Blog di Krugman

L’inflazione è prossima ad un calo – ma non entusiasmatevi troppo, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 12 aprile 2022)

 

April 12, 2022

Inflation Is About to Come Down — but Don’t Get Too Excited

By Paul Krugman

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The inflation report for March came in hot, as expected: Consumer prices are up 8.5 percent over the past year. But more than two years into the pandemic, we’re still living on Covid time, where things can change very fast — so fast that official data, even about the recent past, can give a misleading picture of what’s happening now.

In this case, the Consumer Price Index — which roughly speaking measures average prices over the month — probably missed a downward turn that began in late March and is accelerating as you read this. Inflation will probably fall significantly over the next few months.

But don’t get too excited. The better numbers we’re about to see won’t mean that the inflation problem is over.

Why expect inflation to come down? Surging gasoline prices accounted for half of March’s price rise, but it now appears that the world oil market overshot in response to Russia’s invasion of Ukraine. A lot of Russian oil is probably still reaching world markets, and President Biden’s million-barrel-a-day release from the Strategic Petroleum Reserve makes up for much of the shortfall. As of this morning, crude oil prices were barely above their pre-Ukraine level, and the wholesale price of gasoline was down about 60 cents a gallon from its peak last month.

Beyond that, there are growing indications that the bullwhip is about to flick back.

What? The bullwhip effect is a familiar issue for products that are at the end of long supply chains: Changes at the consumer end can lead to greatly exaggerated changes farther up the chain. Suppose, to take a non-random example, that a shift to working from home — then, coronavirus panic — leads to increased purchases of supermarket toilet paper (which is a somewhat different product from the stuff used in offices). Consumers, seeing a shortage, rush to stock up; supermarkets, trying to meet the demand, overorder; distributors who supply the supermarkets overorder even more; and suddenly there are no rolls to be had.

I presume, by the way, that the term “bullwhip effect” comes from the fact that when Indiana Jones swings his arm, the tip of his whip moves much faster than his wrist.

Bullwhip effects probably played a significant role in the bottlenecks that have bedeviled the economy since we emerged from the pandemic recession. Consumers, unable or unwilling to consume face-to-face services, bought lots of manufactured goods instead — and in some cases, overbought out of fear that goods wouldn’t be available. Wholesalers and shippers, in turn, rushed to buy to be able to meet consumer demand; and suddenly, there weren’t enough shipping containers or port capacity, sending costs soaring.

But now there is growing buzz to the effect that the bullwhip is cracking back. The C.E.O. of FreightWaves, a company that specializes in supply-chain analysis, recently published an article titled “Will the bullwhip do the Fed’s job on inflation?” (Actually no, but I’ll get there.) He pointed out that retailers appear to have overbought and are sitting on unusually large inventory. Car lots are filling up; demand for trucking is falling quickly. International shipping rates seem to be coming down:

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Shipping sinking.Credit…Drewry

Supply-chain issues, in other words, may well be about to fade away, producing a glut of trucking and perhaps shipping capacity. And this will remove one reason for high inflation.

OK, there are some other immediate factors pushing in the opposite direction. In particular, the cost of new apartment rentals has soared, a fact not yet fully reflected in official measures of shelter inflation, which still largely reflect leases signed many months ago. Still, it’s likely that over the next few months inflation will come down significantly.

But as I said, don’t get too excited. The U.S. economy still looks overheated. Rising wages are a good thing, but right now they’re rising at an unsustainable pace:

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Wages rising too fast.Credit…Federal Reserve of Atlanta

This excess wage growth probably won’t recede until the demand for workers falls back into line with the available supply, which probably — I hate to say this — means that we need to see unemployment tick up at least a bit.

The good news is that there’s still no sign that expectations of high inflation are getting entrenched the way they were in, say, 1980. Consumers expect high inflation in the near future, but medium-term expectations haven’t moved much, suggesting that people expect inflation to come down a lot:

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Inflation, not entrenched.Credit…Federal Reserve Bank of New York

Anyway, if you think today’s report showed inflation spiraling out of control, you’re wrong. In fact, we’re probably about to get some misleadingly good news on that front.

 

L’inflazione è prossima ad un calo – ma non entusiasmatevi troppo,

di Paul Krugman

 

Il rapporto sull’inflazione, come ci si aspettava, era surriscaldato: nell’anno passato i prezzi al consumo sono saliti dell’8,5 per cento. Ma da più di due anni nella pandemia, stiamo ancora vivendo in tempo di Covid, quando le cose possono cambiare molto rapidamente – così rapidamente che i dati ufficiali, persino quelli relativi al passato prossimo, possono fornire une lettura fuorviante di quello che sta accadendo adesso.

In questo caso, all’Indice dei Prezzi al Consumo – che parlando in modo approssimativo misura i prezzi medi nel corso del mese – probabilmente sfugge una svolta verso il basso che è cominciata nell’ultima parte di marzo e in questo momento sta accelerando. Nei prossimi mesi, probabilmente l‘inflazione calerà in modo significativo.

Ma non eccitatevi troppo. I dati migliori che vedremo tra un po’ non comporteranno che il problema dell’inflazione sia superato.

Perché aspettarci che l’inflazione si riduca? L’impennata dei prezzi della benzina ha pesato per la metà dell’aumento dei prezzi di marzo, ma adesso sembra che il mercato mondiale del petrolio, in risposta all’invasione russa dell’Ucraina, sia passato oltre. È probabile che una grande quantità di petrolio russo stia ancora raggiungendo i mercati mondiali, e il rilascio deciso da Biden di un milione di barili al giorno dalla Riserva Strategica di Petrolio ha compensato buona parte dell’ammanco. Questa mattina, i prezzi del petrolio greggio erano appena sopra il loro livello di prima dell’Ucraina, e il prezzo complessivo della benzina era sceso di 60 centesimi al gallone rispetto al picco del mese scorso.

Oltre a ciò, ci sono indicazioni crescenti che il ‘colpo di frusta’ sia vicino ad un rimbalzo.

Che cosa? L’effetto del colpo di frusta è un tema familiare per i prodotti che sono alla fine di una lunga catena dell’offerta: i cambiamenti sul versante del consumatore possono comportare che cambiamenti grandemente esagerati crescano ulteriormente nella catena. Supponiamo, per prendere un esempio non casuale, che uno spostamento verso il lavoro da casa – a seguito del panico per il coronavirus – porti ad acquisti accresciuti di carta igienica (che è un prodotto per alcuni versi diverso dalla roba che si utilizza negli uffici). I consumatori, constatando una scarsità, si precipitano ad aumentare le riserve; i supermercati, cercando di far fronte alla domanda, fanno ordinazioni in eccesso; i distributori che riforniscono i supermercati ne fanno ancora di più in eccesso; e d’un tratto non ci sono più rotoli in circolazione.

Suppongo, per inciso, che il termine “effetto da colpo di frusta” venga dal fatto che quando Indiana Jones agita il suo strumento, l’estremità della sua frusta  si muova assai più velocemente del suo polso.

Gli effetti da colpo di frusta hanno probabilmente giocato un ruolo significativo nelle strozzature che hanno assillato l’economia dal momento in cui siamo usciti dalla recessione pandemica. I consumatori, impossibilitati o indisponibili a fruire direttamente dei servizi, hanno acquistato al loro posto grandi quantità di beni manifatturieri – e in alcuni casi, ne hanno acquistato in eccesso per il timore che i prodotti diventassero indisponibili. I commercianti all’ingrosso e gli spedizionieri, a loro volta, si sono precipitati a comprare per essere nelle condizioni di far fronte alla domanda, e d’un tratto non ci sono stati sufficienti container per le navi o potenzialità portuali, spedendo i costi alle stelle.

Ma adesso c’è un gran parlare sul fatto che il colpo di frusta stia facendo l’effetto opposto. L’amministratore delegato di FreightWaves, una società specializzata nell’analisi delle catene dell’offerta, ha di recente pubblicato un articolo dal titolo “Il colpo di frusta farà il lavoro della Fed sull’inflazione?” (in realtà, io non lo credo, ma ci arrivo subito). Egli ha messo in evidenza che i dettaglianti sembrano aver fatto acquisti in eccesso e adesso si siano seduti di fronte a giacenze inconsuetamente grandi. Siamo pieni di grandi quantità di automobili; la domanda per i mezzi di trasporto sta scendendo rapidamente. I tassi delle spedizioni internazionali sembra stiano scendendo:

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Le spedizioni affondano. Fonte: Drewry

In altre parole, i problemi delle catene dell’offerta potrebbero essere ben vicini a scemare, producendo un eccesso di mezzi di trasporto e forse di capacità nelle spedizioni. E questo rimuoverebbe una delle ragioni dell’inflazione.

È vero, ci sono alcuni altri fattori che spingono nella direzione opposta. In particolare, il costo degli affitti di nuovi appartamenti è salito in alto, un fatto non pienamente riconosciuto nelle statistiche ufficiali dell’inflazione abitativa, che riflettono ancora in buona misura gli affitti concordati molti mesi fa. Eppure, è probabile che nel corso di pochi mesi l’inflazione scenderà in modo significativo.

Ma, come ho detto, non è il caso di eccitarsi. L’economia statunitense appare ancora surriscaldata. I salari in crescita sono una cosa positiva, ma adesso stanno crescendo ad un ritmo insostenibile:

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I salari stanno crescendo troppo rapidamente. Fonte: Federal Reserve di Atlanta [1]

Questa crescita salariale eccessiva probabilmente non recederà finché la domanda di lavoratori non ricadrà entro la linea della offerta disponibile, il che probabilmente significa – detesto dirlo – che abbiamo bisogno che la disoccupazione cresca almeno di un po’.

Le buone notizie sono che non c’è ancora alcun segno che le aspettative di alta inflazione stiano mettendo radice nel modo in cui lo fecero, ad esempio, nel 1980. I consumatori si aspettano un’inflazione elevata nel prossimo futuro, ma le aspettative nel medio termine non si sono spostate granché, indicando che le persone si aspettano che l’inflazione scenda di molto:

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Una inflazione non radicata. Fonte: Banca della Federal Reserve di New York [2]

In ogni modo, se pensate che il rapporto odierno abbia mostrato una inflazione che si impenna fuori controllo, state sbagliando. Di fatto, su quel fronte siamo probabilmente vicini a ricevere buone notize un po’ ingannevoli.

 

 

 

 

 

[1] La tabella mostra la crescita dei salari mediani orari, nel loro spostamento medio trimestrale.

[2] La linea celeste indica le aspettative sul tasso di inflazione entro il prossimo anno, quella rossa le aspettative entro il prossimo triennio.

 

 

 

Cosa è mai successo alla Grande Dismissione? Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 5 aprile 2022)

aprile 10, 2022

 

April 5, 2022

What Ever Happened to the Great Resignation?

By Paul Krugman

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All of the evidence suggests that right now, it’s unusually easy for U.S. workers to find jobs and unusually hard for employers to find workers. The odd thing is that we have a very tight labor market, even though the number of employees is still about a million and a half below prepandemic levels and even further below the prepandemic trend:

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Not all the jobs are back.Credit…FRED

For some time, many people, myself included, have been telling a story about this situation that goes by the name of the Great Resignation. That tale goes like this: The Covid pandemic caused many Americans to reconsider whether they really wanted or needed to keep working. Fear of infection or lack of child care kept some workers home, where they discovered that the financial rewards of their jobs weren’t enough to compensate for the costs of commuting and the unpleasantness of their work environment. Older workers, forced into unemployment, decided that they might as well take early retirement. And so on.

Well, when my information changes, I change my mind — a line often but dubiously attributed to John Maynard Keynes, but whatever. And the past few months of data have pretty much destroyed the Great Resignation narrative.

Have large numbers of Americans dropped out of the labor force — that is, they are neither working nor actively seeking work? To answer this question, you need to look at age-adjusted data; falling labor force participation because a growing number of Americans are over 65 isn’t meaningful in this context. So economists often look at the labor force participation of Americans in their prime working years: 25 to 54. And guess what? This participation rate has surged recently. It’s still slightly below its level on the eve of the pandemic, but it’s back to 2019 levels, which hardly looks like a Great Resignation:

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But prime-age workers are.Credit…FRED

What about early retirement? If a lot of that was happening, we’d expect to see reduced labor force participation among older workers, 55 to 64. But they’ve come rapidly back into the labor force:

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And so are older workers.Credit…Bureau of Labor Statistics

A few months ago, it still seemed reasonable to talk about a Great Resignation. At this point, however, there’s basically nothing there. It’s true that an unusually high number of workers have been quitting their jobs, but they have been leaving for other, presumably better jobs, rather than leaving the work force. As the labor economist Arindrajit Dube says, it’s more a Great Reshuffling than a Great Resignation.

Yet if workers have for the most part come back to the labor force, how do we explain the seeming paradox with which I began this newsletter? How can labor markets be so tight when payroll employment is still well below the prepandemic trend?

I’m sure that labor economists are scrambling to figure this out properly, but a quick look at the evidence suggests a couple of factors that many people telling the Great Resignation narrative — again, myself included — missed.

First, as the economist Dean Baker has been pointing out, the most commonly cited measures of employment don’t count the self-employed, and self-employment is up by a lot, around 600,000 more workers than the average in 2019. Some of this self-employment may be fictitious — gig workers who are employees in all but name but work for companies that classify them as independent contractors to avoid regulation. But it also does seem as if part of the Great Reshuffling has involved Americans concluding that they could improve their lives by starting their own businesses.

Second, a point that receives far less attention than it should is the decline of immigration since Donald Trump came to office, which turned into a plunge with the coming of the pandemic:

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We should be talking more about the immigration plunge.Credit…Census Bureau

Many immigrants are working age and highly motivated; their absence means that we shouldn’t have expected employment to maintain its old trend.

Does the declining plausibility of the Great Resignation narrative have any policy implications?

Well, I don’t like saying this, but it does seem to reinforce the case for higher interest rates. Until recently, it was fairly common for monetary doves to argue that we weren’t really at full employment, because there were many potential workers still sitting on the sidelines. That’s now a hard case to make; the U.S. economy now looks overheated by just about every measure, which means that it needs to be cooled off a bit.

The other implication is that if we want to revive U.S. economic vitality, we really should try to re-establish our nation’s historic role as a destination for ambitious immigrants. But that’s not a policy idea likely to get much traction, given the American right’s anti-immigrant hysteria.

Anyway, you should know that all of those stories about how Americans are no longer willing to work seem to have evaporated. The Great Resignation now looks like a Great Misunderstanding.

 

Cosa è mai successo alla Grande Dismissione?

Di Paul Krugman

 

Tutte le prove indicano che in questo momento è insolitamente facile per i lavoratori statunitensi trovare posti di lavoro e insolitamente difficile per i datori di lavoro trovare lavoratori. La cosa strana è che abbiamo un mercato del lavoro molto rigido, anche se il numero degli occupati è ancora per circa un milione e mezzo inferiore ai livelli prepandemici e persino ulteriormente più basso della tendenza prepandemica:

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Non sono ancora tornati tutti i posti di lavoro. Fonte: FRED

Per un po’ di tempo, molte persone, incluso il sottoscritto, sono venute raccontando una storia che ha preso il nome di Grande Dismissione. Quel racconto procede in questo modo: la pandemia del Covid ha spinto molti americani a riconsiderare se davvero vogliono o hanno bisogno di continuare a lavorare. Il timore dell’infezione o la mancanza di asili hanno tenuto a casa un certo numero di lavoratori, allorché hanno scoperto che i compensi finanziari dei loro posti di lavoro non erano sufficienti a far pari con i costi del pendolarismo e la sgradevolezza del loro ambiente lavorativo. I lavoratori più anziani, costretti alla disoccupazione, hanno deciso che avrebbero anche potuto prendersi un prepensionamento anticipato. E così di seguito.

Ebbene, quando le mie informazioni cambiano, io cambio le mie opinioni – una frase che spesso ma in modo dubbio viene attribuita a John Maynard Keynes, ma tant’è. E i dati dei mesi passati  hanno praticamente distrutto il racconto della Grande Dismissione.

Un ampio numero di americani sono usciti dalla forza lavoro – ovvero, non stanno lavorando e neanche attivamente cercando lavoro? Per rispondere a questa domanda, è necessario osservare i dati corretti sulla base dell’età; in questo contesto non è significativo un calo di partecipazione alla forza lavoro perché un crescente numero di americani sono sopra i 65 anni. Dunque, gli economisti di solito guardano alla partecipazione alla forza lavoro degli americani nella loro principale età lavorativa: dai 25 ai 54 anni. E indovinate un po’? Di recente, questo tasso di partecipazione è tornato ai livelli del 2019, il che difficilmente assomiglia ad una Grande Dismissione:

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Ma sono tornati i lavoratori nell’età lavorativa principale. Fonte FRED

E che dire dei pensionamenti anticipati? Se questo stesse accadendo in buona misura, ci aspetteremmo di veder ridotta la partecipazione alla forza lavoro tra i lavoratori più anziani, tra i 55 ed i 64 anni. Ma essi tornano rapidamente nella forza lavoro:

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E lo stesso per i lavoratori più anziani. Fonte: Ufficio delle statistiche del lavoro.

Pochi mesi fa, sembrava ragionevole parlare di Grande Dismissione. A questo punto, tuttavia, fondamentalmente non c’è niente. È vero che un inconsueto numero elevato di lavoratori ha lasciato i propri posti di lavoro, ma li hanno lasciati per trovarne altri, presumibilmente migliori, piuttosto che lasciare la forza lavoro. Come dice l’economista del lavoro Arindrajit Dube, si tratta più di una Grande Riorganizzazione che di una Grande Dismissione.

Tuttavia, se i lavoratori sono per la maggior parte tornati nella forza lavoro, come si spiega l’apparente paradosso con il quale ho cominciato questo articolo? Come possono essere i mercati del lavoro così rigidi quando l’occupazione negli organici è ancora ben al di sotto della tendenza prepandemica?

Sono certo che gli economisti del lavoro si stanno arrampicando per trovare una spiegazione appropriata, ma una rapida occhiata ai dati indica un paio di fattori che molte persone che raccontano la Grande Dismissione – ancora, incluso i sottoscritto – si erano persi.

Il primo, come l’economista Dean Baker ha messo in evidenza, le misure dell’occupazione maggiormente citate non conteggiano i lavoratori autonomi, e il lavoro autonomo è cresciuto di molto, circa 600 mila lavoratori in più rispetto alla media del 2019. Alcuni di questi autonomi possono essere fittizi – lavoratori precari che sono occupati in ogni senso eccetto che nella definizione, ma lavorano per imprese che li classificano come appaltatori indipendenti per evitare i regolamenti. Ma anche questa parrebbe una parte della Grande Riorganizzazione che ha riguardato gli americani che sono arrivati alla conclusione di poter migliorare le loro vite cominciando le loro attività in proprio.

Il secondo, un aspetto che riceve molta minore attenzione di quanto dovrebbe, è il declino dell’immigrazione da quando entrò in carica Donald Trump, che con l’arrivo della pandemia si è trasformata in un crollo:

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Dovremmo parlare di più del crollo dell’immigrazione. Fonte: Ufficio del Censimento.

Molti immigranti sono in età di lavoro e altamente motivati; la loro assenza comportava che non avremmo dovuto aspettarci che l’occupazione mantenesse la sua passata tendenza.

La declinante plausibilità del racconto della Grande Dismissione ha qualche implicazione politica?

Ebbene, non mi fa piacere dirlo, ma essa sembra rafforzare l’argomento per tassi di interesse più alti. Fino a poco tempo fa, era abbastanza diffuso tra le ‘colombe’ monetarie sostenere che non eravamo davvero ad un piena occupazione, perché c’erano ancora molti potenziali lavoratori seduti in panchina. Quella adesso è un’ipotesi difficile da avanzare; adesso l’economia statunitense sembra surriscaldata proprio da ogni punto di vista, il che comporta che ha bisogno di essere un po’ raffreddata.

L’altra implicazione è che se vogliamo ravvivare la vitalità dell’economia statunitense, dovremmo davvero provare a ristabilire il nostro ruolo storico come destinazione di immigranti ambiziosi. Ma quella non è un’idea politica che è probabile abbia molta presa, data l’isteria contro gli immigranti della destra americana.

In ogni modo, dovremmo sapere che tutti quei racconti sugli american che non sono più disponibili a lavorare sembrano evaporati. La Grande Dismissione adesso assomiglia ad un Grande Equivoco.

 

 

 

 

 

 

 

Il curioso caso della ripresa del rublo, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 1 aprile 2022)

aprile 6, 2022

 

April 1, 2022

The Curious Case of the Recovering Ruble

By Paul Krugman

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It has now been 37 days since Vladimir Putin’s forces reportedly thought they could capture Kyiv within 48 to 72 hours. Many news reports describe the Russian invasion as “stalled,” but as I read the detailed analyses, that isn’t quite right: Ukrainian forces are counterattacking, and in many places Russia appears to be losing ground.

One thing Russia has managed to defend quite effectively, however, is the value of its currency. The ruble plunged in the days after the Ukraine invasion, but it has since recovered almost all of its losses:

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A strong ruble amid the rubble.Credit…Bloomberg

How did that happen, and what does it mean?

One thing worth noting is that Russia’s economic officials appear to be more competent than its generals. Elvira Nabiullina, the governor of Russia’s central bank — a role equivalent to that of Jerome Powell at the Federal Reserve — is especially well regarded by her peers abroad. Nabiullina reportedly tried to resign after the invasion started, but Putin wouldn’t let her leave.

Unwilling as she may have been to stay in her job, Nabiullina and her colleagues pulled out all the stops to defend the ruble. They raised the key interest rate — more or less equivalent to the federal funds rate in the United States — from 9.5 to 20 percent, to induce people to keep their funds in Russia. They also imposed extensive controls to prevent capital flight: Russians have faced restrictions on moving their money into their foreign bank accounts, and foreign investors have been prohibited from exiting Russian stocks, and more.

But there’s a mystery here. No, it’s not puzzling to see the ruble recover given such drastic measures. The question is why Russia is willing to defend its currency at the expense of all other goals. After all, the draconian measures taken to stabilize the ruble will probably deepen what is already looking like a depression-level slump in Russia’s real economy, brought on by surprisingly wide and effective sanctions imposed by the free world (I think we can resurrect that term, don’t you?), in response to its military aggression.

