Blog di Krugman

Il vero peccato della Germania, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 27 maggio 2017)

 

MAY 27 10:52 AM 

Germany’s Real Sin

 

Paul Krugman

As many people have pointed out, Trump picked the worst possible example when he decided to describe Germany as “bad, very bad”. Yes, they sell a lot of cars in America; but (a) many of those cars are produced here and (b) Germany has a reputation for producing good cars. Why shouldn’t a country export goods in which it has a comparative advantage?

So this was the stupidest possible critique, and plays right into German self-righteousness. Yet Germany’s huge trade surpluses are a problem — which has nothing to do with trade policy. It’s the macroeconomics, stupid.

The basic story is illustrated by the following chart, of unit labor costs since the creation of the euro:

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OECD

Here’s what happened: during the era of europhoria, when capital rushed into supposedly safe southern European economies, those economies experienced moderate inflation, allowing Germany to gain a big competitive advantage without actually having to deflate. Then confidence and capital flows collapsed, and what was needed was strong German reflation that would in effect return the favor — let southern Europe regain competitiveness without grinding deflation and the debt problems that go along with such a strategy.

But Germany hasn’t. It has practiced its own austerity, unforced — in the face of negative interest rates! — and harassed the ECB as it attempts to boost overall EZ inflation. The result is that the competitive gap that opened up after 1999 has barely closed, producing both huge German surpluses and a deadly drag on the rest of the euro area.

This has only minor spillovers to the United States — maybe Germany’s unhelpful role has contributed a bit to our trade deficit, but this is basically an intra-Europe issue. And it’s hard to think of a less helpful way for America to weigh in than what just happened.

 

27 maggio 2017

Il vero peccato della Germania,

di Paul Krugman

Come in molti hanno messo in evidenza, Trump ha scelto il peggiore esempio possibile quando ha deciso di definire la Germania come “cattiva, molto cattiva”. È vero, vende una gran quantità di automobili in America, ma (a) molte di quelle automobile sono prodotte qua e (b) la Germania ha la reputazione di produrre buone automobili. Perché un paese non dovrebbe esportare prodotti nei quali ha un vantaggio comparativo?

Dunque è stata la critica più stupida possibile, e gioca esattamente a favore della boria tedesca. Tuttavia, gli ampi surplus della Germania sono un problema – che non ha niente a che fare con la politica del commercio. È la macroeconomia, stupidi [1].

La storia fondamentale è illustrata dal seguente diagramma sui costi per unità lavorativa dal momento della creazione dell’euro:

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OCSE

Ecco quello che accadde: durante il periodo dell’euforia per l’euro, quando i capitali accorrevano nelle presunte economie sicure dell’Europa meridionale, quelle economie conoscevano una moderata inflazione, consentendo alla Germania di guadagnare un grande vantaggio competitivo senza aver bisogno in verità di deflazionare. Poi la fiducia e i flussi dei capitali collassarono, e quello che divenne necessario sarebbe stato una forte reflazione tedesca che in effetti avrebbe ricambiato il favore – consentendo all’Europa meridionale di riguadagnare competitività senza una pesante deflazione e senza i problemi del debito che procedono con una strategia del genere.

Ma la Germania non ricambiò il favore. Essa mise in pratica una sua propria volontaria austerità – a fronte di tassi di interesse negativi! –  e attaccò la BCE quando cercò di incoraggiare l’inflazione complessiva dell’eurozona. Il risultato è che il divario competitivo che si aprì dopo il 1999 è stato scarsamente richiuso, producendo sia ampi surplus tedeschi che un fatale trascinamento sulla restante area euro.

Questo ha ripercussioni solo secondarie sugli Stati Uniti – forse il ruolo non collaborativo della Germania ha contribuito un po’ al nostro deficit commerciale, ma fondamentalmente è una questione all’interno dell’Europa. Ed è difficile pensare ad un modo più inutile per l’America di intervenire rispetto a quello che si è appena manifestato.

 

 

 

[1] La frase (“È l’economia, stupido”) divenne negli USA famosa dopo essere stata usata una prima volta da Bill Clinton nel corso di un dibattito pubblico.

 

 

 

 

 

 

 

Gli autotrasporti e le pene dei colletti blu, (dal blog di Paul Krugman, 23 maggio 2017)

maggio 24, 2017

 

MAY 23 5:11 PM 

Trucking And Blue-Collar Woes

Paul Krugman

What with everything else going on, this Trip Gabriel essay on truckers hasn’t gotten as much attention as it should. But it’s awesome — and says a lot about what is and isn’t behind the decline of blue-collar wages.

Trucking used to be a well-paying occupation. Here are wages of transportation and warehousing workers in today’s dollars, which have fallen by a third since the early 1970s:

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Why? This is neither a trade nor a technology story. We’re not importing Chinese trucking services; robot truck drivers are a possible future, but not here yet. The article mentions workers displaced from manufacturing, but that’s a pretty thin reed. What it doesn’t mention is the obvious thing: unions.

Unfortunately the occupational categories covered by the BLS have changed a bit, so it will take someone with more time than I have right now to do this right. But using the data at unionstats we can see that a drastic fall in trucker unionization took place during the 1980s: 38 percent of “heavy truck” drivers covered by unions in 1983, already down to 25 percent by 1991. It’s not quite comparable, but only 13 percent of “drivers/sales workers and truck drivers” were covered last year.

In short, this looks very much like a non tradable industry where workers used to have a lot of bargaining power through collective action, and lost it in the great union-busting that took place under Reagan and after.

And the great majority of the people whose chance at a middle-class life was destroyed by those political changes probably voted for Trump. Oh well.

 

23 maggio 2017

Gli autotrasporti e le pene dei colletti blu,

di Paul Krugman

Con tutto quello che sta succedendo, questo saggio di Trip Gabriel sui camionisti non ha ricevuto l’attenzione che avrebbe meritato. Ma è splendido – e ci dice molto di quello che sta dietro il declino dei salari dei colletti blu.

L’autotrasporto un tempo era un lavoro ben pagato. Ecco i salari dei lavoratori dei trasporti e degli immagazzinamenti in dollari attuali, che sono caduti di un terzo dai primi anni ’70:

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[1]

Perché? Questa non è né una storia di commercio né una storia di tecnologie. Non stiamo importando servizi di autotrasporti cinesi; i robot alla guida di camion saranno possibili in futuro, ma non ancora. L’articolo ricorda i lavoratori espulsi dal settore manifatturiero, ma questa è una sottigliezza. Quello che non ricorda è una cosa evidente: i sindacati.

Sfortunatamente le categorie occupazionali coperte dall’Ufficio delle Statistiche del Lavoro sono un po’ cambiate, dunque mi ci vorrà molto più tempo di quello che ho in questo momento per fare la cosa in modo appropriato. Ma utilizzando i dati di fonte sindacale possiamo osservare che una drastica caduta nella sindacalizzazione dei camionisti ebbe luogo durante gli anni ’80: il 38 per cento dei guidatori di ‘camion pesanti’ erano rappresentati da sindacati nel 1983, ed erano già scesi al 25 per cento nel 1991. Non è del tutto confrontabile, ma soltanto il 13 per cento dei “lavoratori che conducono automezzi per vendite e dei conducenti di camion” erano rappresentati da sindacati nell’anno passato.

In breve, questo sembra assomigli molto ad un settore non commerciabile su scala internazionale, dove i lavoratori erano soliti avere molto potere contrattuale attraverso l’iniziativa collettiva, andato perduto nella grande offensiva contro i sindacati che ebbe luogo con Reagan e successivamente.

E la grande maggioranza delle persone le cui possibilità di una vita da classe media andarono distrutte per quei cambiamenti politici probabilmente hanno votato per Trump. Ma questo si sa.

 

 

 

[1] Guadagni medi orari degli occupati nella produzione e senza funzioni di controllo: trasporti e magazzinaggio, in rapporto all’indice dei prezzi al consumo per tutti i lavoratori urbani: tutti gli articoli.

 

 

 

 

 

 

Cinture, strade e politica strategica del commercio (dal blog di Paul Krugman, 20 maggio 2017)

maggio 22, 2017

 

MAY 20 10:59 AM

 

Belts, Roads, and Strategic Trade Policy

Paul Krugman

 

Look, I’m as obsessed with the Trump disaster as anyone else. But I’m trying to think about other things. And there does appear to be some big stuff happening, or potentially happening, on the global trade front, via China’s “belts and roads” transportation initiative. This is obviously an attempt to expand China’s political influence, and help find markets for Chinese exports. The magnitude of the effects is going to take some work to estimate. But is there anything else that’s interesting on an analytical level?

Well, I find myself thinking about some of my old work on economic geography, inspired in part by William Cronon’s wonderful Nature’s Metropolis, about the rise of Chicago.

What I took from Cronon was the importance of being a transportation hub. Thanks to the network of railroads spreading out from Chicago (partly dictated by the Great Lakes), virtually any two places in the “Great West” were effectively closer to Chicago than they were to each other.

Think of any economic activity characterized by strong economies of scale. There is a clear incentive to centralize this activity, and serve multiple markets from one location. But which location? In Figure 1 I show three locations with basically comparable transport links, shown by the dotted lines; in this case no one location has an obvious advantage, unless there are big differences in either costs or local market size.

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But suppose that two of those transport links are greatly improved, as shown by the solid lines in Figure 2. Then location C gets a leg up: other things equal, you will want to locate stuff in C to serve markets in A and B as well.

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Right now, China looks more like A or B than C: stuff goes mainly by ship, whether to Europe, America, or various developing countries. Good highways across central Asia and down to South Asia could change that, giving China a new centrality in the world’s economic geography; you might almost call it the Middle Kingdom.

How big a deal would this be? I have no idea. But you can definitely see Belts and Roads as a bit of a strategic trade policy as well as being a strategic, well, strategic policy.

 

20 maggio 2017

Cinture, strade e politica strategica del commercio

Paul Krugman

Vedete, io sono ossessionato come chiunque altro del disastro di Trump. Ma sto cercando di pensare ad altro. E pare che stiano accadendo, o potenzialmente accadendo, grandi cose sul fronte del commercio globale, attraverso l’iniziativa cinese delle “Cinture e Strade”. Si tratta evidentemente di un tentativo di espandere l’influenza politica della Cina, e di contribuire a trovare mercati per le esportazioni cinesi. La grandezza degli effetti è destinata a prendere un po’ di lavoro di stima. Ma c’è qualcos’altro che è interessante ad un livello analitico?

Ebbene, mi sono ritrovato a riflettere su alcuni miei vecchi studi di geografia economica, in parte ispirati dal meraviglioso lavoro di William Cronon sulla ascesa di Chicago, La metropoli della natura.

Quello che presi da Cronon riguardava l’importanza di collocarsi al centro di un nodo di trasporti. Grazie alla rete di ferrovie che si diramavano da Chicago (che in parte dipendevano dai Grandi Laghi), in sostanza ogni due luoghi nel “Grande West” erano effettivamente più vicini a Chicago di quanto non lo fossero l’uno con l’altro.

Si pensi ad una qualsiasi attività economica caratterizzata da forti economie di scala. Ci sono chiari incentivi a centralizzare questa attività, e a servire da una localizzazione una molteplicità di mercati. Ma quale localizzazione? Nella Figura 1 mostro tre localizzazioni con connessioni di trasporto fondamentalmente paragonabili, indicate da linee tratteggiate; in questo caso nessuna localizzazione ha un vantaggio evidente, a meno che non ci siano grandi differenze sia nei costi che nelle dimensioni del mercato locale.

