggi Jim Crow furono la separazione nelle scuole pubbliche, nei luoghi pubblici e sui mezzi di trasporto e la differenziazione dei bagni e dei ristoranti tra quelli per bianchi e quelli per neri. Anche all’interno dell’esercito venne applicata la segregazione razziale. Le leggi Jim Crow erano distinte dai Codici neri del periodo 1800–66 che a loro volta avevano ridotto i diritti e le libertà civili degli afroamericani. La segregazione razziale organizzata dagli stati nelle scuole fu dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema nel 1954, con la sentenza Brown v. Board of Education. In generale, le leggi Jim Crow rimaste furono abrogate dal Civil Rights Act del 1964[1] e dal Voting Rights Act del 1965 (notizie da Wikipedia).
[3] Nel mese passato i giornali ed i blogs hanno diffusamente parlato di casi del genere riguardanti i due repubblicani.
agosto 16, 2013
August 16, 2013, 2:27 pm
Brad DeLong weighs in on the Friedman legacy, and notes that there have been two big successful sort of meta-predictions in macroeconomics over the past half-century. In the late 60s, Friedman and Phelps warned of the risk of stagflation, and were vindicated in the 1970s. In the late 1990s, some economists warned of the risk of Depression-type liquidity traps, and were vindicated in the Naughties. The first success led to Friedmam’s promotion to demigod status; the second success has not produced any comparable elevation.
But never mind the personal aspect. More important, stagflation led to a major rethinking of macroeconomics, all across the board; even staunch Keynesians conceded that Friedman/Phelps had been right (indeed, they may have conceded too much), and the vertical long-run Phillips curve became part of every textbook. But the Great Recession and the long stagnation that followed (and continues) have brought no such concessions from the anti-Keynesians. As I often note on this blog, even the most spectacular failures of prediction (and successes for the other side) have been met with nothing but excuses (It’s Obamacare! It’s interest on reserves! It’s uncertainty!)
What accounts for this asymmetry? Partly, I think, there’s an economics-specific aspect: anti-Keynesian macroeconomics is a comfortable position, because it involves a return to notions of perfect markets and perfectly rational individuals; so the anti-Keynesians find it hard to leave that comfort zone, while even Keynesians sort of liked introducing a bit more rationality into their models.
But it’s also the usual left-right asymmetry. Keynesianism isn’t exactly left-wing, but monetarism was clearly conservative, and equilibrium business cycle theory even more so. And left and right in modern America are not mirror images. The right is purist, uncompromising, and ultimately not interested in contrary evidence; the left is much more open and empirical. And the economics profession, it turns out, is not that different from the political sphere.
This is an uncomfortable truth to acknowledge. Many economists would like to believe that we’re having a reasonable, civilized discussion, rather than dealing with denialism and bad faith. But you go to economic debates with the profession you have, not the profession you want.
Stagflazione, stagnazione ed asimmetria intellettuale
Brad DeLong interviene sul tema dell’eredità di Friedman [1], ed osserva che in un certo senso ci sono state due grandi meta-previsioni economiche nell’ultimo mezzo secolo. Sulla fine degli anni ’60, Friedman e Phelps misero in guardia sul rischio di stagflazione [2], ed ebbero una conferma nel corso degli anni 70. Sulla fine degli anni ’90, qualche economista mise in guardia dal rischio di una Depressione del genere di una trappola di liquidità, ed ottenne una conferma con i primi anni 2000. Il primo successo comportò la promozione di Friedman allo status di semi Dio; il secondo non ha prodotto alcun effetto paragonabile.
Ma lasciamo perdere l’aspetto personale. La cosa più importante è che la stagflazione portò ad un ripensamento importante della macroeconomia, su tutto lo scenario; persino i più convinti keynesiani ammisero che Friedman e Phelps avevano avuto ragione (in effetti, forse concessero un po’ troppo), e la curva verticale di lungo periodo di Phillips divenne parte di ogni libro di testo. Ma la Grande Recessione e la lunga stagnazione che è seguita (e continua) non hanno portato a concessioni simili da parte degli antikeynesiani. Come spesso noto su questo blog, persino le più spettacolari previsioni fallite (e di contro i successi dalla parte opposta) non hanno corrisposto a niente se non a scusanti (è stata la riforma sanitaria di Obama! Sono gli interessi sulle riserve! E’ l’incertezza!)
