Blog di Krugman

I limiti delle politiche puramente monetarie (dal blog di Krugman, 16 dicembre 2014)

 

The Limits of Purely Monetary Policies

December 16, 2014 2:02

Last night I had an austere repast — OK, steak and a lot of red wine — with some civilized financial-industry economists (they do exist), and heard what is apparently the joke du jour: “Money isn’t everything — good health is 2 percent.”

Well, the money supply isn’t everything, either.

Ambrose Evans-Pritchard pushes back against my in-passing criticism of a column I mainly agree with, in which I argued that it’s hard to see why anyone believes that money supply increases will do the trick after the past six years. I understand where Evans-Pritchard is coming from, because I’ve been there. Indeed, it’s where I started. But I had my road-to-Damascus moment — or more accurately road-to-Tokyo moment — back in 1998. And maybe describing my own conversion to monetary pessimism may help clarify what’s happening now.

So, back in 1998 I was looking at Japan’s troubles, and — like Evans-Pritchard and many others now — believed that the Bank of Japan could surely end deflation if it really tried. IS-LM said not, but I was sure that if you really worked it through carefully you could show that, say, doubling the monetary base will always raise prices, even if you’re at the zero lower bound. So I set out to show the point with a minimalist New Keynesian model; link to the little paper I wrote here. (By the way, I screwed up the aside on fiscal policy. In that model, the multiplier is one.)

To my own surprise, what the model actually said was that when you’re at the zero lower bound, the size of the current money supply does not matter at all. You might think that it’s a fundamental insight that doubling the money supply will eventually double the price level, but what the models actually say is that doubling the current money supply and all future money supplies will double prices. If the short-term interest rate is currently zero, changing the current money supply without changing future supplies — and hence raising expected inflation — matters not at all.

And as a result, monetary traction is far from obvious. Central banks can change the monetary base now, but can they commit not to undo the expansion in the future, when inflation rises? Not obviously — and certainly “credibly promising to be irresponsible”, to not undo expansion in the face of future inflation, is a much harder thing to achieve than simply acting when the economy is depressed.

But, asks Evans-Pritchard, what if the central bank simply gives households money? Well, that is, as he notes, really fiscal policy — it’s a massive transfer program rather than a conventional monetary operation. (And Ricardian equivalence, for what it’s worth, says that it would have no effect even if you could do it — households would know that future taxes will have to rise to pay for today’s gift, and save all of it.) You may say that you don’t care what it’s called. But the distinction isn’t just one of academic classification: Central banks aren’t in the business of just giving money away; what they do is always some kind of asset swap, in which they buy assets or make loans which then become assets. I’m pretty sure that neither the Fed nor the Bank of England has the legal right to just give money away as opposed to lending it out; if I’m wrong about this, put me down for $10 million, OK?

Still, isn’t this just theory? Well, no. Huge increases in the monetary base in previous liquidity trap episodes had no visible effect. And now we have the post-2008 experience, and it’s certainly not an example of central banks easily dealing with economic downdrafts.

Just to be clear, I have supported QE in both Britain and the US, on the grounds that (a) central bank purchases of longer-term and riskier assets may help and can’t hurt, and (b) given political paralysis in the US and the dominance of bad macroeconomic thinking in the UK, it’s all we’ve got. But the view I used to hold before 1998 — that central banks can always cause inflation if they really want to — just doesn’t hold up, theoretically or empirically.

 

I limiti delle politiche puramente monetarie

La scorsa notte mi sono intrattenuto per una cena austera (ammetto, bistecca e tanto vino rosso) con alcuni civilizzati economisti del settore finanziario (ne esiste ancora), ed ho ascoltato quello che sembra il gioco del momento: “Il denaro non è tutto – la buona salute è il 2 per cento”.

Ebbene, neanche l’offerta di denaro è tutto.

Ambrose Evans-Pritchard [1] reagisce a mie critiche occasionali su un articolo che sostanzialmente condivido, nel quale sostenevo che è difficile capire perché tutti credano che gli aumenti dell’offerta di denaro servano al loro scopo, dopo gli ultimi sei anni. Capisco a cosa si stia riferendo Evans-Pritchard, perché vengo da lì. In effetti, è da lì che sono partito. Ma ho avuto il mio momento sulla via di Damasco – o più precisamente il mio momento sulla via di Tokio – nel passato 1998. E forse descrivere la mia propria conversione al pessimismo monetario può contribuire a chiarire cosa sta succedendo oggi.