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Ma supponiamo che due di questi collegamenti di trasporto vengano grandemente migliorati, come mostrato dalle linee continue nella Figura 2. In quel caso la localizzazione C ottiene una marcia in più: a parità delle altre condizioni vorrete collocare i prodotti in C, anche per servire i mercati A e B.

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In questo momento la Cina assomiglia di più ad A e a B che non a C: i prodotti viaggiano principalmente attraverso navi, indipendentemente che si vada in Europa, in America o in vari paesi in via di sviluppo. Buone autostrade nell’Asia Centrale e verso l’Asia del Sud potrebbero cambiare la situazione, dando alla Cina una nuova centralità nella geografia economica mondiale; potreste quasi definirlo il Regno di Mezzo.

Quanto sarebbe grande questa faccenda? Non ne ho idea. Ma potete di sicuro definire le “Cinture e le Strade” come un pezzo di una politica commerciale strategica, al pari di una politica, proprio così, strategica.

 

Appellandosi alla letteratura dai vasti abissi, (dal blog di Paul Krugman, 17 maggio 2017)

maggio 22, 2017

MAY 17 1:33 PM

 

Calling Literatures From The Vasty Deep

Paul Krugman

Noah Smith has a very nice essay on how to deal with people who try to ward off serious criticism of their ideas by appealing to a “vast literature” you don’t know. As he says, sometimes there are vast literatures of nonsense, or at any rate of dubious quality, that mainly serve to protect vested intellectual interests.

Yet of course there are also cases in which you really should know something about existing research before opining, and Noah has a clever device: the Two Paper Rule. Give me two papers in this vast literature that are “exemplars and paragons” of the literature. If you can’t, the whole literature is probably a waste of time.

Which of course sets some of us to work trying to think of the two papers we’d recommend in particular areas of interest. So, some of my examples.

Noah is generally very down on macroeconomics, but I believe that we’ve learned a lot in macro since the 2008 crisis. Take fiscal policy: before the crisis there was strikingly little solid evidence about its effects, largely because history gave us so few natural experiments (causation generally ran from business cycles to budgets rather than the other way around). But the crisis gave us both some experiments via austerity and a renewed search for historical cases. I’d point to Blanchard and Leigh, using austerity as an experiment, and Nakamura-Steinsson, exploiting regional shocks from defense spending. Not saying these are the only fine papers, but they’re enough to show that there’s a real there there.

I think we’ve also had some dramatic confirmation of what some of us thought we knew about monetary policy at the zero lower bound. I can think, for example, of a 1998 paper that has held up really well; but I’ll leave that as an exercise for readers.

What about trade? Autor/Dorn/Hanson on the China shock may not be the last word, but surely a revelatory approach. In a strange way, I’d put Subramanian and Kessler in the same category: realizing that this globalization is different from anything that came before is a big deal.

I guess that in a way I’m pushing back against Noah’s nihilism (noahlism?) even while endorsing his method. I think there has been a lot of good economics done, even if there are also vast literatures not worth your time.

 

17 maggio 2017

Appellandosi alla letteratura dai vasti abissi,

Paul Krugman

Noah Smith ha un saggio molto bello su come trattare con le persone che cercano di prevenire serie critiche alle loro idee appellandosi a una “vasta letteratura” che voi non conoscete. Come egli dice, talvolta ci sono vaste letterature di sciocchezze, o in ogni caso di dubbia qualità, che principalmente servono a proteggere particolari interessi intellettuali.

Tuttavia naturalmente ci sono anche casi nei quali dovreste realmente conoscere qualcosa prima di esprimere opinioni, e Noah ha un espediente intelligente: la ‘regola dei due articoli accademici”. Datemi in questa vasta letteratura due articoli che siano “modelli e punti di riferimento” di quella letteratura. Se non potete farlo, probabilmente l’intera letteratura sarà una perdita di tempo.

Il che naturalmente ci spinge a lavorare per cercar di pensare ai due articoli che noi raccomanderemmo in particolari aree di interesse. Ecco, dunque, alcuni miei esempi.

In generale Noah non è benevolo con la macroeconomia, ma io credo che abbiamo imparato molto in quel settore dalla crisi del 2008. Si prenda la politica della finanza pubblica: prima della crisi c’erano prove considerevolmente poco solide sui suoi effetti, in gran parte perché la storia ci forniva esperimenti naturali assai scarsi (in generale, il principio di causa si muoveva dai cicli economici ai bilanci pubblici, piuttosto che all’inverso). Ma la crisi ci ha offerto sia alcuni esperimenti sul lato dell’austerità, sia una rinnovata ricerca sui casi storici. Indicherei Blanchard e Leigh, utilizzando l’austerità come esperimento, e Nakamura-Steinsson, sfruttando gli shock regionali dalle spese per la difesa. Non per dire che questi sono gli unici buoni articoli, ma che sono sufficienti a dimostrare che in fin dei conti c’è qualcosa di sostanziale.

Penso che abbiamo anche avuto alcune conferme spettacolari su quello che alcuni di noi pensavano di conoscere sulla politica monetaria al limite inferiore dello zero (dei tassi di interesse). Posso pensare, ad esempio, ad uno studio del 1998 che ha retto molto bene; ma lo lascerò come un esercizio per i lettori [1].

Cosa dire del commercio? Può darsi che il contributo di Autor/Dorn/Hanson sullo shock cinese non sia l’ultima parola, ma è un approccio chiarificatore. In modo strano, metterei Subramanian e Kessler nella stessa categoria: comprendere che questa globalizzazione è diversa da ogni altra cosa accaduta in precedenza è una gran cosa.

Suppongo che in un certo senso sto respingendo il nihilismo di Noah (nohalismo?) anche se appoggio il suo metodo. Io penso che sia stata fatta molta buona economia, anche se c’è stata anche una vasta letteratura che non merita il vostro tempo.

 

 

 

[1] Lascerà come esercizio l’individuarlo. Espressione ironica, perché quel saggio è un suo saggio sulla crisi del Giappone, abbastanza noto e qua tradotto.

 

 

 

 

 

 

 

Scambiando quattro chiacchiere con i nababbi del NAFTA (dal blog di Krugman, 15 maggio 2017)

maggio 21, 2017

 

MAY 15 4:15 PM 

Nattering Nabobs of NAFTA

Paul Krugman

This discussion with David Rennie of The Economist on Trump is pretty scary. To paraphrase an old Brad DeLong line, Trump is more ignorant and impulsive than you can imagine, even taking into account that he’s more ignorant and impulsive than you can imagine. How close we came to leaving NAFTA:

People inside the White House also called the new Agriculture Secretary Sonny Perdue. Perdue had only been confirmed, like, a day or two earlier. And they called him in, [saying], “You need to come over here now! You need to! He’s about to withdraw from NAFTA.”

So Sonny Perdue literally asked his staff to draw up a map of the bits of America that had voted for Donald Trump and the bits of America that do well from exporting grain and corn through NAFTA. [The map] showed how these two areas often overlap. So he went in, said to Donald Trump, “Actually, Trump America, your voters, they do pretty well out of NAFTA.” And the president said, “Oh. Then maybe I won’t withdraw from NAFTA.”

Which put me to work wasting some time. Who actually exports a lot to Mexico? The top 10, as % of state GDP in 2014:

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Trump states indeed. But I was more interested in the economic geography. What we see here mainly is the gravity equation: trade falls off with distance, with border and near-border states doing a lot of Mexico trade. The outliers are Michigan and to a lesser extent Indiana and Tennessee, which presumably reflects the especially close NAFTA integration of the auto industry.

Interesting stuff, at least for me. Also the kind of thing that should be taken into account in future trade negotiations, as the president takes expert advice into account and [hysterical laughing fit]

 

15 maggio 2017

Scambiando quattro chiacchiere con i nababbi del NAFTA

Paul Krugman

Questa discussione con David Rennie di The Times è piuttosto allarmante. Per parafrasare una vecchia frase di Brad DeLong, Trump è più ignorante ed impulsivo di quello che possiate immaginare, anche mettendo nel conto che egli è più ignorante e impulsivo di quello che potete immaginare. A proposito di quanto siamo vicini a lasciare il NAFTA:

“La gente all’interno della Casa Bianca ha anche chiamato il nuovo Segretario all’Agricoltura Sonny Perdue. Perdue doveva essere stato confermato soltanto, più o meno, un giorno o due prima. E l’hanno chiamato (dicendogli): ‘Devi passare di qua subito! È necessario! Si tratta di ritirarci dal NAFTA’.

Dunque Sonny Perdue ha semplicemente chiesto ai suoi collaboratori di disegnare una mappa delle zone dell’America che hanno votato per Donald Trump e di quelle che beneficiano delle esportazioni di cereali e granturco attraverso il NAFTA. [La mappa] mostrava come queste due aree spesso coincidono. Allora lui c’è andato ed ha detto a Donald Trump: ‘In effetti, l’America di Trump, i tuoi elettori, se la cavano abbastanza bene col NAFTA’. E il Presidente ha detto: ‘Ah. Allora forse non mi ritirerò dal NAFTA’.

Il che mi ha spinto a lavorare perdendoci un po’ di tempo. In realtà, chi esporta molto nel Messico? Ecco i primi dieci, in percentuale del PIL degli Stati americani nel 2014:

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Stati che hanno votato per Trump, in effetti. Ma io ero più interessato alla geografia economica. Quello che in questo caso osserviamo è l’equazione della forza di gravità [1]: il commercio diminuisce con la distanza, con gli Stati al confine o vicini al confine che realizzano gran parte del commercio col Messico. Le eccezioni sono il Michigan e in minore misura l’Indiana e il Tennessee, che presumibilmente riflettono l’integrazione particolarmente stretta a livello del NAFTA dell’industria automobilistica.

Cose interessanti, almeno per me. Sono anche il tipo di cose che dovrebbero essere messe nel conto nei futuri negoziati commerciali, nella misura in cui il Presidente metterà nel conto i consigli degli esperti e …. convulsione da risata isterica.

 

 

 

[1] Il ‘modello gravitazionale nel commercio internazionale … similmente ad altri modelli gravitazionali nelle scienze sociali, prevede i flussi commerciali basandosi sulle dimensioni economiche (spesso basandosi sulle misurazioni dei PIL) e sulla distanza tra i due punti di riferimento. Il modello fu usato per la prima volta da Jan Tinbergen nel 1962. (Wikipedia)

 

 

 

 

 

 

I francesi e noi, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 12 aprile 2017)

aprile 15, 2017

 

APR 12 2:13 PM 

The French, Ourselves, by Paul Krugman

 

Still thinking about the upcoming French election. Will Le Pen be the next Trump? I have no idea. But I’ve been interested to note how little resemblance there is between the underlying economics in France and here, which in turn raises further doubts about how far “economic anxiety” goes toward explaining the faux-populist surge.

One thing you have to bear in mind is that the French economy gets terrible press — some combination of conservative bias (with such a generous welfare state they *should* be a disaster, dammit) and cultural envy/annoyance. A few years back Roger Cohen quoted himself about how there is a

pervasive sense that not only jobs — but also power, wealth, ideas and national identity itself — are migrating, permanently and at disarming speed, to leave a vapid grandeur on the banks of the Seine

then noted wryly that he wrote that in 1997; and somehow France is still there.

