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Confidenza con la matematica, di Paul Krugman (New York Times 30 maggio 2016)

 

Feel the Math

Paul Krugman MAY 30, 2016

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This is my fifth presidential campaign as a New York Times columnist, so I’ve watched a lot of election coverage, and I came into this cycle prepared for the worst. Or so I thought.

But I was wrong. So far, election commentary has been even worse than I imagined it would be. It’s not just the focus on the horse race at the expense of substance; much of the horse-race coverage has been bang-your-head-on-the-desk awful, too. I know this isn’t scientific, but based on conversations I’ve had recently, many people — smart people, who read newspapers and try to keep track of events — have been given a fundamentally wrong impression of the current state of play.

And when I say a “wrong impression,” I don’t mean that I disagree with other people’s takes. I mean that people aren’t being properly informed about the basic arithmetic of the situation.

Now, I’m not a political scientist or polling expert, nor do I even try to play one on TV. But I am fairly numerate, and I assiduously follow real experts like The Times’s Nate Cohn. And they’ve taught me some basic rules that I keep seeing violated.

First, at a certain point you have to stop reporting about the race for a party’s nomination as if it’s mainly about narrative and “momentum.” That may be true at an early stage, when candidates are competing for credibility and dollars. Eventually, however, it all becomes a simple, concrete matter of delegate counts.

That’s why Hillary Clinton will be the Democratic nominee; she locked it up over a month ago with her big Mid-Atlantic wins, leaving Bernie Sanders no way to overtake her without gigantic, implausible landslides — winning two-thirds of the vote! — in states with large nonwhite populations, which have supported Mrs. Clinton by huge margins throughout the campaign.

And no, saying that the race is effectively over isn’t somehow aiding a nefarious plot to shut it down by prematurely declaring victory. Nate Silver recently summed it up: “Clinton ‘strategy’ is to persuade more ‘people’ to ‘vote’ for her, hence producing ‘majority’ of ‘delegates.’” You may think those people chose the wrong candidate, but choose her they did.

Second, polls can be really helpful at assessing the state of a race, but only if you fight the temptation to cherry-pick, to only cite polls telling the story you want to hear. Recent hyperventilating over the California primary is a classic example. Most polls show Mrs. Clinton with a solid lead, but one recent poll shows a very close race. So, has her lead “evaporated,” as some reports suggest? Probably not: Another poll, taken at the very same time, showed an 18-point lead.

What the polling experts keep telling us to do is rely on averages of polls rather than highlighting any one poll in particular. This does double duty: it prevents cherry-picking, and it also helps smooth out the random fluctuations that are an inherent part of polling, but can all too easily be mistaken for real movement. And the polling average for California has, in fact, been pretty stable, with a solid Clinton lead.

Polls can, of course, be wrong, and have been a number of times this cycle. But they’ve worked better than many people think. Most notably, Donald Trump’s rise didn’t defy the polls — on the contrary, he was solidly leading the polls by last September. Pundits who dismissed his chances were overruling what the surveys were trying to tell them.

Which brings us to the general election. Here’s what you should know, but may not be hearing clearly in the political reporting: Mrs. Clinton is clearly ahead, both in general election polls and in Electoral College projections based on state polls.

It’s true that her lead isn’t as big as it was before Mr. Trump clinched the G.O.P. nomination, largely because Republicans have consolidated around their presumptive nominee, while many Sanders supporters are still balking at saying that they’ll vote for her.

But that probably won’t last; many Clinton supporters said similar things about Barack Obama in 2008, but eventually rallied around the nominee. So unless Bernie Sanders refuses to concede and insinuates that the nomination was somehow stolen by the candidate who won more votes, Mrs. Clinton is a clear favorite to win the White House.

Now, obviously things can and will change over the course of the general election campaign. Every one of the presidential elections I’ve covered at The Times felt at some point like a nail-biter. But the current state of the race should not be a source of dispute or confusion. Barring the equivalent of a meteor strike, Hillary Clinton will be the Democratic nominee; despite the reluctance of Sanders supporters to concede that reality, she’s currently ahead of Donald Trump. That’s what the math says, and anyone who says it doesn’t is misleading you.

 

Confidenza con la matematica, di Paul Krugman

New York Times 30 maggio 2016

Queste sono le mie quinte elezioni presidenziali come editorialista del New York Times, ho dunque molta esperienza di resoconti elettorali, e mi sono accinto a questa serie preparato al peggio. O così pensavo.

Ma avevo torto. Sino ad ora, i commenti elettorali sono stati persino peggiori di quello che mi immaginavo. Non si tratta soltanto della attenzione alla competizione serrata a scapito della sostanza; anche una buona parte dei resoconti sulla competizione in sé sono stati tremendi, da sbattere la testa contro il muro. So che questo non è scientifico, ma basandomi su conversazioni che ho avuto di recente, molte persone – persone intelligenti, che leggono i giornali e cercano di seguire gli avvenimenti – stanno dando una impressione fondamentalmente sbagliata sull’attuale stato dell’arte.

E quando dico “impressione sbagliata” non mi riferisco al fatto che non sono d’accordo con le posizioni di quelle persone. Voglio dire che quelle persone non sono correttamente informate sulla aritmetica elementare della situazione.

