Blog di Krugman

Santo Vudù, Batman! I supereroi, l’arsenico e l’economia di Trump. Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 20 marzo 2019)

 

March 20, 2019

Holy Voodoo, Batman!

Superheroes, arsenic, and Trump economics.

By Paul Krugman

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The 2019 Economic Report of the President is out, and everyone is having fun with the bit at the end that acknowledges the help of student interns – a list that includes Peter Parker, Aunt May, Bruce Wayne, and Jabba the Hutt:

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Super interns Economic Report of the President

The White House is passing this off as a deliberate joke. More likely, someone slipped superheroes in to see whether anyone in charge was actually paying attention, and proved that they weren’t.

But the bigger news from the report involves the supposed economic payoffs from the Trump tax cut. Even the White House now acknowledges that the tax cut won’t do all they said it would – their wildly optimistic economic projections depend on the claimed payoff to other economic policies that they themselves haven’t specified. So tax cuts will do wonders for growth, as long as you do a bunch of other stuff, details to come later.

This puts me in mind of what Voltaire said about witchcraft: “It is unquestionable that certain words and ceremonies will effectually destroy a flock of sheep, if administered with a sufficient portion of arsenic.”

But beyond that, even the claimed positive effects of the tax cut itself are things we can already see aren’t happening.

So this report is double voodoo, or voodoo squared: it relies on voodoo economics to make big claims for tax cuts, then adds a whole additional layer of magic to get the growth projections the administration wants to hear.

Here’s the chart everyone is talking about. It shows a baseline representing what growth would supposedly be under pre-Trump policies, then a higher line showing the claimed effect of the tax cut, then still higher lines representing the effects of things like the Trump infrastructure plan:

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Killing sheep with arsenic Economic Report of the President

The first thing to say, then, is that there is no Trump infrastructure plan. He’s well past the midpoint of his term, and there has been not a hint of an actual proposal. In fact, his latest budget significantly cuts infrastructure spending. So his economists are claiming credit for something he hasn’t enacted, hasn’t proposed, and for that matter hasn’t made the slightest gesture toward making happen.

Actually, my Voltaire quote is unfair. Trump wants to pretend that he can kill sheep with magic while actually using arsenic, but without actually administering any arsenic, or even asking where he might get some.

But wait, there’s more. That red line supposedly representing the effects of the TCJA shows substantially elevated growth for the next few years, even without the arsenic. But that’s not what independent economists are seeing. For example, the New York Fed’s “nowcast” – early estimates based on partial data – shows only 1.5% growth for the first half of this year. And the NY Fed is relatively optimistic; other nowcasters like the Atlanta Fed and Goldman Sachs are showing much lower growth in the first quarter, less than half a percent.

 

The White House explains why it’s predicting such big growth: the TCJA will cause a surge in business investment by “substantially raising the target capital stock and attracting increased net capital inflows.” And this rise in the capital stock will cause a surge in productivity. Except that there’s no sign of a surge in business investment: the report cherry-picks a few numbers, but overall orders for capital goods, probably the best real-time indicator, are showing nothing much (that 2015-6 slump, by the way, was about fracking, which fell off for a while when world oil prices plunged):

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Where’s my investment boom? Federal Reserve of St. Louis

Nor has there been a huge increase in capital inflows – if there had been, we would, as a matter of sheer accounting, be seeing a huge rise in the trade deficit, not the modest increase we’ve actually witnessed.

In other words, the tax cut is a big fizzle – and even the White House is half-admitting as much.

Which then raises the question, why do people on the right keep insisting that cutting taxes on rich people and corporations will have magical positive effects on the economy? There have been no, repeat no, clear success stories for this doctrine – no, not even Reagan, who benefited from a severe Fed-generated recession early on his watch, followed by a Fed-generated recovery.

Yet the tax-cut zombie shambles on. Somehow, despite decades of practical failure, there’s a phalanx of billionaire-funded think tanks promoting trickle-down economics, and a loyal army of right-wing politicians supported by wealthy donors who keep insisting that they have faith that the next tax cut will do everything it promises. Really.

Why is that? Somehow, I suspect we know the answer.

 

 

Santo Voodoo, Batman!

I supereroi, l’arsenico e l’economia di Trump.

Di Paul Krugman

 

Il Rapporto Economico del Presidente del 2019 è in circolazione, e tutti si stanno divertendo per quella piccola sezione che sulla fine riconosce il contributo degli studenti tirocinanti – una lista che include Peter Parker, Aunt May, Bruce Wayne e Jabba the Hutt [1]:

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Super tirocinanti, dal Rapporto Economico del Presidente

La Casa Bianca lo sta facendo passare come uno scherzo deliberato. Più probabilmente, qualcuno ha fatto scivolare dentro il rapporto i supereroi per vedere se qualcuno in carica stesse effettivamente prestandoci qualche attenzione, e dimostrando che non lo stava facendo nessuno.

Ma la notizia più importante riguarda i presunti vantaggi economici del taglio delle tasse di Trump. Adesso anche la Casa Bianca riconosce che gli sgravi fiscali non hanno prodotto tutto quello che si sosteneva – le loro previsioni economiche forsennatamente ottimistiche derivano dal preteso vantaggio di altre politiche economiche, che loro stessi non specificano. In altre parole, i tagli delle tasse faranno miracoli per la crescita, alla condizione che si facciano un mucchio di altre cose, che saranno specificate in seguito.

Questo mi riporta alla mente quello che Voltaire disse a proposito della stregoneria: “È indubbio che certe parole e riti stermineranno con successo un gregge di pecore, se amministrate con una sufficiente dose di arsenico”.

Ma oltre a ciò, persino i pretesi effetti positivi dello stesso taglio delle tasse sono cose che si può già constatare non stiano avvenendo.

Dunque questo rapporto è un vudù doppio, o un vudù al quadrato: si basa sull’economia vudù per fare grandi rivendicazioni a favore degli sgravi fiscali, dopodiché aggiunge un intero strato di magia per ottenere le previsioni di crescita che l’Amministrazione vuole sentirsi dire.

Questo è il diagramma di cui tutti parlano. Esso mostra una linea di riferimento che indica quale crescita si suppone ci sarebbe stata con le politiche precedenti a Trump, poi linee più alte che rappresentano gli effetti di cose come il programma infrastrutturale di Trump:

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Ammazzare le pecore con l’arsenico. Dal Rapporto Economico del Presidente [2]

La prima cosa da dire, allora, è che non c’è alcun programma infrastrutturale. Trump è ben oltre la metà del suo mandato, e non c’è stato alcun cenno di una effettiva proposta. Di fatto, il suo ultimo bilancio taglia in modo significativo la spesa infrastrutturale. Dunque i suoi economisti stanno pretendendo credito per una cosa che non è stata deliberata, non è stato proposta e per la quale, per quanto conta, non è stata fatta la minima mossa per farla accadere.

In realtà, la mia citazione di Voltaire è ingiusta. Trump vuole fingere di poter ammazzare le pecore con la magia mentre sta effettivamente usando l’arsenico, ma senza somministrare davvero alcuna dose di arsenico, e senza neanche sapere dove possa ottenerne un po’.

Ma aspettate, c’è di più. Quella linea rossa che si suppone rappresenti gli effetti della legge sul taglio delle tasse mostra per i prossimi anni una crescita sostanzialmente elevata, anche senza l’arsenico. Ma non è quello che economisti indipendenti stanno constatando. Ad esempio, la “nowcast” [3] della Fed di New York – stime premature basate su dati parziali – mostra una crescita soltanto dell’1,5 per cento per la prima metà di quest’anno. E la Fed di New York è relativamente ottimistica; altre “nowcaster” come la Fed di Atlanta e Goldman Sachs stanno mostrando una crescita molto più bassa nel primo trimestre, inferiore a mezzo punto percentuale.

La casa Bianca spiega perché essa stia prevedendo tale cospicua crescita: la Legge sul taglio delle tasse provocherà una impennata negli investimenti delle imprese “elevando sostanzialmente l’obbiettivo delle riserve di capitale e attraendo flussi accresciuti di capitale netto”. E questa crescita nella riserva di capitale provocherà una crescita di produttività. Sennonché non c’è alcun segno di una crescita degli investimenti delle imprese: il rapporto sceglie selettivamente alcuni dati, ma gli ordini complessivi per i beni di capitale, probabilmente il miglior indicatore in tempo reale, non stanno mostrando niente di rilevante (per inciso, quella caduta del 2015-2016 era relativa al settore degli scisti bituminosi, che cadde per un certo periodo quando i prezzi mondiali del petrolio precipitarono):

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Dov’è finito il mio boom degli investimenti? Federal Reserve di St. Louis

Non c’è neppure stato un ampio incremento dei flussi di capitali – se ci fosse stato, per una faccenda di mera contabilità, staremmo osservando un’ampia crescita nel deficit commerciale, non l’incremento modesto cui stiamo assistendo.

In altre parole, il taglio delle tasse è stato un gran fiasco – e persino la Casa Bianca lo sta mezzo ammettendo.

Il che allora solleva la domanda: perché la gente della destra continua a ribadire che tagliare le tasse sui ricchi e sulle società avrà magici effetti positivi sull’economia? Non c’è stata alcuna, ripeto alcuna, chiara storia di successo per questa dottrina – nessuna, neppure con Reagan, che beneficiò di una recessione provocata dalla Fed agli inizi del suo mandato, seguita da una ripresa provocata dalla Fed.

Tuttavia, l’argomento del taglio delle tasse continua a camminare come uno zombi, in modo dinoccolato. Talvolta, nonostante decenni di pratici fallimenti, c’è una falange di gruppi di ricerca finanziati da miliardari che promuovono l’economia degli ‘effetti a cascata’, con una armata di politici di destra sostenuti da ricchi donatori che continuano a ribadire di aver fiducia che il prossimo taglio delle tasse manterrà tutto quello che promette. Per davvero.

Perché accade? In qualche modo, sospetto che conosciamo la risposta.

 

 

 

 

 

 

[1] L’elenco di nomi che copiamo nella traduzione contiene vari personaggi dell’universo dei supereroi. Peter Parker è la denominazione ‘in borghese’ dell’Uomo Ragno, Aunt May è anch’essa associata con l’Uomo Ragno nei cartoni della Mervel, Bruce Wayne è l’identità segreta di Batman e Jabba the Hutt è un personaggio immaginario della saga fantascientifica di George Lucas Guerre stellari (raffigurato come un grosso extraterrestresimile a una lumaca, dotato di braccia antropomorfe, privo di arti inferiori e con una lunga coda).  (da Wikipedia)

[2] La linea blu – in basso – relativa, come le restanti, ad un periodo che va dal 2018 a oltre il 2028 – mostra il tasso di crescita el PIL reale prevedibile prima della legge sul taglio delle tasse (TCJA), la linea rossa l’andamento prevedibile con la legislazione attuale, quella a trattini gialli le previsioni connesse con un nuovo taglio delle tasse, quella a trattini blu l’incremento prevedibile a seguito di nuove deregolamentazioni e di nuove politiche del lavoro.

[3] Una previsione basata su stime in tempo reale, del momento, ovvero premature rispetto alle previsioni fondate su dati più organici.

 

 

 

Il lutto per la perdita di Alan Krueger, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 19 marzo 2019)

marzo 20, 2019

 

March 19, 2019

Mourning the Loss of Alan Krueger

By Paul Krugman

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Normally this newsletter would be concerned with events in the wider world. But right now I just have to write about the shocking death — reportedly by suicide — of my former Princeton colleague, the economist Alan Krueger, at the age of 58.

I thought I knew Alan reasonably well and never saw a hint that something like this might be coming. But people’s lives often feel very different from the inside than they look on the outside.

What I can talk about is Alan’s work and why it mattered so much to other economists, myself very much included. For his research arguably did more to change how we view the economy than that of any other modern economist.

Alan’s most influential, paradigm-shifting work was his 1992 study with David Card on the effects of minimum-wage increases.

Before Card and Krueger, most economists just assumed that raising the minimum wage leads to lower employment. But Card and Krueger realized that this was a proposition you can test. Their initial study compared employment in New Jersey and Pennsylvania before and after New Jersey raised its minimum wage. And they found no adverse effect on employment — if anything, a small rise in New Jersey relative to its neighbor.

This study opened a new frontier in economic research. Economics is always bedeviled by the lack of controlled experiments; there are so many things going on in the economy that it’s hard to tell what’s causing what. But unilateral state wage hikes amount to natural experiments that tell you far more than standard economic methods.

Furthermore, this was a method that could be replicated many times, and has been over the years, right up to the recent round of minimum wage increases in a number of cities. And the preponderance of the results have confirmed Card and Krueger’s initial finding: raising minimum wages has far less negative impact on jobs than standard economics would have predicted.

This has implications that go far beyond minimum wages themselves. What Card, Krueger and the research that follows tell us is that labor markets are a lot more complicated than we thought, that market power matters a lot and that there may be much more room for public policy to raise wages in general than Econ 101 would have it.

This paper alone would secure Alan Krueger’s reputation as one of the greatest labor economists ever. But he did far more, on everything from growth and the environment to the effects of computers on wages — and he was a public servant too. He will be sorely missed.

 

Il lutto per la perdita di Alan Krueger,

di Paul Krugman

Normalmente questa newsletter dovrebbe occuparsi degli eventi nel mondo in generale. Ma in questo momento non ho altro da scrivere se non della sconvolgente morte all’età di 58 anni – secondo le notizie, un suicidio – del mio passato collega di Princeton, l’economista Alan Krueger.

Pensavo di conoscere Alan piuttosto bene e non avevo mai visto neanche un cenno che qualcosa del genere potesse succedere. Ma spesso le persone nella loro esistenza percepiscono da dentro cose molto diverse da quelle che mostrano all’esterno.

Quello di cui posso parlare è il lavoro di Alan e la ragione per la quale era così importante per altri economisti, in particolare per me stesso. Perché le sue ricerche probabilmente hanno modificato il nostro punto di vista sull’economia più di qualsiasi altro economista contemporaneo.

Il lavoro più influente di Alan, del genere di quelli che spostano i paradigmi, fu il suo studio con David Card del 1992 sugli effetti degli aumenti dei minimi salariali.

Prima di Card e Krueger, la maggioranza degli economisti riteneva che elevare il minimo salariale portasse ad una occupazione più bassa. Ma Card e Krueger compresero che questo era un concetto che si può verificare. Il loro studio iniziale confrontava la disoccupazione nel New Jersey e in Pennsylvania, prima e dopo che il New Jersey elevasse il suo minimo salariale. Ed essi scoprirono che non c’era stato nessun effetto negativo sull’occupazione – semmai, un piccolo avanzamento nel New Jersey a confronto con il suo vicino.

Lo studio aprì una nuova frontiera nella ricerca economica. L’economia è sempre stata tormentata dalla mancanza di esperimenti controllati; ci sono molte cose che vanno avanti nell’economia che è difficile dire da cosa siano provocate. Ma i rialzi unilaterali del salario in uno Stato corrispondono a esperimenti naturali che vi dicono assai di più dei normali metodi economici.

Inoltre, quello era un metodo che poteva essere replicato molte volte, e lo è stato nel corso degli anni, sino alla recente serie di aumenti salariali in un certo numero di città. E la grande maggioranza dei risultati hanno confermato la scoperta iniziale di Card e Krueger: aumentare i salari minimi ha un impatto molto meno negativo sui posti di lavoro di quanto la economia tradizionale avrebbe previsto.

Questo ha implicazioni che vanno ben oltre i salari minimi stessi. Quello che Card, Krueger e la ricerca che è seguita ci dicono è che i mercati del lavoro sono un bel po’ più complicati di quanto pensassimo, che il potere di mercato è assai importante e che ci può essere in generale molto più spazio per il potere pubblico per aumentare i salari di quanto avrebbe detto un testo universitario di economia.

Solo quello studio assicurerebbe ad Alan Krugere la reputazione di uno dei più grandi economisti del lavoro di sempre. Ma egli fece molto di più, su ogni cosa, dalla crescita all’ambiente agli effetti dei computer sui salari – e fu anche un prezioso dirigente al servizio dello Stato. Sarà una perdita dolorosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

Come va la guerra commerciale? Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 3 marzo 2019)

marzo 4, 2019

 

Mar. 3, 2019

How Goes the Trade War?

By Paul Krugman

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Say this for Donald Trump: He’s provided us with many iconic quotations, which will surely be repeated in histories and textbooks for decades if not generations to come. Unfortunately, they’ll be repeated because they are extremely clear examples of bad ideas.

In economics, the line you hear most is Trump’s declaration that “trade wars are good, and easy to win.” Coming in second is his assertion that “I am a Tariff Man,” coupled with the claim that foreigners pay the tariffs he has been imposing.

Now, that last claim is something you can test. Over the course of 2018 Trump imposed tariffs on about 12 percent of total U.S. imports, and many of those tariffs have been in effect long enough that we can get a first read on their consequences.

On Saturday economists from Columbia, Princeton, and the New York Federal Reserve released a paper, “The impact of the 2018 trade war on U.S. prices and welfare,” that used detailed import data to assess the tariffs’ impact. (The paper, by the way, is a beautiful piece of work.) The conclusion: to a first approximation, foreigners paid none of the bill, U.S. companies and consumers paid all of it. And the losses to U.S. consumers exceeded the revenue from the new tariffs, so the tariffs made America poorer overall.

How did they get this result? The U.S. government collects data on the prices and quantities of many categories of imports. Many of these categories faced new tariffs, but many others didn’t. So you can compare what happened to the tariffed imports to the de facto control group of untouched imports; this tells you the impact of the tariffs.

Under Trump’s vision, in which foreigners would have paid the tariffs, what you would have expected to see is falling prices for tariffed goods, offsetting the tariff, so that consumer prices didn’t change. What you actually see, however, is no visible effect of the tariffs on import prices. So foreign suppliers don’t seem to have absorbed any of the tariffs, which were fully passed on to consumers; tariff-inclusive prices (Figure 1) have risen by the full amounts of the tariffs.

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Figure 1 Amiti et al (2019)

These price hikes led to substantial changes in behavior. Imports of the tariffed items fell sharply, partly because consumers turned to domestic products, but also in large part because importers shifted their sourcing to countries that aren’t currently facing Trump tariffs. For example, a number of companies already seem to have begun buying goods they previously bought from China from Vietnam or Mexico instead.

These changes in behavior are the key to the paper’s conclusion that the tariffs have made America poorer.

Consider the following example: pre-tariff, the U.S. imports some good from China that costs $100. Then the Trump administration imposes a 25% tariff, raising the price to consumers to $125. If we just keep importing that good from China, consumers lose $25 per unit purchased – but the government raises an extra $25 in taxes, leaving overall national income unchanged.

Suppose, however, that importers shift to a more expensive source that isn’t subject to the tariff; suppose, for example, that they can buy the good from Vietnam for $115. Then consumers only lose $15 – but there is no tariff revenue, so that $15 is a loss for the nation as a whole.

But what if they turn to a domestic supplier – say, a U.S. company that will sell the product for $120. How does this change the story?

Here the crucial thing is that producing a good domestically has an opportunity cost. The U.S. is near full employment, so the $120 in resources used to produce that good could and would have been employed producing something else in the absence of the tariff. Diverting them into producing what we used to import means a net loss of $20, with no revenue offset.

By the way, in practice any manufacturing jobs added by the Trump tariffs are probably offset by losses of other manufacturing jobs. Partly that’s because most of the tariffs are on intermediate goods – inputs into production, so that job gains in, say, steel are offset by losses in autos and other downstream sectors. Beyond that, the tariffs have probably contributed to a rising dollar, which makes U.S. exports less competitive.

Putting it all together, the Trump tariffs have raised consumer prices, rather than depressing foreign earnings. Some revenue has been gained, but there has also been what amounts to tax avoidance as consumers turn to other, untaxed sources of what we used to import. But this tax avoidance itself comes at a cost, so the U.S. as a whole is left poorer.

Now, the numbers aren’t that big. The new paper puts the net welfare loss at $1.4 billion a month, or $17 billion a year; that’s less than 0.1 percent of U.S. GDP. But winning it isn’t. And the numbers could get a lot bigger if the trade war expands, say with a “national security” tariff on European cars.

 

Come va la guerra commerciale?

Di Paul Krugman

Diciamo questo a beneficio di Donald Trump: ci ha fornito molte citazioni emblematiche, che sicuramente saranno ripetute nei racconti e nei libri di testo per decenni se non per generazioni a venire. Sfortunatamente, saranno ripetute perché sono esempi estremamente chiari di pessime idee.

Dal punto di vista economico, la frase che che si sente soprattutto ripetere è la dichiarazione di Trump secondo la quale “le guerre commerciali sono positive e facili da vincere”. Al secondo posto arriva la sua asserzione secondo la quale “Io sono l’uomo delle tariffe”, accoppiata con la pretesa che le tariffe che ha imposto siano pagate dagli stranieri.

Ora, quest’ultima affermazione è qualcosa che potete verificare. Nel corso del 2018 Trump ha imposto tariffe su circa il 12 per cento delle importazioni totali deegli Stati Uniti, e molte di quelle tariffe sono rimaste in funzione abbastanza a lungo da consentirci una prima lettura delle loro conseguenze.

Sabato alcuni economisti dell’Università di Princeton, Columbia, e della Federal Reserve di New York hanno pubblicato uno studio, “L’impatto della guerra commerciale del 2018 sui prezzi e sul welfare degli Stati Uniti” (per inciso, lo studio è proprio un bel lavoro). La conclusione: ad una prima approssimazione, gli stranieri non hanno pagato niente a seguito della legge, l’hanno pagata per intero le società e i consumatori statunitensi. E le perdite per i consumatori statunitensi sono superiori alle entrate delle nuove tariffe, cosicché le tariffe hanno reso l’America più povera in assoluto.

Come sono arrivati a questo risultato? Il Governo degli Stati Uniti raccoglie prezzi e quantità di molte categorie di importazione. Molte di queste categorie hanno fatto fronte a nuove tariffe, diversamente da molte altre. In questo modo si può confrontare quello che è accaduto per le importazioni sottoposte a tariffe a quello che nei fatti è il gruppo di controllo delle importazioni che sono rimaste intatte; è questo che vi dice l’impatto delle tariffe.

Sulla base dell’idea di Trump, per la quale gli stranieri avrebbero pagato le tariffe, quello che vi sareste dovuti aspettare di vedere è una caduta dei prezzi per i beni sottoposti a tariffe, a compenso delle tariffe, in modo tale che i prezzi al consumo non sarebbero mutati. In effetti, tuttavia, non si è constatato alcun effetto visibile sui prezzi all’importazione. Dunque i fornitori stranieri non sembra che abbiano assorbito niente delle tariffe, che sono passate per intero sui consumatori; i prezzi inclusivi delle tariffe (Figura 1) sono aumentati per la intera quantità delle tariffe.