In fact, the 1990s were something of a low point; in a number of key ways France has done better since then, especially compared with the United States. Official unemployment is high, but that’s somewhat misleading. If you look at adults in their prime working years, they’re actually more likely to be employed in France than they are here:

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OECD and BLS

French productivity has gone from slightly above to slightly below the US level, perhaps because more people are employed; but anyway, given the wiggle room in such numbers, we’re basically looking at a country that is at the technological frontier:

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OECD

And France has, so far at least, been spared the Case-Deaton epidemic of “deaths of despair”:

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If very low inflation is any indicator, the French economy does appear to be operating somewhat below potential. But it’s not in macroeconomic crisis.

And as I wrote yesterday, France is not Greece: the euro was a bad idea, but France is not a nation currently suffering severely from lack of an independent currency, so there is no urgency about exit — and hence no obvious reason to incur the huge costs euro exit would impose.

So what’s it all about? Presumably it’s about identity politics, French style. But my point is that the economic anxiety trope works even worse for France than it does here.

Oh, and let me repeat: Le Pen does not offer any answer to the problems of the EU.

 

I francesi e noi, di Paul Krugman 

Sto ancora riflettendo sulle prossime elezioni francesi. La Le Pen sarà il prossimo Trump? Non ne ho idea. Ma mi interessa osservare quanto poca somiglianza ci sia tra gli andamenti di fondo dell’economia in Francia e da noi, la qual cosa a sua volta solleva dubbi ulteriori su quanto sia lontana l’”ansietà economica” dallo spiegare l’ascesa del falso populista [1].

Una cosa che si deve tenere a mente è che l’economia francese ha un pessimo trattamento da parte della stampa – una qualche combinazione di tendenze conservatrici (dannazione, con un tale generoso Stato assistenziale, ‘dovrebbero’ essere un disastro) e di fastidio e invidia culturale. Pochi anni fa Roger Cohen citava sé stesso a proposito di quanto ci sia

“un senso pervasivo che non soltanto i posti di lavoro – ma anche il potere, la ricchezza, le idee e la stessa identità nazionale – stiano emigrando, in modo duraturo e con una velocità disarmante, lasciando una scialba ‘grandeur’ sulle sponde della Senna”

per poi osservare sarcasticamente che aveva scritto quelle cose nel 1997; e in qualche modo la Francia era ancora a quel punto.

Di fatto, gli anni ’90 furono una specie di periodo infelice: da allora per un certo numero di aspetti fondamentali la Francia è andata bene, specialmente a confronto con gli Stati Uniti. La disoccupazione ufficiale è elevata, ma quello è in un certo senso un dato fuorviante. Se si guarda alla popolazione adulta nei suoi primi anni lavorativi, effettivamente è più probabile che essa sia occupata in Francia che non da noi [2]:

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OCSE e BLS

La produttività francese è passata da un livello leggermente superiore ad un livello leggermente inferiore agli Stati Uniti; ma in ogni caso, considerato il grado di oscillazione di tali dati, stiamo fondamentalmente osservando un paese che è all’avanguardia della tecnologia:

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E la Francia, almeno sinora, è stata risparmiata dalla epidemia studiata da Case-Deaton delle “morti per disperazione” [3]:

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[4]

Se la bassa inflazione è un indicatore di un qualche rilievo, l’economia francese appare operare in qualche modo al di sotto del suo potenziale. Ma essa non è in una crisi macroeconomica.

E, come ho scritto ieri, la Francia non è la Grecia: l’euro fu una cattiva idea, ma la Francia non è attualmente una nazione che soffre per la mancanza di una valuta indipendente, cosicché non c’è alcuna urgenza di una uscita – e di conseguenza non c’è alcuna ragione evidente per sostenere i costi ingenti che una uscita dall’euro provocherebbe.

Dunque, di cosa si sta ragionando? Presumibilmente di identità politica, secondi lo stile francese. Ma la mia opinione è che il luogo comune della ‘ansietà economica’ funzioni anche peggio in Francia che da noi.

Infine, consentitemi di ripeterlo: Le Pen non offre alcuna risposta ai problemi dell’Unione Europea.

 

 

 

[1] Al singolare, ovvero riferita al falso populismo di Trump.

[2] La Tabella successiva si riferisce alla popolazione in età lavorativa tra i 25 ed i 54 anni. Il fatto che l’andamento sia migliore di quello americano, infatti, dipende in buona misura dal fatto che i giovani francesi godono di norme sul diritto allo studio migliori dei coetanei americani (che sono costretti a lavorare prima, talora anche pe pagarsi gli studi universitari) e che gli anziani francesi sono facilitati ad uscire dalla forza lavoro da norme più favorevoli in materia di pensionamento.

[3] Angus Deaton ha ricevuto nell’anno 2016 il premio Nobel per l’economia. In particolare hanno provocato grande interesse i suoi studi, assieme ad Anne Case, sulla involuzione delle attese di vita nella popolazione bianca americana. Su questo blog, con un semplice ricerca alla voce ‘Deaton’, si trovano riflessioni su quegli studi, a cura di Krugman, Stiglitz ed altri.

[4] La tabella, desunta dagli studi di Deaton-Case, mostra i tassi di mortalità nella popolazione tra i 45 ed i 54 anni, in alcuni paesi del mondo (anno di base il 2010). La riga in rosso indica i tassi di mortalità nella popolazione bianca americana (esclusi dunque gli afroamericani ed i latini). Come si vede, quel dato è unico nel segnalare una stasi se non una crescita dei tassi di mortalità, ovvero una riduzione delle aspettative di vita. Quei tassi di mortalità sono oggi più che doppi rispetto alla Svezia.

Si deve considerare che i fattori principali di quel fenomeno messi in evidenza tra gli studiosi sono, oltre ai suicidi, la dipendenza da oppiacei – seppure nelle forme legali degli antidolorifici e degli ansiolitici – la dipendenza da alcool e malattie derivanti dalla cattiva alimentazione. È abbastanza evidente che i ‘bianchi’ in questione sono soprattutto nella popolazione con redditi più bassi e nelle aree caratterizzate da processi di crisi economica.

 

 

 

 

 

L’Europa ha problemi, ma Le Pen non è la risposta, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 11 aprile 2017)

aprile 12, 2017

 

Europe Has Problems, But Le Pen Is Not The Answer, by Paul Krugman

 APRIL 11, 2017 9:28 AM 

France will have its presidential election in a few weeks, and there are understandable concerns that it may be another Trump shock. In particular, the travails of the euro have tarnished the reputation of the European project – the long march toward peace and prosperity through economic integration – and played into the hands of anti-Europe politicians. And French contacts tell me that the Le Pen campaign is trying to portray critiques of European policies from prominent economists as implicit endorsements of the FN platform.

They aren’t.

I’ve been a harsh critic both of the euro and of the austerity policies followed in the euro area since 2010. France could and should be doing much better than it is. But the kinds of policies the FN is talking about – unilateral exit from not just the euro but the EU – would hurt, not help, the French economy.

Start with the euro. The single currency was and is a flawed project, and countries that never joined – Sweden, the UK, Iceland – have benefited from the flexibility that comes from independent currencies. There is, however, a huge difference between choosing not to join in the first place and leaving once in. The transition costs of euro exit and restoration of a national currency would be huge: massive capital flight would cause a banking crisis, capital controls and bank holidays would have to be imposed, problems of how to value contracts would create a legal morass, business would be disrupted during a long interim period of confusion and uncertainty.

These costs might nonetheless be worth bearing under extreme circumstances, such as those facing Greece: a severely depressed economy that needs a radical reduction in costs relative to its trading partners might find even a costly euro exit followed by devaluation preferable to years of grinding deflation.

France, however, does not fit that description. French employment performance should be better, but it’s not terrible – prime-age adults are more likely to be employed than they are in the United States. And since the creation of the euro, French labor costs have roughly tracked the average for the euro area as a whole, so there’s little reason to believe that a restored franc would or should experience a large devaluation:

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OECD

In short, for France exiting the euro would bring all the costs that Greece would have faced, without any of the benefits.

What about the EU in general? There is every reason to believe that membership in the EU, making France part of a far larger market than it could provide on its own, makes French industry more productive and offers French citizens a wider range of cheaper products than they would otherwise be able to buy. Sorry, but France just isn’t big enough to prosper with inward-looking, nationalist economic policies. And given the benefits of being part of a larger economic entity, being part of Schengen – which reduces the frictions and makes integration work better – should be seen as a privilege, not a burden.

I’m not by any means saying that the EU is fine, or that French policy is great. The European consensus in favor of austerity was immensely wrong-headed and destructive – and France has been far too willing to impose unnecessary austerity on itself. I sometimes say that the most serious economic ailment France suffers from is hypochondria, a willingness to believe propaganda that has portrayed it as the sick man of Europe for more than three decades, even as it continues to exhibit high productivity and decent employment performance.

The point, however, is that nothing the FN has to offer would move France in the right direction. Just because Le Pen and economists like me are both critical of European policy doesn’t mean we have anything in common.

 

L’Europa ha problemi, ma Le Pen non è la risposta, di Paul Krugman

La Francia avrà le sue elezioni presidenziali tra poche settimane e c’è una comprensibile preoccupazione che possa trattarsi di un altro shock come quello di Trump. In particolare, i guai dell’euro hanno macchiato la reputazione del progetto europeo – la lunga marcia verso la pace e la prosperità attraverso l’integrazione economica – e hanno fatto il gioco dei politici anti europei. E i contatti con la Francia mi riferiscono che la campagna elettorale della Le Pen sta cercando di presentare le critiche alle politiche europee da parte di eminenti economisti come un appoggio implicito alla piattaforma del FN.

Non è così.

Sono stato aspramente critico sia dell’euro che delle politiche dell’austerità che sono proseguite nell’area euro dal 2010. La Francia poteva e doveva essere in condizioni molto migliori di quelle in cui è. Ma il genere di politiche delle quali il FN sta parlando – l’uscita unilaterale non solo dall’euro ma dall’Unione Europea – non aiuterebbero, bensì danneggerebbero, l’economia francese.

Partiamo dall’euro. La moneta unica è stata ed è un progetto difettoso, e i paesi che non hanno mai aderito – la Svezia, il Regno Unito, l’Islanda – hanno beneficiato della flessibilità che deriva da valute indipendenti. C’è, tuttavia, una grande differenza tra lo scegliere di non aderire sin dall’inizio e andarsene una volta che si è aderito. I costi di transizione dell’uscita dall’euro e di ripristino di una valuta nazionale sarebbero ingenti: la fuga massiccia di capitali provocherebbe una crisi bancaria, si dovrebbero imporre controlli sui capitali e giorni di festività [1], i problemi di come valutare i contratti provocherebbero situazioni intricate dal punto di vista legale, le imprese sarebbero fermate per un lungo periodo di interruzione caratterizzato da confusione e da incertezza.

Ciononostante, varrebbe la pena di sopportare questi costi in condizioni estreme, quali quelle che affronta la Grecia: una economia gravemente depressa che ha bisogno di una radicale riduzione dei costi in rapporto ai suoi partner commerciali potrebbe persino affrontare un costoso abbandono dell’euro seguito da una svalutazione, preferibile ad anni di deflazione insopportabile.

