Blog di Krugman

Festeggiare come se fosse il 1998, (dal blog di Paul Krugman, 11 agosto 2018)

 

Aug. 11 2018

Partying Like It’s 1998

By Paul Krugman

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And now for something completely similar.

For a while, those of us who devoted a lot of time to understanding the Asian financial crisis two decades ago were wondering whether Turkey was going to stage a re-enactment. Sure enough, that’s what seems to be happening.

Here’s the script: start with a country that, for whatever reason, became a favorite of foreign lenders, and experienced a large inflow of foreign capital over a number of years. Crucially, the debt thus incurred is denominated in foreign currency, not domestic (which is why the U.S., also a recipient of large inflows in the past, isn’t similarly vulnerable — we borrow in dollars).

At some point, however, the party comes to an end. It doesn’t matter much what causes a “sudden stop” in foreign lending: it could be domestic events, like appointing your son-in-law to oversee economic policy, it could be a rise in U.S. interest rates, it could be a crisis in another country investors see as being similar to you.

Whatever the shock, the crucial thing is that foreign debt has made your economy vulnerable to a death spiral. Loss of confidence causes your currency to drop; this makes it harder to repay debts in foreign currency; this hurts the real economy and further reduces confidence, leading to a further decline in your currency; and so on.

The result is that foreign debt explodes as a share of GDP. Indonesia came into the ’90s financial crisis with foreign debt less than 60 percent of GDP, roughly comparable to Turkey early this year. By 1998 a plunging rupiah had sent that debt to almost 170 percent of GDP.

How does such a crisis end? If there is no effective policy response, what happens is that the currency drops and debt measured in domestic currency balloons until everyone who can go bankrupt, does. At that point the weak currency fuels an export boom, and the economy starts a recovery built around huge trade surpluses. (This may come as a surprise to Donald Trump, who appears to be levying punitive tariffs on Turkey as punishment for its weak currency.)

Is there any way to short-circuit this doom loop? Yes, but it’s tricky. What you need to reduce the costs of crisis is a combination of short-run heterodoxy and credible assurances of a longer-run return to orthodoxy.

How it works: stop the explosion of the debt ratio with some combination of temporary capital controls, to place a curfew on panicked capital flight, and possibly the repudiation of some foreign-currency debt. Meanwhile, get things in place for a fiscally sustainable regime once the crisis is over. If all goes well, confidence will gradually return, and you’ll eventually be able to remove the capital controls.

Malaysia did this in 1998; South Korea, with U.S. aid, effectively did something like it at the same time, by pressuring banks into maintaining their short-term credit lines. A decade later, Iceland did very well with a combination of capital controls and debt repudiation (strictly speaking, refusing to take public responsibility for the debts run up by private bankers).

Argentina also did quite well with heterodox policies in 2002 and for a few years after, effectively repudiating 2/3 of its debt. But the Kirchner regime didn’t know when to stop and turn orthodox again, setting the stage for the country’s return to crisis.

And maybe that example shows how hard dealing with this kind of crisis is. You need a government that is both flexible and responsible, not to mention technically competent enough to implement special measures and honest enough to carry out that implementation without massive corruption.

That, unfortunately, doesn’t sound like Erdogan’s Turkey. Of course, it doesn’t sound like Trump’s America, either. So it’s a good thing our debts are in dollars.

 

Festeggiare come se fosse il 1998,

di Paul Krugman

E adesso per qualcosa di completamente simile.

Da un po’, coloro tra noi che impiegavano molto tempo alla comprensione della crisi finanziaria asiatica di due decenni orsono si stavano chiedendo se la Turchia fosse destinata a mettere in scena una rievocazione.

Ecco il copione: si parte con un paese che, per qualsiasi ragione, è finito nei favori di prestatori stranieri, ed ha conosciuto per un certo numero di anni ampi flussi di capitali stranieri. Fondamentalmente, il debito in tal modo sottoscritto è denominato in valuta straniera, non in quella nazionale (che è la ragione per la quale gli Stati Uniti, anch’essi destinatari di vasti flussi nel passato, non sono nello stesso modo vulnerabili – noi ci indebitiamo in dollari).

Ad un certo punto, tuttavia, la festa va a finire. Non è molto importante cosa provochi la “improvvisa interruzione” nei prestiti stranieri: potrebbero essere eventi interni, come nominare vostro genero alla supervisione della politica economica, potrebbe essere una crescita dei tassi di interesse, potrebbe essere una crisi tra gli investitori di un altro paese considerati simili a voi.

Qualsiasi sia la causa del trauma, l’aspetto cruciale è che il debito estero ha reso la vostra economia vulnerabile ad una spirale fatale. La perdita di fiducia fa cadere la vostra valuta; questo rende più difficile ripagare i debiti in valuta estera; dà un colpo all’economia reale e riduce ulteriormente la fiducia nella vostra valuta; e così via.

Il risultato è che il debito estero esplode come percentuale del PIL. L’Indonesia entrò nella crisi finanziaria degli anni ’90 con un debito estero inferiore al 60 per cento del PIL, grosso modo confrontabile con il debito estero della Turchia agli inizi di quest’anno. Con il 1998 la crisi della rupia aveva spedito quel debito a quasi il 170 per cento del PIL.

Come va a finire una crisi del genere? Se non c’è una risposta politica efficace, quello che accade è che la valuta scende e il debito misurato in valuta nazionale si moltiplica sinché tutti coloro che possono andare in bancarotta non lo fanno. A quel punto la valuta debole alimenta un boom delle esportazioni, e l’economia comincia a riprendersi sulla base di ampi surplus commerciali (per Donald Trump questa può apparire come una sorpresa, lui sembra stia imponendo tariffe punitive sulla Turchia come punizione per la sua valuta debole).

C’è un qualche modo per aggirare questo circuito di sventura? Sì, ma è difficile. Quello che occorre per ridurre i costi della crisi è una combinazione di eterodossia nel breve termine e di assicurazioni di un ritorno all’ortodossia nel più lungo termine.

Ecco come funziona: si impedisce che il tasso del debito esploda con qualche combinazione di controlli temporanei dei capitali, per collocare una sorta di coprifuoco su fughe di capitali in preda al panico, e possibilmente per disconoscere una parte del debito in valuta estera. Nel frattempo, una volta che la crisi è alle spalle, si dispongono le cose in modo da favorire un regime della finanza pubblica sostenibile. Se tutto va bene, la fiducia gradualmente ritornerà e alla fine si potranno rimuovere i controlli dei capitali.

È quello che fece la Malesia nel 1998; la Corea del Sud, con l’aiuto degli Stati Uniti, fece nello stesso periodo qualcosa di simile, facendo pressione sulle banche per il mantenimento delle loro linee di credito a breve. Un decennio dopo, l’Islanda agì nel migliore dei modi con una combinazione di controllo dei capitali e di disconoscimento del debito (precisamente, rifiutandosi di accollarsi una responsabilità pubblica per i debiti accumulati dai banchieri privati).

Anche l’Argentina gestì la situazione abbastanza bene ricorrendo a politiche eterodosse nel 2002 e nei due anni successivi, di fatto disconoscendo due terzi del proprio debito. Ma il regime di Kirchner non seppe quando fermarsi e tornare ad essere ortodosso, creando le condizioni per il ritorno alla crisi del paese.

E forse quell’esempio mostra quanto sia difficile gestire quel genere di crisi.  Si ha bisogno di un Governo nello stesso tempo flessibile e responsabile, per non dire sufficientemente competente dal punto di vista tecnico per promuovere speciali misure e sufficientemente onesto per portarle a compimento senza una corruzione diffusa.

Sfortunatamente, questo non somiglia alla Turchia di Erdogan. Ovviamente, non somiglia neanche all’America di Trump. Cosicché è positivo che i nostri debiti siano in dollari.

 

 

 

 

 

 

 

 

Note su una Repubblica del burro (dal blog di Paul Krugman, 5 agosto 2018)

agosto 8, 2018

 

Aug.5 2018

Notes on a Butter Republic

By Paul Krugman

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Still on vacation, and I’m currently in Denmark – in fact, just cycled from Copenhagen to Helsingor, aka Elsinore. Sad to say, I’m such a fearsome nerd that instead of thinking about Shakespeare, my thoughts have turned to … economics. For Denmark’s story is, I’d argue, of considerable interest to the rest of us.

To be clear, I am in no sense an expert on the Danish economy, now or in the past. I only know what I read and can pull out of readily available databases. So this is really about using Denmark as a mirror to hold up to the rest of the world. But it’s an interesting mirror (and much nicer to think about than the outrages at home.) There are, in particular, two lessons I think Denmark can teach us: a hopeful story about globalization, and another hopeful one about the possibilities of creating a decent society.

 

Blessed are the cheesemakers

OK, as a helpful bystander points out in Life of Brian, it’s a metaphor, not to be taken literally: the blessing extends to all manufacturers of dairy products. The blessing certainly worked in the case of Denmark.

During the creation of the first global economy, the one made possible by railroads, steamships, and telegraphs, the world seemed to bifurcate into industrial nations and the agricultural raw/material producers who catered to them. And the agricultural nations, even if they grew rich at first – e.g., Argentina – seemingly ended up getting much the worse of the deal, turning into banana republics crippled economically and politically by their role.

But Denmark became, not a banana republic, but a butter republic. Steamships and steam-powered cream separators allowed Denmark to become a huge exporter of butter (and pork) to the UK, leading in turn to impressive prosperity on the eve of World War I.

One interesting point about this export surge is that in a way it was value-added production, like the exports of modern developing economies that rely on imported inputs – except that in Denmark’s case it was imports of animal feed from North America that helped provide a crucial edge.

The good news was that this agricultural orientation didn’t turn out to be a dead end. Instead, it laid the foundation for excellent performance over the long run. And in Denmark’s case globalization seems to have been equalizing, both politically and economically: instead of fostering dominance by foreign corporations or domestic landowners, it led to dominance by rural cooperatives.

Why was the Danish story so happy? The Danes may have been lucky in the product in which they turned out to have a comparative advantage. Also, like the Asian countries that led the first wave of modern developing-country growth, they came into globalization with a well-educated population by world standards. They may also have been lucky in the enlightened behavior of their elites.

Anyway, I’m not pushing a universal lesson that globalization is great for everyone; just the opposite. The point is that the results depend on the details: a country can produce agricultural products, be “dependent” by most definitions, yet use that as the basis for permanent elevation into the first world.

And in today’s world, Denmark manages to be very open to world trade, while having very low levels of inequality both before and after redistribution. Globalization need not be in conflict with social justice. Speaking of which …

 

The non-horrors of “socialism”

A number of people on the U.S. right, and some self-proclaimed centrists, seem totally taken aback by the rise of politicians who call themselves socialist. But this rise was predictable and predicted.

Here’s what happened: for decades the right has tried to shout down any attempt to sand down some of the rough edges of capitalism, whether through health guarantees, income supports, or anything else, by yelling “socialism.” Sooner or later people were bound to say that if any attempt to make our system less harsh is socialism, well, they’re socialists.

The truth is that there are hardly any people in the U.S. who want the government to seize the means of production, or even the economy’s commanding heights. What they want is social democracy – the kinds of basic guarantees of health care, protection against poverty, etc., that almost every other advanced country provides.

Denmark, where tax receipts are 46 percent of GDP compared with 26 percent in the U.S., is arguably the most social-democratic country in the world. According to conservative doctrine, the combination of high taxes and aid to “takers” must really destroy incentives both to create jobs and to take them in any case. So Denmark must suffer from mass unemployment, right?

 

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Ahem:

Yep, Danish adults are more likely to be employed than their U.S. counterparts. They work somewhat shorter hours, although that may well be a welfare-improving choice. But what Denmark shows is that you can run a welfare state far more generous than we do – beyond the wildest dreams of U.S. progressives – and still have a highly successful economy.

Indeed, while GDP per capita in Denmark is lower than in the U.S. – basically because of shorter work hours – life satisfaction is notably higher.

 

Macro muddles

Despite all this good stuff, there is something rotten – OK, maybe just slightly off – in the state of Denmark. While the long-term performance has been great, Denmark hasn’t done too well since the 2008 financial crisis, with real GDP per capita falling substantially, then taking a long time to recover. In particular, Denmark has lagged far behind Sweden:

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There’s no mystery about this recent underperformance. Denmark isn’t on the euro, but unlike Sweden, it has pegged its currency to the euro. So it has shared in the euro area’s problems.

Leaving aside the general issue of exchange rate regimes, this is a reminder that microeconomics – things like the incentive effects of a strong welfare state – is different from macroeconomics. You can do great things on the micro front and still screw up your monetary policy.

So those are my notes on Denmark – plus one more observation: nothing in Danish is pronounced remotely the way the spelling suggests to an English speaker. (The famous astronomer Tyco Brahe was, if I got it right, something like Tuco Brawwww.) The same isn’t true for German. Why did they do this?

 

Note su una Repubblica del burro,

di Paul Krugman

Sono ancora in vacanza, attualmente in Danimarca – infatti, ho appena pedalato da Copenaghen a Helsingor, ovvero Elsinore. Triste a dirsi, sono un tale terribile fanatico che invece di pensare a Shakespeare, i miei pensieri si sono indirizzati … all’economia. Perché la storia della Danimarca direi che è di considerevole interesse per tutti gli altri.

Onestamente, non sono in nessun senso un esperto di economia danese, né di quella attuale né di quella passata. Conosco soltanto quello che leggo e che posso dedurre da database facilmente disponibili. Dunque, questo articolo in realtà riguarda l’utilizzo della Danimarca come uno specchio da usare nei confronti con il resto del mondo. Ma si tratta di uno specchio interessante (e molto più grazioso da riflettere rispetto agli scandali di casa nostra). Penso che, in particolare, ci siano due lezioni che la Danimarca ci può insegnare: un racconto ottimista sulla globalizzazione e un altro racconto ottimistico sulle possibilità di creare una società dignitosa.

 

Siano benedetti i produttori di formaggi

È vero, come indica uno spettatore fiducioso nella Vita di Brian [1], esso non va preso alla lettera, è una metafora: la benedizione si estende a tutti i prodotti manifatturieri dei caseifici. Certamente, la benedizione è appropriata nel caso della Danimarca.

Durante la creazione della prima economia globale, quella resa possibile dalle ferrovie, dalla navigazione a vapore e dal telegrafo, il mondo sembrava biforcarsi nelle nazioni industriali e nei produttori agricoli delle materie prime che ne soddisfacevano i bisogni. E le nazioni agricole, anche se agli inizi diventavano ricche – ad esempio, l’Argentina – alla fine sembravano ottenere soprattutto il peggio degli accordi, diventando repubbliche delle banane compromesse economicamente e politicamente dal loro ruolo.

Ma la Danimarca non diventò una repubblica delle banane, bensì una repubblica del burro. La navigazione a vapore e le scrematrici alimentate a vapore consentirono alla Danimarca di divenire un grande esportatore di burro (e di carne suina) verso il Regno Unito, indirizzandosi a sua volta verso una impressionante prosperità nel periodo della Prima Guerra Mondiale.

Un aspetto interessante di questa crescita delle esportazioni è che essa in un certo senso fu una produzione di valore aggiunto, come le esportazioni delle moderne economie in via di sviluppo che si basano su contributi importati – sennonché nel caso della Danimarca si trattava di importazioni di alimentazioni per animali dal Nord America, che contribuirono a fornire un vantaggio fondamentale.

L’aspetto positivo fu che questo orientamento agricolo non si risolse in una via senza sbocco. Fornì, invece, la base per una eccellente prestazione nel lungo periodo. E la globalizzazione nel caso della Danimarca sembra aver avuto effetti egualitari sia politicamente che economicamente: invece di promuovere il dominio delle società straniere e dei grandi proprietari di terre, ha portato al dominio delle cooperative rurali.

Perché la storia della Danimarca fu così felice? I danesi potrebbero esser stati fortunati nel prodotto nel quale risultarono avere un vantaggio comparativo. Inoltre, come i paesi asiatici che guidarono la prima ondata moderna di crescita dei paesi in via di sviluppo, essi entrarono nella globalizzazione con una popolazione ben istruita per gli standard mondiali. Potrebbero anche essere stati fortunati in conseguenza del comportamento illuminato delle loro classi dirigenti.

In ogni caso non sto promuovendo una lezione universale secondo la quale la globalizzazione è una gran cosa per tutti; proprio l’opposto. Il punto è che i risultati dipendono dai dettagli: un paese può produrre beni dell’agricoltura, essere “dipendente” secondo la maggioranza dei criteri, e tuttavia usare tutto questo come la base per una affermazione permanente nel primo mondo.

E nel mondo odierno, la Danimarca gestisce un commercio mondiale molto aperto, pur avendo livelli molto bassi di ineguaglianza sia prima che dopo la redistribuzione. Non c’è bisogno che la globalizzazione sia in conflitto con la giustizia sociale. Passando a quest’ultima …

 

L’assenza degli orrori del “socialismo”  

Un certo numero di persone nella destra degli Stati Uniti, ed alcuni sedicenti centristi, sembrano completamente sbalorditi dall’aumento di uomini politici che si definiscono socialisti. Ma questa crescita era prevedibile e prevista.

Ecco cosa è accaduto: per decenni la destra ha cercato di zittire ogni tentativo di attenuare i rozzi spigoli del capitalismo, che fossero le garanzie sanitarie, i sostegni ai redditi o qualsiasi altra cosa, gridando al “socialismo”. Prima o poi era destino che la gente dicesse che se ogni tentativo di rendere il nostro sistema meno aspro era socialismo, ebbene, allora loro erano socialisti.

La verità è che è difficile che ci sia qualcuno negli Stati Uniti che voglia che il Governo si impadronisca dei mezzi di produzione, o anche che comandi i vertici dell’economia. Quello che vogliono è la socialdemocrazia – quel genere di garanzie di base della assistenza sanitaria, di protezioni contro la povertà etc. che quasi tutti i paesi avanzati forniscono.

La Danimarca, dove le entrate fiscali sono il 46 per cento del PIL a confronto con il 26 per cento degli Stati Uniti, è probabilmente il paese più socialdemocratico al mondo. Secondo la dottrina conservatrice, la combinazione di alte tasse e di aiuti agli ‘assistiti’ dovrebbe in realtà distruggere gli incentivi a creare posti di lavoro e in ogni caso a riceverli. Dunque la Danimarca dovrebbe soffrire una disoccupazione massiccia, non è così?

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Ma guarda …

Accidenti, è più probabile che i danesi adulti abbiano una occupazione rispetto ai loro omologhi americani. Loro lavorano un po’ di ore in meno, sebbene questa potrebbe ben essere una scelta di miglioramento del welfare. Ma quello che la Danimarca dimostra è che si può amministrare uno Stato assistenziale assai più generoso del nostro – più generoso dei sogni più spinti dei progressisti statunitensi – ed avere una economia con elevate prestazioni.

Infatti, mentre il PIL procapite in Danimarca è più basso di quello degli Stati Uniti – principalmente in conseguenza delle minori ore lavorative – la soddisfazione di vita è notevolmente più elevata.

 

Confusioni macro

Nonostante tutte queste buone cose, c’è qualcosa di guasto – o forse soltanto di leggermente fuori posto – nello Stato della Danimarca. Mentre le prestazioni di lungo periodo sono state egregie, la Danimarca non è andata così bene dopo la crisi finanziaria del 2008, con un PIL procapite che è calato sostanzialmente, richiedendo poi un tempo lungo per la ripresa. In particolare, la Danimarca ha stentato alle spalle della Svezia:

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Non c’è alcun mistero in questo recente andamento non così positivo. La Danimarca non è nell’euro, ma, diversamente dalla Svezia, ha ancorato la propria valuta all’euro. Dunque, ha condiviso i problemi dell’area euro.

Lasciando da parte il tema generale dei regimi del tasso di cambio, queste note ci ricordano che la microeconomia – cose come gli effetti di incentivazione di un forte Stato assistenziale – è diversa dalla macroeconomia. Potete fare grandi cose sul fronte della microeconomia e tuttavia rovinare tutto con la vostra politica monetaria.

Dunque queste sono le mie note sulla Danimarca – alle quali aggiungo una osservazione: niente tra i danesi viene pronunciato neanche lontanamente come lo spelling suggerirebbe ad un individuo di lingua inglese (il famoso astronomo Tico Brahe, se ho ben compreso, si risolve in qualcosa come Tuco Brawwww). Non accade lo stesso con il tedesco. Perché lo fanno?

 

 

 

 

 

 

 

[1] La vita di Brian, o Brian di Nazareth, è un film commedia del 1979 diretto da Terry Jones e interpretato dal gruppo comico inglese Monty Python. Wikipedia

 

 

 

 

 

 

 

Il massimo tradimento di Trump (dal blog di Paul Krugman, 30 luglio 2018)

agosto 7, 2018

 

July 30, 2018

Trump’s Supreme Betrayal

By Paul Krugman

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By now, it’s almost a commonplace to say that Trump has systematically betrayed the white working class voters who put him over the top. He ran as a populist; he’s governed as an orthodox Republican, with the only difference being the way he replaced racial dog-whistles with raw, upfront racism.