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Figura 1. Amiti ed altri (2019)

[1]

Questi rialzi nei prezzi hanno portato a cambiamenti sostanziali di comportamento. Le importazioni degli articoli sottoposti a tariffe sono cadute bruscamente, in parte perché i consumatori si sono spostati su prodotti nazionali, ma anche in larga parte perché gli importatori hanno spostato le loro fonti a paesi che attualmente non si misurano con le tariffe di Trump. Ad esempio, un certo numero di società sembra abbiano cominciato ad acquistare dal Vietnam o dal Messico prodotti che in precedenza acquistavano dalla Cina.

Questi cambiamenti nei comportamenti sono la chiave delle conclusioni dello studio, secondo la quale le tariffe hanno reso l’America più povera.

Si consideri l’esempio seguente: prima delle tariffe, gli Stati Uniti acquistavano un qualche prodotto dalla Cina al costo di 100 dollari. Poi l’Amministrazione Trump ha imposto una tariffa del 25%, elevando il prezzo al consumo a 125 dollari. Se avessimo solo continuato ad importare quel prodotto dalla Cina, i consumatori avrebbero perso 25 dollari per unità di prodotto acquistata – ma il Governo avrebbe raccolto 25 dollari aggiuntivi in tasse, lasciando il reddito nazionale complessivo immutato.

Supponiamo, tuttavia, che gli importatori si spostino verso una fonte più costosa che non è soggetta alla tariffa; supponiamo, ad esempio, che possano acquistare il prodotto dal Vietnam per 115 dollari. Allora i consumatori potranno perdere solo 15 dollari – ma non ci sarebbe alcuna entrata tariffaria, cosicché 15 dollari sarebbe la perdita per la nazione nel suo complesso.

Ma cosa accade se essi si spostano verso un offerente nazionale – ad esempio, una società statunitense che vende quel prodotto a 120 dollari? Cosa cambia nel racconto?

Il quel caso l’aspetto cruciale è che la produzione nazionale di un bene ha un “costo di opportunità” [2]. Gli Stati Uniti sono vicini alla piena occupazione, dunque 120 dollari di risorse usate per produrre quel prodotto avrebbero potuto essere occupate producendo qualcosaltro in assenza della tariffa. Distrarli per produrre quello che si era soliti importare comporta una perdita metta di 20 dollari, senza alcun bilanciamento nelle entrate.

Per inciso, in pratica ogni posto di lavoro manifatturiero aggiunto dalle tariffe di Trump è probabilmente bilanciato da perdite di altri posti di lavoro manifatturieri. In parte questo dipende dl fatto che la maggioranza delle teriffe operano su beni intermedi – gli input nella produzione, per i quali si guadagnano posti di lavoro, ad esempio, nell’acciaio, sono bilanciati da perdite nelle automobili o in altri settori a valle. Oltre a ciò, le tariffe hanno probabilmente contribuito a far crescere il valore del dollaro, il che rende le esportazioni degli Stati Uniti meno competitive.

Mettendo tutto assieme, le tariffe di Trump hanno accresciuto i prezzi al consumo, anziché deprimere i profitti stranieri. Sono state guadagnate alcune entrate, ma c’è anche stata quella che corrisponde alla elusione del fisco quando i consumatori si spostano verso fonti non tassate, diverse da quelle che si usavano importare. Ma questa elusione stessa comporta un costo, cosicché gli Stati Uniti nel loro complesso diventano più poveri.

Ora, i numeri non sono poi tanto grandi. Il nuovo studio colloca la perdita netta di welfare [3] a 1 miliardo e 400 milioni di dollari al mese, che è meno dello 0,1 per cento del PIL degli Stati Uniti. Ma non è una vittoria. E i numeri potrebbero diventare molto superiori se la guerra commerciale si espandesse, ad esempio con una tariffa di “sicurezza nazionale” [4] sulle automobili europee.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] La tabella mostra le conseguenze su 12 mesi sui prezzi all’ìimportazione di quelle che definisce “ondate tariffarie” (forse in riferimento ai vari blocchi di modifiche tariffarie imposte dalla Amministrazione americana). Suppongo che la linea 0 corrisponda alla entrata in funzione delle tariffe (si va da 35 mesi prima a 10 mesi dopo); gli unici casi nei quali non si hanno modiche sono rappresentati dalla linea nera che rappresenta i prodotti che non sono stati sottoposti a nuove tariffe.

[2] Ovvero, un costo legato alla scelta. I ‘costi di opportunità’ rappresentano i benefici ai quali un individuo, un investitore o una impresa rinuncia scegliendo una soluzione alternativa ad un’altra. Mentre i resoconti finanziari non mostrano il costo di opportunità, i proprietari di impresa possono utilizzarlo per prendere decisioni appropriate quando hanno dinanzi opzioni multiple (Investopedia).

[3] Ovvero, di entrate per lo Stato.

[4] La “sicurezza nazionale”, come è noto, è il singolare pretesto giuridico che consente a Trump di agire direttamente sulla politica tariffaria.

 

 

 

 

 

Proseguendo sulla Teoria Monetaria Moderna (per esperti), di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 25 febbraio 2019)

febbraio 28, 2019

 

Feb, 25, 2019

Running on MMT (Wonkish)

By Paul Krugman

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With everything else going on, I really don’t want to spend time arguing with the Modern Monetary Theory people; after all, we agree on basic policy issues right now, and they are never likely to have as much destructive influence as the deficit scolds. But the MMT people think they have an argument with conventional Keynesians like me, and as long as they’re out there claiming that standard macroeconomics is all wrong, I guess we need to respond.

Now, arguing with the MMTers generally feels like playing Calvinball, with the rules constantly changing: every time you think you’ve pinned them down on some proposition, they insist that you haven’t grasped their meaning. So I was glad to see Stephanie Kelton responding to my attempt to clarify my problems with the doctrine in a way that seems to make at least some key differences in view clear.

The problem is that I don’t understand her arguments at all. If she’s saying what I think she’s saying, it seems just obviously indefensible. If I try to explain that, will I be told again that I just don’t get it? Are we still playing Calvinball after all?

Well anyway, let me describe a bit more analytically one of my key problems with MMT, and what I understand to be Kelton’s response.

A key proposition of Abba Lerner’s doctrine of “functional finance,” which is in turn a large part of the MMT doctrine, is that the appropriate size of the budget deficit can be determined by how big it needs to be to ensure full employment. What I argued was that while this is true when monetary policy is constrained by the zero lower bound, it isn’t true when the central bank has room to move interest rates.

Figure 1 illustrates my point. Suppose that the Fed or its equivalent in another country can set interest rates, and that a lower interest rate leads, other things equal, to higher aggregate demand. Then at any given point in time there is a downward-sloping relationship between the interest rate and GDP, as shown by the lines IS1, IS2, IS3.

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Figure 1 Paul Krugman

Suppose that the current aggregate demand schedule is IS3. Then the central bank can set the interest rate so as to achieve full employment, getting the economy to point C.

Now suppose that the government were to cut spending, shifting the aggregate demand schedule down to IS2. Need this create unemployment? No: the central bank can still get us there by cutting interest rates, getting the economy to point B.

So we’ve just refuted the claim that the required size of the budget deficit can be determined by the need to achieve full employment; as long as monetary policy is available, there is a range of possible deficits consistent with that goal. The question then becomes one of tradeoffs: would the things the government could buy with a higher deficit be worth the lost private investment due to a higher interest rate? Often the answer will be yes. But there is a tradeoff.

Now, this breaks down when the interest rate required to achieve full employment goes negative. If fiscal policy is contractionary enough that it pushes the aggregate demand schedule down to IS1, we end up at point A, well short of full employment. And this case has been all too relevant over the past decade! But it’s not always the way things work.

OK, so this seems clear to me, and hard to argue with. But Kelton does argue with it, or at least I think she does.

First, she suggests that the neutral or natural interest rate – which is defined as the interest rate consistent with full employment given everything else – does not exist. What does she mean by that? I think she means that it’s hard to determine, or maybe that it’s unstable, which are defensible claims. But the analysis I’ve just given doesn’t depend on the natural rate being either easily estimated or stable over time. In fact, I never mentioned the natural rate in the previous post. All we need is that the central bank be able to move rates, and that these rates affect overall spending.

So what purpose does claiming that the natural rate is a meaningless concept serve? It looks to me like sophistry – word games intended to confuse what should be a simple issue. Maybe that’s uncharitable, but I truly don’t see the point otherwise.

Second, and more important, Kelton seems to claim that expansionary fiscal policy – in Figure 1, policy that pushes the IS curve out from IS2 to IS3 – will lead to lower, not higher interest rates. Why?

It seems as if she’s saying that deficits necessarily lead to an increase in the monetary base, that expansionary fiscal policy is automatically expansionary monetary policy. But that is so obviously untrue – think of the loose fiscal/tight money combination in the 1980s – that I hope she means something different. Yet I can’t figure out what that different thing might be.

Now, the fiscal-monetary tradeoff isn’t the only place where I have problems with MMT. But it’s a place where Kelton has laid down a very clear marker, saying something that I think I understand – and which also seems to be quite wrong.

So let’s be clear here: Are MMTers claiming, as Kelton seems to, that there is only one deficit level consistent with full employment, that there is no ability to substitute monetary for fiscal policy? Are they claiming that expansionary fiscal policy actually reduces interest rates? Yes or no answers, please, with explanations of how you got these answers and why the straightforward framework I laid out above is wrong. No more Calvinball.

 

Proseguendo sulla Teoria Monetaria Moderna (per esperti),

di Paul Krugman

Con tutte le cose che succedono, davvero non voglio sprecare tempo a litigare con le persone della Teoria Monetaria Moderna; dopotutto, in questo momento siamo d’accordo sui temi politici fondamentali, e loro non avranno mai una influenza altrettanto distruttiva di quella della Cassandre del deficit. Ma le persone della MMT pensano di avere una disputa con i keynesiani convenzionali come il sottoscritto, e finché vanno in giro a sostenere che la macroeconomia tradizionale è tutta sbagliata, suppongo che sia necessario rispondere.

Ora, in generale discutere con i sostenitori della MMT sembra assomigli a giocare a Calvinball  [1], con le regole in costante cambiamento: ogni volta che ritenete di averli incastrati su un qualche concetto, vi diranno che non avete afferrato il loro significato. Dunque, sono stato contento di vedere una risposta di Staphanie Kelton al mio tentativo di chiarire i miei problemi con la dottrina in un modo che almeno sembra chiarire alcune differenze principali.

Il problema è che non capisco affatto i suoi argomenti. Se sta dicendo quello che penso stia dicendo, pare proprio evidentemente indifendibile. Se cerco di spiegarlo, mi verrà detto che proprio non lo capisco? In fin dei conti, stiamo ancora giocando a Calvinball?

Bene, in ogni modo fatemi spiegare un po’ più analiticamente uno dei miei problemi fondamentali con la MMT, e quello che capisco della risposta della Kelton.

Un concetto chiave nella dottrina della “finanza funzionale” di Abba Lerner, che a sua volta è gran parte della dottrina della MMT, è che la dimensione appropriata del deficit di bilancio può essere determinata da quanto esso debba esser grande per assicurare la piena occupazione. Quello che io ho sostenuto è che mentre questo è vero quando la politica monetaria è condizionata dal limite inferiore dello zero (dei tassi di interesse), non è vero quando la banca centrale ha margini per muovere i tassi di interesse.

La Figura 1 illustra il mio argomento. Si supponga che la Fed o un istituto equivalente in un altro paese possa fissare i tassi di interesse, e che un tasso di interesse più basso porti, a parità delle altre condizioni, ad una domanda aggregata più elevata. Allora, in ogni dato momento nel tempo, ci sarà una relazione che tende verso il basso tra il tasso di interesse e il PIL, come mostrato dalle linee IS1, IS2, IS3.

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Figura 1 Paul Krugman

Supponiamo che il modello attuale di domanda aggregata sia IS3. In quel caso la banca centrale può fissare il tasso di interesse in modo da realizzare la piena occupazione, portando l’economia al punto C.

Supponiamo adesso che il Governo debba tagliare la spesa, spostando il modello di domanda aggregata su IS2. È necessario che questo crei disoccupazione? No: la banca centrale può ancora riuscire a tenerci a quel punto tagliando i tassi di interesse, portando l’economia al punto B.

Così abbiamo appena confutato la pretesa che la dimensione del deficit di bilancio possa essere determinata dal bisogno di realizzare la piena occupazione; finché è disponibile la polirica monetaria, c’è una gamma di possibili deficit coerenti con tale obbiettivo. La questione allora diventa quella degli scambi: le cose che il Governo potrebbe acquistare con un deficit più alto meritano la perdita di investimento privato che consegue ad un più alto tasso di interesse? Spesso la risposta sarà positiva. Ma di uno scambio si tratta.

Ora, questo smette di funzionare quando il tasso di interesse richiesto per generare piena occupazione diventa negativo. Se la politica della finanza pubblica è sufficientemente restrittiva da spingere il modello della domanda aggregata a IS1, finiremo al punto A, ben al di sotto della piana occupazione. E questo caso è stato del tutto attinente al decennio trascorso! Ma non sempre le cose funzionano in quel modo.

Va bene, in tal modo questo mi sembra chiaro e mi sembra difficile litigarci sopra. Ma la Kelton in effetti lo mette in discussione, o almeno mi pare lo faccia.

Anzitutto, ella suggerisce che il tasso di interesse neutrale o naturale – che viene definito come il tasso di interesse coerente con la piena occupazione, una volta dato tutto il resto – non esista. Che cosa intende dire in questo modo? Io penso che intenda che è difficile da determinare, o forse che è instabile, che sono argomenti difendibili. Ma l’analisi che ho appena fornito non dipende dal fatto che il tasso di interesse naturale sia o facilmente stimabile o stabile nel tempo. Infatti, nel post precdente non ho mai fatto riferimento al tasso naturale. Tutto quello che ci serve è che la banca centrale sia capace di muovere i tassi, sono quei tassi che influenzano la spesa complessiva.

Dunque, a quale scopo serve sostenere che il tasso di interesse naturale è un concetto senza significato? Mi sembra un sofisma – un gioco di parole voluto per confondere una questione che dovrebbe essere semplice. Forse questo è ingeneroso, ma davvero altrimenti non vedo il senso.

In secondo luogo, e più importante, la Kelton sembra sostenere che la politica espansiva della finanza pubblica – nella Figura 1 la politica che spinge la curva IS da IS2 a IS3 – ci porterà a tassi di interesse più bassi, non più alti. Perché?

Pare che ella stia dicendo che i deficit conducono di necessità ad un incremento della base monetaria, in modo tale che una politica della finanza pubblica espansiva è automaticamente una politica monetaria espansiva. Ma questo sarebbe evidentemente falso – si pensi alla combinazione di una finanza pubblica permissiva e di una moneta sotto stretto controllo negli anni ’80 – al punto che io spero che ella intenda qualcosa di diverso. Tuttavia non so immaginare quale cosa diversa potrebbe essere.

Ora, lo scambio tra finanza pubblica e moneta non è il solo luogo nel quale ho problemi con la MMT. Ma è un luogo nel quale la Kelton ha collocato un indicatore molto chiaro, dicendo qualcosa che penso di comprendere – e che mi sembra anche abbastanza sbagliato.

Dunque, a questo punto possiamo essere chiari: i sostenitori della MMT stanno sostenendo, come sembra fare la Kelton, che c’è solo un livello del deficit coerente con la piena occupazione, che non esiste la possibilità di sostituire la politica monetaria con quella della finanza pubblica? Stanno sostenendo che la politica espansiva della finanza pubblica in realtà riduce i tassi di interesse? Per favore, una risposta positiva o negativa, con le spiegazioni di come si ottengono tali risposte e del motivo per il quale lo schema chiaro che ho esposto sopra sarebbe sbagliato. Non altri Calvinball.

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Il gioco del Calvinball deriva da Calvin & Hobbes, una striscia a fumetti ideata e disegnata dal disegnatore statunitense Bill Watterson centrata sulle avventure di Calvin, un bambino di sei anni dall’immaginazione inarrestabile, e di Hobbes, la sua tigre di pezza. La striscia è stata pubblicata sui quotidiani statunitensi dal 18 novembre 1985 al 31 dicembre 1995 comparendo nel momento di massima popolarità su 2.400 pubblicazioni diverse. Alla pubblicazione di The Complete Calvin and Hobbes, i 17 volumi dedicati a questa striscia hanno venduto più di 30 milioni di copie. Ma, siccome la caratteristica del gioco consiste nel non avere regole, o forse nel poterle inventare in continuazione, non si può dire in cosa consista.

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Sui costi di un programma progressista, di Paul Krugman dal blog di Krugman, 19 febbraio 2019)

febbraio 21, 2019

 

Feb.19, 2019

On Paying for a Progressive Agenda

By Paul Krugman

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Whoever gets the Democratic nomination, she or he will run in part on proposals to increase government spending. And you know what that will mean: There will be demands that the candidate explain how all this will be paid for. Many of those demands will be made in bad faith, from people who never ask the same questions about tax cuts. But there are some real questions about the fiscal side of a progressive agenda.

Well, I have some thoughts about that, inspired in part by looking at Elizabeth Warren’s proposals on both the tax and spending side. By the way, I don’t know whether Warren will or even should get the nomination. But she’s a major intellectual figure, and is pushing her party toward serious policy discussion in a way that will have huge influence whatever her personal trajectory.

In particular, Warren’s latest proposal on child care – and the instant pushback from the usual suspects – has me thinking that we could use a rough typology of spending proposals, classified by how they might be paid for. Specifically, let me suggest that there are three broad categories of progressive expenditure: investment, benefits enhancement, and major system overhaul, which need to be thought about differently from a fiscal point of view.

So, first off, investment – typically spending on infrastructure or research, but there may be some room at the margin for including spending on things like childhood development in the same category. The defining characteristic here is that it’s spending that will enhance society’s future productivity. How should we pay for that kind of outlay?

The answer is, we shouldn’t. Think of all the people who say that the government should be run like a business. Actually it shouldn’t, but the two kinds of institution do have this in common: if you can raise funds cheaply and apply them to high-return projects, you should go ahead and borrow. And Federal borrowing costs are very low – less than 1 percent, adjusted for inflation – while we are desperately in need of public investment, i.e., it has a high social return. So we should just do it, without looking for pay-fors.

Much of what seems to be in the Green New Deal falls into that category. To the extent that it’s a public investment program, demands that its supporters show how they’ll pay for it show more about the critics’ bad economics than about the GND’s logic.

My second category is a bit harder to define, but what I’m thinking of are initiatives that either expand an existing public program or use subsidies to create incentives for expanding some kind of socially desirable private activity – in each case involving sums that are significant but not huge, say a fraction of a percent of GDP.

The Affordable Care Act falls into that category. It expanded Medicaid while using a combination of regulation and subsidies to make private insurance more available to families above the new Medicaid line. Warren’s childcare proposal, which reportedly will come in at around 1/3 of a percent of GDP, also fits. So would a “Medicare for All” proposal that involves allowing people to buy in to government insurance, rather than offering that insurance free of charge.

It’s harder to justify borrowing for this kind of initiative than borrowing for investment. True, with interest rates low and demand weak it makes some sense to run persistent deficits, but there are surely enough investment needs to use up that allowance. So you want some kind of pay-for. But the sums are small enough that the revenue involved could be raised by fairly narrow-gauge taxes – in particular, taxes that hit only high-income Americans.

That is, in fact, how Obamacare was financed: the revenue component came almost entirely from taxes on high incomes (there were some small items like the tax on tanning parlors.) And Warren has in fact proposed additional taxes on the wealthy – her proposed tax on fortunes over $50 million would yield something like four times the cost of her child care proposal.

So benefit enhancement can, I’d argue, be paid for with taxes on high incomes and large fortunes. It doesn’t have to impose on the middle class.

Finally, my third category is major system overhaul, of which the archetype would be replacing employer-based private health insurance with a tax-financed public program – the purist version of Medicare for all. A really major expansion of Social Security might fall into that category too, although smaller enhancements might not.

Proposals in this category are literally an order of magnitude more expensive than benefit enhancements: private health insurance currently amounts to 6 percent of GDP. To implement these proposals, then, we’d need a lot more revenue, which would have to come from things like payroll taxes and/or a value-added tax that hit the middle class.

You can argue that most middle-class families would be better off in the end, that the extra benefits would more than compensate for the higher taxes. And you’d probably be right. But this would be a much heavier political lift. You don’t have to be a neoliberal tool to wonder whether major system overhaul should be part of the Democratic platform right now, even if it’s something many progressives aspire to.

My main point now, however, is that when people ridicule progressive proposals as silly and unaffordable, they’re basically revealing their own biases and ignorance. Investment can and should be debt-financed; benefit enhancements can be largely paid for with high-end taxes. Howard Schultz won’t like it, but that’s his problem.

 

Sui costi di un programma progressista,

di Paul Krugman

Chiunque ottenga la candidatura dei democratici, lei o lui saranno in corsa in parte su proposte di aumento della spesa pubblica. E si sa cosa questo comporterà: ci saranno domande perché il candidato spieghi come tutto ciò sarà finanziato. Molte di quelle domande saranno avanzate in mala fede, da persone che non hanno mai posto le stesse domande sui tagli alle tasse. Eppure ci sono alcune questioni reali sugli aspetti finanziari di un programma progressista.

Ebbene, io ho qualche idea su questo, in parte ispirata dalla osservazione delle proposte di Elizabeth Warren sia sulle tasse che sul lato della spesa. Per inciso, io non so se la Warren sarà candidata, e neppure se dovrebbe esserlo. Ma ella è una importante figura di intellettuale, e sta spingendo il suo partito ad un serio dibattito politico in un modo che avrà una vasta influenza, a prescindere dalla sua traiettoria personale.

In particolare, l’ultima proposta della Warren sulla assistenza all’infanzia – e il subitaneo rigetto da parte dei soliti noti – mi fa riflettere su fatto che potremmo utilizzare una rozza tipologia delle proposte di spesa, classificandole per come potrebbero essere finanziate. In particolare, intendo suggerire che ci sono tre categorie generali della spesa dei progressisti: gli investimenti, il miglioramento dei sussidi e importanti riforme di sistema, che devono essere pensate, da un punto di vista finanziario, in modi diversi.