La Francia, tuttavia, non rientra in questa descrizione. L’andamento occupazionale francese dovrebbe essere migliore, ma non è terribile – gli adulti nell’età della prima occupazione è molto più probabile che abbiano un lavoro che non negli Stati Uniti. E dal momento dell’istituzione dell’euro, i costi del lavoro in Francia si sono grosso modo collocati nella media dell’area euro nel suo complesso, dunque c’è poca ragione di credere che un franco ripristinato possa o debba provocare un’ampia svalutazione.

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OCSE

In poche parole, l’uscita dall’euro della Francia comporterebbe tutti i costi che la Grecia avrebbe subito, senza alcun beneficio.

Che dire più in generale dell’euro? Ci sono tutte le ragioni per credere che la partecipazione all’UE, rendendo la Francia parte di un mercato più ampio di quello che essa potrebbe fornire per conto proprio, consenta all’industria francese di essere più competitiva e di offrire ai cittadini francesi una gamma più ampia di prodotti più convenienti di quelli che altrimenti potrebbero permettersi di acquistare. Può non piacere, ma la Francia non è semplicemente abbastanza forte da prosperare con politiche economiche nazionaliste, che la chiudano in sé stessa. E dati i benefici di essere parte di una entità economica più ampia, essere partecipe dell’accordo di Schengen – che riduce le frizioni e fa meglio operare l’integrazione – dovrebbe essere considerato come un privilegio, non come un peso.

Non sto in alcun modo dicendo che l’UE stia andando bene, o che la politica francese sia straordinaria. L’unanimità europea a favore dell’austerità è stata grandemente erronea e distruttiva – e la Francia è stata fin troppo disponibile ad imporre a sé stessa una austerità non necessaria. Talvolta dico che il più serio malanno economico francese dipende dalla sua ipocondria, una disponibilità a credere ad una propaganda che l’ha ritratta come il malato d’Europa per più di tre decenni, anche se essa continua a mostrare una elevata produttività ed una prestazione occupazionale dignitosa.

Il punto, tuttavia, è che niente di quello che il FN ha da offrire alla Francia si muoverebbe nella direzione giusta. Solo perché la Le Pen ed un economista come me siamo entrambi critici verso la politica europea, non significa che abbiamo niente in comune.

 

 

[1] Nel senso, credo, di tenere chiusi i mercati finanziari per periodi aggiuntivi alle normali festività.

 

 

 

 

 

 

Sui tweet e sul commercio, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 31 marzo 2017)

aprile 12, 2017

 

Of Tweets And Trade, di Paul Krugman

 MARCH 31, 2017 10:13 AM 

 

Is anything ever going to happen on trade, Trump’s signature issue other than immigration? As Matt Yglesias notes, so far almost nothing has. Bloomberg tells us that companies are back to the usual business of moving jobs to Mexico, after a brief hiatus — unclear whether there was any real pause, or just a pause in announcements, but in any case CEOs seem to have decided that NAFTA isn’t under much threat.

True, Trump is tweeting threats about the China trade, and maybe something big will happen after Mar-a-Lago. But that gets us to the question, is Trump actually in a position to pursue the trade issue in any serious way?

My answer is probably not — except as a move taken out of political desperation.

The starting point for any such discussion has to be the observation that during the campaign, when Trump talked trade, he had no idea what he was talking about — no more than he did on health care, or taxes, or coal, or …. Specifically, Trump seemed to have two false ideas in mind:

  1. Existing trade agreements are obviously and bigly unfair to the United States, putting us at a disadvantage.
  2. Restricting trade would be good for America and bad for foreigners, so the threat of protectionism gives us lots of leverage.

Now, reality: if you look for the obvious giveaways in NAFTA, which the US can demand be redressed, you won’t find them. NAFTA brought down most trade barriers between us and Mexico; there wasn’t any marked asymmetry. In fact, since Mexican tariffs were higher to start with, in effect Mexico made more concessions than we did (although we were giving access to a bigger market.) China is a bit more complicated — arguably the Chinese effectively evade some WTO rules. But even there it’s not obvious what you would demand from a new agreement.

Oh, and China currency manipulation was an issue 5 years ago — but isn’t now.

What about the effects of protectionism? Leave aside Econ 101 gains from trade, and let’s just talk about business interests. The fact is that modern international trade creates interdependence in a way that old-fashioned trade didn’t; stuff you export is often produced with a lot of imported components, stuff you import often indirectly includes a lot of your own exports. Here’s the domestic share of value added in transport equipment:

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When we buy autos from Mexico, only about half the value added is Mexican, with most of the rest coming from the US — so if you restrict those imports, a lot of U.S. production workers will be hurt. If we restrict imports of components from Mexico, we’re going to raise the costs of U.S. producers who export to other markets; again, a lot of U.S. jobs will be hit. So even if you completely ignore the effects on consumers, protectionist policies would produce many losers in the U.S. industrial sector.

And Trump can’t ignore consumer interests, either; if nothing else, Walmart employs 1.5 million people in America, i.e., 30 times the total number of US coal miners.

So any attempt on Trump’s part to get real about trade will run into fierce opposition, not from the kind of people his supporters love to hate, but from major business interests. Is he really ready for that?

So far, at least, the Trump trade agenda, such as it is, has involved tweeting at companies, telling them to keep jobs here, then claiming credit for any seemingly job-creating actions they take. And that got him a couple of favorable news cycles. In practice, however, it means little or nothing. And even tweet-and-photo-op policy seems to be fading out: companies that might have wanted to help Trump puff himself up a couple of months ago are likely to be a lot less accommodating to Mr. Can’t-Pass-A-Health-Billl, with his 36 percent approval rating.

All of this suggests that on trade, as on everything else substantive, Trumpism is going to be all huffing and puffing with very little to show for it. But there is one observation that gives me pause — namely, Trump’s growing need to find some way to change the subject away from his administration’s death spiral. Domestic policy is stalled; the Russia story is getting closer by the day; even Republicans are starting to lose their fear of standing up to the man they not-so-secretly despise. What’s he going to do?

Well, the classic answer of collapsing juntas is the Malvinas solution: rally the nation by creating a foreign confrontation of some kind. Usually this involves a shooting war; but maybe a trade war would serve the same purpose.

In other words, never mind economic nationalism and all that. If Trump does do something drastic on trade, it won’t be driven by his economic theories, it will be driven by his plunging approval rating.

 

Sui tweet e sul commercio, di Paul Krugman

di Paul Krugman

Sta per accadere qualcosa sul commercio, il tema distintivo di Trump oltre all’immigrazione? Come osserva Matt Yglesias, sino ad ora non è successo quasi niente. Bloomberg ci informa che le società sono tornate alle pratiche usuali di spostare i posti di lavoro in Messico, dopo una breve interruzione – non è chiaro se ci sia stata una vera pausa, o solo una pausa negli annunci, ma in ogni caso gli amministratori delegati sembrano aver deciso che il NAFTA non è minacciato.

È vero, Trump sta twittando sul commercio della Cina, e forse qualcosa di grosso accadrà dopo l’incontro di Mar-a-Lago. Ma questo ci porta alla domanda: effettivamente Trump è nella condizione di perseguire il tema del commercio con una qualche serietà?

La mia risposta è che probabilmente non lo sia – a meno che non si tratti di una mossa che deriva dalla disperazione politica.

Il punto di partenza per ogni discussione non può che essere l’osservazione che durante la campagna elettorale, quando Trump parlava di commercio, non aveva alcuna idea di cosa stesse parlando – non più di quelle che aveva sulla assistenza sanitaria, sulle tasse, sul carbone o su altro. In particolare, Trump sembrava avere due convinzioni false in testa:

  1. Gli accordi commerciali esistenti sono senza dubbio e ‘alla grande’ [1] ingiusti per gli Stati Uniti, mettendoci in una condizione di svantaggio.
  2. Restrizioni commerciali sarebbero positive per l’America e negative per gli stranieri, cosicché la minaccia del protezionismo ci fornisce un grande potere.

Vediamo la realtà: se voleste cercare un evidente regalo nel NAFTA, che gli Stati Uniti possono chiedere sia risarcito, non ne trovereste uno. Il NAFTA ha abbattuto molte barriere commerciali tra noi e il Messico; non c’era alcuna particolare asimmetria. Nei fatti, dato che le tariffe messicane erano più alte alla partenza, il Messico ha fatto in sostanza maggiori concessioni di quelle che abbiamo fatto noi (sebbene noi stiamo fornendo accesso ad un mercato più grande). La Cina è un po’ più complicata – probabilmente i cinesi eludono qualche regola del WTO. Ma anche in quel caso non è così chiaro cosa chiedere con un nuovo accordo.

Inoltre, la questione della manipolazione valutaria della Cina esisteva cinque anni fa – adesso non esiste più.

Che dire degli effetti del protezionismo? Lasciamo da parte i vantaggi che ogni libro di testo spiega sul commercio, e parliamo soltanto degli interessi delle imprese. Il fatto è che il commercio internazionale moderno crea interdipendenza in un modo che il commercio di un tempo non faceva; le cose che si esportano sono spesso prodotte con molte componenti di importazione, le cose che si importano spesso includono indirettamente molte delle proprie esportazioni. Ecco la quota nazionale del valore aggiunto nel parco circolante:

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Quando acquistiamo automobili dal Messico, soltanto circa la metà del valore aggiunto è messicano, mentre la maggior parte del resto viene dagli Stati Uniti – se dunque si restringono quelle importazioni, molti lavoratori della produzione statunitense saranno danneggiati. Se restringiamo l’importazione delle componenti dal Messico, finiremo coll’elevare i costi dei produttori degli Stati Uniti che esportano su altri mercati; nuovamente verrà colpita una gran quantità di posti di lavoro americani. Dunque, persino se si ignorassero completamente gli effetti sui consumatori, le politiche protezioniste produrrebbero molti perdenti nei settori dell’industria degli Stati Uniti.

E Trump non può neppure ignorare gli interessi dei consumatori; per non dire di altro, la Walmart occupa 1 milione e 500 mila persone in America, ovvero 30 volte il numero totale dei minatori statunitensi del carbone.

Dunque ogni tentativo da parte di Trump di fare sul serio sul commercio andrà a sbattere contro la forte opposizione non da parte delle persone che i suoi sostenitori sono inclini ad odiare, ma degli importanti interessi delle imprese. È davvero pronto per questo?

Sino ad ora, l’agenda sul commercio di Trump, per quello che era, aveva riguardato l’interlocuzione su Twitter con le società, il dir loro di mantenere qua i posti di lavoro, per poi vantare un merito per ogni apparente iniziativa di creazione di posti di lavoro che esse assumevano. E questo gli dava un paio di passaggi favorevoli nel mondo delle informazioni. In pratica, tuttavia, questo significa poco o nulla. E persino la politica dei tweet e dei servizi fotografici sembra stia svanendo: le società che potevano aiutare Trump a darsi delle arie un paio di mesi fa, è probabile che siano molto meno ben disposte nei confronti del Signor-non-mi-riesce-di-far approvare-la proposta-sulla-sanità, con il suo 36 per cento di percentuale di consensi.

Tutto questo indica che sul commercio, come su ogni altra cosa sostanziale, il trumpismo sta battendo la fiacca, ed ha ben poco spettacolo da mettere in mostra. Ma c’è una considerazione che mi rende incerto – precisamente, il bisogno crescente di Trump di trovare un qualche modo per cambiare copione, fuori dalla spirale fatale della sua Amministrazione. La politica interna è in stallo; la storia sulla Russia si avvicina sempre di più; persino i repubblicani stanno cominciando a perdere il loro timore di prendere posizione nei confronti dell’individuo che detestano non-tanto-segretamente. E lui cosa finirà per fare?

