Blog di Krugman

L’aggregazione (degli investimenti) e il paradosso del risparmio (dal blog di Krugman, 19 aprile 2015)

 

Apr 19 5:35 am

Crowding In and the Paradox of Thrift

As Francesco Saraceno notes, the IMF’s research department, which was always excellent, has become an extraordinary source of information and ideas in this Age of Blanchard. In particular, these days you can pretty much count on the semiannual World Economic Outlook to offer some dramatic new insight into how the world works. And the latest edition is no exception.

The big intellectual news here is Chapter 4, on business investment. As the report notes, weak business investment has been a major reason for global economic weakness. But why is business investment weak?

Broadly speaking, there are two views out there. One is that we have a special problem of lack of business confidence, driven by fiscal worries, failure to make needed structural reforms, and maybe even careless rhetoric. The U.S. right, in particular, is fond of the “Ma! He’s looking at me funny!” hypothesis – the claim that President Obama, by occasionally suggesting that some businessmen have behaved badly, has hurt their feelings and perpetuated the slump.

The other view is that business investment is weak because the economy is weak. Specifically, it is that the effects of household deleveraging and fiscal consolidation have produced slow growth, which has reduced the incentive to add capacity – the “accelerator” effect – leading to low investment that further reduces growth.

The IMF comes down strongly for the second view. In fact, if anything it finds that business investment has held up a bit better than one might have expected in the face of economic weakness:

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This is, interestingly, something I concluded a while back looking at U.S. data, during the height of the he’s-looking-at-me-funny era.

But wait, there’s more.

In order to deal with the problem of reverse causation – weak investment can cause weak growth as well as vice versa – the IMF adopts an “instrumental variables” approach. Loosely speaking, it looks for episodes of weak growth that are clearly caused by other factors, so that it can be sure that falling investment is an effect rather than a cause. And the instrument it uses is fiscal consolidation. That is, it finds cases where spending cuts and/or tax hikes depress demand and hence investment.

What it doesn’t say explicitly is that in using this procedure, it manages in passing both to refute a very widely held but false belief about deficits and to confirm a highly controversial Keynesian proposition.

The false belief is that government deficits necessarily “crowd out” investment, so that reducing deficits should free up funds that lead to higher investment. Not so, says the IMF: when governments introduce deficit-reduction measures, investment falls instead of rising. This says that the deficits were crowding investment in, not out.

And there’s another way to look at it: when governments introduce austerity measures, they are trying to reduce their net borrowing – in effect, they are raising their savings rate. What the IMF tells us is that such attempts to increase saving actually lead to lower, not higher, investment – and since saving equals investment, actual savings fall. So what we have here is an empirical confirmation of the existence of the paradox of thrift!

Remarkable stuff. Someone tell Wolfgang Schäuble.

 

L’aggregazione (degli investimenti) [1] e il paradosso del risparmio

Come nota Francesco Saraceno, il dipartimento di ricerca del FMI, che è stato sempre eccellente, nell’Era di Blanchard [2], è diventato una fonte straordinaria di informazioni e di idee. In particolare, di questi tempi si può in pratica affidarsi alla edizione semestrale di World Economic Outlook, dove vengono offerte alcune spettacolari nuove intuizioni su come il mondo va avanti. E l’ultima edizione non fa eccezione.

La grande novità intellettuale si trova al capitolo 4, relativo agli investimenti delle imprese. Come nota il rapporto, gli investimenti deboli delle imprese sono stati una ragione importante della debolezza economica globale. Ma perché gli investimenti delle imprese sono fiacchi?

Su tale questione, parlando in termini generali, ci sono due punti di vista. Uno è che siamo in presenza di un particolare problema di mancanza di fiducia da parte delle imprese, determinato dalle preoccupazioni per la finanza pubblica, dalla mancata realizzazione di necessarie riforme strutturali, e forse anche da prese di posizione malaccorte. La destra americana, in particolare, è affezionata all’ipotesi del “Mamma, mi guarda male![3] – la pretesa seconda la quale il Presidente Obama, avendo occasionalmente suggerito che alcuni imprenditori si sarebbero comportati negativamente, avrebbe ferito i loro sentimenti e perpetuato la crisi.