Cosa rappresenta questa asimmetria? In parte, penso, c’è un aspetto specificamente economico: la macroeconomia anti-keynesiana si trova in una posizione confortevole, giacché include il ritorno ai concetti di mercati perfetti e di individui perfettamente razionali; dunque per gli antikeynesiani è arduo abbandonare quella zona tranquilla, mentre persino i keynesiani in qualche modo hanno introdotto con compiacimento un po’ più di razionalità entro i propri modelli.
Ma si tratta anche della solita asimmetria tra sinistra e destra. Il Keynesismo non è esattamente la sinistra, ma il monetarismo fu chiaramente conservatore, e la teoria del ciclo economico in equilibrio ancora di più. E destra e sinistra nell’America odierna non sono immagini speculari. La destra è dogmatica, contraria ai compromessi e di recente non influenzabile dalle prove opposte; la sinistra è molto più aperta ed empirica. E si scopre che la disciplina economica non è diversa dalla sfera della politica.
E’ un verità spiacevole da ammettere. A molti economisti piacerebbe credere che stiamo partecipando ad un dibattito ragionevole e civile, piuttosto che facendo i conti con il negazionismo e la mala fede. Ma si partecipa ai dibattiti economici con la disciplina che esiste, non con quella che si vorrebbe.
[1] Forse qualcuno potrebbe essere interessato al breve post di Brad DeLong qua citato:
Previsioni corrette e la condizione degli economisti Brad DeLong (16 agosto 2013)
Paul Krugman ha certamente ragione nel dire che la storia ha giudicato, e che il giudizio della storia è in modo così completo a favore di James Tobin rispetto a Milton Friedman che non è rimasto neppure una traccia nel punto dove un tempo si ergeva l’approccio di Friedman ad una teoria monetaria della determinazione del reddito nominale.
E Robert Waldmann indica, ripetutamente e correttamente, che non c’è niente di teoricamente rilevante in Friedman (1967) che non fosse (già) in Samuelson e Solow (1960) – che il fatto che l’inflazione al di sopra delle aspettative possa sbloccare inflazione futura non fu un tema ideato da Friedman (o da Phelps), ed anche che né Friedman (né Phelps) stavano pensando che l’elevata disoccupazione potesse sbloccare il NAIRU (il livello al quale il tasso di disoccupazione non provoca ancora una accelerazione dell’inflazione, ndT).
E Paul Krugman mette in evidenza che la Curva di lungo periodo di Phillips utilizzata da Friedman (e da Phelps) è semplicemente sbagliata a bassi tassi di inflazione, e non così utile come strumento fondamentale.
C’è tuttavia una grande cosa nella quale Friedman ebbe ragione: alzarsi in piedi e dire: “In questo momento le aspettative di inflazione stanno perdendo la loro stabilità. Il meccanismo di accelerazione è destinato a dominare le dinamiche del ciclo economico sia nel breve che nel medio termine.” Questo fu giusto. E fu una fonte potente di manna da cielo.
In modo simile, o forse no, mi sentirei di sostenere che c’è una grande cosa (assieme ad un ampio numero di medie e piccole cose) nella quale Paul Krugman ha avuto ragione: la sua previsione nel passato 1998 sul “Ritorno dell’economia della depressione”. Eppure lo Zio Paul non si è guadagnato una quantità di manna paragonabile a quella che lo Zio Milton si guadagnò negli anni Sessanta ….
[2] In economia, con il termine stagflazione (combinazione dei termini stagnazione ed inflazione) si indica la situazione nella quale sono contemporaneamente presenti – su un determinato mercato – sia un aumento generale dei prezzi (inflazione), sia una mancanza di crescita dell’economia in termini reali (stagnazione economica). La stagflazione è un fenomeno presentatosi per la prima volta alla fine degli anni sessanta, prevalentemente nei paesi occidentali; precedentemente inflazione e stagnazione si erano invece sempre presentate disgiuntamente.
agosto 16, 2013
August 16, 2013, 11:39 am
Cullen Roche is unhappy with the way I treat monetary expansion in my old Japan paper (pdf); or actually he’s unhappy with the way I talk about it. I’m actually kind of reluctant to even get into this, because any discussion of these issue brings out the people who believe that they have discovered the hidden secrets of the monetary universe, somehow missed by generations of economists. But here goes anyway.
