Blog di Krugman

Al buio, nelle pieghe di un Indice dei prezzi, di Paul Krugman (da blog di Krugman, 7 gennaio 2022)

 

Jan. 7, 2022

Through A Price Index, Darkly

By Paul Krugman

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The economy of 2021 had its good points (high job growth) and its bad points (high inflation). I argued in yesterday’s column that we couldn’t have had the good without the bad, that trying to keep inflation down would have meant sacrificing much of the good employment performance. And how we evaluate last year will depend a lot on what happens next. It will look like a good bargain if, but only if, inflation fades away.

So when will we know enough to make that judgment? Ah, that’s the problem.

Economic developments since the pandemic began have taken place in Covid time — that is, they’ve moved at a pace that makes past ups and downs look as if they were filmed in slow motion. For example, we used to think that monthly data gave us a quick read on the state of the economy; these days, when you see numbers for, say, December, you now have to ask, “Exactly when in December?” because that can matter a lot for your interpretation. Employment numbers, for example, are for “the pay period including the 12th, which may or may not correspond directly to the calendar week.”

And the speed of events creates problems for some of the ways we normally look at economic data — problems that will create a lot of fog around the inflation picture in the months ahead.

First, when people talk about the rate of inflation, they often mean the percentage rise in prices over the past year. There are good reasons for that convention: By looking at annual rates of change, we both smooth out meaningless wiggles and bypass the problem of seasonal variation (official numbers are “seasonally adjusted” in smart ways, but there are always debates among economists about whether the seasonal adjustments are getting it right).

Right now, however, the one-year rate of change is more or less guaranteed to show continuing high inflation for a while even if actual price pressures are quickly fading away. Look, for example, at the price of gasoline:

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A bit less pricey at the pump.Credit…FRED

Prices at the pump rose steeply for much of 2021 but have recently leveled off and even come down a bit. That leveling off, however, isn’t reflected in the one-year rate of change, which is still extremely high and will remain so for months to come:

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But you’d never know that from the one-year number.Credit…FRED

A second problem involves prices of things people tend to pay for under long-term contracts — which for consumers especially means housing. The Bureau of Labor Statistics, which produces the Consumer Price Index, measures housing prices using rents — actual rents on apartments and an estimate of what homeowners would be paying if they were renting their residences. These measures have risen only moderately so far:

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Bringing up the house(s).Credit…FRED

But if you look at the rental numbers from companies like Zumper that match renters with landlords, they show much bigger increases:

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But new rentals have really soared.Credit…Zumper

This doesn’t mean that the B.L.S. is getting it wrong: It’s measuring what people are currently paying on average, while companies like Zumper are reporting rates on new rentals. And since many housing units are on long-term leases, you expect average rents to lag behind a surge in new-rental prices.

But what this tells us is that there’s a lot of measured housing inflation still in the pipeline, inflation that will show up in the official numbers even if new-rental prices level off. Which they seem to be doing:

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Although things may be slowing.Credit…Zumper

The implication of these and other measurement issues is that reported inflation is more or less fated to be high for much of this year, no matter what. In particular, even if true inflation pressures recede, which is what many of us expect and hope, that probably won’t be obvious in news reports.

Looking at the inflation measurement issue, I was reminded of a line from my former teacher Charles Kindleberger about the balance of payments (a subject nobody discusses anymore, but that’s a story for another day): “The existence of a variety of balance-of-payments definitions makes it possible for an observer always to be grave, or optimistic, according to his temperament.” Well, for the next few months inflation will be like that — and I, at least, will try to keep reminding myself not to emphasize only the numbers I like.

 

Al buio, nelle pieghe di un Indice dei prezzi,

di Paul Krugman

 

L’economia del 2021 ha avuto i suoi aspetti positivi (alta crescita dei posti di lavoro) e i suoi aspetti negativi (alta inflazione). Ho sostenuto nell’articolo di ieri che non avremmo potuto avere il buono senza il cattivo, che cercare di tenere bassa l’inflazione avrebbe comportato sacrificare buone parte della buona prestazione dell’occupazione. E che il modo in cui valuteremo l’anno passato dipenderà molto da ciò che accade prossimamente. Sembrerà essere stato un buon affare se, ma solo se, l’inflazione se ne va.

Dunque quando ne sapremo abbastanza per emettere tale giudizio? Ebbene, quello è il problema.

Gli sviluppi economici dal momento che è iniziata la pandemia hanno avuto luogo nell’epoca del Covid – ovvero si sono mossi con un ritmo che ha fatto sembrare i passati alti e bassi come se fossero filmati al rallentatore. Ad esempio, eravamo soliti pensare che i dati mensili ci fornivano una lettura rapida dello stato dell’economia; di questi tempi quando si osservano i dati, diciamo, di dicembre, ci si deve chiedere: “Esattamente quando a dicembre?”, perché ciò può essere molto importante per la nostra interpretazione. I dati sull’occupazione, ad esempio, riguardano “il periodo di pagamenti che comprende il dodicesimo mese, il che può o non può corrispondere direttamente alla settimana del calendario”.

E la velocità degli eventi crea problemi ad alcuni dei modi nei quali normalmente si osservano i dati economici – problemi che creeranno molta incertezza sul quadro dell’inflazione nei prossimi mesi.

Anzitutto, quando le persone parlano del tasso di inflazione, spesso intendono la crescita percentuale dei prezzi nel corso dell’anno passato. Ci sono buoni motivi per quella convenzione: osservando i tassi delle variazioni annuali, possiamo sia spalmare le oscillazione insignificanti che aggirare il problema delle variazioni stagionali (i dati ufficiali sono “corretti per la loro stagionalità” in modi intelligenti, ma ci sono sempre discussioni tra gli economisti sul fatto che le correzioni stagionali li esprimano in modo giusto).

In questo momento, tuttavia, il tasso di un anno del cambiamento è più o meno sicuro che mostri una prosecuzione per un po’ dell’alta inflazione, anche se la effettiva spinta dei prezzi sta recedendo. Si osservi, ad esempio, il prezzo della benzina:

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Un po’ meno costosa al distributore. Fonte: FRED

I prezzi al distributore sono cresciuti rapidamente per buona patte del 2021, ma di recente si sono livellati e sono persino scesi un po’. Quel livellamento, tuttavia, non si riflette del tasso di cambiamento su base annuale, che è ancora estremamente elevato e resterà tale nei mesi avvenire:

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Ma non lo capireste mai dal dato su base annuale. Fonte: FRED [1]

Un secondo problema riguarda gli oggetti che le persone tendono ad acquistare con contratti a lungo termine – che per i consumatori significa particolarmente le abitazioni. L’Ufficio delle Statistiche del Lavoro (BLS), che elabora l’Indice dei Prezzi al Consumo, misura i prezzi delle abitazioni usando gli affitti – gli affitti effettivi sugli appartamenti e una stima di quello che i possessori di abitazioni pagherebbero se stessero affittando le loro residenze. Sinora questi dati sono cresciuti solo moderatamente:

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La crescita degli alloggi. Fonte: FRED

Ma se osservate i dati delle locazioni da parte delle società come Zumper che mettono assieme gli affittuari ed i proprietari, essi mostrano incrementi molto maggiori:

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Ma i nuovi affitti sono davvero saliti. Fonte: Zumper

Questo non significa che il BLS stia sbagliando: sta misurando quello che le persone stanno effettivamente pagando in media, mentre le società come Zumper stanno riportando i tassi sui nuovi affitti. E dal momento che molte unità abitative sono in locazione a lungo termine, vi aspettate che gli affitti medi crescano in ritardo rispetto alla crescita dei prezzi dei nuovi affitti.

Ma quello che questo ci dice è che c’è ancora molta inflazione in fase di sviluppo che riguarda gli alloggi misurati, inflazione che si mostrerà nei dati ufficiali persino se i prezzi delle nuove locazioni si livellassero. Che sembra è quanto stiano facendo:

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Sebbene la situazione sembra stia rallentando. Fonte: Zumper  [2]

L’implicazione di queste e di altre tematiche di misurazione è che l’inflazione riferita è più o meno destinata ad essere elevata per buona parte di quest’anno, a prescindere dal resto. In particolare, persino se le spinte effettive all’inflazione calassero, che è quello che molti di noi si aspettano e sperano, quello probabilmente non risulterà evidente nei resoconti sulle notizie.

Osservando il tema della misurazione dell’inflazione, mi sono ricordato di una frase del mio passato insegnante Charles Kindleberger sulla bilancia dei pagamenti (che è un tema che nessuno discute più, ma questo racconto lo rinvio ad un altro giorno): “L’esistenza di una varietà di definizioni della bilancia dei pagamenti rende sempre possibile per un osservatore essere funereo, oppure ottimista, a seconda del suo temperamento”. Ebbene, nei prossimi mesi l’inflazione sarà una cosa del genere – e almeno io cercherò di continuare a tenere a mente di non enfatizzare soltanto i dati che mi piacciono.

 

 

 

 

 

[1] La differenze tra le due tabelle è che, se capisco bene, la prima mostra l’andamento del prezzo in valori assoluti, fissando il gennaio del 2020 al valore 100. La seconda mostra invece, per ogni periodo, la variazione percentuale rispetto all’anno precedente. Nel secondo caso, dunque, quello che conta non è solo la variazione effettiva, ma la variazione rispetto ai diversi valori dell’anno passato.

[2] La Tabella mostra – secondo i dati della società Zumper, che è una società americana che aiuta milioni di persone che cercano negli Usa e in Canada case e stanze in affitto – i dati relativi agli andamenti mese per mese dei prezzi degli affitti nel 2019 (linea celeste), nel 2020 (linea nera) e nel 2021 (linea grigia).

 

 

 

Non ditelo a nessuno, ma il 2021 è stato piuttosto sorprendente, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 4 gennaio 2022)

gennaio 7, 2022

 

Jan. 4, 2022

Don’t Tell Anyone, but 2021 Was Pretty Amazing

By Paul Krugman

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Grumpy New Year! There probably weren’t many Americans who started 2022 feeling celebratory. We’re going through yet another Covid wave, which is scary and wearying even though Omicron appears to pose a relatively low risk of serious illness if you’re fully vaccinated. Holiday travel was a mess, with the combination of the pandemic and severe weather causing thousands of flight cancellations.

Yet there’s a good chance that once time has passed and we’ve had a chance to regain perspective, we’ll consider 2021 to have been a very good year, at least in some ways. In particular, although nobody seemed to notice, it was a year of spectacular economic recovery — and one in which many dire warnings failed to come true.

Let me give you some background. Here’s the U.S. unemployment rate since 1979, the beginning of a nasty double-dip recession that was, at the time, the worst slump to hit America since the 1930s:

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That didn’t last long.Credit…FRED

The good news about that episode was that when the slump finally ended, the economy bounced back quickly — so quickly that Ronald Reagan was able to boast about “morning in America” and ride the recovery to a landslide electoral victory.

After that, however, we seemed to lose our knack for economic recovery. The next three recessions — 1990-91, 2001 and 2007-9 — were followed by sluggish recoveries in which unemployment took years to come down.

Then came Covid. The economics of 2020 were, to use the technical term, weird: The economy went into lockdown, experiencing a huge but temporary spike in unemployment. But what would 2021 look like? Many people expected at least a partial replay of the sluggish recovery that followed the 2008 financial crisis; in late 2020, forecasters surveyed by the Philadelphia Fed expected a 5.8 percent unemployment rate at the end of 2021. In fact, unemployment was already down to 4.2 percent by November.

Here’s a comparison you may find illuminating: the cumulative decline in the unemployment rate starting in December 1982 — the beginning of Reagan’s boom — compared with the decline over the course of 2021:

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Morning in America, the sequel.Credit…Bureau of Labor Statistics

Yes, by this measure (and many others) we’re in the middle of another morning in America, despite the drag caused by a lingering pandemic and supply-chain disruptions.

So, about those disruptions: Can we talk for a moment about the Grinch that didn’t steal Christmas? There was a lot of skepticism a couple of months back, when major retailers said that despite supply issues, they expected to be able to meet consumer demand. But I’ve seen almost no reports of empty shelves and frustrated shoppers. And in this case absence of evidence really is evidence of absence, because you know that some media organizations would have loved to hype stories of holiday woe if they could find them. But because Fox News and Newsmax recently got busted using photos of empty shelves taken in other years and other countries to bash Joe Biden, they appear to have been cautious about reporting a miserable Christmas experience unless they could find actual examples — and apparently they couldn’t.

So why are people still so downbeat? There continues to be a huge divergence between people’s negative views about “the economy” — a perception based in part on partisan attitudes, in part on media coverage — and their mostly favorable reporting on their own financial situation:

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I’m doing fine, but the economy is lousy.Credit…Langer Research Associates

Still, inflation is a real problem, and what happens to inflation over the course of 2022 will have a big retrospective effect on how we regard the economy of 2021.

I still expect (hope?) to see inflation gradually subside as we work through the remaining kinks in the supply chain. Measures like the cost of container shipping are still elevated but off their peaks; surveys of purchasing managers suggest that delivery times are still bad but improving. If inflation does come down, 2021 will look in the rearview mirror like an unambiguous success story, a tale of an economy that powered through temporary bottlenecks and rapidly returned to full employment.

Obviously that’s not the only possible outcome — and for a variety of reasons, which I’ll probably talk about in the next newsletter, it will be quite a few months before we’ll have a clear picture on the inflation front.

But one thing is clear: 2021 was a banner year for economic recovery. And people should know that.

 

Non ditelo a nessuno, ma il 2021 è stato piuttosto sorprendente,

di Paul Krugman

 

Capodanno scontroso! Probabilmente non ci sono stati molti americani che hanno cominciato il 2022 sentendosi in vena di far festa. Stiamo passando attraverso un’altra ondata di Covid, che è allarmante ed estenuante anche se Omicron pare comporti un rischio relativamente basso di grave malattia se si è pienamente vaccinati. Viaggiare durante le festività è stato un disastro, con gli effetti congiunti della pandemia e del maltempo che hanno provocato migliaia di cancellazioni di voli.

Tuttavia c’è una discreta possibilità che una volta passato questo periodo e riacquistata una possibilità di vedere le cose in prospettiva, considereremo il 2021 un buon anno, almeno da alcuni punti di vista. In particolare, sebbene nessuno sia sembrato accorgersene, è stato un anno di spettacolare ripresa economica – nel quale molti terribili ammonimenti non si sono avverati.

Permettetemi di fornire un qualche contesto. Ecco il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti a partire dal 1979, l’inizio di una pessima recessione a due cifre che fu, a quel tempo, il peggiore declino che colpiva l’America dagli anni ’30:

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Quella non durò a lungo. Fonte: FRED [1]

La buona notizia in quell’episodio fu che quando quella recessione finalmente terminò, l’economia ebbe un rapido rimbalzo – così rapido che Reagan fu nelle condizioni di vantarsene con lo slogan “è di nuovo giorno in America” e di cavalcare la ripresa verso una schiacciante vittoria elettorale.

Dopo ciò, tuttavia, sembrammo perdere la nostra buona disposizione alla ripresa ecoomica. Le tre successive recessioni – 1990-91, 2001 e 2007-9 – furono segote da riprese fiacche nella quali occorsero anni perché la disoccupazione scendesse.

Poi è venuto il Covid. L’economia del 2020 è stata, per usare un termine [non proprio] tecnico, strana: l’economia è andata in lockdown, conoscendo un picco ampio ma temporaneo di disoccupazione. Ma  a cosa è somigliato il 2021? Molte persone si aspettavano una parziale riedizione della fiacca ripresa che era seguita alla crisi finanziaria del 2008; verso la fine del 2020, gli analisti economici sottoposti ad un sondaggio dalla Fed di Filadelfia si aspettavano un tasso di disoccupazione del 5,8 per cento per la fine del 2021. Di fatto, la disoccupazione era già scesa al 4,2 per cento a novembre.

Ecco un confronto che potreste trovare illuminante: il declino cumulativo nel tasso di disoccupazione a partire dal dicembre 1982 – l’inizio del boom di Reagan – paragonato con il declino nel corso del 2021:

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Il seguito del periodo del “E’ di nuovo giorno in America”. Fonte: Ufficio delle statistiche del lavoro [2]

Propro così, secondo questo metro di misura (e molti altri) noi siamo nel mezzo di un altro periodo come quello del periodo “E’ di nuovo giorno in Amerca”, nonostante la resistenza provocata da una pandemia persistente e dai blocchi nelle catene dell’offerta.

Lo stesso vale per quei blocchi: possiamo parlare un attimo del Guastafeste che non si è portato via il Natale? Un paio di mesi orsono c’era molto scetticismo, quando importanti venditori al dettaglio dicevano che nonostante i problemi dell’offerta, si aspettavano di poter soddisfare la domanda dei consumatori. Ma non abbiamo letto quasi nessun resoconto di scaffali vuoti o di acquirenti frustrati. E in questo caso l’assenza di prove è davvero la prova di una assenza, perché si sa che alcune agenzie dei media sarebbero andate a nozze nel promuovere racconti di sofferenze festive, se li avessero trovati. Ma poiché Fox News e Newsmax recentemente si sono bruciate usando foto di scaffali vuoti presi in altri anni e in altri paesi per attaccare Joe Biden, sembra siano diventati cauti nel fornire resoconti di un miserabile periodo natalizio, a meno che non potessero trovare esempi effettivi – che a quanto pare non hanno trovato.

Dunque, perché le persone sono così depresse? Continua ad esserci una enorme differenza tra i punti di vista negativi delle persone su “l’economia” – una percezione basata in parte su tendenze alla faziosità, in parte sui resoconti dei media – e il loro per la maggior parte giudizio favorevole sulla personale condizione finanziaria:

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A me sta andando bene, ma l’economia fa schifo. Fonte: Langer Research Associates [3]

Ripetiamolo, l’inflazione è un problema reale e quello che accadrà all’inflazione nel 2022 avrà un grande effetto retrospettivo su come valutiamo l’economia del 2021.

Io mi aspetto ancora (spero?) di vadere l’inflazione gradualmente recedere nel mentre lavoriamo sulle rimanenti bizzarrie delle catene dell’offerta. Misure come il costo delle spedizioni navali sono ancora elevate ma lontane dai loro picchi; i sondaggi tra i gestori dei settori degli acquisti indicano che i tempi delle consegne sono ancora cattivi ma stanno migliorando. Se l’inflazione scende, il 2021 apparirà nello specchietto retrovisore come una chiara storia di successo, un racconto di un’economia che ha acquistato energia ttraverso temporanee strozzature ed è rapidamente tornata alla piena occupazione.

Ovviamente, non è questo l’unico risultato possibile – e per varie ragioni, delle quali probabilmente parlerò nella prossima lettera, ci vorranno alcuni mesi prima di avere un quadro chiaro sul fronte dell’inflazione.

Ma una cosa è chiara: il 2021 è stato un anno eccellente per la ripresa economica. E le persone dovrebbero saperlo.

 

 

 

 

 

[1] Il tasso di disoccupazione in circa quaranta anni, come si vede, ha avuto alcuni picchi conseguenti alle recessioni – segmenti in grigio – dal 7,5 sino a sopra il 10 per cento. Il picco straordinario del 2020 è dipendente ovviamente dalla pandemia. Dopo i picchi, il tasso di disoccupazione torna assai lentamente  a percentuali ‘normali’, tra il 3 ed il 5 per cento.

[2] La tabella indica il cambiamento nei vari mesi dei due periodi – nel 1983 e nel 2021 – nella disoccupazione. Colloca ad un livello eguale la disoccupazione a gennaio e ne segue l‘andamento mese per mese. Ovvero non mostra  tassi di disoccupazione, ma i cambiamenti rispetto al comune punto di partenza.

[3] Il diagramma indica le ‘percezioni’ degli intervistati – in un periodo che va dal 2010 agli inizi del 2022 – su tre temi: la condizione finanziaria personale (linea arancione), l’economia nazionale (linea blu) e il cambiamento climatico (linea rossa). Ovvero, gli intervistati sembrano ottimisti sulle proprie condizioni personali (oltre il 63,1%) e molto meno ottimisti sull’andamento dell’economia (41,4%). Comprensibilmente sono poco ottimisti – sebbene, in fondo, ancora troppo –  per il cambiamento climatico (39,3%).

 

 

 

A cosa somiglierebbe un atterraggio di emergenza? Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 17 dicembre 2021)

gennaio 2, 2022

 

Dec. 17, 2021

What Would a Hard Landing Look Like?

By Paul Krugman

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On Wednesday the Federal Reserve announced that it plans to make monetary policy a bit less easy out of concerns over inflation. Some of the media coverage made it seem like a road-to-Damascus moment, a sudden repudiation of everything Jerome Powell and associates have been saying. But if you read the Fed’s statement carefully, not so much: The Fed is still of the view that a lot of recent inflation is tr-tr-transit- … OK, we can’t use the T-word anymore, so maybe say that it’s fugacious?

The actual announcement says, “Supply and demand imbalances related to the pandemic and the reopening of the economy have continued to contribute to elevated levels of inflation.” Sounds fugacious to me. And the Fed’s projections still include a combination of falling inflation with falling unemployment.

There are good reasons for that optimistic assessment. But the Fed has been wrong about inflation so far. What if it’s wrong again?

Let’s revisit some history. Although we talk a lot about inflation in the 1970s, the real pain came in the 1980s, as Paul Volcker’s Fed tried to bring inflation down. It succeeded, but at an enormous price. Here’s the Fed’s preferred measure of underlying “core” inflation versus the unemployment rate:

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Disinflation was ugly.Credit…FRED

Getting core inflation down to around 4 percent from around 10 percent involved a huge surge in unemployment that took a long time to reverse: Despite “morning in America,” the unemployment rate didn’t get back to its pre-Volcker level until toward the end of the Reagan administration.

It’s not totally clear whether this huge wave of unemployment was necessary. Influential research using state-level data argues that the main factor in the Volcker disinflation was a big change in public expectations that could conceivably have happened without such a severe recession. But for now the working hypothesis for most economists is still that it took a nasty, sustained slump to end the inflation of the 1970s.

Are we looking at something similar in our future?

Probably not, for several reasons.

For one thing, despite high headline numbers lately, underlying inflation by the end of 2022 isn’t likely to be anywhere near 1980 levels. Standard measures are currently unreliable because of pandemic weirdness — who knew used cars could loom so large in the statistics? But possibly more robust measures like the Atlanta Fed’s “sticky price” inflation or the Dallas Fed’s “trimmed mean” suggest that a Powell disinflation, if it has to happen, would start from 3 percent or 4 percent, not Volcker’s 10 percent. In fact, the starting point for such a squeeze would be roughly the end point of Volcker’s squeeze, which raises the question of why we should even bother.

Back to that in a minute.

Even if we assume that we will have to get inflation down to 2 percent from, say, 3 or 4 percent, that’s only a third or a quarter of the 1980s adjustment. And there are reasons to believe that the cost would be even smaller than that comparison implies.

A number of economists have suggested that the current inflation looks more like 1946-48 than like the 1970s. Comparing the two episodes is tricky, in part because we don’t have standard measures of core inflation going back that far, and overall inflation was unstable as families still spent a third of their income on food. But one rough-and-ready way to get something like core inflation for the 1940s is to look at service prices, which were much less volatile than goods prices. Here’s what the disinflation looked like:

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Getting over the postwar inflation surge.Credit…Bureau of Economic Analysis

It looks like a 5- or 6-point decline in underlying inflation, roughly comparable with what happened in the 1980s. But the cost of elevated unemployment was much lower. Here’s the rise in unemployment over time from its initial level in the recessions that ended both inflations:

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It was easier the first time.Credit…Bureau of Labor Statistics

Comparable peaks, but much shorter duration in the 1940s. If we count the “point-years” of excess unemployment — one year of one percentage point elevated unemployment counts as a point-year — the Volcker disinflation cost 14 such point-years, the ’40s disinflation only a third as much.

Why the difference? By 1980 America had experienced many years of high inflation, so it was hard to persuade people that the inflation era was over. That wasn’t true in the 1940s, when some prominent businessmen were still betting on the return of the Great Depression.

So where are we now? Elevated inflation has been going on for less than a year, which suggests that it should be relatively easy to get rid of.