Dunque, prima di tutto gli investimenti – tipicamente spese sulle infrastrutture o sulla ricerca, ma ci può essere qualche spazio per includere nella stessa categoria cose come lo sviluppo dell’ìnfanzia. In questo caso, la caratteristica distintiva di queste spese è che esse miglioreranno la produttività futura della società. In che modo dovremmo pagare spese di quel genere?

La risposta è: non dovremmo. Si pensi a tutta la gente che sostiene che il Governo dovrebbe essere gestito come un’impresa. In realtà, non dovrebbe essere gestito in tal modo, ma i due tipi di istituzione hanno in comune proprio questo: se potete aumentare i finanziamenti in modo conveniente e adoperarli per progetti a elevati rendimenti, dovreste andare avanti e indebitarvi. E i costi dell’indebitamento federale sono molto bassi – meno dell’1 per cento, corretti per l’inflazione – mentre abbiamo un bisogno disperato di investimenti pubblici, vale a dire che essi avrebbero un elevato rendimento sociale. Dunque dovremmo proprio farli, senza cercare forme dirette di pagamento.

Gran parte di quello che sembra ricompreso nel New Deal Verde ricade in questa categoria. Nella misura in cui si tratta di un programma di investimenti pubblici, le richieste che i suoi sostenitori mostrino come pagheranno sono più indicative della pessima economia dei critici che non della logica del New Deal Verde.

La mia seconda categoria è più difficile da definire, ma quello a cui sto pensando sono iniziative che amplino esistenti programmi pubblici o che usino i sussidi per creare incentivi che amplino attività private di qualche genere socialmente auspicabili – in entrambi i casi impegnando finanziamenti che sono significativi ma non grandissimi, diciamo una frazione di un punto percentuale di PIL.

La Legge sulla Assistenza Sostenibile si colloca in questa categoria. Ha ampliato Medicaid mentre ha utilizzato una combinazione di regole e di sussidi per rendere più fruibile l’assicurazione privata alle famiglie che sono sopra il livello richiesto per Medicaid. La proposta della Warren per l’assistenza all’infanzia, che da quanto si apprende arriverà a costare circa un terzo di punto percentuale del PIL, si colloca anch’essa in tale categoria. Lo stesso farebbe una proposta di Medicare-per-tutti che comprende il permettere alle persone di acquistare una assicurazione pubblica, anziché offrir loro quella assicurazione gratis.

È più difficile giustificare l’indebitamento per questo genere di iniziative che non l’indebitamento per gli investimenti. È vero, con i tassi di interesse bassi e la domanda debole è sensato gestire deficit persistenti, ma ci sono certamente abbastanza investimenti per assorbire le disponibilità di tale procedura. Dunque c’è bisogno di una qualche forma di pagamento diretto. Ma le somme sono abbastanza modeste da consentire di raccogliere le entrate corrispondenti raccogliendo tasse di dimensioni abbastanza piccole – in particolare, tasse che colpiscano soltanto gli americani con redditi elevati.

Di fatto, questo fu il modo nel quale venne finanziata la riforma di Obama: le entrate che la componevano venivano quasi interamente da tasse sugli alti redditi (ci furono alcune piccole voci come la tassa sui saloni di bellezza). E la Warren di fatto ha proposto tasse aggiuntive sui ricchi – la sua tassa proposta sulle fortune che eccedono i 50 milioni di dollari avrebbe un gettito di qualcosa come quattro volte la sua proposta di assistenza all’infanzia.

Dunque, direi che il miglioramento dei sussidi può essere pagato con tasse sui redditi elevati e sulle grandi fortune. Non c’è necessità che sia posto a carico della classe media.

Infine, la mia terza categoria riguarda importanti riforme di sistema, il prototipo delle quali sarebbe la sostituzione delle assicurazioni sanitarie basate sui datori di lavoro con un programma pubblico finanziato con le tasse – la versione ‘purista’ di Medicare-per-tutti. Anche un ampliamento realmente importante del programma di Previdenza Sociale potrebbe ricadere in quella categoria, sebbene miglioramenti minori potrebbero non ricadervi.

Proposte di questa categoria sono di un ordine di grandezza più costoso dei miglioramenti ai sussidi: l’assicurazione sanitaria privata attualmente corrisponde al 6 per cento del PIL. Per realizzare queste proposte, allora, avremmo bisogno di maggiori entrate, che dovrebbero venire da oggetti come le tasse sugli stipendi e/o le tasse sul valore aggiunto che colpiscono la classe media.

Potete sostenere che la maggioranza delle famiglie di classe media alla fine andrebbero a star meglio, che i sussidi aggiuntivi sarebbero un risarcimento superiore alle tasse più elevate. Ed avreste probabilmente ragione. Ma questo avrebbe una portata politica assai più ardua. Non si deve essere per forza uno sciocco neoliberista per chiedersi se importanti riforme di sistema dovrebbero in questo momento far parte della piattaforma democratica, anche se è qualcosa a cui aspirano molti progressisti.

Tuttavia, il mio argomento principale a questo punto, è che quando le persone ridicolizzano le proposte progressiste come sciocche e insostenibili, fondamentalmente rivelano le loro inclinazioni e la loro ignoranza. Gli investimenti possono e debbono essere pagati con il debito; i miglioramenti nei sussidi possono in gran parte essere pagati con tasse sulle fasce alte. Ad Howard Schultz non piacerà, ma questo è un suo problema.

 

 

 

 

 

 

 

 

Quanto l’eterodossia aiuta i progressisti? (per esperti) (dal blog di Paul Krugman, 12 febbraio 2019)

febbraio 14, 2019

 

Feb.12, 2019

How Much Does Heterodoxy Help Progressives? (Wonkish)

By Paul Krugman

 zz 516The center-left is feeling ambitious these days, and it’s a heartening thing to see. Anything can happen politically, but it looks at least possible that in 2021 there won’t just be unified Democratic control of Congress and the White House, but control by a much more consistently progressive party than was the case in 2009. Maybe America can finally get truly universal health care, policies that really tackle inequality, and more.

But you don’t have to be a deficit scold to suggest that progressives should be thinking about how to pay for their policies. So it’s a source of mild concern that I keep hearing that heterodox economics – specifically Modern Monetary Theory – says that we don’t have to worry about where the money will come from, that because we have a printing press deficits don’t matter.

Now, I am not a fan of MMT, which is basically Abba Lerner’s “functional finance,” which while clever missed some possibly important things. I explained all of that in a previous post. But the truth is that none of this matters much for the issue at hand. Even if you’re a committed Lernerite, even if you think that debt never matters, the sheer scale of what progressives would like to accomplish means that there will have to be tax hikes to pay for most of it.

In other words, this isn’t mainly about theory; it’s about arithmetic.

To see what I mean, consider the biggest ticket on progressives’ wish-lists: Medicare for All. This could mean different things, and if it’s basically allowing private-sector buy-in then there’s no problem. But if it means replacing private insurance with free public coverage, you need offsetting revenue.

Why? In 2017, private insurance paid about a third of America’s medical bills — $1.2 trillion, or 6 percent of GDP. Having the government pay those bills directly, without a revenue offset, would therefore be a spending increase – a fiscal stimulus – of 6 percent of GDP.

Suppose – as MMTers tend to assume – that interest rates nonetheless didn’t rise. Then this stimulus would have a multiplier effect, probably raising GDP, other things equal, by 9 percent.

Unemployment would fall somewhat less than this, because tighter labor markets would pull more people into the work force. That’s why “Okun’s Law”, the relationship between growth and changes in unemployment, has a slope less than 1 – usually estimated at around 0.5, although when I run the regression on recent data I get around 0.8. But even so, to increase GDP by 9 percent we’d have to see the unemployment rate fall by more than 4 points, that is, go negative – which of course isn’t possible.

And don’t tell me that we can pull lots of people who were previously out of the work force into employment; Okun’s Law already takes that effect into account.

But if the economy can’t expand as much as a multiplier says it “should” after an unfunded introduction of Medicare for All, what would happen? Inflation. Big time. Either that or the Fed would have to raise interest rates by a lot, crowding out a lot of private investment. That might be justifiable if the public spending itself takes the form of investment, say infrastructure. It’s less defensible if it’s for social insurance, no matter how pressing the need.

And if you think that the magic of heterodox monetary thinking somehow means that deficit spending is never inflationary, or crowding out never happens, or something, you don’t understand the functional finance that MMT advocates themselves claim underlies their doctrine.

Now, I am not saying that we can’t afford Medicare for All, just that it would have to be paid for with new taxes. You can certainly argue that most people would come out ahead, because those taxes would end up being less than the insurance premiums they and/or their employers currently pay. In fact, that’s probably true. Whether you could convince people to trade their private coverage for public insurance is another question, but that gets into political judgment rather than economics.

The point for now, however, is that rejecting conventional concerns about debt doesn’t actually do very much, if anything, to make paying for progressive initiatives look easier. Even if you consider debt a meaningless number, the size of the things progressives are proposing means that pursuing those initiatives without an offsetting increase in revenue would create a lot of inflationary pressure. There needs to be new revenue to achieve what progressives, myself included, want to achieve.

Again, I’m not arguing against an ambitious agenda. But heterodox monetary theory won’t let you avoid the reality that this agenda will have to be tax-and-spend, not just spend.

 

Quanto l’eterodossia aiuta i progressisti? (per esperti)

Di Paul Krugman

Il centro-sinistra di questi tempi si sente ambizioso, e rincuora constatarlo. Sul piano politico può succedere di tutto, ma sembra almeno possibile che nel 2021 non solo ci sarà una direzione unificata dei democratici del Congresso e della Casa Bianca, ma anche una direzione da parte di un partito molto più uniformemente progressista dei quello che si ebbe nel 2009. Forse l’America potrà finalmente avere una vera assistenza sanitaria universalistica, politiche che davvero contrastino l’ineguaglianza, e altro ancora.

Ma non è necessario essere Cassandre del deficit per suggerire che i progressisti dovrebbero riflettere su come finanziare le loro politiche. Dunque è motivo di una leggera preoccupazione continuare a sentir dire che un’economia eterodossa – in specifico la Teoria Monetaria Moderna (MMT) –  afferma che non ci si deve preoccupare da dove verranno i soldi, che i deficit non sono importanti, visto che si dispone del potere di stampare denaro.

Ora, io non sono un seguace della MMT, che fondamentalmente è la “finanza funzionale” di Abba Lerner [1], che, per quanto intelligente, probabilmente ha trascurato alcune cose importanti. Ho spiegato tutto questo in un post precedente. Ma la verità è che tutto questo non è granché rilevante per il tema in questione. Persino se si fosse impegnati seguaci di Lerner, se si pensasse che il debito non è mai importante, la semplice dimensione di quello che i progressisti vorrebbero realizzare comporta che dovranno alzare le tasse per finanziare la maggior parte di quelle politiche.

In altre parole, non è una questione che riguarda principalmente la teoria; riguarda la matematica.

Per constatare quello che intendo, si consideri l’oggetto più costoso della lista dei desiderata dei progressisti: Medicare-per-tutti [2]. Questo potrebbe significare diverse cose, e se si trattasse fondamentalmente di consentire al settore privato di partecipare, allora non ci sarebbe problema.   Ma se significa sostituire l’assicurazione privata con una copertura pubblica gratuita, allora sarebbe necessario riequilibrare le entrate. [3]

Perché? Nel 2017, le assicurazioni private hanno pagato circa un terzo dei conti sanitari americani – 1.200 miliardi di dollari, pari al 6 per cento del PIL. Se il Governo dovesse pagare direttamente questi conti, senza un riequilibrio delle entrate, ci sarebbe di conseguenza un aumento della spesa – uno stimolo di finanza pubblica – pari al 6 per cento del PIL.

Supponiamo – come i sostenitori della MMT assumono – che ciononostante i tassi di interesse non crescano. Allora questo stimolo avrebbe un effetto moltiplicatore, probabilmente con un aumento del PIL, a parità delle altre condizioni, del 9 per cento.

La disoccupazione scenderebbe un po’ di meno, perché mercati del lavoro più ristretti attirerebbero più persone nelle forze di lavoro. È quella la ragione per la quale la “Legge di Okun” [4], la relazione tra la crescita e le modifiche nella disoccupazione, ha una inclinazione inferiore a 1 – di solito stimata attorno allo 0,5, sebbene quando opero la regressione sui dati recenti ottengo circa lo 0,8. Ma, anche così, per aumentare il PIL del 9 per cento dovremmo vedere il tasso di disoccupazione cadere per più di 4 punti, ovvero diventare negativo – il che ovviamente non è possibile.

E non ditemi che possiamo attrarre tra gli occupati molte persone che in precedenza erano fuori dalle forze di lavoro; la Legge di Okun mette già nel conto tale effetto. Ma se l’economia non può espandersi quanto il moltiplicatore dice che “dovrebbe” dopo una introduzione senza coperture finanziarie di Medicare-per-tutti, cosa accadrebbe? L’inflazione. Alla grande. O quella oppure la Fed dovrebbe innalzare i tassi di interesse di molto, spiazzando una gran quantità di investimento privato. Ciò sarebbe giustificabile le la stessa spesa pubblica prendesse la forma dell’investimento, ad esempio in infrastrutture. Meno difendibile se fosse per la sicurezza sociale, a prescindere da quanto sia pressante il bisogno.

E se pensate che la magia del pensiero monetario eterodosso comporti in qualche modo che la spesa in deficit non è mai inflazionistica, o che lo spiazzamento dell’investimento privato non avviene mai, o qualcosa del genere, non capite la finanza funzionale sulla quale gli stessi sostenitori della MMT sostengono si basi la loro dottrina.

Ora, non sto dicendo che non possiamo permetterci Medicare-per-tutti, solo che dovrebbe essere pagato con nuove tasse. Potete certamente sostenere che la maggioranza delle persone ne uscirebbero avvantaggiate, perché quelle tasse alla fine sarebbero minori dei premi assicurativi che esse o i loro datori di lavoro attualmente pagano. Di fatto, è probabile che sia così. Se saprete convincere la gente a scambiare la loro copertura privata con una assicurazione pubblica è un’altra questione, ma ciò appartiene ad un giudizio politico piuttosto che economico.

Al momento il punto, tuttavia, è che respingere le preoccupazioni convenzionali sul debito effettivamente non produce un particolare effetto, ammesso ne produca qualcuno, per far sembrare più semplice il finanziamento delle iniziative dei progressisti. Anche se considerate il debito come un numero senza significato, la dimensione delle cose che i progressisti vengono proponendo comporta che perseguire tali iniziative senza il riequilibrio di un aumento delle entrate creerebbe una forte spinta inflazionistica. Ci devono essere nuove entrate per realizzare quello che i progressisti, incluso il sottoscritto, vogliono realizzare.

Lo ripeto, il mio non è un argomento che si oppone ad una agenda aambiziosa. Ma la teoria monetaria eterodossa non ci consentirà di eludere la realtà, secondo la quale questa agenda dovrà riguardare la spesa e le tasse, non solo la spesa.

 

 

 

 

 

 

 

[1] Su Abba Lerner, vedi la nota al post precedente di Krugman, qua tradotto.

[2] Medicare-per-tutti è l’espressione usata nel dibattito americano per definire una riforma della sanità basata sulla estensione a tutti del programma pubblico attualmente in vigore per la popolazione ultra sessantacinquenne. In sostanza, si abolirebbe il ruolo delle assicurazioni private – che in effetti è la causa principale dei costi elevatissimi della sanità americana – e forse si dovrebbe anche rimettere in discussione i sistemi assicurativi basati sulle contribuzioni dei datori di lavoro. Ma le forme per realizzare l’obbiettivo di Medicare-per-tutti possono essere varie e il dibattito è assai aperto.

[3] Nel post di Krugman compaiono queste tabelle, che scompongono la spesa sanitaria americana secondo i settori principali di attività e la provenienza dei finanziamenti. La ‘torta’ più piccola mostra che il peso della assistenza pubblica per gli anziani (Medicare) è il 20%; l’altra assistenza pubblica per i meno abbienti (Medicaid, nelle due componenti del Governo Federale e degli Stati e delle comunità locali) è il 10% + 6%; le assicurazioni sanitarie private sono il 34%. Se capisco bene la ‘torta’ più grande indica invece la provenienza dei finanziamenti, che per il 74% sembra provenire dal pagamento delle assicurazioni sanitarie e per il 10% direttamente da contrbuzioni degli utenti. Ma sembrerebbe che in quest’ultimo dato non sia compreso l’onere sul bilancio federale dei programmi pubblici, ad eccezione delle ‘attività sanitarie dei Governi’, che dovrebbero riguardare, ad esempio, gli interventi di pronto soccorso.

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[4] La Legge di Okun, che prende il nome dall’economista Arthur Melvin Okun (che la propose nel 1962) è una legge empirica che associa ad ogni punto aggiuntivo di disoccupazione ciclica (differenza tra tasso di disoccupazione naturale e disoccupazione totale), 2 punti percentuali nel divario di produzione.

 

 

 

 

Che cosa c’è di sbagliato nella Finanza Funzionale? (per esperti) (dal blog di Paul Krugman, 12 febbraio 2019)

febbraio 13, 2019

 

Feb.12, 2019

What’s Wrong With Functional Finance? (Wonkish)

By Paul Krugman

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Well, it looks as if policy debates over the next couple of years will be at least somewhat affected by the doctrine of Modern Monetary Theory, which some progressives appear to believe means that they don’t need to worry about how to pay for their initiatives. That’s actually wrong even if you set aside concerns about MMT analysis, which is something I’ll write about in a companion piece. But first it seems to me that I need to set out what’s right and what’s wrong about MMT.

Unfortunately, that’s a very hard argument to have – modern MMTers are messianic in their claims to have proved even conventional Keynesianism wrong, tend to be unclear about what exactly their differences with conventional views are, and also have a strong habit of dismissing out of hand any attempt to make sense of what they’re saying. The good news is that MMT seems to be pretty much the same thing as Abba Lerner’s “functional finance” doctrine from 1943. And Lerner was admirably clear, making it easy to see both the important virtues of and the problems with his argument.

So what I want to do in this note is explain why I’m not a full believer in Lerner’s functional finance; I think this critique applies to MMT as well, although if past debates are any indication, I will promptly be told that I don’t understand, am a corrupt tool of the oligarchy, or something.

OK, Lerner: His argument was that countries that (a) rely on fiat money they control and (b) don’t borrow in someone else’s currency don’t face any debt constraints, because they can always print money to service their debt. What they face, instead, is an inflation constraint: too much fiscal stimulus will cause an overheating economy. So their budget policies should be entirely focused on getting the level of aggregate demand right: the budget deficit should be big enough to produce full employment, but no so big as to produce inflationary overheating.

This is a smart take, and at the time he wrote – coming off the 1930s, with a reasonable expectation that the economy would lapse back into chronic weakness once the war was over – was a much better guide to policy than conventional fiscal thinking. And it also looks pretty good in today’s world, where we once again had a long period of depressed demand despite zero interest rates and still look pretty fragile. Indeed, it looks vastly better than the “Eek! We’re turning into Greece!” panic that dominated policy discussion for much of the 2010s.

So what are the problems? First, Lerner really neglected the tradeoff between monetary and fiscal policy. Second, while he did address the potential problem of snowballing debt, his response didn’t fully address the limitations, both technical and political, on tax hikes and/or spending cuts. Introducing these limitations makes debt potentially more of a problem than he acknowledges.

From a modern perspective, “Functional finance” is really cavalier in its discussion of monetary policy. Lerner says that the interest rate should be set at the level that produces “the most desirable level of investment,” and that fiscal policy should then be chosen to achieve full employment given that interest rate. What is the optimal interest rate? He doesn’t say – maybe because through the 30s the zero lower bound made that point moot.

Anyway, what actually happens at least much of the time – although, crucially, not when we’re at the zero lower bound – is more or less the opposite: political tradeoffs determine taxes and spending, and monetary policy adjusts the interest rate to achieve full employment without inflation. Under those conditions budget deficits do crowd out private spending, because tax cuts or spending increases will lead to higher interest rates. And this means that there is no uniquely determined correct level of deficit spending; it’s a choice that depends on how you value the tradeoff.

What about debt? A lot depends on whether the interest rate is higher or lower than the economy’s sustainable growth rate. If r<g, which is true now and has mostly been true in the past, the level of debt really isn’t too much of an issue. But if r>g you do have the possibility of a debt snowball: the higher the ratio of debt to GDP the faster, other things equal, that ratio will grow. And debt can’t go to infinity – it can’t exceed total wealth, and in fact as debt gets ever higher people will demand ever-increasing returns to hold it. So at some point the government would be forced to run large enough primary (non-interest) surpluses to limit debt growth.

Now, Lerner basically acknowledges this point. But he assumes that the government always can and will run these surpluses as needed. He dismisses any concern about the incentive effects of high tax rates; certainly Very Serious People grossly exaggerate these effects, but they’re not completely imaginary. And he says nothing at all about the political difficulty of achieving the required surpluses, yet such difficulties seem likely to be central if debt gets to very high levels.

A numerical example may help make the point. Imagine that one way or another we get up to debt equal to 300 percent of GDP, and that r-g = .015 – the interest rate is 1.5 percentage points above the growth rate. Then stabilizing the ratio of debt to GDP would require a primary surplus equal to 4.5 percent of GDP.

That’s not impossible: Britain ran surpluses that big for several decades after Waterloo. But it’s a lot to ask of a modern polity. Are we going to slash Medicare and Social Security? Are we going to impose a value-added tax, not to finance new programs, but simply to service the debt? It’s possible, but you do have to wonder whether the temptation to engage in some form of financial repression/debt restructuring/inflation would prevail. And more to the point, investors would wonder about that, pushing r-g even higher.

The bottom line is that while functional finance has a lot going for it, it’s not the kind of axiomatically true doctrine that Lerner – and, I think, modern MMTers – imagined it to be. Deficits and debt can matter, and not just because of the effects of deficit spending on aggregate demand.

That said, I don’t think these objections are all that central to the budget issues facing progressives in the near future. You don’t have to be a deficit scold or debt-worrier to believe that really big progressive programs will require major new revenue sources. But I’ll explain that in my next post.

 

Che cosa c’è di sbagliato nella Finanza Funzionale? (per esperti)

Di Paul Krugman

Ebbene, sembra che i dibattiti di politica dei prossimi due anni saranno almeno in parte influenzati dalla dottrina della Teoria Monetaria Moderna (MMT), che alcuni progressisti sembrano credere significhi che non c’è bisogno di proccuparsi di come pagare le proprie iniziative. Questo è in realtà sbagliato anche se si trascurano le preoccupazioni sulla analisi della MMT, che è qualcosa su cui scriverò in un articolo aggiuntivo. Ma anzitutto mi sembra di dover esporre quello che c’è di giusto e di sbagliato nella MMT.