Let’s take a brief excursion into economic theory here. One of the classic propositions in international economics is known as the “impossible trinity.” The idea is that there are three things a country might want from its currency. It might want stability in the currency’s value in terms of other currencies — for example, a stable value of the ruble in dollars or euros — to create greater certainty for businesses. It might want free movement of funds across its borders, again to facilitate business. And it might want to retain freedom of monetary action — the ability to cut interest rates to fight recessions or raise them to fight inflation.

The impossible trinity says that you can’t have it all, that you have to choose two out of three. You can, like Britain, have open capital markets and independent monetary policy, but that means allowing the value of the pound to fluctuate. You can, like countries that have adopted the euro, have free movement of capital and currency stability, but only by giving up monetary independence. Or you can, like China, have a stable currency and your own monetary policy, but only by maintaining capital controls. (Those controls, by the way, are one main reason the renminbi isn’t going to rival the dollar as a global currency for the foreseeable future.)

So what’s puzzling about Russia? Normally a country can choose two out of three legs of the trinity; Russia has decided to take only one. It has imposed severe capital controls, but it has also sacrificed monetary independence, drastically raising interest rates in the face of a looming recession.

In effect, Russia is taking a belt-and-suspenders (not to be confused with Belt and Road) approach to defending the ruble, and this has seemingly taken priority over all other economic goals. Why?

Let me offer a speculation, with the clear proviso that it’s only a speculation, not based on any direct evidence. My guess is that the value of the ruble has become a crucial target not so much because it’s all important but because it’s so clearly visible.

Suppose that, as seems highly likely, Russia sees a huge surge in inflation and a plunge in gross domestic product in the months ahead. Will Putin’s government admit that these bad things are happening? Quite possibly not. Authoritarian regimes often try to suppress unfavorable economic data. Recently, for example, Turkey’s president, Recep Tayyip Erdogan, responded to reports of high inflation by sacking the head of his nation’s statistical agency.

Some years ago researchers at M.I.T. created the Billion Prices Project using online price data to specifically track the consistent understatement of inflation by Argentina’s government at the time. The same approach also turned out to be very useful in the United States for the opposite reason — as a way to refute claims by right-wing “inflation truthers” that the Obama administration was cooking the books (it wasn’t).

If Russia’s economy deteriorates as badly as most expect in the near future, it seems all too likely that the nation’s muzzled media will simply deny that anything bad is happening. One thing they couldn’t deny, however, would be a drastically depreciated ruble. So defending the ruble, never mind the real economy, makes sense as a propaganda strategy.

A further thought: Among the people who might not be aware of deteriorating Russian economic conditions, as long as the ruble holds its value, might be Vladimir Putin himself. U.S. intelligence claims that Putin’s military advisers have been afraid to tell him how badly the war is going. Is there any reason to believe that his economic advisers will be any more courageous?

So Russia’s defense of the ruble, while impressive, isn’t a sign that the Putin regime is handling economic policy well. It reflects, instead, an odd choice of priorities, and may actually be a further sign of Russia’s policy dysfunction.

 

Il curioso caso della ripresa del rublo,

di Paul Krugman

 

Oggi sono 37 giorni dal momento in cui le forze di Vladimir Putin si diceva pensassero di poter conquistare Kiev tra 48 e 72 ore. Molti notiziari descrivono l’invasione russa “in stallo”, ma quando leggo le analisi dettagliate, ciò non è del tutto giusto: le forze ucraine stanno contrattaccando e in molte località la Russia sembra stia perdendo terreno.

Una cosa che la Russia è riuscita a difendere abbastanza efficacemente, tuttavia, è il valore della sua valuta. Nei giorni successivi all’invasione dell’Ucraina il rublo è crollato, ma da allora ha ripreso quasi tutte le sue perdite:

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In mezzo alle macerie un rublo forte. Fonte: Bloomberg [1]

Come è accaduto e che cosa significa?

Una cosa che merita di essere notata è che le autorità economiche della Russia sembrano più competenti dei suoi generali. Elvira Nabiullina, la Governatrice della Banca Centrale russa – una carica equivalente a quella di Jerome Powell alla Federal Reserve – è particolarmente considerata dei suoi omologhi all’estero. Si dice che Nabiullina abbia cercato di dimettersi dopo l’avvio dell’invasione, ma Putin non avrebbe permesso che lasciasse il suo incarico.

Per quanto indisponibile possa essere stata a restare al suo posto, la Nabiullina ed i suoi colleghi hanno eliminato tutti gli ostacoli per difendere il rublo. Hanno alzato il tasso di interesse principale – più o meno equivalente al tasso sui fondi federali negli Stati Uniti – dal 9,5 al 20 per cento, per indurre le persone a mantenere i loro fondi in Russia. Hanno anche imposto ampi controlli per impedire la fuga dei capitali: i russi si sono trovati dinanzi a restrizioni nello spostare denaro nei loro conti bancari esteri, e agli investitori stranieri è stato proibito di uscire dalle riserve russe, ed altro ancora.

Però, in questo caso c’è un mistero. Considerate tali drastiche misure, non è sorprendente osservare la ripresa del rublo. La domanda è perché la Russia sia disposta a difendere la sua valuta a scapito di tutti gli altri obbiettivi. Dopo tutto, le misure draconiane prese per stabilizzare il rublo probabilmente approfondiranno quello che già appare come un declino dell’economia reale russa al livello di una depressione, provocato da sorprendentemente ampie ed efficaci sanzioni imposte dal mondo libero (che ne pensate, possiamo resuscitare quel termine?), in risposta alla sua aggressione militare.

A questo proposito, consentitemi di fare una breve escursione nella teoria economica. Uno dei concetti classici dell’economia internazionale è conosciuto come la “trinità impossibile”. L’idea è che ci sono tre cose che un paese può desiderare dalla sua valuta. Esso potrebbe volere la stabilità del valore della valuta in rapporto alle altre valute – a esempio, un valore stabile del rublo in dollari o in euro – per creare maggiore certezza per le imprese. Potrebbe volere il movimento libero dei capitali alle sue frontiere, ancora per facilitare le imprese. E potrebbe voler mantenere libertà nell’azione monetaria – la capacità di tagliare i tassi di interesse per combattere le recessioni o di alzarli per combattere l’inflazione.

La teoria della ‘impossibile trinità’ dice che non si può avere tutto, che si deve scegliere due dei tre obbiettivi. Si può, come l’Inghilterra, avere mercati dei capitali aperti e una politica monetaria indipendente, ma ciò comporta di permettere la fluttuazione del valore della sterlina. Si può, come i paesi che hanno adottato l’euro, avere il movimento libero dei capitali e la stabilità monetaria, ma solo rinunciando all’indipendenza monetaria. Oppure si può, come la Cina, avere una valuta stabile e una propria politica monetaria, ma solo mantenendo i controlli sui capitali (quei controlli, per inciso, sono la ragione principale perché il renminbi non è destinato a competere, in un futuro prevedibile, con il dollaro come valuta globale).

Dunque, cosa c’è di sconcertante nel caso della Russia? Normalmente un paese può scegliere due dei tre corni della trinità; la Russia ha deciso di prenderne solo uno. Ha imposto severi controlli sui capitali, ma ha anche sacrificato l’indipendenza monetaria, elevando drasticamente i tassi di interesse di fronte ad una recessione incombente.

In effetti la Russia sta intraprendendo un approccio di massima garanzia (si potrebbe dire ‘cinture-e-bretelle’, da non confondersi con l’iniziativa della ‘Belt and Road’ cinese [2]) per difendere il rublo, e questo in apparenza ha avuto la priorità su tutti gli altri obbiettivi economici. Perché?

Consentitemi di avanzare una congettura, con il chiaro avvertimento che si tratta solo di una congettura, non basata su alcuna prova diretta. La mia ipotesi è che il valore del rublo sia diventato un obbiettivo cruciale non tanto perché sia importante, ma perché è chiaramente visibile.

Supponiamo, come sembra assai probabile, che la Russia conosca nei prossimi mesi una forte impennata nell’inflazione ed un crollo del prodotto interno lordo. Il Governo di Putin ammetterà che cose negative del genere stiano avvenendo? Abbastanza probabilmente, non lo ammetterà. I regimi autoritari cercano spesso di rimuovere i dati economici sconfortanti. Di recente, ad esempio, il Presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan ha risposto ad una elevata inflazione licenziando il capo della agenzia statistica nazionale.

Alcuni anni fa, ricercatori del MIT crearono il Billion Prices Project [3] utilizzando i dati dei prezzi on-line per seguire in modo specifico la rilevante sottovalutazione dell’inflazione da parte del Governo argentino di quel tempo. Lo stesso approccio si rivelò utilissimo per una ragione opposta negli Stati Uniti – come un modo per confutare le pretese da parte dei “complottisti dell’inflazione” della destra, secondo i quali l’Amministrazione Obama stava manipolando i dati (il che non era vero).

Se nel prossimo futuro l’economia russa si deteriorasse così negativamente come si aspetta la maggioranza degli osservatori, sembra anche troppo probabile che i media con la museruola della nazione semplicemente negheranno che stia accadendo qualcosa di negativo. Una cosa che non potrebbero negare, tuttavia, sarebbe una drastica svalutazione del rublo. Dunque, difendere il rublo, a prescindere dall’economia reale, ha senso come una strategia propagandistica.

Un pensiero ulteriore: tra le persone che potrebbero non essere consapevoli  del deterioramento delle condizioni economiche della Russia, finché il rublo conserva il suo valore, potrebbe esserci Vladimir Putin stesso. L’intelligence statunitense sostiene che i consiglieri militari di Putin hanno avuto paura di dirgli quanto la guerra procedesse negativamente. C’è qualche motivo per credere che i suoi consiglieri economici siano un po’ più coraggiosi?

Dunque la difesa della Russia del rublo, per quanto impressionante, non è un segno che il regime di Putin stia gestendo bene la politica economica. Essa riflette, piuttosto, una strana scelta di priorità, e potrebbe essere effettivamente un segno ulteriore di patologia della politica russa.

 

 

 

 

 

[1] La tabella mostra il valore del rublo nel cambio con il dollaro statunitense. Più in alto va il numero di rubli per un dollaro, più il rublo è svalutato. Il dato finale è quello dello scorso primo di aprile.

[2] L’iniziativa denominata “Belt and Road”, come è noto, è una reminiscenza della antica “Via della seta”, un progetto di potenziamento complessivo delle infrastrutture di terra e di mare sul percorso commerciale dalla Cina all’Occidente. In quel caso “belt” – ‘cintura’ – ha il significato più generale di rete, di connessione; ovvero include porti, autostrade, ferrovie etc. Nel primo caso, invece, “belt-and-suspenders” sta letteralmente per ‘cintura e bretelle’, e significa ogni forma possibile di auto protezione per difendersi nel caso di incidenti (resta da vedere quanto siano utili le bretelle …)

[3] Suppongo che la traduzione sia “Progetto da un miliardo di prezzi”. Una spiegazione si trova in un post di Krugman del 2014 nel quale si spiegava come la ricerca si basasse nell’uso di un numero presumibilmente molto vasto di prezzi desunti da ricerche on-line, e nel loro confronto con in dati sull’Indice ufficiale di inflazione.

 

 

 

Mettete gli occhi sulle tre “F”, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 29 marzo 2022)

aprile 3, 2022

 

March 29, 2022

Keep Your Eye on the Three F’s

By Paul Krugman

 

zzz 429High inflation in the United States basically reflects two forces.

On one side, there’s a lot of disruption: rising oil and food prices (made worse by Russia’s invasion of Ukraine), snarled supply chains and so on. These factors are the reason inflation is way up everywhere, not just in America. For example, here’s Britain:

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British inflation is surging, too.Credit…Office of National Statistics

On the other side, the U.S. economy is running very hot, with widespread labor shortages. You can see this overheating in lots of data, but it’s also visible to the naked eye. Here’s what I saw on the roads of New Jersey the other day (don’t worry, my wife was driving):

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It’s tight out there.Credit…Paul Krugman

So far, at least, there’s no sign of a third possible factor: inflation driven by entrenched expectations of inflation — in which businesses raise prices because they believe other businesses will raise prices. But that factor could emerge if inflation stays high, so prudence demands that we try to rein in prices now. And while the disruptions will fade over time (there are already hints of improvement in supply chains), it pains me to say that we can’t safely let the economy keep running this hot.

The reason this pains me is that there are many very good things about a tight labor market in which jobs are easy to find. A buoyant job market is especially important for the young: Recent graduates who have the misfortune to enter a weak market can suffer long-term damage to their career prospects.

Unfortunately, we do need some cooling off. What I’m not sure people realize is the extent to which policies and events have already set the stage for the big cool-down.

Start with the Federal Reserve, which is under widespread attack for being behind the curve. It’s true that so far, the Fed has raised short-term interest rates — which are what it directly controls — by only a measly 0.25 points.

But short-term interest rates aren’t directly important for the economy. A business considering, say, borrowing to pay for a software upgrade that will be obsolete in two years doesn’t care much what interest rate it has to pay. Monetary policy mainly works through the effect of interest rates on long-lived investments, especially housing construction, which in turn means that long-term interest rates are what matter.

And long-term rates reflect not just what the Fed has already done but also what it’s expected to do. The Fed’s pivot to inflation fighting has already sent long rates — especially mortgage interest rates — way up:

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The Fed’s pivot is already having a big effect.Credit…FRED

This by itself is going to slow construction and substantially cool off the economy.

Then there’s fiscal policy. A year ago, the American Rescue Plan provided families with a lot of financial aid: one-time stimulus payments, enhanced unemployment benefits and an expanded child tax credit. All of that is now in the past; the last piece of that spending, the child tax credit, expired at the beginning of this year. Like it or not (and mostly I don’t), this cutoff of federal aid is likely to weaken consumer spending.

Finally, Vladimir Putin’s decision to raise food and fuel prices — OK, he was actually trying to conquer a neighboring democracy, but driving up prices has been his main accomplishment so far — is already weighing on family budgets, probably leading to lower spending on other things.

You might wonder whether higher oil prices will really be a drag on the U.S. economy. We are, after all, more or less self-sufficient in oil:

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Self-sufficiency in oil doesn’t matter that much.Credit…Energy Information Administration

And we’re a net exporter of food. So why should higher oil and food prices make America poorer? The answer is that on average, they don’t; while they make many Americans poorer, they also make some other Americans richer. But it’s a good bet that those who are made poorer will cut their spending more than those who are made richer will increase it. In particular, while oil companies have suddenly become much more profitable, the disastrous excesses of the shale bubble have made them reluctant to increase investment and production.

To put all of this together: Policy and events are seriously putting the brakes on the rapid expansion the U.S. economy has experienced since the pandemic recession. So I’m much less worried than many observers that the Fed is behind the curve in responding to an overheated economy. If anything, I’m starting to worry that the Fed may find itself behind the curve as the economy cools off more rapidly than its board members seem to expect — will the unemployment rate really be only 3.5 percent at the end of this year?

And yes, I’m aware that it’s mixing metaphors to say that the economy is cooling down because we’re hitting the brakes. Deal with it.

 

Mettete gli occhi sulle tre “F” [1],

di Paul Krugman

 

L’alta inflazione negli Stati Uniti riflette fondamentalmente due fattori.

Da una parte, ci sono molti sconvolgimenti: i prezzi in crescita del petrolio e dei generi alimentari (resi peggiori dalla invasione russa dell’Ucraina), le catene dell’offerta congestionate e così via. Queste ragioni sono quelle per le quali l’inflazione è in crescita dappertutto, non solo in America. Ecco, per esempio, il caso dell’Inghilterra:

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Anche l’inflazione inglese è in crescita. Fonte: Ufficio delle statistiche nazionali [2]

D’altra parte l’economia degli Stati Uniti è molto surriscaldata, con scarsità di lavoro generalizzate. Si può osservare questo surriscaldamento in molti dati, ma è anche visibile ad occhio nudo. Ecco quello che ho visto sulle strade del New Jersey (non vi preoccupate, guidava mia moglie):

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In giro (il mercato del lavoro) è un po’ rigido … fonte, Paul Krugman [3]

Almeno sinora non c’è segno di una terzo possibile fattore: una inflazione guidata da aspettative ‘incorporate’ di inflazione – nella quale le imprese alzano i prezzi perché credono che altre imprese alzeranno i prezzi. Ma quel fattore potrebbe emergere se i prezzi restano alti, cosicché la prudenza richiede che si cerchino di tenere sotto controllo i prezzi sin da subito. E mentre gli sconvolgimenti con il tempo svaniranno (ci sono già cenni di miglioramento nelle catene dell’offerta), devo dire con sofferenza che non possiamo consentire in modo sicuro che l’economia continui ad essere surriscaldata in questo modo.

La ragione per la quale mi provoca sofferenza è che ci sono molte cose positive in un mercato del lavoro rigido nel quale i posti di lavoro si trovano facilmente. Un mercato del lavoro fiorente è particolarmente importante per i giovani: i diplomati di recente che hanno la sfortuna di entrare in un mercato debole patiscono danni a lungo termine nelle loro prospettive di carriera.

Sfortunatamente, abbiamo bisogno di raffreddarlo. Quello di cui non sono certo che le persone comprendano è la misura nella quale le politiche e gli eventi stiano già creando le premesse per il grande raffreddamento.

Cominciamo dalla Federal Reserve, che è sotto attacco generalizzato per essere in ritardo. È vero che sinora la Fed ha elevato i tassi di interesse a breve termine – che sono quelli che controlla direttamente – di soli 0,25 miseri punti.

Ma i tassi di interesse a breve termine non sono importanti in modo diretto per l’economia. Una impresa che sta valutando, ad esempio, di indebitarsi per pagare in aggiornamento del software che sarà obsoleto entro due anni, non si preoccupa granché di quale tasso di interesse debba pagare. La politica monetaria principalmente funziona tramite l’effetto dei tassi di interesse sugli investimenti di lunga durata, particolarmente la costruzione di abitazioni, il che a sua volta comporta che quello che conta sono i tassi di interesse a lungo termine.

E i tassi di interesse a lungo termine riflettono non solo quello che la Fed ha già fatto, ma anche quello che ci si aspetta che faccia. Lo spostamento della Fed sul contrasto all’inflazione ha già spedito in alto i tassi a lungo termine – particolarmente i tassi di interesse sui mutui:

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Lo spostamento della Fed sta già avendo un grande effetto. Fonte: FRED [4]

Questo di per sé sta provocando un rallentamento nell’edilizia ed un sostanziale raffreddamento dell’economia.

Poi c’è la politica della finanza pubblica. Un anno fa, il Programma Americano dei Salvataggi ha fornito alle famiglie un grande aiuto finanziario: i pagamenti in una soluzione dello ‘stimolo’, i sussidi di disoccupazione rafforzati e un aumentato credito di imposta per i figli. Adesso tutto questo appartiene al passato; l’ultima parte di quella spesa, il credito di imposta sui figli, è andato in scadenza agli inizi di quest’anno. Piaccia o no (e per la maggior parte a me non piace), questo taglio dell’aiuto federale è probabile indebolisca la spesa sui consumi.

Infine, la decisione di Vladimir Putin di elevare i prezzi dei generi alimentari e dei carburanti – è vero, lui stava in effetti cercando di conquistare una vicina democrazia, ma sinora alzare i prezzi è stata la sua principale realizzazione – sta già pesando sui bilanci delle famiglie, probabilmente portando ad una spesa minore su altre cose.

Vi potreste chiedere se i prezzi più alti del petrolio costituiranno effettivamente un prelievo sull’economia statunitense. Dopo tutto, noi siamo più o meno autosufficienti sul petrolio:

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L’autosufficienza sul petrolio non è così importante. Fonte: Amministrazione delle Informazioni Energetiche [5]

E noi siamo esportatori netti di generi alimentari. Perché dunque i prezzi più alti del petrolio e degli alimentari dovrebbero rendere l’America più povera? La risposta è che in media non lo faranno; mentre renderanno molti americani più poveri, ne renderanno altri più ricchi. Ma è una scommessa facile che quelli che saranno più poveri taglieranno la loro spesa più di quanto quelli che saranno resi più ricchi la aumenteranno. In particolare, mentre le società petrolifere sono diventate d’un tratto più redditizie, gli eccessi disastrosi della bolla degli scisti le hanno rese riluttanti ad aumentare gli investimenti e la produzione.

Mettendo tutto questo assieme: la politica e gli eventi stanno seriamente tirando i freni sulla rapida espansione che l’economia statunitense ha conosciuto  partire dalla recessione pandemica. Dunque, io sono molto meno preoccupato di molti osservatori che la Fed sia in ritardo nel rispondere ad un’economia surriscaldata. Semmai, sto cominciando a preoccuparmi che la Fed possa trovarsi in ritardo quando l’economia si raffreddasse più rapidamente di quanto i suoi membri del Comitato sembrano aspettarsi – il tasso di disoccupazione sarà realmente soltanto al 3,5 per cento alla fine di quest’anno?

E sì, sono consapevole di star mescolando metafore per dire che l’economia si sta raffreddando perché stiamo tirando i freni. Discutiamone.

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1] Cosa siano le “tre F” nell’articolo non è spiegato, ma sembra abbastanza probabile che siano “fuel, food, Fed”, ovvero il combustibile, i generi alimentari e la Banca Centrale.

[2] La tabella mostra, in Inghilterra, la variazione annuale dell’indice dei prezzi al consumo su tutti gli articoli, collocando il dato del 2015 ad un livello 100. Dunque, con un dato al febbraio 2022 superiore al + 5%.

[3] Una nota per afferrare il senso di quello che è scritto sul retro del camion … In pratica, c’è scritto che si cercano lavoratori per guidare i camion, per il lavoro notturno nei depositi e per gli operatori sui carrelli elevatori, con le le relative paghe orarie, che sembrano abbastanza elevate. Il tutto è indicativo di una forte ‘rigidità’ del mercato del lavoro.

La rigidità (letteralmente, ristrettezza) del mercato del lavoro è quella nella quale la domanda di lavoro è almeno altrettanto forte dell’offerta, ovvero quella di un mercato del lavoro nel quale i datori di lavoro sono in competizione nella ricerca di lavoratori. Il che di solito comporta un potere contrattuale dei lavoratori maggiore e salari in crescita. Comporta anche una maggiore disponibilità dei lavoratori a lasciare i posti che occupavano in passato, per una fondata fiducia di trovarne di nuovi e di migliori. In questo senso il fenomeno del “quitting” – dell’abbandonare i posti di lavoro precedenti – è normalmente considerato dagli economisti un indicatore positivo.