That is, to the extent we want to. The Fed’s 2 percent inflation target was set a couple of decades ago, based to a large extent on economic analyses that have turned out to be wrong — particularly the belief that situations in which even zero interest rates weren’t low enough to yield full employment would be vanishingly rare. There’s actually a very good case that we’d be better off on average with 3 percent or more inflation than we would be returning to 2 percent.

So there may be a real dilemma ahead. Suppose that we find ourselves a year from now with 3-ish percent inflation, and it’s clear that the Fed would have to impose at least a mild recession — costing hundreds of thousands if not millions of jobs, at least for a while — to get it back to 2. Would that be a price worth paying?

Right now the Fed is betting that this dilemma won’t arise. Let’s hope it’s right.

 

A cosa somiglierebbe un atterraggio di emergenza?

Di Paul Krugman

 

Mercoledì la Federal Reserve ha annunciato che, a seguito dei timori per l’inflazione, ha in programma di rendere la politica monetaria un po’ meno rilassata. Alcuni resoconti dei media l’hanno fatto sembrare come un passaggio sulla via di Damasco, un improvviso ripudio  di tutto quello che Jerome Powell e soci venivano dicendo. Ma se leggete attentamente la dichiarazione della Fed, non è proprio così: la Fed ha ancora l’opinione che molta della recente inflazione sia tr-tr-transit. … Va bene, non si può più usare la parola che comincia con la lettera T, dunque forse possiamo dire fugace [1]?

L’annuncio effettivo dice: “Gli squilibri dell’offerta e della domanda connessi alla pandemia hanno continuato a contribuire ad elevati livelli di inflazione”. A me sembra ‘fugace’. E le previsioni della Fed comprendono ancora una combinazione di inflazione in calo con una disoccupazione in calo.

Ci sono buone ragioni per quel giudizio ottimistico. Ma sinora la Fed ha avuto torto sull’inflazione. E se avesse torto ancora una volta?

Rivisitiamo un po’ di storia. Sebbene discutiamo molto della inflazione negli anni ’70, la vera sofferenza arrivò negli anni ’80, quando la Fed di Paul Volcker cercò di abbassare l’inflazione. Ci riuscì, ma ad un prezzo enorme. Ecco qua la preferita misurazione della Fed della sottostante inflazione “sostanziale” in rapporto al tasso di disoccupazione:

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La disinflazione fu pessima. Fonte: FRED [2]

Far scendere l’inflazione sostanziale da circa il 10 per cento a circa il 4 per cento comportò una enorme crescita della disoccupazione che ci volle molto tempo per invertire: nonostante lo slogan “E’ di nuovo giorno in America[3], il tasso di disoccupazione non tornò al suo livello precedente a Volcker sino verso la fine della Amministrazione Reagan.

Non è interamente chiaro se quella grande ondata di disoccupazione fosse necessaria. Una autorevole ricerca che utilizza dati ai livelli degli Stati sostiene che il principale fattore nella disinflazione Volcker fu un grande cambiamento nelle aspettative pubbliche, che ragionevolmente poteva avvenire anche senza una tale grave recessione. Ma per adesso l’ipotesi di lavoro della maggioranza degli economisti è ancora che ci volle un grave e prolungato declino per porre fine all’inflazione degli anni ’70.

Dobbiamo aspettarci qualcosa del genere nel nostro futuro?

Probabilmente no, per varie ragioni.

Da una parte, nonostante i dati recentemente elevati della inflazione “complessiva”, quella “sottostante” non è probabile che sia per la fine del 2022 in nessun modo prossima ai livelli del 1980 [4]. Le misurazioni tradizionali sono attualmente non affidabili a causa della singolarità della pandemia – chi sapeva che le automobili usate potessero avere un peso così grande nelle statistiche? Ma misurazioni probabilmente più solide come l’inflazione dei “prezzi vischiosi” della Fed di Atlanta o la “media troncata” della Fed di Dallas indicano che una disinflazione di Powell, se dovesse aver luogo, partirebbe da un 3 o 4 per cento, non dal 10 per cento di Volcker. Di fatto, il punto di partenza di tale stretta sarebbe grosso modo il punto di arrivo della stretta di Volcker, il che solleva la domanda del perché dovremmo persino preoccuparcene.

Torno su questo aspetto tra un istante.

Anche se ipotizziamo di abbassare l’inflazione, ad esempio dal 3 o 4 per cento, al 2 per cento, quello sarebbe solo un terzo o un quarto della correzione degli anni ’80. E ci sono ragioni per credere che il costo sarebbe persino minore di quello che quel confronto comporta.

Un certo numero di economisti ha suggerito che l’inflazione attuale assomigli più a quella del 1946-48 che a quella degli anni ’80. Il confronto tra i due episodi è complicato, in parte perché non abbiamo misure standard dell’inflazione sostanziale che risalgano tanto indietro nel tempo, e l’inflazione complessiva era instabile quando le famiglie spendevano un terzo dei loro redditi per il cibo. Ma un modo rozzo e sbrigativo per ottenere qualcosa di simile all’inflazione sostanziale per gli anni ’40 è osservare i prezzi dei servizi, che erano molto meno volatili dei prezzi dei prodotti. Ecco a cosa quella disinflazione somiglierebbe:

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Come si superò l’inflazione post bellica. Fonte: Ufficio delle Analisi Economiche [5]

Ciò corrisponde a 5 o 6 punti di declino dell’inflazione sostanziale, grosso modo comparabile con quello che accadde negli anni ’80. Ma il costo della accresciuta disoccupazione fu molto più basso. Ecco le crescita della disoccupazione nel periodo a partire dal suo livello iniziale nelle recessioni che interruppero entrambe le inflazioni:

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La prima volta fu più facile. Fonte: Ufficio delle Analisi Economiche [6]

Le punte sono confrontabili, ma la durata fu molto più breve negli anni ’40. Se consideriamo i “punti-anno” della disoccupazione in eccesso – un anno di un punto percentuale di disoccupazione elevata vale come un “punto-anno” – il costo della disinflazione di Volcker fu di 14 punti-anno, quello della disinflazione degli anni ’40 soltanto un terzo.

Perché tale differenza? Con il 1980 l’America aveva conosciuto molti anni di inflazione elevata, dunque era difficile convincere le persone che l’inflazione fosse superata. Ciò non era vero negli anni ’40, quando qualche importante dirigente di impresa ancora scommetteva sul ritorno della Grande Depressione.

Dunque a che punto siamo adesso? L’inflazione elevata sta procedendo da meno di un anno, il che indica che dovrebbe essere relativamente facile liberarsene.

O meglio, nella misura in cui si voglia farlo. L’obbiettivo del 2 per cento di inflazione della Fed venne fissato una ventina d’anni fa, basandosi in larga misura su analisi che si sono dimostrate sbagliate – in particolare la convinzione che sarebbero state sempre più rare le situazioni nelle quali persino tassi di interesse a zero non sarebbero stati abbastanza bassi da generare piena occupazione.  In effetti ci sono ottimi argomenti per i quali staremmo meglio con una media del 3 per cento o più di inflazione che se tornassimo al 2 per cento.

Dunque, andando avanti ci può essere un vero dilemma. Supponiamo di ritrovarci tra un anno con un’inflazione più o meno del 3 per cento, e che sia chiaro che la Fed debba imporre almeno una leggera recessione – dal costo di centinaia di migliaia se non di milioni di posti di lavoro, almeno per un certo periodo – per tornare al 2 per cento. Varrebbe la pena di pagare quel prezzo?

In questo momento la Fed sta scommettendo che questo dilemma non ci sarà. Speriamo che abbia ragione.

 

 

 

 

 

[1] L’ironia, suppongo, è sul fatto che il suffisso “trans” al momento non pare granché corretto.

[2] Il tasso di disoccupazione è rappresentato dalla linea rossa; la linea blu indica l’andamento delle spese per i consumi esclusi i generi alimentari e l’energia – ovvero la “core inflation”.

[3] Un famoso slogan dell’epoca reaganiana, che pare ebbe un certo effetto nella sua seconda elezione.

[4] Per la distinzione tra “inflazione complessiva” e “inflazione sostanziale o sottostante” – “headline inflation” e “core inflation” – si rimanda ancora una volta alle Note sulla Traduzione.

[5] I rettangoli blu indicano i tassi di inflazione delle spese per i consumi personali, quelli arancioni i tassi di inflazione dei servizi.

[6] Il diagramma mostra il racconto delle due disinflazioni, quella blu negli anni ’40 e quella arancione negli anni ’70. Sull’asse verticale l’ “eccesso di disoccupazione” (che forse significa i punti percentuali di disoccupazione in aggiunta ai livelli ordinari o di partenza), sull’asse orizzontale i mesi dall’inizio delle due strette monetarie (in totale un po’ più di sette anni) che occorsero per riportare ad un livello di disoccupazione ragionevole. Come si vede l’andamento negli anni ’40 fu molto più rapido – sebbene con una risalita quasi alla fine del periodo; quello degli anni ’70 fu invece caratterizzato da vari anni di elevata disoccupazione.

 

 

 

Inflazione: l’anno dell’ignominia, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 16 dicembre 2021)

dicembre 22, 2021

 

 

Dec. 16, 2021

The Year of Inflation Infamy

By Paul Krugman

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I will always associate inflation with the taste of Hamburger Helper.

In the summer of 1973 I shared an apartment with several other college students; we didn’t have much money, and the cost of living was soaring. By 1974 the overall inflation rate would hit 12 percent, and some goods had already seen big price increases. Ground beef, in particular, was 49 percent more expensive in August 1973 than it had been two years earlier. So we tried to stretch it.

Beyond the dismay I felt about being unable to afford unadulterated burgers was the anxiety, the sense that things were out of control. Even though the incomes of most people were rising faster than inflation, Americans were unnerved by the way a dollar seemed to buy less with each passing week. That feeling may be one reason many Americans now seem so downbeat about a booming economy.

The inflation surge of the 1970s was the fourth time after World War II that inflation had topped 5 percent at an annual rate. There would be smaller surges in 1991 and 2008, and a surge that fell just short of 5 percent in 2010-11.

Now we’re experiencing another episode, the highest inflation in almost 40 years. The Consumer Price Index in November was 6.8 percent higher than it had been a year earlier. Much of this rise was due to huge price increases in a few sectors: Gasoline prices were up 58 percent, used cars and hotel rooms up 31 percent and 26 percent, respectively, and, yes, meat prices up 16 percent. But some (though not all) analysts believe that inflation is starting to spread more widely through the economy.

The current bout of inflation came on suddenly. Early this year inflation was still low; as recently as March members of the Fed’s Open Market Committee, which sets monetary policy, expected their preferred price measure (which usually runs a bit below the Consumer Price Index) to rise only 2.4 percent this year. Even once the inflation numbers shot up, many economists — myself included — argued that the surge was likely to prove transitory. But at the very least it’s now clear that “transitory” inflation will last longer than most of us on that team expected. And on Wednesday the Fed moved to tighten monetary policy, reducing its bond purchases and indicating that it expects to raise interest rates at least modestly next year.

Inflation is an emotional subject. No other topic I write about generates as much hate mail. And debate over the current inflation is especially fraught because assessments of the economy have become incredibly partisan and we are in general living in a post-truth political environment.

But it’s still important to try to make sense of what is happening. Does it reflect a policy failure, or just the teething problems of an economy recovering from the pandemic slump? How long can we expect inflation to stay high? And what, if anything, should be done about it?

To preview, I believe that what we’re seeing mainly reflects the inherent dislocations from the pandemic, rather than, say, excessive government spending. I also believe that inflation will subside over the course of the next year and that we shouldn’t take any drastic action. But reasonable economists disagree, and they could be right.

To understand this dispute, we need to talk about what has caused inflation in the past.

Inflation stories

Inflation, goes an old line, is caused by “too much money chasing too few goods.” Alas, sometimes it’s more complicated than that. Sometimes inflation is caused by self-perpetuating expectations; sometimes it’s the temporary product of fluctuations in commodity prices. History gives us clear examples of all three possibilities.

The White House Council of Economic Advisers suggested in July that today’s inflation most closely resembles the inflation spike of 1946-1948. This was a classic case of “demand pull” inflation — that is, it really was a case of too much money chasing too few goods. Consumers were flush with cash from wartime savings, and there was a lot of pent-up demand, especially for durable goods like automobiles, after years of wartime rationing. So when rationing ended there was a rush to buy things in an economy still not fully converted back to peacetime production. The result was about two years of very high inflation, peaking at almost 20 percent.

The next inflation surge, during the Korean War, was also driven by a rapid increase in spending. Inflation peaked at more than 9 percent.

For observers of the current scene, the most interesting aspect of these early postwar inflation spikes may be their transitory nature. I don’t mean that they went away in a matter of months; as I said, the 1946-1948 episode went on for about two years. But when spending dropped back to more sustainable levels, inflation quickly followed suit.

That wasn’t the case for the inflation of the 1960s.

True, this inflation started with demand pull: Lyndon Johnson increased federal spending as he pursued both the Vietnam War and the Great Society, but he was unwilling at first to restrain private spending by raising taxes. At the same time, the Federal Reserve kept interest rates low, which kept things like housing construction running hot.

The difference between Vietnam War inflation and Korean War inflation was what happened when policymakers finally acted to rein in overall spending through interest rate increases in 1969. This led to a recession and a sharp rise in unemployment, yet unlike in the 1950s, inflation remained stubbornly high for a long time.

Some economists had in effect predicted that this would happen. In the 1960s many economists believed that policymakers could achieve lower unemployment if they were willing to accept more inflation. In 1968, however, Milton Friedman and Edmund S. Phelps each argued that this was an illusion.

Sustained inflation, both asserted, would get built into the expectations of workers, employers, companies setting prices and so on. And once inflation was embedded in expectations, it would become a self-fulfilling prophecy.

This meant that policymakers would have to accept ever-accelerating inflation if they wanted to keep unemployment low. Furthermore, once inflation had become embedded, any attempt to get inflation back down would require an extended slump — and for a while high inflation would go along with high unemployment, a situation often dubbed “stagflation.”

And stagflation came. Persistent inflation in 1970-71 was only a foretaste. In 1972 a politicized Fed juiced up the economy to help Richard Nixon’s re-election campaign; inflation was already almost 8 percent when the Arab oil embargo sent oil prices soaring. Inflation would remain high for a decade, despite high unemployment.

Stagflation was eventually ended, but at a huge cost. Under the leadership of Paul Volcker, the Fed sharply reduced growth in the money supply, sending interest rates well into double digits and provoking a deep slump that raised the unemployment rate to 10.8 percent. However, by the time America finally emerged from that slump — unemployment didn’t fall below 6 percent until late 1987 — expectations of high inflation had been largely purged from the economy. As some economists put it, expectations of inflation had become “anchored” at a low level.

Despite these anchored expectations, however, there have been several inflationary spikes, most recently in 2010-11. Each of these spikes was largely driven by the prices of goods whose prices are always volatile, especially oil. Each was accompanied by dire warnings that runaway inflation was just around the corner. But such warnings proved, again and again, to be false alarms.

How 2021 happened

So why has inflation surged this year, and will it stay high?

Mainstream economists are currently divided between what are now widely called Team Transitory and Team Persistent. Team Transitory, myself included, has argued that we’re looking at a temporary blip — although longer lasting than we first expected. Others, however, warn that we may face something comparable to the stagflation of the 1970s. And credit where credit is due: So far, warnings about inflation have proved right, while Team Transitory’s predictions that inflation would quickly fade have been wrong.

But this inflation hasn’t followed a simple script. What we’re seeing instead is a strange episode that exhibits some parallels to past events but also includes new elements.

Soon after President Biden was inaugurated, Larry Summers and other prominent economists, notably Olivier Blanchard, the former chief economist of the International Monetary Fund, warned that the American Rescue Plan, the $1.9 trillion bill enacted early in the Biden administration, would increase spending by far more than the amount of slack remaining in the economy and that this unsustainable boom in demand would cause high inflation. Team Transitory argued, instead, that much of the money the government handed out would be saved rather than spent, so that the inflationary consequences would be mild.

Inflation did in fact shoot up, but the odd thing is that overall spending isn’t extraordinarily high; it’s up a lot this year, but only enough to bring us more or less back to the prepandemic trend. So why are prices soaring?

Part of the answer, as I and many others have noted, involves supply chains. The conveyor belt that normally delivers goods to consumers suffers from shortages of port capacity, truck drivers, warehouse space and more, and a shortage of silicon chips is crimping production of many goods, especially cars. A recent report from the influential Bank for International Settlements estimates that price rises caused by bottlenecks in supply have raised U.S. inflation by 2.8 percentage points over the past year.

Now, global supply chains haven’t broken. In fact, they’re delivering more goods than ever before. But they haven’t been able to keep up with extraordinary demand. Total consumer spending hasn’t grown all that fast, but in an economy still shaped by the pandemic, people have shifted their consumption from experiences to stuff — that is, they’ve been spending less on services but much more on goods. The caricature version is that people unable or unwilling to go to the gym bought Pelotons instead, and something like that has in fact happened across the board.

Here’s what the numbers look like. Overall consumption is up 3.5 percent since the pandemic began, roughly in line with normal growth. Consumption of services, however, is still below prepandemic levels, while purchases of durable goods, though down somewhat from their peak, are still running very high.

No wonder the ports are clogged!

Over time, supply-chain problems may largely solve themselves. A receding pandemic in the United States, despite some rise in cases, has already caused a partial reversal of the skew away from services toward goods; this will take pressure off supply chains. And as an old line has it, the cure for high prices is high prices: The private sector has strong incentives to unsnarl supply chains, and in fact is starting to do that.

In particular, large retailers have found ways to get the goods they need, and they say they’re fully stocked for the holiday season. And measures of supply-chain stress such as freight rates have started to improve.

Yet supply-chain problems aren’t the whole story. Even aside from bottlenecks, the economy’s productive capacity has been limited by the Great Resignation, the apparent unwillingness of many Americans idled by the pandemic to return to work. There are still four million fewer Americans working than there were on the eve of the pandemic, but labor markets look very tight, with record numbers of workers quitting their jobs (a sign that they believe new jobs are easy to find) and understaffed employers bidding wages up at the fastest rate in decades. So spending does appear to be exceeding productive capacity, not so much because spending is all that high but because capacity is unexpectedly low.

Inflation caused by supply-chain disruptions will probably fall within a few months, but it’s not at all clear whether Americans who have dropped out of the labor force will return. And even if inflation does come down, it might stay uncomfortably high for a while. Remember, the first postwar bout of inflation, which in hindsight looks obviously transitory, lasted for two years.

So how should policy respond?

To squeeze or not to squeeze, that is the question

I’m a card-carrying member of Team Transitory. But I would reconsider my allegiance if I saw evidence that expectations of future inflation are starting to drive prices — that is, if there were widespread stories of producers raising prices, even though costs and demand for their products aren’t exceptionally high, because they expect rising costs or rising prices on the part of competitors over the next year or two. That’s what kept inflation high even through recessions in the 1970s.

So far I don’t see signs that this is happening — although the truth is that we don’t have good ways to track the relevant expectations. I’ve been looking at stories in the business press and surveys like the Fed’s Beige Book, which asks many businesses about economic conditions; I haven’t (yet?) seen reports of expectations-driven inflation. Bond markets are essentially predicting a temporary burst of inflation that will subside over time. Consumers say that this is a bad time to buy many durable goods, which they wouldn’t say if they expected prices to rise even more in the future.

For what it’s worth, the Federal Reserve, while it has stopped using the term “transitory,” still appears to believe that we’re mostly looking at a fairly short-term problem, declaring in its most recent statement, “Supply and demand imbalances related to the pandemic and the reopening of the economy have continued to contribute to elevated levels of inflation.”

Still, an unmooring of inflation expectations is possible. Given that, what should policymakers be doing right now? And by “policymakers” I basically mean the Fed; political posturing aside, since, given congressional deadlock, nothing that will make a material difference to inflation is likely to happen on the fiscal side, inflation policy mainly means monetary policy.

I recently participated in a meeting that included a number of the most prominent figures in the inflation debate — a meeting in which, to be honest, those of us still on Team Transitory were definitely in the minority. The meeting was off the record, but I asked Larry Summers and Jason Furman, a top economist in the Obama administration, to share by email summaries of their positions.

Summers offered a grim prognosis, declaring, “I see a clearer path to stagflation as inflation encounters supply shocks and Fed response than to sustained growth and price stability.” The best hope, he suggested, was along the lines of what the Fed has now done, end its purchases of mortgage-backed securities (which I agree with because I don’t see what purpose those purchases serve at this point) and plan to raise interest rates in 2022 — four times, he said — with “a willingness to adjust symmetrically with events.” In other words, maybe hike less, but maybe hike even more.

Furman was less grim, saying, “We should not drop the goal of pursuing a hot economy,” but he wanted us to slow things down, to “get there by throwing one log on the fire at a time.” His policy recommendation, however, wasn’t that different”. He called for three rate hikes next year, as the Fed said on Wednesday that it was considering.

Where am I in this debate? Clearly, a sufficiently large rate hike would bring inflation down. Push America into a recession, and the pressure on ports, trucking and warehouses would end; prices of many goods would stop rising and would indeed come down. On the other hand, unemployment would rise. And if you believe that we’re mainly looking at temporary bottlenecks, you don’t want to see hundreds of thousands, maybe millions of workers losing their jobs for the sake of reducing congestion at the Port of Los Angeles.

But what both Summers and Furman are arguing is that the inflation problem is bigger than temporary bottlenecks; Furman is also in effect arguing that tapping on the monetary brakes could cool off inflation without causing a recession, although Summers doesn’t think we’re likely to avoid at least a period of stagflation when bringing inflation down.

The Fed’s current, somewhat chastened, position seems almost identical to Furman’s. The latest projections from board members and Fed presidents are for the interest rate the Fed controls to rise next year, but by less than one percentage point, and for the unemployment rate to keep falling.

Perhaps surprisingly, my own position on policy substance isn’t all that different from either Furman’s or the Fed’s. I think inflation is mainly bottlenecks and other transitory factors and will come down, but I’m not certain, and I am definitely open to the possibility that the Fed should raise rates, possibly before the middle of next year. I think the Fed should wait for more information but be willing to hike rates modestly if inflation stays high; Furman, as I understand it, thinks the Fed should plan to hike rates modestly (in correspondence he suggested one percentage point or less over the course of 2022, matching the Fed’s projections) but be willing to back off if inflation recedes.

This seems like a fairly nuanced distinction. It is, of course, possible that bad inflation news will force far more draconian tightening than the Fed is currently contemplating, even now.

Maybe the real takeaway here should be how little we know about where we are in this strange economic episode. Economists like me who didn’t expect much inflation were wrong, but economists who did predict inflation were arguably right for the wrong reasons, and nobody really knows what’s coming.

My own view is that we should be really hesitant about killing the boom prematurely. But like everyone who’s taking this debate seriously, I’m hanging on the data and wonder every day whether I’m wrong.

Inflazione: l’anno dell’ignominia, 

di Paul Krugman

Associerò sempre l’inflazione al sapore dell’ “Hamburger Helper” [1]. Nell’estate del 1973 condividevo un appartamento con vari altri studenti dell’Università; non avevamo molti soldi e il costo della vita saliva alle stelle. Col 1974 il tasso complessivo di inflazione avrebbe toccato il 12 per cento, e alcuni prodotti avevano già conosciuto grandi aumenti di prezzo. La carne macinata, in particolare, nell’agosto del 1973 era del 49 per cento più costosa di due anni prima. Dunque provavamo a farci bastare i soldi.

Oltre allo sgomento che sentivo per non potermi permettere carni non adulterate, era l’ansietà, la sensazione che le cose fossero fuori controllo. Anche se i redditi di molti stavano crescendo più velocemente dell’inflazione, gli americani erano innervositi dal modo in cui il potere d’acquisto del dollaro diminuiva per ogni settimana che passava. Quella sensazione può essere una ragione per la quale oggi gli americani sembrano così depressi con una economia in piena espansione.

Con la crescita dell’inflazione negli anni ’70 per la quarta volta, dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’inflazione superò il 5 per cento come tasso annuale. Ci sarebbero stati aumenti più piccoli nel 1991 e nel 2008, e un aumento che fu appena inferiore al 5 per cento nel 2010-11.

