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Un altro dittatore sta avendo una cattiva annata, di Paul Krugman (New York Times, 17 marzo 2022)

 

March 17, 2022

Another Dictator Is Having a Bad Year

By Paul Krugman

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The term “dictator” comes from ancient Rome — a man whom the republic would temporarily give absolute authority during crises. The advantages of untrammeled power in a crisis are obvious. A dictator can act quickly — no need to spend months negotiating legislation or fighting legal challenges. And he can impose necessary but unpopular policies. So there are times when autocratic rule can look more effective than the messiness of democracies bound by rule of law.

Dictatorship, however, starts to look a lot less attractive if it continues for any length of time.

The most important argument against autocracy is, of course, moral: Very few people can hold unrestrained power for years on end without turning into brutal tyrants.

Beyond that, however, in the long run autocracy is less effective than an open society that allows dissent and debate. As I wrote a couple of weeks ago, the advantages of having a strongman who can tell everyone what to do are more than offset by the absence of free discussion and independent thought.

I was writing at the time about Vladimir Putin, whose decision to invade a neighboring country looks more disastrous with each passing day. Evidently nobody dared to tell him that Russia’s military might was overrated, that Ukrainians were more patriotic and the West less decadent than he assumed and that Russia remained highly vulnerable to economic sanctions.

But while we’re all justifiably obsessed with the Ukraine war — I’m trying to limit my reading of Ukraine news to 13 hours a day — it’s important to note that there’s a superficially very different yet in a deep sense related debacle unfolding in the world’s other big autocracy: China, which is now experiencing a disastrous failure of its Covid policy.

I know that in the West we’re all supposed to be over Covid, although it is still killing 1,200 Americans a day and infections are surging again in Europe, probably presaging another surge here.

But China is definitely not over Covid. Hong Kong, which for a long time seemed virtually unscathed, is experiencing hundreds of deaths a day, a catastrophe reminiscent of early 2020 in New York — back when there were no vaccines and we didn’t know much about how to limit transmission. Major Chinese cities like Shenzhen, a crucial world manufacturing hub, are back under lockdown. And it’s not at all clear when or how China’s new health crisis will end.

All of this represents a huge reversal of fortune. For much of 2020, China’s zero-Covid policy — draconian lockdowns whenever and wherever new cases emerged — was hailed by many as a policy triumph. Quite a few commentators, not all of them Chinese, went so far as to cite China’s Covid success as proof that world leadership was passing from America and its allies to the rising Asian superpower.

Then three things went very, very wrong.

First, as much of the world was turning to mRNA vaccines — a new approach adapted to Covid with miraculous speed — China insisted on using its own vaccines, which rely on older technology and have proved far less effective, especially against the Omicron variant of the coronavirus. Not only did China insist on using inferior but home-developed vaccines; it tried to discourage adoption of Western vaccines by spreading disinformation and conspiracy theories.

Second, vaccination rates among China’s elderly — the most vulnerable group — have lagged. This may in part be because disinformation about mRNA technology has not only discouraged people from taking the most effective vaccines, but it has also bled into distrust of vaccines in general. And it may reflect broader distrust of the government; China’s leaders lie to their people all the time, so why believe them when they say you should take your shots?

Finally, the zero-Covid strategy is extremely disruptive in the face of highly contagious variants like Omicron, especially given the weak protection provided by Chinese vaccines.

The thing is, all of these failures, like Putin’s failures in Ukraine, ultimately stem from the inherent weakness of autocratic government.

On vaccines, China succumbed to the kind of blinkered nationalism all too common in authoritarian regimes. Would you have wanted to be a health official telling Xi Jinping that his vaunted vaccines were seriously inferior to Western alternatives, especially after Xi’s minions had gone to considerable lengths to claim the opposite?

On zero Covid, would you want to be an economic official telling Xi that the cost of draconian lockdowns, a policy of which China was so proud, was becoming unsupportable?

And as I said, a government that lies all the time has trouble getting the public to listen even when it’s telling the truth.

I don’t want to engage in Western triumphalism here. Vaccine refusal is a big problem in America, too. And I’m worried that we may be moving too quickly to dismantle Covid rules.

Yet China, like Russia, is now giving us an object lesson in the usefulness of having an open society, where strongmen don’t get to invent their own reality.