[4] La tabella mostra infatti che i tassi di interesse medi sui mutui sono già passati da circa il 2,4% a gennaio al 3,6 a marzo di quest’anno.

[5] La tabella mostra il commercio annuale statunitense di petrolio greggio e di combustibili liquidi in milioni di barili dal 2001 al 2023 (per l’ultimo anno, naturalmente, si tratta di previsioni). La linea tracciata sul valore = 0 indica il discrimine: in alto una condizione di importazioni che superano le esportazioni, in basso il contrario. La linea rossa indica il commercio di petrolio greggio, per i quale l’America è ancora modestamente un paese importatore, mentre quella nera il commercio totale di petrolio e di combustibili liquidi (la linea rosa indica il commercio  netto di prodotti derivati del petrolio).

 

 

 

 

Il petrolio dagli scisti bituminosi e il ritorno, nuova versione. Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 25 marzo 2022)

marzo 29, 2022

 

March 25, 2022

To Shale and Back, Redux

By Paul Krugman

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The price of oil, which was extremely low during the worst of the pandemic — it actually went below $0 for a brief, weird period — has spiked as a result of Russia’s invasion of Ukraine:

 

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The crude realities of war.Credit…FRED

This price spike is adding to already high inflation, and it is inhibiting the Western response to Vladimir Putin’s aggression — governments are reluctant to tighten sanctions against Russian energy exports, lest rising prices anger their voters.

But shouldn’t we expect the market to help reduce this problem? Don’t higher prices provide an incentive to increase oil production outside Russia? Yes, they do, and there are in fact signs of at least some supply response to high prices. So far, however, most media accounts suggest that this response is limited, and that the U.S. oil industry — which is where most of the extra production would probably have to come from — is reluctant to expand.

OK, obligatory reminder that higher oil production would not necessarily be a good thing. The dangers of climate change just keep getting even more terrifying, and the world needs to wean itself from fossil fuels, not produce more. At best, you can make a St. Augustine argument — “Make me chaste and celibate, but not yet” — for higher oil production during the Ukraine war. But even that’s dubious.

Still, the tepid response of oil producers to very high prices needs explaining. Why aren’t they rushing in to take advantage of the Putin premium?

Of course, the usual suspects blame President Biden, who is responsible for everything bad — hey, I blame him for the fact that my first cup of coffee this morning was a bit weak. Or they denounce environmentalists and government regulation — remember the rush to blame the 2021 electricity crisis in Texas on renewable energy, when disrupted supplies of natural gas were actually the main factor?

But the Federal Reserve Bank of Dallas recently carried out a survey of oil producers, asking them what was inhibiting their expansion, and for the most part they didn’t blame either regulators or environmentalists. Instead, they blamed their bankers:

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Bankers put the brakes on oil.Credit…Federal Reserve Bank of Dallas

What’s that about? The answer is, we’re looking at the aftermath of the debt-financed shale bubble of the 2010s.

The introduction of fracking — using high-pressure water jets to fracture shale containing trapped natural gas and oil — was, without question, a big deal. But many people in the business world (and, for what it’s worth, the national security community) treated it as a bigger deal than it was. I don’t know how to quantify this, but my sense all through the 2010s was that Very Serious People were far more enthusiastic about fracking than they were about the truly revolutionary advances in renewable energy. After all, extracting oil and gas sounded hardheaded and realistic, while a surprising number of influential people still associate solar and wind power with hippie fantasies.

And this Serious Person enthusiasm for hydrocarbons translated into a willingness to throw money at the fracking industry, which bled cash year after year but kept going by running up hundreds of billions in debt.

Eventually, however, this debt-financed boom hit a wall. The death of the former chief executive of Chesapeake Energy in 2016 seemed to mark the end of the industry. Chesapeake eventually became one of more than 230 oil and gas companies to declare bankruptcy since 2015.

But the financial implosion of fracking didn’t provoke a broader financial crisis, as some observers worried. The bad news is that the aftermath of that implosion is, as I said, inhibiting the West’s response to Putin’s aggression today: Having been burned in the past, the energy sector’s bankers are keeping a tight leash on spending despite the surge in oil prices.

They may be overdoing it: Whatever happens in the war, it’s hard to see Russia fully rejoining the world economy for a long time, so oil prices are likely to stay high for a while. Still, the caution of fracking creditors is understandable. And to be fair, the really important energy adjustments will have to come from Europe, which needs to end its dependence on Russian natural gas.

There are, I think, two broader lessons here.

First, bubbles don’t necessarily involve obviously flaky ideas. We can and should make fun of investors taken in by Silicon Valley technobabble, but it’s perfectly possible to lose hundreds of billions on ventures that seem perfectly solid, except for the fact that their math doesn’t add up.

Second, burst bubbles can have long lasting effects. One reason rents are surging right now, adding to inflation, is the long drought in home building that followed the housing bubble — a bubble that burst 15 years ago:

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Housing, still weak after all these years.Credit…FRED

I just hope that fossil fuel advocates don’t manage to use the current oil shock to bash climate activists, who bear no responsibility for the mess we’re in.

 

Il petrolio dagli scisti bituminosi e il ritorno, nuova versione

Di Paul Krugman

Il prezzo del petrolio, che era estremamente basso durante il periodo peggiore della pandemia – per un breve, strano periodo, in effetti, scese sotto zero dollari al barile [1] – come risultato dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha avuto un picco:

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La realtà del greggio in guerra . Fonte: FRED

Il picco del presso si aggiunge ad una inflazione già alta e sta condizionando la risposta occidentale all’aggressione di Vladimir Putin – i Governi sono riluttanti a restringere le sanzioni contro le esportazioni energetiche russe, per timore che i prezzi in salita facciano infuriare i loro elettori.

Ma non dovremmo aspettarci che il mercato contribuisca a ridurre questo problema? I prezzi più alti non offrono un incentivo ad aumentare la produzione di petrolio fuori dalla Russia? Sì, lo fanno, e ci sono almeno segnali di una qualche risposta dell’offerta ai prezzi elevati. Sinora, tuttavia, la maggioranza dei resoconti dei media indicano che questa risposta è limitata, e che l’industria statunitense del petrolio – che è dove la maggior parte della produzione aggiuntiva dovrebbe espandersi – sia riluttante ad ampliarsi.

Va detto come promemoria obbligato che una più alta produzione di petrolio  non sarebbe necessariamente una cosa positiva. I pericoli del riscaldamento climatico continuano a divenire semplicemente più terrificanti, e il mondo ha bisogno di perdere la dipendenza dai combustibili fossili, non di aumentarla. Nel migliore dei casi, per una maggiore produzione di petrolio durante la guerra ucraina, si potrebbe utilizzare l’argomento di Sant’Agostino – “Signore, fammi essere casto e celibe, ma non da subito”. Ma è dubbio anche questo.

Eppure, la risposta tiepida dei produttori del petrolio ai prezzi altissimi ha bisogno di una spiegazione. Perché non si stanno precipitando ad avvantaggiarsi per il regalo di Putin?

Naturalmente, i soliti noti danno la colpa al Presidente Biden, che è responsabile per ogni cosa negativa – si è anche tentati di dargli la colpa perché la nostra prima tazza di caffè di stamani non era abbastanza forte.  Oppure, sempre i soliti noti denunciano gli ambientalisti ed i regolamenti del Governo – vi ricordate la corsa a dar la colpa della crisi dell’elettricità nel Texas nel 2021 alle energie rinnovabili, quando le offerte interrotte del gas naturale erano in effetti il fattore principale?

Ma la Federal Reserve di Dallas ha recentemente effettuato un sondaggio tra i produttori di petrolio, chiedendo loro cosa impedisse una loro espansione, e per la maggior parte essi non hanno dato la colpa ai regolatori ed agli ambientalisti. Hanno piuttosto dato la colpa ai loro banchieri:

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I banchieri tirano il freno sul petrolio. Fonte: Banca della Federal Reserve di Dallas [2]

Da cosa deriva tutto questo? La risposta è: stiamo assistendo alle conseguenze della bolla del petrolio dagli scisti bituminosi finanziata in debito attorno al 2010.

Senza dubbio, l’introduzione della ‘fratturazione’ – l’utilizzo di getti d’acqua ad alta pressione per fratturare gli scisti contenenti gas e petrolio intrappolati – è stata un grande affare. Ma molte persone nel mondo degli affari (e, per quello che vale, negli ambienti della sicurezza nazionale) l’hanno considerata un affare più grosso di quello che era. Non saprei come quantificarlo, ma la mia sensazione è stata che attorno al primo decennio del duemila molte Persone Molto Serie [3] fossero più entusiaste per la ‘fratturazione’ di quanto non lo erano per i progressi effettivamente rivoluzionari nelle energie rinnovabili. Dopo tutto, estrarre petrolio e gas pareva risoluto e realistico, mentre un numero sorprendente di personaggi influenti associa ancora il solare e l’eolico alle fantasie degli hippy.

E questo entusiasmo delle Persone Serie per gli idrocarburi si è tradotto nella disponibilità a buttare soldi nell’industria della fratturazione, il che anno dopo anno ha provocato un salasso di contanti che è proseguito sino a gestire centinaia di miliardi di debiti.

Alla fine, tuttavia, questo boom finanziato col debito ha sbattuto contro un muro. Nel 2016, la morte del passato amministratore delegato di Chasepeake Energy [4] sembrò segnare la fine del settore. Alla fine Chesapeake divenne una delle più di 230 società del petrolio e del gas che dichiararono bancarotta dopo il 2015.

Ma l’implosione finanziaria della fratturazione non provocò una più generale crisi finanziaria, come alcuni osservatori temevano. La cattiva notizia è che la conseguenza di quella implosione, come ho detto, impedì all’Occidente di rispondere alla aggressione de Putin di oggi: essendosi scottati nel passato, i banchieri del settore energetico, nonostante l’impennata nei prezzi del petrolio, mantengono stretto il guinzaglio sulla spesa.

Può darsi che stiano esagerando: qualsiasi cosa accada nella guerra, è difficile ipotizzare che la Russia per un lungo tempo si ricongiunga all’economia mondiale, dunque i prezzi del petrolio è probabile che restino alti per un certo periodo. E ad esser giusti, le correzioni davvero importanti sull’energia dovranno venire dall’Europa, che ha bisogno di porre fine alla sua dipendenza dal gas naturale russo.

Io penso che, in questo caso, ci siano due lezioni più generali.

La prima, le bolle non comportano necessariamente idee evidentemente folli. Si può e si dovrebbe prendersi gioco degli investitori che vengono raggirati dal linguaggio tecnichese di Silicon Valley, ma è perfettamente possibile perdere centinaia di miliardi su azzardi che sembrano del tutto solidi, a parte il fatto che i loro conti non tornano.

In secondo luogo, le bolle che scoppiano possono avere lunghi effetti duraturi. Una ragione per la quale adesso stanno crescendo gli affitti, in aggiunta all’inflazione, è la lunga carenza nella costruzione di alloggi che fece seguito alla bolla immobiliare – una bolla che scoppiò quindici anni orsono:

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Il mercato abitativo ancora debole dopo tutti questi anni. Fonte: FRED [5]

Spero proprio che i sostenitori dei combustibili fossili non cerchino di utilizzare l’attuale shock petrolifero per attaccare gli attivisti del clima, che non hanno alcuna responsabilità per il casino in cui siamo finiti.

 

 

 

 

 

[1] Pare che il 20 aprile del 2020. Effettivamente il dollaro vene quotato sotto zero, con un valore negativo. Dipendeva da condizioni straordinarie originate dal blocco dei viaggi per la pandemia, che avevano saturato i depositi delle riserve di petrolio americano a tal punto … che aveva maggior valore liberare le riserve senza costo alcuno.

[2] Nella tabella, quasi il 60 per cento degli intervistati attribuisce la responsabilità ala “pressione degli investitori a mantenere la disciplina sui capitali”, in aggiunta a quasi un dieci per cento che la attribuisce alla mancanza di accesso ai finanziamenti. Poco più del 10 per vento la attribuisce alle tematiche ambientali, sociali e politiche e un po’ meno del 10 per cento ai regolamenti pubblici.

[3] Sul modo in cui Krugman utilizza da una quindicina d’anni l’espressione da lui coniata di “Persone Molto Serie, vedi nelle Note della traduzione.

[4] Aubrey McClendon era il nome dell’amministratore delegato della società Chesepeake Energy. Morì in un incidente stradale mentre guidava da solo una vettura che andò a sbattere contro un ponte di cemento. Nei giorni precedenti aveva subito l’avvio di un procedimento legale per fatti di corruzione nella sua attività imprenditoriale, connessi con le concessioni per l’estrazione di gas naturale dagli scisti in Oklahoma.

[5] La tabella mostra il numero di unità abitative possedute da privati dall’anno 2000 sino ad oggi, negli Stati Uniti.

 

 

 

 

L’altro grande errore di calcolo di Putin, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 4 marzo 2022)

marzo 7, 2022

 

March 4, 2022

Putin’s Other Big Miscalculation

By Paul Krugman

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Despite the astonishingly effective fight Ukraine has put up against invading forces, most military experts seem to believe that Russia’s sheer advantage in firepower will eventually prevail. Having no relevant expertise, I see no reason to question their judgment.

Still, it’s clear that Vladimir Putin made a huge miscalculation. Russia began the invasion with a dash for Kyiv and Kharkiv by small, lightly armed forces, obviously expecting to achieve a quick victory as the defenders’ resistance collapsed. Instead, the initial attack was repelled, and the follow-up with tanks and artillery has been bogged down — in some cases literally, because it’s still mud season in much of Ukraine.

And that wasn’t his only miscalculation. Putin evidently believed that Russia could easily weather the economic fallout from his war. Oh, the West might slap on a few sanctions, but Europe needed Russian gas and oil, and he had built up a huge war chest of foreign currency reserves that was supposed to tide him over until things settled down.

His political judgment wasn’t entirely wrong. Western economic sanctions have conspicuously and pointedly exempted sales of fossil fuels, which make up most Russian exports. Instead, the sanctions have mainly been financial, excluding major Russian banks from the international payments system and freezing the assets of the Russian central bank — in effect, impounding a large fraction of Putin’s vaunted war chest.

How much does this matter? Historically, economic sanctions have tended to be porous: Countries find workarounds, greatly reducing their effectiveness.

But a funny thing has happened in this case. So far, economic pressure against Russia appears to be highly effective, crimping Russian trade even in goods that haven’t officially been placed under sanctions. The financial restrictions that have already been imposed have made transactions with Russia — even the purchase of oil — difficult; fears of future sanctions, plus the general sense that any Western institutions perceived as helping the Putin regime will face harsh treatment from regulators, have led to widespread self-sanctioning, cutting off even trade that is formally permitted.

We don’t know yet how this plays out, but if we see the kinds of mass civilian casualties and reign of terror that seem all too likely in the weeks ahead, the effect may be to largely isolate Russia from the rest of the world economy.

Economists have a rather arcane term for this kind of isolation: “autarky.” And it’s likely to be extremely damaging.

You might think that autarky is just a strong form of protectionism, which also tends to reduce trade. But it’s actually a lot worse.

The dirty little secret of international economics is that while economists love to sing the praises of free trade, the economic costs of tariffs — even fairly high tariffs — tend to be modest. Why? Because the private sector responds to tariffs by cutting off only the least essential imports. Impose, say, a 20 percent tariff on imports, and we will stop importing only goods that can be produced at home at a modestly higher cost or for which there are reasonably good domestic substitutes. If an imported good is really needed — for example, if it’s a crucial input for manufacturing that we can’t quickly start making here — companies will simply pay the tariff and continue buying abroad.

If events cut off a large fraction of a nation’s international trade, however, that kind of prioritization won’t be possible. The domestic economy will lose access not just to cheap stuff but also to goods it has a very hard time doing without.

Do we have historical examples of what happens when a trading nation is forced into autarky? Not many, precisely because it’s such an extreme event. You could say that something like this happened to Japan during World War II, especially after America captured Saipan and Guam in 1944. This put the U.S. submarine bases near Japan’s most crucial shipping routes and airfields close enough to bomb its ports, effectively isolating Japan’s economy from the rest of the world. Sure enough, Japan’s war economy imploded.

But what about autarky in a nation that wasn’t under direct military assault? Well, there’s a surprising — and surprisingly old — example from U.S. history.

America wasn’t a direct participant in the Napoleonic wars, a huge conflict that, among other things, led Britain to accumulate a remarkable amount of government debt:

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The high cost of fighting Napoleon.Credit…FRED

But America was hardly immune to the effects of those wars, especially because both sides engaged in economic warfare, trying to cripple their opponent with economic blockades that also damaged U.S. commerce. Britain was also in the habit of stopping American commercial ships and impressing their sailors — that is, kidnapping them and forcing them to serve in the British navy.

In response, the administration of Thomas Jefferson tried to retaliate by cutting off all international shipping. Yes, we tried to extract concessions from Britain and France by imposing autarky on … ourselves.

Not surprisingly, it didn’t work. But it did impose large costs on the U.S. economy. Data for the early 19th century is, as you might guess, sketchy, but the economist and historian Douglas Irwin has tried to estimate the cost of the Jeffersonian embargo, which he places at about 8 percent of U.S. gross domestic product.

How might the effects of Russian isolation compare with this experience? Russia in 2022 is far more exposed to foreign trade than America was in 1807: U.S. exports then were only 13 percent of G.D.P., while Russian exports on the eve of the invasion were roughly twice that.

I’d also note that economies are a lot more complex than they were two centuries ago. Back then, production didn’t depend on elaborate supply chains that could be brought to a screeching halt for want of a few crucial components, like silicon chips and replacement parts. Now it does, even in countries like Russia that mainly export raw materials rather than manufactured goods. So the consequences of near autarky may be even worse than Russia’s large dependence on trade suggests.

At the moment, in other words, it looks as if Putin made a double miscalculation. His planned short victorious war is turning into a bloody slog that has outraged the world, and his vaunted economic Fortress Russia appears to be headed for a Depression-level slump.

 

L’altro grande errore di calcolo di Putin,

di Paul Krugman

 

Nonostante il combattimento sorprendentemente efficace che l’Ucraina ha messo in atto contro le forze di invasione, la maggior parte degli esperti militari sembrano credere che il vantaggio assoluto della Russia quanto a potenza di fuoco alla fine prevarrà. Non avendo alcuna particolare competenza, non ho ragioni per mettere in dubbio il loro giudizio.

Eppure, è chiaro che Putin ha fatto un enorme errore di calcolo. La Russia ha cominciato l’invasione scagliando contro Kiev e Kharkiv forze modeste con armamenti leggeri, evidentemente aspettandosi di realizzare una vittoria rapida quando la resistenza dei difensori fosse collassata. Invece, l’attacco iniziale è stato respinto e il passo successivo con i carri armati e l’artiglieria si è impantanato – in alcuni casi letteralmente, perché in buona parte dell’Ucraina è ancora la stagione del fango.

E quello non è stato il solo errore di calcolo. Evidentemente Putin credeva che la Russia potesse facilmente resistere alle conseguenze economiche negative della sua guerra. È vero, l’Occidente avrebbe potuto mettere in atto velocemente alcune sanzioni, ma l’Europa aveva bisogno di gas e di petrolio, e lui aveva messo assieme un grande bottino di guerra di valute estere che si supponeva l’avrebbero fatto sopravvivere finché le cose non si fossero assestate.

Il suo giudizio politico non era del tutto sbagliato. Le sanzioni economiche occidentali hanno in modo rilevante e con tutta evidenza esentato la vendita di combustibili fossili, che costituiscono la maggior parte delle esportazioni russe. Invece, le sanzioni sono state principalmente finanziarie, con l’esclusione di importanti banche russe dal sistema internazionale dei pagamenti e il congelamento degli asset della Banca Centrale russa – in pratica confiscando una larga parte del vantato bottino di guerra di Putin.

Quanto è importante tutto questo? Storicamente, le sanzioni economiche tendono ad essere aggirabili: i paesi trovano espedienti, riducendo grandemente la loro efficacia.

Ma in questo caso è successa una cosa curiosa. Sino ad ora, la pressione economica contro la Russia pare essere altamente efficace, mettendo  in difficoltà il commercio russo anche su beni che non sono stati ufficialmente collocati sotto le sanzioni. Le restrizioni finanziarie che sono già state imposte hanno reso le transazioni con la Russia – persino l’acquisto del petrolio – difficili; i timori di sanzioni future, in aggiunta alla sensazione generale che ogni istituzione occidentale ha percepito che aiutare Putin comporterebbe un trattamento brusco da parte dei regolatori, hanno portato ad un generalizzato autosanzionamento, tagliando fuori anche il commercio che era formalmente consentito.

Non sappiamo ancora l’effetto di tutto questo, ma se consideriamo le perdite massicce di civili e il regno del terrore che sembra anche troppo probabile nelle settimane prossime, l’effetto potrebbe essere un ampio isolamento della Russia dal resto dell’economia mondiale.

Gli economisti usano una espressione piuttosto arcana per questo genere di isolamento: “autarchia”. Ed essa probabilmente è destinata ad essere estremamente dannosa.

Si potrebbe pensare che l’autarchia sia solo una forma forte di protezionismo. Ma effettivamente è molto peggio.

Il piccolo segreto sporco dell’economia internazionale è che mentre gli economisti amano cantare gli elogi del libero mercato, i costi economici delle tariffe – persino delle tariffe abbastanza elevate – tendono ad essere modesti. Perché? Perché il settore privato risponde alle tariffe tagliando soltanto le importazioni meno essenziali. Imponiamo, ad esempio, una tariffa del 20 per cento sulle importazioni, e smetteremo di importare soltanto i beni che possono essere prodotti all’interno con un costo modestamente superiore o per i quali ci sono sostituti domestici ragionevolmente buoni. Se un bene importato è realmente necessario – ad esempio, se è un componente cruciale di una manifattura che non si può rapidamente cominciare a fare all’interno – le società semplicemente pagheranno la tariffa e continueranno ad acquistarlo all’estero.