Ora siamo di fronte ad un altro episodio, la più alta inflazione in quasi quarant’anni. L’Indice dei Prezzi al Consumo a novembre era più alto del 6,8 per cento rispetto all’anno precedente. Buona parte di questo aumento è dipeso da grandi aumenti dei prezzi in pochi settori: i prezzi della benzina sono saliti del 58 per cento, le macchine usate e le camere d’albergo sono salite del 31 e del 26 per cento. Ma alcuni analisti (sebbene non tutti) ritengono che l’inflazione stia cominciando a diffondersi più ampiamente nell’economia.

Il periodo attuale di inflazione è arrivato improvvisamente. Agli inizi di quest’anno l’inflazione era ancora bassa; non più tardi che a marzo i componenti del Comitato di Mercato Aperto [2], l’organismo che stabilisce la politica monetaria, si aspettavano che la misurazione dei prezzi da loro preferita (che di solito si colloca un po’ al di sotto dell’Indice dei Prezzi al Consumo) crescesse quest’anno soltanto del 2,4 per cento. Persino quando i dati si sono impennati, molti economisti – incluso il sottoscritto – sostenevano che la crescita si sarebbe mostrata probabilmente transitoria. Ma almeno adesso è chiaro che l’inflazione “transitoria” durerà più a lungo di quello che la maggioranza dei componenti di quel gruppo si aspettavano. E mercoledì la Fed si è spostata verso una restrizione della politica monetaria, riducendo i suoi acquisti di obbligazioni e indicando che si aspetta di alzare almeno modestamente i tassi di interesse nel prossimo anno.

L’inflazione è un tema che suscita emozioni. Nessun altro tema su cui scrivo suscita tanto odio nei messaggi mail. E il dibattito sulla inflazione attuale è particolarmente teso a causa dei giudizi sull’economia che sono diventati incredibilmente faziosi e del fatto che, più in generale, stiamo vivendo in un contesto politico che non si basa più sul’accertamento della verità.

Eppure è ancora importante cercare di dare senso a quello che sta accadendo. Riflette un fallimento di governo, oppure le difficoltà iniziali di una economia che si riprende dalla recessione pandemica? Per quanto tempo dobbiamo aspettarci che l’inflazione resti elevata? E cosa si dovrebbe fare, ammesso che si debba fare qualcosa?

Anzitutto, io credo che ciò a cui stiamo assistendo rifletta gli intrinseci spostamenti provocati dalla pandemia, piuttosto che, ad esempio, una eccessiva spesa pubblica. Io credo anche che l’inflazione si ridurrà nel corso del prossimo anno e che non dovremmo prendere alcuna drastica iniziativa. Ma economisti ragionevoli non sono d’accordo, e potrebbero aver ragione loro.

Per comprendere questa disputa, abbiamo bisogno di parlare di ciò che provocò nel passato l’inflazione.

Racconti dell’inflazione  

L’inflazione, come dice una vecchia frase, è provocata da “troppo denaro in cerca di troppo pochi prodotti”. Purtroppo, talvolta è qualcosa di più complicato. Talvolta l’inflazione è provocata da aspettative che si perpetuano; talvolta è la conseguenza temporanea di fluttuazioni nei prezzi delle materie prime. La storia ci fornisce chiari esempi di tutte e tre le possibilità.

Il Comitato dei Consiglieri Economici della Casa Bianca suggeriva a luglio che l’inflazione odierna somigli soprattutto al picco di inflazione degli anni 1946-1948. Quello era un classico caso di inflazione “trainata dalla domanda” – ovvero, era davvero un caso di troppo denaro in cerca di troppo pochi prodotti. I consumatori erano spinti dal contante dei risparmi dei tempi di guerra, e c’era un bel po’ di domanda repressa, dagli anni del razionamento della guerra. Dunque, quando il razionamento finì ci fu una corsa ad acquistare cose in un’economia che non era ancora tornata a convertirsi ad una produzione da tempi di pace. Il risultato furono due anni di inflazione molto elevata, con un livello massimo di quasi il 20 per cento.

La crescita successiva dell’inflazione, durante la Guerra Coreana, fu anch’essa guidata da un rapido aumento della spesa. L’inflazione toccò una punta massima di più del 9 per cento.

Per gli osservatori della situazione attuale, l’aspetto più interessante di questi picchi di inflazione immediatamente postbellica potrebbe essere la loro natura transitoria. Non intendo dire che essi se ne nadarono nel giro di mesi; come ho detto, l’episodio del 1946-1948 proseguì per quasi due anni. Ma quando la spesa scese a livelli più sostenibili, l’inflazione rapidamente fece lo stesso.

Quello non fu il caso dell’inflazione degli anni ’60.

È vero, quell’inflazione cominciò trainata dalla domanda: Lyndon Johnson aumentò la spesa federale impegnandosi nello stesso tempo nella Guerra del Vietnam e nel programma della Grande Società, ma agli inizi fu indisponibile a contenere la spesa privata aumentando le tasse. Nello stesso tempo, la Federal Reserve continuò a tener bassi i tassi di interesse, il che consentì che settori come l’edilizia si surriscaldassero.

La differenza tra l’inflazione della Guerra del Vietnam e quella della Guerra di Corea fu quello che accadde quando le autorità finalmente agirono, nel 1969, per frenare la spesa complessiva attraverso aumenti dei tassi di interesse. Questo portò ad una recessione e ad un brusco innalzamento della disoccupazione; tuttavia, diversamente dagli anni ’50, per un lungo tempo l’inflazione rimase ostinatamente elevata.

Alcuni economisti, in effetti, avevano previsto che questo sarebbe accaduto. Negli anni ’60 molti economisti credevano che le autorità avrebbero potuto realizzare una disoccupazione più bassa se fossero state disponibili ad accettare maggiore inflazione. Nel 1968, tuttavia, Milton Friedman e Edmund S. Phelps sostennero entrambi che si trattava di una illusione.

Una inflazione prolungata, sostennero, avrebbe finito per incorporare le aspettative dei lavoratori, dei datori di lavoro e delle imprese nel fissare i prezzi, e così via. E una volta che l’inflazione si fosse incorporata nelle aspettative, sarebbe diventata come una profezia che si autoavvera.

Questo comportava che le autorità avrebbero dovuto accettare una inflazione in continua accelerazione, se volevano tener bassa la disoccupazione. Inoltre, una volta che l’inflazione si fosse incorporata, ogni tentativo di riportarla indietro avrebbe richiesto una prolungata recessione – e per un certo periodo l’alta inflazione sarebbe andata di pari passo con l’alta disoccupazione, una situazione che era stata spesso definita di “stagflazione”.

E la stagflazione arrivò. La persistente inflazione nel 1970-71 fu solo un assaggio. Nel 1972 una politicizzata Fed rinvigorì l’economia per aiutare la campagna per la rielezione di Richard Nixon; l’inflazione era già quasi all’8 per cento quando l’embargo arabo sul petrolio spedì i prezzi del petrolio alle stelle. L’inflazione sarebbe rimasta alta per un decennio, nonostante una elevata disoccupazione.

La stagflazione alla fine terminò, ma con un costo enorme. Sotto la guida di Paul Volcker, la Fed ridusse bruscamente la crescita nell’offerta di moneta, spedendo i tassi di interesse ben dentro un numero a due cifre e provocando una profonda recessione che elevò il tasso di disoccupazione al 10,8 per cento.  Tuttavia, al momento in cui l’America finalmente emerse dalla recessione – la disoccupazione non scese sotto il 6 per cento fino alla fine del 1987 – le aspettative di elevata inflazione erano state ampiamente depurate dall’economia. Come dissero alcuni economisti, le aspettative di inflazione si erano “ancorate” a un basso livello.

Nonostante queste ancorate aspettative, tuttavia, ci sono stati vari picchi inflazionistici, più di recente nel 2010-11. Ciascuna di queste punte era in gran parte guidata dai prezzi di prodotti che sono spesso volatili, in particolare il petrolio. Ognuna di esse venne accompagnata da terribili ammonimenti secondo i quali una inflazione fuori controllo era proprio dietro l’angolo. Ma quelle messe in guardia si dimostrarono, in continuazione, falsi allarmi.

Come è accaduto il 2021

Dunque, perché quest’anno l’inflazione è cresciuta, e per quanto resterà alta?

I principali economisti sono attualmente divisi tra quello che viene definito il gruppo della ‘transitorietà’ e quello che viene definito il gruppo della ‘persistenza’. Il gruppo della transitorietà, incluso il sottoscritto, ha sostenuto che stiamo assistendo ad un contrattempo temporaneo – sebbene di durata più lunga di quanto non ci si aspettasse agli inizi. Altri, tuttavia, mettono in guardia che potremmo affrontare qualcosa di paragonabile alla stagflazione degli anni ’70. E diamo credito a chi lo merita: sinora gli ammonimenti sull’inflazione si sono dimostrati giusti, mentre le previsioni del gruppo della transitorietà secondo le quali l’inflazione sarebbe rapidamente svanita si sono mostrate sbagliate.

Ma questa inflazione non ha seguito un copione semplice. Quello a cui stiamo invece assistendo è uno strano episodio che mostra alcune somiglianze con il passato ma include anche nuovi elementi.

Subito dopo che il Presidente Biden entrasse in carica, Larry Summers ed altri eminenti economisti, in particolare Olivier Blanchard, il passato capo economista del Fondo Monetario Internazionale, hanno messo in guardia che il Programma americano di Salvataggio, la proposta di legge di 1.900 miliardi di dollari resa esecutiva agli inizi dell’Amministrazione Biden, avrebbe aumentato la spesa molto di più della quantità di fiacchezza che permane nell’economia e che questa insostenibile espansione nella domanda avrebbe provocato una elevata inflazione. La squadra della transitorietà sosteneva invece che buona parte del denaro sborsato dal Governo sarebbe stato risparmiato anziché speso, cosicché le conseguenze inflazionistiche sarebbero state leggere.

L’inflazione di fatto si è impennata, ma la cosa curiosa è che la spesa complessiva non è straordinariamente alta; quest’anno essa è cresciuta molto, ma solo quanto necessario per riportarci più o meno alla tendenza precedente alla pandemia. Dunque perché i prezzi stanno schizzando in alto?

In parte la risposta, come il sottoscritto e molti altri hanno osservato, riguarda le catene dell’offerta. La cinghia di trasmissione che normalmente consegna i prodotti ai consumatori soffre delle scarsità della capacità portuale, degli autotrasportatori, degli spazi di immagazzinamento e altro ancora, e una scarsità di semiconduttori al silicone sta danneggiando la produzione di molti prodotti, particolarmente le automobili. Un recente rapporto da parte della influente Banca dei Regolamenti Internazionali stima che i rialzi dei prezzi provocati dalle strozzature abbiano contribuito, nell’anno passato, per 2,8 punti percentuali all’inflazione.

Ora, le catene globali dell’offerta non si sono rotte. Di fatto, esse stanno consegnando più prodotti che mai in precedenza. Ma non sono state capaci di tenere il passo con una domanda straordinaria. La spesa totale dei consumi non è cresciuta così velocemente, ma in un’economia ancora condizionata dalla pandemia, le persone hanno spostato i loro consumi da varie pratiche agli oggetti – ovvero, stanno spendendo meno sui servizi ma molto di più sui prodotti. La versione caricaturale di tutto questo è che le persone impossibilitate o indisponibili ad andare il palestra hanno invece acquistato la cyclette, e qualcosa di simile è effettivamente successo un po’ dappertutto.

Ecco quello che dicono i dati. I consumi complessivi sono saliti del 3,5 per cento dagli inizi della pandemia, grosso modo in linea con la crescita normale. I consumi dei servizi, tuttavia, restano al di sotto dei livelli prepandemici, mentre gli acquisti di beni durevoli, sebbene scesi un po’ dai loro livelli più alti, stanno ancora correndo molto.

Nessuna sorpresa che i porti siano intasati!

Nel corso del tempo, i problemi delle catene dell’offerta possono un buona parte risolversi da soli. Una attenuazione della pandemia negli Stati Uniti, nonostante una qualche crescita dei casi, ha già provocato una parziale inversione della deviazione dai servizi ai prodotti; questo rimuoverà la pressione sulle catene dell’offerta. E come dice un vecchio detto, la cura per gli alti prezzi sono gli alti prezzi: il settore privato ha un forte incentivo a sbrogliare le catene dell’offerta, e di fatto sta cominciando a farlo.

In particolare, i grandi venditori al dettaglio hanno trovato modi per ottenere i prodotti di cui hanno bisogno e dicono di averli pienamente immagazzinati per il periodo delle festività. E misurazioni della tensione sulle catene dell’offerta come le aliquote dei noli hanno cominciato a migliorare.

Tuttavia i problemi delle catene dell’offerta non sono l’unica spiegazione. Anche a parte le strozzature, la capacità produttiva dell’economia è stata limitata dalla Grande Dismissione, l’apparente indisponibilità di molti americani resi inattivi dalla pandemia a tornare al lavoro. Ci sono ancora quattro milioni di americani in meno al lavoro di quelli che c’erano nell’epoca della pandemia, ma i mercati del lavoro sembrano molto rigidi, con numeri record di lavoratori che lasciano i loro posti di lavoro (un segno che credono che nuovi posti di lavoro siano semplici da trovare) e i datori di lavoro a corto di personale stanno offrendo aumenti salariali ad un tasso più veloce da decenni [3]. Dunque la spesa non pare che ecceda la capacità produttiva, non tanto perché la spesa sia tutta così elevata, ma perché la capacità produttiva è inaspettatamente bassa.

L’inflazione provocata dai blocchi nelle catene dell’offerta probabilmente si ridurrà nel giro di pochi mesi, ma non è del tutto chiaro se gli americani che hanno lasciato la forza lavoro ci torneranno. Ed anche se l’inflazione davvero scendesse, essa potrebbe rimanere per un po’ fastidiosamente elevata. Si ricordi, il primo periodo postbellico di inflazione, che con il senno di poi appare evidentemente transitorio, durò due anni.

Dunque, come potrebbe rispondere la politica?

Dare una stretta o non darla, questa è la domanda

Io sono iscritto al gruppo della transitorietà. Ma riconsidererei la mia fedeltà a quella tesi se vedessi prove che le aspettative della futura inflazione stanno cominciando a spingere i prezzi – ovvero, se ci fossero storie generalizzate di produttori che alzano i prezzi, anche se i costi e la domanda per i loro prodotti non sono eccezionalmente alti, perché si aspettano nel prossimo anno o due costi crescenti o prezzi crescenti da parte dei competitori. Ciò che mantenne l’inflazione alta persino durante le recessioni degli anni ’70.

Sinora non vedo segnali che questo stia avvenendo  – sebbene la verità è che non abbiamo buoni modi per tracciare le aspettative rilevanti. Sto osservando i racconti sulla stampa imprenditoriale e su sondaggi come il Libro Beige della Fed, che pone domande a molte imprese sulle condizioni dell’economia; non ho (ancora?) letto resoconti su un’inflazione guidata dalle aspettative. Il mercato obbligazionario sta fondamentalmente prevedendo una scoppio di inflazione che dovrebbe diminuire con il tempo. I consumatori che dicono che questo non è un buon periodo per acquistare molti beni durevoli, non direbbero di aspettarsi prezzi in crescita anche maggiore nel futuro.

Per quello che vale, la Federal Reserve, mentre ha smesso di utilizzare il termine “transitorio”, sembra ancora credere che stiamo soprattutto assistendo ad un problema abbastanza a breve termine, dichiarando nella sua presa di posizione più recente: “Gli squilibri dell’offerta e della domanda derivanti dalla pandemia e dalla riapertura dell’economia hanno continuato a contribuire ad elevati livelli di inflazione”.

Eppure, un disancoraggio delle aspettative di inflazione è possibile. Ciò considerato, cosa dovrebbero fare a questo punto le autorità? E per “autorità” io intendo fondamentalmente la Fed; dato che, a parte gli atteggiamenti politici, considerato lo stallo del Congresso, niente che faccia una differenza materiale sull’inflazione è probabile che accada sul lato della finanza pubblica, e la politica per l’inflazione riguarda principalmente la politica monetaria.

Di recente ho partecipato ad un incontro che comprendeva un certo numero dei personaggi più eminenti nel dibattito sull’inflazione – un incontro nel quale, ad essere onesti, quelli tra di noi che appartengono al ‘gruppo della transitorietà’ erano senz’altro in minoranza. L’incontro non era registrato, ma io ho chiesto a Larry Summers ed a Jason Furman, un economista principale nella Amministrazione Obama, di diffondere tramite la posta elettronica  una sintesi delle loro posizioni.

La prognosi offerta da Summers è cupa, avendo dichiarato: “Vedo un indirizzo più chiaro verso la stagflazione dato che l’inflazione va incontro a shock dell’offerta e data la risposta della Fed ad una crescita sostenuta ed alla stabilità dei prezzi”. La speranza migliore, ha sostenuto, era sulle linee che la Fed ha adesso intrapreso, smettere i suoi acquisti di titoli garantiti da ipoteche (cosa che condivido, perché non si vede a questo punto a quale scopo quegli acquisti siano utili) e un programma per elevare i tassi di interesse nel 2022 – lo ha detto quattro volte – con “una disponibilità a correggerli simmetricamente sulla base degli eventi”. In altre parole, forse aumenti minori, ma forse aumenti persino maggiori.

Furman è stato meno cupo, dicendo: “Non dovremmo abbandonare l’obbiettivo di perseguire una forte ripresa dell’economia”, seppure egli desiderava che rallentassimo la situazione, “arrivandoci aggiungendo un pezzo di legno alla volta sul fuoco”. La sua raccomandazione politica, tuttavia, non era molto diversa. Egli si è pronunciato per tre rialzi dei tassi l’anno prossimo, come la Fed mercoledì ha detto di star considerando.

Dove io mi colloco in questo dibattito? Chiaramente, un rialzo del tasso sufficientemente alto abbatterebbe l’inflazione. Si spinga l’America in una recessione, e la pressione sui porti, sull’autotrasporto e sugli stoccaggi finirà; i prezzi di molti prodotti smetterebbero di crescere e in effetti si ridurrebbero. D’altra parte, crescerebbe la disoccupazione. E se si crede che stiamo principalmente osservando strozzature temporanee, non si può desiderare di vedere centinaia di migliaia, forse milioni di lavoratori perdere il loro posto di lavoro allo scopo di ridurre la congestione nel Porto di Los Angeles.

Ma quello che sia Summers che Furman stanno sostenendo è che il problema dell’inflazione è più grande di una strozzatura temporanea; Furman sta anche in effetti sostenendo tirare i freni monetari potrebbe raffreddare l’inflazione senza provocare una recessione, per quanto Summers pensi che non sia probabile evitare almeno un periodo di stagflazione nel mentre si porta in basso l’inflazione.

L’attuale posizione della Fed in qualche modo contenuta, sembra quasi identica a quella di Furman. Le ultime proiezioni da parte dei componenti del Comitato e dei Presidenti della Fed prevedono che il tasso di interesse che la Fed controlla cresca nel prossimo anno, ma meno di un punto percentuale, e che il tasso di disoccupazione continui  scendere.

Forse sorprendentemente, la mia stessa posizione nella sostanza politica non è così diversa da quella di Furman o della Fed. Io penso che l’inflazione dipenda principalmente dalle strozzature e da altri fattori transitori e che si ridurrà, ma non ne sono certo, e sono certamente aperto alla possibilità che la Fed debba alzare i tassi, probabilmente prima della metà del prossimo anno. Penso che la Fe dovrebbe attendere di avere maggiori informazioni ma essere disponibile ad alzare modestamente i tassi se l’inflazione rimane alta; Furman, da quanto capisco, pensa che laa Fed dovrebbe programmare di alzare modestamente i tassi (nella corrispondenza, egli ha suggerito un punto percentuale o meno nel corso del 2022, aderendo alle proiezioni della Fed) ma è disponibile a tornare indietro se l’inflazione recede.

Questa sembra una differenza abbastanza sottile. Ovviamente, è possibile che cattive notizie sull’inflazione costringano ad una restrizione più draconiana rispetto a quello che la Fed sta prefigurando, anche adesso.

Forse in questo caso la vera morale dovrebbe essere su quanto poco sappiamo sul punto in cui siamo di questo strano episodio economico. Gli economisti che come me non si aspettavano molta inflazione avevano torto, ma gli economisti che prevedevano l’inflazione avevano probabilmente ragione per le ragioni sbagliate, e nessuno sa davvero cosa sia in arrivo.

Il mio personale punto di vista è che dovremmo essere davvero esitanti nell’ammazzare prematuramente l’espansione. Ma come tutti coloro che stanno prendendo sul serio questo dibattito, resto appeso ai dati e ogni giorno mi chiedo se ho torto.

 

 

 

 

 

[1] L’ “Hamburger Helper” è il nome di un prodotto alimentare – inscatolato in un contenitore di cartone – che contiene pasta essiccata e  vari tipi di condimento.

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[2] Il FOMC (Comitato di Mercato Aperto della Fed) è composto di 12 membri – i 7 componenti della Commissione dei Governatori del sistema Fed, il Presidente della Banca della Federal Reserve di New York e, a rotazione, quattro degli undici restanti Presidenti delle Banche della Federal Reserve. I seggi a rotazione sono riempiti da Presidenti prescelti da quattro gruppi di Banche: Bosti, Filadelfia e Richmond; Cleveland e Chicago; Atlanta, St. Louis e Dallas; Minneapolis, Kansas City e San Francisco. I Presidenti partecipano però tutti agli incontri ed ai dibattiti, ma solo i quattro a rotazione hanno diritto di voto.

[3] La rigidità (letteralmente, ristrettezza) del mercato del lavoro è quella nella quale la domanda di lavoro è almeno altrettanto forte dell’offerta, ovvero quella di un mercato del lavoro nel quale i datori di lavoro sono in competizione nella ricerca di lavoratori. Il che di solito comporta un potere contrattuale dei lavoratori maggiore e salari in crescita. Comporta anche una maggiore disponibilità dei lavoratori a lasciare i posti che occupavano in passato, per una fondata fiducia di trovarne di nuovi e di migliori. In questo senso il fenomeno del “quitting” – dell’abbandonare i posti di lavoro precedenti – è normalmente considerato dagli economisti un indicatore positivo.

 

 

 

 

La moneta non è tutto, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 3 dicembre 2021)

dicembre 7, 2021

 

Dec. 3, 2021

Money Isn’t Everything

By Paul Krugman

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On Wednesday, Jerome Powell, the chair of the Federal Reserve, testified before Congress — always a chancy enterprise, because some politicians have strong opinions about monetary policy that have little to do with expertise or evidence. Sure enough, one Republican member of the House advised Powell to read Milton Friedman — which one suspects he has. I assume that the questioner was suggesting that printing money always causes inflation, which is the moral that casual readers of Friedman usually take from his work.

Powell’s response was good as far as it went. “The connection between monetary aggregates and either growth or inflation was very strong for a long, long time, which ended about 40 years ago …. It was probably correct when it was written, but it’s been a different economy and a different financial system for some time.”

What Powell didn’t point out was that while there was historically a strong correlation between growth in the money supply and other economic indicators, in many cases the causation ran from the economy to the money supply rather than the other way around. This was especially true during the Great Depression. And that matters, because Friedman’s claim that monetary policy caused the Depression was central to his whole argument that governments, not the private sector, are responsible for economic instability, that depressions are caused by governments, not the private sector.

To be sure, when governments print huge amounts of money to pay their bills, so that the money supply grows by hundreds or thousands of percent per year, high inflation is inevitable. Here, for example, is Brazil’s experience in the first half of the 1990s:

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Inflation, old style.Credit…FRED

But matters are much less clear when monetary growth is less extreme. And the connection between monetary policy and either inflation or growth more or less disappears when interest rates are near zero — as they were during the Depression and have been again since 2008:

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Zero, again.Credit…FRED

Let’s talk about the 1930s. The U.S. economy plunged between 1929 and 1933; gross domestic product measured in dollars fell almost in half, reflecting both a huge drop in real output and large-scale deflation. This plunge was associated with a large drop in the money supply:

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Did the Fed do it?Credit…FRED

Friedman insisted that the Fed was responsible for this monetary contraction, leading him to assert, for example in “Free to Choose,” a book he wrote with Rose Friedman, that “the depression was not produced by a failure of private enterprise, but rather by a failure of government.”