Ebbene, la risposta classica dei governi prossimi al collasso è la soluzione delle Malvine: riaggregare la nazione creando un conflitto con l’estero di qualche genere. Di solito questo riguarda uno scontro militare; ma forse una guerra commerciale servirebbe allo stesso scopo.

In altre parole, non è importante il nazionalismo economico e tutto il resto. Se Trump farà qualcosa di drastico sul commercio, non sarà determinato dalle sue teorie economiche, sarà determinato dal suo crollo nell’indice dei consensi.

 

 

[1] “Bigly” in lingua inglese non esiste; è un neologismo coniato da Trump, che noi tradurremmo facilmente con qualcosa come “alla grande”.

 

 

 

 

 

Geometria del robot (per molto esperti), di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 20 marzo 2017)

marzo 21, 2017

 

Robot Geometry (Very Wonkish)

By Paul Krugman

MARCH 20, 2017 11:11

And now for something completely different. Ryan Avent has a nice summary of the argument in his recent book, trying to explain how dramatic technological change can go along with stagnant real wages and slowish productivity growth. As I understand it, he’s arguing that the big tech changes are happening in a limited sector of the economy, and are driving workers into lower-wage and lower-productivity occupations.

But I have to admit that I was having a bit of a hard time wrapping my mind around exactly what he’s saying, or how to picture this in terms of standard economic frameworks. So I found myself wanting to see how much of his story could be captured in a small general equilibrium model — basically the kind of model I learned many years ago when studying the old trade theory.

Actually, my sense is that this kind of analysis is a bit of a lost art. There was a time when most of trade theory revolved around diagrams illustrating two-country, two-good, two-factor models; these days, not so much. And it’s true that little models can be misleading, and geometric reasoning can suck you in way too much. It’s also true, however, that this style of modeling can help a lot in thinking through how the pieces of an economy fit together, in ways that algebra or verbal storytelling can’t.

So, an exercise in either clarification or nostalgia — not sure which — using a framework that is basically the Lerner diagram, adapted to a different issue.

Imagine an economy that produces only one good, but can do so using two techniques, A and B, one capital-intensive, one labor-intensive. I represent these techniques in Figure 1 by showing their unit input coefficients:

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Here AB is the economy’s unit isoquant, the various combinations of K and L it can use to produce one unit of output. E is the economy’s factor endowment; as long as the aggregate ratio of K to L is between the factor intensities of the two techniques, both will be used. In that case, the wage-rental ratio will be the slope of the line AB.

Wait, there’s more. Since any point on the line passing through A and B has the same value, the place where it hits the horizontal axis is the amount of labor it takes to buy one unit of output, the inverse of the real wage rate. And total output is the ratio of the distance along the ray to E divided by the distance to AB, so that distance is 1/GDP.

You can also derive the allocation of resources between A and B; not to clutter up the diagram even further, I show this in Figure 2, which uses the K/L ratios of the two techniques and the overall endowment E:

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Now, Avent’s story. I think it can be represented as technical progress in A, perhaps also making A even more capital-intensive. So this would amount to a movement southwest to a point like A’ in Figure 3:

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We can see right away that this will lead to a fall in the real wage, because 1/w must rise. GDP and hence productivity does rise, but maybe not by much if the economy was mostly using the labor-intensive technique.

And what about allocation of labor between sectors? We can see this in Figure 4, where capital-using technical progress in A actually leads to a higher share of the work force being employed in labor-intensive B:

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So yes, it is possible for a simple general equilibrium analysis to capture a lot of what Avent is saying. That does not, of course, mean that he’s empirically right. And there are other things in his argument, such as hypothesized effects on the direction of innovation, that aren’t in here.

But I, at least, find this way of looking at it somewhat clarifying — which, to be honest, may say more about my weirdness and intellectual age than it does about the subject.

 

Geometria del robot (per molto esperti),

di Paul Krugman

E adesso passiamo a qualcosa di molto diverso. Ryan Avent pubblica un bel sommario dell’argomento di un suo libro recente, cercando di spiegare come uno spettacolare mutamento tecnologico possa non essere in contraddizione con salari reali stagnanti e con una crescita della produttività piuttosto lenta. Da quello che comprendo, egli sta sostenendo che i grandi cambiamenti tecnologici stanno avendo luogo in un limitato settore dell’economia, e stanno spingendo i lavoratori verso occupazioni a più basso salario e a più bassa produttività.

Ma devo ammettere di aver avuto un po’ di difficoltà nel cercar di capire esattamente quello che dice, ovvero su come inquadrarlo nei termini di modelli economici tradizionali. Mi sono dunque ritrovato a voler vedere come buona parte di questa storia potrebbe essere espressa in un piccolo modello generale di equilibrio – fondamentalmente il modello che appresi molti anni fa quando studiavo la vecchia teoria del commercio.

In effetti, la mia sensazione è che questo genere di analisi sia un po’ un’arte smarrita. C’era un tempo nel quale gran parte della teoria commerciale ruotava intorno a diagrammi che illustravano due paesi, due beni, modelli a due fattori; oggi non è proprio così. Ed è vero che i piccoli modelli possono ingannare, e i ragionamenti geometrici possono risucchiarvi in un modo esagerato. È anche vero, tuttavia, che questo stile di modellazione può aiutare molto nel riflettere su come i pezzi di un’economia stanno assieme, in un modo che l’algebra o la narrazione verbale di storie non possono fare.

Dunque, un esercizio sia di chiarificazione che di nostalgia – non sono sicuro di cosa si tratti – utilizzando uno schema che è fondamentalmente il diagramma di Lerner [1], adattato ad un soggetto diverso.

Si immagini un’economia che produce soltanto un bene, ma può farlo utilizzando due tecniche, la tecnica A e la tecnica B, una ad alta intensità di capitale ed una ad alta intensità di lavoro. Rappresento queste tecniche nella Figura 1 mostrando i loro coefficienti di immissione per componente:

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In questo caso AB è l’isoquanto [2]  relativo ad una unità di un bene dell’economia, le varie combinazioni di K e di L [3] che esso può usare per produrre una unità di prodotto. E è il fattore di dotazione dell’economia [4]; finché il rapporto aggregato di K su L si colloca tra le intensità di fattore delle due tecniche, esse saranno entrambe utilizzate. In quel caso, il rapporto tra il salario e il prezzo di locazione del capitale sarà rappresentato dalla inclinazione della linea AB.

Aspettate, c’è dell’altro. Dal momento che ogni punto della linea che collega A e B ha lo stesso valore, il luogo dove esso tocca l’asse orizzontale è la quantità di lavoro che serve per acquistare una unità di prodotto, l’inverso del tasso salariale reale. E la produzione totale è il rapporto della distanza lungo il raggio verso il punto E diviso per la distanza verso la linea AB, cosicché quella distanza è 1/PIL.

Si può anche dedurre l’allocazione delle risorse tra A e B; per non ingombrare ancora di più il diagramma, lo mostro nella Figura 2, che utilizza i rapporti tra capitale e lavoro delle due tecniche e la dotazione complessiva E:

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Veniamo adesso alla spiegazione di Avent. Penso che essa possa essere rappresentata come il progresso tecnico in A, forse anche rendendo A a maggiore intensità di capitale. Cosicché questo corrisponderebbe ad uno spostamento verso sud ovest sino ad un punto simile ad A’ nella Figura 3:

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Possiamo subito osservare che questo porterà ad una caduta del salario reale, perché 1/w deve crescere. Il PIL e di conseguenza la produttività effettivamente crescono, ma forse non di quanto crescerebbero se l’economia stesse soprattutto utilizzando la tecnica ad alta intensità di lavoro.

Cosa dire della allocazione del lavoro tra i settori? Lo possiamo vedere nella Figura 4, dove il progresso tecnico dell’utilizzo del capitale in A effettivamente porta ad una quota più elevata di forza lavoro che è occupata nella soluzione ad alta intensità di lavoro B:

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Dunque è vero, è possibile ad una semplice analisi generale di equilibrio fissare molto di quello che Avent sta sostenendo. Ciò non significa che egli, ovviamente, abbia ragione in senso empirico. Peraltro ci sono altre cose nella sua argomentazione, quali gli effetti ipotizzati sulla direzione dell’innovazione, che qua non sono rappresentati.

Ma, almeno, trovo questo modo di guardare al soggetto in qualche modo chiarificante – il che, ad essere onesti, può dire di più sulla mia stranezza e sulla mia età intellettuale che non sul soggetto stesso.

 

 

 

[1] Il Diagramma di Lerner (1952) è uno strumento per mettere in relazione i prezzi dei beni ed i prezzi dei fattori in un modello a due fattori e a due beni.

[2] L’isoquanto è l’insieme delle diverse combinazioni dei fattori produttivi ( input ) che consentono di produrre la stessa quantità di produzione totale ( output ). Gli isoquanti sono detti anche isoquanti di produzione e sono utilizzati in economia politica nella teoria dell’impresa.

[3] Capitale e lavoro.

[4] Per “factor endowment” normalmente si intende la somma di territorio, lavoro, capitale, imprenditoria che una economia ha a disposizione e può sfruttare nella attività manifatturiera.

 

 

 

 

 

 

 

Il populismo e la politica della salute (dal blog di Krugman, 14 marzo 2017)

marzo 16, 2017

MAR 14 1:43 PM 

 

Populism and the Politics of Health,

by Paul Krugman

What’s next on health care? Truly, I have no idea. The AHCA is a real stinker, and now everyone knows it; ordinarily, that should doom the legislation. But everyone also knows that starting off the Trump legislative era with the crashing and burning of Obamacare repeal would deeply damage Trump; nobody believes what he says, but if he can’t even ram bills through, people will stop being afraid. So they will pull out all the stops.

But why are Republicans having so much trouble? Health reform is hard; but why were the Dems able to pass the ACA in the first place? I’m seeing a lot of talk about Paul Ryan’s inadequacy and Republican lack of preparation as compared with Pelosi and the Dems in 2009, all of which is true. But there’s a more fundamental issue: who is being served?

Obamacare helped a large number of people at the expense of a small, affluent minority: basically, taxes on 2% of the population to cover a lot of people and assure coverage to many more. Trumpcare would reverse that, hurting a lot of people (many of whom voted Trump) so as to cut taxes for a handful of wealthy people. That’s a difference that goes beyond political strategy.

But one way to say this is that Obamacare was and is a truly populist law, while Trumpcare is anti-populist. That’s reflected in the legislative struggles.

And yet, and yet: Trump did in fact win over white working-class voters, who thought they were voting for a populist; Democrats, who did a lot for those voters, got no credit — rural whites, in particular, who were huge beneficiaries of the ACA, overwhelmingly supported the man who may destroy their healthcare.

This ties in with an important recent piece by Zack Beauchamp on the striking degree to which left-wing economics fails, in practice, to counter right-wing populism; basically, Sandersism has failed everywhere it has been tried. Why?

The answer, presumably, is that what we call populism is really in large degree white identity politics, which can’t be addressed by promising universal benefits. Among other things, these “populist” voters now live in a media bubble, getting their news from sources that play to their identity-politics desires, which means that even if you offer them a better deal, they won’t hear about it or believe it if told. For sure many if not most of those who gained health coverage thanks to Obamacare have no idea that’s what happened.

That said, taking the benefits away would probably get their attention, and maybe even open their eyes to the extent to which they are suffering to provide tax cuts to the rich.

