Articoli sul NYT

Donald Trump, il candidato siberiano, di Paul Krugman (New York Times 22 luglio 2016)

 

Donald Trump, the Siberian Candidate

Paul Krugman JULY 22, 2016

zz 170

 

If elected, would Donald Trump be Vladimir Putin’s man in the White House? This should be a ludicrous, outrageous question. After all, he must be a patriot — he even wears hats promising to make America great again.

But we’re talking about a ludicrous, outrageous candidate. And the Trump campaign’s recent behavior has quite a few foreign policy experts wondering just what kind of hold Mr. Putin has over the Republican nominee, and whether that influence will continue if he wins.

I’m not talking about merely admiring Mr. Putin’s performance — being impressed by the de facto dictator’s “strength,” and wanting to emulate his actions. I am, instead, talking about indications that Mr. Trump would, in office, actually follow a pro-Putin foreign policy, at the expense of America’s allies and her own self-interest.

That’s not to deny that Mr. Trump does, indeed, admire Mr. Putin. On the contrary, he has repeatedly praised the Russian strongman, often in extravagant terms. For example, when Mr. Putin published an article attacking American exceptionalism, Mr. Trump called it a “masterpiece.”

But admiration for Putinism isn’t unusual in Mr. Trump’s party. Well before the Trump candidacy, Putin envy on the right was already widespread.

For one thing, Mr. Putin is someone who doesn’t worry about little things like international law when he decides to invade a country. He’s “what you call a leader,” declared Rudy Giuliani after Russia invaded Ukraine.

It’s also clear that the people who gleefully chanted “Lock her up” — not to mention the Trump adviser who called for Hillary Clinton’s execution — find much to admire in the way Mr. Putin deals with his political opponents and critics. By the way, while the Secret Service is investigating the comments about executing Mrs. Clinton, all the Trump campaign had to say was that it “does not agree with those statements.”

And many on the right also seem to have a strange, rather creepy admiration for Mr. Putin’s personal style. Rush Limbaugh, for example, declared that while talking to President Obama, “Putin probably had his shirt off practicing tai chi.”

All of this is, or should be, deeply disturbing; what would the news media be saying if major figures in the Democratic Party routinely praised leftist dictators? But what we’re now seeing from Mr. Trump and his associates goes beyond emulation, and is starting to look like subservience.

First, there was the Ukraine issue — one on which Republican leaders have consistently taken a hard line and criticized Mr. Obama for insufficient action, with John McCain, for example, accusing the president of “weakness.” And the G.O.P. platform was going to include a statement reaffirming this line, but it was watered down to blandness on the insistence of Trump representatives.

Then came Mr. Trump’s interview with The New York Times, in which, among other things, he declared that even if Russia attacked members of NATO he would come to their aid only if those allies — which we are bound by treaty to defend — have “fulfilled their obligations to us.”

Now, some of this is Mr. Trump’s deep ignorance of policy, his apparent inability to understand that you can’t run the U.S. government the way he has run his ramshackle business empire. We know from many reports about his stiffing of vendors, his history of profiting from enterprises even as they go bankrupt, that he sees contracts as suggestions, clear-cut financial obligations as starting points for negotiation. And we know that he sees fiscal policy as no different; he has already talked about renegotiating U.S. debt. So why should we be surprised that he sees diplomatic obligations the same way?

But is there more to the story? Is there some specific channel of influence?

We do know that Paul Manafort, Mr. Trump’s campaign manager, has worked as a consultant for various dictators, and was for years on the payroll of Viktor Yanukovych, the former Ukrainian president and a Putin ally.

And there are reasons to wonder about Mr. Trump’s own financial interests. Remember, we know nothing about the true state of his business empire, and he has refused to release his taxes, which might tell us more. We do know that he has substantial if murky involvement with wealthy Russians and Russian businesses. You might say that these are private actors, not the government — but in Mr. Putin’s crony-capitalist paradise, this is a meaningless distinction.

At some level, Mr. Trump’s motives shouldn’t matter. We should be horrified at the spectacle of a major-party candidate casually suggesting that he might abandon American allies — just as we should be horrified when that same candidate suggests that he might welsh on American financial obligations. But there’s something very strange and disturbing going on here, and it should not be ignored.

 

Donald Trump, il candidato siberiano, di Paul Krugman

New York Times 22 luglio 2016

Se fosse eletto, Donald Trump sarebbe l’uomo di Vladimir Putin alla Casa Bianca? Questo dovrebbe essere un quesito assurdo e offensivo. Dopo tutto, è impegnato ad essere un patriota – porta persino cappellini che promettono di far diventare l’America ancora grande.