 

Un altro dittatore sta avendo una cattiva annata,

di Paul Krugman

 

Il termine “dittatore” deriva dalla Roma antica – un uomo a cui la repubblica dava temporaneamente autorità assoluta durante le crisi. I vantaggi di un potere illimitati in una crisi sono evidenti. Un dittatore può agire rapidamente – non ha bisogno di spendere mesi per negoziare le leggi o combattere battaglie legali. E può imporre politiche necessarie ma impopolari. Dunque ci sono tempi nei quali un potere autocratico può apparire più efficace del disordine delle democrazie limitate dallo stato di diritto.

Tuttavia, la dittatura comincia ad apparire un po’ meno attraente se prosegue per una durata indefinita.

Naturalmente, il più importante argomento contro l’autocrazia è morale: molte poche persone possono mantenere senza sosta per anni poteri illimitati senza trasformarsi in brutali tiranni.

Oltre a ciò, tuttavia, l’autocrazia nel lungo periodo è meno efficace di una società aperta che consente i dissenso e il dibattito. Come ho scritto un paio di settimane fa, i vantaggi di avere un uomo forte che può dire a tutti cosa fare sono più che bilanciati dalla assenza della discussione libera e del pensiero indipendente.

In quel caso scrivevo su Vladimir Putin, la cui decisione di invadere un paese vicino appare più disastrosa col passare dei giorni. Evidentemente nessuno osava dirgli che la potenza militare della Russia era sopravvalutata, che gli ucraini erano più patriottici e l’Occidente meno decadente di quello che lui stimava, e che la Russia restava altamente vulnerabile alle sanzioni economiche.

Ma mentre siamo tutti giustificatamente ossessionati dalla guerra ucraina – io sto cercando di limitare la mia lettura delle notizie dall’Ucraina a 13 ore al giorno – è interessante notare che è in corso una debacle apparentemente molto diversa e tuttavia in un senso profondo collegata nell’altra grande autocrazia del mondo: la Cina, che adesso sta sperimentando un fallimento disastroso della sua politica contro il Covid.

So che in Occidente abbiamo tutti immaginato di aver superato il Covid, sebbene esso stia ancora uccidendo 1.200 americani al giorno e le infezioni stiano avendo una nuova impennata in Europa, probabilmente un presagio di un’altra crescita qua da noi.

Ma la Cina non è assolutamente oltre il Covid. Hong Kong, che per lungo tempo era sembrata  sostanzialmente non colpita, sta conoscendo centinaia di morti al giorno, una catastrofe che ricorda gli inizi del 2020 a New York – quando non c’era alcun vaccino e non sapevamo granché su come limitare le trasmissione. Importanti città come Shenzhen, un fondamentale centro manifatturiero mondiale, sono tornate sotto il lockdown. E non è affatto chiaro quando o come la nuova crisi sanitaria della Cina finirà.

Tutto questo rappresenta un grande rovesciamento di sorti. Per buona parte del 2020, la politica cinese dello zero-Covid – i lockdown draconiani ogni qual volta e ovunque emergessero nuovi casi – veniva salutata da molti come in trionfo politico. Parecchi commentatori, non tutti cinesi, arrivavano sino a citare il successo sul Covid della Cina come una prova che la guida del mondo stava passando dall’America e dai suoi alleati all crescente superpotenza asiatica.

Poi tre cose sono andate nel modo peggiore.

La prima, mentre buona parte del mondo si rivolgeva ai vaccini con RNA messaggero – un nuovo approccio adattato al Covid con una velocità miracolosa – la Cina ha insistito nell’usare i propri vaccini, che si basano su una tecnologia più vecchia e si sono dimostrati molto meno efficaci, particolarmente contro la variante Omicron del coronavirus. Non soltanto la Cina ha insistito nell’usare vaccini inferiori realizzati in casa; ha cercato di scoraggiare l’adozione di vaccini occidentali diffondendo disinformazione e teorie cospirative.

La seconda, i tassi di vaccinazione tra i cinesi più anziani – il gruppo più vulnerabile – sono rimasti indietro. Questo può in parte dipendere dal fatto che la disinformazione sulla tecnologia dello RNA messaggero ha non soltanto scoraggiato le persone dal prendere vaccini più efficaci, ma si è anche estesa ad una sfiducia generale sui vaccini. E potrebbe riflettere una sfiducia più generale sul Governo; la autorità cinesi mentono al loro popolo in continuazione, dunque perché creder loro quando dicono che si deve prendere le proprie iniezioni?