Ora, io non sono uno scienziato della politica o un esperto di sondaggi, non cerco neppure di interpretare quella parte nelle televisioni. Ma sono abbastanza capace di far di conti, e seguo assiduamente veri esperti come Nate Cohn su The Times. Ed essi mi hanno insegnato alcune regole di base che continuo a veder violate.

La prima, ad un certo punto ci si deve fermare nel fare resoconti sulla nomination di un partito, quando essa si risolve nell’aneddotica e nella disputa sullo “slancio”. Sono cose che possono essere vere in una fase iniziale, quando i candidati stanno competendo per la credibilità e per le sottoscrizioni elettorali. Alla fine, tuttavia, tutto diventa un semplice e concreto affare di conteggio dei delegati.

Questa è la ragione per la quale Hillary Clinton sarà la candidata dei democratici; ella ha chiuso la partita un mese fa con le sue grandi vittorie nel Medio-Atlantico, lasciando Bernie Sanders senza alcuna speranza di sorpassarla con gigantesche e inverosimili schiaccianti vittorie –  ottenere due terzi dei voti! – in Stati con ampie popolazioni non bianche, che hanno sostenuto la Clinton con ampi margini per tutta la campagna.

E dire che la competizione è sostanzialmente finita non è qualcosa che in qualche modo contribuisce al malefico complotto per chiudere prematuramente la partita stabilendo chi ha vinto. Nate Silver ha riassunto di recente le cose in questo modo: “La ‘strategia’ della Clinton è quella di persuadere una numero maggiore di persone a votare per lei, in tal modo realizzando una maggioranza di delegati” [1]. Potete pensare che queste persone abbiano scelto il candidato sbagliato, ma quello che hanno fatto è che hanno scelto lei.

In secondo luogo, i sondaggi possono davvero essere utili nel definire lo stato della competizione, ma solo se combattete la tentazione di scegliere quelli che più vi convengono, citando soltanto i sondaggi che vi raccontano quello che volete sentir dire. Il recente gran chiasso sulle primarie della California è un classico esempio. Gran parte dei sondaggi mostrano la Clinton con un solido vantaggio, ma un recente sondaggio mostra una competizione molto ravvicinata. Dunque, il suo vantaggio è “evaporato”, come alcuni resoconti suggeriscono? Probabilmente no: un altro sondaggio, eseguito nello stesso periodo, indicava un vantaggio di 18 punti.

Quello che gli esperti di sondaggi continuano a consigliarci è di basarci sulle medie dei sondaggi piuttosto che evidenziarne uno in particolare. Questo ha un effetto duplice: impedisce di scegliere quello che più ci piace, ed aiuta anche a distribuire le fluttuazioni occasionali che sono un aspetto intrinseco del sondaggio, ma che possono anche troppo facilmente essere erronee nella comprensione degli spostamenti reali. E la media dei sondaggi nel caso della California è stata, in sostanza, abbastanza stabile, con un solido vantaggio per la Clinton.

Naturalmente, i sondaggi possono aver torto, e in questo ciclo elettorale lo hanno avuto un certo numero di volte. Eppure, hanno funzionato meglio di quanto molte persone pensino. Più in particolare, l’ascesa di Donald Trump non è stata una sfida ai sondaggi – al contrario, egli è stato solidamente in testa nei sondaggi sin dalla fine di settembre. I commentatori che  irridevano sulle sue possibilità, si rifiutavano di ascoltare quello che quei sondaggi cercavano di dire loro.

Il che ci riporta alle elezioni generali. Ecco quello che dovreste sapere, ma che può darsi non stiate intendendo con chiarezza nei resoconti politici: la Clinton è chiaramente in testa, sia nei sondaggi sulle elezioni generali che nelle proiezioni sui collegi elettorali basate sui sondaggi al livello degli Stati.

É vero che il suo vantaggio non è così grande come era prima che Trump concludesse con la nomina del Partito Repubblicano, in gran parte perché i repubblicani si sono raccolti attorno al loro candidato presunto, mentre molti sostenitori di Sanders ancora si rifiutano di dire che voteranno per la Clinton.

Ma è probabile che questo non sia destinato a durare; molti sostenitori della Clinton dicevano cose simili su Barack Obama nel 2008, ma alla fine si raccolsero attorno al candidato. Dunque, a meno che Bernie Sanders si rifiuti di ammettere il risultato ed insinui che la nomination è stata in qualche modo rubata dal candidato che ha preso più voti, la signora Clinton è chiaramente favorita alla vittoria per la Casa Bianca.

Ora, ovviamente le cose possono cambiare e cambieranno nel corso della campagna per le elezioni generali. In tutte le occasioni delle elezioni presidenziali nelle quali ho scritto sul The Times, c’è stato un momento convulso. Ma la condizione attuale della competizione non dovrebbe essere una fonte di dispute o di confusione. Tranne l’equivalente dell’impatto di una meteora, Hillary Clinton si aggiudicherà la candidatura dei democratici; nonostante la riluttanza dei sostenitori di Sanders ad ammettere la realtà, ella è attualmente in vantaggio su Donald Trump. Questo è quanto attualmente dice la matematica, e chiunque vi dice che non è così vi sta ingannando.

 

[1] Ovvero, la strategia della Clinton è ovvia.

 

 

 

 

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