But if you read his argument carefully, it’s actually quite slippery, in fact borderline disingenuous.

For as Friedman knew perfectly well, what economists call the “money supply” is, as Powell said, a “monetary aggregate,” combining currency in circulation — pieces of green paper bearing portraits of dead presidents — with bank deposits. (There are several definitions of the money supply that differ in which deposits they count.) The Fed doesn’t directly control this aggregate. All it can do is determine the size of the “monetary base,” which is bank reserves plus currency.

And during the Depression, the monetary base didn’t shrink as the economy cratered — it actually grew, a lot:

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Money that went nowhere.Credit…FRED

Why, then, did the money supply shrink? Partly because bank failures made people nervous about the safety of bank deposits; partly because in a shrinking economy people and businesses needed less money on hand for doing business. That is, the economic implosion caused the decline in money rather than the other way around.

Friedman didn’t actually deny this. Although his rhetoric suggested that the Fed caused the slump, if you look closely at his analysis, it says that the Fed could have prevented the slump — a pretty big distinction.

And how could the Fed have prevented the slump, when a large increase in the monetary base didn’t seem to prevent a sharp decline in both the money supply and G.D.P.? Friedman’s claim was that if the Fed had engaged in sufficiently large purchases of government bonds, that is, if it had increased the monetary base even more — and if it had carried out those purchases early enough — it would have headed off the monetary collapse.

But he wasn’t very clear about how, exactly, that would have worked. When the Fed buys government debt from a bank, what does the bank do with the cash? In normal times, we might assume that the bank would lend it out to the private sector, helping to boost the economy. But in the Depression, interest rates were very low and the perceived risks high. Why wouldn’t banks have just sat on extra cash, adding it to their reserves?

Of course, we can’t rerun the history of the 1930s. As it happens, however, the 2008 financial crisis gave the Fed an opportunity to do what Friedman said it should have done in the 1930s. The Fed hugely expanded the monetary base, and banks … just added the money to their reserves:

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Cash piles up at the banks.Credit…FRED

So the Fed found itself in the classic position of “pushing on a string”: It could print money (well, actually create digital deposits, but never mind), but had no easy way to get that money into the economy.

To be fair, the Fed took some crucial actions to stabilize financial markets early on, and some economists believe that its asset purchases did help the economy. But extraordinary monetary expansion didn’t prevent a severe slump. And if we didn’t experience a full replay of the Great Depression, the main reason was probably that we were willing to run big budget deficits — that is, we were saved from a worse slump by the policies Friedman claimed were unnecessary.

So while Powell was right in saying that the correlation between money and growth broke down after 1980, monetarism — roughly speaking, the doctrine that says the money supply rules everything — was never supported by the evidence.

 

La moneta non è tutto,

di Paul Krugman

 

Mercoledì, Jerome Powell, il Presidente della Federal Reserve, ha testimoniato dinanzi al Congresso – una impresa sempre ardua, giacché alcuni uomini politici hanno forti convinzioni sulla politica monetaria che hanno poco a che fare con la competenza o con i fatti. Tanto è vero che un repubblicano membro della Camera ha consigliato Powell di leggersi Milton Friedman – il che si può immaginare l’avesse già fatto. Suppongo che l’interrogante stesse suggerendo che stampare moneta provochi sempre inflazione, che è la morale che i lettori occasionali di Friedman di solito traggono dalle sue opere.

Sin dove si è spinta, la risposta di Powell è stata buona. “La connessione tra gli aggregati monetari e sia la crescita che l’inflazione è stata molto forte per un tempo davvero lungo, che terminò all’incirca 40 anni fa … Quando venne scritta era probabilmente corretta, ma da un po’ di tempo abbiamo una diversa economia e un diverso sistema finanziario.”

Quello che Powell non ha potuto mettere in evidenza è stato che mentre c’è stata storicamente una forte correlazione tra la crescita dell’offerta di moneta e altri indicatori economici, in molti casi le cause procedevano dall’economia all’offerta di moneta, piuttosto che nel senso opposto. Questo fu specialmente vero durante la Grande Depressione. E ciò è importante, perché la pretesa di Friedman secondo il quale la politica monetaria provocò la depressione fu centrale nella sua intera argomentazione che i Governi, non il settore privato, sono responsabili per l’instabilità dell’economia. che le depressioni sono provocate dai Governi, non dal settore privato.

Di sicuro, quando i Governi stampano enormi quantità di valuta, in modo che l’offerta di moneta cresce per centinaia o migliaia di punti percentuali all’anno, l’alta inflazione è inevitabile. Ecco, ad esempio, l’esperienza del Brasile nella prima metà degli anni ’90:

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Inflazione, vecchio stile. Fonte: FRED [1]

Ma la cose sono molto meno chiare quando quando la crescita monetaria è meno estrema. E la connessione tra politica monetaria e sia l’inflazione che la crescita più o meno scompare quando i tassi di interesse sono prossimi allo zero – come essi furono durante la Depressione e sono stati ancora a partire dal 2008:

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Nuovamente a zero. Fonte: FRED [2]

Parliamo degli anni ’30. L’economia statunitense crollò tra il 1929 e il 1933; il prodotto interno lordo cadde in dollari per quasi la metà, riflettendo una enorme caduta della produzione reale e una deflazione su larga scala. Il crollo venne associato ad una ampia caduta dell’offerta di moneta:

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Lo provocò davvero la Fed? Fonte: FRED [3]

Friedman insistette che era stata della Fed la responsabilità di questa contrazione monetaria, arrivando a sostenere, ad esempio in “Liberi di scegliere”, un libro che scrisse con Rose Friedman, che “la depressione non dipese da un fallimento dell’imprenditoria privata, ma piuttosto da un fallimento del Governo”.

Ma se si legge la sua argomentazione con attenzione, essa è piuttosto sfuggente, di fatto al limite dell’ipocrisia.

Perché, come Friedman sapeva benissimo, quello che gli economisti chiamano “offerta di moneta” è, come ha detto Powell, una “aggregato monetario”, che mette assieme la valuta circolante – i fogli di carta verdolini che ritraggono i profili di Presidenti deceduti – con i depositi bancari (ci sono varie definizioni dell’offerta monetaria che differiscono sulla base di quali depositi si mettono in conto). La Fed non controlla direttamente questo aggregato. Tutto quello che può fare è determinare la dimensione della “base monetaria”, ovvero delle riserve bancarie più la moneta circolante.

E durante la Depressione, la base monetaria non si restrinse al momento in cui l’economia entrò in una voragine – effettivamente essa crebbe, e di molto:

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Soldi che non andarono da nessuna parte. Fonte: FRED [4]

Perché, dunque, si restrinse l’offerta monetaria? In parte perché i fallimenti delle banche resero le persone nervose sulla sicurezza dei relativi depositi; in parte perché con una economia che si restringeva le persone e le imprese avevano bisogno di meno soldi in mano per fare affari. Ovvero, l’implosione economica provocò il declino della moneta, anziché il fenomeno inverso.

In effetti Friedman non lo negò. Sebbene la sua retorica suggerisse che la Fed aveva provocato la depressione, se si osserva attentamente la sua analisi, essa dice che la Fed poteva aver impedito la depressione – una distinzione piuttosto grande.

E come avrebbe potuto la Fed impedire la depressione, quando un ampio aumento della base monetaria non sembrò impedire un brusco declino sia nella offerta di moneta che nel PIL? L’argomento di Friedman fu che se la Fed si fosse impegnata n acquisti abbastanza ampli di obbligazioni del Governo, cioè se avesse aumentato ancora di più la base monetaria – e se avesse portato a termine quegli acquisti abbastanza rapidamente – essa avrebbe dirottato il collasso monetario.

Ma egli non fu molto chiaro su come, esattamente, tutto ciò avrebbe funzionato. Quando la Fed acquista obbligazioni sul debito pubblico da una banca, cosa fa la banca con quel contante? In tempi normali, potremmo considerare che la banca presti quel denaro  al settore privato, contribuendo a incoraggiare l’economia. Ma nella Depressione, i tassi di interesse erano molto bassi e i rischi percepiti alti. Perché le banche non avrebbero dovuto semplicemente accumulare quel contante aggiuntivo, aggiungendolo alle loro riserve?

Naturalmente, non possiamo replicare la storia degli anni ’30. Si dà il caso, tuttavia, che la crisi finanziaria del 2008 diede alla Fed una opportunità per fare quello che Friedman aveva detto avrebbe dovuto fare negli anni ’30: la Fed ampliò enormemente la base monetaria, e le banche … esattamente aggiunsero quel denaro alle loro riserve.

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Il contante si accumula presso le banche. Fonte: FRED [5]

Dunque la Fed si è ritrovata nella classica posizione di “spingere una corda”: essa poteva stampare denaro (in effetti, creare moneta digitale, ma non è importante), ma non aveva alcun modo semplice per far arrivare quel denaro all’economia.

Ad esser giusti, la Fed assunse alcune iniziative fondamentali agli inizi per stabilizzare i mercati finanziari, e alcuni economisti credono che i suoi acquisti di asset aiutarono l’economia. Ma una straordinaria espansione monetaria non impedì la grave recessione. E se non ripetemmo interamente l’esperienza della Grande Depressione [6], la ragione principale probabilmente fu che fummo disponibili a gestire grandi deficit di bilancio – ovvero, siamo stati salvati da un crollo peggiore dalle politiche che Friedman aveva sostenuto fossero non necessarie.

Dunque, mentre Powell aveva ragione nel dire che la correlazione tra moneta e crescita andò a pezzi dopo il 1980, il monetarismo – parlando sommariamente, la dottrina che afferma che l’offerta di denaro governa ogni cosa – non è mai stato supportato dai fatti.

 

 

 

 

 

[1] La linea blu indica l’evoluzione dell’aggregato monetario denominato M2 – ovvero il complesso della moneta circolante e i depositi bancari o postali – mentre quella rossa indica l’indice dei prezzi al consumo. Che evidentemente sono in sincronia. Sull’asse verticale compare la misura dei cambiamenti in percentuale sull’anno precedente, che come si vede era stato, nel 1990 e nel 1994, nell’ordine di varie migliaia di volte.

[2] La tabella mostra i rendimenti dei titoli pubblici a breve termine (le linee hanno due diversi colori negli anni ’30 e nel dopoguerra, perché i titoli non sono esattamente identici, ma sono assimilabili).

[3] In questo caso, la linea rossa mostra il crollo del prodotto interno lordo, che si dimezzò, quella blu l’ammontare delle riserve valutarie, che calarono circa del 25%.

[4] Come si vede, la linea blu che indica la effettiva base monetaria, è in crescita durante gli anni della Grande Depressione e in forte crescita negli anni immediatamente successivi. La linea verde indica l’andamento del PIL; quella rossa la sola ‘riserva di moneta’ detenuta dalle banche commerciali e dalle istituzioni pubbliche.

[5] Negli anni dalla fine del 2008 sino al 2014, la base monetaria (linea blu) praticamente triplica e le riserve delle banche (linea rossa) … si triplicano anch’esse.

[6] Ricordiamo ancora una volta che gli economisti si sono intesi nel definire come Grande Depressione la crisi degli anni ’30, e come Grande Recessione quella successiva al 2008.

 

 

 

Sul divario di inflazione sulle due sponde dell’Atlantico, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 30 novembre 2021)

dicembre 3, 2021

 

Nov. 30, 2021

On the Trans-Atlantic Price Gap

By Paul Krugman

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This morning Eurostat, the European statistical agency, announced its “flash” estimate of November inflation for the euro area. It came in well above expectations — a 4.9 percent rise in prices over the past year. Still, this was lower than U.S. inflation: In October our consumer prices were up 6.2 percent over the year. And technical differences appear to downplay the U.S.-Europe difference. If we use a European-style index to calculate U.S. inflation over the past year, it was 7.3 percent.

Now, one-year inflation is a problematic measure right now, because many prices were temporarily depressed by the pandemic. Many commentators like to focus on price rises over two years to avoid this problem. When you do, however, the difference between the United States and Europe remains striking:

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We’re No. 1!Credit…FRED

Does lower (although still high) inflation in Europe tell us something about inflation here? A number of commentators have argued that the difference shows that deficit spending, which has been bigger in the United States, is a major cause of inflation. For example, Jason Furman, the former head of President Barack Obama’s National Economic Council, has put the Europe-U.S. differential at the core of his argument that the American Rescue Plan bears a lot of responsibility for current inflation:

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Does Europe show that stimulus did it?Credit…Twitter

He could be right. But I’ve been arguing that the case for deficit-driven inflation is weaker than it might first appear — that the details of the U.S. story don’t fit the narrative. What about the details of the argument based on trans-Atlantic inflation differences?

Well, I see two and a half problems with emphasizing Europe’s relatively low inflation. The half problem is that the story may change: The data released this morning offer at least a hint that Europe’s inflation is starting to catch up with America’s.

A bigger problem is that the trans-Atlantic difference in fiscal policy isn’t as large as many people assert. You don’t want to simply compare budget deficits; the United States came into the pandemic with much larger deficits than Europe, and what should matter is the change in the deficit — or more specifically the change in the “structural” deficit, that is, adjusted to correct for economic factors not related to policy. And there the difference between America and the euro area is a lot less striking — around six points of stimulus versus four:

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Stimulus everywhere.Credit…International Monetary Fund

Another problem is the issue I emphasized in yesterday’s column: Fiscal policy is by no means the only difference between the United States and Europe. Another key difference is that European employment policy appears to have been much more successful than ours at keeping workers connected to the job market. There is no European equivalent of the U.S. Great Resignation: Workers there have more or less fully returned to the labor force, even as many Americans stay on the sidelines:

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America isn’t working; Europe is.Credit…FRED

As a result, Europe is suffering less from labor shortages, and hence from bottlenecks that drive up inflation, than we are.

Maybe the most important point, however, is that the question of what caused current inflation isn’t actually the question we want answered. What we want to know instead is what happens next, and even more important what we should do next. The fiscal expansion of early 2021 is receding in the rearview mirror. Will inflation also recede? Or do the Federal Reserve and the European Central Bank need to raise interest rates to cool off the economies they oversee?

I don’t think the answer to either of those questions is clear yet, especially with the Omicron variant of the coronavirus adding a new layer of uncertainty. As I write this, the price of oil is down about 20 percent from its level earlier this month; how will people feel about inflation if gasoline prices fall, say, 40 cents a gallon?

Still, I applaud the effort to use U.S.-Europe differences as a tool for understanding where we are and where we’re going.

 

Sul divario di inflazione sulle due sponde dell’Atlantico,

di Paul Krugman

 

Questa mattina Eurostat, l’agenzia statistica europea, ha annunciato la sua stima “istantanea” dell’inflazione di novembre per l’area euro. Essa è stata ben sopra le aspettative – una crescita del 4,9 per cento dei prezzi nel corso dell’anno passato. Eppure, il dato è stato più basso dell’inflazione statunitense: in ottobre i nostri prezzi al consumo erano saliti del 6,2 per cento su base annuale. E alcune differenze tecniche sembrano comportare una sottovalutazione della differenza tra Stati Uniti ed Europa. Se usassimo il metodo europeo di calcolo dell’indice statunitense di inflazione, essa risulterebbe al 7,3 per cento.

Ora, in questo momento l’inflazione annuale è una misurazione problematica, perché molti prezzi erano temporaneamente depressi dalla pandemia. Molti commentatori preferiscono concentrarsi sulla crescita dei prezzi in due anni, per evitare questo problema. Quando lo si fa, tuttavia, la differenza tra Stati Uniti ed Europa resta impressionante:

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[1]

Siamo al primo posto. Fonte: FRED

Ci dice qualcosa l’inflazione più bassa (sebbene ancora elevata) in Europa rispetto all’inflazione da noi? Un certo numero di commentatori ha sostenuto che a differenza mostra che la spesa in deficit, che è stata più grande negli Stati Uniti, è una causa importante di inflazione. Ad esempio, Jason Furman, in passato alla testa del Comitato dei Consiglieri Economici del Presidente Barack Obama, ha collocato il differenziale tra Europa e Stati Uniti al centro della sua tesi secondo la quale il Programma Americano di Salvataggio ha molta responsabilità nell’inflazione attuale:

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L’Europa dimostra che è stato provocato dallo stimolo? Fonte: Twitter

Potrebbe aver ragione. Sennonché io sono venuto sostenendo che l’argomento dell’inflazione guidata dal deficit è più debole di quanto potrebbe a prima vista apparire – che i dettagli della spiegazione per gli Stati Uniti non corrispondono a quella tesi. Cosa si può dire dei dettagli di quella tesi basati sulle differenze dell’inflazione transatlantica?

Ebbene, io vedo due problemi e mezzo nell’enfatizzare l’inflazione europea relativamente bassa. Il mezzo problema è che la storia può cambiare: i dati pubblicani questa mattina mostrano che l’inflazione dell’Europa sta cominciando a raggiungere quella americana.

Un aspetto più importante è che la differenza transatlantica è meno grande di quello che molti sostengono. Non si dovrebbero semplicemente confrontare i deficit di bilancio; gli Stati Uniti sono entrati nella pandemia con deficit molto più ampi di quelli dell’Europa, e quello che conta è il mutamento del deficit – o più precisamente il mutamento nel deficit “strutturale”, ovvero corretto dai fattori economici non dipendenti dalla politica. E in quel caso la differenza tra l’America e l’area euro è molto meno impressionante – circa sei punti di stimolo contro quattro:

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Stimoli dappertutto. Fonte: Fondo Monetario Internazionale

Un altro problema è il tema su cui ho insistito nell’articolo di ieri: la politica della finanza pubblica non è in alcun modo l’unica differenza tra gli Stati Uniti e l’Europa. Un’altra differenza fondamentale è che la politica europea dell’occupazione sembra aver avuto molto più successo della nostra nel mantenere i lavoratori collegati col mercato del lavoro. Non c’è un equivalente europeo alla Grande Dismissione degli Stati Uniti: i lavoratori sono più o meno tornati tra le forze di lavoro, mentre molti americani restano in attesa:

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[2]

L’America non torna al lavoro; l’Europa sì. Fonte: FRED

Di conseguenza, l’Europa sta soffrendo meno di scarsità di lavoro, e quindi delle strozzature che spingono in alto l’inflazione, rispetto a noi.

Forse l’aspetto più importante, tuttavia, è che la domanda su ciò che ha comportato l’attuale inflazione non è quella alla quale dovremmo rispondere. Quello che vogliamo sapere è piuttosto cosa accadrà dopo, e più importante ancora cosa dovremmo fare dopo. L’espansione della spesa pubblica degli inizi del 2021 sta come scomparendo nello specchietto retrovisore. Si ridurrà anche l’inflazione? Oppure la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea devono alzare i tassi di interesse per raffreddare le economie sotto la loro vigilanza?

Io non credo che la risposta a entrambe le domande sia ancora chiara. Particolarmente con la variante Omicron del coronavirus che sta aggiungendo un nuovo strato di incertezza.

Mentre scrivo, il prezzo del petrolio è sceso di circa il 20 per cento rispetto al suo livello agli inizi di questo mese; cosa penserà la gente dell’inflazione se i prezzi della benzina cadono, diciamo, di 40 centesimi al gallone?

Eppure, io applaudo allo sforzo di utilizzare le differenze tra Stati Uniti ed Europa come uno strumento per comprendere dove stiamo andando noi e loro.

 

 

 

 

 

[1] Gli indici ‘armonizzati’ dei prezzi al consumo per tutti i prodotti nel biennio, in rosso quelli europei e in blu quelli statunitensi. Si definisce “armonizzato” perché tutti i paesi dell’Unione Europea seguono la stessa metodologia, così come, ovviamente, tutti gli Stati americani.

[2] Il tema della Grande Dismissione (o del Grande Abbandono, o della Grande Dimissione …) è stato di recente oggetto di molti interventi, soprattutto di Krugman. La tabella mostra i tassi di attività per le persone tra i 15 ed i 64 anni (ovvero, nella principale età lavorativa) in Europa (linea blu) e negli Stati Uniti (linea rossa).

 

 

 

Come le colombe si impadronirono della Fed, di Paul Krugman (dal blog di Krugman 23 novembre 2021)

novembre 25, 2021

 

Nov. 23, 2021

How Softies Seized the Fed

By Paul Krugman

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Who should lead the Federal Reserve? President Biden faced a difficult choice. Should he reappoint Jay Powell, a monetary dove who believes that the current inflation spike is probably temporary but might revise his views in the light of evidence? Or should he nominate Lael Brainard, a monetary dove who believes that the current inflation spike is probably temporary but might revise her views in the light of evidence?

In the end, he went with the monetary dove.

OK, Powell and Brainard aren’t identical. Powell is or was a Republican, Brainard is a Democrat; Brainard took a harder line on financial regulation after the 2008 crisis, which is why progressives like Elizabeth Warren opposed Powell’s reappointment. But when it comes to the Fed’s core responsibility, setting monetary policy, there was never any doubt that the next chair would be someone reluctant to raise interest rates and eager to keep job growth high.

How did that happen? Traditionally, central bankers — people who run institutions like the Fed that control national money supplies — pride themselves on their sternness, their willingness to impose economic hardship. William McChesney Martin, who headed the Fed in the 1950s, famously described its job as being to take away the punch bowl just as the party really gets going — that is, to raise interest rates as soon as there was any indication of rising inflation.

But the Fed is a technocratic institution that takes ideas and analysis seriously, that is willing to revise its views in the light of evidence. On the eve of the 2008 crisis it believed, with considerable justification, that giving low inflation priority over other considerations was in fact the right policy. Since then, however, there has been accumulating evidence that targeting inflation isn’t enough — indeed, that the Fed has consistently been taking away the punch bowl too soon.

The story here begins with a famous 1968 speech by Milton Friedman (and an independent analysis by Edmund Phelps that reached similar conclusions). Friedman argued, contrary to what many economists believed at the time, that monetary policy couldn’t be used to target low unemployment on a sustained basis. Any attempt to keep unemployment below its “natural rate” — usually referred to these days as the NAIRU, the non-accelerating inflation rate of unemployment, to avoid the implication that unemployment is somehow good — would, he asserted, lead to ever-accelerating inflation, and it would take a period of high unemployment to get inflation back down.

The experience of the 1970s and ’80s seemed to confirm this analysis. Here’s the unemployment rate versus the change in the Fed’s preferred measure of inflation from 1970 to 1990. Low unemployment seemed to be associated with ever-rising inflation, and getting inflation back down did indeed seem to require high unemployment:

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Milton Friedman was right …Credit…FRED

If you accepted this “accelerationist” hypothesis, the Fed’s job wasn’t to keep unemployment low, because it couldn’t do that. It was, instead, merely to provide stability in both prices and employment.

But here’s the thing: Since at least the mid-1990s, the data haven’t looked anything like that. Do the same plot from 1995 to the eve of the pandemic and there’s no evidence for the accelerationist hypothesis:

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… or maybe not.Credit…FRED

Notably, unemployment dipped below 4 percent both at the end of the 1990s and at the end of the 2010s, in each case without provoking accelerating inflation, while even very high unemployment after 2008 failed to produce the deflationary spiral that Friedman-type analysis would have predicted.

And if low unemployment doesn’t lead to accelerating inflation, it seems all too likely that we have consistently been running the economy too cold, sacrificing jobs and output unnecessarily. While the Fed hasn’t explicitly admitted this, it’s clearly a regret that weighs on its policy now.

There’s also another consideration that has made the Fed more dovish: fear that the effects of tight money may prove very hard to reverse.

Back in 1935, Mariner Eccles, another Fed chairman, argued that the Fed could do little to reverse deflation because you can’t push on a string. This made sense at the time: The Fed had very little ability to cut interest rates, because they were already near zero. But for a long time economists assumed that those Depression-era conditions would never come back, that the Fed could always engineer an economic recovery when it wanted to.