Dunque, nel passato 1998 stavo osservando i guai del Giappone e – come Evans-Pritchard e molti altri oggi – credevo che la Banca del Giappone avrebbe sicuramente potuto porre termine alla deflazione se realmente ci avesse provato. Il modello IS-LM lo negava, ma io ero certo che se ci si fosse davvero lavorato scrupolosamente si sarebbe potuto dimostrare che, diciamo, il raddoppio della base monetaria avrebbe in ogni caso aumentati i prezzi, anche se si è al limite inferiore dello zero (nei tassi di interesse). Così mi prefissi di dimostrarlo con un modello neo keynesiano minimalista; vi potete connettere qua al piccolo saggio che scrissi (per inciso, rovinai tutta la digressione sulla politica della finanza pubblica. In quel modello, il moltiplicatore è uno).

Con mia stessa sorpresa, quello che il modello effettivamente diceva era che quando si è al limite inferiore dello zero, la dimensione dell’offerta monetaria in corso non conta affatto. Voi potreste pensare che l’intuizione secondo la quale raddoppiare l’offerta di moneta alla fine raddoppierà il livello dei prezzi sia fondamentale, ma quello che il modello in verità dice è che raddoppiare l’offerta di moneta corrente e tutta l’offerta di moneta futura raddoppierà i prezzi. Se il tasso di interesse a breve termine è effettivamente zero, cambiare l’offerta di moneta corrente senza modificare le offerte future – e di conseguenza senza aumentare l’inflazione attesa – non ha alcun rilievo.

E come conseguenza, la trazione monetaria è lungi dall’essere evidente. Le banche centrali possono cambiare la base monetaria oggi, ma possono impegnarsi a non annullare l’espansione nel futuro, quando l’inflazione sale? Non è così semplice – e certamente “promettere credibilmente di essere irresponsabili”, di non disfare l’espansione a fronte di una inflazione futura, è una cosa molto più difficile da ottenere del semplice agire quando l’economia è depressa.

Ma, chiede Evans-Pritchard, cosa accade se la banca centrale semplicemente offre denaro ai proprietari di abitazioni? Ebbene, in realtà quella, come lui nota, è politica della spesa pubblica – è un massiccio programma di trasferimento piuttosto che una operazione monetaria convenzionale (e l’”equivalenza ricardiana”, per quello che conta, dice che non ci sarebbe alcun effetto anche se si facesse in quel modo – i proprietari di abitazioni saprebbero che le tasse future dovranno crescere per ripagare il regalo di oggi, e risparmiarlo per intero). Potete dire che non vi interessa il modo in cui lo si definisce. Ma la distinzione non è semplicemente del genere delle classificazioni accademiche: l’impresa delle banche centrali non consiste soltanto nel regalare soldi; quello che esse fanno è sempre un qualche genere di scambio di asset, nel quale esse acquistano asset o danno prestiti che poi diventano asset. Sono quasi sicuro che la Fed o la Banca di Inghilterra non hanno il diritto legale di regalare semplicemente denaro, in alternativa a darlo in prestito; se su questo mi sbaglio, segnatemi per 10 milioni di dollari, d’accordo?

Ancora: ma questa non è semplicemente teoria? Ebbene, no. Ampi incrementi nella base monetaria in precedenti trappole di liquidità non hanno avuto effetti visibili. Ed oggi abbiamo l’esperienza successiva al 2008, ed essa non è certamente un esempio di banche centrali che si misurano facilmente con congiunture economiche negative.

Solo per chiarezza, io ho sostenuto sia in Inghilterra che negli Stati Uniti, la ‘facilitazione quantitativa’, in considerazione che: a) gli acquisti da parte delle banche centrali di asset a più lungo termine e più rischiosi possono dare un aiuto e non possono far danno; b) data la paralisi politica negli Stati Uniti e il predominio di un pessimo pensiero macroeconomico nel Regno Unito, era tutto quello che si poteva avere. Ma il punto di vista che solitamente avevo prima del 1998 – secondo il quale le banche centrali possono sempre provocare inflazione se lo vogliono effettivamente – semplicemente non regge, teoreticamente ed empiricamente.

 

 

[1] L’articolo è apparso sul blog inglese “The Telegraph” il 15 dicembre 2014.

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