When I think about the role of banks in the economy, I generally rely on two models, which are both partial pictures but add up to a reasonable overall approach. One is Diamond-Dybvig (pdf), which portrays banks as providers of liquidity services, and also shows how bank runs can happen. The other is Tobin-Brainard (pdf), which portrays the financial system in terms of a portfolio equilibrium, in which each sector — households, banks, firms, etc. — choose the mixes of assets and liabilities they want to hold, and asset prices adjust to make these choices consistent.
What I did in that old Brookings Paper was a quick-and-dirty merger of these two approaches, in which I got the monetary base into the story in the form of required reserves held by banks. That was a strategic simplification, and an unrealistic one — almost all of the monetary base is actually held in the form of currency, not bank reserves. But it was obvious to me that it didn’t really make any difference for the question at hand.
And how did I know that? Basically from Tobin-Brainard, who showed that whether banks hold monetary base in the form of reserves makes no fundamental difference to the monetary mechanism, as long as somebody wants to hold base money — and the public does, in the form of currency.
Actually, Tobin-Brainard is to many of the controversies that swirl around banks and money as IS-LM is to controversies about interest-rate determination. When we ask, “Are interest rates determined by the supply and demand of loanable funds, or are they determined by the tradeoff between liquidity and return?”, the correct answer is “Yes” — it’s a simultaneous system.
Similarly, if we ask, “Is the volume of bank lending determined by the amount the public chooses to deposit in banks, or is the amount deposited in banks determined by the amount banks choose to lend?”, the answer is once again “Yes”; financial prices adjust to make those choices consistent.
Now, think about what happens when the Fed makes an open-market purchase of securities from banks. This unbalances the banks’ portfolio — they’re holding fewer securities and more reserve — and they will proceed to try to rebalance, buying more securities, and in the process will induce the public to hold both more currency and more deposits. That’s all that I mean when I say that the banks lend out the newly created reserves; you may consider this shorthand way of describing the process misleading, but I at least am not confused about the nature of the adjustment.
And the crucial thing is that there are no puzzles or misunderstandings here. Tobin and Brainard got it all straight half a century ago, and anyone who thinks that there’s a big flaw in their reasoning is almost surely just getting caught up in his own word games.
Banche e base monetaria (per esperti)
Cullen Roche è scontento per il modo in cui tratto l’espansione monetaria nel mio vecchio saggio sul Giappone (disponibile in pdf [1]); o, per la verità, è scontento del modo in cui ne parlo. Effettivamente sono un po’ riluttante a farmi prendere da questo tema, perché ogni dibattito su di esso porta allo scoperto persone che pensano di aver scoperto i segreti nascosti dell’universo monetario, in qualche modo sfuggiti a generazioni di economisti. Ma in questo caso andiamo avanti comunque.
Quando io penso al ruolo delle banche nell’economia, in generale mi baso su due modelli, che sono entrambi rappresentazioni parziali ma portano ad un ragionevole approccio complessivo. Uno è quello di Diamond-Dybvig (disponibile in pdf) che rappresenta le banche come fornitrici di servizi di liquidità, e mostra anche come possono avvenire gli ‘assalti agli sportelli’. L’altro è quello di Tobin-Brainard (disponibile in pdf), che ritrae il sistema bancario in termini di equilibrio di portafoglio, per il quale ogni settore – famiglie, banche, imprese etc. – sceglie le combinazioni di assets e di passività che vuol detenere, ed i prezzi degli assets operano nel senso di rendere queste scelte coerenti.
Quello che io feci in quel vecchio Brookings Paper fu una sbrigativa fusione di quei due approcci, nella quale inserivo la base monetaria nella mia narrativa nella forma delle riserve richieste detenute dalle banche. Si trattava di una semplificazione strategica, peraltro non realistica – quasi tutta la base monetaria è effettivamente detenuta nella forma di contante, non di riserve bancarie. Ma per me era chiaro che questo non faceva alcuna differenza per il tema che stavo trattando.
E come sapevo ciò? Fondamentalmente in conseguenza del lavoro di Tobin-Brainard, che mostrava che se le banche detengono la base monetaria nella forma di riserve, questo non induce alcuna differenza di fondo nel meccanismo monetario, fin quando c’è qualcuno che vuole possedere la basa monetaria – che è quello che vuole il pubblico, nella forma di contante.