As it turns out, however, interest rates can indeed hit the “zero lower bound” in the 21st century; in fact, that has been the norm since 2007:

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Zero is back.Credit…FRED

This in turn means that while everyone is talking about inflation risks right now, the Fed is also concerned about the risks of overreacting to inflation. If it raises interest rates and that pushes the economy into a recession, it might not be able to cut rates enough to get us out again.

So if you ask why monetary doves rule the Fed roost, it’s not just a matter of personalities — or ideology. The past couple of decades have highlighted the downsides of hawkishness, and the Fed doesn’t want to repeat what it now, quietly, views as past mistakes.

 

Come le colombe si impadronirono della Fed,

di Paul Krugman

 

Chi dovrebbe essere alla guida della Fed? Il Presidente Biden si è trovato di fronte ad una scelta difficile. Doveva rinominare Jay Powell, una colomba monetaria che crede che l’attuale picco dell’inflazione sia probabilmente temporaneo ma che potrebbe rivedere i suoi punti di vista alla luce dei fatti? Oppure doveva nominare Lael Brainard, una colomba monetaria che crede che l’attuale inflazione sia probabilmente temporanea ma potrebbe rivedere i suoi punti di vista alla luce dei fatti?

Alla fine, ha scelto la colomba monetaria.

È vero, Powell e Brainard non sono identici. Powell è o era un repubblicano, Brainard è una democratica; Brainard tenne una linea più dura sulla regolamentazione finanziaria dopo la crisi del 2008, che è la ragione per la quale i progressisti come Elizabeth Warren si opponevano alla rinomina di Powell. Ma quando si arriva alla responsabilità centrale della Fed, stabilire la politica monetaria, non c’è mai stato alcun dubbio che il prossimo Presidente sarebbe stato qualcuno riluttante a elevare i tassi di interesse e ansioso di mantenere alta la crescita dei posti di lavoro.

Come è successo? Tradizionalmente i banchieri centrali – persone che amministrano istituzioni come la Fed che controllano le offerte nazionali di moneta – sono orgogliosi del loro rigore, della loro disponibilità a imporre patimenti economici. È noto che William McChesney Martin, che guidava la Fed negli anni ’50, descriveva il suo lavoro come consistesse nel togliere di mezzo la tazza del ponce quando la festa davvero cominciava ad essere un po’ allegra – ovvero, alzare i tassi di interesse appena c’è qualche segno di una inflazione in crescita.

Ma la Fed è una istituzione tecnocratica che prende sul serio le idee e le analisi, disponibile a rivedere i suoi punti di vista alla luce dei fatti. All’epoca della crisi del 2008 essa credeva, con considerevole giustificazione, che dare la priorità alla bassa inflazione sulle altre considerazioni era di fatto la politica giusta. Da allora, tuttavia, si sono accumulate prove che avere un obbiettivo di inflazione non è sufficiente – di fatto, al punto che la Fed è venuta regolarmente togliendo di mezzo la tazza del ponce troppo presto.

In questo caso, la storia ha inizio con un famoso discorso di Milton Friedman (e con le conclusioni di una analisi separata). Friedman sosteneva, contrariamente a quello che credevano molti economisti a quel tempo, che la politica monetaria non poteva essere utilizzata per puntare ad una bassa disoccupazione per un periodo prolungato. Ogni tentativo di tenere la disoccupazione al di sotto del suo “tasso naturale” – di solito ai nostri giorni presentato come il NAIRU, il tasso di disoccupazione che non accelera l’inflazione, per evitare che implicitamente la disoccupazione sia considerata qualcosa di positivo – avrebbe portato, egli sosteneva, ad una inflazione in continua accelerazione, e sarebbe stato necessario un periodo di alta disoccupazione per riportare in basso l’inflazione.

L’esperienza degli anni ’70 e ’80 sembrò confermare questa analisi. Ecco qua il tasso di disoccupazione in rapporto alla evoluzione dell’inflazione, nella misurazione preferita dalla Fed dal 1970 al 1990. La bassa disoccupazione sembrava essere associata con una inflazione in continua crescita, mentre riportare in basso l’inflazione sembrava in effetti richiedere una disoccupazione più elevata:

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Milton Friedman aveva ragione. Fonte: FRED [1]

Se si accettava questa ipotesi “accelerazionista”, il compito della Fed non era mantenere bassa la disoccupazione, cosa che la Fed non poteva fare. Era piuttosto fornire semplicemente stabilità sia ai prezzi che all’occupazione.

Ma qua è il punto: a partire almeno dalla metà degli anni ’90, i dati non sono sembrati in alcun modo confermare quella tesi.  Facendo quella stessa rappresentazione grafica dal 1995 al periodo della pandemia non c’è alcuna prova dell’ipotesi accelerazionista:

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… o forse no. Fonte: FRED [2]

In modo significativo la disoccupazione scese sotto il 4 per cento sia alla fine degli anni ’90 che alla fine del primo decennio del 2000, in entrambi i casi senza provocare una accelerazione dell’inflazione, mentre persino una disoccupazione molto elevata dopo il 2008 non provocò la spirale deflazionistica che una analisi del genere di quella di Friedman avrebbe dovuto prevedere.

E se la bassa disoccupazione non comporta una accelerazione dell’inflazione, pare anche troppo probabile che abbiamo tenuto l’economia eccessivamente al freddo, sacrificando senza necessità posti di lavoro e produzione. Mentre la Fed non ha esplicitamente ammesso tutto questo, esso è chiaramente un rimorso che oggi pesa sulla sua politica.

C’è un’altra considerazione che ha reso la Fed più mansueta: la paura che gli effetti della restrizione monetaria possano mostrarsi molto difficili da invertire.

Nel lontano 1935, Mariner Eccles, un altro Presidente della Fed, sostenne che la Fed poteva fare molto poco per invertire una deflazione perché non si può ‘tirare la corda’. All’epoca questo aveva un senso: la Fed aveva una possibilità minima di tagliare i tassi di interesse, perché erano già quasi a zero. Ma per un lungo periodo gli economisti assunsero che quelle condizioni del periodo della Depressione non sarebbero mai tornate, che la Fed avrebbe sempre potuto realizzare una ripresa economica quando l’avesse voluto.

Si scopre, tuttavia, che in effetti i tassi di interesse possono raggiungere il “limite inferiore dello zero”; di fatto, a partire dal 2007, questa è stata la norma:

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Lo “zero” è tornato. Fonte: FRED

A sua volta questo significa che mentre in questo momento tutti stanno parlando dei rischi dell’inflazione, la Fed è anche preoccupata dei rischi di una reazione eccessiva all’inflazione. Se essa alza i tassi di interesse e spinge l’economia in una recessione, potrebbe non essere capace di tagliare i tassi a sufficienza per riportarci fuori.

Dunque, se vi chiedete perché le colombe dettano legge alla Fed, quella non è solo una questione di personalità – o di ideologie. I due decenni passati hanno messo in evidenza gli svantaggi delle posizioni da falchi, e la Fed non vuole ripetere quelli che adesso, senza far troppo chiasso, considera errori del passato.

 

 

 

 

 

 

[1] Il tema è assai complesso e spero che la mia nota serva a qualcosa.

I cerchietti blu indicano – in ogni dato momento di rilevazione, tra il 1970 e il 1990 – l’andamento dell’economia rispetto all’inflazione “sostanziale” (ovvero depurata dai prezzi volatili dell’energia e dei generi alimentari, misurata dalla scala verticale a sinistra) e al tasso di disoccupazione (misurata nella scala orizzontale). Si nota che i cerchietti caratterizzati da un tasso di disoccupazione elevato – ad esempio superiore ad 8 – sono anche caratterizzati da una evoluzione dell’inflazione sostanziale molto bassa o negativa; di contro, i cerchietti caratterizzati da inflazione ‘sostanziale’ più elevata (ad esempio di valore 5; e si noti che, essendo depurata dai prezzi volatili, essa è sicuramente inferiore all’aumento dell’indice dei prezzi complessivo) sono sempre connessi con una disoccupazione più bassa.

Ma questi sono casi limite. Forse il fenomeno più generale che il diagramma mostra – e che è indicato dalla linea celeste che scende verso il basso – è che per evitare l’alta inflazione si doveva accettare un tasso di disoccupazione non troppo basso.

Cosa significhi tutto questo rispetto alla molto complicata questione della “Curva di Phillips” e della successiva “Teoria del NAIRU” – si veda un sintesi alle Note sulla Traduzione alla prima delle due voci – può forse essere sintetizzato in questo modo. La Curva di Phillips ipotizzava un rapporto ineludibile tra inflazione e disoccupazione: quando la prima era elevata la disoccupazione era modesta. Di conseguenza si sarebbe potuto intervenire con una politica keynesiana: una forte politica della spesa pubblica avrebbe abbassato la disoccupazione e quindi anche abbassato l’inflazione.

Sennonché il fenomeno della ‘stagflazione’ – avere contemporaneamente elevata inflazione e recessione-disoccupazione – a partire dal 1970 parve mettere in crisi quell’ipotesi. In sostanza, la critica di Friedman era rivolta alla politiche economiche ‘interventiste’ e postulava un ritorno a politiche economiche di libero mercato. Quindi, ammesso che io abbia inteso correttamente, il commento al diagramma (“Friedman aveva ragione”) dovrebbe significare in sostanza che un maggiore controllo dell’inflazione si ebbe, almeno in apparenza, quando – lasciando al ‘libero mercato il compito di trovare un equilibrio – si cominciò a convivere con una tasso di disoccupazione più alto.

Ma il diagramma successivo (col titolo “ … o forse no.”), che estende l’analisi sino ai nostri giorni, mostra che anche quella conclusione era sbagliata.

[2] In pratica, in questo secondo diagramma i valori della evoluzione dell’inflazione sono molto più contenuti (non arrivano più sino al livello 5, e si fermano tutti sotto il livello 1), a fronte di tassi di disoccupazione per la maggioranza abbastanza bassi, dal 4 al 6 per cento.

 

 

 

Andando oltre i titoli di giornale sull’inflazione, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 19 novembre 2021)

novembre 21, 2021

 

Nov. 19, 2021

Going Beyond the Inflation Headlines

By Paul Krugman

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Early this year some prominent economists warned that President Biden’s American Rescue Plan — the bill that sent out those $1,400 checks — might be inflationary. People like Larry Summers, who was Barack Obama’s top economist, and Olivier Blanchard, a former chief economist of the International Monetary Fund, aren’t unthinking deficit hawks. On the contrary, before Covid hit, Summers advocated sustained deficit spending to fight economic weakness, and Blanchard was an important critic of fiscal austerity in the aftermath of the 2008 financial crisis.

But Summers, Blanchard and others argued that the rescue plan, which would amount to around 8 percent of gross domestic product, was too big, that it would cause overall demand to grow much faster than supply and hence cause prices to soar. And sure enough, inflation has hit its highest level since 1990. It’s understandable that Team Inflation wants to take a victory lap.

When you look beyond the headline number, however, you see a story quite different from what Summers, Blanchard et al. were predicting. And given the actual inflation story, calls for the Federal Reserve to raise interest rates to cool off the economy look premature at best.

First, overall demand hasn’t actually grown all that fast. Real final domestic demand (“final” means excluding changes in inventories) is 3.8 percent higher than it was two years ago, in an economy whose capacity normally expands about 2 percent a year:

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Not that much of a demand surge.Credit…FRED

It’s true that the Great Resignation — the unwillingness of many Americans idled by Covid-19 to return to the labor force — means that labor markets seem very tight, with high quit rates and rising wages, even though G.D.P. is still below its prepandemic trend. So supply is lower than most economists (including Team Inflation) expected, and the economy may indeed be overheated.

But everything we thought we knew from the past said that while overheating the economy does lead to higher inflation, the effect is modest, at least in the short run. As the jargon puts it, the slope of the Phillips curve is small. And those rising wages aren’t the main driver of inflation; if they were, average wages wouldn’t be lagging consumer prices.

So what is going on? The Bank for International Settlements — a Switzerland-based institution that is sort of the banker to the world’s bankers and has a formidable research team — argues that it’s largely about the bottlenecks, the now-famous supply-chain snarls that have ships steaming back and forth in front of Los Angeles and factories shut down for lack of chips.

What’s causing these bottlenecks? Overall demand still isn’t that high, but demand has been skewed: In the pandemic era, people have been consuming fewer services but buying a lot of durable goods — home appliances, exercise equipment, etc.:

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Give me stuff, lots of stuff.Credit…FRED

This surge in demand for durable goods has overstressed the ports, trucking and warehouses that deliver durables to consumers, leading to rapidly rising prices for stuff whose prices normally fall over time as technology advances:

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Stuff gets expensive.Credit…FRED

In other words, it seems to be the pandemic skew in demand, not excessive spending across the board, that’s driving current inflation.

Once you realize this, it has major implications both for our understanding of the recent past and for future policy.

First, because inflation reflects the huge surge in demand for durable goods, not the much slower growth in overall demand, a smaller Biden spending plan wouldn’t have made much difference. Even if demand had been a point or two lower, the rush to buy stuff as opposed to services would still have overwhelmed our logistical capacity.

Second, because inflation reflects bottlenecks rather than a general problem of too much money chasing too few goods, it should come down as the economy adjusts. Inflation hasn’t been as transitory as we hoped, but there is growing evidence that supply chains are getting unkinked, which should eventually provide some consumer relief.

Finally, even if inflation stays elevated for a while, do we really want to slow the whole economy because bottlenecks are causing some prices to rise? One way to describe the argument of inflation hawks is that they’re saying that we should eliminate hundreds of thousands, maybe millions of jobs because the docks at the Port of Los Angeles are congested. Does that make sense?

Now, matters would be quite different if we saw signs of a 1970s-type wage-price spiral. But so far we don’t. And for the time being, at least, policymakers should have the courage to ride this inflation out.

 

Andando oltre i titoli di giornale sull’inflazione,

di Paul Krugman

 

Agli inizi di quest’anno alcuni eminenti economisti misero in guardia che il Programma Americano di Salvataggio del Presidente Biden – la proposta di legge che ha messo in circolazione gli assegni da 1.400 dollari – poteva avere effetti inflazionistici. Persone come Larry Summers, che fu il principale economista di Barck Obama, ed Olivier Blanchard, un passato capo economista del Fondo Monetario Internazionale, non sono sconsiderati falchi del deficit. Al contrario, prima che arrivasse il Covid, Summers difendeva una sostenuta spesa in deficit per combattere la debolezza dell’economia, e Blanchard fu un importante critico dell’austerità nella finanza pubblica al’indomani della crisi finanziaria del 2008.

Ma Summers, Blanchard ed altri sostenevano che il programma di salvataggio, che avrebbe corrisposto a circa l’8 per cento del prodotto interno lordo, era troppo grande, che avrebbe provocato una crescita della domanda complessiva molto più veloce dell’offerta e quindi un’impennata sui prezzi. E non c’è dubbio che l’inflazione abbia raggiunto il suo livello più alto dal 1990. È comprensibile che coloro che si sono schierati per la tesi dell’inflazione vogliano aggiudicarsi un giro vittorioso.

Tuttavia, quando si oltre ai dati dei titoli di giornale, si osserva una storia abbastanza diversa da quella che Summers, Blanchard ed altri avevano previsto. E dato l’andamento effettivo dell’inflazione, le richieste che la Federal Reserve alzi i tassi di interesse per raffreddare l’economia appaiono nel migliore dei casi premature.

Prima di tutto, la domanda complessiva non è effettivamente cresciuta così velocemente. La domanda interna reale finale (“finale” significa esclusi i ricambi delle giacenze) è il 3,8 per cento più alta di due anni fa, in un’economia che normalmente si espande di circa il 2 per cento all’anno:

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Una crescita della domanda non così grande. Fonte:FRED

È vero che la Grande Dismissione – l’indisponibilità di molti americani resi inattivi dal Covid-19 a tornare nella forza lavoro – comporta che i mercati del lavoro appaiono molto ristretti [1], con alti tassi di abbandono dei posti di lavoro precedenti e salari crescenti, anche se il PIL è ancora al di sotto delle sue tendenze prepandemiche. Dunque l’offerta è più bassa di quella che molti economisti (compresi coloro che sostengono il pericolo di inflazione) si aspettavano, e in effetti l’economia può surriscaldarsi.

Ma tutto quello che pensavamo di sapere dal passato ci diceva che mentre un surriscaldamento dell’economia effettivamente porta ad una inflazione più alta, l‘effetto, almeno nel breve periodo, è modesto. Come si esprime il gergo economico, l’inclinazione della curva di Phillips è piccola [2]. E quei salari in crescita non sono il fattore principale dell’inflazione; se lo fossero i salari medi non resterebbero indietro rispetto ai prezzi al consumo.

Dunque, cosa sta succedendo? La Banca Internazionale dei Regolamenti – una istituzione che ha sede in Svizzera che è una specie di banchiere dei banchieri del mondo e che possiede una formidabile squadra di ricercatori – sostiene che dipende in gran parte dalle strozzature, i grovigli oggi diventati famosi che stanno spedendo avanti e indietro le navi di fronte a Los Angeles e hanno chiuso le fbbrche per mancanza di semiconduttori.

Cosa sta provocando queste strozzature? La domanda complessiva non è così elevata, ma la domanda è stata stravolta: nel periodo della pandemia, le persone sono venute consumando meno servizi ma acquistando una grande quantità di beni durevoli – elettrodomestici, attrezzature  per palestre, e così via:

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Datemi oggetti, una gran quantità di oggetti. Fonte: FRED

L’impennata della domanda di oggetti durevoli ha intasato i porti, il trasporto merci e i magazzini che consegnano i beni durevoli ai consumatori, portando ad una rapida crescita dei prezzi di oggetti i cui prezzi normalmente diminuiscono mentre progredisce la tecnologia:

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[3]

Le cose diventano costose. Fonte: FRED

In altre parole, sembra che lo stravolgimento pandemico nella domanda, non una spesa eccessiva in generale, stia spingendo l’inflazione attuale.

Una volta che si comprende questo, esso ha importanti implicazioni sia per il passato recente che per la politica futura.

Anzitutto, poiché l’inflazione riflette la grande crescita della domanda per beni durevoli, non la molta più lenta crescita della domanda complessiva, un programma di spesa di Biden non avrebbe fatto grande differenza. Persino se la domanda fosse stata un punto o due più bassa, il precipitarsi a comprare oggetti anziché servizi avrebbe ancora sopraffatto le nostre capacità logistiche.

In secondo luogo, poiché l’inflazione riflette le strozzature piuttosto che un problema generale d troppi soldi che inseguono troppo pochi beni, essa dovrebbe scendere come l’economia si corregge. L’inflazione non è stata transitoria come speravamo, ma ci sono prove crescenti che le catene dell’offerta si vengano rilassando, il che alla fine dovrebbe fornire un qualche sollievo ai consumatori.

Infine, se anche l’inflazione restasse per un po’ elevata, davvero vogliamo rallentare l’intera economia perché le strozzature stanno spingendo alcuni prezzi a crescere? Si potrebbe descrivere la tesi dei falchi dell’inflazione come se stessero dicendo che dovremmo eliminare centinaia di migliaia, forse milioni di posti di lavoro perché le banchine del porto di Los Angeles sono congestionate. È una cosa che ha senso?

Ora, le cose sarebbero abbastanza diverse se vedessimo segni di una spirale salari prezzi del tipo degli anni ’70. Ma sinora non la vediamo. E, almeno per il momento, le autorità dovrebbero avere il coraggio di affrontare questa inflazione.

 

 

 

 

 

[1] Per “mercato del lavoro ristretto” si intende una condizione nella quale si è prossimi alla piena occupazione ed è necessaria maggiore produzione per soddisfare una domanda in continua crescita. Tuttavia il lavoro aggiuntivo non può facilmente essere assunto quando il serbatoio dei lavoratori disponibili è piccolo. Quando le imprese vorrebbero occupare più lavoratori ma non ne è disponibile una offerta adeguata, la curva della domanda aggregata di lavoro si sposta e, in ultima analisi, l’eccesso di domanda fa crescere regolarmente i salari dei lavoratori esistenti, in quanto questi detengono maggior potere contrattuale.

[2] Per il significato della Curva di Phillips, vedi le Note sulla Traduzione. In breve, quella teoria indica una forte correlazione tra inflazione e disoccupazione: quando la prima è più elevata, la seconda è modesta, e viceversa.

[3] La tabella – che è forse l’unica effettivamente nuova, dato che le altre erano presenti in post precedenti di Krugman – mostra gli andamenti diversi delle spese personali di consumo negli ultimi anni  per i servizi e per i beni durevoli: i primi erano in notevole crescita dal 2016, mentre i secondo erano in un calo quasi speculare. Ma questi consumi personali sono adesso valutati sulla base del “deflatore implicito del prezzo” che è “la misura del livello dei prezzi di tutti i nuovi beni finali e servizi prodotti internamente in un anno”. Questo, se capisco, conferma il concetto espresso secondo il quale il prezzo dei beni durevoli diminuisce col tempo per effetto degli sviluppi della tecnologia. Ma, con l’uscita dal momento peggiore della pandemia e l’inizio della ripresa, le strozzature sul lato dell’offerta hanno prodotto il fenomeno inverso, di una impennata dei prezzi dei beni durevoli. 

 

 

 

Quanto è globale l’inflazione? Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 12 novembre 2021)

novembre 15, 2021

 

Nov. 12, 2021

How Global Is Inflation?

By Paul Krugman

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On Wednesday, the Bureau of Labor Statistics announced that consumer prices in the United States rose 6.2 percent over the past year. Critics of the Biden administration jumped on the report like football players piling onto a fumbled ball. But does high inflation by recent standards (what we’re seeing now is nothing compared to the 1970s — or the 1940s) reflect a failure of U.S. policy? Is it even a uniquely American phenomenon?

As it happens, Eurostat, the statistical agency of the European Union, has released a flash estimate — that is, a preliminary estimate based on incomplete data — for annual inflation in the euro area. Like the U.S. report, this estimate showed inflation hitting a much higher level than we’ve become accustomed to. But the European inflation rate, at 4.1 percent, was considerably lower than the U.S. rate.

There are two ways to look at the Europe-U.S. comparison. Should we focus on the similarities or the differences?

Well, I spent a good part of the past two days exploring various rabbit holes in an attempt to understand why European inflation is lower and ended up concluding that we should mainly stress the similarity of inflation experience. I won’t bore you with all the dead ends I explored. Instead, let me give you the big picture.

Here’s consumer price inflation on a 12-month basis in the United States and the euro area since 2017. In case you’re wondering about the dashed line at the end, Federal Reserve Economic Data doesn’t include the flash estimate, so I extended the euro line to reflect it:

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Up, up and away.Credit…FRED

As you can see, inflation has surged on both sides of the Atlantic. It’s now higher in the United States, but as you can also see, that’s normal: U.S. inflation consistently runs above European inflation. I’ll talk in a second about why.

It’s also helpful to look at one European nation in particular: Germany. The Germans are famously inflation averse (largely because of selective historical memory — everyone knows about the hyperinflation of 1923, far fewer about the deflation that brought you-know-who to power). They also chose not to engage in large-scale spending to promote recovery from the Covid pandemic; there was no German equivalent of the Biden administration’s American Rescue Plan. Yet Germany has seen inflation rise and, in fact, has the highest inflation rate, 4.6 percent, among the largest euro area economies:

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Germany too.Credit…FRED

Why has European inflation risen? For the same reasons it’s higher here. Prices of food and energy, which are set on world markets, have risen sharply everywhere. The interaction of an uneven economic recovery with the lingering effects of the pandemic has led to extensive supply chain problems. In fact, the findings in a European Central Bank survey of businesses sound remarkably similar to the discussion in the Federal Reserve’s Beige Book.

But why is European inflation about two percentage points lower than inflation here?

Part of the answer, surely, is that Europe started from a lower base — that is, underlying inflation in Europe was lower before the pandemic. This is especially clear if you look at core inflation, stripping out volatile food and energy prices:

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Inflation in Europe has always been low.Credit…FRED

Core inflation in the euro area started out roughly one percentage point lower than in the United States, and this difference accounts for about half the current inflation difference. It’s also important to note that low euro area inflation before the pandemic was a bad thing: There’s a broad consensus among economists that monetary authorities should target somewhat positive inflation, at least 2 percent, to give them room to cut interest rates in recessions. European inflation has been low because its policymakers have consistently been too conservative.