Many people have made this point with respect to the Trump tax cut, which is so useless to ordinary workers that Republican candidates are trying to avoid talking about it. The same can be said about health care, where Democrats are making Trump’s assault on the Affordable Care Act a major issue while Republicans try to change the subject.

But I think we should be seeing more attention devoted to the way Trump’s nomination of Brett Kavanaugh for the Supreme Court fits into this picture. The Times had a good editorial on Kavanaugh’s anti-worker agenda, but by and large the news analyses I’ve seen focus on his apparently expansive views of presidential authority and privilege.

I agree that these are important in the face of a lawless president with authoritarian instincts. But the business and labor issues shouldn’t be neglected. Kavanaugh is, to put it bluntly, an anti-worker radical, opposed to every effort to protect working families from fraud and mistreatment.

The most spectacular example is his opinion that Sea World owed no liability for a killer whale attack that killed one of its workers, because she should have known the risks. He has declared the Consumer Financial Protection Bureau, which helps control the financial fraud against working families that played a major role in the 2008 crisis, unconstitutional. He’s taken an extremely expansive view of the rights of business to suppress union organizing.

This is all, by the way, the opposite of populism. The public strongly supports worker protections. The ongoing campaign to take them away is an act of conservative elites, people who have made their careers by carrying water for business interests, and is being implemented in effect by stealth under the noses of voters who thought Trump was on their side.

And this betrayal matters much more for workers than, say, Trump’s trade bluster. There’s growing evidence that wage stagnation in America — the very stagnation that angers Trump voters — isn’t being driven by impersonal forces like technological change; to an important extent it’s the result of political changes that have weakened workers’ bargaining power. If Trump manages to install Kavanaugh, he’ll help institutionalize these anti-worker policies for decades to come.

 

Il massimo tradimento di Trump,

di Paul Krugman

A questo punto, è quasi un luogo comune dire che Trump ha sistematicamente tradito gli elettori della classe lavoratrice bianca che l’hanno messo al comando. Si è candidato come un populista; ha governato come un repubblicano ortodosso, la sola differenza essendo il modo in cui ha sostituito i richiami razzistici con un razzismo crudo e senza infingimenti.

Molte persone hanno avanzato lo stesso argomento in relazione al taglio delle tasse di Trump, che è così inutile per i lavoratori ordinari che i candidati repubblicani stanno cercando di evitare di parlarne. Si può dire lo stesso dell’assistenza sanitaria, dove i democratici stanno facendo dell’assalto di Trump alla Legge sulla Assistenza Sostenibile un argomento

importante, mentre i repubblicani cercano di cambiare tema.

Ma io penso che dovremmo prestare più attenzione al modo in cui la nomina di Brett Kavanaugh da parte di Trump alla Corte Suprema si colloca in questo quadro. Il Times ha pubblicato un bell’editoriale sulla agenda contro i lavoratori di Kavanaugh, ma in generale le analisi nei notiziari che ho visto si concentrano sulle sue opinioni apparentemente estensive dell’autorità e dei privilegi presidenziali.

Concordo che questi siano temi importanti, a fronte di un Presidente privo di senso di legalità e con istinti autoritari. Ma i temi dell’economia e del lavoro non dovrebbero essere trascurati. Per dirla senza giri di parole, Kavanaugh è ostile ai lavoratori in modo radicale, si è opposto in ogni modo alla protezione delle famiglie dei lavoratori dalle frodi e dai maltrattamenti.

L’esempio più spettacolare è stata la sua opinione secondo la quale la società SeaWorld [1] non doveva alcun compenso per un attacco di un’orca marina che ha ucciso una delle sue lavoratrici, giacché ella avrebbe dovuto conoscere i rischi. Egli ha stabilito che l’Ufficio per la Protezione finanziaria del Consumatore, che contribuisce a controllare le frodi finanziarie ai danni delle famiglie dei lavoratori che giocarono un ruolo importante nella crisi del 2008, è incostituzionale ed ha sposato un punto di vista estremamente radicale sui diritti delle imprese nel sopprimere le organizzazioni sindacali.

Per inciso, questo è tutto l’opposto del populismo. L’opinione pubblica sostiene con energia le protezioni dei lavoratori. La perdurante campagna per metterle da parte è una iniziativa dei gruppi dirigenti conservatori, gente che ha costruito le proprie carriere portando acqua agli interessi delle società, e che in sostanza vengono rafforzandosi di nascosto sotto il naso degli elettori che pensavano che Trump stesse dalla loro parte.

Questo tradimento conta per i lavoratori molto di più che non, ad esempio, le smargiassate sul commercio di Trump. Ci sono prove crescenti che la stagnazione dei salari in America – la vera e propria stagnazione che irrita i sostenitori di Trump – non viene guidata da forze impersonali come i mutamenti tecnologici; in una misura importante essa è il risultato di cambiamenti politici che hanno indebolito il potere contrattuale dei lavoratori. Se Trump riesce a mettere Kavanaugh in quel posto, aiuterà a istituzionalizzare queste politiche contro i lavoratori per i prossimi decenni.

 

 

 

 

 

 

 

[1] SeaWorld è una società di entertainment che appartiene ad una catena di acquari, con esibizione di mammiferi anche di grandi dimensioni.

 

 

 

 

 

Perché la crescita di un trimestre non ci dice nulla (dal blog di Paul Krugman, 28 luglio 2018)

luglio 28, 2018

 

July 28, 2018

Why One Quarter’s Growth Tells Us Nothing

By Paul Krugman

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For the most part, reporting on 2nd quarter growth has been pretty decent. But I haven’t seen clear explanations of why one quarter’s growth tells us so little about longer-term growth prospects. I’m sure that reporters get it; maybe they assume that readers already know (a very bad assumption), or maybe they’re afraid of sounding too technical. But anyway, it seems as if there’s a gap worth filling; so here it comes.

The key point when you look at real GDP is that the economy’s actual output depends both on its capacity – the amount it is capable of producing on a sustained basis – and the rate at which it is using that capacity. That is,

Output = capacity * capacity utilization

CBO actually produces an estimate of capacity – “potential GDP” – which you can argue with, but is a useful benchmark. And you can look at the ratio of actual GDP to potential, which is an indication of how hot the economy is running:

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Why does capacity utilization fluctuate? Mainly because the economy sometimes suffers from periods of inadequate demand, as it did after the 2008 financial crisis. Sometimes, also, the economy overheats, reaching levels of capacity utilization that will lead to rising inflation. The Fed thinks we’re in or near to that state now, although many economists disagree. Whoever’s right, the point is that there’s some limit to how hot the economy can run.

Now, suppose that for whatever reason capacity utilization rises. This will generate a period of rapid growth. To take a not at all arbitrary example, suppose that capacity is growing at a 2 percent annual rate, and capacity utilization rises 0.5 percent over the course of a quarter. Then growth in that quarter will be at an annual rate of 4 percent (because half a point in a quarter is two points at an annual rate.)

This, however, says nothing at all about whether the economy can achieve 3 or 4 percent growth over a longer period, say a decade. That would require evidence of an acceleration in the growth of capacity.

So does 2nd quarter growth say anything at all about the Trump economic agenda? The tax cut probably helped give the economy a bit of a bump: massive deficit spending will do that. (Obama could have presided over a much more rapid recovery if Republicans hadn’t insisted that deficits and debt are vast evils – but only when a Democrat is in the White House.) But deficit-based Keynesian stimulus wasn’t how the tax cut was sold, and isn’t a basis for sustained growth.

In short, one quarter’s growth is a nothingburger. The real news is that we’re still waiting for both the investment surge and the wage gains the tax cutters promised; as far as we can tell, they’re never coming.

 

Perché la crescita di un trimestre non ci dice nulla,

di Paul Krugman

Per la parte prevalente, i resoconti sulla crescita del secondo trimestre sono stati abbastanza decenti. Ma non ho visto spiegazioni chiare della ragione per la quale la crescita di un trimestre ci dice così poco delle prospettive di crescita a più lungo termine. Sono sicuro che i commentatori le conoscono; forse presuppongono che anche i lettori le conoscano (un assunto molto negativo), o forse sono timorosi di apparire troppo tecnicistici. Comunque sia, sembra ci sia un buco da riempire; dunque eccolo che arriva.

Il punto chiave, quando si osserva il PIL reale è che la produzione effettiva di un’economia dipende sia dalla sua capacità produttiva – quanto è capace di produrre su una base duratura – che dal tasso al quale essa sta usando tale capacità. Ovvero:

 

Produzione = Capacità produttiva * utilizzo di quella capacità

 

Effettivamente l’Ufficio Congressuale del Bilancio produce una stima della capacità – il “PIL potenziale” – con il quale si può essere o meno d’accordo, ma che è un utile punto di partenza. E si può osservare il rapporto tra il PIL effettivo e quello potenziale, che è un indicatore di quanto l’economia stia procedendo a pieno regime:

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Perché l’utilizzazione della capacità produttiva è fluttuante? Principalmente perché in certi momenti l’economia soffre di inadeguata domanda, come accadde dopo la crisi finanziaria del 2008. Talvolta accade anche che l’economia si surriscaldi, raggiungendo livelli di utilizzazione della capacità produttiva che porteranno ad una inflazione crescente. La Fed pensa che oggi siamo in tale condizione, o che ci stiamo avvicinando, sebbene molti economisti non siano d’accordo. Chiunque abbia ragione, il punto è che c’è qualche limite alla forza con la quale l’economia può correre.

Supponiamo adesso che per una ragione qualsiasi l’utilizzazione della capacità produttiva cresca. Questo produrrà un periodo di rapida crescita. Per prendere un esempio per nulla arbitrario, supponiamo che la capacità produttiva cresca ad un tasso del 2 per cento annuo, e l’utilizzazione di tale capacità cresca dello 0,5 per cento nel corso di un trimestre. In quel caso la crescita in quel trimestre porterà ad un tasso annuo del 4 per cento (giacché mezzo punto in un trimestre corrisponde a due punti nel tasso annuale).

Questo, tuttavia, non ci dice niente sul fatto che l’economia possa ottenere un 3 o 4 per cento di crescita su un periodo più lungo, ad esempio su un decennio. Per ciò sarebbe richiesta la prova di una accelerazione nella crescita della capacità produttiva.

Dunque, la crescita del secondo trimestre non dice proprio niente a proposito della agenda economica di Trump? Il taglio delle tasse probabilmente ha contribuito a dare all’economia un po’ di spinta, una massiccia spesa in deficit farà altrettanto (Obama potrebbe aver governato in un periodo di ripresa molto più rapido, se i repubblicani non avessero insistito che i deficit e il debito sono grandi mali – ma solo quando ci sono democratici alla Casa Bianca). Ma uno stimolo keynesiano basato sul deficit non è stato il modo in cui è stato pubblicizzato il taglio alle tasse, e non è una base per una crescita prolungata.

In poche parole, la crescita di un trimestre è come un panino senza companatico. La vera notizia è che stiamo ancora aspettando sia una crescita degli investimenti che gli incrementi salariali che i tagliatori delle tasse avevano promesso; e per quanto posso dire, non arriveranno mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sussidi, lavoro e povertà, (dal blog di Paul Krugman, 14 luglio 2018).

luglio 18, 2018

 

July 14, 2018

Benefits, Work, and Poverty

By Paul Krugman

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Back in 2014 Paul Ryan declared that the War on Poverty had failed, so it was time to slash spending on anti-poverty programs. Last week the Trump Council of Economic Advisers declared not only that the War on Poverty has in fact substantially reduced poverty – which is what progressives have been saying all along – but that poverty is “largely over”. (Do these people ever visit the real world?)

And because poverty is over, they say, we should impose lots of work requirements on Medicaid and food stamps, which would have the effect of slashing spending on these programs. Somehow a completely opposite reading of the facts leads to the same policy conclusion. Funny how that works.

But are benefits like Medicaid and food stamps really discouraging a lot of people from working? One way to answer that question is to look at who is receiving benefits without working. The White House analysis claims that many of those non-working adults could work; but I put a lot more trust in the Kaiser Family Foundation, which finds only a small number of potential workers among benefit recipients.

Anyway, another way to answer the question is to look at the international evidence. True, cross-country comparisons aren’t controlled experiments; but given how much Republicans like to talk about the “failing welfare states of Europe,” it might be worth asking whether prime-age adults are, in fact, a lot less likely to work in countries where benefits are far more generous than they are in the United States.

So here’s a chart, using OECD data, that compares in-kind benefits as a percentage of GDP with the employment rate for adults aged 25-54, for a selected group of countries:

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Hmm. Prime-aged Americans are actually less likely to be employed than residents of those failing welfare states. And that’s despite the fact that U.S. macroeconomic policy has been better, and we’re much closer to full employment.

On the other hand, high social expenditures do seem to be associated with low rates of poverty (measured using the international standard of half median income):

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So do anti-poverty programs discourage work, as conservatives incessantly claim? If there is such an effect, it’s small enough to be invisible in the data. One thing anti-poverty programs do seem to do, however, is … reduce poverty.

 

Sussidi, lavoro e povertà. Di Paul Krugman

Nel 2014 Paul Ryan dichiarò che la Guerra sulla Povertà era fallita, dunque era tempo di abbattere la spesa sui programmi contro la povertà. La scorsa settimana il Comitato dei Consiglieri Economici di Trump ha dichiarato che non solo la Guerra sulla Povertà ha di fatto sostanzialmente ridotto la povertà – che è quanto i progressisti dicono da tempo – ma che la povertà è “largamente superata” (questa gente visita mai il mondo reale?)

E poiché la povertà è superata, dicono, dovremmo imporre una gran quantità di obblighi di lavoro su coloro che fruiscono di Medicaid e degli aiuti alimentari, che avrebbero l’effetto di abbattere la spesa su questi programmi. In qualche modo, una lettura completamente opposta dei fatti conduce alla medesima conclusione politica. È buffo come funziona.

Ma i sussidi come Medicaid e gli aiuti alimentari, davvero scoraggiano molte persone dal lavoro? Un modo per rispondere a tale domanda è guardare chi sta ricevendo sussidi senza lavorare. L’analisi della Casa Bianca sostiene che molti di quegli adulti che non lavorano potrebbero lavorare; ma io ho molta più fiducia nella Fondazione della Famiglia Kaiser, che scopre un minimo numero di lavoratori potenziali tra i percettori dei sussidi.

Comunque, un altro modo di rispondere alla domanda è osservare le testimonianze internazionali. È vero, i confronti all’interno del paese non sono esperimenti controllati; ma considerato quanto i repubblicani amano parlare degli “Stati assistenziali falliti dell’Europa”, potrebbe valere la pena di chiedersi se gli adulti nella principale età lavorativa sia, davvero, molto meno probabile che lavorino in paesi nei quali i sussidi sono di gran lunga molto più generosi che negli Stati Uniti.

Dunque ecco un diagramma, utilizzando dati dell’OCSE, che compara sussidi simili come percentuale del PIL con i tassi di occupazione per gli adulti di età tra i 25 e i 54 anni, in un gruppo selezionato di paesi:

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Ma guarda! É in effetti meno probabile che gli americani nella principale età lavorativa siano occupati dei residenti di quegli stati assistenziali prossimi al fallimento. E questo nonostante che la politica economica degli Stati Uniti sia stata migliore, e che noi si sia più vicini alla piena occupazione.

D’altra parte, le elevate spese sociali sembrano davvero essere associate con bassi tassi di povertà (misurati utilizzando il comune procedimento internazionale della metà del reddito mediano):

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[1]

Dunque, i programmi contro la povertà scoraggiano il lavoro, come incessantemente i conservatori sostengono? Se c’è un tale effetto, deve essere talmente piccolo da essere invisibile nei dati. Una cosa che i programmi contro la povertà sembrano fare, tuttavia, è … ridurre la povertà.

 

 

 

 

 

[1] Le due tabelle mostrano il peso in percentuale sul PIL dei sussidi nei vari paesi (linea orizzontale), il rapporto al tasso di occupazione nel periodo lavorativo tra 25 e 54 anni (prima tabella) e il tasso di povertà (seconda tabella). Come si vede, negli Stati Uniti gli effetti sull’occupazione di sussidi minori sono i più modesti, e il tasso di povertà con sussidi minori resta il più elevato.

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La Brexit incontra la forza di gravità, (dal blog di Paul Krugman, 10 luglio 2018)

luglio 17, 2018

 

July 10, 2018

Brexit Meets Gravity

By Paul Krugman

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These days I’m writing a lot about trade policy. I know there are more crucial topics, like Alan Dershowitz. Maybe a few other things? But getting and spending go on; and to be honest, in a way I’m doing trade issues as a form of therapy and/or escapism, focusing on stuff I know as a break from the grim political news.

Anyway, as Britain’s self-inflicted Brexit crisis (self-inflicted with some help from Putin, it seems) comes to a head, it seems to me worth trying to explain some aspects of the economics involved that should be obvious – surely are obvious to many British economists – but aren’t, apparently, as obvious either to Brexiteers or to the general public.

These aspects explain why Theresa May is trying to do a soft Brexit or even, as some say, BINO – Brexit In Name Only; and why the favored alternative of Brexiteers, trade agreements with the United States and perhaps others to replace the EU, won’t fly.

Now, many of the arguments for Brexit were lies pure and simple. But their claims about trade, both before and after the vote, may arguably be seen as misunderstandings rather than sheer dishonesty.

In the world according to Brexiteers, Britain needn’t lose much by leaving the EU, because it can still negotiate a free trade agreement with the rest of Europe, or, at worst, face the low tariffs the EU imposes on other non-EU economies. Meanwhile, Britain can negotiate better trade deals elsewhere, especially the US, that will make up for any losses on the EU side.

What’s wrong with this story? The first thing to understand is that the EU is not a free trade agreement like NAFTA; it’s a customs union, which is substantially stronger and more favorable to trade.

What’s the difference? In NAFTA, most Mexican products can enter the U.S. tariff-free. But Mexico and the U.S. don’t charge the same tariffs on imports from third parties. This means that Mexican goods entering the U.S. still have to face a customs inspection, to make sure that they’re actually Mexican, not, say, Chinese goods unloaded in Mexico and trucked across the border to bypass U.S. tariffs.

And actually it’s worse than that, because what is a Mexican good, anyway? NAFTA has elaborate rules about how much Mexican content is required to qualify for zero tariffs, and this adds a lot of paperwork and frictions to intra-NAFTA trade.

By contrast, the EU sets common external tariffs, which means that once you’re in, you’re in: once goods are unloaded at Rotterdam they can be shipped on to France or Germany without further customs checks. So there’s much less friction.

And frictions, not tariffs, are what businesses are complaining about as Brexit draws near. For example, the British auto industry relies on “just-in-time” production, maintaining low inventories of parts, because it has been able to count on prompt arrival of parts from Europe. If Britain leaves the customs union, the risk of customs delays would make this infeasible, substantially raising costs.

These frictions are also why estimates of the cost of Brexit are comparable to estimates of the cost of a global tariff war, even though the predicted reduction in trade volumes is much smaller.

Still, even if leaving the customs union would be costly, couldn’t Britain make up for that by getting a really good deal with Donald Trump’s America? No.

Certainly the U.S. couldn’t offer hugely valuable tariff reductions, for the simple reason that our tariffs on EU products – like EU tariffs on our products – are already quite low. You can find examples of high tariffs, like our 25 percent tariff on light trucks, but overall there just isn’t much to give.

What about a Britain-U.S. customs union? That would be hugely problematic, among other things because given the asymmetry in size Britain would effectively be giving Washington complete control over its policy. Beyond that, no deal with the U.S. could be worth as much as Britain’s customs union with its neighbors, because of gravity.

What? One of the best-established relationships in economics is the so-called gravity equation for trade between any two countries, which says that the amount of trade depends positively on the size of the two countries’ economies but negatively on the distance between them. You can see this very clearly in British exports. Here’s British exports to selected countries as a percentage of the importing country’s GDP, plotted against the distance to that country:

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The point is that while America offers a market comparable in size to that of the EU, it’s much further away, so that even if the UK could make an incredible deal with us, it wouldn’t be worth nearly as much as the customs union they have.

All of this explains why May is trying to negotiate a deal that keeps the customs union intact. But that, of course, ain’t much of an exit: Brussels will still set UK trade policy, except that Britain will no longer have a vote. So what was the point of Brexit in the first place?

Good question. Too bad more people didn’t ask it before the referendum.

 

La Brexit incontra la forza di gravità, di Paul Krugman

In questi giorni sto scrivendo molto sulla politica commerciale.  So che ci sono altri temi cruciali, come quello di Alan Dershowitz [1]. Forse poche altre cose? Ma la vita quotidiana procede e a essere onesti, in un certo senso mi sto occupando dei temi del commercio come una forma di terapia e/o di fuga, concentrandomi su cose che conosco come una pausa dalle cupe informazioni della politica.