Sfortunatamente, misurarsi con questo tema è molto difficile – i monetaristi moderni sono messianici nelle loro pretese di aver dimostrato l’erroneità anche del keynesismo convenzionale, tendono a non essere chiari su quali siano esattamente le loro differenze con i punti di vista convenzionali, ed hanno anche una forte inclinazione a rifiutare apriori ogni tentativo di dare un senso a quello che dicono. La buona notizia è che la MMT sembra essere abbastanza simile alla dottrina di Abba Lerner [1] della “finanza funzionale” del 1943. E Lerner era ammirabilmente chiaro, il che rende facile osservare sia le importanti virtù che i problemi delle sue tesi.

Dunque, quello che voglio fare in questa nota è spiegare perché non sono un completo seguace della finanza funzionale di Lerner; penso che questa critica si applichi anche alla MMT, sebbene, se i dibattiti passati forniscono una qualche indicazione, mi verrà immediatamente detto che non capisco, che sono uno strumento corrotto dell’oligarchia, o qualcosa del genere.

Veniamo a Lerner: il suo argomento era che i paesi che (a) si basano sulla moneta legale che controllano e (b) non si indebitano in qualche valuta di altri, non debbono far fronte ad alcun condizionamento del debito, perché possono sempre stampare moneta al servizio di quel debito. Invece, ciò a cui debbono far fronte è il limite della inflazione: troppo stimolo della spesa pubblica provocherà un surriscaldamento dell’economia. Dunque, le loro politiche di bilancio dovrebbero concentrarsi interamente nell’ottenere un livello giusto della domanda aggregata: il deficit di bilancio dovrebbe essere abbastanza ampio da produrre piena occupazione, ma non così ampio da produrre un surriscaldamento inflazionistico.

Si tratta di un approccio intelligente, e al tempo in cui scriveva – si usciva dagli anni ’30, con una ragionevole aspettativa che l’economia tornasse a scivolare in una debolezza cronica una volta che la guerra era finita – era una guida alla politica assai migliore del pensiero di finanza pubblica convenzionale. E appare anche abbastanza buono nel mondo odierno, dove ancora una volta abbiamo avuto un lungo periodo di domanda depressa nonostante tassi di interesse allo zero, e che continua ad apparire fragile. In effetti, sembra enormemente migliore del panico che dominò il dibattito politico per gran parte del primo decennio del 2000 (“Oddio! Si finisce come in Grecia!”).

Dunque, quali sono i problemi? Il primo, Lerner effettivamente trascurò lo scambio tra la politica monetaria e quella della finanza pubblica. Il secondo, mentre egli affrontò il problema potenziale di un effetto valanga sul debito, la sua risposta non si misurò pienamente con le limitazioni, sia tecniche che politiche, degli aumenti delle tasse e/o dei tagli alla spesa. Introdurre queste limitazioni rende il debito potenzialmente più problematico di quello che egli riconobbe.

In una prospettiva moderna, la “Finanza Funzionale” è effettivamente piuttosto altezzosa nel suo dibattito sulla politica monetaria. Lerner dice che il tasso di interesse dovrebbe essere fissato ad una misura che produce “il livello più desiderabile di investimento” e che la politica della finanza pubblica dovrebbe poi essere scelta per realizzare, dato quel tasso di interesse, la piena occupazione. Quale è il tasso di interesse ottimale? Egli non lo dice – forse perché nel corso degli anni ’30 il limite inferiore dello zero aveva reso quel punto opinabile.

In ogni modo, quello che effettivamente accade almeno in gran parte del tempo – sebbene non quando si è al livello inferiore dello zero, il che è fondamentale – è più o meno l’opposto: i compromessi politici determinano le tasse e la spesa, e la politica monetaria corregge il tasso di interesse per realizzare la piena occupazione senza inflazione. Sotto queste condizioni i deficit di bilancio spiazzano la spesa privata, perché i tagli delle tasse o gli incrementi di spesa condurranno a tassi di interesse più elevati. E questo comporta che non ci sia alcun livello corretto di spesa in deficit indiscutibilmente determinato: esso è una scelta che dipende dal valore che si dà al compromesso.

Cosa dire del debito? Molto dipende dal fatto che il tasso di interesse sia più alto o più basso del tasso sostenibile di crescita dell’economia. Se il tasso di interesse è più basso del tasso di crescita (r<g), il che è vero oggi ed è stato vero in passato per la maggior parte del tempo, il livello del debito non è un problema così rilevante. Ma se il tasso di interesse è superiore al tasso di crescita (r>g) si ha davvero la possibilità di un effetto valanga del debito: più alto che è il rapporto tra debito e PIL, più velocemente quel rapporto, a parità delle altre condizioni, crescerà. E il debito non può salire all’infinito – esso non può eccedere la ricchezza totale, e di fatto quando il debito diventerà sempre più alto la gente chiederà rendimenti sempre più alti per le sue obbligazioni. In tal modo a un certo punto il Governo sarebbe costretto a gestire avanzi primari (senza interessi) sufficientemente ampi da limitare la crescita del debito.

Ora, Lerner fondamentalmente riconosce questo aspetto. Ma suppone che il Governo possa sempre e di fatto gestisca questi avanzi per quanto gli necessita. Liquida ogni preoccupazione sugli effetti di incentivazione di alte aliquote fiscali; certamente le Persone Molto Serie [2] esagerano grossolanamente questi effetti, ma essi non sono completamente immaginari. E non dice niente sulla difficoltà politica a realizzare gli avanzi richiesti, tuttavia tali difficoltà sembra probabile divengano centrali se il debito si spinge a livelli molto elevati.

Un esempio numerico può aiutare a chiarire il punto. Si immagini che in un modo o nell’altro si accumuli un debito pari al 300 per cento del PIL e che il rapporto tra il tasso di interesse e quello della crescita sia 0,015 – ovvero che il tasso di interesse sia 1,5 punti percentuali sopra il tasso di crescita. Allora per stabilizzare il rapporto tra debito e PIL sarebbe richiesto un avanzo primario pari al 4,5 per cento del PIL.

Questo non è impossibile: dopo Waterloo l’Inghilterra gestì avanzi altrettanto grandi per vari decenni. Ma sarebbe una richiesta assai grande per un sistema di governo moderno. Ci indirizziamo ad abbattere Medicare e la Previdenza Sociale? Ad imporre una tassa sul valore aggiunto non per finanziare nuovi programmi, ma semplicemente per il servizio del debito? È possibile, ma ci si deve chiedersi se la tentazione di impegnarsi in qualche forma di repressione finanziaria/di ristrutturazione del debito/di inflazione non prevarrebbe. E ancora più rilevante, se lo chiederebbero gli investitori, spingendo il rapporto tra tasso di interesse e tasso di crescita ancora più in alto.

La morale della favola è che mentre la finanza funzionale deve provare ad ottenere molto in quella direzione, essa non è quel genere di dottrina assiomaticamente indiscutibile che Lerner – e, penso, i moderni monetaristi – si immaginavano che fosse. I deficit e il debito possono essere importanti, e non solo per gli effetti della spesa in deficit sulla domanda aggregata.

Ciò detto, io non penso che queste obiezioni siano così fondamentali per i temi di bilancio che i progressisti avranno di fronte nel prossimo futuro. Non si deve essere Cassandre del deficit o in eterna apprensione sul debito per credere che programmi progressisti davvero significativi richiederanno importanti nuove fonti di entrata. Ma lo spiegherò in un mio post successivo.

 

 

 

 

 

 

 

[1] Abraham “Abba” Ptachya Lerner (anche Abba Psachia Lerner) nacque nel 1903 in Bessarabia (Impero Russo) in una famiglia ebraica. A tre anni si trasferì in Inghilterra dove crebbe nell’East End di Londra. Lavorò sin dai sedici anni come macchinista, poi come insegnante in una scuola ebraica e come imprenditore. Nel 1929 entrò nella London School of Economics, dove studiò con Friedrich Hayek. Nel 1934-1935 una permanenza di sei mesi a Cambridge gli consentì di entrare in contatto con John Maynard Keynes. Nel 1937 emigrò negli Stati Uniti dove diventò amico di suoi avversari intellettuali e politici come Milton Friedman e Barry Goldwater. Non rimase mai a lungo in un incarico, lavorò nelle facoltà di una dozzina di Università americane, sino ad un incarico di docenza alla Università della California, Berkeley. Non ricevette mai il Premio Nobel per le scienze economiche, ma è stato riconosciuto come uno dei massimi economisti della sua epoca. (da Wikipedia)

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[2] Questo era l’appellativo scherzoso con il quale Krugman definiva gli economisti o i commentatori conservatori, negli anni dello scontro più intenso sull’austerità.

 

 

 

 

 

Cosa aspettarsi quando si è in attesa della Brexit, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 16 gennaio 2019)

gennaio 19, 2019

 

Jan.16, 2019

What to Expect When You’re Expecting Brexit

By Paul Krugman

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What’s going to happen with Brexit? A second referendum? A disorderly hard exit? A new offer from the European Union that isn’t as offensive as the deal that just got rejected? God knows, and even He may be uncertain.

Part of the problem is that there don’t seem to be many rational actors out there. Much has been written about the fantasies of many Brexiteers; I don’t have anything to add to all that. But we should also note the fantasies of the Eurocrats, who have behaved at every step of this process as if Britain were Greece, and could be bullied into capitulation. Minor gestures could have saved Remain in 2016; a bit of flexibility, a bit less determination to impose humiliating terms, might have led to a soft Brexit now. But it was arrogance all the way.

Now we hear that E.U. officials are horrified by the scale of May’s defeat, and my sense is that European leaders are starting to realize that a disorderly break would do a lot of damage to a fragile eurozone too. No kidding.

Anyway, let’s talk about where the economics of Brexit seem to stand now.

The long-run economics of Brexit still look mostly the same way they did when I and others began analyzing the prospect back in 2016. Exit from Europe’s customs union would substantially raise transaction costs on roughly half of Britain’s trade. This would impose a cost on overall British real income that most estimates put at a low single-digit percentage of G.D.P. — say, 2 to 4 percent.

This wouldn’t be the economic deliverance some Brexiteers envisioned, but maybe the more important point here is that the effects of Brexit after a few years have passed don’t look catastrophic. How confident can we be that it wouldn’t be too bad? Quite confident, because other countries have managed decently without customs unions despite close economic ties to a much larger neighbor.

Put it this way: A post-Brexit U.K. would be to the E.U. pretty much as Canada was to the U.S. before the U.S.-Canada Free Trade Agreement (which came a few years before NAFTA.) In fact, even the share of cross-border trade in G.D.P. would be similar. And Canada wasn’t a howling wasteland.

We might also note that there would be some winners from Brexit, even within the U.K. The E.U. has been good for London’s role as a financial center, but this role has kept the pound high, hurting the industrial North. Brexit would mean a persistently weaker pound, which would mean a bigger manufacturing sector, which would be a benefit to industrial regions (although diluted by higher consumer prices). A significant number of people in Britain might consider this worth it.

However, while the long-run effects of Brexit would probably be moderate (although 3 percent of G.D.P. is actually a big deal compared with the effects of most economic policies), the short run could be much worse — both for Britain and for the E.U.

The reason the short run could be so ugly is that after almost 45 years in the customs union neither Britain nor its trading partners have in place the infrastructure that you need to operate a border, even a friendly one. If you aren’t in a customs union — if goods have to clear some kind of border procedure — you need to have a sufficient number of customs inspectors, an adequate computer network, and so on. Without those you’ll experience massive delays ­— hence the plans to use highways near Dover as massive parking lots to handle the backlog of waiting trucks.

Because that infrastructure isn’t in place, the initial drop in U.K.-E.U. trade could be much larger than the long-run effect, and also disorderly, with no guarantee that the highest-priority goods make it through. This kind of disruption at the border is what underlies the huge losses implied by the Bank of England’s worst-case scenarios.

We’ve known about this prospect for quite a while; I’d be curious to know what steps the U.K. government has taken to limit the damage. They’re aware of the issue, so they must be making adequate preparations, right? I mean, you can’t imagine the U.S. government being completely unprepared for a predictable disaster. Oh, wait.

What’s new, I think, is that the short-run risks for the rest of Europe now look substantially larger than they were even a few months ago. Obviously E.U.-U.K. trade is much smaller relative to the E.U. economy than it is to Britain’s. But it so happens that a hard Brexit, if it happens, will coincide with what appears to be the worst slowdown since the euro crisis of 2011-2012:

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Europe not looking so good. Eurostat

That crisis ended with a dramatic monetary intervention, Mario Draghi’s “whatever it takes.” It’s hard to see anything comparable now; in fact, the European Central Bank already has negative rates, so there’s no room to cut. And adding a disorderly Brexit to the mix is the last thing Europe needs.

I might add that while I hope and expect that the British Civil Service has made contingency plans for a sudden hard Brexit, I’m far less sure that the E.U. has done the same. The point is that even if planning manages to avert massive traffic jams at Dover, that doesn’t help much if they still happen at Calais. (If there are such plans and I just haven’t heard, I’m happy to be enlightened.)

The thing is, an ugly Brexit should be easily avoidable. If the border infrastructure isn’t there, then just postpone the event until it is — or, if that’s impossible for some political reason, settle for minimal enforcement, basically a customs union in practice though not in principle, while things get sorted out.

And there’s no reason not to believe that things will in fact be worked out — no reason, that is, except everything that has happened between Britain and the E.U. so far.

 

Cosa aspettarsi quando si è in attesa della Brexit,

di Paul Krugman

Cosa accadrà con la Brexit? Un secondo referendum? Un’uscita ‘dura’ nel disordine? Una nuova offerta da parte dell’Unione Europea che non sia così offensiva come l’accordo che è stato appena rigettato? Lo sa Dio, e persino Lui può darsi sia incerto.

Un aspetto del problema è che non sembrano esserci molti attori razionali in circolazione. È stato scritto molto sulle fantasie di numerosi sostenitori della Brexit; a tutto ciò non ho niente da aggiungere. Ma dovremmo anche notare le fantasie degli eurocrati, che ad ogni passo di questo processo si sono comportati come se l’Inghilterra fosse la Grecia, e potesse essere obbligata alla capitolazione. Meno sceneggiate avrebbero potuto salvare nel 2016 il Remain [1]; un po’ di flessibilità, un po’ meno di determinazione a imporre termini umilianti, potrebbero oggi aver portato ad un Brexit ‘leggera’. Ma c’è stata una completa arroganza.

Ora si sente dire che le autorità dell’UE sono inorridite dalle dimensioni della sconfitta della May, e la mia sensazione è che i dirigenti europei comincino a comprendere che una rottura disordinata farebbe un gran danno anche alla fragile eurozona. Non sto scherzando.

In ogni modo, vorrei parlare su dove l’economia della Brexit sembra collocarsi in questo momento.

Gli aspetti economici di lungo periodo della Brexit sembrano ancora per la maggior parte negli stessi termini nei quali si presentavano, quando nel passato 2016 io ed altri cominciammo ad esaminarne le prospettive. L’uscita dall’Unione Doganale europea avrebbe sostanzialmente fatto crescere i costi delle transazioni grosso modo sulla metà dei commerci britannici. Questo avrebbe imposto un costo sul complessivo reddito reale inglese che la maggior parte delle stime collocavano su una bassa percentuale ad una sola cifra del PIL – diciamo, dal 2 al 4 per cento.

Non sarebbe la liberazione dell’economia che alcuni sostenitori della Brexit si erano immaginati, ma in questo caso forse l’aspetto più importante è che gli effetti della Brexit dopo che saranno passati alcuni anni non sembrano catastrofici. Quanta fiducia potevamo avere che la situazione non sarebbe stata troppo negativa? Abbastanza fiducia, giacché altri paesi hanno gestito decentemente le cose senza unioni doganali nonostante gli stretti legami economici con un vicino molto più grande.

Mettiamola in questo modo: il Regno Unito dopo la Brexit starebbe all’Unione Europea grosso modo come il Canada stava agli Stati Uniti prima dell’Accordo di Libero Commercio tra USA e Canada (che arrivò pochi anni prima del NAFTA). Di fatto, anche la quota del commercio trans frontaliero sul PIL sarebbe simile. E il Canada non era una completa terra incolta.

Potremmo anche notare che ci sarebbero stati alcuni vincitori a seguito della Brexit, persino all’interno del Regno Unito. L’UE è stata positiva per il ruolo di Londra come centro finanziario, ma questo ruolo ha spinto in alto la sterlina, danneggiando il Nord industriale. La Brexit avrebbe significato una sterlina persistentemente più debole, il che avrebbe comportato un settore manifatturiero più grande, che sarebbe stato un beneficio per le regioni industriali (sebbene attenuato da prezzi al consumo più elevati). Un numero significativo di persone in Inghilterra lo potrebbe considerare un risultato apprezzabile.

Tuttavia, mentre gli effetti a lungo termine della Brexit sarebbero probabilmente moderati (sebbene un 3 per cento del PIL sia in realtà una faccenda rilevante a confronto degli effetti della maggior parte delle politiche economiche), quelli a breve termine sarebbero stati molto peggiori – sia per l’Inghilterra che per l’Unione Europea.

La ragione per la quale il breve termine sarebbe stato così sconfortante è che, dopo quasi 45 anni di unione doganale, né l’Inghilterra né i suoi partner commerciali hanno in funzione quelle infrastrutture delle quali c’è bisogno per far funzionare un confine, per quanto leggero esso sia. Se non si è in un’unione doganale – se i prodotti debbono superare una procedura di qualche genere al confine – occorre avere un numero sufficiente di ispettori doganali, una rete adeguata di computer, e così via. Senza tutto ciò ci si dovrà misurare con massicci ritardi – da qua i piani per utilizzare le autostrade vicino a Dover come grandi piazzali di parcheggio per gestire l’accumulo di camion in attesa.

Poiché quelle infrastrutture non sono in funzione, l’iniziale caduta del commercio tra Regno Unito ed Unione Europea potrebbe essere assai più ampia dell’effetto di lungo periodo, ed anche disordinata, senza alcuna garanzia che i prodotti con più elevata priorità ce la facciano. Questo genere di disservizi al confine è quello che giustifica le grandi perdite che gli scenari della Banca di Inghilterra, nella peggiore delle sue ipotesi, comportano.

Eravamo a conoscenza di questa prospettiva da molto tempo; sarei curioso di sapere quali iniziative il Governo del Regno Unito ha assunto per limitare il danno. Sono consapevoli del problema, al punto che devono star predisponendo iniziative adeguate, non è così? Voglio dire, non si può immaginare che il Governo degli Stati Uniti non sia pronto ad affrontare un disastro prevedibile. Ma lasciamo perdere questo confronto.

La novità, penso, è che i rischi di breve periodo per il resto dell’Europa appaiono oggi sostanzialmente maggiori di quello che erano solo pochi mesi orsono. Ovviamente, il commercio Unione Europea – Regno Unito è molto più piccolo in confronto all’economia europea rispetto a quella inglese. Ma si dà il caso che una Brexit dura, ammesso che questo sia l’esito, coinciderebbe con quello che sembra il peggior rallentamento dalla crisi dell’euro del 2011-2012:

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L’Europa non sembra messa così bene. Eurostat [2]

 Quella crisi terminò con lo spettacolare intervento monetario, il “tutto quello che serve” di Mario Draghi. È difficile vedere oggi qualcosa di simile; di fatto la Banca Centrale Europea ha già tassi negativi, dunque non c’è spazio per tagli. E aggiungere una Brexit disordinata in quella combinazione è l’ultima cosa di cui l’Europa ha bisogno.

Potrei aggiungere che mentre spero e mi aspetto che il Servizio Civile Britannico abbia elaborato piani di emergenza per un’improvvisa Brexit dura, sono meno sicuro che l’UE abbia fatto lo stesso. Il punto è che persino se quei piani riuscissero ad evitare massicci intasamenti del traffico a Dover, ciò non sarebbe di grande aiuto se tali intasamenti avvenissero a Calais (se tali piani esistessero ed io non ne avessi sentito parlare, sarei felice di essere illuminato).

Il punto è che una Brexit preoccupante dovrebbe essere facilmente evitabile. Se non ci sono le infrastrutture al confine, si può rinviare l’evento sino a che non ci sono – oppure, se questo fosse impossibile per qualche ragione politica, ci si può accordare per una applicazione minimale, fondamentalmente una unione doganale in pratica se non in via di principio, mentre si approntano le soluzioni.

E non c’è ragione per non credere che in via di fatto le cose si risolveranno – cioè, nessuna ragione eccetto tutto quello che è successo tra l’Inghilterra e l’Unione Europea sino ad oggi.

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] “Remain” è il termine col quale gli inglesi definiscono lo schieramento del contrario alla Brexit.

[2] La tabella mostra le modifiche in percentuale della produzione manifatturiera rispetto all’anno precedente.

 

 

 

 

 

Effetti valanga che si sciolgono e l’inverno del debito (dal blog di Paul Krugman, 9 gennaio 2019)

gennaio 10, 2019

 

Jan.9, 2019

Melting Snowballs and the Winter of Debt

By Paul Krugman

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Do you remember the winter of debt?

In late 2010 and early 2011, the U.S. economy had barely begun to recover from the 2008 financial crisis. Around 9 percent of the labor force was still unemployed; long-term unemployment was especially severe, with more than 6 million Americans having been out of work for 6 months or more. You might have expected the continuing employment crisis to be the focus of most economic policy discussion.

But no: Washington was obsessed with debt. The Simpson-Bowles report was the talk of the town. Paul Ryan’s impassioned (and, of course, hypocritical) denunciations of federal debt won him media adulation and awards. And between the capital’s debt obsession, the Republican takeover of the House, and a hard right turn in state governments, America was about to embark on a period of cutbacks in government spending unprecedented in the face of high unemployment.

Some of us protested bitterly against this policy turn, arguing that a period of mass unemployment was no time for fiscal austerity. And we were mostly right. Why only “mostly”? Because it’s becoming increasingly doubtful whether there’s any right time for fiscal austerity. The obsession with debt is looking foolish even at full employment.

That’s the message I take from Olivier Blanchard’s presidential address to the American Economic Association. To be fair, Blanchard — one of the world’s leading macroeconomists, formerly the extremely influential chief economist of the I.M.F. — was cautious in his pronouncements, and certainly didn’t go all MMT and say that debt never matters. But his analysis nonetheless makes the Fix the Debt fixation (yes, they’re still out there) look even worse than before.