In Europe, right-wing parties probably don’t face the same dilemma; they’re preaching herrenvolk social democracy, a welfare state but only for people who look like you. In America, however, Trumpism is faux populism that appeals to white identity but actually serves plutocrats. That fundamental contradiction is now out in the open.

 

Il populismo e la politica della salute,

di Paul Krugman

Qual è la prossima in materia di assistenza sanitaria? Francamente, non ne ho idea. L’AHCA [1] è davvero uno schifo, e adesso lo sanno tutti; a condizioni normali, ciò dovrebbe segnare il procedimento legislativo. Ma tutti sanno anche che avviare l’era legislativa di Trump con una abrogazione della riforma assistenziale di Obama che si risolvesse in un disastro, danneggerebbe profondamente Trump; nessuno crede a ciò che dice, ma se non ha neppure l’autorità di imporre progetti di legge, la gente smetterà di averne paura. Dunque rimuoveranno tutti gli impedimenti.

Ma perché i repubblicani stanno avendo tante difficoltà? La riforma sanitaria è difficile; ma perché i democratici furono capaci di approvare l’ACA sin dall’inizio? Osservo molte discussioni sulla inadeguatezza e mancanza di preparazione di Paul Ryan a confronto della Pelosi e dei democratici nel 2009, ed è tutto vero. Ma c’è un tema più importante: nell’interesse di chi si sta facendo tutto questo?

La riforma di Obama aiutava un gran numero di persone a spese di una piccola minoranza benestante; fondamentalmente, tasse sul 2 per cento della popolazione per proteggere molta gente e garantire la copertura assicurativa a molte persone in più. La riforma di Trump rovescerebbe tutto questo, danneggiando molta gente (che in gran parte aveva votato per Trump) allo scopo di tagliare le tasse a una manciata di ricchi. Si tratta di una differenza che va oltre la strategia politica.

Sennonché, un modo di dire tutto questo è che la riforma di Obama era ed è effettivamente una legge populista, mentre quella di Trump è anti populista. E questo che si riflette nelle difficoltà legislative.

Ma riflettiamo: Trump di fatto ha vinto tra gli elettori della classe operaia bianca, che pensavano di votare per un populista; i democratici, che avevano fatto molto per questi elettori, non hanno avuto credito – gli agricoltori bianchi, in particolare, che erano i grandi beneficiari dell’ACA, hanno sostenuto in modo schiacciante l’uomo che può distruggere la loro assistenza sanitaria.

Questo si collega con un importante recente articolo di Zack Beauchamp sulla sconcertante misura nella quale la proposta economica della sinistra non riesce a contrastare il populismo della destra; fondamentalmente il sandersismo non ha avuto successo dovunque abbia provato. Perché?

La risposta, probabilmente, è che quello che chiamiamo populismo in larga misura è realmente una politica identitaria bianca, che non può essere affrontata promettendo benefici universali. Tra le altre cose, questi ‘populisti’ vivono adesso in una bolla mediatica, prendendo le loro notizie da fonti che interpretano le loro aspirazioni di politica identitaria, il che significa che se anche si offre loro soluzioni migliori, non vorranno ascoltarle o crederci se gli vengono dette. Di sicuro molti se non la maggioranza di coloro che hanno ottenuto l’assistenza sanitaria grazie alla riforma di Obama, non hanno idea di quello che è accaduto.

Ciò detto, toglierli i benefici probabilmente attirerà la loro attenzione, e forse gli aprirà persino gli occhi, nella misura nella quale i loro patimenti servono a fornire sgravi fiscali ai ricchi.

In Europa è probabile che i partiti della destra non si trovino dinanzi allo stesso dilemma; loro propugnano una socialdemocrazia per la razza eletta, uno stato assistenziale ma solo per le persone che gli somigliano. In America, però, il trumpismo è un populismo falso che fa appello all’identità bianca ma in realtà serve ai plutocrati. Quella contraddizione di fondo adesso è uscita allo scoperto.

 

 

 

[1] Questo sarebbe l’acronimo della nuova legge, una volta approvata, di Trump e Ryan. Sta per “American Health Care Act” (“Legge americana di assistenza sanitaria”), mentre quella di Obama – ACA, ovvero “Affordable Care Act” – stava per “Legge sulla Assistenza Sostenibile”.

 

 

 

 

 

 

Repubblicani furbi? (dal blog di Krugman, 10 marzo 2017)

marzo 11, 2017

 

MARCH 10, 2017 6:36 PM  

Smart Republicans?

di Paul Krugman

 

I claim no special expertise in the legislative process. But reading a couple of pieces about what looks like a health care debacle from the good folks at Vox, I have some thoughts about what’s going on — namely, don’t presume that Ryan and company have any idea what they’re doing.

Start with Ezra Klein, who speculates that Ryan has advanced this ludicrous plan in the hope and expectation that it won’t pass. His reasoning is that Ryan is too skilled an operator to get caught off-guard as he seems to have:

Paul Ryan isn’t an amateur. He is, arguably, the most skilled policy entrepreneur of his generation. He is known for winning support from political actors and policy validators who normally reject his brand of conservatism. The backing he’s built for past proposals comes from painstaking work talking to allies, working on plans with them, preparing them for what he’ll release, hearing out their concerns, constructing processes where they feel heard, and so on. He’s good at this kind of thing. But he didn’t put in the work here. And there are consequences to that.

But has Ryan ever put together major legislation with any real chance of passage? Yes, he made a name for himself with big budget proposals that received adoring press coverage. But these were never remotely operational — they were filled not just with magic asterisks — tax loophole closing to be determined later, cost savings to be achieved via means to be determined later — but with elements, like converting Medicare into a voucher system, that would have drawn immense flack if they got anywhere close to actually happening.

In other words, he has never offered real plans for overhauling social insurance, just things that sound like plans but are basically just advertisements for some imaginary plan that might eventually be produced. Actually pulling together a coalition to get stuff done? Has he ever managed that?

What I’d say is that Ryan is not, in fact, a policy entrepreneur. He’s just a self-promoter, someone who has successfully sold a credulous media on a character he plays: Paul Ryan, Serious, Honest Conservative Policy Wonk. This is really his first test at real policymaking, which is a very different process. There’s nothing strange about his inability to pull off the real thing, as opposed to the act.

Meanwhile, Sarah Kliff, in the new VoxCare newsletter, is puzzled by the apparent disagreement among Republicans about what CBO is likely to say:

The only people who have advance access to the CBO numbers are the Republican legislators who actually worked on the bill. They’ve been working with the budget agency for months now to create a score.

But have they really been working with CBO for months? They may have been talking, but was it about anything resembling Obamacare 0.5? Everything else about the AHCA looks slapdash, like something thrown together in a few days by people who hadn’t thought at all about what a flat tax credit and a widened age band would mean for, say, people in Alaska with its expensive insurance, or low-middle-income Trump voters in their 60s. I have no inside information, but this sure looks as if they were still dithering about the whole principle of their Obamacare replacement until at most a few weeks ago, and didn’t work with CBO because they had nothing to work with.

In other words, maybe this looks like amateur hour because it is. Ryan isn’t a skilled politician inexplicably losing his touch, he’s a con artist who started to believe his own con; Republicans didn’t hammer out a workable plan because there is no such plan, and anyway they have no idea what that would involve.

Or to put it another way, this could just be more malevolence tempered by incompetence.

 

Repubblicani furbi?

di Paul Krugman

Non pretendo di avere nessuna particolare esperienza del procedimento legislativo. Ma, leggendo un paio di articoli scritti da persone capaci su VOX su quella che sembra una débâcle della assistenza sanitaria, mi vengono alcuni pensieri su quanto sta accadendo – in altri termini, io non suppongo che Ryan e compagnia abbiano alcuna idea di quello che stanno facendo.

Parto da Ezra Klein, che avanza la congettura che Ryan abbia proposto questo assurdo progetto nella speranza e nella aspettativa che non passerà. Il suo ragionamento è che Ryan è un operatore troppo esperto per essere colto impreparato come sembra:

“Paul Ryan non è un dilettante. È probabilmente l’organizzatore politico più preparato della sua generazione. È conosciuto per la sua capacità di ottenere consenso da parte di soggetti e analisti politici che normalmente non condividono il suo genere di conservatorismo. Il supporto che si è costruito nelle proposte passate deriva da un lavoro diligente di confronto con i suoi colleghi, lavorando assieme ad essi sui progetti, preparandoli a quello che renderà pubblico, ascoltando le loro preoccupazioni, costruendo procedure nelle quali essi si sentano ascoltati, e così via. In questo genere di cose è bravo. Ma in questo caso non ha svolto una attività del genere. E questo ha le sue conseguenze.”

Ma Ryan ha mai messo assieme importanti proposte legislative che abbiano possibilità reali di essere approvate? È vero, si è fatto un nome con grandi proposte di bilancio che hanno ricevuto una attenzione ammirata da parte della stampa. Ma queste proposte non sono mai state neanche lontanamente operative. Erano piene zeppe non solo di magici ‘rimandi’ – elusioni fiscali da essere determinate in un secondo tempo, risparmi sui costi da essere ottenuti con metodi che dovevano essere fissati successivamente – ma di elementi, come la conversione di Medicare in un sistema di voucher, che avrebbero provocato reazioni enormi se in qualche modo fossero arrivati davvero vicini a realizzarsi.

In altre parole, non ha mai offerto progetti reali per ristrutturare la previdenza sociale, soltanto cose che assomigliano a progetti ma che sono fondamentalmente annunci pubblicitari per qualche piano immaginario che alla fine potrebbe essere prodotto. Mettere davvero assieme una coalizione per fare cose del genere? Ha mai organizzato una cosa del genere?

Questa è la ragione per la quale io non direi che Ryan è, in pratica, un organizzatore della politica. È uno che si fa pubblicità, un personaggio che ha rivenduto con successo a media creduloni la parte che recita: Paul Ryan, Conservatore Serio ed Onesto, Esperto di Politica. Questa volta egli si trova dinanzi alla prima verifica di una reale operazione politica, che è un procedimento completamente diverso. Non c’è niente di strano nella sua incapacità a portare a termine una cosa reale, anziché una messinscena.

Nello stesso tempo, Sarah Kliff, nella nuova newsletter su VoxCare, si interroga sull’apparente disaccordo tra i repubblicani su quello che è probabile dirà l’Ufficio Congressuale per il Bilancio:

“Le sole persone che hanno un accesso preventivo ai dati dell’Ufficio Congressuale per il Bilancio sono i legislatori repubblicani che hanno effettivamente lavorato sulla proposta di legge. Stanno lavorando da mesi sino ad oggi con l’agenzia sul bilancio per dar vita ad una stima.”

Ma davvero stanno lavorando da mesi con il CBO? Forse ci hanno parlato, ma si tratta di qualcosa che aveva la minima somiglianza con la proposta di una ‘mezza’ Obamacare? Tutto il resto che ha a che fare con l’Agenzia per l’Amministrazione della Assistenza Sanitaria (AHCA) sembra essere stato abborracciato, come qualcosa che è stato messo assieme in pochi giorni da persone che non hanno affatto riflettuto su quello che avrebbero significato dei crediti di imposta ‘piatti’ e un più ampio raggruppamento anagrafico, ad esempio, per le persone in Alaska con le loro costose assicurazioni, o per gli elettori di Trump con redditi medio bassi che si collocano attorni ai sessant’anni. Non ho informazioni di prima mano, ma appare certo che questo sia come se stessero ancora tergiversando, come facevano al massimo sino a poche settimane fa, sull’idea generale della loro sostituzione della riforma di Obama, e non hanno lavorato assieme al CBO perché non avevano niente su cui lavorare assieme.