Infine, la strategia dello zero-Covid è estremamente di disturbo a fronte di varianti altamente contagiose come Omicron, particolarmente considerata la debole protezione fornita dai vaccini cinesi.

Il punto è che tutti questi fallimenti, come il fallimenti di Putin in Ucraina, in ultima analisi derivano dalla intrinseca debolezza di un governo autocratico.

Sui vaccini, la Cina si è fatta contagiare dal genere di ottuso nazionalismo anche troppo comune nei regimi autoritari. Avreste voluto essere al posto di un dirigente della sanità che dice a Xi Jinping che i suoi conclamati vaccini sono seriamente inferiori alle alternative occidentali, particolarmente dopo che i galoppini di Xi si sono precipitati a sostenere l’opposto?

Sullo zero-Covid, avreste voluto essere al posto di un dirigente economico che dice a Xi che il costo dei lockdown draconiani, una politico della quale la Cina è andata così orgogliosa, stava diventando insopportabile?

Come ho detto, un Governo che dice bugie in continuazione ha difficoltà a ottenere che l’opinione pubblica ascolti anche quando dice la verità.

In questo caso, non intendo sfoggiare un trionfalismo occidentalistico. Il rifiuto dei vaccini è un grande problema anche in America. E io sono preoccupato che ci si stia spostando troppo rapidamente a smantellare le reocle sul Covid.

Tuttavia la Cina, come la Russia, adesso ci sta fornendo una lezione pratica dell’utilità di avere una società aperta, nella quale agli uomini forti non è permesso di inventare una loro propria verità. [1]

 

 

 

 

 

 

[1] Non lo faccio mai, ma questa volta non posso resistere alla tentazione di operare un modesto “fact checking”, ovvero un verifica sui fatti, del testo appena tradotto.

  1. In primo luogo, la questione, del resto assai interessante, della effettiva diffusione dei vaccini in Cina. Secondo i dati più accreditati (“ourworldindata”) la vaccinazione della popolazione al 17 marzo era dell’88 per cento in Cina (86% interamente vaccinati, 2% solo parzialmente), dell’84 pe cento in Italia (rispettivamente 79% e 4,9%), del 77 per cento in America (65% e 11%) e del 64% nel mondo (57% e 6,9%). Quindi, a prescindere dalla efficacia dei vaccini cinesi sulla quale torno più avanti, parrebbe che la situazione cinese quanto a diffusione della vaccinazione sia ancora notevolmente migliore di quella americana, ovvero avere avuto due o tre volte un vaccino anche relativamente meno efficace dovrebbe essere meglio che non averne avuto nessuno.
  2. Come mostrano i dati di Adam Tooze (di prossima pubblicazione su Fataturchina) la situazione di Hong Kong quando è partita la diffusione di Omicron sulla vaccinazione degli ultraottentenni era particolarmente disastrosa (66% di non vaccinati), assai peggiore di quella pur negativa della Cina continentale (42% di non vaccinati tra i più anziani). Il che, mi parrebbe, dovrebbe spingere a porsi almeno due domande: a) è ragionevole pensare che questi dati dipendano da una particolare tendenza dei vecchi cinesi a non credere ai governanti, quasi che gli ultraottantenni rappresentino la parte più ‘insubordinata’ della popolazione cinese, una sorta di ‘zoccolo duro’ di no-vac? b) è ragionevole pensare che questo riguardi in particolare i vecchi di Hong Kong, ovvero di una città che non pare particolarmente allineata agli umori della nazione cinese e che forse è la più ‘filoccidentale’ della Cina? Ovvero: da cosa dipende il caso eccezionale di Hong Kong? Questo è il diagramma che mostra un confronto delle morti (per milione di abitanti) tra Stati Uniti, Cina e Hong Kong. Come si nota, al momento la situazione di Hong Kong non pare generalizzabile alla Cina intera. Naturalmente, non si può escludere, come certamente non lo escludono i cinesi che  hanno preso misure preventive eccezionali. Ma, al momento, non comprendo come definirlo già un fallimento  sia altro che un ‘malaugurio’ (con il che non è affatto mia intenzione di banalizzare le preoccupazioni, semmai di relativizzarle con ragionevoli confronti alle situazioni che conosciamo meglio. Ad esempio, in Italia l’ultimo giorno censito ha mostrato 75.768 nuovi casi, nella Cina continentale 3.613; molti meno della sola Toscana, con 5,489 nuovi casi).