Se gli eventi tagliano via una larga parte del commercio internazionale di una nazione, tuttavia, quel genere di  fissazione di priorità non sarà possibile. L’economia nazionale perderà l’accesso non solo ad oggetti convenienti ma anche a beni dei quali sarà molto difficile fare a meno. Abbiamo esempi storici di ciò che accade quando una nazione è costretta all’autarchia? Non molti, proprio perché è un evento tanto estremo. Si potrebbe dire che una cosa del genere sia accaduta al Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare dopo che l’America catturò Saipan e Guam nel 1944. Questo permise di collocare le basi dei sottomarini statunitensi vicino alle rotte navali più importanti del vicino Giappone e gli aeroporti abbastanza vicini da bombardare i suoi porti, in sostanza isolando l’economia del Giappone dal resto del mondo. Come si era previsto, l’economia di guerra del Giappone implose.

Ma cosa si può dire dell’autarchia in una nazione che non è finita sotto un diretto attacco militare? Ebbene, c’è un esempio sorprendente – e sorprendentemente antico – dalla storia statunitense.

L’America non partecipò direttamente alle Guerre Napoleoniche, un vasto conflitto che, tra le altre cose, portò l’Inghilterra ad accumulare una considerevole quantità di debito pubblico:

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Il costo elevato del combattere Napoleone. Fonte: FRED [1]

Ma l’America non restò certo immune agli effetti di quelle guerre, particolarmente perché entrambi gli schieramenti si impegnarono in una guerra economica, cercando di mettere in difficoltà i propri avversari con blocchi economici che danneggiarono anche il commercio statunitense. L’Inghilterra aveva anche l’abitudine di fermare le imbarcazioni commerciali americane e di impressionare i loro marinai – ovvero di sequestrarle e di costringerle al servizio della marineria inglese.

Come risposta, l‘Amministrazione di Thomas Jefferson cercò di reagire tagliando tutte le spedizioni internazionali. Proprio così, cercammo di costringere l’Inghilterra e la Francia a farci concessioni imponendo l’autarchia … su noi stessi.

Non sorprendentemente, questo non funzionò. Eppure provocò grandi costi all’economa statunitense. I dati per gli inizi del 19° secolo sono, come potete immaginare, inaffidabili, ma l’economista e storico Douglas Irwin ha cercato di stimare il costo dell’embargo jeffersoniano, e lo colloca a circa l’8 per cento del prodotto interno lordo statunitense.

Confrontati con questa esperienza, quali potrebbero essere gli effetti dell’isolamento russo? La Russia del 2022 è assai più esposta al commercio estero dell’America del 1807: le esportazioni statunitensi erano allora soltanto il 13 per cento del PIL, mentre le esportazioni russe alla vigilia dell’invasione erano grosso modo il doppio.

Osserverei anche che le economie sono assai più complicate di quanto non fossero due secoli fa. A quei tempi, la produzione non dipendeva da elaborate catena dell’offerta che possono essere indotte a stridenti blocchi per l’effetto di poche componenti cruciali, come i semiconduttori di silicone e le parti di ricambio. Ora è così, anche per paesi come la Russia che esportano principalmente materie prime anziché prodotti manifatturieri. Dunque le conseguenze di una quasi autarchia possono essere persino peggiori di quanto suggerisce l’ampia dipendenza della Russia dal commercio.

Al momento, in altre parole, sembra che Putin abbia fatto un doppio errore di calcolo. Ha pianificato una breve guerra vittoriosa che si sta trasformando in una faticosa e sanguinosa marcia che ha scandalizzato il mondo, e la sua vantata Fortezza economica russa sembra essere indirizzata ad una recessione delle dimensioni di una depressione.

 

 

 

 

 

[1] Ovviamente, il costo delle guerre napoleoniche per l’economia inglese che mostra la tabella, è espresso dalla prima ‘gobba” agli inizi del 1800. La seconda ‘gobba” cominciò con la Prima Guerra Mondiale e proseguì, quasi senza soluzione di continuità, con la Seconda.

 

 

 

A che serve la guerra? Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 1 marzo 2022)

marzo 4, 2022

 

March 1, 2022

War, What Is It Good For?

By Paul Krugman

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The Ukrainian miracle may not last. Vladimir Putin’s attempt to win a quick victory on the cheap, seizing major cities with relatively light forces, has faced major resistance, but the tanks and big guns are moving up. And despite the incredible heroism of Ukraine’s people, it’s still more likely than not that the Russian flag will eventually be planted amid the rubble of Kyiv and Kharkiv.

But even if that happens, the Russian Federation will be left weaker and poorer than it was before the invasion. Conquest doesn’t pay.

Why not? If you go back in history, there are plenty of examples of powers that enriched themselves through military prowess. The Romans surely profited from the conquest of the Hellenistic world, as did Spain from the conquest of the Aztecs and the Incas.

But the modern world is different — where by “modern,” I mean at least the past century and a half.

The British author Norman Angell published his famous tract “The Great Illusion” in 1909, arguing that war had become obsolete. His book was widely misinterpreted as saying that war could no longer happen, a proposition proved horribly wrong over the next two generations. What Angell actually said was that even the victors in war could no longer derive any profit from their success.

And he was surely right about that. We’re all thankful that the Allies prevailed in World War II, but Britain emerged as a diminished power, suffering through years of austerity as it struggled to overcome a shortage of foreign exchange. Even the United States had a harder postwar adjustment than many realize, experiencing a bout of price increases that for a time pushed inflation above 20 percent.

And conversely, even utter defeat didn’t prevent Germany and Japan from eventually achieving unprecedented prosperity.

Why and when did conquest become unprofitable? Angell argued that everything changed with the rise of a “vital interdependence” among nations, “cutting athwart international frontiers,” which he suggested was “largely the work of the past forty years” — beginning around 1870. That seems like a fair guess: 1870 was roughly when railroads, steamships and telegraphs made possible the creation of what some economists call the first global economy:

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Steamships made war obsolete.Credit…Our World In Data

In such a global economy, it’s hard to conquer another country without cutting that country — and yourself — off from the international division of labor, not to mention the international financial system, at great cost. We can see that dynamic happening to Russia as we speak.

Angell also emphasized the limits to confiscation in a modern economy: You can’t just seize industrial assets the way preindustrial conquerors could seize land, because arbitrary confiscation destroys the incentives and sense of security an advanced society needs to stay productive. Again, history vindicated his analysis. For a while, Nazi Germany occupied nations with a combined prewar gross domestic product roughly twice its own — but despite ruthless exploitation, the occupied territories seem to have paid for only about 30 percent of the German war effort, in part because many of the economies Germany tried to exploit collapsed under the burden.

An aside: Isn’t it extraordinary and horrible to find ourselves in a situation where Hitler’s economic failures tell us useful things about future prospects? But that’s where we are. Thanks, Putin.

I’d add two more factors that explain why conquest is futile.

The first is that modern war uses an incredible amount of resources. Pre-modern armies used limited amounts of ammunition and could, to some extent, live off the land. As late as 1864, Union General William Tecumseh Sherman could cut loose from his supply lines and march across Georgia carrying only 20 days’ worth of rations. But modern armies require huge amounts of ammunition, replacement parts and, above all, fuel for their vehicles. Indeed, the latest assessment from Britain’s Ministry of Defense says that the Russian advance on Kyiv has temporarily stalled “probably as a result of continuing logistical difficulties.” What this means for would-be conquerors is that conquest, even if successful, is extremely expensive, making it even less likely that it can ever pay.

Second, we now live in a world of passionate nationalism. Ancient and medieval peasants probably didn’t care who was exploiting them; modern workers do. Putin’s attempt to seize Ukraine appears to be predicated not just on his belief that there is no such thing as a Ukrainian nation, but also on the assumption that the Ukrainians themselves can be persuaded to consider themselves Russians. That seems very unlikely to happen, so even if Kyiv and other major cities fall, Russia will find itself spending years trying to hold down a hostile population.

So conquest is a losing proposition. This has been true for at least a century and a half; it has been obvious to anyone willing to look at the facts for more than a century. Unfortunately, there are still madmen and fanatics who refuse to believe this — and some of them control nations and armies.

 

A che serve la guerra?

Di Paul Krugman

 

Il miracolo ucraino potrebbe non durare. Il tentativo di Vladimir Putin di ottenere una vittoria rapida a buon mercato, impadronendosi delle città importanti con forze relativamente leggere, si è trovato di fronte ad una resistenza importante, ma i carri armati e l’artiglieria pesante procedono. E nonostante l’eroismo incredibile del popolo ucraino, tuttavia è più probabile che alla fine la bandiera russa verrà piantata sulle macerie di Kiev e di Kahrkiv.

Ma anche se accadrà, la Federazione Russa rimarrà più debole e più povera di quello che era prima dell’invasione. La conquista non paga.

Perché no? Se si va indietro nella storia, ci sono un mucchio di esempi di potenze che si sono arricchite con il valore militare. Di sicuro, i Romani trassero vantaggio dalla conquista del mondo ellenistico, come fece la Spagna con la conquista degli Aztechi e degli Incas.

Ma il mondo moderno – dove per “moderno” intendo almeno l’ultimo secolo e mezzo – è diverso.

Nel 1909, l’autore inglese Norman Angell pubblicò il suo famoso pamphlet “La Grande Illusione”, sostenendo che la guerra era diventata obsoleta. Il suo libro venne generalmente mal interpretato quasi dicesse che non ci sarebbero state più guerre, un’idea che nelle due successive generazioni si dimostrò terribilmente sbagliata. Quello che Angell disse effettivamente fu che neppure i vincitori di una guerra avrebbero più tratto alcun profitto dal loro successo.

E su quello aveva sicuramente ragione. Noi tutti siamo  grati che gli Alleati abbiano prevalso nella Seconda Guerra Mondiale, ma l’Inghilterra ne uscì come un potenza ridotta, patendo anni di austerità nel mentre combatteva per superare una scarsità di valuta estera. Persino gli Stati Uniti ebbero un riequilibrio postbellico più difficile di quanto molti comprendano, conoscendo un periodo di aumento dei prezzi che per un po’ spinse l’inflazione sopra il 20 per cento.

E di converso, persino la completa sconfitta non impedì alla Germania ed al Giappone alla fine di realizzare una prosperità senza precedenti.

Perché e da quando le conquiste divennero infruttuose? Angell sosteneva che tutto cambiò con la crescita di una “interdipendenza vitale” tra le nazioni, “tagliando trasversalmente le frontiere internazionali”, il che suggeriva fosse “in gran parte stato preparato dai precedenti quaranta anni” – a partire da circa il 1870. Questa sembra una congettura probabile: il 1870 fu grosso modo quando le ferrovie, le navi a vapore e il telegrafo resero possibile ciò che alcuni economisti definiscono la prima economia globale:

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Le navi a vapore resero la guerra obsoleta. Fonte: Our world in data. [1]

In una tale economia globale è difficile conquistare un altro paese senza tagliare con grandi costi quel paese – e gli stessi vincitori – dalla divisione internazionale del lavoro, per non dire dal sistema finanziario internazionale. Mentre stiamo parlando, possiamo osservare quella dinamica in atto nella Russia.

Angell enfatizzava anche i limiti della confisca in una economia moderna: semplicemente non si può impadronirsi degli asset industriali nei modi in cui i conquistatori potevano impadronirsi di territori, giacché la confisca arbitraria distrugge gli incentivi ed il senso di sicurezza di cui una nazione avanzata ha bisogno per restare produttiva. Anche in questo caso, la storia ha confermato la sua analisi. Per un certo periodo, la Germania nazista occupò nazioni con un prodotto interno lordo che complessivamente era circa il doppio del suo – ma nonostante uno sfruttamento spietato, i territori occupati sembra che abbiano ripagato solo il 30 per cento dello sforzo di guerra tedesco, in parte perché le economie che la Germania cercò di sfruttare collassarono sotto il peso.

Un inciso: non è straordinario e terribile ritrovarci in una situazione nella quale i fallimenti economici di Hitler ci dicono cose utili sulle nostre prospettive future? Grazie, Putin.

Aggiungerei due altri fattori che spiegano perché le conquiste siano effimere.

Il primo è che le guerre moderne impiegano una quantità incredibile di risorse. Gli eserciti premoderni usavano quantità limitate di munizioni e, in qualche misura, potevano vivere sulle spalle dei territori. Non più tardi del 1864, il Generale dell’Unione William Tecumseh Sherman poteva essere indipendente dalle sue linee di rifornimento e marciare attraverso la Georgia trasportando razioni del valore di soli 20 giorni. Ma gli eserciti moderni richiedono grandi quantità di munizioni, di componenti di ricambio e, soprattutto, di carburante per i loro veicoli. Infatti, l’ultima dichiarazione del Ministro della Difesa inglese afferma che l’avanzata russa su Kiev si è interrotta “probabilmente in conseguenza di persistenti difficoltà logistiche”. Ciò che questo comporta per gli aspiranti conquistatori è che la conquista, persino se di successo, è estremamente costosa, rendendo ancor meno probabile che possano mai ripagarla.

Il secondo è che oggi viviamo in un mondo di ardenti nazionalismi. I contadini antichi e del medioevo probabilmente non si curavano di chi li stava sfruttando; diversamente dai lavoratori moderni. Il tentativo di Putin di impadronirsi dell’Ucraina  sembra basarsi non solo sul suo convincimento che non esista qualcosa come la nazione ucraina, ma anche sull’assunto che gli stessi ucraini possano essere persuasi a considerarsi russi. Sembra molto improbabile che ciò accada, dunque anche se Kiev ed altre importanti città cadranno, la Russia si ritroverà a spendere anni nel tentativo di sottomettere una popolazione ostile.

Dunque le conquiste sono un concetto perdente. Questo è stato vero per almeno un secolo e mezzo; è stato evidente a chiunque fosse disponibile a guardare ai fatti da più di un secolo. Sfortunatamente, ci sono ancora pazzi e fanatici che rifiutano di crederci – e alcuni di loro controllano nazioni ed eserciti.

 

 

 

 

 

[1] La tabella mostra il valore dei beni esportati, dal 1827 al 2014.

 

 

 

I democratici inclinano alla tecnocrazia? Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 22 febbraio 2022)

febbraio 26, 2022

 

Feb. 22, 2022

Do Democrats Have a Technocrat Problem?

By Paul Krugman

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More than a decade ago, the commentator Jonathan Chait wrote about the “hack gap,” a striking difference between the behavior of Republican and Democratic experts (or in some cases, “experts”) when their party controls the government. Republican experts slavishly praise their leaders, no matter what they do; Democratic experts strive for objectivity and, if anything, bend over backward to criticize their own side.

This happens in many areas; Chait was talking about legal analysis, but I see it all the time in my home field.

During the Trump years, Republican economists, even those you might have expected to be concerned about their professional reputations, rushed to embrace extravagant and implausible claims about what Donald Trump’s tax cuts would achieve. Some were even willing to abase themselves in ways reminiscent of Putin cronies. Remember when Tomas Philipson of the University of Chicago declared that Trump had economic instincts “on par with many Nobel economists I have worked with”?

Democratic economists, by contrast, often seem eager to display their independence by criticizing Biden administration policies. And while intellectual integrity is a good thing, I’d argue that sometimes the desire to seem independent leads Democratic economists to overdo it — to criticize arguments or policy proposals that actually make sense, perhaps especially if these proposals would be politically popular.

Let me give you two examples, one minor and one much bigger.

The minor example is proposals for a temporary cut in gasoline taxes to reduce inflationary pressures. There are some good arguments against doing this; in the long run we want to discourage people from burning fossil fuels, not make them cheaper. But I’ve been astonished to encounter Democratic-leaning economists and economics writers asserting that a gas-tax cut wouldn’t help consumers and that it would simply increase oil company profits.

What? The price of crude oil is set on world markets and can’t be much influenced by U.S. policy. But there’s no world market for retail gasoline; Europeans can’t fill their tanks at American gas stations. There are, in fact, large international differences in gasoline prices, precisely because tax rates are so different. And the data, presented here for the Group of 7 economies, suggests a roughly one-to-one effect — that is, higher or lower fuel taxes are fully passed on to consumers:

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Yes, taxes affect prices at the pump.Credit…OECD, Globalpetrolprices.com

Why assert anything different? I can only guess that it’s an instinctive reaction against anything that sounds crowd-pleasing.

The same thing is, I suspect, going on when Democratic-leaning economists summarily reject suggestions — most notably by Elizabeth Warren — that corporate abuse of market power may be one factor in inflation, or (not quite the same point) that stepped-up antitrust efforts might be a useful part of anti-inflation strategy. These views have wide public support, but the Biden administration has been diffident about advancing them, reportedly because its economists are reluctant to challenge the professional orthodoxy that such things can’t happen.

I understand where that orthodoxy is coming from. It’s not a naïve denial that corporations are greedy or have price-setting market power. It comes, instead, from the assertion that corporations have always been greedy and had market power, and there’s no reason to believe that these problems have suddenly gotten worse.

This argument, however, misses two important points.

The first is that market power gives businesses some wiggle room on prices. Yes, there’s a profit-maximizing price, but the cost to a business of charging somewhat less than its profit-maximizing price is small, because lower margins would be offset by increased sales. (To be formal about it, the losses caused by deviating from the optimal price are second-order.) This wiggle room means that corporate pricing may be strongly influenced by intangible considerations, like fear of alienating buyers. A similar argument helps explain why social pressure and prevailing norms seem to have a strong effect on wage rates, and a related argument helps explain why minimum wages don’t seem to reduce employment.

Given this reality, it’s not foolish to suggest that some corporations have seen widespread inflation as an opportunity to jack up prices by more than their costs have increased without experiencing the usual backlash. And it’s not just liberal politicians saying this: Recently the market analyst Edward Yardeni, explaining why profits soared in 2021, declared that “it kind of became culturally acceptable to raise prices” because everyone knew that costs were going up. This phenomenon may, for example, explain recent huge price increases in the meatpacking industry.

Nobody sensible would argue that opportunistic exploitation of market power is the main factor behind recent inflation. But contrary to what some people might want you to believe, economic theory by no means rules out the possibility that it may be a factor.

And perhaps an even more important point, cracking down on excessive industrial concentration and market power would help reduce inflation, regardless of the role market power played in causing inflation in the first place. As an old line puts it, you don’t have to refill a flat tire through the hole.

Now, it would clearly be a mistake to make a campaign against price gouging the core of America’s economic strategy. But nobody is suggesting doing that. At this point, monetary policy is bearing the main burden of inflation-fighting, and the Biden administration — unlike its predecessor — has been careful about not placing pressure on the Federal Reserve to keep interest rates low. Republicans may portray Joe Biden as the second coming of Hugo Chavez, but he isn’t even the second coming of Richard Nixon, who tried to fight inflation with price controls while a complaisant Fed, probably trying to ensure his re-election, helped create an unsustainable boom.

In fact, Biden has been far less forthright about condemning corporate power than John F. Kennedy, who publicly berated the steel industry over what he considered excessive price hikes.

Why, then, are Democratic-leaning economists coming down so hard on the Biden administration’s modest, intellectually defensible attempts to highlight the role of abusive corporate pricing? As I said, I suspect that the desire of Democratic experts to avoid being seen as hacks is causing them to overcompensate, dismissing ideas that actually make sense.

So here’s a plea to my fellow wonks: Evaluate economic ideas on their merits. You don’t want to endorse bad policies because they’re popular, but you don’t want to reject policy ideas simply because they are popular, either.

 

I democratici inclinano alla tecnocrazia?

Di Paul Krugman

 

Più di un decennio fa, il commentatore Jonathan Chait scrisse sul “divario dei commentatori”, una differenza impressionante di comportamenti tra gli esperti repubblicani e democratici (in alcuni casi, “esperti” tra virgolette) quando i loro partiti sono al Governo. Gli esperti repubblicani elogiano generosamente i loro leader, a prescindere da quello che fanno; gli esperti democratici cercano di essere obiettivi e, semmai, si fanno in quattro per criticare la loro parte.

Ciò accade in molti settori; Chait stava parlando di analisi delle leggi, ma io lo constato in continuazione nella mia disciplina.

Durante gli anni di Trump, gli economisti repubblicani, anche quelli che ci si sarebbe aspettati fossero preoccupati per le loro reputazioni professionali, si precipitarono ad abbracciare stravaganti ed implausibili argomenti su quello che i tagli delle tasse di Donald Trump avrebbero comportato. Alcuni furono persino disponibili a degradarsi in modi che facevano il pari con le clientele di Putin. Ricordate quando Tomas Philipson dell’Università di Chicago dichiarò che Trump aveva istinti economici “al pari di molti economisti premi Nobel con i quali [lui] aveva collaborato?”

Al contrario, gli economisti democratici sembrano sempre ansiosi di mostrare le loro indipendenza criticando le politiche della Amministrazione Biden. E mentre l’integrità intellettuale è un’ottima cosa, direi che talvolta il desiderio di apparire indipendenti porta gli economisti democratici a strafare – a criticare argomenti o proposte politiche che in realtà hanno senso, forse specialmente se queste proposte  possano essere politicamente popolari.

Consentitemi di fornire due esempi, uno secondario ed uno molto più importante.

L’esempio minore sono le proposte per un taglio temporaneo delle tasse sui carburanti per ridurre le spinte inflazionistiche. Ci sono alcuni buoni argomenti per non farlo; nel lungo periodo noi vogliamo scoraggiare le persone dal bruciare combustibili fossili, non renderli più convenienti. Ma sono rimasto sbalordito nell’incontrare economisti e commentatori economici di tendenze democratiche che asseriscono che tagliare le tasse sulla benzina non aiuterebbe i consumatori e semplicemente farebbe crescere i profitti delle società petrolifere.

Che cosa? Il prezzo del petrolio greggio è fissato nei mercati mondiali e non può essere influenzato in modo rilevante dalla politica statunitense. Ma non c’è alcun mercato mondiale per la vendita al dettaglio della benzina; gli europei non possono riempire i loro serbatoi presso i benzinai americani. Di fatto, ci sono grandi differenze nei prezzi internazionali delle benzine, precisamente perché le aliquote fiscali sono molto diverse. E i dati, presentati ieri dal Gruppo delle sette economie, indicano un effetto grosso modo di uno ad uno – ovvero, le tasse più alte o più basse sui carburanti sono interamente trasferite sui consumatori:

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Sì, le tasse influenzano i prezzi al dettaglio. Fonte: OCSE, Globalpetrolprices.com. [1]

Perché sostenere qualcosa di diverso? Posso solo supporre che sia una reazione istintiva contro tutto ciò che può apparire di gradimento popolare.