L’altro punto di vista è che gli investimenti sono deboli perché l’economia è debole. In particolare, sono gli effetti della riduzione del rapporto di indebitamento delle famiglie e del consolidamento delle finanze pubbliche che hanno prodotto la crescita lenta, che hanno ridotto l’incentivo ad aumentare la capacità produttiva – l’effetto di “accelerazione” – portando ad investimenti modesti cha hanno ulteriormente ridotto la crescita.

Il FMI prende con forza posizione a favore del secondo punto di vista. Di fatto, esso scopre semmai che gli investimenti delle imprese sono stati un po’ migliori di quello che ci si sarebbe aspettati a fronte della debolezza economica [4]:

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Si tratta, in modo interessante, della stessa conclusione alla quale ero giunto in passato osservando i dati degli Stati Uniti, all’apice del periodo del “mi sta guardando male!”.

Ma c’è anche di più.

Allo scopo di misurarsi con l’ipotesi di una origine opposta – i deboli investimenti possono provocare una crescita debole, come all’opposto – il FMI adotta un approccio delle “variabili strumentali”. Parlando in termini approssimativi, esso osserva episodi di crescita debole che sono stati chiaramente provocati da altri fattori, in modo che si può esser certi che la caduta dell’investimento sia stata un effetto, anziché una causa. E lo strumento che utilizza è il consolidamento delle finanze pubbliche. Vale a dire, esso individua i casi nei quali i tagli alla spesa e/o gli incrementi fiscali hanno depresso la domanda e di conseguenza gli investimenti.

Quello che non dice esplicitamente è che utilizzando questa procedura, esso riesce incidentalmente sia a confutare l’ampiamente condiviso ma falso convincimento sui deficit, sia a confermare un concetto keynesiano che è oggetto di ampie controversie.

Il falso convincimento è quello secondo il quale i deficit statali necessariamente “spiazzano” gli investimenti, in modo tale che una riduzione dei deficit dovrebbe aiutare a liberare finanziamenti che condurrebbero ad investimenti (privati) più elevati. Non è così, dice il FMI: quando i Governi introducono misure di riduzione dei deficit, gli investimenti cadono invece di salire. Questo ci dice che i deficit hanno provocato una maggiore aggregazione degli investimenti, anziché escluderli gli uni con gli altri.

E c’è un altro modo di guardare al fenomeno: quando i Governi introducono misure di austerità, essi stanno provando a ridurre il loro indebitamento netto – in sostanza, stanno alzando il loro tasso di risparmio. Quello che il FMI ci dice è che, in effetti, tali tentativi di aumentare i risparmi portano a investimenti minori, non maggiori – e dal momento che i risparmi sono pari agli investimenti, i risparmi effettivi calano. Dunque, quella che abbiamo è una conferma empirica dell’esistenza del ‘paradosso del risparmio’ [5].

Cose importanti. Qualcuno le dica a Wolfgang Schäuble.

 

[1] Come spesso, l’uso delle preposizioni dinanzi ai verbi tipico della lingua inglese, non è facilmente traducibile. In economia esiste il concetto del “crowding out” – che in genere in italiano si traduce con “spiazzamento” – secondo il quale il deficit pubblico comporta che gli Stati si appropriano di risorse che “spiazzano” gli investimenti privati, per la semplice ragione che li sottraggono. Il concetto opposto, che viene qua espresso con un “crowding in”, lo traduciamo con “aggregazione”, che è abbastanza comprensibile.

[2] Olivier Blanchard, economista di orientamento keynesiano della ‘leva’ dei principali economisti allevati al MIT (Bernanke, Draghi, lo stesso Krugman e in qualche misura anche Larry Summers), dal 2008 è capoeconomista del FMI e la sua direzione ha provocato un cambiamento di orientamenti e di metodi sensibile:

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[3] Espressione ironica coniata in un post del 2014 ed usata in seguito varie volte da Krugman.

[4] La Tabella offerta dal FMI – con un titolo secondo il quale “le dimensioni della crisi negli investimenti delle imprese a partire dalla crisi riflettono la debolezza dell’attività economica” – osservando la differenza tra l’andamento effettivo (linea nera) e quello previsto (linea rossa), osserva anche che per “ampi gruppi di economie avanzate, ci sono modesti investimenti inesplicabili”.

[5] Era l’espressione che Keynes utilizzò per analizzare il fenomeno simile, seppur più generale, secondo il quale una contemporanea tendenza di tutti i soggetti a risparmiare provoca una diminuzione della domanda ed un impoverimento della crescita tali da ridurre i risparmi effettivi.

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