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Il petrolio dagli scisti bituminosi e il ritorno, nuova versione. Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 25 marzo 2022)

 

March 25, 2022

To Shale and Back, Redux

By Paul Krugman

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The price of oil, which was extremely low during the worst of the pandemic — it actually went below $0 for a brief, weird period — has spiked as a result of Russia’s invasion of Ukraine:

 

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The crude realities of war.Credit…FRED

This price spike is adding to already high inflation, and it is inhibiting the Western response to Vladimir Putin’s aggression — governments are reluctant to tighten sanctions against Russian energy exports, lest rising prices anger their voters.

But shouldn’t we expect the market to help reduce this problem? Don’t higher prices provide an incentive to increase oil production outside Russia? Yes, they do, and there are in fact signs of at least some supply response to high prices. So far, however, most media accounts suggest that this response is limited, and that the U.S. oil industry — which is where most of the extra production would probably have to come from — is reluctant to expand.

OK, obligatory reminder that higher oil production would not necessarily be a good thing. The dangers of climate change just keep getting even more terrifying, and the world needs to wean itself from fossil fuels, not produce more. At best, you can make a St. Augustine argument — “Make me chaste and celibate, but not yet” — for higher oil production during the Ukraine war. But even that’s dubious.

Still, the tepid response of oil producers to very high prices needs explaining. Why aren’t they rushing in to take advantage of the Putin premium?

Of course, the usual suspects blame President Biden, who is responsible for everything bad — hey, I blame him for the fact that my first cup of coffee this morning was a bit weak. Or they denounce environmentalists and government regulation — remember the rush to blame the 2021 electricity crisis in Texas on renewable energy, when disrupted supplies of natural gas were actually the main factor?

But the Federal Reserve Bank of Dallas recently carried out a survey of oil producers, asking them what was inhibiting their expansion, and for the most part they didn’t blame either regulators or environmentalists. Instead, they blamed their bankers:

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Bankers put the brakes on oil.Credit…Federal Reserve Bank of Dallas

What’s that about? The answer is, we’re looking at the aftermath of the debt-financed shale bubble of the 2010s.

The introduction of fracking — using high-pressure water jets to fracture shale containing trapped natural gas and oil — was, without question, a big deal. But many people in the business world (and, for what it’s worth, the national security community) treated it as a bigger deal than it was. I don’t know how to quantify this, but my sense all through the 2010s was that Very Serious People were far more enthusiastic about fracking than they were about the truly revolutionary advances in renewable energy. After all, extracting oil and gas sounded hardheaded and realistic, while a surprising number of influential people still associate solar and wind power with hippie fantasies.

And this Serious Person enthusiasm for hydrocarbons translated into a willingness to throw money at the fracking industry, which bled cash year after year but kept going by running up hundreds of billions in debt.

Eventually, however, this debt-financed boom hit a wall. The death of the former chief executive of Chesapeake Energy in 2016 seemed to mark the end of the industry. Chesapeake eventually became one of more than 230 oil and gas companies to declare bankruptcy since 2015.

But the financial implosion of fracking didn’t provoke a broader financial crisis, as some observers worried. The bad news is that the aftermath of that implosion is, as I said, inhibiting the West’s response to Putin’s aggression today: Having been burned in the past, the energy sector’s bankers are keeping a tight leash on spending despite the surge in oil prices.

They may be overdoing it: Whatever happens in the war, it’s hard to see Russia fully rejoining the world economy for a long time, so oil prices are likely to stay high for a while. Still, the caution of fracking creditors is understandable. And to be fair, the really important energy adjustments will have to come from Europe, which needs to end its dependence on Russian natural gas.

There are, I think, two broader lessons here.

First, bubbles don’t necessarily involve obviously flaky ideas. We can and should make fun of investors taken in by Silicon Valley technobabble, but it’s perfectly possible to lose hundreds of billions on ventures that seem perfectly solid, except for the fact that their math doesn’t add up.

Second, burst bubbles can have long lasting effects. One reason rents are surging right now, adding to inflation, is the long drought in home building that followed the housing bubble — a bubble that burst 15 years ago:

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Housing, still weak after all these years.Credit…FRED

I just hope that fossil fuel advocates don’t manage to use the current oil shock to bash climate activists, who bear no responsibility for the mess we’re in.