Blanchard starts with the commonplace observation that interest rates on government debt are quite low, which in itself means that worries about debt are overblown. But he makes a more specific point: the average interest rate on debt is less than the economy’s growth rate (“r<g”). Moreover, this isn’t a temporary aberration: interest rates less than growth are actually the norm, broken only for a relatively short stretch in the 1980s.

Why does this matter? There are actually two separate but related implications of low interest rates. First, fears of a runaway spiral of rising debt are based on a myth. Second, raising private investment shouldn’t be a huge priority.

On the first point: Diatribes about debt often come with ominous warnings that debt may snowball over time. That is, high debt will mean high interest payments, which drive up deficits, leading to even more debt, which leads to even higher interest rates, and so on.

But what matters for government solvency isn’t the absolute level of debt but its level relative to the tax base, which in turn basically corresponds to the size of the economy. And the dollar value of G.D.P. normally grows over time, due to both growth and inflation. Other things equal, this gradually melts the snowball: even if debt is rising in dollar terms, it will shrink as a percentage of G.D.P. if deficits aren’t too large.

The classic example is what happened to U.S. debt from World War II. When and how did we pay it off? The answer is that we never did. Yet as Figure 1 shows, despite rising dollar debt, by 1970 growth and inflation had reduced the debt to an easily handled share of G.D.P.

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Figure 1 Bureau of Economic Analysis

And if interest rates are less than G.D.P. growth, this effect means that debt tends to melt away of its own accord: a high debt level means higher interest payments, but it also means more melting, and the latter effect predominates. A self-reinforcing debt spiral just doesn’t happen.

Blanchard’s second point is subtler but still important. In general, debt scolds warn not just about threats to government solvency but about growth. The claim is that high public debt feeds current consumption at the expense of investment for the future. And high debt does indeed probably have that effect when the economy is near full employment (although in 2010-2011 more deficit spending would have led to more, not less, private investment).

But how important is it to suppress consumption to free up resources for investment? What Blanchard points out is that low interest rates are an indication that the private sector sees fairly low returns on investment, so that diverting more resources to private investment won’t make that much difference to growth. True, the rate of return on investment is surely higher than the interest rate on safe assets like U.S. Treasuries. But Blanchard makes the case that it’s not as much higher as many seem to think.

Does this mean that we should eat, drink, be merry, and forget about the future? No — but private investment isn’t the big issue, since it probably doesn’t have a very high rate of return. Blanchard doesn’t say this, but what we should probably be worrying about instead is public investment in infrastructure, which has been neglected and suffers from obvious deficiencies.

Yet the debt obsession led to less, not more, public investment. Figure 2 shows public construction spending as a percentage of G.D.P. It rose briefly during the Obama stimulus (partly because G.D.P. was down), then plunged to historically low levels, where it has stayed. For all the talk about taking care of future generations, debt scolds have almost surely hurt, not helped, our future prospects.

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Figure 2 Bureau of Economic Analysis

Notice, by the way, that I haven’t even talked about business-cycle-related reasons to stop obsessing over debt. An environment of persistently low interest rates raises concerns about secular stagnation — a tendency to suffer repeated intractable slumps, because the Fed doesn’t have enough ammunition to fight them. And such slumps may reduce long-term growth as well: the experience since 2008 suggests a high degree of hysteresis, in which seemingly short-run downturns end up reducing long-run economic potential.

But even without these concerns, debt looks like a hugely overblown issue, and the way debt displaced unemployment at the heart of public debate in 2010-2011 just keeps looking worse.

 

 

 

Effetti valanga [1] che si sciolgono e l’inverno del debito, di Paul Krugman

Vi ricordate l’inverno del debito?

Tra la fine del 2010 e gli inizi del 2011, l’economia degli Stati Uniti aveva appena cominciato a riprendersi dalla crisi finanziaria globale del 2008. Circa un 9 per cento della forza lavoro era ancora disoccupata; la disoccupazione a lungo termine era particolarmente grave, con più di 6 milioni di americani che risultavano fuori dal lavoro per 6 mesi e più. Vi sareste aspettati che la prosecuzione ella crisi occupazionale fosse al centro della maggior parte del dibattito economico.

Invece no: Washington era ossessionata dal debito. All’ordine del giorno c’era il rapporto Simpson-Bowles. Le ferventi (e, ovviamente, ipocrite) denunce di Paul Ryan sul debito federale gli procuravano l’adulazione dei media e premi. E nel mezzo della ossessione sul debito della capitale, della conquista repubblicana della Camera dei Rappresentanti e delle svolte verso l’estrema destra nei Governi degli Stati, l’America era prossima ad imbarcarsi in un periodo senza precedenti di tagli nella spesa pubblica, alla faccia della elevata disoccupazione.

Alcuni di noi protestarono aspramente contro questa svolta politica sostenendo che un periodo di disoccupazione di massa non era il momento per l’austerità nella finanza pubblica. Ed avevamo in gran parte ragione. Perché soltanto “in gran parte”? Perché sta diventando sempre più dubbio che ci sia mai un momento giusto per l’austerità della finanza pubblica. L’ossessione per il debito sembra sciocca anche in condizioni di piena occupazione.

Questo è il messaggio che leggo nel discorso presidenziale di Olivier Blanchard alla American Economic Association. Ad esser precisi, Blanchard – uno dei principali macroeconomisti del mondo, in passato influente capo economista del FMI – è stato cauto nei suoi giudizi, e certamente non ha sposato le teorie neo monetariste, né ha detto che il debito non è mai importante. Nondimeno, la sua analisi fa apparire la fissazione del Riformare il debito [2] (in effetti, gli esponenti sono ancora in circolazione) persino peggiore che in precedenza.

Blanchard prende le mosse dal luogo comune della osservazione che i tassi di interesse sul debito pubblico sono ancora bassi, il che di per sé significa che le preoccupazioni sul debito sono esagerate. Ma egli avanza un argomento più specifico: il tasso di interesse medio sul debito è inferiore al tasso di crescita dell’economia (“r<g”). Inoltre, questa non è una aberrazione temporanea: tassi di interesse inferiori alla crescita sono effettivamente la norma, interrotti soltanto da un breve intervallo di tempo negli anni ’80.

Perché questo è importante? Ci sono in realtà due distinte ma connesse implicazione dei bassi tassi di interesse. La prima, i timori per una spirale fuori controllo del crescente debito sono basate su un mito. La seconda, elevare l’investimento privato non dovrebbe essere una fortissima priorità.

Sul primo punto: le diatribe sul debito spesso si accompagnano a terribili ammonimenti secondo i quali, con il tempo, il debito può provocare effetti valanga. Ovvero, un debito elevato comporterà elevati pagamenti di interessi, il che spingerà a deficit, portando ad un debito ancora superiore, il che condurrà a tassi di interesse ancora maggiori, e così via.

Ma quello che conta per la solvibilità di un governo non è il livello assoluto del debito ma il suo livello relativo alla base fiscale, che a sua volta fondamentalmente corrisponde alle dimensioni di una economia. E il valore in dollari del PIL normalmente cresce con il tempo, a seguito sia della crescita che dell’inflazione. A parità delle altre condizioni, questo gradualmente scioglie le masse di neve a rischio valanga: persino se il debito cresce in termini di dollari, se il deficit non è troppo ampio esso si ridurrà come percentuale del PIL.

L’esempio classico è quello che accadde al debito degli Stati Uniti a seguito della Seconda Guerra Mondiale. Quando e come ripagammo quel debito? La risposta è che non lo ripagammo mai. Tuttavia, come mostra la Figura 1, nonostante un debito crescente in dollari, con il 1970 la crescita e l’inflazione avevano ridotto il debito ad una quota del PIL facilmente gestibile.

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Figura 1. Ufficio dell’analisi economica [3] 

E se i tassi di interesse sono inferiori alla crescita del PIL, questo effetto comporta che il debito tende a sciogliersi per suo conto: un alto livello del debito comporta più elevati pagamenti degli interessi, ma comporta anche una maggiore autoriduzione, e il secondo effetto prevale. Una spirale del debito che si auto rafforza, semplicemente non ha luogo.

Il secondo argomento di Blanchard è più sottile ma non meno importante. In generale, le Cassandre del debito mettono in guardia non solo sulle minacce alla solvibilità dei governi ma sulla crescita. L’argomento è che un elevato debito pubblico alimenta il consumo corrente a spese degli investimenti per il futuro. E un alto debito in effetti probabilmente ha quell’effetto quando l’economia è vicina alla piena occupazione (sebbene nel 2010-2011 una maggiore spesa in deficit avrebbe portato ad un investimento privato maggiore, non minore).

Ma quanto è importante sopprimere i consumi per liberare risorse per gli investimenti? Quello che Blanchard mette in evidenza è che i bassi tassi di interesse sono un’indicazione che il settore privato vede rendimenti abbastanza bassi per gli investimenti, cosicché indirizzare maggiori risorse verso l’investimento privato non farebbe una differenza così rilevante per la crescita. È vero, il tasso di rendimento sugli investimenti è certamente più elevato che il tasso di interesse su asset sicuri come i Buoni del Tesoro degli Stati Uniti. Ma Blanchard avanza l’argomento che non è così più alto di quanto molti sembrano pensare.

Questo significa che dovremmo mangiare, bere, stare allegri e non pensare al futuro? No – ma l’investimento privato non è un tema così rilevante, dal momento che probabilmente non ha un alto tasso di rendimento. Blanchard questo non lo dice, ma quello di cui dovremmo preoccuparci è piuttosto l’investimento pubblico in infrastrutture, che sono state trascurate e soffrono di evidenti negligenze.  Tuttavia, l’ossessione per il debito ha portato ad un minore investimento pubblico, non ad un maggiore. La Figura 2 mostra la spesa per opere pubbliche come percentuale del PIL. Essa crebbe brevemente durante lo stimolo di Obama (in parte perché il PIL era sceso), poi precipitò ai minimi storici, dove è rimasta. Con tutto il gran parlare del prendersi cura delle future generazioni, le Cassandre del debito hanno quasi certamente danneggiato, non aiutato, le nostre prospettive future.

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Figura 2. Ufficio dell’Analisi Economica  

Si noti, per inciso, che non ho neanche fatto cenno alle ragioni per smetterla con l’ossessione sul debito connesse con il ciclo economico. Un contesto di tassi di interesse permanentemente bassi accresce le preoccupazioni sulla stagnazione secolare – una tendenza a sopportare ripetute recessioni che non si possono trattare, giacché la Fed non ha munizioni sufficienti per combatterle. E anche tali recessioni possono ridurre la crescita nel lungo termine: l’esperienza a partire dal 2008 indica un alto grado di isteresi, con il quale regressioni apparentemente di breve periodo finiscono col ridurre il potenziale economico di lungo termine.

Ma anche senza queste preoccupazioni, il debito sembra un tema enormemente esagerato, e il modo in cui il debito sostituì la disoccupazione al centro del dibattito pubblico nel 2010-2011 continua ad apparire precisamente sempre più grave.

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] “Snowball” significa “palla di neve” ma significa anche, come verbo, qualcosa che “cresce a dismisura, che si impenna riproducendosi”. Nel testo viene usato in questo senso alcune volte.

[2] È la denominazione di un gruppo di intellettuali ed economisti assai attivo negli anni passati, ma ancora esistente.

[3] La tabella mostra con la linea blu il debito lordo detenuto dalle amministrazioni pubbliche statunitensi, dalla fine della II Guerra Mondiale al 1970; con la linea rossa, l’andamento del debito lordo di quelle amministrazioni come percentuale del PIL. Sulla linea verticale sinistra le misurazioni dei valori in grandezza assoluta, sulla linea verticale a destra le misurazioni di quei valori in termini percentuali sul PIL. Come si nota, quei debiti erano quasi l’80% del PIL dopo la guerra, e sono diventati circa il 24% nel 1970.

 

 

 

 

 

 

L’economia dello spennare i ricchi (dal blog di Paul Krugman, 5 gennaio 2019)

gennaio 8, 2019

 

Jan.5, 2019

The Economics of Soaking the Rich

By Paul Krugman

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I have no idea how well Alexandria Ocasio-Cortez will perform as a member of Congress. But her election is already serving a valuable purpose. You see, the mere thought of having a young, articulate, telegenic nonwhite woman serve is driving many on the right mad — and in their madness they’re inadvertently revealing their true selves.

Some of the revelations are cultural: The hysteria over a video of AOC dancing in college says volumes, not about her, but about the hysterics. But in some ways the more important revelations are intellectual: The right’s denunciation of AOC’s “insane” policy ideas serves as a very good reminder of who is actually insane.

The controversy of the moment involves AOC’s advocacy of a tax rate of 70-80 percent on very high incomes, which is obviously crazy, right? I mean, who thinks that makes sense? Only ignorant people like … um, Peter Diamond, Nobel laureate in economics and arguably the world’s leading expert on public finance. (Although Republicans blocked him from an appointment to the Federal Reserve Board with claims that he was unqualified. Really.) And it’s a policy nobody has ever implemented, aside from … the United States, for 35 years after World War II — including the most successful period of economic growth in our history.

To be more specific, Diamond, in work with Emmanuel Saez — one of our leading experts on inequality — estimated the optimal top tax rate to be 73 percent. Some put it higher: Christina Romer, top macroeconomist and former head of President Obama’s Council of Economic Advisers, estimates it at more than 80 percent.

Where do these numbers come from? Underlying the Diamond-Saez analysis are two propositions: Diminishing marginal utility and competitive markets.

Diminishing marginal utility is the common-sense notion that an extra dollar is worth a lot less in satisfaction to people with very high incomes than to those with low incomes. Give a family with an annual income of $20,000 an extra $1,000 and it will make a big difference to their lives. Give a guy who makes $1 million an extra thousand and he’ll barely notice it.

What this implies for economic policy is that we shouldn’t care what a policy does to the incomes of the very rich. A policy that makes the rich a bit poorer will affect only a handful of people, and will barely affect their life satisfaction, since they will still be able to buy whatever they want.

So why not tax them at 100 percent? The answer is that this would eliminate any incentive to do whatever it is they do to earn that much money, which would hurt the economy. In other words, tax policy toward the rich should have nothing to do with the interests of the rich, per se, but should only be concerned with how incentive effects change the behavior of the rich, and how this affects the rest of the population.

But here’s where competitive markets come in. In a perfectly competitive economy, with no monopoly power or other distortions — which is the kind of economy conservatives want us to believe we have — everyone gets paid his or her marginal product. That is, if you get paid $1000 an hour, it’s because each extra hour you work adds $1000 worth to the economy’s output.

In that case, however, why do we care how hard the rich work? If a rich man works an extra hour, adding $1000 to the economy, but gets paid $1000 for his efforts, the combined income of everyone else doesn’t change, does it? Ah, but it does — because he pays taxes on that extra $1000. So the social benefit from getting high-income individuals to work a bit harder is the tax revenue generated by that extra effort — and conversely the cost of their working less is the reduction in the taxes they pay.

Or to put it a bit more succinctly, when taxing the rich, all we should care about is how much revenue we raise. The optimal tax rate on people with very high incomes is the rate that raises the maximum possible revenue.

And that’s something we can estimate, given evidence on how responsive the pre-tax income of the wealthy actually is to tax rates. As I said, Diamond and Saez put the optimal rate at 73 percent, Romer at over 80 percent — which is consistent with what AOC said.

An aside: What if we take into account the reality that markets aren’t perfectly competitive, that there’s a lot of monopoly power out there? The answer is that this almost surely makes the case for even higher tax rates, since high-income people presumably get a lot of those monopoly rents.

So AOC, far from showing her craziness, is fully in line with serious economic research. (I hear that she’s been talking to some very good economists.) Her critics, on the other hand, do indeed have crazy policy ideas — and tax policy is at the heart of the crazy.

You see, Republicans almost universally advocate low taxes on the wealthy, based on the claim that tax cuts at the top will have huge beneficial effects on the economy. This claim rests on research by … well, nobody. There isn’t any body of serious work supporting G.O.P. tax ideas, because the evidence is overwhelmingly against those ideas.

Look at the history of top marginal income tax rates (left) versus growth in real GDP per capita (right, measured over 10 years, to smooth out short-run fluctuations.):

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Top tax rates and growth Tax Policy Center, BEA

What we see is that America used to have very high tax rates on the rich — higher even than those AOC is proposing — and did just fine. Since then tax rates have come way down, and if anything the economy has done less well.

Why do Republicans adhere to a tax theory that has no support from nonpartisan economists and is refuted by all available data? Well, ask who benefits from low taxes on the rich, and it’s obvious.

And because the party’s coffers demand adherence to nonsense economics, the party prefers “economists” who are obvious frauds and can’t even fake their numbers effectively.

Which brings me back to AOC, and the constant effort to portray her as flaky and ignorant. Well, on the tax issue she’s just saying what good economists say; and she definitely knows more economics than almost everyone in the G.O.P. caucus, not least because she doesn’t “know” things that aren’t true.

 

L’economia dello spennare i ricchi,

di Paul Krugman

Non ho idea di quanto si comporterà bene Alexandria Ocasio-Cortez come membro del Congresso. Ma la sua elezione è già servita ad uno scopo apprezzabile. Considerate che solo il pensiero di avere all’opera una donna giovane, che sa parlare, telegenica e non bianca sta facendo uscire di testa molte persone della destra – e nella loro follia essi stanno inavvertitamente rivelando di che pasta sono fatti.

Alcune delle rivelazioni sono attinenti alla cultura: l’isteria per un video della Ocasio-Cortez che balla in un college la dice lunga, non su di lei, ma sugli isterici. Ma in un certo senso le più importanti rivelazioni sono intellettuali: la denuncia della destra delle “pazzesche” idee politiche della Ocasio funziona come un ottimo promemoria di ciò che è effettivamente pazzesco.

La controversia in corso riguarda la difesa da parte della Ocasio di una aliquota fiscale del 70-80 per cento sui redditi molto alti, che è evidentemente pazzesca, non è così? Voglio dire, chi pensa che abbia senso? Soltanto persone ignoranti come … ehm, Peter Diamond, premio Nobel per l’economia e probabilmente il massimo esperto mondiale di finanza pubblica (sebbene i repubblicani abbiano fermato la sua nomina nel Comitato della Federal Reserve con l’argomento che non fosse qualificato. Proprio così). E questa è una politica che nessuno ha mai messo in atto, eccetto … gli Stati Uniti, per 35 anni dopo la Seconda Guerra Mondiale – incluso il periodo di crescita economica di maggior successo della nostra storia.

Più in dettaglio, Diamond, in un lavoro con Emmanuel Saez – uno dei nostri principali esperti di ineguaglianza – ha stimato al 73 per cento l’aliquota fiscale ottimale. Alcuni la collocano più in alto: Christina Romer, macroeconomista di prima grandezza e in passato alla testa del Comitato dei Consiglieri Economici del Presidente Obama, la colloca a più dell’80 per cento.

Da dove vengono questi numeri? Sottesi alla analisi di Diamond-Saez ci sono due concetti: la diminuzione dell’utilità marginale e i mercati competitivi.

La diminuzione dell’utilità marginale è un concetto del senso comune secondo il quale un dollaro in più produce una soddisfazione molto minore in persone con redditi molto alti che in quelle con bassi redditi. Date ad una famiglia con un reddito annuale di 20.000 dollari una aggiunta di 1.000 dollari e ciò farà una grande differenza nelle loro vite. Date a un tizio con un reddito di 1 milione di dollari una aggiunta di un migliaio e lo noterà appena.

Ciò che questo implica per la politica economica è che non dovremmo preoccuparci di cosa la politica fa ai redditi delle persone molto ricche. Una politica che rende un ricco un po’ più povero influenzerà una manciata di individui, e influirà quasi per niente sulla loro soddisfazione per la vita, dal momento che essi continueranno a poter comprare tutto quello che vogliono.

Dunque, perché non tassarli al 100 per cento? La risposta è che questo eliminerebbe ogni incentivo a fare tutto quello che fanno per guadagnare tanti soldi, il che danneggerebbe l’economia. In altre parole, la tassazione verso i ricchi non dovrebbe avere niente a che fare con l’interesse in sé del ricco, ma dovrebbe solo preoccuparsi di quanto gli effetti di incentivazione modificano il comportamento del ricco, e di come questo influenza il resto della popolazione.

Ma è qua che arriva l’argomento dei mercati competitivi. In una economia perfettamente competitiva, con nessun potere di monopolio o altre distorsioni – che è il tipo di economia che i conservatori vorrebbero che noi credessimo di avere – ognuno viene pagato per il suo prodotto marginale. Ovvero, se siete pagati 1.000 dollari all’ora, è perché ogni ora aggiuntiva del vostro lavoro aggiunge un valore di 1.000 dollari al prodotto dell’economia.

In quel caso, tuttavia, perché dovremmo curarci di quanto duramente lavora un ricco? Se un uomo ricco lavora un’ora aggiuntiva, aggiungendo 1.000 dollari all’economia, ma viene pagato 1.000 dollari per i suoi sforzi, il reddito combinato di tutti gli altri non cambia, non è così? Invece cambia – perché egli paga le tasse su quella aggiunta di 1.000 dollari. Dunque il beneficio sociale che deriva dal fatto che gli individui con alti redditi lavorino un po’ più duramente sono le entrate fiscali che vengono da quello sforzo aggiuntivo – e di converso il costo del loro lavorare di meno è la riduzione delle tasse che essi pagano.

Oppure, per dirla in modo più succinto, quando si tassano i ricchi, dovremo tutti preoccuparci di quanto aumentano le entrate. L’aliquota fiscale ottimale sulle persone con redditi molto elevati è l’aliquota che raccogli le massime entrate possibili.

E quello è qualcosa che possiamo stimare, date le prove su quanto il reddito prima delle tasse dei ricchi è sensibile alle aliquote fiscali. Come ho detto, Diamond e Saez stimano l’aliquota ottimale al 73 per cento, la Romer a più dell’80 per cento – il che è coerente con quanto ha detto la Ocasio-Cortez.

Un inciso: che accade se mettiamo nel conto che i mercati non sono perfettamente competitivi, che è in circolazione una gran quantità di potere monopolistico? La risposta è che questo quasi certamente è un argomento per aliquote fiscali persino più elevate, dato che presumibilmente le persone con alti redditi percepiscono una gran parte di queste rendite di monopolio.

Dunque la Ocasio-Cortez, lungi dall’aver mostrato la sua follia, è pienamente in linea con la ricerca economica seria (sento dire che ella conversa con alcuni ottimi economisti). I suoi critici, d’altra parte, hanno in effetti idee politiche pazzesche – e la politica fiscale è al cuore di quella follia.