Still, what about the other half of the inflation difference? As I said, I’ve been down various rabbit holes, and I still don’t have an explanation. But I may have been searching for too much precision. After all, reported inflation rates are significantly different within the euro area, with Germany’s about a point and a half above France’s and Italy’s. There might be real economic reasons for these differences, but how much is just statistical noise?

At one point in his magnum opus, “The General Theory of Employment, Interest and Money,” John Maynard Keynes remarked that “to say that net output today is greater, but the price level lower, than 10 years ago or one year ago is a proposition of a similar character to the statement that Queen Victoria was a better queen but not a happier woman than Queen Elizabeth — a proposition not without meaning and not without interest, but unsuitable as material for the differential calculus.” Keynes was actually making a dubious case for measuring everything in wage units, but I’ve always cited that line as a caution about taking economic measures too seriously.

In the case of inflation, I’d say that the moral of the story is not to dwell too much on international differences in the latest print. The important point is that we’ve seen broadly similar inflation surges in many countries. Which tells you that what’s happening in the United States isn’t mainly about policy.

 

Quanto è globale l’inflazione?

Di Paul Krugman

 

Mercoledì, l’Ufficio delle Statistiche del Lavoro ha annunciato che i prezzi al consumo negli Stati Uniti nell’anno passato sone cresciuti del 6,2 per cento. I critici della Amministrazione Biden si sono avventati sul rapporto come i giocatori di pallone quando si ammucchiano su una palla sfuggita. Ma l’inflazione alta secondo i riferimenti recenti (quello a cui stiamo assistendo è niente al confronto degli anni ’70 o degli anni ’40), riflette un fallimento della politica statunitense? O è persino un fenomeno unicamente americano?

Si dà il caso che Eurostat, l’agenzia statistica dell’Unione Europea, abbia rilasciato una stima istantanea – ovvero, una stima preliminare basata su dati incompleti – sull’inflazione annuale nell’area euro. Come il rapporto statunitense, questa stima ha mostrato che l’inflazione sta raggiungendo un livello molto più elevato di quello a cui siamo abituati. Ma il tasso di inflazione europeo, al 4,1 per cento, era sensibilmente più basso del tasso statunitense.

Ci sono due modi per guardare ai confronti tra Stati Uniti ed Europa. Dovremmo concentrarci sulle somiglianze o sulle differenze?

Ebbene, ho speso buona parte dei due giorni passati ad esplorare vari luoghi reconditi [1] nel tentativo di comprendere perché l’inflazione europea sia più bassa ed ho finito per concludere che, nell’esperienza dell’inflazione, dovremmo principalmente interrogare le somiglianze. Non intendo annoiarvi con i vicoli ciechi che ho esplorato. Piuttosto, consentitemi di darvi un quadro generale.

Ecco l’inflazione dei prezzi al consumo su base annua negli Stati Uniti e nell’area euro a partire dal 2017. Nel caso che vi stiate chiedendo la ragione della linea tratteggiata alla fine, i dati economici della Federal Reserve non comprendono stime istantanee, quindi ho esteso la linea dell’euro per riflettere questo:

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Più in alto e distante. Fonte: FRED [2]

Come potete vedere, l’inflazione si è impennata su entrambe le sponde dell’Atlantico. Adesso è più alta negli Stati Uniti, ma potete anche notare che questo è normale: l’inflazione americana regolarmente procede sopra l’inflazione auropea. Verrò su questo aspetto tra un attimo.

È anche utile osservare una nazione europea in particolare: la Germania. I tedeschi sono notoriamente ostili all’inflazione (in gran parte a causa di una memoria storica selettiva – tutti conoscono l’inflazione del 1923, mentre molti meno conoscono la deflazione che portò al potere Hitler). Essi non si sono neppure impegnati in una spesa su larga scala per promuovere la ripresa dalla pandemia del Covid; non c’è stato alcun equivalente del Programma Americano di Salvataggio dell’Amministrazione Biden. Tuttavia la Germania ha visto salire l’inflazione e, di fatto, ha il più alto tasso di inflazione tra le maggiori economie dell’area euro, al 4,6 per cento:

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[3]

Anche la Germania. Fonte: FRED

Perché è cresciuta l’inflazione europea? Per le stesse ragioni per la quali è più alta qua. I prezzi dei generi alimentari e dell’energia, che sono stabiliti sui mercati mondiali, sono cresciuti bruscamente dappertutto. L’interazione tra una incostante ripresa economica e i perduranti effetti della pandemia ha portato a vasti problemi nelle catene dell’offerta. Di fatto, i risultati di un sondaggio della Banca Centrale Europea sembrano considerevolmente simili alla discussione nel Libro Grigio della Federal Reserve.

Ma perché l’inflazione europea è due punti inferiore all’inflazione qua da noi?

In parte, certamente, la risposta è che l’Europa è partita da una base più bassa – cioè, prima della pandemia l’inflazione di fondo in Europa era più bassa. Questo è particolarmente chiaro se si osserva l’inflazione ‘sostanziale’ [4], eliminando i prezzi volatili dei generi alimentari e dell’energia:

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L’inflazione in Europa è sempre stata bassa. Fonte: FRED

L’inflazione in Europa è partita [5] all’incirca con un punto percentuale più basso degli Stati Uniti, e quella differenza pesa per circa la metà della attuale differenza di inflazione. È anche importante osservare che la bassa inflazione nell’area euro prima della pandemia era una cosa negativa: c’è un generale consenso tra gli economisti che le autorità finanziarie dovrebbero darsi un obbiettivo in qualche modo positivo di inflazione, almeno del 2 per cento, per avere spazio nel taglio dei tassi di interesse nelle recessioni. L’inflazione europea è stata bassa perché le autorità politiche europee sono state regolamente troppo conservatrici.

Eppure, cosa si può dire dell’altra metà del differenziale di inflazione? Come ho detto, mi sono addentrato in molti luoghi reconditi e non ho ancora una spiegazione. Ma forse mi sto proponendo troppa precisione. Dopo tutto, i tassi di inflazione riferiti sono significativamente diversi all’interno dell’area euro, con quelli della Germania che sono ad un punto e mezzo sopra quelli della Francia e dell’Italia. Ci potrebbero essere reali ragioni economiche per queste differenze, ma quanto esse dipendono soltanto da frastuono statistico?

In un punti del suo capolavoro, “La Teoria Gnerale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, John Maynard Keynes osservava che “dire che la produzione netta è oggi più grande, ma il livello dei prezzi più basso, di dieci anni fa o di un anno fa è una affermazione che ha caratteristiche simili a quella secondo la quale la Regina Vittoria era una migliore regina della Regina Elisabetta, ma era una donna meno felice – una affermazione non senza significato e senza interesse, ma inadatta per il calcolo differenziale”. Keynes stava avanzando in effetti un argomento dubitativo per la misurazione di tutto in unità salariali, ma io ho sempre citato quella frase nel senso di un ammonimento a non prendere troppo sul serio le misurazioni economiche.

Nel caso dell’inflazione, direi che la morale della storia è quella di non rimuginare troppo sugli ultimissimi rapporti sulle differenze internazionali. Il punto importante è che stiamo assistendo in molti paesi a impennate di inflazione generalmente simili. Il che ci dice che quello che sta accadendo negli Stati Uniti non riguarda principalmente la politica.

 

 

 

 

 

[1] È un modo per tradurre le “buche del coniglio” nel testo, che alludono alla favola di Carroll “Alice nel paese delle meraviglie”.

[2] La linea celeste si riferisce all’inflazione statunitense, quella rossa all’iflazione europea.

[3] Sempre celeste il dato degli USA, rosso quello della Germania.

[4] Sul significato di “headline inflation” e di “core inflation”, vedi le Note sulla Traduzione.

[5] Il riferimento è alle tabelle utilizzate, che partono dal 2017.

 

 

 

Come può essere mal percepita una espansione, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 9 novembre 2021)

novembre 13, 2021

 

Nov. 9, 2021

The Making of a Feel-Bad Boom

By Paul Krugman

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By the usual measures, the U.S. economy has been booming this year. Employment has risen by more than five million since January; a record number of Americans say this is a good time to find a quality job, a sentiment reflected in the willingness of an unprecedented number of workers to quit (yes, high quit rates are a good sign).

Yet Americans are, or say they are, pessimistic about the economic situation. For example, here’s the widely cited Michigan index of consumer sentiment, which has slid to a level not seen since the depths of the pandemic slump:

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Feeling gloomy.Credit…University of Michigan

How can people be feeling so bad about a seemingly good economy?

One answer is that Americans are upset about inflation and disrupted supply chains. And that’s surely true. But I’d suggest that it’s only part of the story — that to an important extent, when you ask people about the state of the economy, their replies don’t necessarily reflect their actual experience. Instead, they respond based on what they imagine is happening to other people, a perception that can be shaped by news reports and their own political leanings.

That is, I’m suggesting that public views about the economy are a bit like public views on crime, which many people said was rising even when it was steadily falling.

OK, I don’t want to go all Phil Gramm here. For those who don’t get the reference, Gramm, a former congressman, was an adviser to John McCain during the 2008 presidential campaign, and he made waves by dismissing concerns about the economy. We were, he insisted, only in a “mental recession” and had become a “nation of whiners.”

So for the record, inflation is indeed high by recent standards and supply-chain issues are real, although often overstated. (Retailers are hiring furiously for the holiday season, suggesting that they expect to have plenty to sell.)

Still, when you look into consumer surveys, you find that answers to the question “How is the economy doing?” don’t necessarily track with answers to the question “How are you doing?”

Here’s what the Michigan survey found when it asked people to compare their current financial situation with their situation five years ago; numbers greater than 100 mean improvement. That number has slid a bit since the beginning of this year, but it’s still quite high — in fact, as high as the average for 2019, when the Trump administration was boasting nonstop about the economy:

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I’m OK, you’re not.Credit…University of Michigan

Other surveys find similar results. For example, Langer Research Associates breaks its Consumer Confidence Index into components; the number for “personal finances” is far higher than the number for “national economy”:

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Personal experience versus perceptions.Credit…Langer Research Associates

So Americans, while legitimately troubled by inflation, are feeling pretty good about their own financial situation; their downbeat economic assessment involves a belief that bad things are happening to other people. Where does that belief come from?

To some extent public perceptions may have been shaped by widespread media coverage of preliminary economic reports that suggested a struggling economy. After revisions, the data look much better — most notably, soft preliminary employment numbers for August and September received many headlines, while it’s a good bet that few Americans are aware of later revisions that added more than 200,000 jobs.

And some news organizations have been doing all they can to convey the impression of a troubled economy, whatever the reality. As I suggested, while supply-chain issues are real, their impact is often overstated; empty shelves are actually fairly rare. That, presumably, is why Fox News and Newsmax have been running segments about the Biden economy featuring photos of empty shelves that were taken last year or in other countries.

Which brings me to the effects of partisanship. Republicans and Democrats share the same economy, but their responses to surveys about that economy’s condition are very different. After Donald Trump’s still-not-acknowledged electoral defeat, Republicans turned hugely more negative on the economy, while Democrats turned somewhat more positive:

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The economy through partisan glasses.Credit…University of Michigan

So why do Americans feel bad about a seemingly booming economy? Inflation and shortages of some goods are real issues, but much of the economic discontent seems to be based on news reports and partisan leanings, that is, it’s disconnected from personal experience.

This has important implications, among other things, for the politics of economic policy. The economy is likely to get considerably better over the months ahead as the pandemic subsides and snarls in the supply chain get worked out. But there is no guarantee that the American public will even notice these gains. If the Biden administration wants to turn perceptions around, an objectively good economy won’t be enough; the good news will have to be sold, hard.

 

Come può essere mal percepita una espansione,

di Paul Krugman

 

Secondo i criteri consueti, quest’anno l’economia statunitense è stata in espansione. L’occupazione è cresciuta di più di cinque milioni da gennaio; un numero record di americani dice che questo è un buon periodo per trovare un posto di lavoro di qualità, una sensazione che si è riflessa nella disponibilità di un numero senza precedenti di lavoratori di lasciare il proprio posto di lavoro (è così, alti tassi di abbandoni sono un buon segno [1]).

Tuttavia gli americani sono, o dicono di essere, pessimisti sulla situazione economica. Ad esempio, ecco l’ampiamente citato indice [dell’Università del] Michigan sulle opinioni dei consumatori, che è sceso ad un livello mai visto dal momento più intenso della recessione pandemica:

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Sensazione di pessimismo. Fonte: Università del Michigan

Come possono le persone sentirsi così avvilite per una economia apparentemente buona?

Una risposta è che gli americani sono turbati dall’inflazione e dai blocchi nelle catene dell’offerta. E questo è sicuramente vero. Ma suggerirei che questa è solo una parte della spiegazione – considerato che, in una importante misura, quando si interrogano le persone sullo stato dell’economia, le loro risposte non riflettono necessariamente la loro esperienza effettiva. Piuttosto, essi rispondono basandosi su quello che immaginano stia accadendo ad altre persone, una percezione che può essere determinata dai resoconti dei notiziari e dalle loro stesse inclinazioni politiche.

Ovvero, quello che sto suggerendo è che i punti di vista dell’opinione pubblica possono essere un po’ simili ai punti di vista dell’opinione pubblica sui crimini, che molte persone dicevano in crescita anche quando stavano regolarmente calando.

Va bene,  adesso non voglio finire all’eccesso di Phil Gramm. Per coloro che non intendono il riferimento, Gramm, un passato congressista, fu un consigliere di John McCain durante la campagna presidenziale del 2008, che fece parlare di sé per il suo rigetto di ogni preoccupazione sull’economia. Lui ribadiva che eravamo soltanto in una “recessione mentale” e che eravamo diventati una “nazione di piagnoni”.

Dunque, per la cronaca, l’inflazione è effettivamente elevata nei confronti recenti e i problemi delle catene dell’offerta sono reali, sebbene spesso sopravvalutati (i venditori al dettaglio stanno facendo assunzioni frenetiche per il periodo delle vacanze, indicando che si aspettano di avere un sacco di vendite).

Tuttavia, quando si osservano i sondaggi sui consumatori, si scopre che le risposte alla domanda “Come sta andando l’economia?” non sono necessariamente coerenti con le risposte alla domanda “Come state andando voi?”.

Ecco quello che il sondaggio Michigan ha scoperto quando ha chiesto alle persone di confrontare la loro attuale situazione finanziaria con quella di cinque anni fa; i numeri che vanno oltre il 100 significano un miglioramento. Quel numero è slittato un po’ dagli inizi quest’anno, ma è ancora abbastanza elevato – di fatto, elevato quanto la media del 2019, quando l’Amministrazione Trump si vantava a non finire per l’economia:

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A me va bene, a voi no. Fonte: Università del Michigan.

Altri sondaggi scoprono risultati simili. Ad esempio, quello di Langer Reasearch Associates separa il suo Indice della Fiducia dei Consumatori in componenti; il dato relativo alle “finanze personali” è assai più alto di quello relativo alla “economia nazionale”:

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L’esperienza personale a confronto delle percezioni. Fonte: Langer Research Associates.

[2]

Dunque, gli americani mentre sono legittimamente preoccupati per l’inflazione, hanno sensazioni abbastanza positive sulla loro situazione finanziaria personale; il loro giudizio negativo sull’economia riguarda il convincimento che le cose negative stiano accadendo agli altri. Da dove viene questo convincimento?

In qualche misura le sensazioni pubbliche possono essere ispirate dai resoconti generali dei media sui rapporti economici preliminari che indicavano un’economia in difficoltà. A seguito delle revisioni, i dati appaiono molto migliori – il più significativo, i leggeri dati preliminari sull’occupazione ad agosto e a settembre hanno ottenuto molti titoli dei giornali, mentre si può scommettere che pochi americani siano consapevoli delle successive revisioni che hanno aggiunto più di 200 mila posti di lavoro.

E molte associazioni dei media stanno facendo tutto il possibile per indirizzare verso l’impressione di una economia in difficoltà, a prescindere dalla realtà. Come ho suggerito, mentre i problemi delle catene dell’offerta sono reali, il loro impatto è spesso sovrastimato; gli scaffali vuoti sono effettivamente abbastanza rari. Quella, presumibilmente, è la ragione per la quale Fox News e Newsmax stanno pubblicando servizi sull’economia di Biden mostrando fotografie di scaffali vuoti che sono state prese l’anno passato in altri paesi.

Il che mi porta agli effetti della faziosità. Repubblicani e democratici condividono la medesima economia, ma le loro risposte ai sondaggi sulle condizioni dell’economia sono molto diverse. Dopo la sconfitta elettorale ancora non ammessa di Donald Trump, i repubblicani sono diventati assai più pessimisti sull’economia, mentre i democratici sono diventati un po’ più ottimisti.

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L’economia attraverso occhiali di parte. Fonte: Università del Michigan.

[3]

Dunque, perché gli americani sono pessimisti su quella che sembra una economia in forte espansione? L’inflazione e le scarsità di alcuni beni sono problemi reali, ma molta scontentezza sull’economia sembra basarsi sui resoconti dei notiziari e sulle tendenze di parte, cioè, è disconnessa dalla esperienza personale.

Questo ha implicazioni importanti, tra l’altro, per la politica della conduzione dell’economia. L’economia è probabile diventi considerevolmente migliore nei prossimi mesi, quando la pandemia recederà e quando il groviglio delle catene dell’offerta si risolverà. Ma non c’è alcuna garanzia che l’opinione pubblica americana neppure si accorga di questi vantaggi. Se l’Amministrazione Biden vuole capovolgere le percezioni, una economia obiettivamente migliore non sarà sufficiente; le buone notizie dovranno essere rivendute, con decisione.

 

 

 

 

 

[1] Nel senso, ovviamente, che indicano fiducia nella possibilità di trovare nuovi posti di lavoro migliori.

[2] Le risposte sulle “finanze personali” sono mostrate dalla linea viola e sono di circa 20 punti più alte di quelle sull’economia nazionale, con la linea celeste (anche se sono anche più alte della voce “clima degli acquisti” – linea arancione – che non si capisce esattamente a cosa si riferisca).

[3] La tabella, che indica le “percezioni” secondo la appartenenza a diversi partiti, è chiara. I repubblicani sono i rossi, i democratici i blu, secondo la nota tradizione statunitense.  I grigi sono gli indipendenti.

 

 

 

La Grande Dismissione è un Grande Ripensamento? Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 5 novembre 2021)

novembre 9, 2021

 

Nov. 5, 2021

Is the Great Resignation a Great Rethink?

By Paul Krugman

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Life is full of surprises. But there are surprises, and then there are surprises.

What I mean is that most of the time, when something you weren’t anticipating happens, you quickly realize that it’s something you could and maybe even should have seen coming, at least as a possibility. Of course air traffic control delays caused me to miss my connection. Or, to take an economistic example, few anticipated the 2008 financial crisis, but once it happened economists realized that it fit right into both their theoretical frameworks and historical patterns.

Sometimes, however, events take a turn that leaves you wondering what’s going on even after the big reveal.

Right now the U.S. economy is experiencing a very old-fashioned bout of inflation, with too much money chasing too few goods. That is, booming demand has collided with constrained supply, so prices are rising.

But there are really two kinds of supply constraint out there, and some are more comprehensible than others.

Not many people anticipated the now famous supply-chain issues — the ships steaming back and forth waiting to be unloaded, the parking lots stacked high with containers and the warehouses that have run out of room. But once they began happening, those issues made perfect sense. Consumers who were afraid to buy services — to eat out, to go to the gym — compensated by buying lots of stuff, and the logistical system couldn’t handle the demand.

On the other hand, the Great Resignation — the emergence of what look like labor shortages even though employment is still five million below its prepandemic level, and even further below its previous trend — remains somewhat mysterious.

Unlike the “skills gap” invoked to explain persistent unemployment after the 2008 crisis, this time labor shortages seem to be real. Workers are quitting at record rates, an indication that they feel confident about finding new jobs. Wages are growing at rates normally associated with the peak of a boom. So workers are clearly feeling empowered, even though many fewer Americans are employed than in the past. Why?

Earlier this year many people insisted that enhanced unemployment benefits were reducing the incentive to accept jobs. But those extra benefits were eliminated in many states as early as June, and nationally in early September; this cutoff doesn’t seem to have had any measurable effect on employment or labor force participation.

Another story, which is harder to refute, says that the extensive aid families received during the pandemic left many with more cash on hand than usual, giving them the financial space to be choosier about their next job.

A less upbeat story says that some employees are still afraid to go back to work, and/or that many can’t go back to work because their child care arrangements are still disrupted.

But there’s at least one more possibility (these things aren’t mutually exclusive): The experience of the pandemic may have led many workers to explore opportunities they wouldn’t have looked at previously.

I’d been thinking vaguely along these lines, but Arindrajit Dube, who has been one of my go-to labor economists throughout this pandemic, recently put it very clearly. As he says, there’s considerable evidence that “workers at low-wage jobs [have] historically underestimated how bad their jobs are.” When something — like, say, a deadly pandemic — forces them out of their rut, they realize what they’ve been putting up with. And because they can learn from the experience of other workers, there may be a “quits multiplier” in which the decision of some workers to quit ends up inducing other workers to follow suit.

I like this story, in part because it dovetails with one of the main discoveries of behavioral economics — namely, that people have a strong status quo bias. That is, they tend to keep doing what they were doing even when there might be much better alternatives. Famously, workers are far more likely to enroll in retirement plans when they have to check a box to opt out than when they have to check a box to opt in. Checking that box costs nothing, yet many people will fail to take advantage of a good deal unless enrollment is automatic.

So I can easily believe that there were many workers who should have quit their lousy jobs in, say, 2019, but didn’t because they weren’t really considering the alternatives. And it’s at least possible that the disruptions of the pandemic led to a great rethink.

Of course, we don’t know this. But if that’s part of what’s happening, it’s actually a good thing — a small silver lining to the horrors of Covid-19.

 

La Grande Dismissione è un Grande Ripensamento?

Di Paul Krugman

 

La vita è piena di sorprese. Ma c’è sorpresa e sorpresa.

Quello che intendo è che la maggior parte delle volte, quando accade qualcosa che non avevate previsto, c’è qualcosa che rapidamente comprendete avreste potuto e forse persino dovuto prevedere, almeno come possibilità. Ovviamente, i ritardi derivanti dal controllo del traffico aereo mi fanno perdere una coincidenza. Oppure, per fare un esempio tratto dall’economia, in pochi previdero la crisi finanziaria del 2008, ma una volta che avvenne gli economisti compresero che si adattava perfettamente sia ai loro schemi teorici che ai loro modelli storici.

Talvolta, tuttavia, gli eventi prendono una piega che vi lascia col dubbio di cosa stia succedendo persino dopo la loro chiara manifestazione.

In questo momento l’economia statunitense sta conoscendo un periodo di inflazione del tutto vecchio stile, con troppi soldi che inseguono troppo pochi beni.  Ovvero, la domanda in espansione è i collisione con una offerta limitata, dunque i prezzi stanno crescendo.

Ma in realtà in giro ci sono due tipi di limitazione dell’offerta, e alcuni sono più comprensibili degli altri.

Non in molti avevano previsto i temi adesso ben noti delle catene dell’offerta – le navi che vanno avanti e indietro in attesa di essere scaricate, i parcheggi accatastati con container l’uno sopra l’altro e i magazzini che hanno esaurito lo spazio. Ma al momento che cominciano ad avvenire, queste faccende hanno perfettamente senso. I consumatori che erano spaventati ad acquistare servizi – a mangiar fuori, ad andare in palestra – hanno compensato acquistando grandi quantità di oggetti, e il sistema della logistica non ha potuto gestire la domanda.

D’altra parte, la Grande Dismissione [1] – l’emergenza alla quale somigliano le scarsità di lavoro anche se l’occupazione è ancora sotto di cinque milioni rispetto al livello pre pandemico, e persino ulteriormente sotto la sua precedente tendenza – resta qualcosa di misterioso.