Sospetto che la medesima cosa stia avvenendo quando gli economisti di tendenza democratica respingono sommariamente i suggerimenti – i più autorevoli da parte di Elizabeth Warren – secondo i quali l’abuso del potere di mercato da parte delle società possa essere un fattore di inflazione, oppure che (non esattamente lo stesso argomento) incrementare gli sforzi dell’antitrust potrebbe essere una componente utile di una strategia contro l’inflazione. Questi punti di vista hanno un ampio sostegno nell’opinione pubblica, ma l’Amministrazione Biden è stata diffidente nel farli propri, perché a quanto sembra i suoi economisti sono riluttanti a sfidare l’ortodossia della disciplina, secondo la quale cose del genere non possono accadere.

Io comprendo da dove derivi tale ortodossia. Non si tratta della negazione ingenua che le società siano avide o abbiano potere di mercato nella fissazione dei prezzi. Deriva, piuttosto, dal giudizio secondo il quale le società sono sempre state avide ed hanno avuto sempre potere di mercato, e non c’è ragione di credere che questi problemi siano d’un tratto diventati peggiori.

A questo argomento, tuttavia, sfuggono due aspetti importanti.

Il primo è che il potere di mercato dà alle imprese qualche spazio di manovra sui prezzi. È vero, esiste un prezzo di massimizzazione del profitto, ma il costo per un’impresa di caricare qualcosa di meno del suo prezzo di massimizzazione del profitto è modesto, perché i margini più bassi sarebbero bilanciati dalle vendite accresciute (per dirla tecnicamente, le perdite provocate dalla deviazione dal prezzo ottimale sono secondarie). Questo spazio di manovra comporta che la fissazione dei prezzi da parte delle società possa essere fortemente influenzata da considerazioni immateriali, come il timore di alienare gli acquirenti. Un argomento simile contribuisce a spiegare perché la pressione sociale e le norme prevalenti sembrano avere un forte effetto sui tassi salariali, ed un argomento correlato contribuisce a spiegare perché i salari minimi non sembrano ridurre l’occupazione.

Considerata questa realtà, non è sciocco suggerire che alcune società possano aver considerato l’inflazione generalizzata come un’occasione per aumentare i prezzi maggiormente di quanto siano cresciuti i loro costi, senza doversi misurare con i soliti contraccolpi. E non sono solo i politici progressisti a sostenerlo: di recente l’analista di mercato Edward Yardeni, spiegando perché i profitti si sono impennati nel 2021, ha dichiarato che “alzare i prezzi era diventato qualcosa di culturalmente accettabile” dal momento che tutti sapevano che i costi stavano salendo. Il fenomeno, ad esempio, può spiegare il recente forte aumento dei prezzi nel settore del confezionamento delle carni.

Nessuno ragionevolmente sosterrebbe che lo sfruttamento opportunistico del potere di mercato sia il fattore principale che sta dietro l’inflazione recente. Ma, contrariamente a quello che molte persone vorrebbero farvi credere, la teoria economica non esclude in nessun modo la possibilità che esso possa essere un fattore.

E un aspetto forse ancora più importante, il giro di vite sull’eccessiva concentrazione industriale e sul potere di mercato aiuterebbe a ridurre l’inflazione, a prescindere dal ruolo che il potere di mercato ha giocato di per sé nel provocare l’inflazione. Come dice una vecchia espressione, non si deve gonfiare un gomma a terra attraverso il foro.

Ora, sarebbe chiaramente un errore mettere una campagna contro i prezzi truffaldini al centro della strategia economica dell’America. Ma nessuno sta suggerendo di farlo. A questo punto, la politica monetaria sta sopportando il peso principale della lotta all’inflazione, e l’Amministrazione Biden – diversamente da quella del suo predecessore – è stata scrupolosa nel non collocare una pressione sulla Federal Reserve perché mantenga bassi i tassi di interesse. I repubblicani possono presentare Joe Biden come una reincarnazione di Hugo Chaves, ma lui non è nemmeno una riedizione di Richard Nixon, che cercò di combattere l’inflazione con i controlli dei prezzi mentre una Fed compiacente, probabilmente cercando di garantire la sua rielezione, contribuiva a creare un boom insostenibile.

Di fatto, Biden è stato molto meno esplicito nel condannare il potere di mercato delle società di John F. Kennedy, che sferzava l’industria dell’acciaio per quelli che considerava rincari eccessivi dei prezzi.

Perché, allora, gli economisti di tendenze democratiche stanno intervenendo così duramente sui tentativi modesti e intellettualmente difendibili della Amministrazione Biden nel mettere in luce il ruolo di una abusiva fissazione dei prezzi da parte delle società? Come ho detto, ho il sospetto che il desiderio degli esperti democratici di evitare di essere considerati come falchi, li spinga a reagire in eccesso, liquidando idee che in realtà sono sensate.

Dunque, la mia preghiera a miei colleghi esperti: valutate le idee economiche nel merito. Non dovete appoggiare politiche negative perché sono popolari, ma non dovete nemmeno rigettare idee politiche semplicemente perché sono popolari.

 

 

 

 

 

[1] Sull’asse verticale, su una scala da 3 ad 8, i prezzi della benzina al gallone (un gallone sono 3,785 litri); su quello orizzontale, su una scala da 1 a 4, le tasse al gallone. Queste ultima sono in Italia inferiori soltanto al Regno Unito, mentre i prezzi sono i più alti in assoluto.

 

 

 

Il grande flop di Trump con la Cina e altri disastri, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 15 febbraio 2022)

febbraio 17, 2022

 

Feb. 15, 2022

Trump’s Big China Flop and Other Failures

By Paul Krugman

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Do you remember Donald Trump’s trade war? You can be forgiven for having forgotten all about it, given everything that has happened since; it sounds trivial compared with his effort to stay in power by overturning a fair election. Even in terms of policy while in office, it was far less important than his pandemic denial, and probably less important than his tax cuts or his sabotage of health care.

But the trade war was uniquely Trumpian. His other policy actions were standard-issue Republicanism, but the rest of his party didn’t share his obsession with trade deficits; indeed, he probably wouldn’t have been able to do much on that front except for the fact that U.S. law gives presidents enormous discretion when setting tariffs. Only Trump really considered trade deficits an important issue; and he, er, trumpeted what he called a “historic trade deal” under which China agreed to buy an additional $200 billion in U.S. goods and services by the end of 2021.

Now, Chad Bown of the Peterson Institute for International Economics, who has been the go-to source on the trade war from the beginning, has a final assessment of that deal. And it turns out to have been a complete flop: “China bought none of the additional $200 billion of exports Trump’s deal had promised.”

So Trump was a chump; the Chinese took him to the cleaners. But if you want to do a post-mortem on the trade war, Trump’s haplessness in dealing with foreign leaders is actually a minor part of the story. Far more important is the fact that the shocks we’ve been experiencing since the pandemic began make the Trumpian view of trade look even more economically foolish than it did when he took office.

In the world according to Trump and Peter Navarro, the man he chose as his trade czar, international trade is a zero-sum game. If other countries buy stuff from America, we win; if we buy stuff made abroad, we lose. Navarro and Wilbur Ross, Trump’s commerce secretary (he really knew how to pick them), made this explicit in a policy paper they put out during the 2016 campaign, which asserted that the trade deficit subtracts one-for-one from U.S. growth: Every dollar we spend on imports reduces our G.D.P. by a dollar.

Economists scoffed at this crude mercantilism, which completely ignored the point that imports can make us richer, because the whole reason we buy some goods from abroad is that they are cheaper and/or better than domestically produced alternatives. This is especially true in the modern world economy, where many products that enter international trade are “intermediate goods,” like parts that are used in production. As it turned out, Trump’s tariffs disproportionately affected intermediate goods. So the tariffs raised U.S. production costs and, according to almost all estimates, reduced the number of manufacturing jobs.

Still, mercantilism isn’t always unadulterated nonsense. (Sometimes it’s adulterated nonsense?) Under certain conditions — namely, when the economy is depressed because overall demand is inadequate — trade deficits can reduce output and jobs, and actions to reduce those deficits can act as a form of economic stimulus. That’s why, back in 2010, when lack of demand was the overriding constraint on the U.S. economy, I called for strong pressure on China to end the undervaluation of its currency.

And it’s possible that one of these years we will once again find ourselves facing persistent problems of inadequate demand. But that’s not where we are now.

We are, instead, currently living in a world of constrained supply — a world, in particular, in which domestic factories are struggling to produce what consumers want. Those supply constraints are why inflation has surged.

As we have entered this world, the United States has plunged deeper into trade deficit:

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Deeper into deficit.Credit…FRED

How should we think about this plunge? Would we be richer and better off if we didn’t allow as many imports?

The answer should be an obvious “no.” As many economists have pointed out, the pandemic has caused consumers, still nervous about face-to-face interaction, to switch from buying services to buying goods:

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People want the tangible stuff.Credit…FRED

Imports have surged because many of the goods consumers want are produced abroad, and America doesn’t have the capacity to produce them here — at least not on short notice. Furthermore, even when we can satisfy demand with domestic production, that production, the tariff debacle tells us, often requires imported intermediate goods.

So if we had tried to block the pandemic-related import surge, we wouldn’t have had more jobs; we would just have had more shortages and even higher inflation. In fact, some economists have urged President Biden to help the fight against inflation by lifting the Trump tariffs — something he could do without congressional approval.

Unfortunately, it’s easy to see the political and strategic problems with doing this, no matter how much sense it would make. Trump may have been China’s chump, but Republicans would pounce on any action that could be construed as a gift to China, even if continuing Trump’s tariffs hurts us more than it hurts the Chinese government.

I’ve called today’s newsletter a post-mortem on Trump’s trade war, but, in fact, that trade war isn’t over. Trump’s trade policies were foolish and costly — they failed by any measure you choose — but it may be a long time before any president is in a position to undo the damage.

 

Il grande flop di Trump con la Cina e altri disastri,

di Paul Krugman

 

Ricordate la guerra commerciale di Donald Trump? Potreste essere scusati per esservi dimenticati di tutto, dato tutto quello che è successo da allora; sembra banale paragonato al suo sforzo per restare al potere rovesciando elezioni oneste. Anche a proposito della politica mentre era in carica, [quella guerra tariffaria] fu assai meno importante del suo negazionismo sulla pandemia e probabilmente meno importante dei suoi tagli fiscali o del suo sabotaggio della riforma sanitaria.

Ma la guerra commerciale fu interamente attribuibile solo a lui. Le sue altre iniziative politiche furono su temi tradizionalmente repubblicani, ma il resto del suo partito non condivideva la sua ossessione per i deficit commerciali; in effetti, su quel fronte probabilmente non sarebbe stato capace di fare granché, se non per il fatto che la legge statunitense dà ai Presidenti una enorme discrezione nel fissare le tariffe. Soltanto Trump ha considerato i temi commerciali come una questione importante; ed egli, per dir così, strombazzò [1] quello che definì uno “storico accordo commerciale” con il quale la Cina concordava di acquistare 200 miliardi aggiuntivi di dollari di beni e servizi statunitensi per la fine del 2021.

Adesso, Chad Bown dell’Istituto Peterson per la Politica Internazionale, che è stato fin dall’inizio la fonte da consultare sulla guerra commerciale, fornisce una valutazione finale di quell’accordo. E si scopre che è stato un flop completo: “La Cina non ha comprato niente di quei 200 milioni di dollari di esportazioni che l’accordo di Trump aveva promesso”.

Dunque, Trump è stato un fesso; i cinesi l’hanno ridicolizzato. Ma se volete un necrologio sulla guerra commerciale,  l’inettitudine di Trump a trattare con i leader stranieri in effetti è un aspetto secondario della storia. Assai più importante è il fatto che gli shock che stiamo sperimentando dal momento che è iniziata la pandemia hanno fatto apparire economicamente anche più stupida la sua concezione del commercio di quanto non lo fosse quando era in carica.

Secondo Trump e Peter Navarro, l’uomo che egli scelse come ‘zar’ del commercio, il commercio internazionale è un gioco a somma zero. Se gli altri paesi comprano cose dall’America, vinciamo noi; se noi compriamo cose all’estero, perdiamo. Navarro e Wilbur Ross, il Segretario di Trump al Commercio (lui sapeva davvero come sceglierli), lo scrissero esplicitamente in un documento programmatico che pubblicarono durante la campagna del 2016, che stabiliva che il deficit commerciale riduce la crescita statunitense in un rapporto di uno a uno: per ogni dollaro che spendiamo sulle importazioni, il nostro PIL si riduce di un dollaro.

Gli economisti presero in giro questo rozzo mercantilismo, che ignora completamente l’argomento secondo il quale le importazioni possono renderci più ricchi, perché l’intera ragione per la quale compriamo le cose dall’estero è che sono più convenienti e/o migliori delle alternative nazionali. Questo è particolarmente vero nell’economia mondiale moderna, nella quale molti prodotti che entrano nel commercio internazionale sono “beni intermedi”, come componenti che sono utilizzati nella produzione. Dunque le tariffe che hanno elevato i costi di produzione statunitensi, secondo quasi tutte le stime, hanno ridotto i posti di lavoro manifatturieri.

Eppure, il mercantilismo non è sempre una sciocchezza pura (talvolta è una sciocchezza sofisticata?) Sotto certe condizioni – precisamente, quando l’economia è depressa a causa di una domanda complessiva inadeguata – i deficit commerciali possono ridurre la produzione ed i posti di lavoro, e iniziative per ridurre quei deficit possono funzionare come una forma di stimolazione economica. Questa è la ragione per la quale, nel passato 2010, quando la scarsità della domanda era un condizionamento prioritario nell’economia statunitense, io mi pronunciai per un forte pressione sula Cina perché ponesse termine alla sottovalutazione della sua valuta.

Ed è possibile che in uno dei prossimi anni ci ritroveremo ancora a fare i conti con persistenti problemi di domanda inadeguata. Ma oggi non siamo a quel punto.

Stiamo, invece, vivendo in un mondo di offerta condizionata – un mondo, in particolare, nel quale le fabbriche nazionali hanno difficoltà a produrre quello che vogliono i consumatori. Queste limitazioni nell’offerta sono la ragione per la quale è cresciuta l’inflazione.

Come siamo entrati in questo mondo, gli Stati Uniti sono caduti in un deficit commerciale più profondo:

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Dentro un deficit più profondo. Fonte: FRED

Cosa dovremmo pensare di questa caduta? Saremmo più ricchi e più benestanti se non avessimo permesso così tante importazioni?

La risposta dovrebbe essere un chiaro “no”. Come molti economisti hanno messo in evidenza, la pandemia ha spinto i consumatori, ancora timorosi delle relazioni dirette, a spostarsi dall’acquisto dei servizi all’acquisto dei prodotti:

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La gente vuole cose materiali. Fonte: FRED [2]

Le importazioni sono cresciute perché molti dei prodotti desiderati dai consumatori non prodotti all’estero, e l’America non ha la capacità di produrli all’interno – almeno non con breve preavviso. Inoltre, persino quando possiamo soddisfare la domanda con la produzione nazionale, quella produzione – ce lo dice la debacle delle tariffe – spesso richiede beni intermedi importati.

Dunque, se avessimo cercato di bloccare la crescita delle importazioni provocata dalla pandemia, non avremmo avuto più posti di lavoro; avremmo  avuto soltanto maggiori scarsità ed una inflazione persino più elevata. Di fatto, alcuni economisti hanno fatto pressioni sul Presidente Biden perché contribuisca a combattere l’inflazione cancellando le tariffe [3] – qualcosa che egli potrebbe fare senza una approvazione del Congresso.

Sfortunatamente, è facile vedere i problemi politici e strategici a farlo, a prescindere da quanto sarebbe sensato. Trump può essere stato lo sciocco di turno della Cina, ma i repubblicani si scaglierebbero contro ogni iniziativa che potrebbe essere interpretata come un regalo alla Cina, anche se proseguire con le tariffe di Trump provoca più danno a noi di quanto ne provochi al Governo cinese.

Come ho detto, il post di oggi è un necrologio sulla guerra commerciale di Trump, anche se , di fatto, quella guerra non è superata. Le politiche commerciali di Trump sono state sciocche e costose – hanno fallito da ogni punto di vista – ma ci può volere un tempo lungo perché qualche Presidente sia nelle condizioni di disfarsi del danno.

 

 

 

 

[1] L’interiezione “er”, di solito tradotto in italiano con “ehm”, sottolinea un’ironia che non è non traducibile e che deriva dall’accostamento tra il nome di Trump e il suo “strombazzare” (“to trumpet). Come a dire, un Trump che ‘trumpeggia’.

[2] Si tratta di una tabella piuttosto nota, per chi segue le note di Krugman. Con l’inizio della pandemia – e le chiusure – le spese per i servizi (linea rossa), dopo il crollo iniziale, si sono riprese molto lentamente; le spese per i beni materiali (linea blu), invece, sono cresciute notevolmente.

[3] Per chi segue anche il testo inglese, si consideri che “to lift” non significa soltanto “sollevare”, ma anche “cancellare, abolire, sopprimere”.

La ragione per la quale Biden non intende/non può seguire la strada di una abrogazione delle tariffe di Trump, in buona sostanza, è che apparirebbe un favore alla Cina e darebbe vantaggi politici ai repubblicani.

Ovvero, come ha riconosciuto obiettivamente Richard Hass (un passato collaboratore del Presidente repubblicano George Bush), la ragione per la quale questo non può essere fatto è semplicemente che “L’impatto sulle relazioni Stati Uniti–Cina, e sulla politica nazionale sulle relazioni con la Cina, potrebbe essere più ampio di ogni impatto sull’inflazione”. Hass ha così concluso: “Le tariffe, come le sanzioni o le guerre sono più facili da iniziare, che non da rimuovere. Questa è la ragione per la quale Dio ha inventato i diplomatici” (da una analisi di John Harwood su CNNPolitics).

 

 

 

L’economia popolare ‘Molto Seria’, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 11 febbraio 2022)

febbraio 14, 2022

 

Feb. 11, 2022

Very Serious Folk Economics

By Paul Krugman

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A few days ago, Tressie McMillan Cottom published an insightful article in The Times about the power of “folk economics” — which she defined as “the very human impulse to describe complex economic processes in lay terms.” Her subject was the widespread enthusiasm for cryptocurrency, but her article sent me down memory lane, recalling the role folk economics has played in past policy debates.

Just to be clear, the “folk” who hold plausible-sounding but wrongheaded views of the economy needn’t be members of the working class. They can be, and often are, members of the elite: plutocrats, powerful politicians and influential pundits. In fact, elite embrace of folk economics was a large part of what went wrong in the global response to the 2008 financial crisis. And it’s starting to have a destructive effect now.

So, memories: When the 2008 financial crisis struck, economists, believe it or not, had an intellectual framework ready to go, pretty much custom-made for that situation — because it was devised in the 1930s during the Great Depression. The “IS-LM model” was introduced by the British economist John Hicks in 1937 as an attempt to encapsulate the insights of John Maynard Keynes, who had published “The General Theory of Employment, Interest and Money” the previous year. There’s endless argument about whether Hicks was true to Keynes’s vision — which is irrelevant for my discussion now — because Hicks is what economists brought to the table in 2008.

According to IS-LM (which stands for investment-savings, liquidity-money), public policy normally has two tools it can use to fight an economic slump. Loosely speaking, the Fed can print more money to drive interest rates down, or the Treasury can engage in deficit spending to pump up demand. After a financial crisis, however, the economy gets so depressed that monetary policy hits a limit; interest rates can’t go below zero. So, large-scale deficit spending is the appropriate and necessary response.

But folk economics sees deficits as irresponsible and dangerous; if anything, many people have the instinctive feeling that governments should cut back in hard times, not spend more. And this instinct had a big, adverse effect on policy. True, the Obama administration did respond to the slump with fiscal stimulus, but it was underpowered in part because of unwarranted deficit fears. (This isn’t hindsight, and I was tearing my hair out at the time.) And by 2010, influential opinion — the opinion of what I used to call Very Serious People — had shifted around to the view that debt, not mass unemployment, was the most important problem facing the United States and other wealthy nations.

This wasn’t what conventional economics said, and there was no hint that investors were losing faith in U.S. debt. But deficit scaremongering came to dominate political and media discussions, and governments turned to austerity policies that slowed recovery from the Great Recession.

Did economists unanimously oppose austerity? Hey, have economists ever unanimously agreed on anything? (There’s less disagreement within the profession than legend has it, but still.) Indeed, a handful of prominent economists managed to come up with arguments that seemed to support the folk theory that deficits are always bad — an episode that I always think of when I see demands for new economic thinking. You see, during the last crisis the new ideas that actually influenced policy did indeed go against conventional economics — but in ways that supported, rather than challenged, the prejudices of the powerful.

Two papers in particular had a malign influence. One, by Alberto Alesina and Silvia Ardagna, asserted that cutting spending in a depressed economy was actually expansionary, because it would increase confidence. The other, by Carmen Reinhart and Kenneth Rogoff, declared that government debt had big, negative effects on growth when it crossed a critical threshold, around 90 percent of gross domestic product.

Both papers were widely criticized by other economists as soon as they were circulated, and in fairly short order their empirical claims were pretty much demolished by other researchers. But their arguments were eagerly adopted by influential people who liked their message, and a funny thing happened to the discourse in the media: To a large extent, these speculative (and wrong) arguments for austerity were both accepted as fact and presented as the consensus of the economics profession. Back in 2013, I cited a Washington Post editorial that declared “economists” believed that terrible things happen when debt exceeds 90 percent of G.D.P., when in fact this was very much not what the rest of us were saying.

And I’ve been hearing echoes of that misrepresentation in some current debates, as people advocating new economic ideas — or at least what they claim are new ideas — assert that conventional economic thinking was responsible for austerity policies after 2008. Um, no: Fiscal austerity was exactly what conventional economics told us not to do in a depressed economy, and it was only the peddlers of unorthodox economics who gave austerity policies intellectual cover.

Which brings us to our current moment. This time around, fiscal stimulus wasn’t underpowered, and there’s definitely a case to be made that excessive deficit spending in 2021 was a factor in rising inflation (although we can argue about how big a factor, since inflation is also up a lot in countries that didn’t engage in much stimulus). But now what?