In ogni modo, dato che l’autoprovocata crisi inglese della Brexit (auto inflitta con qualche aiuto, a quanto sembra, da parte di Putin) viene al pettine, mi sembra che sia il caso di cercar di spiegare alcuni aspetti dell’economia che la riguarda che dovrebbero essere evidenti – certamente sono evidenti per molti economisti inglesi – ma, a quanto sembra, non sono così evidenti per i sostenitori della Brexit o per l’opinione pubblica in generale.

Questi aspetti spiegano perché Theresa May stia cercando di adottare una Brexit leggera o persino, come alcuni dicono, una BINO (una Brexit solo di nome); e perché l’alternativa favorita dei sostenitori della Brexit, accordi commerciali con gli Stati Uniti e forse con altri per sostituire l’Unione Europea, non decollerà.

Ora, molti argomenti della Brexit erano pure e semplici bugie. Ma le loro tesi sul commercio, sia prima che dopo il voto, possono probabilmente essere considerate come incomprensioni, anziché come vera e propria disonestà.

Nel mondo secondo i sostenitori della Brexit, l’Inghilterra non è destinata a rimetterci molto dall’abbandono dell’UE, giacché essa può ancora negoziare un accordo di libero commercio con il resto dell’Europa, o, nel peggiore dei casi, affrontare le basse tariffe che l’UE impone ad altre economie che non fanno parte dell’UE. Nel frattempo, l’Inghilterra può negoziare migliori accordi commerciali dappertutto, specialmente con gli Stati Uniti, che rimedieranno ad ogni perdita sul versante dell’UE.

Cosa non funziona in questa storia? La prima cosa da comprendere è che l’UE non è un accordo di libero commercio come il NAFTA; è un’unione doganale, ovvero qualcosa sostanzialmente più forte e più favorevole al commercio.

Qual è la differenza? Nel NAFTA, la maggioranza dei prodotti messicani possono entrare negli Stati Uniti senza pagare tariffe. Ma il Messico e gli Stati Uniti non caricano le stesse tariffe sulle importazioni da paesi terzi. Questo significa che i prodotti messicani che entrano negli Stati Uniti devono ancora far fronte ad una ispezione doganale per accertare che siano effettivamente messicani, e non, diciamo, prodotti cinesi caricati in Messico e trasportati su camion attraverso il confine per eludere le tariffe statunitensi.

E in realtà la seconda ipotesi è peggiore della prima, perché, in fin dei conti, cosa è un prodotto messicano? Il NAFTA contiene regole elaborate su quanto contenuto messicano è richiesto per essere idonei a nessuna tariffa, e questo aggiunge una gran quantità di scartoffie e di frizioni nel commercio all’interno del NAFTA.

All’opposto, l’UE stabilisce tariffe esterne comuni, il che significa che una volta che siete dentro, siete dentro: una volta che i prodotti sono scaricati a Rotterdam possono essere spediti per nave in Francia o in Germania senza ulteriori controlli doganali. Dunque c’è molta minore frizione.

E le frizioni, non le tariffe, sono ciò di cui le imprese si stanno lamentando nel momento in cui la Brexit si avvicina. Ad esempio, l’industria automobilista inglese si basa su una produzione “appena in tempo”, mantenendo una giacenza di componenti bassa, perché si è stati capaci di far conto su un rapido arrivo delle componenti dall’Europa. Se l’Inghilterra lascia l’unione doganale, i ritardi delle dogane renderanno questa soluzione impraticabile, elevando sostanzialmente i costi.

Queste frizioni sono anche la ragione per la quale le stime dei costi della Brexit sono paragonabili alle stime dei costi di una guerra commerciale, anche se la prevista riduzione del volume del commercio è molto più piccola.

Eppure, anche se lasciare l’unione doganale sarebbe costoso, l’Inghilterra non potrebbe compensarla ottenendo un accordo davvero buono con l’America di Donald Trump? No.

Certamente gli Stati Uniti non potrebbero offrire riduzioni delle tariffe di grande valore, per la semplice ragione che le nostre tariffe sui prodotti dell’UE – come le tariffe dell’UE sui nostri prodotti – sono già abbastanza basse. Si possono trovare esempi di alte tariffe, come la nostra tariffa del 25 per cento sui veicoli commerciali leggeri, ma nel complesso non c’è proprio molto da offrire.

Che cosa dire di un’unione doganale tra Inghilterra e Stati Uniti? Che sarebbe del tutto problematica, tra le altre cose perché l’asimmetria derivante dalle dimensioni dell’Inghilterra sarebbe sostanzialmente come dare a Washington il completo controllo sulla sua politica. Oltre a ciò, nessun accordo con gli Stati Uniti potrebbe valere altrettanto di una unione doganale dell’Inghilterra con i suoi vicini, per effetto della gravità.

Che cosa? Una delle relazioni meglio fondate in economia è la cosiddetta equazione di gravità per il commercio tra qualsiasi due paesi, che dice che la quantità di commercio dipende positivamente dalle dimensioni delle economie dei due paesi, ma negativamente dalla loro distanza. Lo si può vedere molto chiaramente nelle esportazioni inglesi. Ecco le esportazioni inglesi verso paesi selezionati sulla base della percentuale delle esportazioni sul PIL del paese importatore, e disegnata a confronto con la distanza verso quel paese:

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Il punto è che mentre l’America offre nelle dimensioni un mercato paragonabile con quello dell’UE, essa è molto più distante, cosicché persino se l’Inghilterra potesse concordare con noi un accordo incredibile, esso non avrebbe neanche lontanamente il valore dell’unione doganale che essi hanno.

Tutto questo spiega perché la May sta cercando di negoziare un accordo che mantenga intatta l’unione doganale. Ma questa, ovviamente, non è proprio un’uscita: Bruxelles continuerà a stabilire la politica commerciale per il Regno Unito, sennonché l’Inghilterra non avrà più il diritto di voto. Qual’era, dunque, l’argomento per la Brexit agli inizi?

Bella domanda. Troppe persone mediocri non se lo chiesero prima del referendum.

 

 

 

 

 

 

[1] Alan Dershowitz, celebre avvocato e professore di Harvard, era considerato un liberal. Aveva votato prima per Barack Obama, poi per Hillary Clinton. Ma negli ultimi mesi, partecipando a show televisivi soprattutto sulla Foxnews, la rete pro-Trump, ha criticato l’inchiesta sul Russiagate del procuratore speciale Robert Mueller e ha sostenuto che il presidente non poteva essere incriminato per ostruzione della giustizia, ricevendo gli applausi della Casa Bianca. In compenso le posizioni dell’eccentrico avvocato-professore, che nel passato difese anche O.J. Simpson, non sono piaciute ai democratici. Dershowitz, in un editoriale su The Hill, ha parlato di nuovo “clima maccartista”.

Che sia un “tema cruciale” del momento sembra una battuta ironica.

 

 

 

 

Ancora sulla garanzia del lavoro (per esperti) (dal blog di Paul Krugman, 5 luglio 2018)

luglio 13, 2018

 

July 5, 2018

More on a Job Guarantee (Wonkish)

By Paul Krugman

zz 516As I wrote the other day, Alexandria Ocasio-Cortez may call herself a socialist and represent the left wing of the Democratic party, but her policy ideas are pretty reasonable. In fact, Medicare for All is totally reasonable; any arguments against it are essentially political rather than economic.

A federal jobs guarantee is more problematic, and a number of progressive economists with significant platforms have argued against it: Josh BivensDean BakerLarry Summers. (Yes, Larry Summers: whatever you think of his role in the Clinton and Obama administrations, he’s a daring, unconventional thinker when not in office, with a strongly progressive lean.) And I myself don’t think it’s the best way to deal with the problem of low pay and inadequate employment; like Bivens and his colleagues at EPI, I’d go for a more targeted set of policies.

But I’m fine with candidates like AOC (can we start abbreviating?) proposing the jobs guarantee, for a couple of reasons. One is that realistically, a blanket jobs guarantee is unlikely to happen, so proposing one is more about highlighting the very real problems of wages and employment than about the specifics of a solution. Beyond that, some of the critiques are, I think, off base.

Here’s the way some of the critiques seem to run: a large share of the U.S. work force – Baker says 25 percent, but it looks like around a third to me – makes less than $15 an hour. So offering these workers a higher wage would bring a huge rush into public employment, implying a very expensive program.

What’s wrong with this argument? The key point is that all those sub-$15 workers aren’t just sitting around collecting paychecks: they’re producing goods and (mostly) services that the public wants. The public will still want those services even if the government guarantees alternative employment, so the firms providing those services won’t go away; they’ll just have to raise wages enough to hold on to their employees, who would now have an alternative.

Now, that doesn’t mean zero job loss. Employers might replace some workers with machines; they would have to raise prices, meaning that they would sell less; so private employment might go down.

But all this is true about increases in the minimum wage, too. And we have a lot of evidence on what minimum wage increases do, because we get a natural experiment every time a state raises its minimum wage but neighboring states don’t. What this evidence shows is that minimum wage hikes have very little effect on employment.

So if we think of a job guarantee as a minimum wage hike backstopped by a public option for employment, we should not expect a mass migration of workers from private to public jobs.

 

OK, a couple of caveats. First, while we have a lot of evidence on minimum wage hikes, these have generally been modest, leaving wages well below the level of the proposed federal guarantee. And even the leftiest of economists would agree that a sufficiently high minimum wage – say, $30 an hour – would reduce employment. Is $15 an hour high enough to get us into job-destroying territory? In high-income regions, probably not. But in America’s lagging, poorer regions there might be significant job losses.

Second, there are quite a few working-age adults who aren’t in the labor force at all, and at least some of them aren’t working because they see no job opportunities at all. A federal jobs guarantee might bring a substantial number of these non-working adults back into the work force. This would, of course, be a good thing from a social point of view – in fact, it’s kind of the point of the whole program – but could mean having to find work and money for a lot of new public employees.

How many? At its peak in 2001 the prime-aged employment rate was almost 3 percentage points above its current level. If a job guarantee brought such employment back to its peak, that would mean 3 ½ million additional workers. So we could be talking about a lot of people.

So I don’t want to minimize the potential problems with a job guarantee. But a wholesale migration from low-paid private to public employment isn’t one of those problems.

And to repeat what I said Tuesday, whatever problems you may have with the specifics of AOC’s proposals, they’re far more sensible than, say, Larry Kudlow or Sam Brownback-style voodoo economics, which passes for mainstream economic thinking on the other side of the aisle.

 

Ancora sulla garanzia del lavoro (per esperti), di Paul Krugman

Come ho scritto l’altro giorno, Alexandria Ocasio-Cortez può definirsi socialista e rappresentare l’ala sinistra del Partito Democratico, ma le sue idee politiche sono abbastanza ragionevoli. ‘Medicare per tutti’ è completamente ragionevole; ogni argomento contro di essa è sostanzialmente politico, piuttosto che economico.

Una garanzia federale sui posti di lavoro è più problematica, e un certo numero di economisti progressisti che hanno programmi impegnativi hanno avanzato obiezioni: Josh Bivens, Dean Baker, Larry Summers (sì, Larry Summers: qualsiasi cosa pensiate del suo ruolo nelle Amministrazioni Clinton e Obama, è una persona coraggiosa, un pensatore non convenzionale quando non ha una carica, con un orientamento fortemente progressista). Ed io stesso non penso che sia il modo migliore per misurarsi con i bassi salari e una occupazione inadeguata; come Bivens e i suoi colleghi dell’Istituto sulle Politiche dell’Occupazione, sarei a favore di un complesso di politiche più mirate.

Ma sono d’accordo con candidati come AOC (possiamo cominciare ad abbreviare il nome?) che propongono garanzie per i posti di lavoro, per un paio di ragioni. Una è che realisticamente, è improbabile che una copertura della garanzia dei posti di lavoro, cosicché proporne una riguarda soprattutto il mettere in evidenza i problemi assai reali dei salari e dell’occupazione che non i dettagli di una soluzione. Oltre a ciò, penso che alcuni critici siano in errore.

Ecco il modo in cui i critici sembrano ragionare: una larga quota del lavoro negli Stati Uniti – Baker dice il 25 per cento, ma a me sembra più vicina ad un terzo – realizza meno di 15 dollari all’ora. Dunque offrire a questi lavoratori un salario più elevato porterebbe ad un vasto esodo nell’occupazione pubblica, comportando un programma molto costoso.

Cosa c’è di sbagliato in questo argomento? Il punto chiave è che tutti quei lavoratori che sono sotto i 15 dollari non se ne stanno seduti in cerchio a raccogliere assegni: producono beni e soprattutto servizi che la gente richiede. La gente continuerà a volere tali servizi anche se il Governo garantisce una occupazione alternativa, cosicché le imprese che forniscono tali servizi non scompariranno; dovranno soltanto elevare i salari abbastanza da mantenere i loro occupati, che a quel punto avrebbero una alternativa.

Ora, questo non significa nessuna perdita di posti di lavoro. I datori di lavoro potrebbero sostituire i lavoratori con le macchine; potrebbero alzare i prezzi, giacché venderebbero di meno; in tal modo l’occupazione privata scenderebbe.

Ma tutto questo è vero anche nel caso di aumenti del minimo salariale. E abbiamo molte prove su ciò che provocano gli aumenti del minimo salariale, perché abbiamo un esperimento naturale ogni volta che uno Stato aumenta il suo minimo salariale mentre non lo aumentano gli Stati vicini. Quello che queste prove dimostrano è che gli aumenti del minimo salariale hanno un minimo effetto sull’occupazione.

Dunque, se pensiamo alla garanzia del posto di lavoro come un aumento del minimo salariale sorretto da una scelta pubblica per l’occupazione, non dovremmo aspettarci un esodo di massa di lavoratori dal lavoro privato a quello pubblico.

Però, un paio di avvertimenti. Il primo, mentre abbiamo molte prove sugli aumenti dei minimi salariali, in genere questi ultimi sono stati modesti, lasciando i salari molto al di sotto della proposta di garanzia federale. E persino gli economisti più di sinistra sarebbero d’accordo che un minimo salariale sufficientemente alto – diciamo, 30 dollari all’ora – ridurrebbe l’occupazione. 15 dollari all’ora sono sufficienti per avere una situazione di devastazione occupazionale? Nelle aree ad alto reddito, probabilmente no. Ma nell’America che resta indietro, nelle regioni più povere ci potrebbero essere perdite di occupazione significative.

In secondo luogo, c’è un buon numero di adulti in età lavorativa che non sono per niente nella forza lavoro, e almeno alcuni di loro non stanno lavorando perché non vedono affatto alcuna opportunità di lavoro. Una garanzia federale di posti di lavoro porterebbe un numero sostanziale di questi adulti che non lavorano nelle forze di lavoro. Questa, naturalmente, da un punto di vista sociale sarebbe una cosa buona – di fatto, in un certo senso è l’aspetto fondamentale dell’intero programma – ma potrebbe comportare di dover trovare lavoro e denaro per una grande quantità di occupati pubblici.

Quanti? Al suo punto più alto nel 2001, il tasso di occupazione nel principale periodo lavorativo era quasi di tre punti percentuali al di sopra del suo livello attuale. Se il lavoro garantito riportasse tale occupazione al suo livello più elevato, comporterebbe 3 milioni e mezzo di lavoratori aggiuntivi. Dunque, potremmo star ragionando di molte persone.

Dunque, non intendo minimizzare i problemi potenziali di una garanzia di lavoro. Ma un esodo su larga scala dal settore privato meno pagato al pubblico impiego non è uno di quei problemi.

E, per ripetere quello che ho detto martedì, qualsiasi problemi potete avere con i dettagli delle proposte di Alexandra Ocasio-Cortez, esse sono assai più ragionevoli, ad esempio, dell’economia di stile voodoo di Larry Kudlow o di Sam Brownback, che passa come il principale pensiero economico sull’altro versante dello schieramento politico.

 

 

 

 

 

I democratici radicali sono abbastanza ragionevoli, dal blog di Paul Krugman, 3 luglio 2018.

luglio 12, 2018

 

July 3, 2018

Radical Democrats Are Pretty Reasonable

By Paul Krugman

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Alexandria Ocasio-Cortez’s upset primary victory has produced a huge amount of punditry about the supposed radicalization of the Democratic party, how it’s going to hurt the party because her positions won’t sell in the Midwest (and how well would Steve King’s positionssell in the Bronx?), etc., etc.. But I haven’t seen much about the substance of the policies she advocates, which on economics are mainly Medicare for All and a federal job guarantee.

So here’s what you should know: the policy ideas are definitely bold, and you can make some substantive arguments against them. But they aren’t crazy. By contrast, the ideas of Tea Party Republicans are crazy; in fact, Ocasio-Cortez’s policy positions are a lot more sensible than those of the Republican mainstream, let alone the GOP’s more radical members.

Since Ocasio-Cortez is being compared to Dave Brat, who unseated Eric Cantor, consider this: Brat favors a constitutional amendment forcing a balanced budget every year, which 96 percent of economists think is a really bad idea. Also, by the way, remember that Republicans won big in the midterms that followed Cantor’s demise.

So, about Ocasio-Cortez’s positions: Medicare for all is a deliberately ambiguous phrase, but in practice probably wouldn’t mean pushing everyone into a single-payer system. Instead, it would mean allowing individuals and employers to buy into Medicare – basically a big public option. That’s really not radical at all.

And if we’re talking economics rather than politics, every advanced country except America has some form of guaranteed health insurance; decades of experience show that these systems are workable; and they all have lower costs than we do. Calling for us to do what everyone else has managed to do is perfectly reasonable.

What about a jobs guarantee? Ocasio-Cortez’s proposal can be thought of as a rise in the national minimum wage to $15, combined with a sort of public option for employment in case that wage rise leads either to private-sector job losses or an increase in labor force participation.

Now, there’s a huge amount of evidence to the effect that minimum wage hikes don’t significantly reduce employment. To be fair, however, $15 is outside the range of historical experience, and you can make a plausible case that in low-productivity regions like much of the south there would be some job losses. On the other hand, those are precisely the regions that could really use some aid.

And even progressive economists like Josh Bivens aren’t sure whether a job guarantee is a good idea, mainly because they wonder whether the government can figure out how to manage large numbers of workers hired under the program and are uncertain about the cost. For what it’s worth, I’m pretty much with Bivens here, although I think he may be overstating the difficulties a bit; the goal of the jobs guarantee is laudable, but there are better ways to get there.

Also for what it’s worth, estimates by the leading academic advocates of a jobs guarantee – Paul, Darity, and Hamilton – say that it would be expensive, costing more than $500 billion a year, although they believe that part of this cost would be offset by lower spending on safety-net programs and higher tax receipts.

My own take is that they’re both too optimistic and too pessimistic. On one side, they believe that a huge number of people would enter the work force — that U6, the broadest measure of unemployment, would fall to just 1.5 percent, far below anything we’ve seen even at the peak of previous booms:

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My guess is that they’re way too optimistic here, that many of those not working still wouldn’t be working for a variety of reasons even with a guaranteed job.

But if fewer people than they think took those guaranteed jobs, the program’s cost would be correspondingly lower. Say it only ended up costing half their projection, $270 billion a year: how irresponsible would that be?

Well, the Trump tax cut, according to CBO, will increase the fiscal 2019 deficit by $280 billion. And it will do that while delivering little or nothing to working-class families. Whether or not you support Ocasio-Cortez here, she’s advocating a more responsible policy than that actually enacted by Republican in Congress.

The point, in any case, is that while a jobs guarantee is probably further than most Democrats, even in the progressive wing, are willing to go, it’s a response to real problems, and it’s not at all a crazy idea.

So next time you hear someone on the right talk about the “loony left,” or some centrist pundit pretend that people like Ms. Ocasio-Cortez are the left equivalent of the Tea Party, ignore them. Radical Democrats are actually pretty reasonable.

 

I democratici radicali sono abbastanza ragionevoli, di Paul Krugman

La impressionante vittoria alle primarie di Alexandria Ocasio-Cortez ha provocato una grande quantità di commentatori sul tema della presunta radicalizzazione del Partito Democratico, su come essa sia destinata a danneggiare il partito perché le sue posizioni non saranno accettate nel Midwest (e con quanto favore le posizioni di Steve King [1] saranno accettate nel Bronx?) etc. etc. … Ma non ho visto granché sulla sostanza delle politiche che essa sostiene, che in economia sono fondamentalmente ‘Medicare per tutti’ e una garanzia federale sul posto di lavoro.