Come sapete, quasi universalmente i repubblicani sostengono basse tasse sui ricchi, basandosi sull’argomento che gli sgravi fiscali al vertice abbiano effetti benefici sull’economia. Questo argomento si basa sulle ricerche … ebbene, di nessuno. Non esiste nessun serio lavoro a sostegno delle idee del Partito Repubblicano in materia di fisco, giacché le prove sono massicciamente contro quelle idee.

Si guardi alla storia delle aliquote fiscali sui redditi marginali più elevati (a sinistra) nei confronti della crescita del PIL reale procapite (a destra, calcolata nel corso di un decennio, allo scopo di spalmare le fluttuazioni di breve termine) [1]:

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Aliquote fiscali sui più ricchi e crescita. Tax Policy Center, BEA.

 

Quello che osserviamo è che l’America era solita avere aliquote fiscali molto elevate – persino più alte di quelle che la Ocasio sta proponendo – e funzionavano proprio bene. Da allora le aliquote fiscali sono scese e se qualcosa è accaduto è che l’economia ha funzionato peggio.

Perché i repubblicani aderiscono ad una teoria fiscale che non gode di alcun sostegno da parte di economisti indipendenti ed è confutata da tutti i dati disponibili? Ebbene, chiedetevi chi beneficia di queste basse tasse sui ricchi, e sarà evidente.

E poiché le casse del partito chiedono di aderire ad un’economia priva di senso, il partito preferisce “economisti” che sono evidentemente ingannatori e non sanno neppure falsificare i loro numeri in modo efficace.

Il che mi riporta alla Alexandria Ocasio-Cortez e allo sforzo costante di descriverla come inaffidabile e ignorante. Ebbene, sui temi del fisco ella sta solo dicendo quello che dicono i buoni economisti; e di sicuro ella sa più di economia di quasi tutti gli altri della cricca repubblicana, non da ultimo perché “non conosce” gli argomenti falsi.

 

 

 

 

 

 

 

[1] La scala verticale a sinistra, misura la percentuale delle aliquote fiscali sui redditi dichiarati dai più ricchi (celeste), che era ancora attorno al 90 per cento nel 1957 ed è crollata al 40 per cento circa negli ultimi anni. La scala verticale a destra misura invece i tassi di crescita del PIL (si badi, del PIL reale procapite), che si sono collocati tra il 2 e il 3 per cento (con escursioni) dal 1957 agli anni 2000, per scendere sino a circa lo 0,5 per cento dopo la crisi finanziaria del 2008.

 

 

 

 

 

 

 

Il taglio delle tasse di Trump: anche peggio di quello che avevate sentito dire (dal blog di Paul Krugman, 1 gennaio 2019)

gennaio 7, 2019

 

Jan. 1, 2019

The Trump Tax Cut: Even Worse Than You’ve Heard

By Paul Krugman

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The 2017 tax cut has received pretty bad press, and rightly so. Its proponents made big promises about soaring investment and wages, and also assured everyone that it would pay for itself; none of that has happened.

Yet coverage actually hasn’t been negative enough. The story you mostly read runs something like this: The tax cut has caused corporations to bring some money home, but they’ve used it for stock buybacks rather than to raise wages, and the boost to growth has been modest. That doesn’t sound great, but it’s still better than the reality: No money has, in fact, been brought home, and the tax cut has probably reduced national income. Indeed, at least 90 percent of Americans will end up poorer thanks to that cut.

Let me explain each point in turn.

First, when people say that U.S. corporations have “brought money home” they’re referring to dividends overseas subsidiaries have paid to their parent corporations. These did indeed surge briefly in 2018, as the tax law made it advantageous to transfer some assets from the books of those subsidiaries to the home companies; these transactions also showed up as a reduction in the measured stake of the parents in the subsidiaries, i.e., as negative direct investment (Figure 1).

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Figure 1 Bureau of Economic Analysis

But these transactions are simply rearrangements of companies’ books for tax purposes; they don’t necessarily correspond to anything real. Suppose that Multinational Megacorp USA decides to have its subsidiary, Multinational Mega Ireland, transfer some assets to the home company. This will produce the kind of simultaneous and opposite movement in dividends and direct investment you see in Figure 1. But the company’s overall balance sheet – which always included the assets of MM Ireland – hasn’t changed at all. No real resources have been transferred; MM USA has neither gained nor lost the ability to invest here.

 

If you want to know whether investable funds are really being transferred to the U.S., you need to look at the overall balance on financial account – or, what should be the same (and is more accurately measured), the inverse of the balance on current account. Figure 2 shows that balance as a share of GDP – and as you can see, basically nothing has happened.

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Figure 2 Bureau of Economic Analysis

So the tax cut induced some accounting maneuvers, but did nothing to promote capital flows to America.

The tax cut did, however, have one important international effect: We’re now paying more money to foreigners.

Bear in mind that the one clear, overwhelming result of the tax cut is a big break for corporations: Federal tax receipts on corporate income have plunged (Figure 3).

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Figure 3 Bureau of Economic Analysis

The key point to realize is that in today’s globalized corporate system, a lot of any country’s corporate sector, our own very much included, is actually owned by foreigners, either directly because corporations here are foreign subsidiaries, or indirectly because foreigners own American stocks. Indeed, roughly a third of U.S. corporate profits basically flow to foreign nationals – which means that a third of the tax cut flowed abroad, rather than staying at home. This probably outweighs any positive effect on GDP growth. So the tax cut probably made America poorer, not richer.

And it certainly made most Americans poorer. While 2/3 of the corporate tax cut may have gone to U.S. residents, 84 percent of stocks are held by the wealthiest 10 percent of the population. Everyone else will see hardly any benefit.

Meanwhile, since the tax cut isn’t paying for itself, it will eventually have to be paid for some other way – either by raising other taxes, or by cutting spending on programs people value. The cost of these hikes or cuts will be much less concentrated on the top 10 percent than the benefit of the original tax cut. So it’s a near-certainty that the vast majority of Americans will be worse off thanks to Trump’s only major legislative success.

As I said, even the mainly negative reporting doesn’t convey how bad a deal this whole thing is turning out to be.

 

Il taglio delle tasse di Trump: anche peggio di quello che avevate sentito dire,

di Paul Krugman

Il taglio delle tasse del 2017 ricevette commenti abbastanza negativi sulla stampa, e meritatamente. I suoi proponenti avevano fatto grandi promesse sulla impennata degli investimenti e dei salari ed avevano anche assicurato che si sarebbe ripagato da solo; non è accaduto niente del genere.

Tuttavia, i resoconti non sono stati in realtà a sufficienza negativi. La ricostruzione che di solito si legge è di questo tipo: il taglio delle tasse ha spinto le società a riportare un po’ di soldi a casa, ma sono stati usati per il riacquisto delle azioni piuttosto che per elevare i salari, e l’incoraggiamento alla crescita è stato modesto. Non sembra granché, eppure è ancora meglio che nella realtà: di fatto, non c’è stato alcun rimpatrio di denaro e il taglio alle tasse ha probabilmente ridotto il reddito nazionale. In effetti, almeno il 90 per cento degli americani grazie a quel taglio si ritroveranno più poveri.

Consentitemi di spiegare entrambi gli aspetti, uno alla volta.

In primo luogo, quando si dice che le società americane hanno “riportato denaro in patria” ci si riferisce ai dividendi che le sussidiarie oltreoceano hanno pagato alle loro società madri. Questi dividendi sono in effetti cresciuti per un breve periodo nel 2018, quando la legge fiscale rese vantaggioso trasferire alcuni asset dai libri contabili di quelle sussidiarie alle sedi nazionali delle società; queste transazioni hanno anche messo in evidenza una accertata riduzione della partecipazione delle società madri nelle sussidiarie, ovvero un investimento diretto negativo (vedi Figura 1):

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[1]

Figura 1 Ufficio di analisi economica

 

Ma queste transazioni sono semplicemente riorganizzazioni delle contabilità delle società per finalità fiscali; ad esse non corrisponde necessariamente niente di reale. Supponiamo che la ‘Multinational Megacorp USA’ decida che la sua sussidiaria, la ‘Multinational Mega Ireland’ debba trasferire alcuni asset alla società madre. Questo produrrà quel tipo di movimenti simultanei e opposti dei dividendi e negli investimenti diretti che si vedono nella Figura 1. Ma gli equilibri patrimoniali complessivi della società – che hanno sempre incluso gli asset della società dell’Irlanda –  non sono affatto cambiati. Nessuna risorsa reale è stata trasferita; la società MM USA non ha né guadagnato né perso la sua possibilità di investire qua.

Se volete sapere se fondi investibili vengono realmente trasferiti negli Stati Uniti, dovete osservare il bilancio complessivo del conto finanziario – ovvero, ciò che sarebbe l’equivalente (e più accuratamente misurato), inverso del bilancio di conto corrente. La figura 2 mostra quel bilancio come percentuale del PIL – e come potete vedere, fondamentalmente non è cambiato niente.

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Figura 2. Ufficio dell’Analisi Economica

 

Dunque, il taglio delle tasse ha provocato qualche manovra contabile, ma non ha fatto niente per promuovere un flusso di capitali in America.

Tuttavia, quel taglio delle tasse ha un importante effetto internazionale: adesso noi stiamo pagando più soldi agli stranieri.

Si tenga presente che l’unico, enorme risultato del taglio delle tasse è un grande sgravio per le società; le entrate fiscali federali sul reddito delle società sono crollate (Figura 3):

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Figura 3. Ufficio dell’analisi economica

 

L’aspetto fondamentale da comprendere è che nel sistema societario globalizzato odierno, una gran parte di qualsiasi settore societario di un paese, compreso certamente il nostro, è effettivamente posseduta da stranieri, sia in forma diretta perché le società sono sussidiarie straniere, sia indirettamente perché coloro che possiedono le azioni americane sono stranieri. In effetti, grosso modo un terzo dei profitti societari fondamentalmente si riversano su cittadini stranieri – il che significa che un terzo degli sgravi fiscali si sono riversati all’estero, anziché restare nel paese. Questo probabilmente ha una importanza maggiore di qualsiasi effetto positivo sulla crescita del PIL. Dunque, il taglio delle tasse ha probabilmente reso l’America più povera, non più ricca.

Ed esso ha certamente reso la maggioranza degli americani più poveri. Mentre 2/3 degli sgravi fiscali alle società può essere andato a residenti negli Stati Uniti, l’84 per cento delle azioni sono posseduti dal 10 per cento più ricco della popolazione. Sarà difficile che tutti gli altri vedano un qualche beneficio.

Nel frattempo, dal momento che il taglio delle tasse non si ripaga da solo, alla fine dovrà essere pagato in qualche altro modo – sia elevando altre tasse, che tagliando la spesa su programmi che la popolazione apprezza. Il costo di questi rialzi o tagli sarà molto meno concentrato sul 10 per cento dei più ricchi di quanto non lo siano i benefici dello sgravio fiscale originario. Dunque, è quasi certo che la grande maggioranza degli americani andrà a star peggio grazie all’unico importante successo legislativo di Trump.

Come ho detto, neppure i resoconti principalmente negativi illustrano che pessimo affare questa intera faccenda si rivela essere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] La tabella mostra – da quello che comprendo – come si sono indirizzati i profitti degli investimenti diretti: lungo la linea arancione nei dividendi, lungo quella blu in reinvestimenti. Ma l’articolo spiega perché anche questo fenomeno sia in gran parte prodotto da manovre contabili.

 

 

 

 

Argomenti per un’economia mista, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 22 dicembre 2018)

dicembre 24, 2018

 

Dec. 22, 2018

The Case for a Mixed Economy

By Paul Krugman

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A mind is a terrible thing to lose, especially if the mind in question is president of the United States. But I feel like taking a break from that subject. So let’s talk about something completely different, and probably irrelevant.

I’ve had several interviews lately in which I was asked whether capitalism had reached a dead end, and needed to be replaced with something else. I’m never sure what the interviewers have in mind; neither, I suspect, do they. I don’t think they’re talking about central planning, which everyone considers discredited. And I haven’t seen even an implausible proposal for a decentralized system that doesn’t rely on price incentives and self-interest – i.e., a market economy with private property, which most people would consider capitalism.

So maybe I’m being dense or lacking in imagination, but it seems to be that the choice is still between markets and some kind of public ownership, maybe with some decentralization of control, but still more or less what we used to mean by socialism. And everyone either thinks of socialism as discredited, or pins the label on stuff – like social insurance programs – that isn’t what we used to mean by the word.

But I’ve been wondering, exactly how discredited is socialism, really? True, nobody now imagines that what the world needs is the second coming of Gosplan. But have we really established that markets are the best way to do everything? Should everything be done by the private sector? I don’t think so. In fact, there are some areas, like education, where the public sector clearly does better in most cases, and others, like health care, in which the case for private enterprise is very weak. Add such sectors up, and they’re quite big.

In other words, while Communism failed, there’s still a pretty good case for a mixed economy – and public ownership/control could be a significant, although not majority, component of that mix. My back of the envelope says that given what we know about economic performance, you could imagine running a fairly efficient economy that is only 2/3 capitalist, 1/3 publicly owned – i.e., sort-of-kind-of socialist.

I arrive at that number by looking at employment data. What we see right away is that even now, with all the privatization etc. that has taken place, government at various levels employs about 15 percent of the work force – roughly half in education, another big chunk in health care, and then a combination of public services and administration.

Looking at private sector employment, we find that another 15 percent of the work force is employed in education, health, and social assistance. Now, a large part of that employment is paid for by public money – think Medicare dollars spent at private hospitals. Much of the rest is paid for by private insurers, which exist in their current role only thanks to large tax subsidies and regulation.

And there’s no reason to think the private sector does these things better than the public. Private insurers don’t obviously provide a service that couldn’t be provided, probably more cheaply, by national health insurance. Private hospitals aren’t obviously either better or more efficient than public. For-profit education is actually a disaster area.

So you could imagine an economy in which the bulk of education, health, and social assistance currently in the private sector became public, with most people at least as well off as they are now.

Then there are other private activities that could plausibly be public. Utilities are heavily regulated, and in some cases are publicly owned already. Private health insurance directly employs hundreds of thousands of people, with doubtful social purpose. And I’m sure I’m missing a few others.

By and large, other areas like retail trade or manufacturing don’t seem suitable for public ownership – but even there you could see some cases. Elizabeth Warren is suggesting public manufacture of generic drugs, which isn’t at all a stupid idea.

Put all of this together, and as I said, you could see an economy working well with something like 1/3 public ownership.

Now, this wouldn’t satisfy people who hate capitalism. In fact, it wouldn’t even live up to the old slogan about government controlling the economy’s “commanding heights.” This would be more like government running the boiler in the basement. Also, I see zero chance of any of this happening in my working lifetime.

But I do think it’s worth trying to think a bit beyond our current paradigm, which says that anything you could call socialist has been an utter failure. Maybe not so much?

 

Argomenti per un’economia mista,

di Paul Krugman

Il senno è una cosa terribile da perdere, specialmente se si tratta di quello del Presidente egli Stati Uniti. Ma sento di provare piacere nel prendermi una pausa su questo tema. Fatemi dunque parlare di qualcosa di completamente diverso, e probabilmente di irrilevante.

Ho avuto di recente varie interviste nella quali mi veniva chiesto se il capitalismo avesse raggiunto un punto senza sbocco, e se avesse bisogno di essere sostituito con qualcosa d’altro. Non sono mai sicuro di cosa gli intervistatori abbiano in mente; né, ho il sospetto, lo sono loro stessi. Non penso che stiano parlando di programmazione centralizzata, che tutti ritengono screditata. E non sono neppure al corrente di una improbabile proposta di un sistema decentralizzato che non si basi sugli incentivi del prezzo e dell’interesse personale – ovvero, un’economia di mercato con la proprietà privata, che la maggioranza delle persone considererebbe capitalistica.

Dunque, sto forse diventando ottuso o povero di immaginazione, ma sembra che la scelta sia ancora tra i mercati e qualche forma di proprietà pubblica, forse con qualche decentralizzazione del controllo, che è quello che continuiamo più o meno a intendere con socialismo. E tutti o pensano che il socialismo sia screditato, oppure applicano quell’etichetta su cose – come i programmi della sicurezza sociale – che non sono quello che eravamo soliti intendere con quella parola.

Ma mi sono chiesto, quanto è precisamente screditato il socialismo, in realtà? È vero, nessuno oggi immagina che il mondo abbia bisogno di una riedizione del Gosplan. Ma abbiamo effettivamente dimostrato che i mercati sono il modo migliore per fare ogni cosa? Tutto dovrebbe essere fatto dal settore privato? Io non lo penso. Di fatto ci sono alcune aree, come l’istruzione, dove nella maggioranza dei casi chiaramente il settore pubblico opera meglio, e altre, come l’assistenza sanitaria, nelle quali gli argomenti a favore dell’impresa privata sono molto deboli. Mettete assieme tali settori, e ne viene fuori qualcosa di abbastanza rilevante.

In altre parole, mentre il comunismo è fallito, ci sono ancora argomenti abbastanza buoni a favore di un’economia mista – e la proprietà/il controllo pubblico potrebbero ancora essere una componente significativa, sebbene non maggioritaria, a favore di tale combinazione. Un mio calcolo approssimativo dice che, considerato quello che conosciamo delle prestazioni economiche, si potrebbe immaginare di gestire con discreta efficienza un’economia che sia solo per 2/3 capitalistica e per 1/3 a proprietà pubblica – ovvero, più o meno socialista.

Arrivo a quel numero osservando i dati sull’occupazione. Quello che subito possiamo osservare è che, con tutta la privatizzazione che ha preso campo, il governo ai vari livelli occupa circa il 15 per cento della forza lavoro – metà della quale grosso modo nell’istruzione, un altro bel pezzo nella assistenza sanitaria, e poi una combinazione di servizi pubblici e di amministrazione.

Osservando il settore privato, scopriamo che un altro 15 per cento della forza lavoro è occupata nell’istruzione, nella sanità e nell’assistenza sociale. Ora, una larga parte di quell’occupazione è pagata con soldi pubblici – si pensi ai soldi di Medicare spesi negli ospedali privati. Una buona parte di ciò che resta è pagato dagli assicuratori privati, ed esiste nelle sue funzioni attuali solo grazie ad ampi sussidi fiscali e ai regolamenti.

E non c’è alcuna ragione per pensare che il settore privato faccia queste cose meglio di quello pubblico. Evidentemente gli assicuratori privati non forniscono un servizio che non potrebbe essere fornito, probabilmente in modo più economico, da una assicurazione sanitaria nazionale. Gli ospedali privati non sono chiaramente né migliori né più efficienti di quelli pubblici. L’istruzione a scopo di lucro è in realtà un settore disastroso.

Dunque ci si potrebbe aspettare un’economia nella quale il grosso dell’istruzione, della sanità, della assistenza sociale attualmente nel settore privato divenga pubblico, con la maggioranza delle persone che andrebbero almeno a star meglio di oggi.

Poi ci sono altre attività private che potrebbero plausibilmente essere pubbliche. I servizi pubblici sono pesantemente regolamentati, e in qualche caso sono già posseduti dal pubblico. L’assicurazione sanitaria privata impiega direttamente centinaia di migliaia di persone, con un beneficio sociale dubbio. E sono certo che me ne sfuggono alcuni altri.

In generale, altre aree come il commercio al dettaglio o il settore manifatturiero non sembrano adatte alla proprietà pubblica – ma persino in quei casi si potrebbero individuare alcune ipotesi. Elizabeth Warren sta suggerendo una manifattura pubblica per farmaci generici, che non è affatto un’idea stupida.

Mettete assieme tutto questo e, come ho detto, potreste considerare che un’economia funziona bene con qualcosa come 1/3 di proprietà pubblica.

Ora, questo non soddisfarebbe le persone che odiano il capitalismo. Di fatto, non sarebbe neppure all’altezza del vecchio slogan sul controllo governativo sui “vertici di comando” dell’economia. Assomiglierebbe di più ad un governo che fa funzionare la caldaia in cantina. Inoltre, non vedo alcuna possibilità che accada una cosa del genere nel corso della mia esistenza lavorativa.

Ma penso davvero che valga la pena di ragionare un po’ oltre il nostro attuale paradigma, secondo il quale tutto quello che si potrebbe definire socialista è stato un completo fallimento. Lo è stato per davvero?

 

 

 

 

 

 

La Brexit, i confini e la Banca di Inghilterra (per esperti) (dal blog di Paul Krugman, 30 novembre 2018)

dicembre 3, 2018

 

Nov. 30, 2018

Brexit, Borders, and the Bank of England (Wonkish)

By Paul Krugman

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A few days ago the Bank of England released a report on the possible macroeconomic impact of Brexit. The most pessimistic scenarios were eye-poppingly bad – see Figure 1 — showing a worse slump than the one that followed the 2008 financial crisis. Not surprisingly, Brexit opponents seized on the report, while supporters accused the BoE of engaging in scare tactics.

 

Figure 1 Bank of England

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I personally think Brexit is a mistake, but was puzzled by how big some of the numbers were; I tweeted about that, and the BoE reached out to me to offer some explanation of what was going on in their analysis. What I want to do here is, first, to recount my understanding of their logic; then offer my own views on what a reasonable Brexit projection might assume for both the short and the long run.

  1. Brexit according to the BoE

First things first: the people I spoke to at the BoE were adamant that they were not trying to scare people, push them into accepting Theresa May’s deal, or anything like that. By their account, this report was about financial stability, assessing the robustness of the banks in the face of possible shocks. The very negative scenarios that caught everyone’s attention weren’t projections, but rather an attempt to game out the consequences if the worst happened.

But where did these negative scenarios come from?

When economists try to assess changes in trade policy, they normally use some kind of “computable general equilibrium” (CGE) model. These models attempt to take account of the impacts of trade policy on consumption, production, and the allocation of resources. And there has been quite a lot of CGE modeling of Brexit.

This modeling is tricky because Brexit isn’t about tariffs, which we know how to represent; it’s about invisible barriers to trade arising from the end of open border to goods movements and so on. Still, plausible assumptions give us some sense of the magnitudes. My own rough estimate was 2% of GDP in perpetuity; other estimates run higher, but generally in the 3-4% range.

But the BoE’s worst-case scenario shows a cost exceeding 10% of GDP, around three times what a CGE would tell you. Where’s that coming from?

Part of the answer is that the BoE includes some non-standard effects of trade: they assume that reduced trade (and foreign direct investment) will reduce productivity more than the direct impacts on resource allocation would predict. They cite some statistical evidence, but it’s important to realize that this is black-box, reduced-form stuff: there’s no explicit mechanism through which it’s supposed to happen.