In verità, il lavoro di Tobin-Brainard riguarda molte delle controversie che ruotano attorno alla banche ed alla moneta così come il modello IS-LM è relativo alle controversie sulla determinazione dei tassi di interesse. Quando ci chiediamo: “I tassi di interesse sono determinati dall’offerta e dalla domanda di fondi concedibili in prestito, oppure sono determinati dallo scambio tra liquidità e rendimenti?”, la risposta corretta è “Sì” – si tratta di un sistema simultaneo.
In modo simile, se ci chiediamo: “Il volume dei prestiti bancari è determinato dall’ammontare che il pubblico sceglie di depositare nelle banche, oppure è la somma depositata nelle banche che è determinata dall’ammontare che le banche scelgono di dare a prestito?”, la risposta è ancora una volta “Sì”; i prezzi finanziari operano nel senso di rendere queste scelte coerenti.
Ora, si pensi a quello che accade quando la Fed fa un acquisto di titoli a mercato aperto [2] dalle banche. Esso provoca un squilibrio nei portafogli delle banche – detengono meno titoli e più riserve – ed esse procederanno a cercare un riequilibrio, acquistando più titoli, e in quel processo il pubblico sarà indotto a detenere sia più denaro corrente che più depositi. Questo è tutto quello che io intendo quando dico che le banche danno in prestito all’esterno le riserve di nuova creazione; potete considerare questo modo semplificato di descrivere il processo come fuorviante, ma io almeno non sono confuso sulla natura dell’adattamento.
E l’aspetto cruciale è che non ci sono, in questo caso, misteri o fraintendimenti. Tobin e Brainard compresero tutto correttamente mezzo secolo fa, e tutti quelli che pensano che ci fosse un grande difetto nel loro ragionamento quasi sicuramente sono semplicemente catturati dai loro stessi giochi di parole.
[1] E’ il saggio più volte citato che nella prima parte fornisce tra l’altro il contesto per una comprensione della cosiddetta ‘trappola di liquidità’, e nella seconda approfondisce il caso giapponese. Interessante tra l’altro che uno dei due ‘discussori’ del saggio fosse Kenneth Rogoff. Il saggio è definito Brookings Paper perché venne presentato nell’ambito di una iniziativa di quell’Istituto.
[2] Il termine “open market” (“”mercato aperto”) in termini generali esprime una situazione prossima ad una condizione di commercio libero. In termini più specificamente tecnici si riferisce alla stessa cosa, quando si tratti di compra vendita di titoli da parte delle banche.
agosto 16, 2013
August 16, 2013, 11:11 am
Via Mark Thoma, Kenneth Thomas analyzes the latest attempt to claim that Ireland is a success story — is this the third or the fourth time around? — and concludes that the modest fall in unemployment is all about emigration. Actually, we can reach the same conclusion by going straight to employment data:
Eurostat
This is not exactly a policy triumph.
The one sense in which Ireland has made some progress is that it has somewhat reassured bond investors that its population will continue to sullenly acquiesce in austerity; as a result, Irish 10-year rates, while still at a large premium, are now 60-80 basis points below those of Italy and Spain.
But the repeated invocation of Ireland as a role model has gotten to be a sick joke.
L’Irlanda è la storia di successo del futuro, e sarà sempre così
Tramite Mark Thoma, apprendiamo che Kenneth Thomas analizza l’ultimo tentativo di sostenere che l’Irlanda sia una storia di successo – più o meno è la terza o la quarta volta? – e conclude che la modesta caduta nella disoccupazione è tutta derivante dall’emigrazione. Effettivamente, possiamo giungere alla stessa conclusione andando direttamente ai dati sull’occupazione:
Eurostat
Non è esattamente un trionfo politico.
L’unico senso nel quale l’Irlanda ha fatto qualche progresso è che essa ha in qualche modo assicurato gli investitori sui bonds che la sua popolazione continuerà ad adeguarsi imbronciata all’austerità; come risultato, i tassi delle obbligazioni decennali irlandesi, se ancora hanno un considerevole sovrapprezzo, sono ora a 60-80 punti base sotto quelli dell’Italia e della Spagna.
Ma la continua invocazione di un ruolo guida dell’Irlanda è diventato un disco rotto.