Ecco dunque qualcosa che dovreste sapere: le idee politiche sono di sicuro audaci, e contro di esse potete avanzare argomenti di una certa sostanza. Ma non sono folli. All’opposto, le idee dei repubblicani del Tea Party sono folli; di fatto le posizioni politiche di Ocasio-Cortez sono molto più sensate di quelle che prevalgono tra i repubblicani, per non dire di quelle dei componenti più radicali del Partito Repubblicano.

Dal momento che Ocasio-Cortez viene paragonata a Dave Brat, che scalzò Eric Cantor, si consideri questo: Brat è a favore di un emendamento costituzionale che costringa ogni anno ad un bilancio in equilibrio, mentre il 96 per cento degli economisti pensa che sia una pessima idea. Si ricordi, per inciso, che i repubblicani vinsero alla grande le elezioni di medio termine successive alla caduta di Cantor.

Dunque, a proposito delle posizioni della Ocasio-Cortez: ‘Medicare per tutti’ è volutamente una frase ambigua, ma in pratica probabilmente non comporterebbe di spingere tutti ad un sistema con un unico centro di pagamenti. Invece comporterebbe di consentire agli individui ed ai datori di lavoro di investire su Medicare – fondamentalmente una grande opzione pubblica. In realtà, questo non è affatto radicale.

E se parliamo di economia anziché di politica, ogni paese avanzato ad eccezione dell’America ha qualche forma di assicurazione sanitaria garantita; decenni di esperienze mostrano che questi sistemi funzionano; ed hanno tutti costi inferiori di quelli che abbiamo noi. Chiamarci a fare quello che tutti gli altri sono riusciti a fare è perfettamente ragionevole.

Che dire della assicurazione sui posti di lavoro? La proposta di Ocasio-Cortez può essere pensata come una crescita del salario minimo nazionale a 15 dollari, combinata con una sorta di opzione pubblica per l’assicurazione nel caso che la crescita del salario porti ad una perdita di posti di lavoro o ad un incremento della partecipazione alla forza lavoro.

Ora, c’è una gran quantità di prove che aumenti del salario minimo non riducono in modo significativo l’occupazione. Onestamente, tuttavia, 15 dollari vanno oltre la gamma della esperienza storica, e potreste avanzare la tesi plausibile che nelle regioni a bassa produttività come gran parte del Sud ci sarebbero alcune perdite di posti di lavoro. D’altra parte, quelle sono precisamente le regioni che in realtà potrebbero avere qualche forma di aiuto.

E persino economisti progressisti come Josh Bivens non sono sicuri che la garanzia del posto di lavoro sia una buona idea, principalmente perché si chiedono se il Governo possa avere un’idea di come gestire grandi numeri di lavoratori assunti con quel programma e sono incerti sul costo. Per quello che vale, io sono in questo caso abbastanza d’accordo con Bivens, sebbene pensi che egli sopravvaluti un po’ le difficoltà; l’obbiettivo della garanzia dei posti di lavoro è encomiabile, ma ci sono altri modi per arrivarci.

Sempre per quello che vale, le stime da parte dei principali sostenitori accademici della garanzia del posto di lavoro – Paul, Darity ed Hamilton – dicono che essa sarebbe costosa, più di 500 miliardi di dollari all’anno, sebbene essi ritengano che in parte questo costo sarebbe compensato da una spesa minore sui programmi della sicurezza sociale e da più elevate entrate fiscali.

La mia posizione è che essi sono sia troppo ottimisti che troppo pessimisti. Da una parte, credono che un gran numero di persone entrerebbero nella forza di lavoro – che l’U6, la misura più larga della disoccupazione, cadrebbe appena all’1,5 per cento, molto al di sotto di quello che non si è mai visto nei punti più alti delle precedenti espansioni:

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La mia impressione è che in questo caso si sia troppo ottimisti, che molti di coloro che ancora non lavorano continuerebbero per varie ragioni a non lavorare anche con un posto di lavoro garantito.

Ma se un numero minore di persone di quelle che loro credono prendessero quei posti di lavoro garantiti, il costo del programma sarebbe corrispondentemente più basso. Diciamo che esso finirebbe per costare soltanto la metà della loro previsione, 270 miliardi di dollari all’anno: quanto sarebbe inaffidabile una tale previsione?

Ebbene, il taglio delle tasse di Trump, secondo l’Ufficio Congressuale del Bilancio, aumenterà il deficit della finanza pubblica per 280 miliardi di dollari. E lo farà portando poco o niente alle famiglie della classe lavoratrice. In questo caso, che voi appoggiate o meno la Ocasio-Cortez, ella sta sostenendo una politica più responsabile di quella effettivamente messa in atto dai repubblicani del Congresso.

Il punto, in ogni caso, è che mentre la garanzia dei posti di lavoro è probabilmente superiore a quella che la maggioranza dei democratici, persino nell’area progressista, è disponibile a mettere in atto, è una risposta a problemi reali, e non è affatto un’idea pazzesca.

Dunque, la prossima volta che sentite parlare qualcuno della destra di una “sinistra pazzesca”, o qualche commentatore centrista che pretende che persone come la Ocasio-Cortez siano l’equivalente di sinistra del Tea Parti, ignorateli. I democratici radicali sono in realtà abbastanza ragionevoli.

 

 

 

 

 

 

[1] Steve King è un repubblicano, membro del Congresso da lungo tempo, che interloquisce con i neonazisti e sostiene posizioni apertamente razzistiche sui musulmani.

 

 

 

 

 

 

L’economia Potemkin di Trump (dal blog di Paul Krugman, 30 giugno 2018)

luglio 9, 2018

 

June 30, 2018

Trump’s Potemkin Economy

By Paul Krugman

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According to legend, Grigory Potemkin, one of Catherine the Great’s ministers (and her lover), created a false impression of prosperity when the empress toured Ukraine. He supposedly did this by setting up fake villages, or possibly just facades, along her route, then dismantling them after she passed, and setting them up again further down the road.

There probably isn’t much if any truth to the story — among other things, Catherine was too smart and tough-minded to be that easily deceived — but never mind: the legend has become a byword for the general idea of prettifying reality to please a tyrannical ruler. And it seems highly relevant to some of the economic “news” coming out of the Trump administration the past few days.

Just to be clear, the U.S. economy is still doing quite well overall, continuing the long expansion that began during Obama’s first term. Those of us who thought the economy would be hurt by political uncertainty have been wrong so far.

But Trump’s actual policy initiatives aren’t doing so well. His tax cut isn’t producing the promised surge in business investment, let alone the promised wage gains; all it has really done is lead to a lot of stock buybacks. Reflecting this reality, the tax cut is becoming less popular over time.

And the early phase of the trade war that was supposed to be “good, and easy to win” isn’t generating the kinds of headlines Trump wanted. Instead, we’re hearing about production shifting overseas to escape both U.S. tariffs on imported inputs and foreign retaliation against U.S. products. It’s really worth reading the submission by General Motors to the Commerce Department, urging a reconsideration of a tariff policy that “risks undermining GM’s competitiveness against foreign auto producers” and “will be detrimental to the future industrial strength and readiness of manufacturing operations in the United States.” In other words, “Don’t you understand global supply chains, you idiot?”

Actually, I’m waiting to hear that GM is really a Democratic company in league with the deep state.

But meanwhile, how is the administration responding? By making stuff up.

Now, making stuff up is actually standard operating procedure for these guys. We’re talking about an administration that’s taking children away from their parents and putting them in cages in response to a wave of violent immigrant crime that doesn’t, you know, actually exist. Trade policy itself is being driven by claims about the massive tariffs U.S. products face from, say, the European Union — tariffs that, like the immigrant crime wave, don’t actually exist.

But these are negative fictions, tales of wrongdoing by others. When it comes to Trump’s own economic policies, by contrast, it’s all puppies and rainbows — happy stories with no basis in reality.

Some of these come from Trump himself. For example, he declared that the head of U.S. Steel called him to say that the company was opening six new plants. It isn’t, and as far as we can tell the phone call never happened.

Meanwhile, reports say that the Council of Economic Advisers did an internal report concluding that Trump trade policy will cost jobs, not create them; Kevin Hassett, the chairman, pressed on these reports, said that he could neither confirm nor deny them; in other words, they’re true. But meanwhile Hassett is declaring that last year’s corporate tax cut has led to a “massive amount of activity coming home” — which is just false. Some companies are rearranging their accounting, producing what looks on paper like money coming back to the U.S., but this has no real effect on investment or employment.

But the most Potemkinesque story of the past week was the declaration by Larry Kudlow, the administration’s top economic official, that the budget deficit is “coming down rapidly” as “those revenues come rolling in.”

Actually, the deficit is rising fast, mainly because of a plunge in corporate tax receipts — the direct result of the tax cut:

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The administration later tried to walk back Kudlow’s claim, saying that he was talking about great things that will happen in the future, not current events. Right.

OK, so Trump and company are making claims about the results of their policies that bear no relationship to reality. But reality has a well-known liberal bias. Will Trump’s habit of making things up, and his advisors’ willingness to celebrate imaginary policy triumphs, make any difference?

Actually, I think they might. The trade war is rapidly escalating, with our trading partners retaliating against US actions and reports that Trump wants to withdraw from the World Trade Organization. The best hope for breaking the cycle of retaliation would be for Trump to realize that the trade war is going badly, take a deep breath, and step back from the brink.

But who will tell him how things are really going? Given what we’ve seen the past few days, they’ll respond to plant closings and economic disruption with fantasies of triumph, while Trump will dismiss reports of problems as fake news. Reality will take a long time to break through, if it ever does. And by then the world trading system may be broken beyond repair.

 

 

 

L’economia Potemkin di Trump, di Paul Krugman

 Secondo la leggenda, Grigory Potemkin, uno dei Ministri di Caterina la Grande (e suo amante), creava una falsa impressione di prosperità quando l’Imperatrice viaggiava in Ucraina. Si suppone che lo facesse tirando su falsi villaggi lungo il suo percorso, o forse solo le facciate, poi smantellandoli dopo che era passata, e tirandoli nuovamente su più avanti lungo la strada.

Probabilmente non c’è molta verità nel racconto – tra le altre cose Caterina era troppo intelligente e risoluta per essere ingannata così facilmente – ma non è importante: la leggenda è diventata sinonimo dell’idea generale di abbellire la realtà per compiacere un governante tirannico. E sembra molto pertinente per alcune delle “notizie” economiche che nei giorni scorsi sono state messe in circolazione dalla Amministrazione di Trump.

Solo per chiarezza, l’economia degli Stati Uniti sta andando nel complesso ancora abbastanza bene, proseguendo la lunga espansione che cominciò nel primo mandato di Obama. Chi tra di noi pensava che l’economia sarebbe stata danneggiata dall’incertezza politica, sinora ha avuto torto.

Ma le attuali iniziative politiche di Trump non stanno andando altrettanto bene. Il suo taglio delle tasse non sta producendo la promessa crescita degli investimenti delle imprese, per non dire i promessi vantaggi salariali; tutto quello che effettivamente ha realizzato è provocare una grande quantità di riacquisti di azioni. In conseguenza di questa realtà, il taglio alle tasse sta diventando col tempo meno popolare.

E la prima fase della guerra commerciale che si pensava fosse “positiva e facile da vincere” non sta generando quel genere di titoli sui giornali che Trump voleva. Piuttosto, sentiamo parlare di spostamenti delle produzioni all’estero per sfuggire sia alle tariffe degli Stati Uniti sui beni importati che alle ritorsioni straniere sui prodotti statunitensi. È veramente il caso di leggere la presentazione delle osservazioni della General Motors al Dipartimento del Commercio, che spingono a una riconsiderazione della politica tariffaria che “rischia di mettere in difficoltà la competitività della GM nei confronti dei produttori stranieri di automobili” e che “andrà a detrimento alla forza futura dell’industria ed alla rapidità delle operazioni manifatturiere negli Stati Uniti”. Per dirla con altre parole: “Non capite le catene globali dell’offerta, scemi?”

In effetti, sto aspettando di sentir dire che la GM è davvero una società collegata ai democratici in combutta col cosiddetto “ventre molle” del potere statale.

Ma nel frattempo come sta reagendo l’Amministrazione? Sta facendo del casino.

Ora, fare del casino è effettivamente la procedura operativa standard per questi individui. Stiamo parlando di una Amministrazione che toglie i figli ai loro genitori e li mette nelle gabbie in risposta ad una ondata di violenta criminalità degli immigrati che, come sapete, in realtà non esiste. La politica commerciale stessa viene guidata dalle pretese di massicce tariffe cui i prodotti statunitensi debbono far fronte, ad esempio, dall’Unione Europea – tariffe che, come l’ondata di criminalità degli immigrati, in realtà non esistono.

Ma queste sono simulazioni negative, racconti su misfatti altrui. Quando si passa alle politiche economiche di Trump stesso, all’opposto, esse sono tutte rose e fiori – racconti felici con nessuna base di realtà.

Alcuni di questi racconti provengono dallo stesso Trump. Ad esempio, è stato lui a dichiarare che il capo della US Steel l’aveva chiamato per dirgli che la società stava aprendo sei nuovi stabilimenti. Non è così e, per quanto si può dire, non ci fu mai alcuna telefonata.

Contemporaneamente, i resoconti dicono che il Comitato dei Consulenti Economici ha fatto un rapporto interno concludendo che la politica del commercio di Trump costerà posti di lavoro, non ne creerà; Kevin Hasset, il Presidente, sollecitato su questi rapporti, ha detto che non poteva né confermarli né negarli; in altre parole, essi erano veri. Ma nello stesso tempo Hasset sta dichiarando che i tagli alle tasse dell’anno scorso hanno portato ad “una massiccia attività di ritorno in patria” – il che è semplicemente falso. Alcune società stanno rimodulando le loro contabilità, producendo quello che sulla carta sembra un ritorno di denaro negli Stati Uniti, ma questo non ha alcun effetto reale sugli investimenti e sull’occupazione.

Ma il racconto più ‘potemkinesco’ della scorsa settimana è stata la dichiarazione di Larry Kudlow, il principale dirigente economico della Amministrazione, secondo il quale il deficit di bilancio “si sta abbassando rapidamente” dal momento che “quelle entrate stanno arrivando”.

In realtà il deficit sta crescendo rapidamente, principalmente a causa di un crollo delle ricevute fiscali delle società – la conseguenza diretta dei tagli delle tasse:

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[1]

Successivamente, l’Amministrazione ha cercato di fare un passo indietro sulla pretesa di Kudlow, dicendo che stava parlando delle grandi cose che accadranno in futuro, non di eventi attuali. Esattamente.

Va bene, dunque Trump e compagni stanno facendo affermazioni sulle loro politiche che non hanno alcun nesso con la realtà. Ma la realtà ha una ben nota inclinazione progressista. L’abitudine di Trump di gonfiare le cose, e la disponibilità dei suoi consiglieri a celebrare trionfi politici immaginari, cambieranno qualcosa?

In effetti potrebbero farlo. La Guerra commerciale sta crescendo rapidamente, con I nostri partner commerciali che mettono in atto ritorsioni contro le iniziative statunitensi e i resoconti secondo i quali Trump intenderebbe uscire dalla Organizzazione Mondiale del Commercio. La migliore speranza per rompere il ciclo delle ritorsioni sarebbe che Trump comprendesse che la guerra commerciale sta andando male, facesse un respiro profondo e un passo indietro dal burrone.

Ma chi gli dirà come le cose stanno realmente procedendo? Dato quello che abbiamo visto nei giorni passati, risponderanno alla chiusura degli stabilimenti e al disordine economico con fantasie di trionfo, mentre Trump liquiderà i resoconti sui problemi come false notizie. Se mai accadrà, ci vorrà molto tempo perché la realtà si affermi. E per allora il sistema commerciale mondiale potrebbe essere guastato in modo irreparabile.

 

 

 

 

 

 

[1] La tabella mostra l’andamento negli utimi anni delle ricevute fiscali del Governo Federale.

 

 

 

 

 

 

 

Usi ed abusi del formalismo economico, dal blog di Paul Krugman, 27 giugno 2018.

luglio 8, 2018

 

June 27, 2018

Uses and Abuses of Economic Formalism (Wonkish and Self-referential)

By Paul Krugman

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OK, this is a bit self-indulgent, aimed at a very narrow audience, and maybe also whiny too. But via Mark ThomaI see that Nicholas Gruen has a celebratory piece on Max Corden that for some reason is largely devoted to a sort of back-handed attack on yours truly. Money quote: “I think of Krugman as about the most brilliant and useful economist we have. But his most brilliant work wasn’t useful, and his most useful work isn’t brilliant.”

First, a word about Max Corden: his work has been wonderfully useful. In particular, his book “Trade Policy and Economic Welfare” is still, more than 40 years after its first publication, the best single guide to how to think about trade policy. It is, for example, lurking behind the recent stuff I’ve written about trade war and Brexit. Everything Gruen says about Max is totally true.

So what’s Gruen’s beef with me? He really, really doesn’t like the formalization of economies of scale and imperfect competition in trade that went along with the rise of the “new trade theory”, and compares it to the excessive faith in formalism that I myself have condemned in much of macroeconomics.

Obviously I don’t think that’s fair, and could say a lot about why I think the formalism was helpful. What’s really important here, however, is to point out the essential difference between the attitudes of new trade theory and “freshwater” macroeconomics toward real-world experience.

What the freshwater school did was to take the actual experience of business cycles and say, “We don’t see how to formalize this experience in terms of maximizing equilibrium models; therefore it doesn’t exist.” It only looks as if recessions result from inadequate demand and that monetary or fiscal expansion can create jobs; our models tell us that can’t happen, so it’s all an optical illusion.

This attitude, I’ve argued, had major negative consequences, not just for research, but for policy: it helped cultivate a sense of learned helplessness in the face of mass unemployment.

What about new trade theory? What us new trade theorists did was say, “It looks as if there’s a lot going on in world trade that can’t be explained in existing formal models. So let’s see if there’s a different approach to modeling that can make sense of what we see.” In other words, the attitude toward formalization was almost the opposite of the macro wrong turn: it was there to help clarify our reality sense, not deny it.

Now, we can argue about how much good this formalization did. I still believe that the formal models provided a level of clarity and legitimacy to trade discussion that wasn’t there before; your mileage may differ. Certainly nothing I wrote on trade has done as much to provide policy guidance as, say, my writing on the liquidity trap.

But one thing new trade theory certainly didn’t do was lend support to really bad ideas, or induce policy paralysis. And another thing it didn’t do was divert trade economists away from studying the real world. On the contrary, trade has become a far more empirical, open-minded field than it was when I first entered it.

Anyway, this isn’t about me (well, it sort of is, but never mind.) The important point shouldn’t be “don’t formalize”; it should be that formalism is there to open your mind, not close it, and if the real world seems to be telling you something inconsistent with your model, the problem lies in the model, not the world.

 

Usi ed abusi del formalismo economico, dal blog di Paul Krugman

È vero, questo è un post un po’ indulgente con me stesso, rivolto a un pubblico molto ristretto, e forse anche un po’ lamentoso. Ma, tramite Mark Thoma, noto che Nicholas Gruen pubblica un articolo celebratorio su Max Corden che per qualche ragione si dedica ampiamente ad una sorta di attacco mascherato al sottoscritto. Una citazione in soldoni: “Di Krugman penso che sia il più brillante e utile economista che abbiamo. Ma il suo lavoro più brillante non fu granché utile, e il suo più utile lavoro non è brillante”.

Anzitutto, una parola su Max Corden: il suo lavoro è stato meravigliosamente utile. In particolare, il suo libro “Politica commerciale e benessere economico” è ancora, più di 40 anni dopo la sua prima pubblicazione, la migliore guida unitaria su come ragionare sulla politica commerciale. Ad esempio, è nascosto dietro le cose che di recente ho scritto sulla guerra commerciale e la Brexit. Tutto quello che sostiene Gruen su Max è completamente vero.

Dunque, di cosa si lamenta Gruen a mio proposito? A lui non piace affatto la formalizzazione delle economie di scala e della imperfetta competizione nel commercio che si si sono accompagnate all’ascesa della “nuova teoria del commercio”, e la paragona alla eccessiva fiducia nel formalismo che io stesso ho condannato in molta macroeconomia.

Ovviamente io non penso che questo sia giusto e potrei dire molto sulle ragioni per le quali penso che il formalismo sia stato utile. Ma quello che è realmente importante in questo caso è mettere in evidenza la differenza sostanziale tra le caratteristiche della nuova teoria del commercio e la macroeconomia dell’“acqua dolce” (1)  nei confronti dell’esperienza del mondo reale.

Quello che la scuola dell’”acqua dolce” faceva era assumere l’esperienza effettiva dei cicli economici e dire: “Non vediamo come formalizzare questa esperienza in termini di massimo sfruttamento dei modelli di equilibrio, di conseguenza essa non esiste”.  Essa osserva soltanto se le recessioni derivano da una domanda inadeguata e se l’espansione monetaria o della finanza pubblica può creare posti di lavoro; i nostri modelli ci dicono che non può accadere, dunque essa è un’illusione ottica.