Diversamente dal “deficit di competenze” invocato per spiegare la persistente disoccupazione dopo la crisi del 2008, questa volta le scarsità di lavoro sembrano reali. I lavoratori dismettono i loro posti di lavoro a tassi record, una indicazione del fatto che si sentono fiduciosi di trovare nuove occupazioni. I salari stanno crescendo a tassi che normalmente vengono associati con il picco di una espansione. Dunque i lavoratori chiaramente si sentono più forti, anche se sono occupati molti americani in meno del passato. Perché?

Agli inizi di quest’anno molti insistevano che i migliorati sussidi di disoccupazione stavano riducendo gli incentivi ad accettare posti di lavoro. Ma quei sussidi sono stati eliminati in molti Stati agli inizi di giugno, e nazionalmente agli inizi di settembre; questa scadenza non sembra aver avuto alcun effetto misurabile sull’occupazione o sulla partecipazione alla forza lavoro [2].

Un’altra spiegazione, che è più difficile da confutare, dice che i vasti aiuti che le famiglie hanno ricevuto durante la pandemia hanno lasciato molti con maggiore contante a disposizione del solito, dando ad essi il margine finanziario per essere più esigenti sulla loro prossima occupazione.

Una spiegazione meno ottimistica afferma che alcuni occupati hanno ancora timore di tornare al lavoro, e/o che molti non possono tornare al lavoro perché le loro soluzioni nell’assistenza dei figli sono ancora non funzionanti.

Ma c’è almeno un’altra possibilità (queste spiegazioni non si escludono reciprocamente): l’esperienza della pandemia può avere indotto molti lavoratori ad esplorare opportunità alla quali non avrebbero guardato in precedenza.

Stavo ragionando vagamente in questi termini, ma Arindrajit Dube, che nel corso di questa pandemia è stato uno dei miei economisti del lavoro di riferimento, l’ha espressa di recente molto chiaramente. Come lui afferma, ci sono prove considerevoli che “i lavoratori con bassi salari [hanno] storicamente sottovalutato quanto fossero scadenti i loro posti di lavoro”. Quando qualcosa – ad esempio una pandemia letale – li costringe ad uscire dalla loro routine, essi comprendono cosa stanno sopportando. E poiché possono imparare dall’esperienza di altri lavoratori, ci può essere una sorta di “moltiplicatore delle dismissioni” per il quale la decisione di alcuni lavoratori di dimettersi finisce con l’indurre altri lavoratori a seguirli.

Questa spiegazione mi soddisfa, in parte perché essa si adatta bene ad una delle principali scoperte dell’economia comportamentale – precisamente, che le persone hanno una forte tendenza allo status quo. Ovvero, essi continuano a fare quello che stavano facendo anche se potevano esserci alternative molto migliori. Notoriamente, i lavoratori è molto più probabile che aderiscano a programmi di pensionamento quando devono selezionare una casella per annullare un adesione piuttosto che quando devono selezionarne una per parteciparvi. Selezionare quella casella non costerebbe niente, tuttavia molte persone rinunciano a trarre vantaggio da una buona soluzione a meno che l’iscrizione non sia automatica.

Dunque, non faccio fatica a credere che ci siano molti lavoratori che avrebbero dovuto dismettere i loro miseri posti di lavoro, ad esempio, nel 2019, ma non l’hanno fatto perché non stavano realmente valutando le alternative. Ed è almeno possibile che le turbative della pandemia abbiano indotto ad un grande ripensamento.

Naturalmente, questo non possiamo saperlo. Ma se questo è in parte ciò che sta accadendo, è effettivamente una cosa positiva – un piccolo risvolto positivo degli orrori del Covid-19.

 

 

 

 

[1] Mi sembra la traduzione preferibile. Tradurre con “Grande Dimissione” in riferimento al fenomeno dei lavoratori che esitano o rifiutano di tornare nei posti di lavoro precedenti la pandemia, sarebbe un po’ incomprensibile, oltre al fatto che spesso dai posti di lavoro che si tende ad evitare non ci si è dimessi (magari si è stati licenziati durante la pandemia e adesso si rifiutano, quando sono nuovamente disponibili). In realtà sono aree di occupazione che vengono “dismesse” o perché si considerano logoranti, o perché si vorrebbero salari migliori, o perché si è vicini al pensionamento.

[2] Il tasso di partecipazione alla forza lavoro indica, almeno nelle statistiche americane, la percentuale delle persone che lavorano o che stanno attivamente cercando lavoro, sulla popolazione civile (esclusi i cosiddetti ‘istituzionalizzati’, ovvero i degenti in ospedali, casa di cura e carceri).

 

 

 

Su Elon Musk e sul pericoloso potere dei miliardari insicuri, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 2 novembre 2021)

novembre 5, 2021

 

Nov. 2, 2021

On Elon Musk and the Dangerous Power of Insecure Billionaires

By Paul Krugman

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Elon Musk doesn’t think visionaries like him should pay taxes the way little people do. After all, why hand over his money to dull bureaucrats? They’ll just squander it on pedestrian schemes like … bailing out Tesla at a crucial point in its development. Musk has his sights set on more important things, like getting humanity to Mars to “preserve the light of consciousness.”

Billionaires, you see, tend to be surrounded by people who tell them how wonderful they are and would never, ever suggest that they’re making fools of themselves.

But don’t you dare make fun of Musk. Billionaires’ money gives them a lot of political clout — enough to block Democratic plans to pay for much-needed social spending with a tax that would have affected only a few hundred people in a nation of more than 300 million. Who knows what they might do if they think people are snickering at them?

Still, the determined and so far successful opposition of incredibly wealthy Americans to any effort to tax them like normal people raises a couple of questions. First, is there anything to their insistence that taxing them would deprive society of their unique contributions? Second, why are people who have more money than anyone can truly enjoy so determined to keep every penny?

On the first question, there’s an enduring claim on the right that taxing billionaires will discourage them from doing all the wonderful things they do. For example, Mitt Romney has suggested that taxing capital gains will cause the ultrawealthy to stop creating jobs and buy ranches and paintings instead.

But is there any reason to believe that taxation will cause the rich to go Galt, and deprive us of their genius?

For the uninitiated, “going Galt” is a reference to Ayn Rand’s “Atlas Shrugged,” in which taxes and regulation induce wealth creators to withdraw to a hidden stronghold, causing economic and social collapse. Rand’s magnum opus was, as it happens, published in 1957, during the long aftermath of the New Deal, when both parties accepted the need for highly progressive taxation, strong antitrust policy and a powerful union movement. The book can therefore in part be seen as a commentary on the America of Harry Truman and Dwight Eisenhower, an era during which corporate taxes were more than twice as high as they are now and the top personal tax rate was 91 percent.

So, did the productive members of society go on strike and paralyze the economy? Hardly. In fact, the postwar years were a time of unprecedented prosperity; family incomes, adjusted for inflation, doubled over the course of a generation.

And in case you’re wondering, the wealthy didn’t manage to dodge all of the taxes being imposed. As a fascinating 1955 Fortune article documented, corporate executives really had come way down in the world compared with their prewar status. But somehow they continued to do their jobs.

OK, so the superrich won’t go on strike if forced to pay some taxes. But why are they so concerned about taxes anyway?

It’s not as if having to cough up, say, $40 billion would have any visible impact on the ability of an Elon Musk or Jeff Bezos to enjoy life’s pleasures. True, many very wealthy people seem to consider moneymaking a game, in which the goal is to outperform their rivals; but standings in that game wouldn’t be affected by a tax all the players have to pay.

What I suspect, although I can’t prove it, is that what really drives someone like Musk is an insecure ego. He wants the world to acknowledge his unequaled greatness; taxing him like a “$400,000-a-year working Wall Street stiff” (my favorite line from the movie “Wall Street”) would suggest that he isn’t a unique treasure, that maybe he indeed doesn’t deserve everything he has.

I don’t know how many people remember “Obama rage,” the furious Wall Street backlash against President Barack Obama. While it was partly a response to real changes in tax and regulatory policy — Obama did, in fact, significantly raise taxes at the top — what really rankled financiers was their sense of having been insulted. Why, he even called some of them fat cats!

Are the very rich pettier than the rest of us? On average, probably yes — after all, they can afford it, and the courtiers and flatterers attracted by huge fortunes surely make it harder to keep one’s perspective.

The important point, however, is that the pettiness of billionaires comes along with vast power. And the result is that all of us end up paying a steep price for their insecurity.

 

Su Elon Musk e sul pericoloso potere dei miliardari insicuri,

di Paul Krugman

 

Elon Musk pensa che i visionari come lui non dovrebbero pagare le tasse come le pagano le persone comuni. Dopo tutto, perché scucire il loro denaro a noiosi burocrati? Loro lo scialacqueranno in operazioni mediocri come … il salvataggio di Tesla in un momento cruciale del suo sviluppo [1]. Musk ha di mira cose più importanti, come portare l’umanità su Marte per “conservare la luce della coscienza”.

Vedete, i miliardari tendono a circondarsi di persone che gli dicono quanto sono meravigliosi e che non gli suggerirebbero, mai e poi mai, che si stanno rendendo ridicoli.

Eppure, non osate prendere in giro Musk. I soldi dei miliardari conferiscono loro un grande prestigio politico – sufficiente a bloccare i programmi dei democratici per finanziare la spesa sociale indispensabile con una tassa che avrebbe interessato poche centinaia di persone in una nazione di trecento milioni di abitanti. Chissà cosa potrebbero fare se pensassero che le persone stanno sogghignando su di loro?

Tuttavia, la determinata e sinora riuscita opposizione degli americani incredibilmente ricchi ad ogni tentativo di tassarli come persone normali solleva un paio di domande. La prima, c’è un qualche fondamento nella loro insistenza che tassarli priverebbe la società dei loro insostituibili contributi? La seconda, perché le persone che hanno più denaro di tutti riescono sinceramente e con tanta determinazione a godere nel tenersi ogni centesimo?

Sulla prima domanda, c’è a destra una pretesa intramontabile secondo la quale tassare i miliardari li scoraggerebbe dal fare tutte le cose magnifiche che fanno. Ad esempio, Mitt Romney ha suggerito che tassare i profitti da capitale comporterebbe che gli ultra ricchi smetterebbero di creare posti di lavoro, acquistando invece villette e dipinti.

Ma c’è qualche ragione per credere che la tassazione spingerebbe i ricchi ad andare con Galt [2] e ci priverebbe del loro genio?

Per i non iniziati, “andare con Galt” è un riferimento alla “Rivolta di Atlante” di Ayn Rand, nel quale le tasse e i regolamenti inducono i creatori di ricchezza a ritirarsi in una fortezza nascosta, provocando il collasso economico e sociale. Il libro principale della Rand, si dà il caso, venne pubblicato nel 1957, durante il lungo periodo successivo al New Deal, quando entrambi i partiti accettavano la necessità di una tassazione altamente progressiva, di una forte politica contro i trust e di un potente movimento sindacale. Il libro di conseguenza può essere considerato come una testimonianza sull’America di Harry Truman e Dwight Eisenhower, un’epoca durante la quale le tasse sulle società erano più del doppio di oggi e le aliquote sulle tasse personali dei più ricchi erano al 91 per cento.

Dunque, i membri produttivi della società andarono in sciopero e paralizzarono l’economia? Niente affatto. In realtà, gli anni postbellici furono un tempo di prosperità senza precedenti; i redditi dele famiglie, corretti per l’inflazione, raddoppiarono nel corso di una generazione.

E, nel caso ve lo stiate chiedendo, i ricchi non riuscivano ad eludere tutte le tasse che venivano imposte. Come documentava un affascinante articolo di Fortune del 1955, i dirigenti delle società dovettero per davvero scendere un bel po’ in basso nel mondo rispetto alla loro condizione nel periodo prebellico. Ma proseguirono comunque a fare il loro lavoro.

Dunque, i super ricchi non andranno in sciopero se saranno costretti a pagare un po’ di tasse. Ma perché sono comunque così preoccupati dalla tasse?

Non dipende dal fatto che dover sborsare, diciamo, 40 miliardi di dollari avrebbe un qualche effetto visibile sulla possibilità degli Elon Musk e degli Jeff Bezos di godere dei piaceri della vita. È vero, molte persone molto ricche sembrano considerino il far soldi come una partita, nella quale l’obbiettivo è avere prestazioni migliori dei loro rivali; ma il loro prestigio in quella partita non sarebbe influenzato da una tassa che tutti i giocatori dovrebbero pagare.

Quello che io sospetto, sebbene non possa addurre prove, è che quello che davvero guida persone come Musk è un ego insicuro. Egli vuole che il mondo riconosca la sua ineguagliata grandezza; tassandolo come  “uno che lavora duramente a Wall Street per 400 mila dollari all’anno” (la mia frase favorita dal film “Wall Street”) indicherebbe che egli non è una fortuna irripetibile, che forse in effetti non merita tutto quello che ha.

Io non so quanti ricordino la “rabbia contro Obama”, la furiosa reazione di Wall Street contro il Presidente Barack Obama. Se essa fu in parte una risposta a cambiamenti reali nella politiche fiscale e dei regolamenti – Obama decise, nei fatti, aumenti significativi delle tasse per i più ricchi – quello che veramente irritò gli uomini della finanza fu la sensazione di essere stati insultati. Ma come, li chiamò persino “gatti grassi” [3]!

Le persone molto ricche sono più meschine di tutti noi? In media, probabilmente sì – dopo tutto, possono permetterselo, e i cortigiani e gli adulatori attratti dalle grandi fortune sicuramente rendono più difficile mantenere i propri nervi saldi.

Il punto importante, tuttavia, è che la meschinità dei miliardari va di pari passo con il loro grande potere. E la conseguenza è che tutti noi finiamo col pagare un prezzo salato per la loro insicurezza.

 

 

 

 

 

[1] Altre volte Krugman ha ricordato – a dire il vero come titolo di merito – che le misure di Obama servarono anche a scongiurare un collasso di Tesla, che da allora ebbe un successo ininterrotto.

[2] Nel libro sacro del libertarismo americano, La rivolta di Atlante di Ayn Rand, Galt è un ingegnere geniale, che intraprende una battaglia libertaria e capitalistica per una assoluta libertà di impresa e contro e regole della burocrazia, che alla fine si materializza in una fuga dalla società allo scopo di convincere tutti di quanto essi perdano dalla scomparsa dei capitalisti liberi di intraprendere. In questo progetto di isolamento, Galt fonda un città – una sorta di avveniristica Atlantide – nella quale vanno a vivere quelli come lui.

[3] Agli inizi della sua Presidenza, Obama definì i grandi magnati della finanza che durante la crisi ricevevano le loro gratifiche “gatti grassi”.

 

 

 

Un mondo che gira a vuoto, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 29 ottobre 2021)

novembre 3, 2021

 

Oct. 29, 2021

A World Running on Empty

By Paul Krugman

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It’s been a troubled few months on the economic front. Inflation has soared to a 28-year high. Supermarket shelves are bare, and gas stations closed. Good luck if you’re having problems with your home heating system: Replacing your boiler, which normally takes 48 hours, now takes two or three months. President Biden really is messing up, isn’t he?

Oh, wait. That inflation record was set not in America but in Germany. Stories about food and gasoline shortages are coming from Britain. The boiler replacement crisis seems to be hitting France especially hard.

And one major driver of recent inflation, in America and everywhere else, has been a spike in energy prices — prices that are set in world markets, on which any one country, even the United States, has limited influence. Donald Trump has been claiming that if he were president, gas would be below $2 a gallon. How exactly does he imagine he could achieve that, when oil is traded globally and America accounts for only about a fifth of the world’s oil consumption?

In other words, the problems that have been crimping recovery from the pandemic recession seem, by and large, to be global rather than local. That’s not to say that national policies are playing no role. For example, Britain’s woes are partly the result of a shortage of truck drivers, which in turn has a lot to do with the exodus of foreign workers after Brexit. But the fact that everyone seems to be having similar problems tells us that policy is playing less of a role than many people seem to think. And it does raise the question of what, if anything, the United States should be doing differently.

So why does the whole world seem to be running on empty?

Many observers have been drawing parallels with the stagflation of the 1970s. But so far, at least, what we’re experiencing doesn’t look much like that. Most economies have been growing, not shrinking; unemployment has been falling, not rising. While there have been some supply disruptions — Chinese ports have suffered closures as a result of Covid outbreaks, in March a fire at a Japanese factory that supplies many of the semiconductor chips used in cars around the world hit auto production, and so on — these disruptions aren’t the main story.

Probably the best parallel is not with 1974 or 1979 but with the Korean War, when inflation spiked, hitting almost 10 percent at an annual rate, because supply couldn’t keep up with surging demand.

Is demand really all that high? Real final sales (purchases for consumption or investment) in the United States hit a record high but are roughly back to the prepandemic trend. However, the composition of demand has changed. During the worst of the pandemic, people were unable or unwilling to consume services like restaurant meals, and they compensated by buying more stuff — consumer durables like cars, household appliances and electronics. At their peak, purchases of durable goods were an astonishing 34 percent above prepandemic levels; they’ve come down some but are still very high. Something similar seems to have happened around the world.

Meanwhile, supply has been constrained not just by clogged ports and chip shortages but also by the Great Resignation, the apparent reluctance of many workers to return to their old jobs. Like inflation and shortages of goods, this is an international phenomenon. Reports from Britain, in particular, sound remarkably like those from the United States: Large numbers of workers, especially older workers, appear to have chosen to stay at home and perhaps retire early after having been forced off their jobs by Covid-19.

While the problems may be global, the political fallout is local: Shortages and inflation are clearly hurting Biden’s approval rating. But what could or should U.S. policymakers be doing differently?

As I’ve already suggested, energy prices are largely out of U.S. control.

A few months ago, there were widespread claims that enhanced unemployment benefits were discouraging workers from accepting jobs. Many states rushed to cancel these benefits even before they expired at a national level in early September. But there has been no visible positive effect on labor supply.

Should current shortages inspire caution about Democratic spending plans? No. At this point, the Build Back Better agenda, if it happens at all, will amount to only about 0.6 percent of G.D.P. over the next decade, largely paid for by tax increases. It won’t be a significant inflationary force; if anything, more spending on infrastructure would help alleviate inflationary pressures over time.

Other things might help. I’ve argued in the past that vaccine mandates, by making Americans feel safer about going to work and buying services rather than goods, could play a role in unclogging supply chains.

What’s left? If inflation really starts to look as if it’s getting embedded in the economy, the Federal Reserve should head it off by tightening policy, eventually by raising interest rates. It’s important to realize, however, that raising rates too soon could turn out to be a big mistake, since the Fed won’t have much room to cut rates if demand weakens.

The most important point, however, may be not to overreact to current events. The fact that shortages and inflation are happening around the world is actually an indication that national policies aren’t the main cause of the problems. They are, instead, largely inevitable as economies try to restart after the epic disruptions caused by Covid-19. It will take time to sort things out — more time than most people, myself included, expected. But a frantic attempt to restore the status quo on inflation would do more harm than good.

 

Un mondo che gira a vuoto,

di Paul Krugman

 

Sono stati mesi difficili sul fronte economico. L’inflazione è schizzata al livello massimo da 28 anni. Gli scaffali dei supermercati sono spogli e le stazioni della benzina chiuse. Se state avendo problemi con i vostri sistemi di riscaldamento domestici, in bocca al lupo: sostituire il vostro boiler, che normalmente richiede 48 ore, ora richiede due o tre mesi. Il Presidente Biden davvero sta facendo un disastro, non è così?

Ma, un momento. Quel record di inflazione non si è verificato in America ma in Germania. I racconti sulle scarsità di cibo e di benzina vengono dall’Inghilterra. La crisi nella sostituzione delle caldaie sta colpendo con particolare serietà la Francia.

Ed uno dei maggiori fattori delle inflazione recente, in America e dappertutto, è stato un picco nei prezzi dell’energia – prezzi che sono stabilti nei mercati mondiali, sui quali ogni paese singolo, persino gli Stati Uniti, ha  influenza limitata. Donald Trump ha sostenuto che se fosse stato lui Presidente, la benzina sarebbe sotto i due dollari al gallone. Come si immagina che l’avrebbe ottenuto, quando il petrolio è scambiato globalmente e l’America pesa soltanto circa un quinto del consumo mondiale di petrolio?

In altre parole, i problemi che stanno ostacolando la ripresa dalla recessione pandemica sembrano essere, per la maggior parte, globali piuttosto che locali. Questo non significa che le politiche locali non stiano giocando alcun ruolo. Ad esempio, i guai dell’Inghilterra sono in parte il risultato di una scarsità di autotrasportatori, che a sua volta ha molto a che fare con l’esodo dei lavoratori stranieri dopo la Brexit. Ma il fatto che tutti sembrino avere problemi simili ci dice che la politica stia giocando un ruolo minore di quello che molti sembrano pensare. E ciò solleva la domanda di cosa, eventualmente, gli Stati Uniti avrebbero dovuto fare di diverso.

Dunque, perché il mondo intero sembra stia girando a vuoto?

Molti osservatori sono venuti tracciando paarallelismi con la stagflazione degli anni ’70. Ma, almeno sinora, quello che stiamo osservando non è affatto simile. La maggioranza delle economie stanno crescendo, non restringendosi; l’occupazione è venuta crescendo, non sta riducendosi; la disoccupazione sta calando, non è in crescita. Mentre ci sono state interruzioni dell’offerta – i porti cinesi hanno sofferto chiusure in conseguenza delle ondate di Covid, in marzo un incendio in una fabbrica giapponese che fornisce molti dei semiconduttori utilizzati nelle macchine in tutto il mondo ha colpito la produzione di veicoli, e via dicendo – queste turbative non rappresentano la spiegazione principale.

Probabilmente il migliore confronto non è con il 1974 o il 1979, ma con la Guerra Coreana, quando l’inflazione si impennò, toccando quasi un 10 per cento nel tasso annuale, perché l’offerta non poteva tenere il passo con una domanda crescente.

La domanda è davvero così elevata? Le vendite reali finali (acquisti per consumi o investimenti) negli Stati Uniti hanno toccato un record ma seguono grosso modo la tendenza prepandemica. Tuttavia, è cambiata la composizione della domanda. Durante il momento peggiore della pandemia, le persone non potevano o non erano disponibili a consumare i servizi come i pasti al ristorante, e lo compensavano acquistando più oggetti – consumi durevoli come macchine, elettrodomestici e prodotti dell’elettronica. Al loro picco, gli acquisti di beni durevoli erano ad uno stupefacente 34 per cento sopra i livelli pandemici; sono sceso un po’ ma restano ancora molto alti. Qualcosa di simile pare sia accaduto in tutto il mondo.

Nel frattempo, l’offerta è stata limitata non solo dai porti chiusi e dalla scarsità di semiconduttori ma anche dal fenomeno della Grande Dismissione [1], l’apparente riluttanza di molti lavoratori a tornare ai loro vecchi posti di lavoro. Come l’inflazione e la scarsità di beni, questo è un fenomeno internazionale. In particolare, i resoconti dall’Inghilterra sembrano molto simili a quelli degli Stati Uniti: una largo numero di lavoratori, specialmente i lavoratori più anziani, sembra aver scelto di restare a casa e forse di andare anticipatamente in pensione dopo essere stati espulsi dai loro posti di lavoro per il Covid.

Mentre i problemi sembrano essere globali, le ricadute politiche sono locali: le scarsità e l’inflazione stanno chiaramente danneggiando gli indici di consenso di Biden. Ma cosa potrebbero o dovrebbero fare di diverso le autorità statunitensi?

Pochi mesi orsono, c’erano argomentazioni diffuse secondo le quali il potenziamento dei sussidi di disoccupazione stavano scoraggiando i lavoratori dall’accettare posti di lavoro. Molti Stati si precipitarono a cancellare questi sussidi anche prima che essi andassero a scadenza ai primi di settembre. Ma non c’è stato alcun visibile effetto sull’offerta di lavoro.

Le scarsità dovrebbero ispirare cautela sui programmi di spesa dei democratici? No. A questo punto, il programma del Ricostruire meglio, ammesso che si realizzi, comporterà soltanto circa uno 0,6 per cento del PIL nel prossimo decennio, in buona parte finanziato da aumenti delle tasse. Esso non sarà un significativo fattore inflazionistico; semmai, una spesa maggiore sulle infrastrutture contribuirà a ridurre le spinte inflazionistiche nel corso del tempo.