As I said, the IS-LM model tells us that policymakers have two tools for managing the overall level of demand: fiscal and monetary policy. When you’re trying to boost a deeply depressed economy, monetary policy becomes unavailable, because you can’t push interest rates below zero. But if you’re trying to cool off an overheated economy, monetary policy is available: Interest rates can’t go down, but they can go up.

And because changing monetary policy is easy, conventional analysis says that monetary tightening is the way to go. Indeed, the Fed has made it clear that it intends to do just that. Getting the pace and size of rate hikes right will be tricky, but conceptually it isn’t hard.

But the folk economics position — where by “folk,” I mainly mean Senator Joe Manchin — is that excessive government spending caused inflation, so now we have to call off any new spending, even if it’s more or less paid for with new revenue.

Well, that’s not what conventional economics says; on the contrary, the standard model says that the Fed can handle this while we deal with other priorities.

And while conventional economics isn’t always right, any people attacking it now should ask themselves whether they’re doing so in a constructive way. In particular, I’m seeing a lot of denigration of monetary policy from people who don’t seem to realize that they are, de facto, giving aid and comfort to politicians who don’t want to invest in America’s children and the fight against climate change.

 

L’economia popolare ‘Molto Seria’,

di Paul Krugman

 

Pochi giorni fa, Tressie McMillan Cottom ha pubblicato una articolo acuto sul Times sul potere dell’ “economia popolare” – che ella ha definito come “l’impulso molto umano a descrivere complicati processi economici in termini semplici”. Il suo tema era il generale entusiasmo per le criptovalute, ma il suo articolo mi ha rispedito sul filo della memoria, ricordandomi il ruolo giocato dall’economia popolare nei dibattiti politici passati.

Solo per chiarezza, il “popolo” che si attiene a punti di vista apparentemente plausibili ma fuorvianti non c’è bisogno si componga di membri della classe lavoratrice. Possono essere, e spesso sono, membri delle classi dirigenti: plutocrati, politici potenti e influenti commentatori. Di fatto, le classi dirigenti dell’economia popolare costituirono una larga parte di quello che andò storto nella risposta globale alla crisi finanziaria del 2008. E adesso sta ricominciando ad avere un effetto distruttivo.

Dunque, le memorie: quando colpì la crisi finanziaria del 2008, gli economisti, lo crediate o meno, avevano uno schema intellettuale facile da applicare, praticamente fatto su misura per quella situazione – giacché era stato concepito negli anni ’30 durante la Grande Depressione. Il “modello IS-LM” venne introdotto dall’economista inglese John Hicks nel 1937 come un tentativo di incapsulare le intuizioni di John Maynard Keynes, che l’anno precedente aveva pubblicato “La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”.  C’è una discussione infinita sul fatto se quella di Hicks fosse la effettiva visione di Keynes – che per questo mio intervento è irrilevante – considerato che Hicks fu quello che gli economisti misero sul tavolo nel 2008.

Secondo il modello IS-LM (che sta per investimenti-risparmi e liquidità-moneta), normalmente la politica pubblica ha due strumenti utilizzabili per combattere una recessione economica. Parlando genericamente, la Fed può stampare più moneta per spingere in basso i tassi di interesse, oppure il Tesoro può impegnarsi nella spesa in deficit per ravvivare la domanda. Dopo una crisi generale, tuttavia, l’economia diventa così depressa che la politica monetaria raggiunge un limite; i tassi di interesse non possono scendere sotto lo zero. Dunque, una spesa in deficit su larga scala è la risposta appropriata e necessaria.

Ma l’economia popolare considera i deficit come irresponsabili e pericolosi: molte persone hanno la sensazione istintiva che nei tempi difficili i Governi debbano fare dei tagli, non spendere maggiormente. E questo istinto ebbe un grande effetto negativo sulla politica. È vero, l’Amministrazione Obama rispose alla recessione con lo stimolo della spesa pubblica, ma esso fu sottodimensionato in parte a causa di ingiustificate paure sui deficit (non lo dico col senno di poi, e a quell’epoca mi strappavo i capelli). E con il 2010, un punto di vista influente – che io ero solito definire come quello delle Persone Molto Serie – si spostò sull’opinione che il debito, non la disoccupazione di massa, fosse il problema più importante che stava di fronte agli Stati Uniti e ad altre nazioni ricche.

Questo non era ciò che diceva l’economia convenzionale, e non c’era alcun cenno che gli investitori stessero perdendo la fiducia nel debito statunitense. Ma i seminatori di paure arrivarono a dominare i dibattiti politici e sui media, e i Governi si spostarono su politiche di austerità che rallentarono la ripresa dalla Grande Recessione [1].

Gli economisti si opposero in modo unanime all’austerità? Diciamolo, hanno mai concordato unanimemente su qualcosa, gli economisti? (ci fu meno disaccordo nella disciplina di quello che racconta la leggenda, ma tant’è). In effetti, una manciata di eminenti economisti cercarono di uscirsene con argomenti che sembravano sostenere la teoria secondo la quale i deficit sono sempre negativi – un episodio al quale penso in continuazione quando vedo pronunciamenti per un nuovo pensiero economico. Sapete, durante l’ultima crisi le nuove idee che effettivamente influenzarono la politica in effetti andarono contro l’economa convenzionale – ma in un modo che dava sostegno, piuttosto che sfidare, i pregiudizi dei potenti.

Due saggi in particolare ebbero un’influenza malefica. Uno, a cura di Alberto Alesina e Silvia Ardagna, sosteneva che tagliare la spesa in una economia depressa era effettivamente espansivo, perché avrebbe aumentato la fiducia. L’altro, a cura di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, affermava che il debito pubblico aveva grandi effetti negativi sulla crescita quando oltrepassava una soglia critica, attorno al 90 per cento del prodotto interno lordo.

Appena entrarono in circolazione, entrambi i saggi vennero ampiamente criticati da altri economisti,  e in un tempo abbastanza breve le loro pretese empiriche vennero in buona parte demolite da altri ricercatori. Ma i loro argomenti vennero adottati con entusiasmo da parte di persone alle quali tale messaggio andava a genio, ed accadde una cosa curiosa nel dibattito sui media: in larga misura, questi argomenti capziosi (e sbagliati) per l’austerità vennero accettati come fatti e presentati come il parere unanime della disciplina economica. Nel passato 2013, io citai un editoriale del Washington Post che affermava che accadono cose terribili quando il debito eccede il 90 per cento del PIL, quando in realtà questo non era affatto quello che stava dicendo la maggioranza di noi.

E in alcuni dibattiti attuali vengo cogliendo l’eco di tale rappresentazione distorta, quando persone che difendono le nuove idee economiche – o almeno quelle che essi sostengono siano le nuove idee – asseriscono che il pensiero economico convenzionale fu responsabile delle politiche di austerità dopo il 2008. Non è proprio così: l’austerità della finanza pubblica era esattamente quello che l’economia convenzionale ci diceva di non fare in un’economia depressa, e furono soltanto coloro che spacciavano l’economia non ortodossa che diedero copertura intellettuale alle politiche dell’austerità.

Il che mi riporta al momento attuale. Questa volta, lo stimolo della finanza pubblica non è stato sottodimensionato, e c’è sicuramente un argomento che può essere avanzato secondo il quale una eccessiva spesa in deficit sia stata un fattore della crescente inflazione (sebbene si possa discutere quanto sia stato grande quel fattore, dal momento che l’inflazione è in forte crescita anche in paesi che non si sono granché impegnati nello stimolo). Ma adesso che fare?

Come ho detto, il modello IS-LM ci dice che la autorità pubbliche hanno due strumenti per gestire il livello complessivo della domanda: la politica della finanza pubblica e quella monetaria. Quando si cerca di incoraggiare un’economia profondamente depressa, la politica monetaria diventa inutilizzabile, perché non si possono spingere i tassi di interesso sotto lo zero. Ma se si sta cercando di raffreddare un’economia surriscaldata, la politica monetaria è disponibile: i tassi di interesse non hanno margini per scendere, ma possono salire.

E poiché cambiare la politica monetaria è facile, l’analisi convenzionale ci dice che la restrizione monetaria è il modo di procedere. In effetti la Fed ha chiarito che intende proprio far quello. Stabilire il ritmo e la dimensione del rialzi dei tassi sarà complicato, ma concettualmente non è difficile.

Ma la posizione dell’economia popolare – dove per ‘popolare’ intendo principalmente il Senatore Joe Manchin – è che una spesa pubblica eccessiva ha provocato l’inflazione, dunque adesso dobbiamo cancellare ogni nuova spesa, anche se essa è più o meno compensata da nuove entrate.

Ebbene, non è questo che dice l’economia convenzionale: al contrario, il modello standard dice che la Fed può gestire tutto questo mentre ci occupiano di altre priorità.

E se l’economia convenzionale non ha sempre ragione, tutte le persone che la stanno attaccando dovrebbero chiedersi se lo stanno facendo in modo costruttivo. In particolare, constato molta dose di denigrazione della politica monetaria da parte di persone che non sembrano comprendere che, di fatto, stanno dando aiuto e sostegno ai politici che non vogliono investire sul bambini dell’America né combattere contro il cambiamento climatico.

 

 

 

 

 

[1] Ricordo che gli economisti definiscono come Grande Depressione la crisi degli anni ’30 e come Grande Recessione quella successiva al 2008, coerentemente con il fatto che per ‘depressione’ si intende precisamente una fase di crisi duratura, mentre con ‘recessione’ si intende una fase più limitata nel tempo.

 

 

 

Quando abbiamo davvero bisogno di nuove teorie economiche? Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 8 febbraio 2022)

febbraio 10, 2022

 

Feb. 8, 2022

When Do We Need New Economic Theories?

By Paul Krugman

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Today’s newsletter isn’t about Modern Monetary Theory (MMT), which has been the subject of a lot of back-and-forth in the economics world over the past couple of days. Suffice it to say that I consider MMT the cryptocurrency of macroeconomics: It sounds edgy and forward-looking, but when you press its devotees on what exactly is its point, what it can do that you can’t do better using more conventional approaches, the response is a lot of bombast but no clear answer.

My topic today is, instead, more meta (not to be confused with Mark Zuckerberg’s Meta). Here’s the question: When do events tell us that we need a fundamental rethink of economic concepts?

You might think that the need for new theory is obvious whenever consensus economic forecasts are wildly off. But it’s a big, complicated world out there, and conceptually sound models may end up being way off because of inadequate data or outside events.

Here’s an example from “real” science: Britain’s Great Storm of 1987, whose severity came as a complete surprise. Nobody suggested that there was something wrong with the fundamental principles of meteorology. Instead, while forecasters came in for a lot of criticism, the main conclusion was that the Met Office’s data collection for the ocean south and west of Britain was inadequate and needed to be reinforced.

What’s an economic example? This may surprise you: Essentially nobody saw the 2008 financial meltdown coming (other than people who predicted many other crises that didn’t happen), but when it did come, there wasn’t much existential angst among economists I talked to. We’ve long had a theory of banking crises; we just thought that regulations and deposit insurance made an old-fashioned wave of bank runs impossible — which they did, for traditional banks.

What few had realized, however, was that much of the modern financial system now involved “shadow banks” that did bank-type business but, because they weren’t marble buildings with rows of tellers, lacked both the regulations and the government guarantees that protected traditional banking. As soon as that became clear, the crisis, although unanticipated, was easily slotted into the standard framework; in the weeks after Lehman Brothers fell, you could find economists roaming the halls muttering “Diamond-Dybvig, Diamond-Dybvig” under their breath.

So which economic crises clearly demonstrated the need for a fundamental rethink? The Great Depression, of course: Such a thing was undreamed of under the era’s prevailing economic philosophy, and the fact that it happened converted many to the economic vision of John Maynard Keynes.

The stagflation of the 1970s also forced a major rethink. Persistent inflation despite high unemployment seemed to provide a spectacular vindication for the argument of Milton Friedman and Edmund Phelps that sustained inflation would get built into wage- and price-setting — not an entirely new idea but one that became part of the canon.

Conversely, the Volcker recession of the 1980s refuted some of the popular economic models of the 1970s. According to these “equilibrium macro” models, tight money would cause a recession only if people didn’t see it coming. The huge, sustained slump associated with disinflation showed that these models were wrong — although this time, sadly, a large part of the profession refused to accept the evidence and went into decades of denial.

Finally, Japan’s sustained economic weakness beginning in the 1990s had a profound effect on the thinking of a number of economists — including yours truly and a guy named Ben Bernanke (what ever happened to him?). Back in 1998, I argued that the rules would change in an economy in which the amount people wanted to save exceeded the amount businesses wanted to invest. Even huge increases in the money supply would just sit there, rather than causing inflation. Nor would budget deficits raise interest rates, unless they were big enough to absorb all the excess saving.

What about subsequent events? Believe it or not, there has been nothing comparably earthshaking, at least in intellectual terms. After 2008, the whole world started to look like Japan a decade earlier; well, we already had the intellectual framework for that.

It’s true that many financial types and policymakers, together with a few economists, kept predicting that interest rates and the rate of inflation would soar any day now. But these predictions weren’t based on any coherent model. Instead, they reflected some combination of gut feelings and, it must be said, wishful thinking. For example, Alan Greenspan, who kept predicting terrible things from money-printing and deficit spending, declared the failure of inflation and interest rates to soar “regrettable.”

Those of us who stayed with the models thought this was silly. Way back in 2010, I made fun of “invisible bond vigilantes” (and also of people who believed in the confidence fairy).

Getting this story right is important because I keep seeing writers declaring that the persistence of low interest rates, despite large deficits and government debt, is somehow a shocking development that refutes conventional economic thinking, so we should turn to novel doctrines like MMT. Well, I do not think that word “conventional” means what they think it means. You can find famous people who kept predicting a big rise in rates, but nothing that happened between the global financial crisis and the Covid-19 pandemic contradicted standard Keynesian theory.

What about the recent surge in inflation? I don’t want to minimize the fact that I called that one wrong, and it’s a big deal. But the odd thing about this debate is that Team Inflation and Team Transitory started out with more or less the same intellectual framework, just different interpretations of the numbers.

And, for now, the failure of many economists to get inflation right looks like the 2008 failure to appreciate the fragility of the financial system, or, for that matter, the Met Office’s bad weather forecast in 1987, rather than an existential intellectual problem. Nobody saw supply-chain woes or worker shortages driven by the Great Resignation coming, but as I said, it’s a big, complicated world out there, and sometimes stuff happens.

The moral of this discussion isn’t that the mainstream is always right, or that you should listen only to people with the right formal credentials. It is, instead, that new ideas should be judged as ideas, not by whether those proposing those ideas talk a good game. We all love tales of brave innovators challenging a stodgy establishment, but that very love opens the doors for hucksters — who may be fooling themselves, as well as others — who actually have nothing to offer but a good story line.

 

Quando abbiamo davvero bisogno di nuove teorie economiche?

Di Paul Krugman

 

Questo post di oggi non riguarda la Moderna Teoria Monetaria (MMT), che è stata oggetto negli ultimi due giorni di una botta e risposta [1] nel mondo dell’economia.  E’ sufficiente dire he io considero la MMT come la criptovaluta della macroeconomia: essa sembra incisiva e all’avanguardia, ma quando spingete i suoi fedeli su quello che è precisamente il punto, cosa essa può fare di meglio e cosa non può fare rispetto all’utilizzo di approcci più convenzionali, la replica è un sacco di discorsi ma nessuna risposta chiara.

Il mio tema di oggi, invece, è più “meta” [2] (da non confondersi con la Meta di Mark Zuckerberg). La domanda è questa: quando gli eventi ci dicono che abbiamo bisogno di un ripensamento di fondo dei concetti economici?

Potreste pensare che il bisogno di nuove teorie sia evidente quando il consenso dei previsori economici è palesemente in difetto. Ma il nostro mondo è grande e complicato, e modelli concettualmente corretti possono finire fuori strada a causa di dati inadeguati e di eventi esterni.

Ecco un grande esempio dalla scienza “reale”: la grande tempesta inglese del 1987, la cui gravità venne completamente non prevista. Nessuno mostrò che c’era qualcosa di sbagliato nei principi fondamentali della meteorologia. Piuttosto, mentre i meteorologi venivano sommersi da una gran quantità di critiche, la principale conclusione fu che la raccolta di dati dell’Ufficio Meteorologico sull’oceano meridionale e occidentale dell’Inghilterra era inadeguata e aveva bisogno di essere potenziata.

Quale potrebbe essere un esempio dall’economia? Questo può sorprendervi: sostanzialmente nessuno vide arrivare il collasso finanziario del 2008 (se non le persone che avevano previsto molte altre crisi mai avvenute), ma quando il collasso arrivò, non ci furono grandi ansie esistenziali tra gli economisti con cui parlavo. Avevamo da tempo una teoria sulle crisi bancarie; pensavamo semplicemente che i regolamenti e le garanzie sui depositi rendessero un’ondata di vecchia maniera di corse agli sportelli delle banche impossibile  – che era quello che facevano, ma per le banche tradizionali.

Quello che pochi compresero, tuttavia, fu che una gran parte del sistema finanziario moderno a quel punto riguardava le “banche ombra” che facevano affari del genere di quelli di una banca, ma siccome non erano edifici di marmo con file di cassieri, mancavano sia dei regolamenti che delle garanzie dei Governi nel proteggere il tradizionale settore bancario. Come fu presto chiaro, la crisi, sebbene imprevista, fu facilmente inquadrata in un modello classico; nelle settimane successive alla caduta della Lehman Brrothers, si potevano incrociare economisti che vagavano per le sale borbottando sottovoce “Diamond-Dybvig, Diamond-Dybvig” [3] .

Dunque, quali crisi economiche dimostrano chiaramente che c’è bisogno di un ripensamento di fondo? La Grande Depressione, ovviamente: una cosa del genere era inimmaginabile nella prevalente filosofia economica dell’epoca, e il fatto che avvenisse face convertire molti alla visione economica di John Maynard Keynes.

Anche la stagflazione degli anni ’70 costrinse ad un importante ripensamento. La persistente inflazione nonostante l’elevata disoccupazione sembrava fornire uno spettacolare risarcimento alla tesi di Milton Friedman e Edmund Phelps secondo il quale una prolungata inflazione si sarebbe installata nella fissazione dei salari e dei prezzi – non era un’idea del tutto nuova ma divenne parte del canone.

Di converso, la recessione Volcker degli anni ’80 confutò alcuni modelli economici popolari negli anni ’70. Secondo questi modelli di “macro equilibrio”, una stretta monetaria avrebbe provocato una recessione soltanto se le persone non se ne fossero accorte. La vasta, prolungata recessione associata con la disinflazione mostrò che questi modelli erano sbagliati – sebbene questa volta, tristemente, una larga parte della disciplina rifiutò di accettare l’evidenza e si chiuse in decenni di negazionismo.

Infine, la prolungata debolezza economica del Giappone a partire dagli anni ’90 ebbe un effetto profondo sul pensiero di un certo numero di economisti – compresi il sottoscritto e un personaggio dal nome di Ben Bernanke (cosa gli è mai successo?). Nel passato 1998, io sostenni che in un’economia nella quale la quantità di persone che intendevano risparmiare avesse ecceduto la quantità di imprese che volevano investire, le regole sarebbero cambiate. Persino grandi aumenti nell’offerta di moneta sarebbero rimasti inerti, anziché provocare inflazione. Neppure grandi deficit di bilancio avrebbero aumentato i tassi di interesse, a meno che non fossero talmente grandi da assorbire tutti i risparmi in eccesso.

Che dire degli eventi successivi? Ci si creda o no, non c’è stato niente di comparabilmente sconvolgente, almeno in termini intellettuali. Dopo il 2008, il mondo intero ha cominciato a sembrare come il Giappone un decennio dopo: in pratica, avevamo già avuto i modello intellettuale per tutto quello.

È vero che molti personaggi della finanza e molti politici, assieme a pochi economisti, hanno continuato ad annunciare che i tassi di interesse e il tasso di inflazione sarebbero schizzati alle stelle. Ma queste previsioni non erano basate su alcun modello coerente. Piuttosto riflettevano una qualche combinazione di presentimenti e, va detto, di mere illusioni. Ad esempio, Alan Greenspan, che ha continuato a prevedere cose tremende per lo stampare moneta e le spese in deficit, ha dichiarato che la mancata impennata dell’inflazione e dei tassi di interesse era “incresciosa”.

Coloro tra noi che rimasero fedeli ai modelli pensarono che questa fosse una sciocchezza. Nel passato 2010, io prendevo in giro i “vigilantes invisibili delle obbligazioni” (ed anche le persone che credevano nella ‘fata della fiducia’).

Comprendere questa storia è importante perché continuo a vedere persone che scrivono che la persistenza di bassi tassi di interesse, nonostante ampi deficit e  il debito pubblico, è in qualche modo uno sviluppo impressionante che confuta il pensiero economico tradizionale, cosicché dovremmo rivolgerci a dottrine innovative come la MMT. Ebbene, io non penso che la parola “convenzionale” significhi cosa loro pensano. Si può trovare un individuo famoso che ha continuato a prevedere una grande aumento dei tassi, ma niente di ciò che è avvenuto tra la crisi finanziaria globale e la pandemia del Covid-19 ha contraddetto la teoria keynesiana tradizionale.

Che dire, allora, della recente impennata dell’inflazione? Non intendo minimizzare il fatto che ho preso una posizione sbagliata su quell’aspetto, e si tratta di una faccenda importante. Ma la cosa curiosa di questo dibattito è che coloro che sostenevano la tesi dell’inflazione e quelli che sostenevano la sua transitorietà sono partiti più o meno con lo stesso schema intellettuale, solo con interpretazioni diverse dei dati.

E, sino a questo punto, il fatto che molti economisti non siano riusciti a intendere giustamente l’inflazione assomiglia all’incapacità nel 2008 ad apprezzare la fragilità del sistema finanziario, oppure, in modo simile, a quella dell’Ufficio Meteorologico nel 1987 a prevedere il brutto tempo, piuttosto che ad un problema intellettuale fondamentale. Nessuno ha intuito i guai delle catene dell’offerta o le scarsità di lavoratori derivanti dalla Grande Dismissione, ma come ho detto, in giro c’è un mondo grande e complicato, e talvolta le cose accadono.