Questo orientamento, ho convenuto, ha importanti conseguenze negative, non solo per la ricerca, ma per la politica; essa contribuisce a coltivare una sensazione di erudita impotenza di fronte ad una disoccupazione di massa.

Cosa dire della nuova teoria del commercio? Quello che hanno fatto per noi i nuovi teorici del commercio è stato dire: “È come se ci fossero molte cose in corso nel commercio mondiale che non possono essere spiegate nei modelli formali esistenti. Dunque, fateci vedere se c’è un diverso approccio di modellazione che possa dare un senso a quello che osserviamo”. In altre parole, la tendenza alla formalizzazione è stata quasi l’opposto della svolta sbagliata della macroeconomia: ne è derivato un aiuto a chiarire la nostra percezione della realtà, non a negarla.

Ora, si può discutere quanto bene abbia fatto questa formalizzazione. Io credo ancora che i modelli formali abbiano fornito un livello di chiarezza e di credibilità al dibattito sul commercio che non c’era prima; la vostra misurazione può essere diversa. Certamente, niente di quello che ho scritto sul commercio ha fatto altrettanto per fornire un indirizzo alla politica come, ad esempio, il mio scritto sulla trappola di liquidità.

Ma una cosa che la nuova teoria del commercio certamente non ha fatto è stato dare sostegno a idee cattive, o indurre alla paralisi della politica. E un’altra cosa che non ha fatto è stato distrarre gli economisti del commercio dallo studiare il mondo reale. Al contrario, il commercio è diventato una disciplina assai più empirica, senza pregiudizi rispetto a quando me ne sono occupato per la prima volta.

In ogni modo, tutto questo non riguarda me (ebbene, in un certo senso mi riguarda personalmente, ma non è importante). Il punto importante non dovrebbe essere “non formalizzare”; dovrebbe essere che il formalismo esiste per aprire la vostra intelligenza, non per rinchiuderla, e se il mondo reale sembra vi stia dicendo qualcosa che non è coerente con il vostro modello, il problema sta nel modello, non nel mondo reale.

 

 

 

 

 

(1) Per un brave descrizione delle due scuole economiche americane – definite dell’ “acqua dolce e dell’acqua salata”, in riferimento al loro successo e insediamento nelle università delle aree dei grandi laghi o delle coste oceaniche – vedi le note sulla Traduzione.

 

 

 

 

 

 

La Brexit e la Trumpit (per esperti), dal blog di Paul Krugman, 22 giugno 2018.

luglio 6, 2018

 

June 22, 2018

Brexit Versus Trumpit (Wonkish)

By Paul Krugman

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A correspondent asks a very good question. The other day I posted a wonkish piece about the economics of a trade war, which argued that there would be huge disruption but the overall cost would be smaller than many people imagine — maybe 2-3% of GDP. The correspondent asked how to reconcile this with typical estimates of the cost of Brexit.

Such estimates — I’ve done my own back-of-the-envelope version, which is more in less in the same ballpark (cricket field?) as other estimates — typically run somewhere around 2 percent of British GDP. Yet even pessimists predict a much smaller impact of Brexit on British trade than the huge declines I’ve been suggesting from a Trump-created trade war, which I have just decided to call Trumpit. Aren’t these estimates inconsistent?

No, not really, because Brexit isn’t about higher tariffs; it’s about higher trade costs, higher costs of doing business across borders. And that makes a huge difference.

Figure 1 shows the standard textbook picture (hey, I wrote the standard textbook!) of the effects of a tariff. A tariff helps domestic producers who compete with imports, hurts domestic consumers, and generates revenue for the government. These three effects add up to a net loss, because the tariff distorts incentives: the good is produced by firms who have higher costs than it would cost to import the good, consumers refrain from buying even though it’s worth more to them than its price on world markets. These distorted incentives — the “deadweight loss” from a tariff — are shown by the areas of the triangles in the figure.

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Figure 1

And these triangles correspond to the single triangle I used in the figure that went with my exercise in wonkdom, here shown as Figure 2.

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Figure 2

But Brexit won’t raise prices by imposing a tariff, which will generate government revenue. It will, instead, make doing business more expensive: extra paperwork, longer waits for trucks waiting to be onloaded and offloaded, higher invisible costs of trading services. So you need to add the rectangle in Figure 1 labeled “government revenue” to the overall economic losses.

Or to put it differently, you get a picture like Figure 3, in which higher trade costs as well as distorted incentives reduce real income. (The incentives aren’t actually distorted given Brexit, but they are compared with what you’d face without it.)

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Figure 3

How big a deal is that difference? I’ve previously guessed that Brexit will reduce British trade with the rest of Europe by a third, from 15 to 10 percent of GDP. If the elasticity of demand is 3, that would require trade costs on the order of 13 percent of import prices.

If that 13 percent number were a tariff, the overall cost would be 0.13*2.5 percent of GDP (half the import decline). That’s about 0.3 percent of GDP — not tiny, but fairly small.

But if we’re talking about higher trade costs, you need to multiply these by the average of pre- and post-Brexit imports, or 12.5 percent of GDP. Now we’re up to 1.6 percent of GDP.

So that’s why Brexit estimates are so much higher than trade-war logic might suggest. Brexit won’t tax trade, it will make it really, truly, deeply more expensive to conduct — and that’s a big deal.

 

La Brexit e la Trumpit (per esperti), dal blog di Paul Krugman

Un nostro interlocutore avanza un’ottima domanda. L’altro giorno ho pubblicato un pezzo per esperti sull’economia delle guerre commerciali, nel quale sostenevo che ci sarebbe stata una vasta turbolenza, ma il costo complessivo sarebbe stato inferiore a quello che molti immaginano – forse il 2-3% del PIL. L’interlocutore ora ci chiede come conciliare questa stima con quelle consuete sui costi della Brexit.

Tali stime – ho fatto una mia versione di un calcolo approssimativo che ha più o meno la stessa dimensione di campo di gioco di altre stime (un campo da cricket?) – si colloca come di consueto attorno al 2 per cento del PIL inglese. Tuttavia persino i pessimisti prevedono un impatto della Brexit sul commercio britannico molto minore di quel vasto decremento che io sto suggerendo per la guerra commerciale provocata da Trump, che ho appena deciso di chiamare Trumpit. Queste stime sono contraddittorie?

No, in realtà no, perché la Brexit non riguarda tariffe più alte; riguarda costi commerciali più alti, costi più elevati nel gestire imprese trans frontaliere. E questo provoca una grande differenza.

La Figura 1 mostra il quadro consueto di un libro di testo di economia (ricordatevi che quel tradizionale libro di testo l’ho scritto io!) sugli effetti di una tariffa. Una tariffa aiuta i produttori che competono con le importazioni, danneggia i consumatori nazionali e genera entrate per il Governo. Questi tre effetti si aggiungono ad una perdita netta, giacché la tariffa distorce gli incentivi: il bene è prodotto da imprese che hanno costi più elevati di quelli che avrebbero importando quel bene, i consumatori si astengono dal comprare anche se esso ha per loro più valore del suo prezzo sui mercati mondiali. La distorsione di questi incentivi – la “perdita inutile” derivante dalla tariffa – sono mostrate dalle aree dei triangoli nella figura.

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Figura 1 [1]

 

E questi triangoli corrispondono al singolo triangolo che avevo utilizzato nel diagramma che accompagnava il mio esercizio per esperti, qua mostrato come Figura 2.

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Figura 2 [2]

 

Ma la Brexit non alzerà i prezzi con l’imposizione di una tariffa, che produrrà entrate per lo Stato. Piuttosto, essa renderà più costosa l’attività dell’impresa: burocrazia aggiuntiva, le lunghe attese per i camion che aspettano di essere caricati e scaricati, superiori costi invisibili per i servizi commerciali. Dunque si deve aggiungere il rettangolo definito nella figura 1 come “entrate pubbliche” alle perdite economiche complessive. O, per dirla diversamente, si ottiene un quadro come quello della Figura 3, nel quale anche i maggiori costi del commercio, come gli incentivi distorti, riducono il reddito effettivo (gli incentivi non sono realmente distorti per effetto della Brexit, ma lo sono a confronto di quello che si avrebbe senza di essa).

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Figura 3

 

Quanto è grande quella differenza? Ho precedentemente ipotizzato che la Brexit ridurrà il commercio britannico con il resto dell’Europa di un terzo, dal 15 al 10 per cento del PIL. Se l’elasticità della domanda è pari a 3, ciò richiederebbe costi commerciali aggiuntivi nell’ordine del 13 per cento dei prezzi all’importazione.

Se la tariffa corrispondesse a quel dato del 13 per cento, il costo complessivo sarebbe pari a 0,13*2,5 del PIL (metà del declino delle importazioni). Ovvero, circa lo 0,3 per cento del PIL – non minuscolo, ma abbastanza modesto.

Ma se stiamo parlando di più alti costi commerciali, si devono moltiplicare questi per la media delle importazioni precedenti e successive alla Brexit, ovvero per il 12,5 per cento del PIL. Con il che si sale all’1,6 per cento del PIL.

Questa è la ragione per la quale le stime sulla Brexit sono così tanto più alte di quello che una logica da guerra commerciale suggerirebbe. La Brexit non tasserà il commercio, lo renderà realmente, effettivamente, seriamente più costoso da gestire – e questo sarà un problema grave.

 

 

 

 

 

 

[1] La Figura mostra l’effetto dell’aggiunta di una tariffa alla importazione di un bene. Sull’asse verticale il prezzo, su quello orizzontale la quantità. L’aggiunta di una tariffa, che comporta una entrata per lo Stato – il rettangolo delle entrate (‘revenue’) dello Stato che la impone ma anche due aree di aggiunta sul prezzo – i triangoli che sono “pesi morti” – provoca una diversa torsione all’intero diagramma.

[2] In pratica, nella figura 2, il triangolo definito “welfare loss” – che tradurrei con “vantaggio perduto” – ha la stessa dimensione dei due triangoli “pesi morti” della Figura 1, ma è al netto delle entrate pubbliche derivanti dai dazi maggiori.

 

 

 

 

 

 

 

Riflettendo su una Guerra Commerciale (per molto esperti) (dal blog di Paul Krugman, 17 giugno 2018)

giugno 21, 2018

 

June 17, 2018

Thinking About a Trade War (Very Wonkish)

By Paul Krugman

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Until fairly recently, I didn’t really think we were going to have a trade war. What I thought would happen, instead, was a bit of kabuki: America’s major trading partners would make cosmetic concessions – perhaps with some lucrative payoffs to Trump businesses on the side – that would let Trump proclaim a “win”, and trade would go on much as before.

The reason I expected this relatively benign outcome wasn’t that Trump would get or take good advice. It was, instead, the expectation that big money would talk: corporations have invested trillions based on the assumption that an open world trading system, permitting value-added chains that sprawl across national borders, was going to be a permanent fixture of the environment. A trade war would disrupt all these investments, stranding a lot of capital, and I thought big business would get either manage to get that message through to Trump or at least get it through to Republicans in Congress, who would act to limit his room for maneuver.

But these political considerations look a lot less compelling now than they did a few months ago. With Gary Cohn gone, it’s not clear that big business has any real pipeline into the White House (OK, polluters have an open line to Scott Pruitt, and predatory lenders a line to Mick Mulvaney, but these aren’t the groups who will stand up against trade war.) And Congressional Republicans, terrified of the Trump base, have proved unwilling to take a stand on anything, even if big money is at stake.

Meanwhile, trade decisions are being made at Trump’s whim, without input from anyone who knows anything about trade economics (Peter Navarro thinks he understands the economics, which is even worse.)

Oh, and Trump’s version of diplomacy – not just trade actions, but the systematic praise of brutal dictators and disdain for democratic leaders – has created a very angry world out there. Nobody out there wants to give Trump even the appearance of a win, and elected leaders would be punished by their voters if they did.

So a serious trade war now looks very possible, and it’s time to think about what it might mean.

There are, I think, three main questions:

  1. How high might tariffs go?
  2. How much would this reduce world trade?
  3. How costly would the trade war be?

These are all slightly tricky questions, as I’ll explain. But there’s a pretty good case that an all-out trade war could mean tariffs in the 30-60 percent range; that this would lead to a very large reduction in trade, maybe 70 percent; but that the overall cost to the world economy would be smaller than I think many people imagine, maybe a 2-3% reduction in world GDP.

This last calculation, however, doesn’t take account of the disruptive effects of deglobalization: some people would actually gain, but a lot of people, very much including large groups and many communities in the U.S., would take big hits, especially in the short-to-medium run.

How high might tariffs go?

What do we mean by a trade war? In the current context, we mean a situation in which the world’s economies, taking their lead from the U.S., abandon the rules and agreements that currently constrain their tariffs and start setting tariffs unilaterally in their perceived self-interest.

The problematic word, of course, is “perceived”. On trade, as on other subjects, Trump’s perceptions generally don’t seem very tethered to reality. And to be fair, the economic policy performance of other major players, notably the EU, hasn’t been noteworthy for the triumph of clear economic thinking.

Still, there have been a number of attempts to model trade war over the years, relying on one of two approaches. The first is to imagine that governments actually do maximize national income, or perhaps an objective function that gives extra weight to well-organized interest groups. The second appeals to the historical experience of the world before international trade agreements became the norm. Fortunately, these approaches suggest similar tariff levels.

On the first approach: any country large enough that it can affect world prices of the goods it exports, the goods it imports, or both, has an “optimal tariff” greater than zero. The reason is that by limiting its trade, such a country can improve its terms of trade: the price of its exports relative to the price of its imports. This raises real income, other things equal. And the optimal tariff trades off the costs of reduced trade – e.g., the cost of producing goods domestically when they could be purchased more cheaply abroad – against the gains from improved terms of trade.

The problem is that if everyone does this, you get the costs of reduced trade without the benefit of improved terms of trade, because other countries are doing unto you the same thing you’re trying to do unto them. So you end up in a situation of “optimal tariff warfare”, which is actually more like an arms race than a shooting war, in the sense that there’s (usually) no victor and no resolution, just a lot of wasted resources.

So how do you estimate the effects of optimal tariff warfare? You need a “computable general equilibrium” model of world trade – something that shows how production and trade flows depend on tariff rates, calibrated to match the actual data. Then you have to find an equilibrium (a Nash equilibrium, for readers of “A Beautiful Mind”) in which each country is charging its optimal tariff given what everyone else is doing.

There are many assumptions and imputations involved, with the results depending a lot on how easily goods from one country can be substituted for goods from another – a parameter that’s hard to estimate. Still, there are several fairly recent efforts: Ossa finds that a trade war would, under his favored assumptions, lead to tariffs of nearly 60 percent, while Nicita et al, using slightly different assumptions, estimate a rise in tariffs of 32 percentage points from current levels.

If this seems too abstract, we can look at history: the Smoot-Hawley tariff, the last great protectionist move by the U.S. before we created the system of trade agreements, pushed tariffs up to around 45 percent on “dutiable” imports (tariffs were so high that most imports involved goods that for whatever reason faced no tariff at all.) You may wonder why I don’t say 59 percent, which was the peak reached in 1932; but that was sort of an accident, even higher than protectionists wanted, the result of deflation that pushed up the rate of protection for those goods whose tariffs were specified in dollars per unit rather than percentages.

So both history and quantitative models suggest that a trade war would lead to quite high tariffs, with rates of more than 40 percent quite likely.

How much would trade decline?

For any given tariff rate, the amount of trade reduction depends on the elasticity of import demand – the percentage fall in imports for every one percent rise in their price. Such elasticities are hard to estimate, because we don’t get many natural experiments. (Fluctuations in exchange rates change import prices, but those only give us an idea of short-run effects, and everyone believes that long-run elasticities are much bigger.)

As best I can read the literature, consensus estimates for the elasticity of import demand are something like 3 or 4, but there’s not much certainty here.

If we really believe in optimal tariff warfare, however, the effects of the war on trade volumes are surprisingly insensitive to the precise value of the elasticity. Why? Because the optimal tariff also depends on the elasticity. If foreigners can easily substitute away from your goods, the optimal tariff is fairly low; if they can’t, it’s high. So high elasticities mean low tariffs, low elasticities mean high tariffs, and the decline in trade is similar. (See this little write-up.)

My back of the envelope calculations suggest that we might be looking at around a 70 percent fall in trade for a wide range of cases. I’d be happy to be corrected by trade modelers if that’s wrong.

But if that’s right, we’re talking about a really big rollback of world trade. Figure 1 shows world trade (exports plus imports) as a share of world GDP back to 1950; a 70 percent reduction would bring us roughly back to 1950s levels. If Trump is really taking us into a trade war, the global economy is going to get a lot less global.

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Figure 1

How big are the costs?

There has historically been a lot of hype about the evils of protectionism – Smoot-Hawley caused the Great Depression, and all that. It’s also tempting to assume that because the Trumpist argument for trade war is so stupid, Trump trade policies must be totally disastrous.

But I’ve always ended up being really sorry when I let my political feelings override what my economic analysis says. And simple trade models, while they do say that trade wars are bad, don’t say that they’re catastrophic.

To do this right, we should use one of those computable general equilibrium models I mentioned above. These suggest substantial but not huge losses – 2 or 3 percent of GDP. What I’d like to do is offer a bit of intuition about why those losses aren’t bigger, then explain why a trade war would nonetheless be highly disruptive.

To do this, I’ll exploit a dirty little secret of trade theory: while ultimately stories about trade have to be general equilibrium, that is, they must make sure that you’ve kept track of all markets simultaneously, trade policy analysis using partial equilibrium – ordinary supply and demand – usually gets you more or less the right answer.

So let’s think about the demand for imports as if it were an ordinary demand curve, with the costs of a tariff coming in the form of lost consumer surplus (Figure 2). Those who remember their Econ 101 will know that the costs of a market distortion normally take the form of a rough triangle (rough because the demand curve doesn’t have to be a straight line, but that’s a fairly minor detail.) That’s because the first unit of imports lost has approximately zero cost, because people are indifferent at the margin between that unit and a domestic product, but the last unit lost imposes a cost equal to the tariff rate, because that’s how much more people would have been willing to pay for the import. And the average cost of reduced imports is halfway between these values.

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Figure 2

So when a tariff drives up the price of imports to consumers, leading them to buy fewer imported goods, the welfare loss will be roughly

Loss = fall in imports * ½ tariff rate

Now, the U.S. currently spends 15 percent of GDP on imports. Suppose we end up with a trade-war tariff of 40 percent, and (as I’ve been suggesting) a 70 percent decline in trade. Then the welfare loss is 20% * 0.7*15, or 2.1% of GDP.

That’s not a small number, but it’s not that huge either: at the bottom of the Great Recession, CBO estimates that we were operating 6 percent below potential GDP. Of course that loss was temporary, while a trade war might be forever.

But these net welfare costs may miss the real point, which is disruption.

Disruption

The U.S. currently exports about 12 percent of GDP. Not all of that is domestic value added, because some components are imported. But there’s still a lot of the economy, maybe 9 or 10 percent, engaged in production for foreign markets. And if we have the kind of trade war I’ve been envisaging, something like 70 percent of that part of the economy – say, 9 or 10 million workers – will have to start doing something else. And there would be a multiplier effect on many communities now built around export industries, which would lose service jobs too.

This is just the flip side of the “China shock” story: even if you believe that the rapid growth of Chinese exports didn’t cost the U.S. jobs on net, it changed the composition and location of employment, producing a lot of losers along the way. And the “Trump shock” that would come from a trade war would be an order of magnitude bigger.

You can see hints of what might be to come in what’s already happening. So far we’ve had only small skirmishes in what might be the looming trade war, but the effects don’t seem trivial to soybean farmers already facing sharp price cuts and steel users already facing much higher costs. If the trade war happens, expect to see many, many more stories like this.

O.K., there’s no certainty that any of this will happen. In fact, I still find it hard to believe that we’re really going to go down this path. But I also don’t have any plausible stories about what’s going to make Trump stop, or induce other big players to give in to his demands.

 

Riflettendo su una Guerra commerciale (per molto esperti)

Di Paul Krugman

Sino a non molto tempo fa, non pensavo davvero che fossimo prossimi ad una guerra commerciale. Quello che pensavo che sarebbe successo, invece, era una specie di kabuki [1]: i principali partner commerciali avrebbero fatto concessioni cosmetiche – forse con qualche collaterale lucrativa tangente per gli affari di Trump – che avrebbero permesso a Trump di parlare di “vittoria”, e il commercio in sostanza sarebbe andato avanti come prima.