Altre cose potrebbero aiutare. Ho sostenuto nel passato che gli obblighi vaccinali, facendo in modo che gli americani si sentano più sicuri nell’andare al lavoro e nell’acquistare servizi invece che oggetti, potrebbero giocare un ruolo nel disostruire le catene dell’offerta.

Cosa resta? Se l’inflazione realmente cominciasse ad apparire come incorporata nell’economia, la Federal Reserve dovrebbe dirottarla con una politica restrittiva, alla fine elevando i tassi di interesse. Tuttavia,  è importante comprendere che elevare troppo presto i tassi potrebbe finire con l’essere un grave errore, dal momento che la Fed non avrà molti margini per tagliare i tassi se la domanda si indebolisce.

Il punto più importante, tuttavia, può non essere una reazione eccessiva agli eventi attuali. Il fatto che le scarsità e l’inflazione stiano avvenendo in tutto il mondo è nei fatti una indicazione che le politiche nazionali non sono la causa principale dei problemi. Sono, invece, largamente inevitabili nel momento in cui le economie cercano di ripartire dopo le distruzioni epiche provocate dal Covid-19. Ci vorrà tempo per riorganizzare le cose – più tempo di quello che molti, compreso il sottoscritto, si aspettavano. Ma un tentativo frenetico di ripristinare lo status quo sull’inflazione potrebbe far più male che bene.

 

 

 

 

[1] Il fenomeno in effetti si riferisce alla diffuse rinunce di lavoratori americani a tornare ai precedenti posti di lavoro. Che probabilmente, in una certa misura, è un fenomeno correlato con la maggiore esiguità o l’assenza di strumenti come il mantenimento del posto di lavoro quando si è temporaneamente non occupati (cassa integrazione). Se la regola è perdere il proprio posto, forse è più facile essere liberi di scegliere – particolarmente quando si è vicini alla pensione – se riacquisirlo quando diviene di nuovo disponibile.

 

 

 

La Cina è in un gran guaio? Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 22 ottobre 2021)

ottobre 27, 2021

 

Oct. 22, 2021

Is China in Big Trouble?

By Paul Krugman

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These are scary times in America, with one of our major parties careening into authoritarianism and the other having difficulty moving forward thanks to two uncooperative senators. Most of what I write, inevitably, focuses on the troubled prospects for our republic. But everyone needs a break. So today I want to talk about a happier topic: The risks of an economic crisis in China.

OK, not exactly happier. But a change in subject, anyway.

Warnings about the Chinese economy aren’t new — but until now the worriers, myself included, have been consistently wrong. Back in 2013 I suggested that China’s growth model was becoming unsustainable, and that its economy might be about to hit a Great Wall; obviously that didn’t happen.

Yet the more closely you look at how China has been able to keep its economy going, the more problematic it looks. Basically, China has masked underlying imbalances by creating an immense housing bubble. And it’s hard to see how this ends well.

The background: The reforms introduced by Deng Xiaoping at the end of the 1970s created an economic miracle. China, which was desperately poor, is now a middle-income nation, and given its size, that makes it an economic superpower. But China’s economic growth has been gradually slowing. Here’s a five-year moving average of the country’s growth rate:

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A slowing miracle.Credit…University of Groningen

There’s nothing mysterious about this slowdown. China was able to achieve incredibly rapid growth through a combination of technological borrowing from more advanced nations and a huge transfer of population from rural areas to cities. As its technological sophistication grew and the reservoir of rural labor shrank, growth was bound to slow. In addition, the one-child policy gave China the kind of demography we usually associate with richer countries: The working-age population peaked a few years ago and is now shrinking:

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The legacy of the one-child policy.Credit…FRED

In and of themselves, slower growth and a demographic transition needn’t imply a crisis. But here’s the problem: Chinese spending patterns haven’t adjusted to the needs of a slower-growth economy. In particular, the country still has a very high savings rate, so to maintain full employment it needs to invest an incredibly high share of G.D.P. — more than 40 percent.

What drives investment? Normally, it depends a lot on how fast the economy is growing: growth is what creates a demand for new factories, office buildings, shopping malls and so on. So very high investment as a share of G.D.P. is sustainable if the economy is growing at 9 or 10 percent a year. If growth drops to 3 or 4 percent, however, the returns on investment drop. That’s why China really needs to change its economic mix — to save less and consume more.

But Chinese savings have stayed stubbornly high — and yes, excessive saving is an economic problem.

A few years ago a study from the International Monetary Fund tried to explain high Chinese savings. It suggested that the biggest culprit was the same demographic transition that is one cause of slowing growth: A declining birthrate means that Chinese adults can’t expect their children to support them later in life, so they save a lot to prepare for retirement. This demographic factor is reinforced by the weakness of China’s social safety net: People can’t count on the government to support them in their later years or to pay for health care, so they feel the need to accumulate assets as a precaution.

Chinese policymakers know all this, but somehow haven’t been able to deal with these underlying issues. Instead, they’ve kept the rate of investment very high despite slowing growth — mainly by encouraging huge spending on housing construction. A 2020 paper by Kenneth Rogoff and Yuanchen Yang shows that Chinese investment in real estate now greatly exceeds U.S. levels at the height of the 2000s housing bubble, both in dollar terms and as a share of G.D.P.:

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Now that’s a housing bubble.Credit…Kenneth Rogoff and Yuanchen Yang

Rogoff and Yang also show both that housing prices in China are extremely high relative to incomes and that the real estate sector has become an incredibly large share of China’s economy.

None of this looks sustainable, which is why many observers worry that the debt problems of the giant property developer Evergrande are just the leading edge of a broader economic crisis.

I’ve already pointed out that until now China has been able to defy the doomsayers. So you might be tempted to give Chinese policymakers the benefit of the doubt, and assume that they’ll manage to deal with this situation. It turns out, however, that they haven’t really been dealing with their economy’s underlying problems, they’ve been masking those problems by creating a housing bubble that will ultimately magnify the problem.

But why should the rest of the world care? China, which maintains controls on the flow of capital into and out of the country, isn’t deeply integrated with world financial markets. So the fall of Evergrande isn’t likely to provoke a global financial crisis in the same way that the fall of Lehman Brothers did in 2008. A Chinese slowdown would have some economic spillover via reduced Chinese demand, especially for raw materials. But in purely economic terms, the global economic risks from China’s problems don’t look all that large.

China does, however, have an autocratic government — the kind of government that in other times and places has tended to respond to internal problems by looking for an external enemy. And China is also a superpower. It’s not hard to tell scary stories about where all this might lead.

And with that, I return you to your regular worries about what’s going on in the United States.

 

La Cina è in un gran guaio?

Di Paul Krugman

 

Questi sono tempi spaventosi in America, con uno dei principali partiti che sbanda nell’autoritarismo e l’altro che ha difficoltà a muoversi in avanti grazie a due senatori che non collaborano. La maggioranza delle cose che scrivo, inevitabilmente, si concentra sulle inquiete prospettive della nostra repubblica. Ma abbiamo tutti bisogno di una pausa. Dunque oggi voglio parlare di un tema più allegro: i rischi di una crisi economica in Cina.

È vero, non precisamente più allegro. Ma almeno un cambio di argomento.

Le messe in guardia sull’economia cinese non sono nuove – ma sinora i soggetti ansiosi, incluso il sootoscritto, hanno regolarmente avuto torto. Nel passato 2013 io suggerii che il modello economico della Cina era diventato insostenibile e che quella economia poteva essere prossima a sbattere in una Grande Muraglia; cosa che evidentemente non è successa.

Tuttavia, più da vicino si guarda a come la Cina è stata capace di continuare a far procedere le sua economia, più essa appare problematica. Fondamentalmente, la Cina ha mascherato i suoi squilibri sottostanti creando una immensa bolla immobiliare. Ed è difficile vedere come questo possa andare a finir bene.

Lo sfondo: le riforme introdotte da Deng XiaopIng alla fine degli anni ’70 determinarono un miracolo economico. La Cina, che era disperatamente povera, è adesso una nazione di medio reddito, e date le sue dimensioni ciò la rende una superopotenza economica. Ma la crescita della Cina è venuta gradualmente rallentando. Ecco il movomento medio in cinque anni del tasso di crescita del paese:

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Un miracolo che rallenta. Fonte: Università di Groningen

Non c’è niente di misterioso in questo rallentamento. La Cina è stata capace di realizzare una crescita incredibilmente rapida grazie ad una combinazione di presa a prestito di tecnologie da nazioni più avanzate e ad un enorme trasferimento di popolazione dalle aree rurali alle città. Come la sua sofistificazione tecnologica è cresciuta e la riserva di lavoro rurale si è ridotta, la crescita era destinata a rallentare. In aggiunta, la politica di un solo figlio ha dato alla Cina una demografia che di solito associamo con i paesi più ricchi: la popolazione in età lavorativa ha avuto la punta massima pochi anni fa e adesso si sta riducendo:

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L’eredità della politica di un solo figlio. Fonte: FRED

Di per sé, una crescita più lenta e una transizione demografica non comportano una crisi. Ma ecco il problema: i modelli di spesa cinesi non si sono adattati ai bisogni di una economia con una crescita più lenta. In particolare, il paese ha ancora un tasso di risparmi molto elevato, cosicché per mantenere la piena occupazione esso ha bisogno di investire una quota incredibilmente elevata del PIL – più del 40 per cento.

Cosa guida gli investimenti? Normalmente, ciò dipende molto da quanto velocemente l’economia sta crescendo: la crescita è quello che determina una domanda di nuove fabbriche, di palazzi per uffici, di centri commerciali e via dicendo. Dunque, investimenti molto alti come quota del PIL sono sostenibili se l’economia sta crescendo al 9 o al 10 per cento all’anno. Tuttavia, se la crescita scende al 3 o al 4 per cento, i rendimenti sugli investimenti calano. Questa è la ragione per la quale la Cina ha bisogno di modificare il suo mix economico – risparmiare di meno e consumare di più.

Ma i risparmi dei cinesi sono rimasti ostinatamente alti – e sì, i risparmi eccessivi sono un problema economico.

Pochi anni orsono uno studio del Fondo Monetario Internazionale cercò di spiegare gli elevati risparmi cinesi. Esso suggeriva che il principale responsabile era la stessa transizione demografica che è una causa del rallentamento della crescita: una natalità in declino comporta che gli adulti cinesi non possono aspettarsi che i loro figli li sostengano successivamente nella vita, dunque essi risparmiano molto per prepararsi per la pensione. Questo fattore demografico è rafforzato dalla debolezza della rete di sicurezza sociale della Cina: le persone non possono contare che il Governo le sostenga nei loro anni successivi o che paghi l’assistenza sanitaria, così sentono il bisogno di accumulare asset come misura di cautela.

Le autorità cinesi conoscono tutto questo, ma in qualche modo non sono state capaci di misurarsi con questi temi sottostanti. Piuttosto, hanno mantenuto il tasso degli investimenti molto alto nonostante una cescita più lenta – principalmente incoraggiando una grande spesa nella costruzione di alloggi. Uno studio del 2020 di Kenneth Rogoff e di Yuanchen Yang mostra che gli investimenti cinesi nel settore immobiliare oggi eccedono largamente i livelli degli Stati Uniti al picco della bolla immobiliare degli anni 2000, sia in termini di dollari che di percentuale del PIL:

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Questa sì che è una bolla immobiliare. Fonte: Kenneth Rogoff e Yuanchen Yang [1]

Rogoff e Yang mostrano anche sia che i prezzi degli alloggi in Cina sono estremamente elevati in rapporto ai redditi, sia che il settore immobiliare è diventato una quota incredibilmente ampia dell’economia cinese.

Tutto questo non appare sostenibile, e questa è la ragione per la quale molti osservatori si preoccupano che i problemi di debito del gigantesco imprenditore immobiliare Evergrande siano precisamente la punta di una più generale crisi economica.

Ho già messo in evidenza che sinora la Cina ha saputo smentire i profeti di sventure. Dunque si potrebbe essere tentati di dare il beneficio del dubbio alle autorità cinesi, e di considerare che esse riusciranno a gestire questa situazione. Sennonché in realtà essi non sono riusciti a misurarsi con i loro sottostanti problemi economici, sono venuti mascherando quei problemi creando una bolla immobiliare che alla fine ha ingigantito il problema.

Ma perché dovrebbe preoccuparsene il resto del mondo? La Cina, che mantiene il controllo dei flussi dei capitali in entrata ed in uscita dal paese, è profondamente integrata con i mercati finanziari del mondo. Dunque non è probabile che Evergrande provochi una crisi finanziaria globale nello stesso modo che accadde con la caduta di Lehman Brothers nel 2008. Un rallentamento cinese avrebbe qualche ricaduta economica per la ridotta domanda cinese, specialmente delle materie prime. Ma in termini puramente economici, i rischi economici globali derivanti dai problemi della Cina non sembrano così grandi.

La Cina, tuttavia, ha per davvero un governo autocratico – il tipo di governo che in altri tempi e luoghi ha teso a rispondere ai problemi interni cercando un nemico esterno. Non è difficile raccontare le storie spaventose [2] su dove tutto questo potrebbe portare.

E con ciò, vi restituisco alle vostre regolari preoccupazioni su quello che sta accadendo negli Stati Uniti.

 

 

 

 

 

[1] La tabella mostra – segmenti rossi per la Cina, segmenti bianchi e blu gli Stati Uniti – gli investimenti dei due paesi nel settore immobiliare. In venti anni, gli investimenti in Cina sono passati da un rapporto di circa 1 ad 8 rispetto agli Stati Uniti, ad un rapporto di 2 ad 1.

[2] Alle parole “storie spaventose” il testo inglese ha una connessione che mi ha incuriosito. La connessione è con una intervista con Jim Chanos, un esperto – almeno lo suppongo – di vicende cinesi, pubblicata sul sito di Institute for New Economic Thinking. In realtà, l’intervista non contiene particolari pronostici spaventosi, ma una serie di informazioni non prive di interesse sulle posizioni di Xi Jinping in più di dieci anni. La tesi è che al popolo cinese sarebbe stata regalata una prosperità basata sull’indebitamento, che questo modello sarebbe strettamente connesso con un inasprimento delle tendenze autocratiche di Xi, e che l’ipertrofia del settore immobiliare è uno degli aspetti di quella storia, assieme al recente giro di vite in vari settori, dalle grandi società tecnologiche al settore bancario, quest’ultima prevista in un futuro prossimo. Forse la notizia inedita che si apprende è che Xi nel 2013 avrebbe preso una posizione liquidatoria molto netta nei confronti della perestroika russa (del tipo: “avrebbero fatto meglio a disfarsene finché erano in tempo!”).

 

 

 

Sulle vaccinazioni e sull’aggrovigliarsi delle catene dell’offerta, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 19 ottobre 2021)

ottobre 25, 2021

 

Oct. 19, 2021

Of Shots and Supply-Chain Snarls

By Paul Krugman

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It’s 7:38 a.m. on a Tuesday — specifically today, Oct. 19, 2021 — and you’re taking a taxi from Kennedy Airport to The New York Times building. If you’d taken that ride very early this morning, when there was no traffic, it would have taken less than half an hour. But during today’s morning commute it looked like this:

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The joy of traffic.Credit…Google Maps

What caused this snarled traffic? We could see major delays on the Long Island Expressway and at the Queens-Midtown Tunnel; I don’t know what they were about. It could have been accidents, or stalled cars, or just the kind of random traffic backups that always happen once highways are sufficiently congested. At a fundamental level, however, the specifics aren’t the point. The reason it takes much longer to make the Kennedy-New York Times trip during the morning commute than it takes off-peak is that this is what happens when more people are trying to use roads than the road network can easily handle.

And now you understand the basics of the supply-chain problems that are driving up many prices and may interfere with your Christmas shopping.

There has been excellent reporting on the details of the logistical mess that has created shortages of almost everything, with much coverage focusing in particular on the logjam at the Port of Los Angeles; that gateway and the adjoining Port of Long Beach are the entry points for 40 percent of U.S. seaborne imports. But it’s important not to let the details obscure the big picture.

You see, the supply chain hasn’t broken down — U.S. ports are actually unloading a record quantity of goods. The reason everything is delayed is that people are trying to buy more stuff than ever before, and their demands are outstripping the supply chain’s capacity — the same way that morning-commute traffic in New York outstrips the road network’s capacity. And once things are that stressed, small disruptions tend to snowball into large delays.

Here’s real spending on durable consumer goods — everything from cars to kitchen appliances to exercise equipment — expressed as an index with the start of the pandemic set to 100:

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A surge in demand for stuff.Credit…FRED

As you can see, there was a huge surge — a 34 percent rise over 13 months! — that has only partly receded. I’ve also sketched in the prepandemic trend, to show that this was really far outside previous experience.

What accounts for this surge? Overall consumer demand has been strong, boosted by stimulus checks. But that has happened during previous economic recoveries. What’s special this time is that demand has been skewed: Consumers are buying fewer services and more goods than usual. Or as we might put it, they’ve been forgoing experiences and acquiring stuff instead. Here’s consumption of durables and services since the beginning of the pandemic:

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Buying stuff in lieu of experiences.Credit…FRED

Why the skew? It’s not a mystery: We’ve been afraid to indulge in many of our usual experiences and bought stuff to compensate. People ate out less, either because indoor dining was banned or because it didn’t feel safe, so they remodeled their kitchens. People couldn’t or wouldn’t go to the gym, so they bought exercise equipment. Hey, my home office didn’t always look like this:

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Not a Peloton.Credit…Paul Krugman

So what can help resolve problems with the supply chain? Emergency measures, like trying to mobilize resources to keep the ports open 24/7, might help a bit. In the longer run, investments in infrastructure could help much more: U.S. ports, rail lines and so on are shabby compared with their counterparts in other countries and could be much improved.

But the biggest thing that could bring fast relief would be undoing the skew in demand by making people feel safe buying more services and fewer goods. The way to do that is by getting the pandemic under control, above all by getting more people vaccinated.

And how can we get more people vaccinated? Mandates. No need to spend time here rebutting claims that requiring workers or customers to be vaccinated is an assault on liberty: Sorry, but freedom doesn’t mean having the right to expose other people to a potentially deadly disease. At this point we can also dismiss claims that requiring vaccination will disrupt the economy: While many people told pollsters that they would quit rather than take their shots, in practice employers that have required vaccination have experienced only a handful of resignations.

In other words, what our economy needs now is a shot in the arm — or rather, millions of shots in millions of arms. And vaccine mandates will provide those shots, in addition to saving lives.

 

Sulle vaccinazioni e sull’aggrovigliarsi delle catene dell’offerta,

di Paul Krugman

 

Sono le 7,38 del mattino di un martedì – precisamente di oggi, il 19 ottobre 2021 – e state prendendo un taxi dal Kennedy Airport e il palazzo del New York Times. Se aveste preso quel passaggio al mattino presto, quando non c’era traffico, ci sarebbe voluto meno di un’ora e mezza. Ma con il pendolarismo del mattino di oggi, il traffico è diventato questo:

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Il piacere del traffico. Fonte: Gogle Maps

Cosa ha provocato l’intasamento del traffico? I ritardi maggiori li abbiamo osservati all’altezza della superstrada per Long Island e del tunnel Queens-Midtown; non so da cosa siano dipesi. Possono essere stati incidenti, o macchine bloccate, o soltanto quel genere di rallentamenti casuali del traffico che accadono sempre una volta che le autostrade sono abbastanza congestionate. Nella sostanza, tuttavia, gli aspetti particolari non sono la questione. La ragione per la quale un trasferimento dal Kennedy al New York Times richiede molto più tempo durante il pendolarismo mattutino rispetto agli orari non di punta è che questo è ciò che accade quando un numero maggiore di persone, rispetto a quelle che la rete autostradale può gestire, sta cercando di usare quelle strade.

E così comprendete gli aspetti principali dei problemi delle catene dell’offerta che stanno spingendo in alto molti prezzi e potrebbero interferire con i vostri acquisti natalizi.

Ci sono stati resoconti eccellenti sul disastro logistico che ha provocato scarsità di quasi tutti i prodotti, con molti di essi che si sono concentrati in particolare sulla paralisi del Porto di Los Angeles; quel portale e il contiguo Porto di Long Beach sono i punti di entrata del 40 per cento delle importazioni via mare. Ma è importante evitare che i dettagli confondano il quadro principale.

Si deve sapere che la catena dell’offerta non è collassata – i porti statunitensi in effetti stanno sbarcando una quantità record di prodotti. La ragione per la quale tutto è in ritardo è che le persone stanno cercando di acquistare più oggetti che mai in precedenza, e le loro richieste stanno eccedendo la capacità della catena dell’offerta – nello stesso modo che il traffico dei pendolari del mattino a New York eccede la capacità della rete stradale. E una volta che quella è sovraccaricata, modesti inconvenienti tendono a crescere a dismisura in grandi ritardi.

Ecco la spesa reale in beni di consumo durevoli – tutte le cose  dalle auto agli elettrodomestici di cucina, alle attrezzature da palestra – espresse come un indice con il punto di partenza della pandemia fissato a 100:

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Una crescita della domanda di oggetti. Fonte: FRED

Come vedete, c’è stata una grande crescita – un aumento del 34 per cento in 13 mesi! – che è solo in parte affievolita. Ho inserito nel diagramma la tendenza prepandemica, per mostrare che questa è stata davvero di gran lunga eccedente le precedenti riprese economiche. Quello che c’è di particolare stavolta è che la domanda è stata alterata: i consumatori stanno comprando meno servizi e più prodotti del solito. O, se vogliamo dirla diversamente, essi sono venuti rinunciando alle loro abitudini ed invece acquistano oggetti. Ecco, dagli inizi della pandemia, il consumo dei beni durevoli e dei servizi:

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Acquistare oggetti al posto delle abitudini. Fonte: FRED

Perché la distorsione? Non è un mistero: avevamo paura a indulgere nelle nostre consuete abitudini ed abbiamo acquistato oggetti per compensare. Le persone mangiavano meno al ristorante, sia perché era proibito o perché non si sentivano sicure e così hanno ristrutturato le loro cucine. Le persone non potevano o non volevano andare in palestra, cosicché hanno acquistato attrezzature per gli esercizi. Vedete, il mio ufficio non è mai stato niente del genere:

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Non una cyclette Peleton. Fonte: Paul Krugman

Dunque, cosa può aiutare a risolvere i problemi con la catena dell’offerta? Misure di emergenza, come cercare di attivare risorse per tenere aperti i porti 24 ore al giorno tutti i giorni della settimana, potrebbero un po’ aiutare. Nel più lungo termine, investimenti nelle infrastrutture potrebbero aiutare molto di più: i porti statunitensi, le ferrovie e tutto il resto sono trasandati a confronto con i servizi analoghi in altri paesi e potrebbero essere molto migliorati.

Ma la cosa migliore che potrebbe portare velocemente sollievo sarebbe invertire la distorsione nella domanda facendo sentire le persone sicure nell’acquistare più servizi e meno oggetti. Il modo per farlo è mettere la pandemia sotto controllo, soprattutto facendo vaccinare più persone.

E come possiamo far vaccinare più persone? Con gli obblighi. Non c’è bisogno di spendere tempo nel controbattere gli argomenti secondo i quali porre la condizione che i lavoratori o le clientele siano vaccinate è un attacco alla libertà: spiacente, ma la libertà non comporta avere il diritto di esporre altre persone ad una malattia potenzialmente letale. A questo punto, possiamo anche trascurare gli argomenti secondo i quali richiedere le vaccinazioni porterebbe al collasso l’economia: mentre molti citavano i sondaggisti secondo i quali esse avrebbero lasciato i loro posti di lavoro piuttosto prendersi le loro iniezioni, i datori di lavoro che in pratica hanno richiesto le vaccinazioni hanno avuto esperienza soltanto di una manciata di dimissioni.

In altre parole, quello di cui la nostra economia ha bisogno adesso è una iniezione sul braccio – o meglio, milioni di iniezioni su milioni di braccia. E gli obblighi vaccinali forniranno quelle iniezioni, oltre a salvare vite umane.

 

 

 

 

 

 

 

 

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