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Bloccati dalla dispersione (New York Times 28 luglio 2013)

 

 

Stranded by Sprawl

By PAUL KRUGMAN

Published: July 28, 2013

Detroit is a symbol of the old economy’s decline. It’s not just the derelict center; the metropolitan area as a whole lost population between 2000 and 2010, the worst performance among major cities. Atlanta, by contrast, epitomizes the rise of the Sun Belt; it gained more than a million people over the same period, roughly matching the performance of Dallas and Houston without the extra boost from oil.

 

Yet in one important respect booming Atlanta looks just like Detroit gone bust: both are places where the American dream seems to be dying, where the children of the poor have great difficulty climbing the economic ladder. In fact, upward social mobility — the extent to which children manage to achieve a higher socioeconomic status than their parents — is even lower in Atlanta than it is in Detroit. And it’s far lower in both cities than it is in, say, Boston or San Francisco, even though these cities have much slower growth than Atlanta.

So what’s the matter with Atlanta? A new study suggests that the city may just be too spread out, so that job opportunities are literally out of reach for people stranded in the wrong neighborhoods. Sprawl may be killing Horatio Alger.

The new study comes from the Equality of Opportunity Project, which is led by economists at Harvard and Berkeley. There have been many comparisons of social mobility across countries; all such studies find that these days America, which still thinks of itself as the land of opportunity, actually has more of an inherited class system than other advanced nations. The new project asks how social mobility varies across U.S. cities, and finds that it varies a lot. In San Francisco a child born into the bottom fifth of the income distribution has an 11 percent chance of making it into the top fifth, but in Atlanta the corresponding number is only 4 percent.

 

When the researchers looked for factors that correlate with low or high social mobility, they found, perhaps surprisingly, little direct role for race, one obvious candidate. They did find a significant correlation with the existing level of inequality: “areas with a smaller middle class had lower rates of upward mobility.” This matches what we find in international comparisons, where relatively equal societies like Sweden have much higher mobility than highly unequal America. But they also found a significant negative correlation between residential segregation — different social classes living far apart — and the ability of the poor to rise.

 

 

And in Atlanta poor and rich neighborhoods are far apart because, basically, everything is far apart; Atlanta is the Sultan of Sprawl, even more spread out than other major Sun Belt cities. This would make an effective public transportation system nearly impossible to operate even if politicians were willing to pay for it, which they aren’t. As a result, disadvantaged workers often find themselves stranded; there may be jobs available somewhere, but they literally can’t get there.

The apparent inverse relationship between sprawl and social mobility obviously reinforces the case for “smart growth” urban strategies, which try to promote compact centers with access to public transit. But it also bears on a larger debate about what is happening to American society. I know I’m not the only person who read the Times article on the new study and immediately thought, “William Julius Wilson.”

 

A quarter-century ago Mr. Wilson, a distinguished sociologist, famously argued that the postwar movement of employment out of city centers to the suburbs dealt African-American families, concentrated in those city centers, a heavy blow, removing economic opportunity just as the civil rights movement was finally ending explicit discrimination. And he further argued that social phenomena such as the prevalence of single mothers, often cited as causes of lagging black performance, were actually effects — that is, the family was being undermined by the absence of good jobs.

 

 

These days, you hear less than you used to about alleged African-American social dysfunction, because traditional families have become much weaker among working-class whites, too. Why? Well, rising inequality and the general hollowing out of the job market are probably the main culprits. But the new research on social mobility suggests that sprawl — not just the movement of jobs out of the city, but their movement out of reach of many less-affluent residents of the suburbs, too — is also playing a role.

As I said, this observation clearly reinforces the case for policies that help families function without multiple cars. But you should also see it in the larger context of a nation that has lost its way, that preaches equality of opportunity while offering less and less opportunity to those who need it most.

 

Bloccati dalla dispersione

New York Times 28 luglio 2013

 

Detroit è il simbolo del declino della vecchia economia. Non si tratta solo del centro in stato di abbandono; l’area metropolitana nel suo complesso ha perso popolazione tra il 2000 e il 2010, la peggiore performance tra le città importanti. Di contro, Atlanta compendia l’ascesa delle regioni del Sun Belt [1]; nello stesso periodo è aumentata di più di un milione di persone, grosso modo eguagliando le prestazioni di Dallas ed Houston, senza la spinta aggiuntiva del petrolio.

Tuttavia, per un aspetto importante la forte espansione di Atlanta assomiglia al disastro di Detroit: sono entrambi luoghi nei quali il sogno americano sembra stia morendo, dove i figli dei poveri hanno grandi difficoltà a salire la scala economica. Di fatto, la mobilità sociale verso l’alto – la misura in cui i figli riescono ad ottenere una posizione socioeconomica più elevata dei loro genitori – è persino più bassa ad Atlanta che a Detroit. Ed è assai più bassa in entrambe le città, rispetto, ad esempio, a Boston o a San Francisco, anche se queste città hanno una crescita molto più lenta di Atlanta.

Quale problema ha dunque Atlanta? Un nuovo studio suggerisce che la città potrebbe semplicemente essere troppo sparpagliata, in modo tale che le opportunità di lavoro sono letteralmente fuori della portata degli individui bloccati nei quartieri sbagliati. La dispersione avrebbe fatto giustizia di Horatio Alger [2].