La ragione per la quale mi aspettavo questo risultato relativamente benigno non era che Trump avrebbe ricevuto o fatto proprio un buon consiglio. Mi aspettavo, invece, che il grande capitale avrebbe preso la parola: le grandi società hanno investito migliaia di miliardi basandosi sull’assunto che un sistema aperto di commercio mondiale, consentendo che le catene del valore aggiunto si espandano oltre i confini nazionali, diventasse una istituzione permanente dell’ambiente. Una guerra commerciale avrebbe interrotto questi investimenti, abbandonando grandi quantità di capitali, ed io pensavo che le grandi imprese avrebbero o fatto arrivare questo messaggio a Trump, oppure almeno ai repubblicani del Congresso, che avrebbero agito per limitare il suo spazio di manovra.

Ma queste considerazioni politiche appaiono molto meno persuasive oggi di alcuni mesi fa. Con l’uscita di Gary Cohn, non è chiaro quale grande impresa abbia un qualche reale accesso diretto alla Casa Bianca (è vero, gli inquinatori hanno una linea diretta con Scott Pruitt, e la finanza predatoria ha una linea diretta con Mick Mulvaney, ma questi non sono gruppi che prenderebbero posizione contro una guerra commerciale). E i repubblicani del Congresso, terrorizzati dalla base di Trump, si sono mostrati indisponibili a prendere posizione su tutto, persino se sono in gioco gli interessi del grande capitale.

Nel frattempo, le decisioni commerciali vengono prese a capriccio di Trump, senza contributi da parte di chiunque conosca qualcosa di economia commerciale (Peter Navarro pensa che Trump comprenda l’economia, il che è anche peggio).

Inoltre, la versione di Trump della diplomazia – non solo le iniziative commerciali, ma l’elogio sistematico di dittatori brutali e il disprezzo per i leader democratici – ha messo in circolazione molta rabbia. Nessuno vuole consegnare a Trump neppure l’apparenza di una vittoria, se lo facessero i leader eletti sarebbero puniti dai loro elettori.

Dunque una grave guerra commerciale appare oggi molto possibile, ed è venuto il momento di pensare a cosa essa potrebbe significare.

Penso che ci siano tre principali domande:

1 – Quanto possono salire le tariffe?

2 – Di quanto tutto questo ridurrebbe il commercio mondiale?

3 – Quanto sarebbe costosa la guerra commerciale?

Queste sono tutte domande leggermente complicate, come spiegherò. Ma c’è una possibilità abbastanza elevata secondo la quale una guerra commerciale indiscriminata comporti tariffe in una gamma dal 30 al 60 per cento; il che porterebbe ad una riduzione molto ampia del commercio, forse del 70 per cento; ma il costo complessivo per l’economia mondiale sarebbe minore di quello che penso molte persone si immaginano, forse un 2-3% di riduzione del PIL mondiale.

Tuttavia, quest’ultimo calcolo non mette nel conto gli effetti distruttivi della deglobalizzazione: alcuni di fatto ci guadagnerebbero, ma molte persone, includendo in buona misura ampi gruppi e molte comunità negli Stati Uniti, subirebbero grandi danni, particolarmente nel periodo breve e medio.

 

Quanto potrebbero salire le tariffe?  

Che cosa intendiamo davvero per guerra commerciale? Nel contesto attuale, intendiamo una situazione nella quale le economie del mondo, prendendo lo spunto dagli Stati Uniti, abbandonerebbero le regole e gli accordi che attualmente limitano le loro tariffe e comincerebbero a stabilire in modo unilaterale tariffe secondo i loro presunti interessi.

Ovviamente, il termine fondamentale è “presunti”. Nel commercio, come in altre materie, le percezioni di Trump in generale non sembrano molto aderenti alla realtà. E, ad esser giusti, le prestazioni di politica economica di altri importanti protagonisti, in particolare l’UE, non si sono distinte per un trionfo di un chiaro pensiero economico.

Eppure c’è stato un certo numero di tentativi di elaborare un modello di guerra commerciale nel corso degli anni, basandosi su uno di questi due approcci. Il primo consiste nell’immaginare che i Governi effettivamente massimizzino il reddito nazionale, o forse ad una attività oggettiva che consegni un peso aggiuntivo a ben organizzati gruppi di interesse. Il secondo fa appello all’esperienza mondiale prima che gli accordi internazionali divenissero la norma. Fortunatamente, questi approcci indicano simili livelli tariffari.

Sul primo approccio: ogni paese sufficientemente ampio da poter influenzare i prezzi dei beni che esporta, dei beni che importa, o di entrambi, ha una “tariffa ottimale” maggiore di zero. La ragione è che limitando i suoi commerci, tale paese può migliorare i suoi termini di scambio: il prezzo delle sue esportazioni in relazione al prezzo delle sue importazioni. Questo, a parità delle altre condizioni, eleva il reddito reale. E la tariffa ottimale sfrutta i costi del ridotto commercio – per esempio, il costo della produzione di beni nazionali quando essi potrebbero essere acquistati più convenientemente all’estero – rispetto ai guadagni derivanti dai migliorati termini di scambio.

Il problema è che se lo fanno tutti, avrete i costi del ridotto commercio senza il beneficio del miglioramento dei termini di scambio, perché altri paesi fanno con voi quello che voi state cercando di fare con loro. Dunque, si finisce in una situazione di “conflitto sulla tariffa ottimale”, che effettivamente è più simile ad una corsa agli armamenti che non ad una guerra guerreggiata, nel senso che (di solito) non c’è alcun vincitore né alcuna soluzione, solo un grande spreco di risorse.

Come potete, dunque, stimare gli effetti di un conflitto sulla tariffa ottimale? Avete bisogno di un modello di “misurabile equilibrio generale” del commercio mondiale – qualcosa che mostri come gli andamenti della produzione e del commercio dipendano dalle aliquote tariffarie, calibrate per equilibrare i dati effettivi. Avete allora bisogno di trovare un equilibrio (un equilibrio di Nash, per i lettori di “A Beautiful Mind”) nel quale ciascun paese carica la sua tariffa ottimale considerato quello che fanno tutti gli altri.

Sono impliciti molti assunti e molte reciproche accuse, con i risultati che dipendono molto dalla facilità con la quale i beni di un paese possono essere sostituiti dai beni di un altro paese – un parametro che è difficile stimare. Tuttavia, ci sono stati vari tentativi recenti: Ossa ha scoperto che una guerra commerciale, sulla base dei suoi assunti favoriti, porterebbe a tariffe di circa il 60 per cento, mentre Nicita ed altri, utilizzando assunti leggermente diversi, hanno stimato una crescita delle tariffe di 32 punti percentuali rispetto ai livelli attuali.

Se questo vi pare troppo astratto, potete osservare la storia: la Tariffa Smoot-Hawley, l’ultima grande iniziativa protezionistica degli Stati Uniti prima che fosse creato il sistema degli accordi commerciali, spinse in alto le tariffe sino a circa il 45 percento sulle importazioni “soggette a dogana” (le tariffe erano così alte che la maggioranza delle importazioni riguardavano beni che per varie ragioni non avevano nessuna tariffa). Vi potreste chiedere perché non dico il 59 per cento, che fu il picco raggiunto nel 1932; ma quello fu una sorta di incidente, persino più alto di quello che volevano i protezionisti, il risultato della deflazione che spinse in alto il livello della protezione per quei beni le cui tariffe venivano specificate in dollari per ogni unità, anziché in percentuali.

Dunque, sia la storia che i modelli quantitativi indicano che una guerra commerciale potrebbe portare a tariffe abbastanza alte, con aliquote di più del 40 per cento piuttosto probabili.

 

Di quanto calerebbe il commercio?

Per ogni data aliquota tariffaria, la quantità della riduzione commerciale dipende dalla elasticità della domanda di importazioni – la caduta della domanda di importazioni per ogni punto percentuale di crescita del loro prezzo. Tali elasticità sono difficili da stimare, perché non abbiamo tanti esperimenti naturali (le fluttuazioni nei tassi di cambio cambiano i prezzi all’importazione, ma quelle ci danno solo un’idea degli effetti a breve termine, e tutti ritengono che le elasticità a lungo termine siano molto superiori).

La cosa migliore che posso fare è leggere la letteratura, le stime prevalenti dell’elasticità della domanda di importazioni sono qualcosa tra 3 e 4, ma in questo caso non c’è molta certezza.

Se crediamo per davvero in un conflitto sulla tariffa ottimale, tuttavia, gli effetti di una guerra sui volumi del commercio sono sorprendentemente insensibili al valore preciso dell’elasticità. Perché? Perché anche la tariffa ottimale dipende dall’elasticità. Se gli stranieri possono surrogare i vostri prodotti, la tariffa ottimale è piuttosto bassa; se non possono, è alta. Dunque, elasticità elevate comportano tariffe basse, elasticità basse comportano tariffe elevate, e il declino del commercio è simile (si veda questa piccola nota [2]).

I miei calcoli approssimativi indicano che potremmo essere di fronte a circa un 70 percento di caduta del commercio in una vasta gamma di casi. Sarei grato, se la mia stima fosse errata, se fossi corretto da esperti di modelli commerciali.

Ma se fossi nel giusto, staremmo parlando di una riduzione del commercio mondiale effettivamente ampia. La Figura 1 mostra il commercio mondiale come quota del PIL mondiale sin dagli anni ’50; una riduzione del 70 percento ci riporterebbe grosso modo ai livelli degli anni ’50. Se Trump sta effettivamente portandoci in una guerra commerciale, l’economia mondiale è in procinto di divenire molto meno globale.

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Figura 1

 

Quanto sono grandi i costi?

C’è stato storicamente molto chiasso sui mali del protezionismo – la Smoot-Hawley che provocò la Grande Depressione, e tutto il resto. Si è anche tentato di considerare che, poiché l’argomento trumpiano per la guerra commerciale è così stupido, le politiche commerciali di Trump debbono essere totalmente disastrose.

Ma ho sempre finito con l’essere davvero dispiaciuto quando ho consentito ai miei sentimenti politici di avere la precedenza su quello che dice la mia analisi economica. E i semplici modelli del commercio, mentre dicono che le guerre commerciali sono negative, non dicono che sono catastrofiche.

Per fare questa stima in modo corretto, dovremmo utilizzare uno di quei modelli di misurabile equilibrio generale ai quali ho fatto riferimento in precedenza. Questi indicano perdite sostanziali ma non vaste – il 2 o 3 percento del PIL. Quello che vorrei fare è offrite qualche intuizione sul perché quelle perdite non sono più grandi, per poi spiegare perché una guerra commerciale potrebbe nondimeno essere dirompente.

Per farlo, utilizzerò un piccolo trucco sporco della teoria del commercio: mentre in ultima analisi i racconti sul commercio devono ispirarsi all’equilibrio generale, ovvero debbono accertarsi che si sia tenuto traccia simultaneamente di tutti i mercati, l’analisi della politica commerciale che utilizza l’equilibrio parziale – l’offerta e la domanda ordinaria – normalmente vi fornisce più o meno la risposta giusta.

Ragioniamo dunque della domanda di importazioni come se fosse una ordinaria curva di domanda, con i costi di una tariffa che si presentano nella forma della perduta eccedenza di consumo (Figura 2). Quelli che ricordano i loro testi universitari di economia sapranno che i costi di una distorsione di mercato prendono normalmente la forma grosso modo di un triangolo (grosso modo, perché la curva della domanda non deve essere per forza una linea retta, ma questo è un dettaglio abbastanza minore). Questo dipende dal fatto che la prima unità di importazioni perdute ha approssimativamente un costo pari a zero, perché le persone sono indifferenti al limite tra quella unità e un prodotto nazionale, ma l’ultima unità perduta impone un costo pari all’aliquota tariffaria, giacché essa è molto superiore a quanto le persone sarebbero state disponibili a pagare per il prodotto importato. E il costo medio della riduzione delle importazioni si colloca a metà strada tra questi valori.

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Figura 2

Cosicché quando una tariffa spinge il alto il prezzo delle importazioni per i consumatori, inducendoli ad acquistare meno prodotti importati, la perdita di benessere sarà all’incirca:

 

Perdita = caduta nelle importazioni * metà della aliquota della tariffa 

 

Ora, gli Stati Uniti spendono attualmente il 15 percento del PIL sulle importazioni. Supponiamo di ritrovarci con una tariffa da guerra commerciale del 40 percento, e (come sto ipotizzando) di una riduzione del commercio del 70 percento. Allora la perdita di benessere sarà 20% * 0,7 * 15, ovvero del 2,1% del PIL.

Non è un numero piccolo, ma neppure così grande: alla fine della Grande Recessione, l’Ufficio di Bilancio del Congresso stima che stessimo operando del 6 percento al di sotto del PIL potenziale. Naturalmente, quella perdita era temporanea mentre una guerra commerciale sarebbe per sempre.

Ma questi costi netti per il benessere possono perdere il punto vero, che è la alterazione generale.

 

Alterazione generale

Attualmente gli Stati Uniti esportano circa il 12 per cento del PIL. Non tutto questo è valore aggiunto nazionale, perché alcune componenti sono importate. Ma c’è ancora un bel po’ di economia, forse il 9 o il 10 per cento, impegnato nella produzione per i mercati esteri. E se avremo il tipo di guerra commerciale che mi sto figurando, qualcosa come il 70 per cento di quella parte di economia – diciamo, 9 o 10 milioni di lavoratori – dovrà cominciare a fare qualcos’altro. E ci sarebbe un effetto di moltiplicatore per molte comunità che adesso sono costruire su industrie dell’esportazione, con il che si perderebbero anche posti di lavoro nei servizi.

Questa è solo l’altra faccia della medaglia della storia dello “shock cinese”: anche se si ritiene che la rapida crescita delle esportazioni cinesi non sia costata al netto posti di lavoro statunitensi, essa ha cambiato la composizione e la localizzazione dell’occupazione, producendo nel percorso una grande quantità di perdenti. E lo “shock di Trump” che deriverebbe da una guerra commerciale sarebbe di un ordine di grandezza superiore.

Potete osservare tracce di quello che potrebbe essere in arrivo in quello che sta già accadendo. Sinora abbiamo avuto soltanto piccole schermaglie rispetto a quello che potrebbe essere la guerra commerciale in arrivo, ma gli effetti non sembrano banali per i produttori di fagioli di soia che già sopportano bruschi tagli dei prezzi e per gli utilizzatori d’acciaio che già sopportano costi assai superiori. Se ci sarà la guerra commerciale, ci si può aspettare di vedere davvero molte storie come queste.

È vero, non c’è certezza che accadranno cose del genere. Di fatto, trovo ancora difficile credere che ci stiamo davvero indirizzando su questo sentiero. Ma non ho neppure alcuna spiegazione plausibile su quello che potrebbe fermare Trump, o indurre altri principali protagonisti a cedere alle sue richieste.

 

 

 

 

 

 

[1] Rappresentazione teatrale giapponese del XVII secolo.

[2] La nota nella connessione nel testo inglese è di Krugman, in sostanza un piccolo articolo collegato a quello principale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il monopsonio, la rigidità e l’enigma dei salari, (dal blog di Paul Krugman, 20 maggio 2018)

giugno 1, 2018

 

May 20, 2018

Monopsony, Rigidity, and the Wage Puzzle (Wonkish)

By Paul Krugman

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Once a year my academic base, CUNY’s Stone Center on Socio-Economic Inequality, holds a workshop featuring cutting-edge researchon inequality. At this point in my life, I can’t claim to be doing cutting-edge research (hey, even Paul Samuelson was writing mostly survey papers and history of thought by the time he was in his 60s); but I’m still asked to give a talk on research issues that I find interesting, hopefully with some relationship to the general theme of the workshop. One virtue of this grand-old-man role, by the way, is that it forces me to tear myself away for a little while from the awful political headlines.

In the past I’ve used the ECINEQ talk to discuss issues involving inequality and macroeconomic performance, both vulnerability to crises and long-term growth. Both areas are still very much unresolved; but I’m not sure I have anything new to say. So I thought I’d do something different, and focus on an issue some very smart economists have been worrying at: the puzzle of continuing wage stagnation despite very low unemployment.

An aside: the way this discussion is taking place marks a kind of new frontier in the mechanics of scientific communication – and, I think, an unfortunate one. Once upon a time economic debate took place in the pages of refereed journals, but that stopped being true at least 30 years ago, with working papers becoming the principal means of communication. Even that turned out to be too slow in the face of rapid change; so during the crisis years, say from 2008-2013, a lot of discussion and debate moved to blogs, which I’d say worked very well. In retrospect, the debates we all had over leverage, monetary policy, fiscal policy and more were really classic – the 21st-century equivalent of, say, Keynes vs. Ohlin on trade balances and relative prices.

But this latest debate has taken place largely through dueling Twitter threads – which is, I’d say, awful. The economists involved are very smart, and the threads very informative; but for people trying to keep track, including students, this is really a mess. If you want an entry point, you might try this tweet by Nick Bunker. But guys, we really need something like, you know, articles – blog posts would do the trick — that summarize your positions.

I guess I’m doing some of that here, but we need clear statements by the principals.

OK, complaints registered. What I want to do now is, first, describe the wage puzzle; then describe the resulting debate, which is largely over how much if any slack remains in the labor market; then lay out a story which combines the issue of downward nominal wage rigidity – which has been discussed fairly extensively – with the role of monopsony power in labor markets, which I don’t think has been integrated into this debate, but should be.

1 The wage puzzle

From the mid-1990s until the 2008 financial crisis, it looked as if there was a fairly stable Phillips curve – a relationship between unemployment and the rate of wage growth. This wasn’t the “accelerationist” Phillips curve that underlies the concept of the natural rate of unemployment – there was no sign that low unemployment led to accelerating inflation. It was, instead, a neo-paleo-Keynesian relationship between unemployment and wages. You can see how good the relationship looked in Figure 1, in which wage growth is measured on the left axis and the inverse of the unemployment rate on the right axis:

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Figure 1

After the crisis, wage growth dropped – but only about as much as it dropped in the early 2000s slump, despite much higher unemployment. And it has increased only modestly since then, to levels well below pre-crisis growth, despite unemployment rates as low as we’ve seen in a very long time:

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Figure 2

It’s a puzzle. But why does the explanation matter? Basically, we’re trying to assess the current state of the U.S. economy, which has lots of implications for monetary and fiscal policy. The unemployment rate, plus some other indicators I’ll get to shortly, suggest an economy pretty much at full employment. But sluggish wage growth could indicate that there’s still substantial slack in the labor market. Which is it?

2 A slack-jawed debate

On the case for substantial slack: a number of economists have argued that the official unemployment rate, which only counts people actively looking for work, has become an increasingly inaccurate guide to the real state of labor markets. Their main point is that if we focus on employment rather than unemployment – specifically, the fraction of prime-working-age adults currently working (EPOP) – it’s still significantly below pre-crisis levels. And using recent data, EPOP is a better predictor of wage growth than the unemployment rate. Ernie Tedeschi has a very good thread (but, alas, not a blog post) making this case.

Jason Furman, however, pushes back in another thread. (Guys, this is really a terrible way to do this kind of discussion.) You can see both Tedeschi’s point and Furman’s counter, done roughly, in Figure 3.

EPOP is indeed still significantly below its pre-crisis level. But it has been a decade since the crisis – and that’s enough time to worry about secular trends in labor force participation. In particular, there’s been a long-run trend toward fewer prime-age men working, and it’s not at all clear that we’re currently below that trend.

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Figure 3

Two other pieces of data also cast doubt on the unmeasured-slack hypothesis. One, shown in Figure 4, is the quits rate – the fraction of workers quitting their jobs each month:

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Figure 4

Quits rates vary with the state of the labor market: workers are more willing to quit if they feel sure of finding another job. And quits are back up to pre-crisis levels, suggesting that the labor market really is tight.

Another piece of evidence is what employers say about the ease of finding workers. And both news accounts and surveys like the NFIB (Figure 5) show employers screaming about either worker shortages or skill shortages, with the latter meaning “we can’t find workers we want at current wages.”

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Figure 5

All in all, I think I come down on Jason Furman’s side here – not with 100% certainty, to be sure, but this really shows most of the signatures of a full-employment economy.

But in that case, why aren’t wages surging?

3 The interaction between monopsony and sticky wages

One old concept that has been overwhelmingly supported by the experience of the Great Recession and aftermath is the idea of downward nominal wage rigidity. Employers are extremely unwilling to cut wages, largely because they fear the effects on worker morale. Meanwhile, in a depressed, low-inflation economy, a lot of employers would want to cut wages if they could do it without side consequences. So as the San Francisco Fed’s wage rigidity meter (Figure 6) shows, the slump caused a surge in the number of workers whose wages didn’t change at all from year to year.

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Figure 6

There have already been some analyses suggesting that an extended period of wages constrained by downward rigidity has created a sort of backlog of pent-up wage cuts that is currently holding down wage increases. But I think we need to say more about the context.

My starting point is that there’s now a lot of evidence that many employers have considerable monopsony power in the labor market: that is, they don’t face a going market wage they have to meet or be unable to hire at all, they face what amounts to an upward-sloping supply curve.