In altre parole, se questo somiglia ad un passatempo per dilettanti, è perché si tratta proprio di quello. Ryan non è un politico esperto che incomprensibilmente sta perdendo il suo talento, è un genio della truffa che ha cominciato a convincersi della sua propria truffa; i repubblicani non hanno elaborato un progetto funzionante perché un tal progetto non esiste, e in ogni modo non hanno idea di cosa comporterebbe.

Oppure, per dirla in altro modo, questa potrebbe essere soltanto una maggiore “cattiva disposizione d’animo temperata da incompetenza” [1].    

 

 

 

[1] È la bella definizione che ha dato nei giorni passati l’esperto legale Benjamin Wittes a proposito del famoso ordine esecutivo di Trump sugli immigrati dai paesi arabi: ‘cattiveria con l’aggiunta di incompetenza”.

Appropriata anche in questo caso, se si considera che i disastrosi peggioramenti che vengono proposti alla riforma di Obama si riducono, in fondo, a far pagare molto di più gli anziani, soprattutto se di basso reddito.

 

 

 

 

 

 

 

Un piano destinato a fallire (dal blog di Krugman)

marzo 8, 2017

 

MAR 7 9:01 AM 

A Plan Set Up To Fail

 

So now we know what Republicans have to offer as an Obamacare replacement. Let me try to avoid value judgments for a few minutes, and describe what seems to have happened here.

The structure of the Affordable Care Act comes out of a straightforward analysis of the logic of coverage. If you want to make health insurance available and affordable for almost everyone, regardless of income or health status, and you want to do this through private insurers rather than simply have single-payer, you have to do three things.

1.Regulate insurers so they can’t refuse or charge high premiums to people with preexisting conditions
2.Impose some penalty on people who don’t buy insurance, to induce healthy people to sign up and provide a workable risk pool
3.Subsidize premiums so that lower-income households can afford insurance

So that’s Obamacare (and Romneycare before that): regulation, mandates, and subsidies. And the result has been a sharp decline in the number of uninsured, with costs coming in well below expectations. Roughly speaking, 20 million Americans gained coverage at a cost of around 0.6 percent of GDP.

Republicans have nonetheless denounced the law as a monstrosity, and promised to replace it with something totally different and far better. Which makes what they’ve actually come up … interesting.

For the GOP proposal basically accepts the logic of Obamacare. It retains insurer regulation to prevent exclusion of people with preexisting conditions. It imposes a penalty on those who don’t buy insurance while healthy. And it offers tax credits to help people buy insurance. Conservatives calling the plan Obamacare 2.0 definitely have a point.

But a better designation would be Obamacare 0.5, because it’s really about replacing relatively solid pillars with half-measures, severely and probably fatally weakening the whole structure.

First, the individual mandate – already too weak, so that too many healthy people opt out – is replaced by a penalty imposed if and only if the uninsured decide to enter the market later. This wouldn’t do much.

Second, the ACA subsidies, which are linked both to income and to the cost of insurance, are replaced by flat tax credits which would be worth much less to lower-income Americans, the very people most likely to need help buying insurance.

Taken together, these moves would almost surely lead to a death spiral. Healthy individuals, especially low-income households no longer receiving adequate aid, would opt out, worsening the risk pool. Premiums would soar – without the cushion created by the current, price-linked subsidy formula — leading more healthy people to exit. In much of the country, the individual markets would probably collapse.

The House leadership seems to realize all of this; that’s why it reportedly plans to rush the bill through committee before CBO even gets a chance to score it.

It’s an amazing spectacle. Obviously, Republicans backed themselves into a corner: after all those years denouncing Obamacare, they felt they had to do something, but in fact had no good ideas about what to offer as a replacement. So they went with really bad ideas instead.

 

Un piano destinato a fallire, di Paul Krugman 

Dunque adesso sappiamo cosa i repubblicani hanno da offrire in sostituzione della legge di riforma sanitaria di Obama. Per alcuni minuti mi asterrò da giudizi di valore e descriverò quello che sembra sia accaduto.

La struttura della Legge sulla Assistenza Sostenibile deriva da una analisi lineare della logica della copertura assistenziale. Se volete rendere l’assicurazione sanitaria disponibile e alla portata di quasi tutti, a prescindere dal reddito e dalle condizioni di salute, e volete farlo attraverso assicuratori privati piuttosto che con un unico centro di pagamenti [1], dovete fare tre cose:

1 – Dare regole agli assicuratori in modo che non possano rifiutare o aumentare verso l’alto le polizze degli individui con patologie preesistenti;

2 – Imporre alcune penalizzazioni sulle persone che non acquistano le assicurazioni, al fine id indurre le persone in salute a iscriversi e rendere possibile un ‘aggregato di rischio assicurativo’ che possa funzionare;

3 – Stabilire sussidi sulle polizze in modo che le famiglie con i redditi più bassi possano permettersi l’assicurazione.

Dunque, questa è la riforma di Obama (e quella di Romney, prima di lui [2]): regolamentazione, obbligo di assicurarsi e sussidi. E il risultato è stato un brusco declino nel numero dei non assicurati, con costi ben al di sotto delle aspettative. Parlando all’ingrosso, 20 milioni di americani hanno ottenuto l’assistenza con un costo di circa lo 0,6 per cento del PIL.

Ciononostante, i repubblicani hanno denunciato la legge come una mostruosità ed hanno promesso di sostituirla con qualcosa di completamente diverso e molto migliore. Il che rende quello che stanno effettivamente tirando fuori … interessante.

Perché la proposta del Partito Repubblicano fondamentalmente accetta la logica di Obama. Essa mantiene il regolamento sugli assicuratori per impedire l’esclusione delle persone con preesistenti serie patologie. Impone penalizzazioni a coloro che non acquistano l’assicurazione finché sono in salute. Ed offre crediti di imposta per aiutare le persone ad acquistare l’assicurazione. I conservatori che definiscono quel progetto come un “Obamacare 2”, hanno senz’altro ragione.

Ma una definizione migliore sarebbe “Obamacare 0,5”, giacché esso in realtà sostituisce pilastri relativamente solidi con mezze misure, indebolendo gravemente e fatalmente l’intera struttura.

In primo luogo, l’obbligo di assicurarsi – già troppo debole, cosicché molte persone in salute optano per restarne fuori – è sostituito con una penalizzazione se e soltanto se il non assicurato decide di entrare nel mercato in un momento successivo. Questo non avrà un grande effetto.

In secondo luogo, i sussidi della Legge sull’Assistenza Sostenibile, che sono connessi sia col reddito che col costo della assicurazione, sono sostituiti da crediti di imposta ‘piatti’ che avrebbero molto meno valore per gli americani con redditi più bassi, che sono le persone che è probabile abbiano bisogno di aiuto nell’acquistare l’assicurazione.

Considerate assieme, queste iniziative quasi sicuramente porteranno ad una spirale fatale. Le persone in salute, specialmente famiglie a redditi più bassi che non ricevono più un aiuto adeguato, sceglieranno di starsene fuori, peggiorando il rischio complessivo per le assicurazioni. Le polizze saliranno alle stelle – senza la protezione creata dalla attuale formula del sussidio connesso al prezzo – portando ancora più persone in salute ad uscire. In gran parte del paese, i mercati individuali probabilmente collasseranno [3].

Sembra che la dirigenza della Camera dei Rappresentanti [4] se ne stia rendendo conto; e questa è la ragione per la quale, a quanto si dice, essa ha in mente di far transitare rapidamente dalla Commissione la proposta di legge, prima che l’Ufficio Congressuale dl Bilancio possa persino esprimere una valutazione.

È uno spettacolo sconcertante. Ovviamente, i repubblicani si sono cacciati in un angolo: dopo tutti questi anni di denunce della riforma di Obama, sentivano di dover fare qualcosa, ma di fatto non hanno idee dignitose su cosa offrire in sostituzione. Si sono invece presentati con idee davvero pessime.

 

 

[1] Ovvero, con una sanità interamente pubblica (“single-payer” significa con un unico centro di pagamenti, e dunque senza la funzione intermedia delle assicurazioni private).

[2] L’ex candidato repubblicano Mitt Romney aveva realizzato una riforma sanitaria al livello del suo Stato, il Massachusetts, con criteri simili a quella successiva di Obama. Poi, in campagna elettorale, la faccenda era stata trattata con imbarazzo, per l’ostilità pregiudiziale dei repubblicani all’Obamacare.

[3] “Individuali” perché ci sono altri modi per avere assistenza che non sono basati sull’iniziativa dei singoli individui: se si è anziani si ha l’assistenza sostanzialmente pubblica di Medicare; se si è poveri si ha la soluzione pubblica di Medicaid; per un certo numero di lavoratori l’assistenza è a carico dei datori di lavoro.

[4] Ovvero il repubblicano Paul Ryan, lo speaker della Camera.

 

 

 

 

 

 

Il carbone è una condizione mentale (dal blog di Krugman, 1 marzo 2017)

marzo 4, 2017

 

MAR 1 12:50 PM 

Coal Is A State Of Mind

 

The big news from last night’s speech is that our pundits is not learning. After all the debacles of 2016, they swooned over the fact that Trump — while still lying time after time and proposing truly vile initiatives — was able to read from a teleprompter without breaking into an insane rant. If American democracy falls, supposed political analysts who are actually just bad theater critics will share part of the blame.

But that aside, I was struck by Trump’s continued insistence that he’s going to bring back coal jobs. This says something remarkable both about him and about the body politic.

He is not, of course, going to bring back coal mining as an occupation. Coal employment’s plunge began decades ago, driven mainly by the switch to strip mining and mountaintop removal. A partial revival after the oil crises of the 70s was followed by a renewed downturn (under Reagan!), with fracking and cheap gas mainly delivering the final blow. Giving coal companies new freedom to pollute streams and utilities freedom to destroy the planet won’t make any noticeable dent in the trend.

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But here’s the question: why are people so fixated on coal jobs anyway?

Even in the heart of coal country, the industry hasn’t really been a major source of employment for a very long time. Compare mining with occupations that basically are some form of healthcare in West Virginia, as percentages of total employment:

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Even in West Virginia, the typical worker is basically a nurse, not a miner — and that has been true for decades.

So why did that state overwhelmingly support a candidate who won’t bring back any significant number of mining jobs, but quite possibly will destroy healthcare for many — which means jobs lost as well as lives destroyed?

The answer, I’d guess, is that coal isn’t really about coal — it’s a symbol of a social order that is no more; both good things (community) and bad (overt racism). Trump is selling the fantasy that this old order can be restored, with seemingly substantive promises about specific jobs mostly just packaging.

One thought that follows is that Trump may not be as badly hurt by the failure of his promises as one might expect: he can’t deliver coal jobs, but he can deliver punishment to various kinds of others. I guess we’ll see.

 

Il carbone è una condizione mentale

La grande notizia nel discorso dell’altra notte è che i nostri commentatori non hanno appreso niente. Dopo tutte le débâcle del 2016, sono andati in delirio per il fatto che Trump – nel mentre continuava a dir bugie un momento dopo l’altro e proponeva iniziative davvero oscene – era capace di leggere da un suggeritore elettronico senza interrompersi con pazzesche invettive. Se cadrà la democrazia americana, i presunti analisti politici, che in realtà sono al massimo commentatori di teatro, ne porteranno parte della responsabilità.