La morale di questo dibattito non è che il pensiero prevalente ha sempre ragione, o che si dovrebbero ascoltare soltanto le persone con le giuste credenziali formali. È invece che le nuove idee dovrebbero essere giudicate come idee, e non dal fatto che coloro che le propongono giochino bene le loro carte. A tutti noi piacciono i racconti di innovatori coraggiosi che sfidano i gruppi dirigenti tediosi, ma quello che davvero ci piace apre le porte agli imbonitori – che può darsi che, come tutti gli altri, ingannino se stessi – ma che effettivamente non hanno niente da offrire se non bei racconti.

 

 

 

 

[1] Il riferimento è a due articoli, uno elogiativo di Joanna Smialek ed uno molto critico di Noah Smith. Il primo è apparso sul New York Times, il secondo sul blog dello Smith.

[2] Ovvero: “va un po’ oltre”, “trascende”.

[3] Il modello di Diamond-Dybvig (1983) è un modello teorico che si propone di spiegare le modalità attraverso cui si determina un fenomeno di run bancario (corsa agli sportelli), fornendo al contempo una rappresentazione teorica del meccanismo attraverso cui le banche creano liquidità. Il modello rappresenta ad oggi il punto di riferimento teorico per la spiegazione dei fenomeni considerati, e non a caso di esso sono state proposte varie riformulazioni successive. Wikipedia.

 

 

 

Siamo in un’altra bolla immobiliare? Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 28 gennaio 2022)

febbraio 7, 2022

 

Jan. 28, 2022

Are We in Another Housing Bubble?

By Paul Krugman

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Do you remember the housing bubble? OK, if you’re 35 or younger, probably not — you were a teenager at the most when the bubble burst. But it was a huge deal at the time, and a very strange one.

When the bubble was inflating in the early 2000s, it seemed to me and others — Dean Baker may have been the first prominent economist to sound the alarm — to be the most obvious case of mispricing we’d ever seen. At least the dot-com bubble of the late 1990s had the excuse that businesses were developing exciting new technology, so at least some of the new companies might end up becoming extremely valuable. But people have been building houses for thousands of years; what could justify those extraordinary prices?

At the time, however, anyone raising questions about housing was treated like … people who now raise questions about cryptocurrencies. (After yesterday’s column went online, a Wall Streeter friend texted “God help your inbox.”) I got a lot of “You only say there’s a bubble because you hate President Bush” emails.

Anyway, the bubble eventually burst, taking a large part of the financial system down with it. That is a worrying precedent, because housing prices have once again been rising rapidly. In fact, the average real price of housing in major markets is now higher than it was at its 2006 peak:

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Here we go again?Credit…FRED

So is history about to repeat itself? Well, there are important differences between this house-price surge and the previous one, differences that arguably make this one less worrying.

One important feature of the 2000s spike in housing prices was that it affected only some metropolitan areas. When I wrote about the bubble in 2005, I argued that America was effectively divided between Flatland — places where it was easy to increase the housing supply — and the Zoned Zone, where “a combination of high population density and land-use restrictions” made it hard to build new houses. And the big price increases took place only in the latter. For example, here’s a comparison over time between Miami and Dallas:

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But this time it’s more evenly spread.Credit…FRED

That distinction was key to my conclusion that we were in the midst of a bubble. By the mid-2000s, real home prices at a national level were up by “only” about 50 percent, a number you could, with painful intellectual contortions, try to justify on the basis of low interest rates. But there was no way to justify the 100 percent or more increases we were seeing in places like Miami and San Diego.

This time, however, is different. Look again at the Miami-Dallas comparison. As you can see, the new surge in home prices is much more of a national phenomenon, with prices rising as much or more in Flatland than in the Zoned Zones along the coasts. Adjusted for inflation, prices in places that were the epicenter of the 2000s bubble are still below their previous peak (and their price rise is easier to justify, because interest rates are even lower now); the reason the national average is so high is that prices are surging everywhere — even in small towns that used to be bargains.

How is this possible? In the 2000s home prices stayed low in many places, despite surging demand, because there was plenty of supply: Buildable land was abundant both in small cities and in cities that, like Houston, don’t have much in the way of zoning.

This time, however, record home prices haven’t led to a boom in housing construction:

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Build we won’t.Credit…FRED

But why? With houses selling for so much, you’d think there would be a big incentive for developers to throw up new units, which they can do quite quickly. I still remember driving around New Jersey during the McMansion boom and being amazed at how quickly houses went up. Why aren’t the developers rushing in now?

In correspondence, my old M.I.T. classmate and economist Charles Steindel pointed me to the likely answer: It’s the supply chain, stupid. Look at what is happening to the price of building materials:

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The supply chain strikes again.Credit…FRED

So prices are shooting up, even in places with plenty of buildable land, because supply can’t rise to meet the demand.

Put all this together, and the case for a bubble isn’t nearly as compelling as it was in 2005 or 2006. That doesn’t mean that all is well. Real estate people I know tell me that there’s still a feeling of unhealthy frenzy, and people who paid high prices for small-town houses may regret it once supply chains get unsnarled and more houses get built.

But this time is different, even if some house prices are starting to look like the 2000s bubble. I wouldn’t say that everything is fine, but a housing bubble probably isn’t in my top 10 list of things to worry about.

 

Siamo in un’altra bolla immobiliare?

Di Paul Krugman

 

Ricordate la bolla immobiliare? Va bene, se avete 35 anni o meno, probabilmente no – eravate al massimo adolescenti quando la bolla scoppiò. Ma a quel tempo fu una faccenda importante, ed anche molto strana.

Quando nei primi anni 2000 la bolla stava gonfiandosi, sembrò a me e ad altri – Dean Baker forse fu il primo eminente economista a suonare l’allarme – che fosse il caso più evidente di una sbagliata fissazione di un prezzo che si era mai visto. Almeno la bolla delle imprese commerciali che operavano con internet della fine degli anni ’90 aveva avuto la scusa che esse stavano promuovendo una nuova eccitante tecnologia, cosicché almeno alcune delle nuove società potevano finire col diventare estremamente di valore. Ma la gente stava costruendo case da migliaia di anni; cosa poteva giustificare quei prezzi straordinari?

A quei tempi, tuttavia, chiunque sollevasse domande sulle abitazioni veniva trattato come … le persone che oggi sollevano domande sulle criptovalute (dopo il mio articolo di ieri, un amico di Wall Street mi ha scritto: “Dio salvi la tua cassetta delle lettere”). Ricevetti allora una grande quantità di email con: “Tu dici che c’è una bolla solo perché odi il Presidente Bush”.

In ogni caso alla fine la bolla scoppiò, portando giù con sé una ampia parte del sistema finanziario. Quello è un precedente preoccupante perché i prezzi delle abitazioni stanno ancora una volta salendo rapidamente. Di fatto,  il prezzo medio reale degli alloggi nei principali mercati è oggi più elevato di quanto fosse a suo picco del 2006:

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Ci siamo di nuovo? Fonte: FRED

Così la storia è prossima a ripetersi? Ebbene, ci sono differenze importanti tra questa crescita dei prezzi delle abitazioni e quella precedente, differenze che probabilmente rendono quest’ultima meno preoccupante.

Un caratteristia importante dell’impennata dei prezzi delle abitazioni negli anni 2000 fu che essa interessò soltanto alcune aree metropolitane. Quando io scrissi sulla bolla nel 2005, sostenevo che l’America era effettivamente divisa tra le “Distese pianeggianti” – zone nelle quali era facile che l’offerta di alloggi crescesse – e le “Zone della programmazione territoriale”, nelle quali “una combinazione di elevata densità della popolazione e di restrizioni nell’uso dei terreni” rendevano difficile costruire nuove case. E i grandi incrementi dei prezzi ebbero luogo solo nelle seconde. Ad esempio, questo è un confronto negli anni tra Miami e Dallas:

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Ma questa volta è diffusa più equamente. Fonte: FRED   [1]

Quella distinzione era cruciale nella mia conclusione secondo la quale eravamo nel mezzo di una bolla. Alla metà degli anni 2000 i prezzi reali delle abitazioni al livello nazionale erano saliti “soltanto” di un 50 per cento, un dato che si poteva cercare di giustificare, con ragionamenti penosamente contorti, sulla base dei bassi tassi di interesse. Ma non c’era alcun modo di giustificare gli aumenti del 100 per cento e più che si stavano osservando in luoghi come Miami e San Diego.

Questa volta, tuttavia, è diverso. Guardate ancora il confronto tra Miami e Dallas. Come si può vedere, la crescita dei prezzi delle abitazioni è molto più un fenomeno nazionale, con i prezzi che crescono altrettanto o di più nelle distese di pianura che nelle zone con maggiori vincoli di pianificazione lungo le coste. Corretti per l’inflazione, i prezzi nei luoghi che furono epicentro della bolla degli anni 2000 sono ancora al di sotto del loro picco precedente (e la loro crescita è più facile da giustificare, perché i tassi di interesse sono oggi persino più bassi); la ragione per la quale la media nazionale è così alta è che i prezzi stanno aumentando dappertutto – persino nelle piccole città che una volta erano affari.

Come è possibile questo? Negli anni 2000 i prezzi degli alloggi restavano bassi in molte località, nonostante la crescita della domanda, perché c’era una grande quantità d oferta: i terreni edificabili erano abbondanti sia nelle piccole città che nelle città che, come Houston, non avevano molta programmazione in corso. Tuttavia, questa volta i prezzi record delle abitazioni non hanno portato ad un boom nella costruzione di abitazioni:

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Non costruiremo. Fonte: FRED [2]

Ma perché? Con le case che si vendono per così tanto, si penserebbe che ci sia un grande incentivo per i costruttori a tirar su nuovi complessi, cosa che possono fare abbastanza rapidamente. Mi ricordo ancora quando si girava nel New Jersey durante il boom delle McMansion [3] e si restava sorpresi dalla velocità con la quale spuntavano. Perché adesso i costruttori non si precipitano?

Il mio vecchio compagno di corso al MIT ed economista Charles Steindel mi ha fornito per corrispondenza questa risposta: è l’offerta, stupido! [4] Osservate quello che sta accadendo ai prezzi dei materiali da costruzione:

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Le catene dell’offerta colpiscono anche in questo caso. Fonte: FRED

Dunque i prezzi si stanno impennando, persino in luoghi con grandi quantità di terreni edificabili, perché l’offerta non può crescere al punto di soddisfare la domanda.

Mettiamo tutto questo assieme, e l’argomento per una bolla non è neanche lontanamente così stringente come nel 2005 o 2006. Il che non significa che stia andando tutto bene. Persone del settore immobiliare mi riferiscono che c’è ancora una sensazione di insana frenesia, e le persone che hanno pagato alti prezzi per abitazioni in piccole cittadine potrebbero pentirsene una volta che l’aggrovigliarsi delle catene dell’offerta si scioglierà e verrano costruite più case.

Ma questa volta è diverso, anche se alcuni prezzi delle abitazioni stanno cominciando ad assomigliare alla bolla degli anni 2000. Non direi che tutto è a posto, ma probabilmente una bolla immobiliare non è tra le dieci principali cose di cui preoccuparsi.

 

 

 

 

 

[1] La linea rossa riguarda gli andamenti dei prezzi a Dallas, quella blu a Miami.

[2] La tabella mostra l’evoluzione dei nuovi complessi abitativi di proprietà privata negli Stati Uniti.

[3] Nelle comunità sub urbane degli Stati Uniti, McMansion è un termine peggiorativo che indica  complessi abitativi destinati ad un mercato di “produzione di massa” principalmente per le classi medio alte. é peggiorativo perché le vere “mansion” sono ville di gran lusso. Questa foto mostra – da Wikipedia – un serie di McMansions in una località della Virginia:

[4] Questa espressione è consueta per gli americani e deriva, pare, da una analoga sbrigaitva risposta che una volta diede Bill Clinton ad una domanda (“E’ l’economia, stupido!”).

 

 

 

L’inflazione e il potere della narrazione, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 25 gennaio 2022)

febbraio 1, 2022

 

Jan. 25, 2022

Inflation and the Power of Narrative

By Paul Krugman

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President Biden had what I’d call a human moment yesterday. After a Fox News correspondent shouted out a question about whether inflation would be a political liability, Biden could be heard muttering: “No, it’s a great asset. More inflation. What a stupid son of a bitch.” Seriously, can you blame him?

But why is inflation proving to be so much of a political liability? The idea that Americans are down on the economy because price increases have outstripped wage growth has hardened into conventional wisdom. And there’s obviously something to that. But the political reaction is disproportionate to the actual decline in real wages, and I’d argue that journalists are missing a large part of the story if they fail to realize that.

Let’s talk about the long view of wages and prices.

Here’s the annual rate of change in real wages — the rate of wage increase minus the rate of inflation — for blue-collar workers since the late 1970s:

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Real wages over the long run.Credit…FRED

Obviously there was a huge decline following the 1979 oil shock. Perhaps less familiar is the fact that real wages fell for much of the Reagan era. In particular, in October 1984 — on the eve of the presidential election — real wages were 1.4 percent lower than they were a year earlier. In October 1988, they were down 0.6 percent. Yet, Republicans won both elections by large margins by running on the economy.

What about our current situation? The most commonly used wage numbers have been screwy during the pandemic, because of compositional effects. For example, average wages shot up in 2020, not because workers were getting big raises, but because low-wage workers were laid off in disproportionate numbers. So we need to look at estimates that are supposed to correct for these compositional effects, like the Atlanta Fed’s wage tracker:

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Wages are spiking.Credit…Federal Reserve Bank of Atlanta

This tracker shows a sharp acceleration in wages; so does the official Employment Cost Index, although this index hasn’t yet been updated to reflect the past few months.

Still, there’s no question that inflation has outstripped wages over the past year. On the other hand, inflation was low in 2020, measured both by the Consumer Price Index and by the Fed’s preferred measure, the personal consumption expenditure deflator:

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Unfortunately, so are prices.Credit…FRED

So real wages rose last year. On a two-year basis, they’re probably down, but not by a lot. At the same time, we’ve had stellar job growth — and as I said, the combination of modestly declining real wages with a strong job market has actually been a winner for past presidents.

This time, however, consumer sentiment is extremely negative — almost as negative as it was in the late 1970s, when real wages were really plunging and unemployment was rapidly rising:

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Consumers say it’s awful.Credit…FRED

What’s going on? Surely it’s the power of narrative. As many of us have noted, Americans are very down on the national economy, but relatively upbeat about their own personal financial situation:

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But only for other people.Credit…Langer Research Associates

That is, their personal experience is pretty good but they’ve heard that things are terrible for other people.

A lot of this is partisanship. Democrats and Republicans used to have similar assessments of the economy, whoever was president. Now Republicans assess the economy as worse than it was in June 1980, when inflation was 14 percent and real wages were falling 6 percent a year.

Some of it also has to involve the way the media cover the economy. I know journalists hate hearing this, but if the way we report on events doesn’t affect public perceptions, what is the point of what we’re doing? And somehow Biden’s inflation, not Biden’s jobs boom, has come to dominate news coverage.

I’m not arguing that inflation isn’t a problem, nor am I doing a Phil Gramm and calling America a “nation of whiners.” I am saying that the remarkably negative public reaction to what by historical standards would at worst be considered mixed news is an important story in itself and deserves both some coverage and, perhaps, self-reflection on the part of those reporting on the subject.

 

L’inflazione e il potere della narrazione,

di Paul Krugman

 

Ieri il Presidente Biden ha avuto quello che chiamerei una momento di umanità. Dopo che il corrispondente di Fox News aveva gridato una domanda se l’inflazione sarebbe stata un’inconveniente in termini politici, si è potuto sentire Biden borbottare: “No, è un gran vantaggio. Più inflazione. Che stupido figlio di puttana”. Sul serio, si può biasimarlo?

Ma perché l’inflazione si dimostra essere in tal misura un inconveniente politico? L’idea che gli americani siano nelle basse in economia perché i prezzi salgono, nel senso comune, ha distaccato la crescita dei salari che si è rafforzata. E ovviamente c’è una ragione in questo. Ma la reazione politica è sproporzionata rispetto all’effettivo declino dei salari reali, e direi che i giornalisti si stanno perdendo una grande parte del racconto se non riescono a capirlo.

Parliamo dunque del lungo periodo dei salari e dei prezzi.

Ecco il tasso annuale di variazione dei salari reali – il tasso di crescita salariale meno il tasso di inflazione – per i lavoratori della produzione dalla fine degli anni ’70:

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I salari reali nel lungo periodo. Fonte: FRED

Ovviamente ci fu un enorme declino a seguito dello shock del petrolio del 1979. Forse è meno noto il fatto che i salari reali scesero per buona parte dell’epoca reaganiana. In particolare, nell’ottobre del 1984 – al momento della elezione presidenziale – i salari reali erano dell’1,4 per cento più bassi di quello che erano l’anno precedente. Nell’ottobre del 1988, erano scesi dello 0,6 per cento. Tuttavia, i repubblicani vinsero entrambe le elezioni con ampio margine con l’argomento dell’economia.

Che dire della situazione attuale? I dati più comunemente usati sui salari durante la pandemia sono stati anormali, a causa degli effetti composizionali. Ad esempio, le medie salariali si sono impennate nel 2020 non perché i lavoratori abbiano ottenuto grandi aumenti, ma perché i lavoratori con bassi salari erano stati licenziati in un numero sproprorzionato [1]. Dobbiamo dunque osservare le stime che si suppone siano corrette per questi effetti composizionali, come quella del ‘tracciatore’ salariale della Fed di Atlanta:

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I salari sono al culmine. Fonte: Fed di Atlanta

Questo tracciatore mostra una brusca accelerazione dei salari; lo stesso dicasi dell’Indice del Costo dell’Occupazione, sebbene quest’ultimo non sia ancora stato corretto per riflettere i mesi passati.

Eppure, non c’è dubbio che l’inflazione nell’anno passato abbia distaccato i salari. D’altra parte, l’inflazione era bassa nel 2020, come misurata sia dall’Indice dei Prezzi al Consumo che dalla stima preferita dala Fed, il deflatore delle spese personali di consumo:

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Sfortunatamente, anche i prezzi. Fonte: FRED

Dunque, i salari reali l’anno passato sono cresciuti. Su una base biennale essi sono probabilmente scesi, ma non di molto. Nello stesso tempo, abbiamo avuto una crescita stellare dei posti di lavoro – e, come ho detto, la combinazione di un modesto declino dei salari reali e di un forte mercato del lavoro in effetti era stata una carta vincente per i Presidenti del passato.

Questa volta, tuttavia, l’umore dei consumatori è estremamente negativo – quasi altrettanto negativo di come era stato negli ultimi anni ’70, quando i salari reali stavano davvero crollando e la disoccupazione era in rapida crescita:

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Secondo i consumatori il quadro è terribile. Fonte: FRED

Cosa sta succedendo? Certamente è il potere della narrazione. Come molti di noi hanno notato, gli americani sono molto pessimisti sull’economia nazionale, ma relativamente positivi sulla loro personale situazione finanziaria:

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… ma solo per gli altri. Fonte: Langer Research Associates [2]

In altri termini, la loro esperienza personale è abbastanza buona, ma hanno sentito dire che le cose sono terribili per gli altri.

In gran parte è spirito di parte. I democratici e i repubblicani di solito avevano giudizi simili sull’economia, chiunque fosse Presidente. Adesso i repubblicani stimano l‘economia peggiore di come era nel giugno del 1980, quando l’inflazione era al 14 per cento e i salari reali stavano calando del 6 per cento all’anno.

In parte ciò deve riguardare il modo in cui i media informano sull’economia. Conosco giornalisti che odiano sentirne parlare, ma se il modo in cui raccontiamo gli eventi non influenza le percezioni pubbliche, qual è lo scopo di quello che stiamo facendo? E in qualche modo l’inflazione di Biden, non il boom di posti di lavoro di Biden, ha finito col dominare nei resoconti giornalistici.

Non sto sostenendo che l’inflazione non sia un problema, né mi sto comportando come Phil Gramm [3] e chiamando l’America una “nazione di piagnoni”. Sto dicendo che una reazione dell’opinione pubblica considerevolmente negativa a quella che secondo gli standard storici sarebbe nel peggiore dei casi stata considerata una notizia ‘ a metà strada’, è di per sé una storia importante e merita sia una qualche informazione che, forse, una auto riflessione da parte di coloro che forniscono i resoconti su quel tema.

 

 

 

 

 

[1] Ovvero, i lavoratori licenziati del settore dei servizi, in buona parte chiusi per i lockdown dovuti al Covid-19.

[2] La tabella è in effetti interessante soprattutto nell’ultimo segmento, quello successivo alla rilevazione del 16 gennaio 2022. Come si vede, la variazione sulle tre domande poste è la seguente: in netto calo gli ottimisti alla domanda (in blu) sull’economia nazionale, altrettanto in calo gli ottimisti alla domanda sul cambiamento climatico (linea gialla), invece resta elevato l’ottimismo sulle condizioni finanziarie personali (linea rossa).

[3] Un politico ed economista americano, membro della Camera dei Rappresentanti ed eletto nel Texas. Agli inizi della sua carriera politica era un democratico ma in seguito passò al Partito Repubblicano e come repubblicano venne nuovamente eletto alla Camera.

 

 

 

Tesoro, mi si è ristretta la capacità produttiva, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 21 gennaio 2022)

gennaio 28, 2022

 

Jan. 21, 2022

Honey, I Shrank the Economy’s Capacity

By Paul Krugman

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Back in 2010 a group of conservative academics, economists and money managers signed an open letter warning that the efforts of the Federal Reserve to support the economy would be dangerously inflationary. But the inflation never came. So four years later Bloomberg reached out to as many of the signatories as they could, to ask what happened.

Not one was willing to admit having been wrong.

I don’t want to be like those guys. So I’m currently spending a fair bit of time trying to understand why my relaxed view of inflation early last year has been refuted by events. What I want to do today is share where I am now on that topic, and what my current take says about future policy.

Last spring the debate was focused on the American Rescue Plan, the Biden administration’s large spending package. A number of economists, including Larry Summers, Olivier Blanchard, and Jason Furman, warned that this package would overstimulate the economy — that output and employment would soar to levels that would create a lot of inflationary pressure.

Those of us on the other side argued that the risks of excess spending were much less than they warned — that large parts of the Biden package, like aid to state and local governments, would end up being disbursed gradually over time and therefore not have that much of an inflationary impact. To use the jargon, I argued that the A.R.P. would have a low “multiplier.”