Figure 7 illustrates the position of such a firm. Marginal revenue product is the value to the firm of an additional worker. The supply of labor to that firm is upward sloping: From its point of view, to attract more workers the firm needs to raise wages. But if it does that it will have to pay more to the workers it would have had anyway, so the marginal cost of an additional worker to the firm is higher than that worker’s wage.

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Figure 7

We’re all familiar with the fact that when a firm has market power over what it sells, it would always like to sell more than it can at the current price. A firm that has monopsony power over labor is in the same situation with regard to hiring: it would normally be happy to get more workers if it could do so without paying higher wages. That is, complaints about labor and/or skill shortages are normal for many employers, just like complaints about not having enough sales.

But here’s the thing: during the years of high unemployment, firms faced both reduced demand – lower marginal revenue product – and increased supply of labor, from workers desperate for jobs. This “should” have allowed them to cut wages – but for the most part they couldn’t, because wage cuts have lots of adverse side effects.

So for a while the usual complaints about the supply and/or quality of workers were in abeyance. Given the wages firms were still offering, willing workers were abundant.

But now demand has recovered, unemployment is low, and normality has been restored. Once again, firms are complaining that they can’t find workers without raising wages – which is the normal state of affairs.

It’s true that the complaints seem even louder than in previous business cycle peaks. But I can offer a couple of reasons.

One is simply that it has been a long time since labor markets were tight. Most HR managers, I would guess, don’t remember what a full employment economy is like. They find the idea that there aren’t tons of highly qualified workers lined up for every job opening shocking – and, inevitably, blame the workers.

More speculatively, I’ve suggested that employers are especially unwilling to raise wages because they remember the Great Recession, and don’t want to lock in higher wage costs.

Either way, I’d argue that the combination of downward nominal wage rigidity and monopsony power helps explain both why wages didn’t fall during the period of high unemployment and why employers aren’t doing much to raise wages despite tight labor markets now.

4 Policy implications

The bottom line here is that I reluctantly find myself on the no slack side of this debate. I think the U.S. really is more or less at full employment.

But do I think the Fed is right to be raising rates, and that we should start being worried about fiscal deficits? Actually, no, for two reasons.

First, I might be wrong. And the costs of tightening when the economy still has room to grow are much bigger than those of waiting and discovering that we’ve overshot a bit.

Second, everything we’ve learned since a 2% inflation target became orthodoxy suggests that the target was too low. The effective lower bound on interest rates is a much bigger threat than we realized, and the problem of downward wage rigidity is a bigger deal too. So if inflation crept up from 2 to 3 or even 4, that would actually be a good thing.

So while I am not convinced that we have a lot of labor market slack, I actually favor policies that act as if we did. Hey, nobody except fools said economic policy was easy.

 

Il monopsonio, la rigidità e l’enigma dei salari, di Paul Krugman

Una volta all’anno la mia sede universitaria, il Centro di riferimento sull’Ineguaglianza Socio Economica dell’Università della Città di New York, tiene un seminario che presenta ricerche di avanguardia sull’ineguaglianza. A questo punto della mia vita, non posso pretendere di fare ricerche di avanguardia (badate, persino Paul Samuelson, dal momento in cui entrò nei suoi sessant’anni, scriveva soprattutto articoli di recensione e di storia del pensiero); ma mi viene ancora chiesto di tenere un discorso sui temi di ricerca che ho trovato interessanti, sperando che abbiano una qualche relazione con la tematica generale del seminario. Un vantaggio di questo ruolo da “grande vecchio”, per inciso, è che mi allontana un pochino dai terribili argomenti della politica.

Nel passato ero solito parlare all’ECINEQ [1] di temi relativi all’ineguaglianza e alle prestazioni macroeconomiche, la vulnerabilità alle crisi e la crescita nel lungo termine. Entrambe le aree sono ancora assai irrisolte; ma non sono certo di avere qualcosa di nuovo da dire. Così ho pensato che avrei fatto qualcosa di diverso e mi sarei concentrato su un tema del quale si è occupato qualche economista molto acuto: l’enigma della perdurante stagnazione dei salari, nonostante una disoccupazione molto bassa.

Una parentesi: il modo in cui questo dibattito si sta affermando segna una sorta di nuova frontiera nei meccanismi della comunicazione scientifica – e io penso che ciò avvenga in modo piuttosto infelice. Un tempo il dibattito economico si affermava sulle pagine delle riviste di riferimento, ma ciò smise di esistere almeno trenta anni orsono, allorché i documenti di lavoro divennero gli strumenti principali della comunicazione. A fronte dei rapidi cambiamenti, si scoprì che anche essi erano troppo lenti; così durante gli anni della crisi, diciamo dal 2008 al 2013, gran parte del confronto e del dibattito si spostò sui blog, che a mio parere funzionarono molto bene. Retrospettivamente, i dibattiti che noi tutti avemmo sull’indebitamento, la politica monetaria, quella della finanza pubblica e su altro divennero realmente dei classici – si può dire che furono l’equivalente del ventunesimo secolo dei confronti tra Keynes e Ohlin sugli equilibri commerciali e sui prezzi relativi.

Ma questo più recente dibattito si è affermato ampiamente attraverso resoconti di duelli su Twitter – il che, direi, è un po’ orribile. Gli economisti impegnati sono molto intelligenti e i forum sono molto informativi¸ ma per le persone che cercano di seguirli, inclusi gli studenti, è davvero un disastro. Se volete un punto di ingresso, potreste provare questo tweet a cura di Nick Bunker. Eppure, cari miei, abbiamo davvero bisogno di qualcosa che somigli, sapete, ad articoli –  post sui blog andrebbero benissimo – che sintetizzino le vostre posizioni.

In questo caso penso di star facendo qualcosa del genere, ma abbiamo bisogno di prese di posizione chiare da parte dei soggetti maggiormente coinvolti.

Va bene, le mie lamentele sono state registrate. Ora quello che penso di fare è, anzitutto, descrivere il mistero dei salari; poi descrivere il dibattito conseguente, che in gran parte riguarda quanta fiacchezza resta, se resta, nel mercato del lavoro; quindi metter giù un racconto che combina il tema della rigidità verso il basso dei salari nominali – che è stato discusso abbastanza estesamente – con il ruolo del potere di monopsonio [2] nei mercati del lavoro, che non penso sia stato coinvolto in questo dibattito, ma che penso dovrebbe esserlo.

 

1 L’enigma dei salari

Dalla metà degli anni ’90 fino alla crisi finanziaria del 2008, sembrava esserci una curva di Phillips – una relazione tra la disoccupazione e il tasso di crescita dei salari – abbastanza stabile. Non si trattava della curva di Phillips “accelerazionista” che sottintende il tasso naturale della disoccupazione – non c’era alcun segno che la disoccupazione conducesse ad una accelerazione della inflazione. Si trattava, invece, di una neo-paleo-keynesiana relazione tra disoccupazione e salari. Nella Figura 1, nella quale la crescita salariale è indicata dall’asse sulla sinistra e l’inverso del tasso di disoccupazione sull’asse di destra, si può osservare quanto la relazione fosse positiva:

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Figura 1

Dopo la crisi, la crescita dei salari calò – ma solo circa altrettanto di quanto era calata nella crisi dei primi anni 2000, nonostante una disoccupazione molto più elevata. E sino ad allora essa era cresciuta solo modestamente, a livelli ben inferiori della crescita precedente la crisi, nonostante tassi di disoccupazione così bassi come non si vedevano da lungo tempo:

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Figura 2

È un enigma. Ma perché la spiegazione sarebbe importante? Fondamentalmente, si tratta di stabilire la condizione attuale dell’economia statunitense, che ha molte implicazioni per la politica monetaria e della finanza pubblica. Il tasso di disoccupazione, assieme ad altri indicatori che fornirò tra breve, indica un’economia abbastanza vicina alla piena occupazione [3]. Ma la crescita fiacca dei salari potrebbe indicare che c’è ancora un ritardo sostanziale nel mercato del lavoro. Di cosa si tratta?

2 Un dibattito stupefatto

Sull’ipotesi di una sostanziale fiacchezza: un certo numero di economisti hanno sostenuto che il tasso ufficiale della disoccupazione, che conteggia unicamente le persone che cercano attivamente lavoro, è diventato un dato sempre più inappropriato per spiegare la condizione reale dei mercati del lavoro. Il loro argomento principale è che se ci confrontiamo con l’occupazione anziché con la disoccupazione – in particolare, con la frazione degli adulti che attualmente lavorano nel principale periodo lavorativo (EPOP) – esso è ancora significativamente al di sotto dei livelli precedenti alla crisi. E utilizzando i dati recenti, l’EPOP è un migliore previsore della crescita salariale che non il tasso di disoccupazione. Ernie Tedeschi, nel sostenere questa tesi, sviluppa un ottimo argomento (ma, ahimè, non con un post in un blog).

Tuttavia, Jason Furman lo respinge con una argomentazione diversa (signori, questo è davvero un modo terribile per sviluppare un dibattito di questo genere). Potete vedere sia l’argomento di Tedeschi che la replica di Furman, sia pure espressi in modo semplicistico, nella figura 3.

In effetti, l’EPOP è ancora significativamente più basso dei suoi livelli precedenti alla crisi. Ma dalla crisi è passato un decennio – e questo è un tempo sufficiente per preoccuparsi delle tendenze secolari sui livelli di partecipazione della forza lavoro. In particolare, si è espressa una tendenza di lungo periodo verso una minore presenza al lavoro di maschi nella principale età lavorativa, e non è affatto chiaro che attualmente si sia sotto quella tendenza.

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Figura 3

Anche due altri complessi di dati gettano un dubbio sulla ipotesi di una fiacchezza non misurata. Uno, mostrato nella figura 4, è il tasso sugli abbandoni volontari del posto di lavoro – la frazione di lavoratori che lasciano ogni mese i loro posti di lavoro:

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Figura 4

I tassi degli abbandoni volontari variano sulla base delle condizioni del mercato del lavoro: i lavoratori sono più disponibili a lasciare se sono fiduciosi di trovare un altro posto di lavoro. E gli abbandoni volontari sono tornati ai livelli precedenti la crisi, indicando che il mercato del lavoro, in realtà, non è fiacco.

Un altro complesso di prove viene da quello che i datori di lavoro dicono sulla facilità a trovare lavoratori. E sia i nuovi dati che i sondaggi come il NFIB (Figura 5) mostrano datori di lavoro che imprecano sia per la mancanza di lavoratori che di competenze lavorative, laddove la seconda significa “non possiamo trovare i lavoratori che vogliamo ai salari attuali”.

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Figura 5 – [4]

In fin dei conti, penso in questo caso di aderire allo schieramento di Jason Furman – sicuramente non con una certezza del 100%, ma tutto questo mostra realmente le caratteristiche di un’economia di piena occupazione.

Ma in quel caso, perché i salari non stanno crescendo?

3 L’interazione tra il monopsonio e i salari rigidi

Un vecchio concetto che è stato sostenuto in modo schiacciante all’esperienza della Grande Recessione è l’idea di una rigidità verso il basso dei salari nominali. I datori di lavoro sono estremamente indisponibili a tagliare i salari, in gran parte perché temono gli effetti sul morale dei lavoratori. Contemporaneamente, in un’economia depressa, di bassa inflazione, molti datori di lavoro vorrebbero tagliare i salari se potessero farlo senza conseguenze collaterali. Dunque, come mostra la misurazione della rigidità dei salari della Fed di San Francisco (Figura 6), la crisi ha provocato una crescita del numero dei lavoratori i cui salari non sono mutati affatto da un anno all’altro.

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Figura 6 [5]

Ci sono già state alcune analisi che suggeriscono che un prolungato periodo di salari limitati dalla rigidità verso il basso dei salari ha creato una sorta di arretrato di tagli salariali repressi, che sta trattenendo gli incrementi salariali. Ma penso che dobbiamo dire qualcosa in più sul contesto.

Il mio punto di partenza è che abbiamo adesso un gran numero di prove secondo le quali molti datori di lavoro hanno un considerevole monopsonio sul mercato del lavoro: ovvero, non devono misurarsi con un salario di mercato in crescita che debbono intercettare se non vogliono essere del tutto incapaci di assumere, si misurano con quella che corrisponde ad una curva dell’offerta che inclina verso l’alto.

La Figura 7 illustra la posizione di un’impresa di quel tipo. Il prodotto marginale del fatturato corrisponde al valore per l’impresa di un lavoratore aggiuntivo. L’offerta di lavoro per quell’impresa si indirizza verso l’alto: da questo punto di vista, per attrarre più lavoratori l’impresa ha bisogno di elevare i salari. Ma se lo fa, dovrà pagare di più i lavoratori che avrebbe avuto in ogni modo, così che il costo marginale di un lavoratore aggiuntivo per l’impresa è superiore al salario del lavoratore.

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Figura 7

Comprendiamo tutti il fatto che quando una impresa ha il potere di mercato su quello che vende, gli piacerebbe sempre vendere di più di quello che riesce al prezzo corrente. Un’impresa che ha il potere di monopsonio sul lavoro è nella stessa situazione a proposito delle assunzioni: sarebbe di norma contenta di avere più lavoratori se potesse farlo senza pagare salari più alti. Ovvero, le lamentele sulla mancanza di lavoro e/o di competenze sono normali per molti datori di lavoro, proprio come le lamentale sul non vendere abbastanza.

Ma qua è il punto: durante gli anni di elevata disoccupazione, le imprese fanno fronte sia ad una domanda ridotta – un reddito dal prodotto marginale più basso – che ad una accresciuta offerta di lavoro, da parte di lavoratori disperati per i posti di lavoro. Tutto questo “dovrebbe” avergli consentito di tagliare i salari – ma la maggioranza delle imprese non hanno potuto farlo, perché i tagli ai salari hanno una quantità di negativi effetti collaterali.

Dunque, per un po’ le consuete lamentele sulla offerta e/o sulla qualità dei lavoratori sono rimaste in sospeso. Dati i salari che le imprese stanno ancora offrendo, i lavoratori disponibili sono numerosi.

Ma adesso la domanda è ripresa, la disoccupazione è bassa ed è stata ripristinata una situazione normale. Di nuovo le imprese si stanno lamentando di non poter trovare lavoratori senza aumentare i salari – che è lo stato normale delle cose.

È vero che le lamentele sembrano persino più rumorose che in precedenti picchi del ciclo economico. Ma posso offrire un paio di ragioni.

Una è che è passato molto tempo da quando i mercati del lavoro erano senza fiacchezza. Ipotizzerei che la maggioranza dei responsabili delle Risorse Umane non si ricordano a cosa assomigli un’economia di piena occupazione. Trovano che l’idea che ci siano grandi quantità di lavoratori altamente qualificati sia connessa ad ogni vistosa apertura di posti di lavoro – e, inevitabilmente, danno la colpa ai lavoratori.

In termini più teorici, ho suggerito che i datori di lavoro siano particolarmente indisponibili ad elevare i salari perché ricordano la Grande Recessione, e non vogliono rinchiudersi in costi per salari più alti.

In ogni modo, direi che la combinazione tra la rigidità verso il basso dei salari nominali e il potere di monopsonio contribuisce a spiegare sia perché i salari non siano caduti durante il periodo di elevata disoccupazione, sia perché i datori di lavoro non fanno granché per aumentare i salari nonostante i mercati del lavoro non siano più fiacchi.

4 Implicazioni politiche

In conclusione, in questo caso io mi colloco con un po’ di riluttanza in questo dibattito dalla parte di coloro che sostengono che non ci sia alcuna fiacchezza. Penso che gli Stati Uniti siano più o meno in una situazione di piena occupazione.

Ma penso anche che la Fed abbia ragione ad elevare i tassi, e che dovremmo cominciare a preoccuparci dei deficit delle finanze pubbliche? Effettivamente no, per due ragioni.

Anzitutto, potrei aver torto. E i costi della restrizione quando l’economia ha ancora spazio per crescere sono molto più grandi di quelli dell’aspettare e scoprire che abbiamo mancato il bersaglio.

In secondo luogo, tutto quello che abbiamo appreso da quando un 2% di inflazione è diventata l’ortodossia, indica che l’obbiettivo è stato troppo basso. L’effettivo limite inferiore sui tassi di interesse è una minaccia maggiore di quella che avevamo compreso, e anche il problema della rigidità verso il basso dei salari è una faccenda più rilevante. Dunque, se l’inflazione crescesse dal 2 al 3 o persino al 4, quella sarebbe in realtà una buona notizia.

Dunque, mentre non sono convinto che ci sia una effettiva fiacchezza nel marcato del lavoro, sono in effetti a favore di politiche che agiscano come se lo fossimo. Badate, nessuno – se non gli sciocchi – ha detto che la politica economica fosse semplice.

 

 

 

 

 

[1] Anagramma per “Società per lo studio dell’Ineguaglianza Economica”.

[2] Situazione di mercato caratterizzata dall’accentramento della domanda da parte di un solo soggetto economico e dall’impossibilità per altri acquirenti di entrare sul mercato.

[3] Si intende il tasso di disoccupazione nelle Figure 1 e 2, mostrato dalla linea rossa, mentre la linea blu mostra l’evoluzione dei salari medi orari degli occupati con funzioni non dirigenziali.

[4] La tabella mostra una graduatoria dei problemi principali, dal punto di vista dei datori di lavoro. Nella prima riga i risultati attuali dei sondaggi, nella seconda quelli dell’anno passato, nella terza i dati più elevati e nella quarta quelli più bassi.

[5] La tabella mostra le percentuali dei lavoratori che restano in un posto di lavoro con i medesimi salari dell’anno precedente (quelli pagati ad ore lavorate, in rosso; a stipendi mensili fissi, in verde; oppure quelli totali di tutte le categorie, in blu).

 

 

 

 

 

 

Perché una guerra commerciale con la Cina non è “facile da vincere” (leggermente per esperti), (dal blog di Paul Krugman, 22 maggio 2018)

maggio 27, 2018

May 22, 2018

Why a Trade War With China Isn’t ‘Easy to Win’ (Slightly Wonkish)

By Paul Krugman

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At this point, it’s looking as if Trump’s tough talk on China trade will turn out to be as empty as his tough talk on, say drug prices. Faced with the prospect of actually going toe to toe with powerful interests – as opposed to doing harm to desperate immigrants, poor people who need health care, etc. – Trump keeps backing down, ignominiously. But what happened to all that bluster about trade wars being “good, and easy to win”?

I can think of four reasons Trump ran away:

  1. Someone actually managed to explain the economics to him, and he realized that the trade war wasn’t actually a good idea
  2. He just lost his nerve, as he consistently does when confronting people who aren’t powerless
  3. He was bribed, with China offering sweet deals to his personal business interests
  4. The Chinese also have some kind of tape

It tells you a lot about the state of American leadership that (1) is highly implausible, while 2-4 all seem quite possible. And this means that what I’m about to say may amount to overthinking the issue.

Still, I think there are some good reasons why even a crude mercantilist looking at the China situation might conclude that this particular trade war isn’t nearly as easy to win as it might appear at first glance.

On the surface, the U.S. would appear to very much have the upper hand in any trade confrontation. After all, last year we only sold China $130 billion in goods, while they sent us $500 billion. So they have a lot more to lose, right?

Well, it’s not as clear as all that. You need to look at the realities of modern trade. And when you do, the story looks quite different. It goes without saying that Trump is wrong about the economics of bilateral trade imbalances. But he’s also wrong about the political economy, which isn’t the same thing.

Admittedly, the political economy of trade is kind of mercantilist, because it’s driven largely by producer interests. Long ago I wrote about “GATT-think”, the view of trade, enshrined in international negotiations, that sees exports as good, imports as bad, so that letting someone sell us stuff, even if it’s better and cheaper than we could make ourselves, is a “concession.” The genius of the postwar international trading system was that it harnessed this special-interest reality, using the ambitions of exporters to offset the protectionism of those competing with imports, to engineer a kind of enlightened mercantilism that vastly expanded world trade.

But GATT-think needs some modifying in an era of complex international value chains. Even if producer interests predominate over consumer interests, what producers should care about is not how much they export but how much income they derive from exporting. That is, they should care about “income at risk,” not “exports at risk.” These numbers can be very different, and in the case of US-China trade they are.

Consider the over-used but still illuminating case of the iPhone, which is assembled in China out of components made all over the world. That final assembly accounts for only 3 to 6 percent of the manufacturing cost, but the whole price of an iPhone shipped from China to America is counted as a Chinese export. If I’m doing the numbers right, this means that China exports around $17 billion worth of iPhones to America each year, but Chinese producers account for only around $1 billion of that.

Smartphones are an extreme case, but there’s a lot of that sort of thing. The income China derives from exports to the US is probably not much more than half the face value of those exports. There’s a bit of the same thing going on in the other direction – US aircraft, for example, contain quite a few foreign components – but it’s much less extreme.

What this means, in turn, is that even if we only focus on narrow producer interests – even if we take a mercantilist view – US-China trade is a lot less lopsided than it seems, which in turn means that the pain from a trade war would be a lot less asymmetric than the raw trade numbers might suggest.