 

Il petrolio dagli scisti bituminosi e il ritorno, nuova versione

Di Paul Krugman

Il prezzo del petrolio, che era estremamente basso durante il periodo peggiore della pandemia – per un breve, strano periodo, in effetti, scese sotto zero dollari al barile [1] – come risultato dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha avuto un picco:

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La realtà del greggio in guerra . Fonte: FRED

Il picco del presso si aggiunge ad una inflazione già alta e sta condizionando la risposta occidentale all’aggressione di Vladimir Putin – i Governi sono riluttanti a restringere le sanzioni contro le esportazioni energetiche russe, per timore che i prezzi in salita facciano infuriare i loro elettori.

Ma non dovremmo aspettarci che il mercato contribuisca a ridurre questo problema? I prezzi più alti non offrono un incentivo ad aumentare la produzione di petrolio fuori dalla Russia? Sì, lo fanno, e ci sono almeno segnali di una qualche risposta dell’offerta ai prezzi elevati. Sinora, tuttavia, la maggioranza dei resoconti dei media indicano che questa risposta è limitata, e che l’industria statunitense del petrolio – che è dove la maggior parte della produzione aggiuntiva dovrebbe espandersi – sia riluttante ad ampliarsi.

Va detto come promemoria obbligato che una più alta produzione di petrolio  non sarebbe necessariamente una cosa positiva. I pericoli del riscaldamento climatico continuano a divenire semplicemente più terrificanti, e il mondo ha bisogno di perdere la dipendenza dai combustibili fossili, non di aumentarla. Nel migliore dei casi, per una maggiore produzione di petrolio durante la guerra ucraina, si potrebbe utilizzare l’argomento di Sant’Agostino – “Signore, fammi essere casto e celibe, ma non da subito”. Ma è dubbio anche questo.

Eppure, la risposta tiepida dei produttori del petrolio ai prezzi altissimi ha bisogno di una spiegazione. Perché non si stanno precipitando ad avvantaggiarsi per il regalo di Putin?

Naturalmente, i soliti noti danno la colpa al Presidente Biden, che è responsabile per ogni cosa negativa – si è anche tentati di dargli la colpa perché la nostra prima tazza di caffè di stamani non era abbastanza forte.  Oppure, sempre i soliti noti denunciano gli ambientalisti ed i regolamenti del Governo – vi ricordate la corsa a dar la colpa della crisi dell’elettricità nel Texas nel 2021 alle energie rinnovabili, quando le offerte interrotte del gas naturale erano in effetti il fattore principale?

Ma la Federal Reserve di Dallas ha recentemente effettuato un sondaggio tra i produttori di petrolio, chiedendo loro cosa impedisse una loro espansione, e per la maggior parte essi non hanno dato la colpa ai regolatori ed agli ambientalisti. Hanno piuttosto dato la colpa ai loro banchieri:

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I banchieri tirano il freno sul petrolio. Fonte: Banca della Federal Reserve di Dallas [2]

Da cosa deriva tutto questo? La risposta è: stiamo assistendo alle conseguenze della bolla del petrolio dagli scisti bituminosi finanziata in debito attorno al 2010.

Senza dubbio, l’introduzione della ‘fratturazione’ – l’utilizzo di getti d’acqua ad alta pressione per fratturare gli scisti contenenti gas e petrolio intrappolati – è stata un grande affare. Ma molte persone nel mondo degli affari (e, per quello che vale, negli ambienti della sicurezza nazionale) l’hanno considerata un affare più grosso di quello che era. Non saprei come quantificarlo, ma la mia sensazione è stata che attorno al primo decennio del duemila molte Persone Molto Serie [3] fossero più entusiaste per la ‘fratturazione’ di quanto non lo erano per i progressi effettivamente rivoluzionari nelle energie rinnovabili. Dopo tutto, estrarre petrolio e gas pareva risoluto e realistico, mentre un numero sorprendente di personaggi influenti associa ancora il solare e l’eolico alle fantasie degli hippy.