So here’s the funny thing: The multiplier does indeed seem to have been low. The economy has expanded fast, but it started in a deep hole, and at this point is still if anything a bit below its prepandemic trend.

Here, for example, is real gross domestic product:

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Still not back to trend.Credit…FRED, author’s estimate

The Congressional Budget Office regularly publishes projections of “potential” G.D.P. — the level of output consistent with stable inflation. So far the official numbers through the third quarter of 2021, extended by private estimates of growth in the fourth quarter, still put us slightly below what we thought the economy’s potential was going to be.

Here’s another number, the employment rate of prime-age adults, which has generally been a good indicator of the state of the labor market (probably better than the unemployment rate):

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Where have all the workers gone?Credit…FRED

We’ve seen a strong recovery in employment, but we’re still significantly below prepandemic levels.

The point is that if you had told me a year ago that this is what current output and employment numbers would be, I wouldn’t have predicted soaring inflation. To put it another way, my expectations of a relatively muted effect of government outlays on demand were more or less vindicated. But of course my expectations of moderate inflation weren’t. So what happened?

Part of the answer lies in supply-chain issues. Overall demand hasn’t grown all that fast, but fear of face-to-face interactions has skewed demand away from services toward goods, overstraining shipping and in some cases manufacturing capacity. These issues account for a lot of recent inflation, but in a way they don’t worry me too much: The private sector has huge incentives to get stuff moving, so sooner or later supply-chain issues will fade away.

However, it’s not just the supply chain; it’s obvious that we’re now experiencing widespread labor shortages even though employment is still below its prepandemic trend.

I mentioned that the employed percentage of prime age adults has generally been a good indicator of the state of the labor market. Another good indicator is the rate at which workers are quitting their jobs: Quits are high when people believe that new jobs are easy to find. Normally these two measures move in tandem; but something has changed.

Here’s a scatter plot of the prime-age employment rate against the quit rate since 2001; the blue dots represent the prepandemic era, the red dots the era since early 2020:

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A nation of quitters? …Credit…FRED

You can see the close relationship between the two measures before 2020. Since then, however, the relationship seems to have shifted, so that a labor market that seems only OK judging by the employment rate looks extremely tight judging by the number of people who are quitting. And wages are rising rapidly, which suggests that quits are telling the real story.

What we’re seeing, of course, is the Great Resignation — which is also, to an important extent, a Great Retirement. A recent blog post from the International Monetary Fund shows that there has been a surge in the number of older Americans (and Britons) choosing not to be in the labor force. (Memo to the IMF: That’s a rather unfortunate acronym you’ve chosen there.)

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… I, however, am still at it.Credit…International Monetary Fund

Now, a labor market in which jobs are easy to find and workers can bargain for higher wages is a good thing. But the fact that labor markets are so tight even though employment and real G.D.P. are below prepandemic projections suggests that we can’t rely on those projections to assess the economy’s productive capacity. For whatever reason or reasons — presumably reasons linked to Covid — the U.S. economy apparently can’t sustainably produce as much as we expected.

 

Tesoro, mi si è ristretta la capacità produttiva, [1]

di Paul Krugman

 

Nel passato 2010 un gruppo di accademici conservatori, di economisti e di operatori finanziari sottoscrisse una lettera aperta che metteva in guardia che gli sforzi della Federal Reserve per sostenere l’economia sarebbero stati pericolosamente inflazionistici. Ma non ci fu traccia di inflazione. Così, quattro anni dopo, Bloomberg raggiunse quanti sottoscrittori riuscì a contattare per chiedere cosa fosse avvenuto.

Nessuno fu disponibile ad ammettere di aver avuto torto.

Io non vorrei finire come quegli individui. Dunque, attualmente sto spendendo un bel po’ di tempo cercando di capire perché il mio rilassato punto di vista sull’inflazione agli inizi dell’anno passato sia stato smentito dagli eventi. Quello che voglio fare oggi è condividere il punto in cui sono adesso su quel tema e cosa dice sulla politica del futuro la mia attuale posizione.

La scorsa primavera il dibattito era concentrato sul Programma Americano di Salvataggio, l’ampio pacchetto di spesa della Amministrazione Biden. Un certo numero di economisti, compresi Larry Summers, Olivier Blanchard e Jason Furman, mettevano in guardia che questo pacchetto avrebbe stimolato in eccesso l’economia – che la produzione e l’occupazione sarebbero schizzate a livelli che avrebbero prodotto molta spinta inflazionistica.

Quelli di noi che erano nell’altro schieramento sostenevano che la spesa in eccesso era molto minore di quanto veniva ammonito – che larga parte del pacchetto di Biden, come gli aiuti agli Stati ed ai governi locali, sarebbe finita con l’essere spesa gradualmente nel tempo e di conseguenza non avrebbe avrebbe avuto un tale impatto inflazionistico. Per dirla in gergo, io sostenevo che il programma avrebbe avuto un “moltiplicatore” basso.

Ebbene, ecco la cosa curiosa: il moltiplicatore sembra in effetti essere stato basso. L’economia si è espansa rapidamente, ma partiva da un buco profondo e a questo punto è semmai ancora un po’ al di sotto del suo livello prepandemico.

Ecco, ad esempio, il prodotto interno lordo reale:

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Ancora non siamo tornati alla tendenza. Fonte: FRED e stime dell’autore

L’Ufficio Congressuale del Bilancio pubblica regolarmente proiezioni del PIL “potenziale” – ovvero il livello di produzione coerente con una inflazione stabile. Sinora i dati ufficiali sino al terzo trimestre del 2021, ampliati da stime private di crescita nel quarto trimestre, ancora ci collocano leggermente al di sotto di quanto pensavamo il potenziale dell’economia fosse destinato ad essere.

Ecco un altro dato, il tasso di occupazione degli adulti nella principale età lavorativa [2], che in generale è stato un buon indicatore della condizione del mercato del lavoro (probabilmente migliore del tasso di disoccupazione):

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Dove sono andati tutti i lavoratori? Fonte_ FRED

Abbiamo visto una forte ripresa nell’occupazione, ma siamo ancora significativamente al di sotto dei livelli prepandemici.

Il punto è che se un anno fa mi aveste detto che questi sarebbero stati i dati attuali della produzione e dell’occupazione, io non avrei previsto alcuna inflazione in forte crescita. Per dirla diversamente, le mie aspettative su un effetto relativamente attenuato delle spese pubbliche sulla domanda erano più o meno confermate. Ma naturalmente non lo sono state le mie aspettative di moderata inflazione. Dunque, cosa è avvenuto?

In parte la risposta consiste nei temi delle catene dell’offerta. La domanda complessiva non è cresciuta tutta così velocemente, ma il timore delle relazioni dirette (tra le persone nella pandemia) ha spostato la domanda dai servizi ai prodotti, gravando in eccesso sulle spedizioni navali e in alcuni casi sulla capacità manifatturiera. Questi aspetti pesano per una buona parte dell’inflazione recente, ma in un modo che non mi preoccupa molto: il settore privato ha incentivi molto grandi per far muovere gli oggetti, dunque presto o tardi i problemi delle catene dell’offerta svaniranno.

Tuttavia, non si tratta solo delle catene dell’offerta; è evidente che adesso stiamo conoscendo scarsità generalizzate di lavoro anche se l’occupazione è ancora al di sotto della sua tendenza prepandemica.

Ho detto prima che la percentuale degli occupati tra gli adulti della principale età lavorativa è stata generalmente un buon indicatore delle condizioni del mercato del lavoro. Un altro buon indicatore è il tasso al quale i lavoratori lasciano il loro posto di lavoro: gli abbandoni sono elevati quando le persone credono che sia facile trovare nuovi posti di lavoro. Normalmente queste due misure si muovono in tandem; ma qualcosa è cambiato.

Ecco un ‘grafico a dispersione’  del tasso di occupazione nella principale età lavorativa in rapporto al tasso di abbandoni dal 2001; i punti blu si riferiscono all’epoca prepandemica, quelli rossi all’epoca a partire dal 2020:

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Una nazione di lavoratori che lasciano il posto di lavoro? Fonte: FRED [3] 

Potete notare la stretta relazione tra le due misurazioni prima del 2020. Da allora, tuttavia, la relazione sembra essersi spostata, cosicché un mercato del lavoro che sembra sostanzialmente positivo a giudicare dal tasso di occupazione appare estremamente rigido a giudicare dal numero delle persone che stanno lasciando. E i salari stanno crescendo rapidamente, il che indica che gli abbandoni stanno raccontando la storia reale [4].

Come si sa, quello che stiamo osservando è la cosiddetta Grande Dismissione che, in misura importante, è un grande ricorso al pensionamento. Un recente post sul blog del Fondo Monetario Internazionale misura che c’è stato un picco degli americani (e degli inglesi) più anziani che scelgono di non restare nella forza lavoro (promemoria per il FMI: avete scelto un acronimo un po’ infelice in questo caso [5]).    

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… io, tuttavia, sono ancora al lavoro. Fonte: Fondo Monetario Internazionale [6]

Ora, un mercato del lavoro nel quale i posti di lavoro sono facili da trovare e i lavoratori possono contrattare salari più alti è una buona cosa. Ma il fatto che i mercati del lavoro siano così rigidi anche se l’occupazione e il PIL reale sono ancora al di sotto delle previsioni indica che non possiamo basarci su quelle previsioni per stimare la capacità produttiva dell’economia. Per qualche ragione o per più ragioni – presumibilmente ragioni collegate al Covid – l’economia statunitense in apparenza non può sostenibilmente produrre quanto ci aspettavamo.

 

 

 

 

[1] Titolo un po’ stravagante, desunto dal famoso film “Tesoro, mi si è ristretto il bambino!”.

[2] Per tasso di occupazione degli adulti nella principale età lavorativa si intende riferirsi alla popolazione tra i 25 ed i 64 anni (ma talora, mi pare, si parte da una età più giovane).

[3] Provo a capire. Un ‘grafico a dispersione’ è un grafico il cui effetto si basa sulla collocazione di un numero anche vasto di risultati singoli – ad esempio quelli relativi ai vari rilevamenti annuali o trimestrali. Il diverso raggruppamento (la ‘dispersione’) dei punti in epoche diverse segnala che si è modificato qualcosa nei comportamenti. Grafici del genere possono inoltre riferirsi a più aspetti interrelati. In questo caso l’asse orizzontale mostra il tasso di occupazione e quello verticale il tasso di abbandoni. Ogni pallino indica contemporaneamente un valore relativo alle due scale di misurazione, e quindi indica la relazione tra i due valori.

In questo caso i punti blu di quasi un ventennio – quelli prepandemici –  si collocavano abbastanza omogeneamente concentrati tra il 75 e l’82 per cento di occupati su tutti gli adulti nell’età tra 25 e 64 anni, e ad un tasso di abbandoni tra un livello superiore all’1 ed uno quasi al 2,5 per cento. Nel periodo della pandemia – puntini rossi –  la ‘dispersione’ appare superiore: si va dal 70 al 78 per cento del tasso di occupazione e dall’1,5 al 3 per cento nel tassso di abbandoni. Ovvero: un tasso di occupazione che – comprensibilmente – è inferiore, assieme ad un tasso di abbandoni che è sorprendentemente  maggiore.

[4] La rigidità (letteralmente, ristrettezza) del mercato del lavoro è quella nella quale la domanda di lavoro è almeno altrettanto forte dell’offerta, ovvero quella di un mercato del lavoro nel quale i datori di lavoro sono in competizione nella ricerca di lavoratori. Il che di solito comporta un potere contrattuale dei lavoratori maggiore e salari in crescita. Comporta anche una maggiore disponibilità dei lavoratori a lasciare i posti che occupavano in passato, per una fondata fiducia di trovarne di nuovi e di migliori. In questo senso il fenomeno del “quitting” – dell’abbandonare i posti di lavoro precedenti, è normalmente considerato dagli economisti un indicatore positivo.

[5] Altra ironia nello stile dell’autore: la tabella del Fondo attribuisce alle persone che scelgono di non tornare al lavoro il nomignolo acronimo ‘nilf’, che però nel gergo giovanile americano sta a significare individui con una attività sessuale piuttosto intensa (da UrbanDictionary).

[6] La tabella mostra, negli anni dal 2015 ad oggi, la quota dei lavoratori più anziani – tra i 55 ed i 74 anni – che non sono più tra la forza lavoro. In termini relativi i numeri sembrano bassi, ma si deve considerare che si riferiscono non solo alle persone davvero anziane (74 anni), ma anche a quelle relativamente meno anziane (da 54 anni) e dunque ad una platea piuttosto vasta. La linea celeste riguarda il Regno Unito, quella blu gli Stati Uniti. Gli anni della pandemia segnalano un netto incremento di ritiri-pensionamenti rispetto alle tendenze prepandemiche indicate dalle linee a trattini.

 

 

 

 

Al buio, nelle pieghe di un Indice dei prezzi, di Paul Krugman (da blog di Krugman, 7 gennaio 2022)

gennaio 14, 2022

 

Jan. 7, 2022

Through A Price Index, Darkly

By Paul Krugman

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The economy of 2021 had its good points (high job growth) and its bad points (high inflation). I argued in yesterday’s column that we couldn’t have had the good without the bad, that trying to keep inflation down would have meant sacrificing much of the good employment performance. And how we evaluate last year will depend a lot on what happens next. It will look like a good bargain if, but only if, inflation fades away.

So when will we know enough to make that judgment? Ah, that’s the problem.

Economic developments since the pandemic began have taken place in Covid time — that is, they’ve moved at a pace that makes past ups and downs look as if they were filmed in slow motion. For example, we used to think that monthly data gave us a quick read on the state of the economy; these days, when you see numbers for, say, December, you now have to ask, “Exactly when in December?” because that can matter a lot for your interpretation. Employment numbers, for example, are for “the pay period including the 12th, which may or may not correspond directly to the calendar week.”

And the speed of events creates problems for some of the ways we normally look at economic data — problems that will create a lot of fog around the inflation picture in the months ahead.

First, when people talk about the rate of inflation, they often mean the percentage rise in prices over the past year. There are good reasons for that convention: By looking at annual rates of change, we both smooth out meaningless wiggles and bypass the problem of seasonal variation (official numbers are “seasonally adjusted” in smart ways, but there are always debates among economists about whether the seasonal adjustments are getting it right).

Right now, however, the one-year rate of change is more or less guaranteed to show continuing high inflation for a while even if actual price pressures are quickly fading away. Look, for example, at the price of gasoline:

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A bit less pricey at the pump.Credit…FRED

Prices at the pump rose steeply for much of 2021 but have recently leveled off and even come down a bit. That leveling off, however, isn’t reflected in the one-year rate of change, which is still extremely high and will remain so for months to come:

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But you’d never know that from the one-year number.Credit…FRED

A second problem involves prices of things people tend to pay for under long-term contracts — which for consumers especially means housing. The Bureau of Labor Statistics, which produces the Consumer Price Index, measures housing prices using rents — actual rents on apartments and an estimate of what homeowners would be paying if they were renting their residences. These measures have risen only moderately so far:

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Bringing up the house(s).Credit…FRED

But if you look at the rental numbers from companies like Zumper that match renters with landlords, they show much bigger increases:

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But new rentals have really soared.Credit…Zumper

This doesn’t mean that the B.L.S. is getting it wrong: It’s measuring what people are currently paying on average, while companies like Zumper are reporting rates on new rentals. And since many housing units are on long-term leases, you expect average rents to lag behind a surge in new-rental prices.

But what this tells us is that there’s a lot of measured housing inflation still in the pipeline, inflation that will show up in the official numbers even if new-rental prices level off. Which they seem to be doing:

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Although things may be slowing.Credit…Zumper

The implication of these and other measurement issues is that reported inflation is more or less fated to be high for much of this year, no matter what. In particular, even if true inflation pressures recede, which is what many of us expect and hope, that probably won’t be obvious in news reports.

Looking at the inflation measurement issue, I was reminded of a line from my former teacher Charles Kindleberger about the balance of payments (a subject nobody discusses anymore, but that’s a story for another day): “The existence of a variety of balance-of-payments definitions makes it possible for an observer always to be grave, or optimistic, according to his temperament.” Well, for the next few months inflation will be like that — and I, at least, will try to keep reminding myself not to emphasize only the numbers I like.

 

Al buio, nelle pieghe di un Indice dei prezzi,

di Paul Krugman

 

L’economia del 2021 ha avuto i suoi aspetti positivi (alta crescita dei posti di lavoro) e i suoi aspetti negativi (alta inflazione). Ho sostenuto nell’articolo di ieri che non avremmo potuto avere il buono senza il cattivo, che cercare di tenere bassa l’inflazione avrebbe comportato sacrificare buone parte della buona prestazione dell’occupazione. E che il modo in cui valuteremo l’anno passato dipenderà molto da ciò che accade prossimamente. Sembrerà essere stato un buon affare se, ma solo se, l’inflazione se ne va.

Dunque quando ne sapremo abbastanza per emettere tale giudizio? Ebbene, quello è il problema.

Gli sviluppi economici dal momento che è iniziata la pandemia hanno avuto luogo nell’epoca del Covid – ovvero si sono mossi con un ritmo che ha fatto sembrare i passati alti e bassi come se fossero filmati al rallentatore. Ad esempio, eravamo soliti pensare che i dati mensili ci fornivano una lettura rapida dello stato dell’economia; di questi tempi quando si osservano i dati, diciamo, di dicembre, ci si deve chiedere: “Esattamente quando a dicembre?”, perché ciò può essere molto importante per la nostra interpretazione. I dati sull’occupazione, ad esempio, riguardano “il periodo di pagamenti che comprende il dodicesimo mese, il che può o non può corrispondere direttamente alla settimana del calendario”.

E la velocità degli eventi crea problemi ad alcuni dei modi nei quali normalmente si osservano i dati economici – problemi che creeranno molta incertezza sul quadro dell’inflazione nei prossimi mesi.

Anzitutto, quando le persone parlano del tasso di inflazione, spesso intendono la crescita percentuale dei prezzi nel corso dell’anno passato. Ci sono buoni motivi per quella convenzione: osservando i tassi delle variazioni annuali, possiamo sia spalmare le oscillazione insignificanti che aggirare il problema delle variazioni stagionali (i dati ufficiali sono “corretti per la loro stagionalità” in modi intelligenti, ma ci sono sempre discussioni tra gli economisti sul fatto che le correzioni stagionali li esprimano in modo giusto).

In questo momento, tuttavia, il tasso di un anno del cambiamento è più o meno sicuro che mostri una prosecuzione per un po’ dell’alta inflazione, anche se la effettiva spinta dei prezzi sta recedendo. Si osservi, ad esempio, il prezzo della benzina:

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Un po’ meno costosa al distributore. Fonte: FRED

I prezzi al distributore sono cresciuti rapidamente per buona patte del 2021, ma di recente si sono livellati e sono persino scesi un po’. Quel livellamento, tuttavia, non si riflette del tasso di cambiamento su base annuale, che è ancora estremamente elevato e resterà tale nei mesi avvenire:

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Ma non lo capireste mai dal dato su base annuale. Fonte: FRED [1]

Un secondo problema riguarda gli oggetti che le persone tendono ad acquistare con contratti a lungo termine – che per i consumatori significa particolarmente le abitazioni. L’Ufficio delle Statistiche del Lavoro (BLS), che elabora l’Indice dei Prezzi al Consumo, misura i prezzi delle abitazioni usando gli affitti – gli affitti effettivi sugli appartamenti e una stima di quello che i possessori di abitazioni pagherebbero se stessero affittando le loro residenze. Sinora questi dati sono cresciuti solo moderatamente:

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La crescita degli alloggi. Fonte: FRED

Ma se osservate i dati delle locazioni da parte delle società come Zumper che mettono assieme gli affittuari ed i proprietari, essi mostrano incrementi molto maggiori:

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Ma i nuovi affitti sono davvero saliti. Fonte: Zumper

Questo non significa che il BLS stia sbagliando: sta misurando quello che le persone stanno effettivamente pagando in media, mentre le società come Zumper stanno riportando i tassi sui nuovi affitti. E dal momento che molte unità abitative sono in locazione a lungo termine, vi aspettate che gli affitti medi crescano in ritardo rispetto alla crescita dei prezzi dei nuovi affitti.

Ma quello che questo ci dice è che c’è ancora molta inflazione in fase di sviluppo che riguarda gli alloggi misurati, inflazione che si mostrerà nei dati ufficiali persino se i prezzi delle nuove locazioni si livellassero. Che sembra è quanto stiano facendo:

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Sebbene la situazione sembra stia rallentando. Fonte: Zumper  [2]

L’implicazione di queste e di altre tematiche di misurazione è che l’inflazione riferita è più o meno destinata ad essere elevata per buona parte di quest’anno, a prescindere dal resto. In particolare, persino se le spinte effettive all’inflazione calassero, che è quello che molti di noi si aspettano e sperano, quello probabilmente non risulterà evidente nei resoconti sulle notizie.

Osservando il tema della misurazione dell’inflazione, mi sono ricordato di una frase del mio passato insegnante Charles Kindleberger sulla bilancia dei pagamenti (che è un tema che nessuno discute più, ma questo racconto lo rinvio ad un altro giorno): “L’esistenza di una varietà di definizioni della bilancia dei pagamenti rende sempre possibile per un osservatore essere funereo, oppure ottimista, a seconda del suo temperamento”. Ebbene, nei prossimi mesi l’inflazione sarà una cosa del genere – e almeno io cercherò di continuare a tenere a mente di non enfatizzare soltanto i dati che mi piacciono.

 

 

 

 

 

[1] La differenze tra le due tabelle è che, se capisco bene, la prima mostra l’andamento del prezzo in valori assoluti, fissando il gennaio del 2020 al valore 100. La seconda mostra invece, per ogni periodo, la variazione percentuale rispetto all’anno precedente. Nel secondo caso, dunque, quello che conta non è solo la variazione effettiva, ma la variazione rispetto ai diversi valori dell’anno passato.

[2] La Tabella mostra – secondo i dati della società Zumper, che è una società americana che aiuta milioni di persone che cercano negli Usa e in Canada case e stanze in affitto – i dati relativi agli andamenti mese per mese dei prezzi degli affitti nel 2019 (linea celeste), nel 2020 (linea nera) e nel 2021 (linea grigia).

 

 

 

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