But wait, there’s more. Apple sells those iPhones for considerably more than it costs to import them from China. This adds a whole additional chunk of US income at risk to the bilateral trade relationship. True, given time Apple could probably find other suppliers – but not right away, and not easily. Foxconn wasn’t built in a day.

Overall, it’s still probably true that China would be hurt worse than the U.S. in an all-out trade war. But the pain wouldn’t be at all one-sided. And it’s possible, I guess, that Trump dimly recognized that reality, or at least noticed that his beloved stock market really doesn’t like trade war talk.

Actually, I’m still betting that it’s a bribe and/or some kind of tape. But worth talking through, anyway.

 

Perché una guerra commerciale con la Cina non è “facile da vincere” (leggermente per esperti),

di Paul Krugman

A questo punto, sembra che il parlar duro di Trump sul commercio con la Cina si scoprirà essere vuoto come il suo parlare duro, ad esempio, sui prezzi dei farmaci. Di fronte alla prospettiva di finire faccia a faccia con interessi potenti – anziché provocare danni a immigrati disperati, alla povera gente che ha bisogno di assistenza sanitaria, etc. – Trump continua a tirarsi indietro vergognosamente. Ma cosa è successo a tutti coloro che facevano gli spacconi sulle guerre commerciali, “buone e facili da vincere”?

Posso pensare a quattro ragioni della fuga di Trump:

1 Qualcuno ha realmente cercato di spiegargli l’economia, e lui ha compreso che effettivamente non era una buona idea.

2 Ha perso coraggio, come normalmente fa quando si misura con persone che non sono impotenti.

3 È stato corrotto, con la Cina che gli offre deliziosi affari per i suoi personali interessi di impresario.

4 I cinesi hanno pure qualche tipo di registrazione. [1]

Ciò vi dice molto sullo stato della dirigenza americana, dato che (1) è altamente improbabile, mentre (2-4) sembrano entrambi abbastanza probabili. E questo significa che quello che sto per dire può corrispondere ad un eccesso di ragionamento sul tema.

Eppure, penso che ci siano buone ragioni perché persino un rozzo mercantilista che osserva la situazione della Cina possa arrivare alla conclusione che questa particolare guerra commerciale non sia lontanamente facile da vincere, come poteva sembrare a prima vista.

Superficialmente, gli Stati Uniti sembrerebbero proprio avere la meglio, in ogni scontro commerciale. Dopo tutto, l’anno passato abbiamo venduto alla Cina soltanto 130 miliardi di dollari di beni, mentre loro ce ne hanno spediti per 500 miliardi. Dunque, hanno molto di più da perdere, giusto?

Ebbene, non è così chiaro come parrebbe. È necessario guardare alle realtà del commercio moderno. E quando lo si fa, il racconto diventa abbastanza diverso. Non è il caso di dire che Trump sbaglia sull’economia degli squilibri commerciali bilaterali. Ma egli sbaglia anche sulla politica economica, che non è la stessa cosa.

Si può ammettere che la politica economica del commercio sia di tipo mercantilista, giacché è guidata ampiamente dagli interessi dei produttori. Molto tempo fa, scrissi sulla “logica del GATT” [2], il punto di vista del commercio, consacrato dai negoziati internazionali, che considera positive le esportazioni e negative le importazioni, cosicché consentire a qualcuno di venderci qualcosa sarebbe una “concessione”, anche se è una situazione migliore e più conveniente di quello che potremmo fare da soli. La genialità del sistema commerciale internazionale postbellico è stata che esso ha imbrigliato questa realtà degli interessi particolari, utilizzando le ambizioni degli esportatori per bilanciare il protezionismo di coloro che competono con le importazioni, al fine di concepire un mercantilismo illuminato, che ha ampliato enormemente il commercio mondiale.

Ma la logica del GATT ha bisogno di qualche modifica in un’epoca di complesse catene internazionali del valore. Persino se gli interessi dei produttori predominano sugli interessi dei consumatori, quello di cui i produttori dovrebbero curarsi non è quanto essi esportano, ma quanto reddito derivano dalle esportazioni. Ovvero, dovrebbero preoccuparsi del “rischio del reddito”, non del “rischio delle esportazioni”. Questi numeri possono essere molto diversi, e nel caso del commercio tra Stati Uniti e Cina lo sono.

Si consideri l’esempio abusato ma ancora illuminante degli iPhone, che sono assemblati in Cina con componenti costruite in tutto il mondo. L’assemblaggio finale pesa soltanto dal 3 al 6 per cento del costo manifatturiero, ma il prezzo complessivo di un iPhone spedito dalla Cina all’America è considerato come una esportazione cinese. Se sto facendo i miei calcoli correttamente, questo significa che il valore delle esportazioni annuali dalla Cina all’America di iPhone è di circa 17 miliardi di dollari, ma in quel dato i produttori cinesi pesano soltanto per un miliardo di dollari.

Gli smartphone sono un caso estremo, ma ci sono molte cose di quel genere. Il reddito che la Cina deriva dalle esportazioni negli Stati Uniti, probabilmente non è molto superiore alla metà del valore apparente di quelle esportazioni. Ci sono cose simili nella direzione opposta – gli aeroplani statunitensi, ad esempio, contengono un buon numero di componenti straniere – ma si tratta di casi molto meno radicali.

Questo comporta, a sua volta, che persino se ci concentriamo sugli interessi ristretti dei produttori – persino se assumiamo un punto di vista mercantilista – il commercio USA-Cina è molto meno asimmetrico di quello che sembra, il che a sua volta comporta che la sofferenza per una guerra commerciale sarebbe molto meno asimmetrica di quello che i dati grezzi su commercio potrebbero indicare.

Ma aspettate, c’è di più. Apple vende gli iPhone ad un prezzo assai superiore di quello che costano ad essere importati dalla Cina. Questo aumenta di una intera parte aggiuntiva di reddito statunitense a rischio nelle relazioni commerciali bilaterali. È vero, in un tempo definito Apple potrebbe probabilmente trovare altri fornitori – ma non immediatamente e non facilmente. Foxconn non è stata costruita in un giorno [3].

Nel complesso, è probabilmente ancora vero che la Cina sarebbe più danneggiata degli Stati Uniti da una guerra commerciale illimitata. Ma la sofferenza non sarebbe da una parte sola. E ritengo che sia possibile che Trump si sia oscuramente reso conto di questa realtà, o che almeno si sia accorto che il suo adorato mercato azionario non gradisce che si parli di guerre commerciali.

In realtà, sto ancora scommettendo se si tratti di una tangente e/o di un nastro registrato di qualche genere. Ma in ogni caso vale la pena di seguire la faccenda passo a passo.

 

 

 

 

 

[1] L’esistenza non inverosimile di nastri di registrazioni appare una ipotesi sia nella vicenda a sfondo sessuale in Russia che in uno scambio di favori tra Trump e la Cina.

[2] Il General Agreement on Tariffs and Trade (dall’ingleseAccordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio), meglio conosciuto come GATT, è un accordo internazionale, firmato il 30 ottobre 1947 a Ginevra, in Svizzera, da 23 paesi, per stabilire le basi per un sistema multilaterale di relazioni commerciali con lo scopo di favorire la liberalizzazione del commercio mondiale.

[3] Studenti liceali al lavoro fino a 11 ore per produrre l’iPhone X. È tornata nel mirino Foxconn, il maggiore fornitore cinese di Apple, sotto accusa per le condizioni in cui versano i suoi lavoratori. Gli impianti della società cinese erano già saliti alle cronache negli anni scorsi, diventando famose con il nome di “fabbriche dei suicidi”. Ora, un’inchiesta del Financial Times alza di nuovo il velo sulla vicenda, con le parole dei diretti interessati. Sono sei i liceali cinesi che hanno denunciato al quotidiano finanziario di essere stati costretti a lavorare nell’impianto Foxconn di Zhengzou per un periodo di tre mesi, in quella che gli veniva presentata come «un’esperienza lavorativa necessaria per completare il programma di studi». (da un articolo su Il Messaggero)

 

 

 

 

 

 

Quello che è buono per l’industria farmaceutica non è buono per l’America (per esperti), (dal blog di Paul Krugman, 12 maggio 2018)

maggio 15, 2018

 

May 12, 2018

What’s Good for Pharma Isn’t Good for America (Wonkish)

By Paul Krugman

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So Donald Trump broke another promise: he did not, after all, empower Medicare to negotiate lower drug prices. Instead he (and Michael Cohen, who definitely isn’t his bagman) took money from drug lobbyists, appointed them to key positions, and announced a plan that sent drug stocks soaring. I’m sure you’re shocked.

But promise-breaking aside, would introducing a policy of bargaining drug prices down have been good for America? Actually, yes.

Oddly, I never got around to doing my homework on the economics of drug-price bargaining – partly because I was realistic enough about the political economy to realize that it wasn’t going to happen in America any time soon. Still, the fact that Trump promised to do something makes it somewhat relevant, even if he did predictably break that promise. And it turns out that the economic case for doing what Trump just didn’t do, for putting caps on drug prices, is remarkably strong.

[Personal note: why am I doing this on a Saturday night? Because I just finished two days of meeting with men in gray suits talking about money and banking, I have to leave for the airport at 4:45 AM tomorrow, and I’m about to order in room service and go to bed. Life of the party, me.]

 

Let’s start with where things are right now. After a drug company gets a patent, it has a temporary monopoly on sales of its drug. So its situation looks like that of a standard monopolist, as shown in Figure 1:

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It charges a price that is above the marginal cost of producing the drug – usually well above marginal cost. Nonetheless, consumers gain from the drug’s availability: the marginal consumer is willing to pay the drug’s price, and all the inframarginal consumers gain consumer surplus. Meanwhile, the drug company makes a profit, which is also a gain to the economy (although we haven’t deducted the cost of developing the drug; more about that in a minute.)

So overall, society gains from the drug’s existence. However, as Figure 2 shows, society would gain more if someone – regulators, purchasing managers at government agencies, whatever – forced the drug company to charge less than the monopoly price:

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Consumer surplus would rise; the drug company would earn less profit per unit sold, but this would be partially offset by the profits earned on increased sales. Overall welfare would rise by the green-shaded area.

But wait: wouldn’t bargaining drug prices down reduce the incentive to develop new drugs? And wouldn’t this mean in some cases forgoing the welfare gains that come about, even with unregulated monopoly, from the mere fact that a drug becomes available?

Yes, it would. But despite this effect, the United States would almost certainly be better off with a moderate level of bargaining/price control than it is under the current hands-off regime. Why? I count at least four distinct reasons.

First, a point made by Lackdawalla and Sood is that the profit effects of constraining a monopolist’s price are second-order. That is, if you look at a drug company’s profits as a function of the price it charges, they look like Figure 3, with the company at the top of the curve. Pushing the company slightly to the left has approximately zero impact on profits, precisely because it starts at the maximum, where the curve is flat. What’s going on here is that the profits lost on existing sales are almost fully offset by the profits on additional sales.

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What this means in turn is that the negative effect on innovation is small if prices aren’t pushed down a lot, while the consumer gains are first-order. Some price bargaining is always welfare-improving.

Second, the standard picture in Figure 1 in effect assumes that a drug is completely de novo, not a perhaps somewhat better substitute for an already existing drug. This is clearly a bad assumption in many cases; if a drug is introduced to snatch away rents from an existing, similar drug – people used to call this a “me too” drug, although we’re going to need a new name — the gains from its creation will be smaller. Indeed, it’s often argued that pharma companies basically develop too many drugs, wasting resources on what amounts to unnecessary duplication. To the extent that this is true, discouraging some innovation isn’t a bad thing.

Third, the consumer surplus calculation assumes that consumers actually pay for the drug. In fact, many drugs are paid for by insurers – which is necessary, because like much of modern medicine the cost if you need it is far beyond most people’s ability to pay out of pocket. But this means that the price someone is willing to pay may greatly exceed the value to the patient. In general, the interaction of drug insurance with monopoly pricing creates potentially huge distortions in both drug development and drug use, reinforcing the case for bargaining.

Finally, it’s a global market – which means that much of the consumer surplus from drug development accrues to foreigners, not U.S. citizens. Maybe there should be more drug development from the point of view of global welfare. But given the unique unwillingness of the U.S. to bargain over prices, we end up paying a much larger share of the costs of that development than we receive of the benefits. Funny how Trump is America first on everything, except when a nationalist position might be bad for Big Pharma.

Yes, Trump says he wants to force other countries to raise drug prices. Good luck on that.

What this comes down to is that there is a very strong case for doing what Trump promised to do but didn’t. I’m aware that simply saying “let’s bargain over drug prices” isn’t effective unless coupled with a willingness to say no – to tell a drug company that an overpriced drug will be excluded from the formulary. So it wouldn’t be politically easy. But it would be good economics.

 

Quello che è buono per l’industria farmaceutica non è buono per l’America (per esperti)

Di Paul Krugman

Dunque Donald Trump ha infranto un’altra promessa: alla fine, non ha dato a Medicare i poteri per negoziare prezzi più bassi dei farmaci. Invece, assieme a Michael Cohen, che è chiaramente il suo porta valige, ha preso soldi dai lobbisti dei farmaci, nominandoli in posizioni chiave, ed ha annunciato un programma che ha spedito le azioni farmaceutiche alle stelle. Sono sicuro che vi siete sorpresi.

Ma, a parte lo smentire le promesse, introdurre una politica di contenimento dei prezzi dei farmaci sarebbe stato positivo per l’America? Certamente sì.

Curiosamente, non ho mai trovato il tempo di approfondire l’economia della contrattazione dei prezzi dei fermaci – in parte perché ero sufficientemente realista sulla politica economica da comprendere che non era destinata a realizzarsi in America in breve tempo. Eppure, il fatto che Trump avesse promesso di fare qualcosa la rende in qualche modo rilevante, anche se prevedibilmente avrebbe evaso quella promessa. E si scopre che l’argomento economico per fare quello che Trump non ha proprio fatto, per fissare un tetto ai prezzi dei farmaci, è considerevolmente forte.

[nota personale: perché lo sto facendo di sabato notte? Perché ho appena terminato due giorni di incontri con uomini in completi grigi parlando di denaro e di sistema bancario, devo partire per l’aeroporto domattina alle 4,45 e sto ordinando il servizio in camera e andando al letto. Io stesso sono l’anima della festa.]

Partiamo da come sono le cose adesso. Dopo che una società farmaceutica ottiene un brevetto, essa ha un monopolio provvisorio sul suo farmaco. Dunque, la sua situazione assomiglia a quella di un comune monopolista, come mostrato nella Figura 1:

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Essa fa pagare un prezzo che è superiore al costo marginale della produzione del farmaco – di solito assai al di sopra del costo marginale. Ciononostante, i consumatori hanno un vantaggio dalla disponibilità del farmaco: il consumatore è disponibile a pagare il prezzo del farmaco e tutti i consumatori intramarginali si avvantaggiano della cosiddetta ‘rendita del consumatore’ [1]. Nel frattempo, la società farmaceutica realizza un profitto, che è anche un vantaggio per l’economia (sebbene non abbiamo dedotto il costo della realizzazione del farmaco; ci arriviamo tra poco).

Dunque, complessivamente la società ha un guadagno dalla esistenza del farmaco. Tuttavia, come mostra la Figura 2, la società guadagnerebbe di più se qualcuno – regolatori, dirigenti degli acquisti nelle agenzie governative, qualunque cosa – costringesse la società farmaceutica a far pagare un prezzo inferiore al prezzo di monopolio:

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La rendita del consumatore crescerebbe; la società farmaceutica si approprierebbe di un minore profitto per unità venduta, ma questo sarebbe parzialmente bilanciato dai profitti ottenuti sulle vendite aumentate. Il beneficio complessivo crescerebbe nelle dimensioni dell’area ombreggiata di color verde.

Ma, un momento: la contrattazione dei prezzi del farmaco non abbasserebbe l’incentivo a sviluppare nuovi farmaci? E questo non significherebbe in alcuni casi rinunciare ai benefici in termini di benessere che derivano, anche in regime di monopolio non regolamentato, dal semplice fatto che un farmaco diventa disponibile?

Sì, sarebbe così. Ma nonostante questo effetto, gli Stati Uniti starebbero quasi certamente meglio con un moderato livello di contrattazione/controllo del prezzo che non sotto l’attuale regime di non-intervento. Perché? Elenco almeno quattro distinte ragioni.

Anzitutto, un argomento avanzato da Lackdawalla e Sood è che gli effetti in termini di profitto del condizionamento del prezzo del monopolista sono secondari. Ovvero, se osservate i profitti di una società farmaceutica come funzione del prezzo che essa stabilisce, essi assomigliano alla Figura 3, con la società in cima alla curva. Spingere leggermente la società verso sinistra ha approssimativamente un impatto pari a zero sui profitti, precisamente perché essa comincia al livello massimo, dove la curva è piatta. Quello che in questo caso sta accadendo è che i profitti perduti sulle vendite esistenti sono quasi pienamente compensati dai profitti sulle vendite aggiuntive.

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Questo significa a sua volta che l’effetto negativo sull’innovazione è piccolo se i prezzi non sono spinti molto in basso, mentre le rendite del consumatore sono di prima grandezza. Una qualche contrattazione dei prezzi ha sempre l’effetto di un miglioramento del benessere.

In secondo luogo, la descrizione standard della Figura 1 ipotizza che il farmaco sia completamente una novità, non un sostituto forse in qualche modo migliore di un farmaco già esistente. Questo, in molti casi, è chiaramente un assunto cattivo; se un farmaco viene introdotto per appropriarsi di rendite di un simile farmaco esistente – la gente era solita chiamarlo farmaco ‘me too’ ma avremo bisogno di chiamarlo con un altro nome [2] – i vantaggi derivanti dalla sua produzione diverranno più modesti. In effetti, si sostiene frequentemente che le società farmaceutiche fondamentalmente sviluppano troppi farmaci, sprecando risorse in ciò che corrisponde a inutili duplicazioni. Nella misura in cui questo è vero, scoraggiare qualche innovazione non sarebbe una cosa negativa.

Terzo, il calcolo della ‘rendita del consumatore’ assume che i consumatori effettivamente paghino il farmaco. Di fatto molti farmaci sono pagati dagli assicuratori, perché come molta della medicina moderna comporta dei costi che vanno assai oltre la capacità delle persone di pagare di tasca propria. Ma questo comporta che il prezzo che si è disponibili a pagare può eccedere grandemente il valore per il paziente. In generale, l’interazione tra assicurazione sui farmaci e fissazione di prezzi di monopolio crea potenzialmente grandi distorsioni sia nello sviluppo che nell’utilizzo dei farmaci, rafforzando l’argomento della contrattazione.

Infine, siamo in un mercato globale – il che comporta che una buona parte della ‘rendita del consumatore’ dallo sviluppo di nuovi farmaci beneficia i cittadini stranieri, non quelli statunitensi. Dal punto di vista del benessere globale, forse dovrebbe esserci un maggiore sviluppo di farmaci. Ma data l’indisponibilità che non ha confronti degli Stati Uniti a contrattare sui prezzi, finiamo col pagare una quota assai più ampia dei costi di tale sviluppo, rispetto a quello che ne riceviamo come beneficio. È curioso come Trump sia per mettere su tutto al primo posto l’America, eccetto quando una posizione nazionalista potrebbe essere negativa per le grandi società farmaceutiche.

È vero, Trump sostiene di voler costringere gli altri paesi ad alzare i prezzi dei farmaci. Buona fortuna.

Quello che da tutto questo discende è che c’è un argomento molto forte per fare quello che Trump aveva promesso di fare e non ha fatto. Sono consapevole che dire semplicemente “andiamo a contrattare i prezzi dei farmaci” non è efficace se non è accompagnato dalla volontà di dire dei no – di dire a una società farmaceutica che un farmaco troppo costoso sarà escluso dal formulario. Dunque non sarebbe semplice, in termini politici. Ma sarebbe una buona economia.

 

 

 

 

 

 

 

[1] Il surplus (o rendita) del consumatore è la differenza positiva fra il prezzo che un individuo è disposto a pagare per ricevere un determinato bene o servizio e il prezzo di mercato dello stesso bene. Il massimo che un consumatore è disposto a pagare viene detto “prezzo di riserva”. Ad esempio: se un individuo è disposto a pagare 100 euro per un determinato bene, ma ottiene infine lo stesso bene a 70 euro, avrà un surplus (totalmente psicologico) di 30 euro. Con riferimento all’intero mercato, per estensione, si chiama surplus del consumatore la somma totale dei surplus individuali. Wikipedia

[2] Ovvero, farmaco di imitazione. Ma bisognerà chiamarlo altrimenti, giacché ‘me too’ è oggi un simbolo di una battaglia contro la violenza sulle donne.

 

 

 

 

 

 

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