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3 . Resterebbe, peraltro, un terzo interrogativo: perché i dati sconfortanti della popolazione       più  anziana in una nazione che pure ha un livello di vaccinazione assai elevato?                      Probabilmente questo sarebbe l’interrogativo più sensato per mettere sotto accusa la              situazione cinese. I vecchi sono meno curati da quel sistema sanitario? In particolare sono i  meno curati nella enorme Cina rurale continentale, dove restano spesso livelli di  basso          reddito e di povertà tipici del sottosviluppo? Oppure ha pesato un diffidenza delle famiglie per il sospetto di possibili effetti negativi di vaccini poco documentati, particolarmente sui più anziani? Mi pare l’aspetto che occorrerebbe comprendere meglio. Sulla base della nostra esperienza occidentale, questa è la anomalia più vistosa.

4 . Quanto a non indulgere ad un trionfalismo americano, su questo in effetti non si può che concordare. Gli Stati Uniti hanno avuto 79.717.258 casi e 970.806 morti; la Cina 1.145.840 casi e 10.039 morti. La popolazione cinese ammonta a 1 miliardo e 402 milioni di persone; quella statunitense a 329 milioni e 500 mila persone. Parlare di fallimento cinese a fronte della ‘società aperta’ americana appare abbastanza audace.

5. Infine, a proposito della minore efficacia dei vaccini cinesi. Essa pare indubbia, in                          particolare nei confronti della variante Omicron. Ciononostante, se si leggono articoli                      disponibili,  (e non soltanto le posizioni espresse da personaggi  dell’industria farmaceutica cinese), si scopre intanto che questi ultimi non sembrano ‘galoppini’ così dipendenti dal ‘dittatore’ come si immagina nell’articolo (“cosa fareste voi se doveste dire a Xi che il costo della sua politica sta diventando insopportabile?”). L’impressione che si ha è quella di una società assai più articolata e consapevole. Si può leggere una analisi sul sito “Start Magazine” del marzo 2022. Si scopre, secondo il direttore del programma di salute globale del Council of Foreign Relations (una organizzazione  statunitense indipendente) Thomas Bollyky, che la Cina ha considerevolmente ampliato in questi anni il suo ruolo nel settore:   “La Cina storicamente non è stata un’esportatrice di vaccini, quindi questo cambiamento nel mezzo della pandemia è uno dei modi in cui questa pandemia ha cambiato il mondo … (ed) ha permesso alla Cina di essere un attore globale nei vaccini in un modo che prima non esisteva e ho il sospetto che questo continuerà nel    tempo”.  Peraltro, a proposito delle teorie ‘cospirative’, di recente ha lasciato un po’ interdetti il giudizio conclusivo di esperti internazionali, secondo il quale pare indubbia l’origine dagli animali dell’infezione, dopo mesi di polemiche insistite sulla sua origine in laboratorio (notizia che in sostanza è quasi scomparsa dalla nostra informazione). Oppure si scopre che “La Cina ha esportato più di 1,5 miliardi di dosi di vaccini Covid in tutto il mondo, con la Sinovac Biotech Ltd. che è diventata la fornitrice numero 1 al mondo spedendo un totale di 1,9 miliardi di dosi in patria e all’estero, superando gli 1,5 miliardi della Pfizer a fine settembre”. E in particolare si scopre che – sempre secondo i dirigenti cinesi – i loro vaccini “ ha(nno) ridotto i ricoveri e le morti di oltre l’80%” e soprattutto che costoro sono abbastanza attenti nel cercar di imparare dalle grandi case farmaceutiche occidentali come Moderna e Pfizer a “ fare tutto con lo stesso rigore e gli stessi  standard” di quelle aziende, nella comprensione che metodi più sommari incidano assai negativamente sulle fiducia nei vaccini della popolazione. Oppure si scopre che,      secondo Barbara Nettabi, ricercatrice presso l’Africa Research and Engagement Centre della          University of Western Australia: “Se l’Africa è un continente più sano e più prospero è per              merito della Cina” e ““questo dà alla Cina una via d’accesso”.

Ovvero: una tecnologia più arretrata ma in considerevole sviluppo, con margini di efficacia e di penetrazione globale considerevoli (il più grande investimento cinese di vaccini, non solo per il Covid ma per varie altre malattie, è in corso di realizzazione vicino a Belgrado) e soprattutto, a quanto pare, aperta a riconoscere i propri difetti e a migliorarsi. Forse come un po’ dappertutto nel sistema manifatturiero cinese.

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