Il nuovo studio viene dal progetto Eguaglianza delle opportunità, alla cui guida ci sono economisti di Harvard e di Berkeley. Ci sono stati molti confronti tra vari paesi quanto a mobilità sociale; tutti quegli studi  scoprono che l’America di questi tempi, che ancora si ritiene la terra delle opportunità, in effetti ha una organizzazione in classi più ereditaria che le altre nazioni avanzate. Il nuovo progetto risponde al quesito di come la mobilità sociale sia variabile tra le città americane, e scopre che essa è molto variabile. A San Francisco un bambino nato nell’ultima fascia su cinque della distribuzione del reddito ha una possibilità dell’11 per cento di collocarsi nella prima fascia, ma in Atlanta il dato corrispondente è soltanto il 4 per cento.

Quando gli studiosi hanno cercato i fattori che stanno in relazione con una mobilità sociale alta o bassa, hanno scoperto, in modo forse sorprendente, un modesto ruolo diretto del fattore che si sarebbe ovviamente ipotizzato: la razza. Hanno invece scoperto una significativa correlazione con i livelli esistenti di ineguaglianza: “le aree con una più piccola classe media hanno avuto tassi più bassi di mobilità ascendente”. Questo fa il paio con quanto si trova nei confronti internazionali, dove società relativamente egualitarie come la Svezia hanno una mobilità molto superiore della notevolmente ineguale America. Ma hanno anche scoperto una significativa correlazione negativa tra la segregazione residenziale – differenti classi sociali che vivono ben distanti l’una dall’altra – e la possibilità per i poveri di salire.

E in Atlanta i quartieri ricchi e poveri sono molto distanti, perché fondamentalmente ogni cosa è molto distante; Atlanta è la Regina della dispersione, ancora più sparpagliata delle altre principali città del Sun Belt. Per questa ragione, sarebbe quasi impossibile far funzionare un efficace sistema

di trasporto pubblico, anche se gli uomini politici avessero voglia di investirci denaro, cosa dalla quale sono ben lontani. Di conseguenza, lavoratori svantaggiati si ritrovano il più delle volte bloccati; ci possono essere da qualche parte posti di lavoro disponibili, ma essi non possono letteralmente arrivarci.

La apparente relazione inversa tra dispersione e mobilità sociale ovviamente rafforza le tesi delle strategie urbane della “crescita intelligente”, che cercano di promuovere centri compatti accessibili ai trasporti pubblici. Ma ha anche influenza sul più ampio dibattito riguardo a cosa sta accadendo nella società americana. So di non essere l’unica persona che ha letto l’articolo del Times su questo nuovo studio ed ha immediatamente pensato: “William Julius Wilson” [3].

Venticinque anni orsono il signor Wilson, un illustre sociologo, sostenne notoriamente che lo spostamento post bellico dell’occupazione dai centri cittadini alle periferie aveva dato un colpo pesante alle famiglie afro-americane che in quei centri erano concentrate, eliminando le opportunità economiche proprio mentre il movimento dei diritti civili finalmente interrompeva una evidente discriminazione. Egli inoltre spiegò che fenomeni sociali quali il gran numero di madri singole, spesso citati come cause delle arretrate prestazioni della popolazione di colore, erano in effetti delle conseguenze – vale a dire che le famiglie venivano messe in crisi dalla assenza di buoni posti di lavoro.

In questi giorni, si sente meno che una volta riferirsi alle pretese disfunzioni sociali degli afroamericani, perché le famiglie tradizionali sono diventate molto più fragili anche tra i lavoratori bianchi. Perché? Ebbene, la crescente ineguaglianza ed il generale svuotamento del mercato del lavoro sono probabilmente i principali colpevoli. Ma la nuova ricerca  sulla mobilità sociale suggerisce che anche la dispersione sta giocando un ruolo  – non solo lo spostamento dei posti di lavoro fuori dalle città, ma anche il loro spostamento fuori dalla portata di molti meno benestanti residenti delle periferie.

Come ho detto, questa osservazione chiaramente rafforza le tesi di politiche che aiutino le funzioni delle famiglie senza moltiplicare le automobili. Ma si dovrebbe anche considerare tutto questo nel contesto più ampio di una nazione che ha perso la sua strada, che predica l’eguaglianza delle opportunità nel mentre offre sempre minori opportunità a coloro che ne hanno maggior bisogno.


 

 


[1] Ovvero, della “Cintura del Sole”, che è una regione degli Stati Uniti d’America che si estende dalla costa atlantica alla costa pacifica raggruppando gli Stati meridionali del paese. il confine settentrionale della regione è il 37º parallelo di latitudine nord. Raggruppa gli Stati di Alabama, Arizona, California, Florida, Georgia, Louisiana, Arkansas, Colorado, Utah, Mississippi, Nevada, Nuovo Messico, Texas, North Carolina, South Carolina (Wikipedia).

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[2] Horatio Alger Jr. (13 gennaio 183218 luglio 1899) è stato uno scrittore statunitense. Molte tra le sue opere sono descritte come storie che narrano il passaggio da una vita di miseria a una di opulenza, mostrando come giovani squattrinati riescono a realizzare il sogno americano e a raggiungere la ricchezza e il successo per mezzo di duro lavoro, coraggio, risolutezza e preoccupazione per gli altri. È tuttavia più esatto dire che i tipici personaggi di Alger non conseguono una ricchezza estrema, ma piuttosto una condizione di sicurezza, stabilità e buona reputazione caratteristica della classe media; in altre parole, i loro sforzi sono ricompensati con l’ottenimento di un posto nella società, e non con una posizione dominante in essa (Wikipedia) Ed eccolo:

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[3] William Julius Wilson (nato il 20 Dicembre del 1935) è un sociologo americano. Ha insegnato dal 1972 al 1996 all’Università di Chicago, prima di trasferirsi all’Università di Harvard.

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