E questo entusiasmo delle Persone Serie per gli idrocarburi si è tradotto nella disponibilità a buttare soldi nell’industria della fratturazione, il che anno dopo anno ha provocato un salasso di contanti che è proseguito sino a gestire centinaia di miliardi di debiti.

Alla fine, tuttavia, questo boom finanziato col debito ha sbattuto contro un muro. Nel 2016, la morte del passato amministratore delegato di Chasepeake Energy [4] sembrò segnare la fine del settore. Alla fine Chesapeake divenne una delle più di 230 società del petrolio e del gas che dichiararono bancarotta dopo il 2015.

Ma l’implosione finanziaria della fratturazione non provocò una più generale crisi finanziaria, come alcuni osservatori temevano. La cattiva notizia è che la conseguenza di quella implosione, come ho detto, impedì all’Occidente di rispondere alla aggressione de Putin di oggi: essendosi scottati nel passato, i banchieri del settore energetico, nonostante l’impennata nei prezzi del petrolio, mantengono stretto il guinzaglio sulla spesa.

Può darsi che stiano esagerando: qualsiasi cosa accada nella guerra, è difficile ipotizzare che la Russia per un lungo tempo si ricongiunga all’economia mondiale, dunque i prezzi del petrolio è probabile che restino alti per un certo periodo. E ad esser giusti, le correzioni davvero importanti sull’energia dovranno venire dall’Europa, che ha bisogno di porre fine alla sua dipendenza dal gas naturale russo.

Io penso che, in questo caso, ci siano due lezioni più generali.

La prima, le bolle non comportano necessariamente idee evidentemente folli. Si può e si dovrebbe prendersi gioco degli investitori che vengono raggirati dal linguaggio tecnichese di Silicon Valley, ma è perfettamente possibile perdere centinaia di miliardi su azzardi che sembrano del tutto solidi, a parte il fatto che i loro conti non tornano.

In secondo luogo, le bolle che scoppiano possono avere lunghi effetti duraturi. Una ragione per la quale adesso stanno crescendo gli affitti, in aggiunta all’inflazione, è la lunga carenza nella costruzione di alloggi che fece seguito alla bolla immobiliare – una bolla che scoppiò quindici anni orsono:

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Il mercato abitativo ancora debole dopo tutti questi anni. Fonte: FRED [5]

Spero proprio che i sostenitori dei combustibili fossili non cerchino di utilizzare l’attuale shock petrolifero per attaccare gli attivisti del clima, che non hanno alcuna responsabilità per il casino in cui siamo finiti.

 

 

 

 

 

[1] Pare che il 20 aprile del 2020. Effettivamente il dollaro vene quotato sotto zero, con un valore negativo. Dipendeva da condizioni straordinarie originate dal blocco dei viaggi per la pandemia, che avevano saturato i depositi delle riserve di petrolio americano a tal punto … che aveva maggior valore liberare le riserve senza costo alcuno.

[2] Nella tabella, quasi il 60 per cento degli intervistati attribuisce la responsabilità ala “pressione degli investitori a mantenere la disciplina sui capitali”, in aggiunta a quasi un dieci per cento che la attribuisce alla mancanza di accesso ai finanziamenti. Poco più del 10 per vento la attribuisce alle tematiche ambientali, sociali e politiche e un po’ meno del 10 per cento ai regolamenti pubblici.

[3] Sul modo in cui Krugman utilizza da una quindicina d’anni l’espressione da lui coniata di “Persone Molto Serie, vedi nelle Note della traduzione.

[4] Aubrey McClendon era il nome dell’amministratore delegato della società Chesepeake Energy. Morì in un incidente stradale mentre guidava da solo una vettura che andò a sbattere contro un ponte di cemento. Nei giorni precedenti aveva subito l’avvio di un procedimento legale per fatti di corruzione nella sua attività imprenditoriale, connessi con le concessioni per l’estrazione di gas naturale dagli scisti in Oklahoma.

[5] La tabella mostra il numero di unità abitative possedute da privati dall’anno 2000 sino ad oggi, negli Stati Uniti.

 

 

 

 

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