However, these assumed nonstandard effects aren’t what’s driving the really bad scenarios; they only, as I understand it, contribute something like 1 percentage point of GDP to the predicted costs.

What’s key to the very bad results is, instead, the disruption that might come with a hard Brexit. Right now, goods flow into and out of Britain with minimal frictions. After Brexit, there would have to be customs inspections, and the UK doesn’t have remotely enough customs infrastructure to do the job. The result would be huge delays at Dover and other ports, with queues of trucks backing up for many miles on motorways, just-in-time production massively disrupted, and more.

That disruption is what’s driving the terrible scenarios. Notice that this analysis says that the costs of leaving the EU are much higher than the GDP that would have been foregone if Britain had never entered the EU, and therefore had the customs infrastructure to deal with trade flows in place.

OK, that’s what I understand about the BoE analysis. What do I think about it?

  1. Would it really be that bad?

So, about the BoE’s purpose in issuing this report: if it wasn’t intended to scare people, the Bank was extraordinarily naïve in not realizing how it would be reported and read. They really led with their chin here.

On the substance: I’m skeptical about the supposed effects of trade on productivity. I know that there’s some evidence for such effects; trade seems to favor more productive firms. But relying a lot on effects we can’t model seems dubious.

In particular, I have strong memories of the openness-growth debacle of the 1990s. At the time, there were many statistical studies purporting to find that open, outward oriented developing countries had much higher growth rates than inward-looking economies. This was interpreted to mean that countries that had tried to industrialize by protecting domestic markets could achieve Asian-type growth rates if they liberalized trade.

As it turned out, the supposed statistical evidence on openness and growth was quite suspect. And when massive trade liberalization happened in places like Mexico, the hoped-for growth miracles didn’t materialize.

So I would treat that channel of Brexit losses as questionable. But what I learned from the BoE is that it’s not that central to the analysis.

What about disruption at the borders? This could indeed be a huge problem.

What’s puzzling about the scenarios shown in Figure 1 is that they show these disruptions going on for multiple years, with barely any abatement. Really? Britain is an advanced country with high administrative capacity – the kind of country that history shows can cope well with huge natural disasters, and even wars. Would it really have that much trouble hiring customs inspectors and installing computers to recover from an 8 or 10 percent drop in GDP?

And even in the short run, I wonder why Britain couldn’t follow the old prescription, “When all else fails, lower your standards.” If laxer enforcement, special treatment for trusted shippers, whatever, could clear the bottlenecks at the ports, wouldn’t that be worth it, despite the potential for fraud, as a temporary measure?

That said, it’s truly amazing that Britain finds itself in this position. If the downsides are anywhere close to what the BoE asserts, given the risk – which we’ve known for a long time was substantial – of a hard Brexit, it was an act of utter folly not to have put in backup capacity at the borders. We can’t possibly be talking about all that much money, and the Brexit vote was more than two years ago. What has the UK government been doing?

All in all, it’s quite a spectacle. Whether you’re pro-Brexit or anti, you should be horrified and outraged at how the issue has been handled.

 

La Brexit, i confini e la Banca di Inghilterra (per esperti),

di Paul Krugman

Pochi giorni fa la Banca di Inghilterra ha pubblicato un rapporto sul possibile impatto macroeconomico della Brexit. Gli scenari più pessimistici erano in modo impressionante negativi – vedi la Figura 1 – mostrando una recessione peggiore di quella che seguì la crisi finanziaria del 2008. Non sorprendentemente, gli oppositori della Brexit hanno colto al volo il rapporto, mentre i sostenitori hanno accusato la BoE di impegnarsi in tattiche terroristiche.

 

Figura 1. Banca di Inghilterra

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[1]

Personalmente penso che la Brexit sia un errore, ma sono perplesso su quanto alcuni di questi dati siano grandi; ho scritto un tweet sull’argomento e la BoE si è messa in contatto con me per offrirmi qualche spiegazione su come aveva proceduto la loro analisi. Quello che intendo fare con questo post è, anzitutto, esporre quello che capisco della loro logica; poi offrire i miei punti di vista su quello che una previsione ragionevole della Brexit potrebbe comportare sia nel breve che nel lungo termine.

 

  1. La Brexit secondo la BoE

Andiamo con ordine: le persone con le quali ho parlato alla BoE sono state irremovibili nel negare che stessero cercando di spaventare la gente, spingendola ad accettare l’accordo proposta da Theresa May, o qualcosa di simile. Secondo loro, questo rapporto ha riguardato la stabilità finanziaria, stimando la solidità delle banche a fronte di possibili traumi. Gli scenari molto negativi che hanno attirato l’attenzione di tutti non erano previsioni, ma piuttosto un tentativo di simulare le conseguenze, se fosse accaduto il peggio.

Ma da dove derivavano quegli scenari negativi?

Quando gli economisti cercano di stimare mutamenti nella politica commerciale, normalmente usano un modello del genere di un “equilibrio generale stimabile” (CGE). Questi modelli cercano di mettere nel conto gli impatti della politica commerciali sui consumi, sulla produzione e sulla allocazione delle risorse. E sono stati utilizzati un bel po’ di modelli CGE nel fare previsioni sulla Brexit.

Queste modellazioni sono difficoltose perché la Brexit non riguarda le tariffe, che sappiamo come rappresentare; riguardano le invisibili barriere al commercio che si sviluppano a seguito della fine dei confini aperti e quello che ne consegue. Eppure, assunti plausibili ci danno una qualche idea delle grandezze. La mia personale approssimativa stima era un 2% del PIL in perpetuo; altre stime si collocano più in alto, ma in generale in un intervallo tra il 3 ed il 4%.

Ma lo scenario dell’ipotesi peggiore della BoE mostra un costo che supera il 10% del PIL, circa tre volte quello che vi direbbe un modello CGE. Da dove viene fuori tale stima?

In parte la risposta consiste nel fatto che la BoE include alcuni effetti sul commercio non comuni: considerano che la riduzione del commercio (e degli investimenti diretti degli stranieri) ridurrà la produttività maggiormente di quanto gli impatti diretti sulla allocazione delle risorse farebbero prevedere. Citano alcune prove statistiche, ma è importante rendersi conto che questa è, in forma ridotta, una roba da ‘scatola nera’: non c’è alcun meccanismo esplicito attraverso il quale si suppone che accada.

Tuttavia, questi ipotizzati effetti non comuni non sono quelli che spingono a quei pessimi scenari; per quanto capisco, essi contribuiscono soltanto a qualcosa come 1 punto percentuale di PIL sui costi previsti.

Quello che è fondamentale in quei pessimi risultati, invece, è la perturbazione che potrebbe derivare da una Brexit dura. In questo momento, i prodotti circolano dentro e fuori dall’Inghilterra con frizioni minime. Dopo la Brexit, ci dovrebbero essere ispezioni doganali, e il Regno Unito non avrebbe neanche lontanamente sufficiente infrastrutture doganali per fare un lavoro del genere. Il risultato sarebbero ampi ritardi a Dover e in altri porti, con conseguenze di code di camion per molte miglia sulle autostrade, disagi massicci nella produzione ‘a flusso continuo’, ed altro ancora.

Sono tali perturbazioni che conducono agli scenari terribili. Si noti che secondo questa analisi i costi del lasciare l’Unione Europea sarebbero molto maggiori del PIL a cui si sarebbe rinunciato se l’Inghilterra non fosse mai entrata nell’UE, e di conseguenza avesse avuto le infrastrutture doganali per misurarsi con flussi commerciali al proprio posto.

Questo è quello che comprendo della analisi della BoE. Che cosa ne penso?

 

2. Sarebbe così negativo? 

Dunque, a proposito dello scopo che si è proposta la BoE nel pubblicare questo rapporto: se essa non intendeva spaventare la gente, è stata straordinariamente ingenua nel non comprendere come esso sarebbe stato riportato e letto. Si sono davvero esposti a quelle reazioni.

Quanto alla sostanza: sono scettico sui supposti effetti del commercio sulla produttività. So che ci sono alcune prove di tali effetti; il commercio sembra favorire le imprese più produttive. Ma basarsi molto su effetti che non possiamo esprimere in modelli appare dubbio.

In particolare, ho forti ricordi della debacle della crescita basata sulla apertura degli anni ’90. A quei tempi, c’erano molti studi statistici che si proponevano di scoprire che i paesi in via di sviluppo aperti, orientati verso l’esterno, avessero tassi di crescita molto più elevati delle economie che si rivolgevano all’interno. Questo veniva interpretato come se comportasse che i paesi che avevano cercato di industrializzarsi proteggendo i mercati nazionali potevano ottenere tassi di crescita di tipo asiatico se avessero liberalizzato il commercio.

Come si scoprì, le presunte prove statistiche su crescita ed apertura erano abbastanza sospette. E quando una massiccia liberalizzazione del commercio avvenne in luoghi come il Messico, i miracoli attesi per la crescita non si materializzarono.

Dunque tratterei quel canale delle perdite da addebitare alla Brexit come dubbio. Ma quello che ho appreso dalla BoE è che esso non è così fondamentale nella loro analisi.

Che dire dei disordini ai confini? Questo potrebbe essere in effetti un grande problema.

Quello che mi sconcerta negli scenari mostrati nella Figura 1 è che essi mostrano queste perturbazioni andare avanti per molti anni, con appena minime diminuzioni. È davvero così? L’Inghilterra è un paese avanzato con elevata capacità amministrativa – il genere di paese che la storia dimostra può misurarsi bene con grandi disastri naturali e anche con guerre. Davvero avrebbe grande difficoltà ad assumere ispettori delle dogane e a installare computer per riprendersi da una caduta dell’8 o 10 per cento nel PIL?

Ed anche nel breve periodo, mi chiedo perché l’Inghilterra non potrebbe seguire la vecchia prescrizione: “Quando tutto il resto non funziona, abbassate i vostri standard”. Se una applicazione più permissiva, un trattamento speciale gli amministratori fiduciari, qualsiasi cosa, potrebbe liberare le strozzature nei porti, non varrebbe la pena di farlo come misura transitoria, nonostante la possibilità di frodi?

Ciò detto, è davvero sconcertante che l’Inghilterra si ritrovi in questa condizione. Se gli svantaggi sono dappertutto del genere di quello che la BoE asserisce, dato il rischio – che da tempo sappiamo essere sostanziale – di una Brexit dura, è stato un atto di completa follia non aver messo in emergenza la capacità operativa ai confini. Forse non staremmo a parlare di tutti quei soldi, e il voto per la Brexit è stato due anni orsono. Cosa ha fatto il Governo del Regno Unito?

Nel complesso, è davvero uno spettacolo. Che siate a favore o contrari alla Brexit, dovreste essere terrorizzati e scandalizzati da come la faccenda è stata gestita.

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] La foto della Tabella non appare intera e ci sono termini che non comprendo. In ogni caso, si mostrano i risultati in termini di PIL le prospettive dei vari scenari. Essa vanno da un minimo di – 1/ – 3 (soluzione di collaborazione) ad un massimo di – 7/ – 10 (nessun accordo).

 

 

 

 

 

 

 

Il taglio delle tasse e la bilancia dei pagamenti (per esperti), (dal blog di Paul Krugman, 14 novembre 2018)

novembre 16, 2018

 

Nov. 14, 2018

The Tax Cut and the Balance of Payments (Wonkish)

By Paul Krugman

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Now that Democrats have taken the House, it seems likely that the Tax Cuts and Jobs Act will turn out to have been the only major piece of legislation enacted under Donald Trump. There might conceivably be an infrastructure bill, but don’t get your hopes up: Trump’s people seem dead set against straightforward public spending, i.e., just building the damn infrastructure, and Democrats probably won’t agree to privatization disguised as public investment.

Now, the TCJA played almost no role in the midterms: Republicans dropped it as a selling point, focusing on fear of brown people instead, while Democrats hammered health care. But now that the election is past, it seems like a good idea to revisit the bill and its effects. What I want to focus on in this piece is the effects on the balance of payments.

Why the balance of payments? Because the theory of the case – the not-necessarily-stupid rationale for the corporate tax cuts at the heart of the bill – depended crucially on claims about what tax cuts would do to international movements of capital. So one important piece of any attempt to assess the results so far involves looking at the balance of payments changes since the lower tax rate went into effect.

And looking at those changes in the balance of payments also offers a good way to debunk some of the fallacies that all too often creep in when we discuss these issues. So let’s dive in, beginning with a recap of how the TCJA’s supporters claimed it would work.

What tax cuts were supposed to do

A tax cut for corporations looks, on its face, like a big giveaway to stockholders, mainly bypassing ordinary families: of stocks held by Americans, 84 percent are held by the wealthiest 10 percent; 35 percent of U.S. stocks are held by foreigners.

The claim by tax cut advocates was, however, that the tax cut would be passed through to workers, because we live in an integrated global capital market. There were multiple reasons not to believe this argument in practice, but it’s still worth working through its implications.

illustrated this argument with a simple diagram (simple for economists – I told you this was wonkish), reproduced as Figure 1. The figure shows the marginal product of capital – the increment to GDP from an additional unit of capital – as a function of the capital stock. If we provisionally (and wrongly) assume perfect competition, this marginal product will also be the rate of return on investment. Meanwhile, GDP is the area under the curve MPK up to the level of the current capital stock.

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Figure 1

What tax-cut advocates argued was that the rate of return in the U.S., net of taxes, is set by global forces. Suppose that there is a global rate of return r*; then the U.S. will have to offer r*/(1-t), where t is the corporate tax rate.

Now imagine cutting t; the figure shows a complete elimination of corporate taxes, but the logic is the same for simply reducing the rate. This should lead to inflows of capital from abroad, increasing the capital stock, which both raises GDP and reduces the rate of return. In the end the after-tax return on capital should be back where it started, with all of the tax cut passed through to wages instead.

The crucial point, however, is that for this to happen you have to have a large increase in the physical stock of capital – it’s not an immaculate financial transaction. This in turn means that those inflows of capital have to enable a massive wave of real investment in plant and equipment. That doesn’t necessarily mean directly importing machinery; it could mean importing consumer goods or exporting less stuff of our own, either way freeing up resources for producing capital goods here at home. But the logic of the pro-tax cut case depends on the cut facilitating a period of large trade deficits. (I don’t think anyone told Trump about this.)

This is not, however, the way most reporting on the issue has framed it. Instead, reports have mostly focused on corporations moving funds home from their overseas subsidiaries, and asked what they are doing with that money. That’s not exactly wrong, but “moving money home” doesn’t mean what people think it means, and is very loosely connected to the important economic issue here.

On “moving money home”

U.S. corporations have large assets overseas. Some of these assets reflect past investments made for fundamental business reasons – e.g., auto plants built to serve foreign markets. But a lot of those overseas assets reflect tax avoidance strategies.

Here’s how that works: a U.S. company manipulates transactions with an overseas subsidiary in a low-tax jurisdiction like Ireland so as to make profits, wherever they’re actually earned, appear on the books of the subsidiary rather than the home company. For example, the company may pay inflated prices for components it buys from the subsidiary, or assign the subsidiary patents and licenses on which it pays large royalties. These shifted profits then show up in the data as investments abroad, even though they may not correspond to anything real, as is clearly the case for much foreign investment in Ireland.

International tax avoidance is, by the way, a big deal. Gabriel Zucman and his colleagues have shown that we’re talking about trillions of dollars of assets and many billions in lost tax revenue.

Now, when the U.S. reduces its corporate tax rate, this reduces the incentive to engage in such schemes: corporations don’t have to go to Ireland to avoid taxes, they can do it right here in the U.S.A. So you would expect the tax cut to lead to repatriation of assets, and that’s indeed what happened. The Bureau of Economic Analysis, which produces our balance of payments statistics, had a very helpful box on the effects of the TCJA in its latest report on international transactions that included a striking chart on the impact on multinational corporations (Figure 2). Following the tax law’s enactment, U.S. firms had their subsidiaries pay the home company huge dividends; the counterpart of these dividends, on paper, was a sharp drop in investment overseas.

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Figure 2 Bureau of Economic Analysis

But what did these big numbers correspond to in reality? Quite possibly nothing.

Imagine a U.S. company whose overseas subsidiary has $1 billion in a London bank account. Following the enactment of the tax cut, it decides to transfer that $1 billion back to the parent company – but the parent keeps the money where it is. In that case the balance of payments statistics show a big drop in net direct investment abroad, because the parent firm is reducing its apparent stake in the subsidiary. But the reality is that the company still owns that same $1 billion in London – it has just shifted from owning it indirectly via the subsidiary to holding it directly. It’s just accounting, with no real-world effect.

Of course, the company could choose not to keep that $1 billion in a London bank; it might do something else with it, such as buy shares back from its stockholders. But what happens to the money then? The shareholders might themselves buy assets overseas; even if they buy stock here, whoever sells them the stock might invest the proceeds abroad.

In other words, looking at corporate financial maneuvering after the tax cut doesn’t really tell us anything about whether the cut is, in fact, attracting global capital into the United States. To make that assessment, we need to look at net sales of assets to foreigners by the U.S. as a whole – or, equivalently, at our net sales of goods and services, because the balance of payments always balances: the trade balance is by definition the inverse of the net capital inflow.

What actually happened to capital inflows?

If we’re trying to assess the possible effects of the TCJA on the U.S. ability to invest, we need to know how much, if at all, it promoted true inflows of capital – resources made available to the United States that let us invest more than we ourselves are saving. These inflows can be measured two different ways. One is to look directly at the international financial account: asset transactions with foreigners, where selling assets is an inflow and buying assets an outflow. The other is to look indirectly at the difference between sales and purchases of goods and services, because the trade balance broadly defined (including investment income) – aka the balance on current account – is the flip side of capital inflows.

In principle these two methods should give the same result. In practice there is sometimes a significant “statistical discrepancy,” probably because some financial transactions don’t end up being properly reported. This is less of an issue for goods and services, although some of the same strategies used for tax avoidance can distort this balance too. Anyway, I’ve prepared a little chart showing quarterly measures of capital inflow since 2016, by both methods (Figure 3.)

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Figure 3 Bureau of Economic Analysis

There are big statistical discrepancies in a few quarters. As I like to say, in the fourth quarter of 2017 America was a big exporter of errors and omissions. But overall the data tell a consistent story about what has happened to capital inflows since the tax cut went into effect, which is … nothing much. That elaborate financial dance between corporations and their subsidiaries seems, in fact, to be an accounting maneuver with little real-world relevance. The international consequences of the tax cut appear to be minimal.

And that’s a big deal, because promoting capital inflows was at the heart of the halfway reasonable argument for the tax cut. So far, that argument appears to be not totally stupid, but also, as it happens, quite wrong.

The big giveaway

On its face, a corporate tax cut looks like a big giveaway to stockholders. Proponents of the TCJA claimed that this was misleading, because large capital inflows would ensure that the cut went to workers instead. But there’s no sign of those big inflows, so what looks like a big giveaway to stockholders is, in fact, a big giveaway to stockholders.

And about 35 percent of that giveaway is to foreigners, so the tax cut makes America as a whole poorer.

Can we see this in the data? Unfortunately, I don’t think it’s possible to extract this signal from the noise. If corporations returned all of the tax cut to stockholders via increased dividends, you might be able to see it in increased payments of investment income to foreigners. But much of it was used for stock buybacks, which won’t show up in the same way.

True, stock buybacks should raise the price of the stocks remaining, and you could try to allocate 35 percent of this capital gain to foreigners. When Trump boasts about rising stocks, or laments declines that he blames on Democrats, remember: higher stock prices actually make America poorer, because they don’t add anything to our real wealth while increasing foreign claims on the nation as a whole.

But stocks fluctuate so much, for so many reasons (or no reason at all), that I don’t think it’s productive to try and guess how much of that fluctuation is due to the tax cut. Better to focus on the fundamentals: corporate taxes have been cut by around $100 billion a year, so that’s around $35 billion going to foreigners.

OK, that concludes my wonkiness here. The moral of this story is that the tax cut seems to have produced some biggish financial activity on the part of corporations, but it’s all basically accounting maneuvers signifying nothing. A balance of payments perspective, like other perspectives, points to a tax cut that, surprise, cut taxes on corporations, but had few real consequences for the economy.

 

Il taglio delle tasse e la bilancia dei pagamenti (per esperti),

di Paul Krugman

Ora che i democratici hanno conquistato la Camera dei Rappresentanti, sembra che si scoprirà che la Legge sul Taglio delle Tasse e sui Posti di Lavoro (TCJA) sarà stata l’unico pezzo importante di legislazione approvata sotto Donald Trump. Ci potrebbe plausibilmente essere una proposta di legge sulle infrastrutture, ma non sperateci tanto: le gente di Trump sembra risoluta a procedere contro la spesa pubblica, cioè contro la costruzione delle dannate infrastrutture, e i democratici probabilmente non saranno d’accordo con una privatizzazione mascherata da investimento pubblico [1].

Ora, la TCJA non ha giocato quasi alcun ruolo nelle elezioni di medio termine: i repubblicani l’hanno scaricata come argomento di propaganda, concentrandosi invece sulla paura per la gente di colore, mentre i democratici hanno picchiato sulla assistenza sanitaria. Ma adesso che le elezioni sono passate, sembra una buona idea rivisitare la legge e i suoi effetti. Quello su cui voglio concentrarmi in questo articolo sono gli effetti sulla bilancia dei pagamenti.

Perché la bilancia dei pagamenti? Perché la teoria in questione – la logica non necessariamente stupida dei tagli alle tasse per le società al cuore della legge – dipendeva in modo fondamentale dalle pretese relative a cosa i tagli alle tasse avrebbero provocato nei movimenti internazionali del capitale. Dunque un aspetto importante di ogni tentativo di stimare i risultati sino a questo punto, concerne l’osservazione dei mutamenti nella bilancia dei pagamenti dal momento in cui l’aliquota fiscale più bassa è entrata in funzione.

E l’osservazione di questi mutamenti nella bilancia dei pagamenti offre anche un buon modo per confutare alcuni degli errori che anche troppo spesso si insinuano quando si dibattono questi temi. Dunque immergiamoci, partendo da una ricapitolazione su come i sostenitori della TCJA sostenevano che avrebbe funzionato.

Cosa si pensava che i tagli alle tasse avrebbero prodotto

Un taglio delle tasse alle società, di per sé, sembra un gran regalo agli azionisti, che fondamentalmente aggira le famiglie ordinarie: l’84 per cento delle azioni detenute dagli americani appartengono al 10 per cento dei più ricchi; il 35 per cento delle azioni statunitensi appartengono agli stranieri.