Ma, a parte quello, sono rimasto sbigottito per la continua insistenza da parte di Trump sul fatto che starebbe recuperando posti di lavoro nel settore del carbone. Questo indica qualcosa di considerevole, al riguardo sia di lui che del corpo elettorale.

Ovviamente, egli non sta riportando indietro l’attività estrattiva del carbone come un fattore di occupazione. Il crollo dell’occupazione nel carbone cominciò decenni orsono, principalmente guidato dallo spostamento all’estrazione a cielo aperto ed alla rimozione delle cime dei monti. Una parziale ripresa dopo la crisi del petrolio degli anni ’70 fu seguita da una nuova caduta (sotto Reagan!), poi principalmente l’estrazione per fratturazione del gas e la sua economicità diedero il colpo finale. Dare di nuovo alle società del carbone la libertà di inquinare i fiumi ed ai servizi pubblici la libertà di distruggere il pianeta non provocherà alcuna apprezzabile scalfittura in quella linea di tendenza.

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Eppure la domanda è proprio quella: perché ci sono individui comunque fissati sui posti di lavoro nel carbone?

Persino nel cuore delle aree carbonifere, da lungo tempo quell’industria non è stata una importante fonte di occupazione. Si confronti l’attività estrattiva con impieghi che sono sostanzialmente forme di assistenza sanitaria nel West Virginia, come percentuale della occupazione totale:

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[1]

Persino nel West Virginia, il lavoratore tipo è fondamentalmente un infermiere, non un minatore – ed è stato così da decenni.

Perché dunque quello Stato ha sostenuto in modo schiacciante un candidato che non riporterà indietro nessuna quantità significativa di posti di lavoro minerari, ma abbastanza probabilmente distruggerà l’assistenza sanitaria per molti – il che comporta sia posti di lavoro perduti che vite distrutte?

La risposta, suppongo, è che il carbone non ha realmente a che fare con il carbone – è un simbolo di un ordine sociale che non c’è più: sia di cose positive (la comunità) che negative (il razzismo dichiarato). Trump sta vendendo l’illusione che questo vecchio ordine possa essere ripristinato, con le promesse apparentemente concrete di specifici posti di lavoro che principalmente servono a confezionare quell’illusione.

Un pensiero che ne consegue è che Trump potrebbe non ricevere un gran danno, come ci si aspetterebbe, dal fallimento delle sue promesse: egli non può portare posti di lavoro nel carbone, ma può castigare in modi diversi gli altri. Suppongo che lo vedremo.

 

 

[1] La linea rossa indica l’andamento dal 199o al 2015 degli occupati nel settore socio assistenziale e quella blu nel settore minerario, nel West Virginia (in percentuale sul totale degli occupati non agricoli).

 

 

 

 

 

Lo scenario roseo di Trump (dal blog di Krugman, 18 febbraio 2017)

febbraio 19, 2017

 

FEB 18 10:46 AM 

Trump’s Rosy Scenario

 

The WSJ reports that the Trump administration’s budget planning assumes very high economic growth over the next decade — between 3 and 3.5 percent annually. How was this number arrived at? Basically, they worked backwards, assuming the growth they needed to make their budget numbers add up. Credibility!

But the purpose of this post is mainly to explain why such a number is implausible — not impossible, but not something that should be anyone’s central forecast.

The claimed returns to Trumpnomics are close to the highest growth rates we’ve seen under any modern administration. Real GDP grew 3.4 percent annually under Reagan; it grew 3.7 percent annually under Clinton (shhh — don’t tell conservatives.) But there are fundamental reasons to believe that such growth is unlikely to happen now.

First, demography: Reagan took office with baby boomers — and women — still entering the work force; these days baby boomers are leaving. Here’s UN data on the 5-year growth rate of the population aged 20-64, a rough proxy for those likely to seek work:

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Just on demography alone, then, you’d expect growth to be around a percentage point lower than it was under Reagan.

Furthermore, while Trump did not, in fact, inherit a mess, both Reagan and Clinton did — in the narrow sense that both came into office amid depressed economies, with unemployment above 7 percent:

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This meant a substantial amount of slack to be taken up when the economy returned to full employment. Rough calculation: 2 points of excess unemployment means 4 percent output gap under Okun’s Law, which means 0.5 percentage points of extra growth over an 8-year period.

So even if you (wrongly) give Reagan policies credit for the business cycle recovery after 1982, and believe (wrongly) that Trumponomics is going to do wonderful things for incentives a la Reagan, you should still be expecting growth of 2 percent or under.

Now, maybe something awesome will happen: either driverless or flying cars will transform everything, whatever. But you shouldn’t be counting on it.

 

Lo scenario roseo di Trump 

Il Wall Street Journal scrive che il bilancio programmatico della Amministrazione Trump ipotizza che la crescita dell’economia sarà molto elevata nel prossimo decennio – tra il 3 e il 3,5 per cento all’anno. Come si è arrivati a questo numero? Fondamentalmente, l’hanno elaborato al rovescio, ipotizzando la crescita di cui avevano bisogno per far tornare i numeri del loro bilancio. A proposito di credibilità!

Ma lo scopo di questo post è principalmente spiegare perché un tale numero non sia plausibile – non impossibile, ma qualcosa che non dovrebbe essere la previsione essenziale per nessuno.

I rendimenti pretesi della economia di Trump sono prossimi ai tassi di crescita più elevati che abbiamo visto sotto qualsiasi Amministrazione nei tempi recenti. Il PIL reale crebbe del 3,4 per cento sotto Reagan; crebbe del 3,7 per cento all’anno sotto Clinton (ma silenzio – non ditelo ai conservatori!). Ma ci sono ragioni di fondo per ritenere che tale crescita sia improbabile oggi.

In primo luogo la demografia: Reagan entrò in carica con la generazione della crescita demografica – e le donne – che stavano ancora entrando nella forza lavoro; questi giorni quella generazione sta terminando. Ecco i dati delle Nazioni Unite sui tassi di crescita nel corso dei quinquenni della popolazione tra i 20 ed i 64 anni, approssimativamente un indice di coloro che è probabile cerchino lavoro:

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Solo per la demografia, dunque, ci si aspetterebbe che la crescita sia circa un punto percentuale più bassa di quello che fu sotto Reagan.

Inoltre, mentre non è stato il caso di Trump, sia Reagan che Clinton di fatto ereditarono disastri – semplicemente nel senso che entrarono entrambi in carica nel mezzo di economie depresse, con una disoccupazione superiore al 7 per cento:

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Questo comportò una dose sostanziale di fiacchezza da assorbire quando l’economia tornava alla piena occupazione. Un calcolo grossolano: 2 punti di disoccupazione in eccesso comporta, per la legge di Okun [1], un 4 per cento di scarto nella produzione, il che significa 0,5 punti percentuali di crescita aggiuntiva in un periodo di 8 anni.

Dunque, persino se date alle politiche di Reagan (erroneamente) il merito della ripresa del ciclo economico dopo il 1982, e credete (sempre erroneamente) che l’economia di Trump sia destinata a fare cose meravigliose per gli incentivi del tipo di quelli di Reagan, dovreste ancora aspettarvi una crescita del 2 per cento o inferiore.

Ora, forse accadrà qualcosa di eccezionale: le macchine senza guidatore o le macchine volanti trasformeranno tutto, qualcosa del genere. Ma non dovreste farci affidamento.

 

 

 

[1] La Legge di Okun, che prende il nome dall’economista Arthur Melvin Okun (che la propose nel 1962) è una legge empirica che associa ad ogni punto aggiuntivo di disoccupazione ciclica (differenza tra tasso di disoccupazione naturale e disoccupazione totale), 2 punti percentuali di gap di produzione.

 

 

 

 

 

C’è una bolla Trump? (dal blog di Krugman, 7 febbraio 2017)

febbraio 8, 2017

 

FEB 7 2:25 PM

 

Is There A Trump Bubble?

 

Everyone knows that stocks and interest rates have soared since the election; at the same time, if you aren’t worried about erratic policies from the Tweeter-in-chief, you’re really not paying attention. So are markets getting it all wrong?

I’ve been wondering about that — and yes, in the first few hours after the election I thought, briefly and wrongly, that a crash was coming quickly. But anyway, I decided to crunch a few numbers — and surprised myself. I still think markets are underrating the risk of catastrophe. But I’m not as sure as I was that there’s a huge Trump bubble buoying markets — because when you actually look at the data, the market action has been much smaller than the hype.

Look first at stocks. Yes, they’re up since the election. But how does this rise compare with past fluctuations? Not very big, actually:

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What about real interest rates? I’ve been arguing that the widespread belief in serious fiscal stimulus is wrong, which means that a really big rise in real interest rates wouldn’t be warranted. But it turns out that the movement isn’t that big:

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There was an overshoot early one, but at this point it’s only about 30 basis points, consistent with fiscal stimulus of maybe 1 percent of GDP. Still high, I think, but not yuge.

Inflation expectations are also up, but that may reflect various non-Trump things like growing evidence that we really are close to full employment.

I still think that markets are too sanguine. But the truth is that they haven’t moved nearly as much as the hype suggests, so the case for either a huge Trump effect or a huge Trump bubble is a lot weaker than you might think.

 

C’è una bolla Trump?

Ognuno sa che le azioni e i tassi di interesse sono saliti a partire dalle elezioni: nello stesso tempo, se non siete preoccupati dalle politiche erratiche del ‘Twittatore in capo’, vuol dire che non state prestando attenzione. È dunque tutto sbagliato quello che intendono i mercati?

Me lo sto chiedendo – e in effetti, nelle prime ore dopo le elezioni pensavo, in modo frettoloso e sbagliato, che sarebbe arrivato presto un crollo. Ma in ogni caso decisi di fare due conti su pochi dati – e mi sorpresi. Penso ancora che i mercati stiano sottostimando il rischio di catastrofe. Ma non sono così sicuro come ero che ci sia una vasta ‘bolla Trump’ a tenere a galla i mercati – perché, quando osservate effettivamente i dati, l’iniziativa dei mercati è stata molto più modesta del battage propagandistico.

Si osservino anzitutto le azioni. È vero, sono salite dalle elezioni. Ma cos’è questa crescita a confronto con le fluttuazioni passate? In realtà, non è così grande:

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Che dire dei tassi di interesse? Ho sostenuto che la fiducia generale in serie politiche di sostegno all’economia sia sbagliata, il che significa che una crescita nei tassi di interesse reali non dovrebbe essere garantita. Ma si scopre che il movimento non è così rilevante:

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C’è stato un soprassalto agli inizi, ma a questo punto è di soli 30 punti base, coerente con uno stimolo della finanza pubblica forse dell’1 per cento del PIL. Ancora alto, penso, ma non vastissimo.

Anche le aspettative di inflazione sono in crescita, ma quelle possono riflettere varie cose non originate da Trump, come la crescente evidenza che siamo realmente vicini alla piena occupazione.

Credo ancora che i mercati siano troppo ottimisti. Ma la verità è che essi non si sono mossi neanche lontanamente rispetto a quello che dice il battage pubblicitario, dunque le tesi sia di un vasto effetto Trump che di una vasta bolla Trump sono molto più fragili di quello che potreste pensare.

 

 

 

 

 

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