La pretesa dei sostenitori del taglio alle tasse, tuttavia, era che esso sarebbe finito ai lavoratori, poiché viviamo in un mercato globale dei capitali integrato. In pratica, c’erano molte ragioni per non credere a questo argomento, ma vale ancora la pena di lavorare sulle sue implicazioni.

Illustrai questa tesi con un semplice diagramma (semplice per gli economisti – ve l’avevo detto che era per esperti), riprodotto nella Figura 1. Essa mostra il prodotto marginale del capitale – l’incremento del PIL che deriva da una unità aggiuntiva di capitale – come una funzione della riserva di capitale. Se assumiamo a titolo provvisorio (e sbagliando) una competizione perfetta, questo prodotto marginale sarà anche il tasso di rendimento dell’investimento. Nello stesso tempo, il PIL è l’area sottostante la curva MPK sino al livello dell’attuale riserva di capitale.

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Figura 1

Quello che i difensori del taglio alle tasse sostenevano era che il tasso di rendimento negli Stati Uniti, al netto delle tasse, era definito da fattori globali. Supponiamo che ci sia un tasso di rendimento globale pari a r*; allora gli Stati Uniti dovranno offrire r*/(1-t), dove t è l’aliquota fiscale delle società.

Ora si immagini di tagliare t; la figura mostra una eliminazione completa delle tasse delle società, ma la logica è la stessa per la semplice riduzione dell’aliquota. Questo dovrebbe portare a flussi di capitale dall’estero che aumentano la riserva di capitale e che incrementano il PIL e riducono il tasso di rendimento. Alla fine il rendimento del capitale dopo le tasse dovrebbe tornare dove era partito, mentre l’intero taglio fiscale passerà ai salari.

Il punto cruciale, tuttavia, è che perché le cose vadano in questo modo occorre un ampio incremento nella riserva fisica di capitale – non può essere un’immacolata transazione finanziaria. Questo a sua volta significa che quei flussi di capitale devono rendere possibile una massiccia ondata di investimenti reali in stabilimenti ed attrezzature. Questo non comporta necessariamente importazione diretta di macchinari; potrebbe comportare importazione di beni di consumo o una esportazione minore di nostre merci, in entrambi i casi liberando risorse per produrre beni di capitale fisso a casa nostra. Ma la logica dell’argomento favorevole al taglio delle tasse dipende dal fatto che il taglio faciliti un periodo di ampi deficit commerciali (non penso che nessuno abbia parlato di questo a Trump).

Non è questo il modo, tuttavia, nel quale la maggioranza dei resoconti sul tema lo inquadrano. Invece, nella maggioranza dei casi essi si concentrano sui movimenti dei fondi delle società sulle loro sussidiarie estere, e si chiedono cosa stanno facendo con quel denaro. Ciò non è affatto sbagliato, ma “portare il denaro in patria” non significa quello che le persone pensano, e in questo caso è connesso molto strettamente con un importante tema economico.

Sul “portare il denaro in patria”

 Le società statunitensi hanno grandi asset oltreoceano. Alcuni di questi asset riflettono investimenti passati fatti per fondamentali ragioni di impresa – ad esempio, stabilimenti automobilistici costruiti al servizio di mercati stranieri. Ma una gran quantità di quegli asset riflettono strategie di elusione fiscale.

Ecco come funziona: una società statunitense manipola le transazioni con una sussidiaria estera in una giurisdizione con basse tasse come l’Irlanda, in modo tale che il fare profitti, ovunque essi siano stati guadagnati, appaia sui libri contabili della sussidiaria anziché su quella della casa madre. Ad esempio, la sussidiaria può gonfiare i prezzi a cui essa acquista dalla sussidiaria, oppure assegnare alla sussidiaria brevetti e licenze sulle quali essa paga royalty elevate. Questi profitti spostati emergono dunque nei dati degli investimenti all’estero, anche se possono non corrispondere a niente di reale, come è chiaramente il caso di buona parte degli investimenti stranieri in Irlanda.

Per inciso, l’elusione fiscale internazionale è una grande questione. Gabriel Zucman e i suoi colleghi hanno dimostrato che stiamo parlando di migliaia di miliardi di dollari di asset e di molti miliardi di entrate fiscali perse.

Ora, quando gli Stati Uniti riducono la loro aliquota fiscale delle società, questo riduce l’incentivo a impegnarsi in tali schemi: le società non devono andare in Irlanda per eludere le tasse, possono farlo proprio qua negli Stati Uniti. Dunque, ci si aspetterebbe che il taglio delle tasse porti al rimpatrio degli asset, ed è in effetti quello che è accaduto. L’Ufficio di Analisi Economica, che elabora le statistiche della nostra bilancia dei pagamenti, nel suo ultimo rapporto sulle transazioni internazionali aveva una casella molto utile sugli effetti della TCJA, che includeva un impressionante diagramma sull’impatto sulle società multinazionali (Figura 2). A seguito della entrata in funzione della legge fiscale, le imprese statunitensi hanno dovuto far pagare alle loro sussidiarie grandi dividendi alla casa madre; la contropartita di questi dividendi, sulla carta, è stata un brusco calo degli investimenti all’estero.

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Figura 2 Ufficio di Analisi Economica

Ma in realtà che cosa ha reso equivalenti questi grandi numeri? Abbastanza verosimilmente, niente.

Si immagini una società statunitense la cui sussidiaria oltreoceano abbia un miliardo di dollari in un conto corrente di una banca londinese. A seguito dell’entrata in funzione del taglio delle tasse, essa decide di trasferire quel miliardo di dollari alla società principale – ma la società madre decide di tenere i soldi dove sono. In quel caso le statistiche della bilancia dei pagamenti mostrano una grande caduta negli investimenti diretti all’estero, poiché la società madre sta riducendo il suo apparente interesse nella sussidiaria. Ma la verità è che la società ancora possiede quello stesso miliardo di dollari a Londra – ha solo spostato il suo possesso indiretto tramite la sussidiaria ad un possesso diretto. Si tratta solo di contabilità, senza alcun effetto sulla realtà.

Naturalmente, la società potrebbe scegliere di non tenere quel miliardo in una banca di Londra; potrebbe farci qualcosa, come riacquistare azioni dai suoi azionisti. Ma allora cosa accade al denaro? Gli azionisti potrebbero essi stessi acquistare asset all’estero: persino se acquistassero qua le azioni, chiunque le venda potrebbe investire i ricavi all’estero.

In altre parole, osservare le manovre finanziarie delle società dopo il taglio delle tasse non ci dice niente sulla circostanza che il taglio stia attraendo effettivamente capitale globale negli Stati Uniti. Per esprimere quel giudizio, abbiamo bisogno di osservare le vendite nette di asset agli stranieri da parte degli Stati Uniti nel loro complesso – oppure, in modo equivalente, le nostre vendite nette di beni e servizi, dato che la bilancia dei pagamenti è sempre in equilibrio: per definizione la bilancia commerciale è l’inverso del flusso netto di capitali.

In realtà, cosa è successo ai flussi dei capitali?

Se stiamo cercando di osservare i possibili effetti della Legge sugli sgravi fiscali sulla capacità degli Stati Uniti di investire, abbiamo bisogno di conoscere quanto essa ha promosso flussi effettivi di capitali, ammesso che ne abbia promosso qualcuno – ovvero risorse rese disponibili per gli Stati Uniti che ci consentano di investire più di quello che stiamo risparmiando. Questi flussi possono essere misurati in due modi diversi. Uno consiste nell’osservare direttamente la contabilità finanziaria internazionale: le transazioni di asset con gli stranieri, dove la vendita di asset è un flusso in ingresso e l’acquisto di asset un flusso in uscita. L’altro è osservare indirettamente la differenza di vendite e acquisti di beni e servizi, poiché la bilancia commerciale generalmente definita (inclusi i redditi degli investimenti) – ovvero la bilancia di conto corrente – è l’altra faccia dei flussi di capitale.

In via di principio, questi due metodi dovrebbero offrire lo stesso risultato. In pratica, talvolta c’è una significativa “discrepanza statistica”, probabilmente perché alcune transazioni finanziarie alla fine non vengono correttamente resocontate. Questo è meno realistico di una valutazione sui beni e servizi, per quanto alcune delle strategie utilizzate per l’elusione fiscale possono distorcere anche questa bilancia. In ogni modo, ho preparato un piccolo diagramma che mostre misurazioni di flussi di capitali dal 2016, con entrambi i metodi (Figura 3):

 

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Figura 3. Ufficio di Analisi Economica

 Ci sono grandi discrepanza statistiche in un certo numero di trimestri. Come sono solito dire, nel quarto trimestre del 2017 l’America fu una grande esportatrice di errori ed omissioni. Ma nel complesso i dati ci raccontano una storia coerente su quello che è accaduto ai flussi di capitali dal momento che il taglio delle tasse è entrato in funzione, ovvero … non granché. La complicata danza finanziaria tra le società e le loro sussidiarie sembra, di fatto, essere una manovra di contabilità con poco rilievo per il mondo reale. Le conseguenze internazionali degli sgravi fiscali appaiono minime.

E questa è una grande questione, perché promuovere flussi di capitali era al cuore della argomentazione provvista di un minimo di ragionevolezza per i tagli. Sinora quella argomentazione sembra non essere totalmente stupida, eppure, si dà il caso, piuttosto sbagliata.

 Il gran regalo

Per quello che si vede, un grande taglio fiscale alle società appare simile ad un gran regalo agli azionisti. I proponenti della TCJA sostenevano che questo era fuorviante, perché ampi flussi di capitali assicurerebbero che gli sgravi finiscano piuttosto ai lavoratori. Ma non c’è segno di questi grandi flussi, dunque quello che somiglia ad un grande regalo agli azionisti, di fatto, è un grande regalo agli azionisti.

E circa il 35 per cento di quel regalo va agli stranieri, cosicché il taglio delle tasse rende l’America nel suo complesso più povera.

Possiamo vedere questo dai dati? Sfortunatamente, non penso sia possibile estrarre questo indicatore da tutto il frastuono. Se le società hanno restituito l’intero sgravio fiscale agli azionisti attraverso accresciuti dividendi, potreste essere capaci di osservarlo in maggiori pagamenti dei redditi di investimento agli stranieri. Ma molto di ciò è stato utilizzato per riacquistare azioni, la qual cosa non si mostrerà nello stesso modo.

È vero, il riacquisto delle azioni dovrebbe far salire il prezzo delle azioni rimanenti, e si potrebbe cercare di allocare il 35 per cento di questi profitti da capitale agli stranieri. Quando Trump si vanta delle azioni in ascesa, o si lamenta per i declini che attribuisce alle colpe dei democratici, ricordate: i prezzi più alti delle azioni in realtà rendono l’America più povera, giacché non aggiungono niente alla nostra ricchezza reale mentre accrescono le pretese straniere verso la nazione nel suo complesso.

Ma le azioni fluttuano talmente, per così tante ragioni (o per nessuna ragione), che io non penso sia produttivo fare congetture su quanta fluttuazione sia dovuta al taglio fiscale. Meglio concentrarsi sui fondamentali: le tasse sulle società sono state tagliate di circa 100 miliardi di dollari all’anno, dunque circa 35 miliardi di dollari stanno andando agli stranieri.

Con il che si conclude il mio lavoro di cultore della materia. La morale di questa storia è che il taglio alle tasse sembra aver prodotto un lavorio finanziario un po’ maggiore da parte delle società, ma sono fondamentalmente manovre di contabilità che non significano niente. Una prospettiva della bilancia dei pagamenti, come altre prospettive, mostra un taglio delle tasse che, guarda un po’, taglia le tasse sulle società, ma ha poche conseguenze reali per l’economia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] La previsione che l’unico atto legislativo rilevante, alla fine, sarà il taglio delle tasse, deriva anche dal fatto che la maggioranza dei democratici alla Camera – che ha competenza in generale sulla legislazione economica – impedirà d’ora innanzi i pochi provvedimenti che sono nel cuore dei repubblicani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Che diavolo è successo al Brasile? (dal blog di Paul Krugman, 9 novembre 2018)

novembre 12, 2018

 

Nov. 12. 2018

What the Hell Happened to Brazil? (Wonkish)

By Paul Krugman

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I think I can now take some time off from the U.S. political crisis to talk about events elsewhere. So, as the headline says, what the hell happened to Brazil?

I’m actually not talking about the recent election, in which Brazil’s voters chose someone who appears to be an actual fascist. I’m as horrified as anyone else. However, I have no knowledge whatsoever of Brazilian politics. On the other hand, the backdrop to that election was Brazil’s extraordinary economic crisis of 2015-16: A nation that had been on an upward trajectory, that seemed to have shaken off the legacy of instability, suffered a terrible recession and is experiencing a very slow recovery. And macroeconomics is a subject I’m supposed to know something about.

So what happened? There has been surprisingly little international discussion of the Brazilian experience, even though it was very severe and Brazil is a pretty big economy (G.D.P. at purchasing power parity about 10 times as large as Greece.) Maybe we’re all too distracted by the political crisis in the West — Trump, Brexit, etc. Anyway, I’ve been trying to put together a story of the Brazilian crisis, well aware that I may well be missing important aspects.

Here’s what it looks like to me: Brazil appears to have been hit by a perfect storm of bad luck and bad policy, with three main aspects. First, the global environment deteriorated sharply, with plunging prices for the commodity exports still crucial to the Brazilian economy. Second, domestic private spending also plunged, maybe because of an excessive buildup of debt. Third, policy, instead of fighting the slump, exacerbated it, with fiscal austerity and monetary tightening even as the economy was headed down.

Maybe the first thing to say about Brazil’s crisis is what it wasn’t. Over the past few decades those who follow international macroeconomics have grown more or less accustomed to “sudden stop” crises in which investors abruptly turn on a country they’ve loved not wisely but too well. That was the story of the Mexican crisis of 1994-5, the Asian crises of 1997-9, and, in important ways, the crisis of southern Europe after 2009. It’s also what we seem to be seeing in Turkey and Argentina now.

We know how this story goes: the afflicted country sees its currency depreciate (or, in the case of the euro countries, its interest rates soar). Ordinarily currency depreciation boosts an economy, by making its products more competitive on world markets. But sudden-stop countries have large debts in foreign currency, so the currency depreciation savages balance sheets, causing a severe drop in domestic demand. And policymakers have few good options: raising interest rates to prop up the currency would just hit demand from another direction.

But while you might have assumed that Brazil was a similar case — its 9 percent decline in real G.D.P. per capita is comparable to that of sudden-stop crises of the past — it turns out that it isn’t. Brazil does not, it turns out, have a lot of debt in foreign currency, and currency effects on balance sheets don’t seem to be an important part of the story. What happened instead?

First of all, the global economic environment took a big turn for the worse. Brazil has diversified somewhat into manufactures, but it’s still heavily dependent on commodity exports, whose prices have plunged. As Figure 1 shows, Brazil’s terms of trade — the ratio of export to import prices — took a major hit.

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Figure 1 World Bank

This would have been nasty in any case. But it went along with a sharp fall in domestic consumer spending (Figure 2). Atif Mian and co-authors tell us that this was linked to a rise in household debt over the previous few years — that, Brazil experienced something more like the advanced-country debt deflation of 2008 than a traditional emerging-market crisis.

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Figure 2 FRED

What really did Brazil’s economy in, however, was the way it responded to these shocks: with fiscal and monetary policy that made things much worse.

On the fiscal side: Brazil has big long-term solvency problems. But these require long-term solutions. What happened instead was that the Roussef government decided to impose sharp spending cuts in the middle of a slump. What were they thinking? Incredibly, it seems that they bought into the doctrine of expansionary austerity.

And on top of that, monetary policy also turned sharply contractionary, with a big rise in interest rates (Figure 3). What was that about?

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Figure 3 FRED

As best I can figure out, what happened was that the real depreciated mainly because of that terms of trade shock, sending inflation temporarily higher (Figure 4). And the central bank panicked, fixating on the inflation issue at the expense of the real economy. Now that the currency-induced spike is over, inflation is actually low by historical standards, but the damage was done.

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Figure 4 FRED

It’s a remarkable and depressing story. And this combination of bad luck and bad policy surely played a role in the political disaster that followed.

 

Che diavolo è successo al Brasile?

Di Paul Krugman

Penso che adesso possiamo prenderci un po’ di tempo fuori dalla crisi politica degli Stati Uniti per parlare di qualche fatto altrove. Dunque, come è scritto nel titolo, che diavole è successo al Brasile?

In realtà non sto parlando delle recenti elezioni, nelle quali gli elettori hanno scelto qualcuno che sembra essere proprio un fascista. Ne sono turbato come chiunque altro. Tuttavia, non ho alcuna conoscenza della politica brasiliana. D’altra parte, il retroterra di quelle elezioni è stata la straordinaria crisi economica del Brasile del 2015-16; una nazione che è stata su una traiettoria di progresso, che sembrava essersi scrollata di dosso l’eredità della instabilità, ha patito una tremenda recessione e sta facendo i conti con una ripresa molto lenta. E la macroeconomia è un tema sul quale suppongo di sapere qualcosa.

Dunque, cosa è accaduto? Sorprendentemente c’è stato poco dibattito internazionale sulla esperienza brasiliana, anche se essa è stata molto grave e il Brasile è un’economia piuttosto grande (il PIL a parità del potere di acquisto è circa dieci volte quello della Grecia). Forse siamo troppo distratti dalla crisi politica in Occidente – Trump, la Brexit etc. In ogni modo ho cercato di mettere assieme un racconto della crisi brasiliana, ben consapevole che potrei benissimo essermi perso aspetti importanti.

Ecco secondo me a cosa essa assomiglia: il Brasile sembra essere stato colpito da una tempesta perfetta di sfortuna e di cattiva politica, con tre aspetti principali. Il primo: il contesto globale si è deteriorato bruscamente, con una caduta dei prezzi all’esportazione delle materie prime, ancora cruciali per l’economia brasiliana. Il secondo: anche la spesa privata è crollata, forse a causa di un eccessivo accumularsi del debito. Il terzo: la politica, anziché combattere la recessione, l’ha esacerbata, con l’austerità delle finanze pubbliche e la restrizione monetaria, anche quando l’economia stava cadendo in basso.

Forse la prima cosa da dire sulla crisi del Brasile è quello che non è stata. Nei pochi decenni passati, coloro che seguono la macroeconomia internazionale si erano più o meno abituati alle crisi da “blocchi improvvisi”, nelle quali gli investitori all’improvviso cambiano direzione rispetto ad un paese che avevano molto amato, seppure non saggiamente. Questa fu la storia della crisi messicana nel 1994-5, delle crisi asiatiche del 1997-9 e, in modi importanti, la crisi dell’Europa meridionale dopo il 2009. È anche quello che sembra di vedere adesso in Turchia e Argentina.

Sappiamo come procedono queste storie: il paese colpito vede la propria valuta deprezzarsi (oppure, nel caso dei paesi euro, i propri tassi di interesse schizzare in alto). Ordinariamente il deprezzamento di una valuta incoraggia un’economia, rendendo i suoi prodotti più competitivi sui mercati mondiali. Ma i paesi con blocchi improvvisi hanno ampi debiti in valute straniere, dunque la svalutazione della moneta attacca gli equilibri patrimoniali, provocando una grave caduta nella domanda interna. E le autorità hanno poche buone possibilità: elevare i tassi di interesse per sostenere la valuta darebbe soltanto un colpo alla domanda da un’altra direzione.

Ma se potreste aver pensato che il Brasile fosse un caso simile – la sua caduta del 9 per cento nel PIL reale procapite è confrontabile con quelle delle crisi da blocchi improvvisi dl passato – si scopre che non si è trattato di questo. Si scopre che il Brasile non ha una gran quantità di debito in valute straniere, e gli effetti valutari sugli equilibri patrimoniali non sembrano essere un aspetto rilevante della storia. Cosa è successo, invece?

Prima di tutto, il contesto economico globale ha avuto una grande svolta, in negativo. Il Brasile ha diversificato qualcosa nelle sue manifatture, ma è ancora pesantemente dipendente dalle esportazioni di materie prime, i prezzi delle quali sono crollati. Come mostra la Figura 1, le ragioni di scambio del Brasile – il rapporto tra i prezzi delle esportazioni e quelli delle importazioni – hanno subito un colpo importante.

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Figura 1 Banca Mondiale  

 

Questo sarebbe stato grave in ogni caso. Ma è intervenuto assieme ad una brusca caduta nella spesa per i consumi interni (Figura 2). Atif Mian e altri coautori ci raccontano che essa era collegata ad una crescita nel debito delle famiglie nel corso degli anni precedenti – ovvero, che il Brasile ha conosciuto qualcosa di più simile alla deflazione da debito di un paese avanzato che una crisi tradizionale di un mercato emergente.

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Figura 2. Dati economici della Federal Reserve.

 

Quello che è stato realmente determinante per l’economia del Brasile, tuttavia, è stato il modo in cui esso ha risposto a questi shock: con una politica della finanza pubblica e monetaria che ha reso le cose molto peggiori.

Sul lato della finanza pubblica: il Brasile ha grandi problemi di solvibilità nel lungo termine. Ma questi richiedono soluzioni di lungo termine. Quello che invece è accaduto è stato che il Governo Roussef ha deciso di imporre bruschi tagli alla spesa nel mezzo di una recessione. Che cosa stavano pensando? Incredibilmente, sembra che avessero aderito alla dottrina dell’austerità espansiva [1].

E, soprattutto, anche la politica monetaria ha conosciuto una brusca svolta restrittiva, con una forte crescita dei tassi di interesse (Figura 3). Da cosa è dipesa?

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Figura 3. Dati economici della Federal Reserve.

 

Per quanto posso immaginare, quello che è accaduto è stato che il real si è svalutato per lo shock nelle ragioni di scambio, spedendo provvisoriamente più in alto l’inflazione. E la Banca Centrale è stata presa dal panico, fissandosi sul tema dell’inflazione a danno dell’economia reale. Ora che il picco è superato, l’inflazione è effettivamente bassa per le sue serie storiche, ma il danno era stato fatto.

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Figura 4. Dati economici della Federal Reserve.

 

Si tratta di una storia rilevante e deprimente. E questa combinazione di sfortuna e di cattiva politica certamente ha giocato un ruolo nel disastro politico che è seguito.   

 

 

 

 

 

 

 

[1] Il giudizio è desunto da un articolo apparso su The Conversation del 27 gennaio 2017, che riferisce di tagli draconiani alla spesa particolarmente nella sanità e nel sistema previdenziale, che hanno particolarmente colpito la popolazione più povera.

 

 

 

 

 

 

 

 

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