Ma stiamo parlando di un candidato assurdo e offensivo. E il recente comportamento di Trump nella campagna elettorale ha proprio posto ad un buon numero di esperti di politica estera l’interrogativo di quale tipo di presa Putin abbia sul candidato repubblicano, e se quella influenza continuerà nel caso di una sua vittoria.

Non sto parlando di una banale ammirazione nei confronti dei comportamenti di Putin – dell’impressione per la “forza” di quello che è in sostanza un dittatore, e della voglia di emulare le sue azioni. Sto, invece, parlando dei segnali secondo i quali Trump, una volta in carica, seguirebbe effettivamente la politica estera di Putin, a spese degli alleati dell’America e dei suoi stessi interessi.

È innegabile che Trump ammiri effettivamente Putin. In realtà, egli ha ripetutamente elogiato l’uomo forte russo, spesso con espressioni stravaganti. Ad esempio, quando Putin ha pubblicato un articolo nel quale attaccava l’eccezionalismo americano, Trump l’ha definito un “capolavoro”.

Ma l’ammirazione per il putinismo non è inusuale nel partito di Trump. Molto prima della candidatura di Trump, l’invidia verso Putin era già generale.

Da una parte, il signor Putin è uno che non si preoccupa, quando decide di invadere un paese, di quisquilie come la legge internazionale. È “quello che definireste un leader”, dichiarò Rudy Giuliani dopo che la Russia invase l’Ucraina.

È anche evidente che le persone che scandiscono allegramente lo slogan “Mettetela in galera” – per non dire del consigliere di Trump che si è espresso per l’esecuzione di Hillary Clinton – trovano molto da ammirare nei modi in cui Putin tratta i suoi oppositori politici ed i suoi critici. Per inciso, mentre i Servizi Segreti hanno avviato un’indagine a proposito di questi commenti sull’inviare la Clinton [1] dinanzi ad un plotone di esecuzione, tutto quello che hanno avuto da commentare i collaboratori di Trump è stato che “non concordano con questi pronunciamenti”.

E molti a destra sembrano anche avere una strana, piuttosto raccapricciante ammirazione per lo stile personale di Putin. Rush Limbaugh, ad esempio, ha dichiarato che mentre parlava col Presidente Obama, “Putin probabilmente si era tolto la camicia per fare un po’ di tai chi”.

Tutto questo è, o dovrebbe essere, seriamente fastidioso: cosa direbbero i media se importanti personaggi del Partito Democratico avessero l’abitudine di elogiare dittatori di sinistra? Ma quello che stiamo osservando in Trump e soci va oltre l’emulazione, e comincia a sembrare sottomissione.

Agli inizi ci fu la questione dell’Ucraina – sulla quale i dirigenti repubblicani hanno costantemente tenuto una linea dura e criticato Obama per una iniziativa insufficiente, con John McCain, ad esempio, che ha accusato il Presidente di “debolezza”. La piattaforma del Partito Repubblicano era orientata ad includere una affermazione che riaffermava questa linea, ma dinanzi alla insistenza dei congressisti di Trump essa venne stemperata.

Poi c’è stata l’intervista di Trump col New York Times, nella quale tra le altre cose egli ha dichiarato che persino se la Russia attaccasse membri della NATO – che siamo tenuti a difendere sulla base di un Trattato – egli andrebbe in loro aiuto soltanto se “avessero onorato i loro obblighi nei nostri confronti”.

Ora, alcune di queste cose derivano dalla profonda ignoranza politica di Trump, dalla sua apparente incapacità di comprendere che non si può gestire il Governo degli Stati Uniti nello stesso modo in cui egli ha gestito il suo traballante impero economico. Sappiamo da molti resoconti della sua durezza con i fornitori, la sua storia di aver tratto profitti da imprese che andavano in bancarotta, il fatto che egli consideri i contratti come qualcosa di opinabile, i palesi obblighi finanziari alla stregua di punti di partenza in una negoziazione. E sappiamo che considera la politica della finanza pubblica in modo non dissimile: ha altre volte parlato della rinegoziazione del debito degli Stati Uniti.

Ma c’è qualcosa di più in questa storia? C’è qualche specifico canale di influenza?

In effetti sappiamo che Paul Manafort, il dirigente della campagna elettorale di Trump, ha lavorato come consulente di vari dittatori, ed è stato per anni sul libro paga di Viktor Yanukovych, il passato Presidente ucraino nonché alleato di Putin.

E ci sono ragioni per farsi domande sugli stessi interessi finanziari di Trump. Tenete a mente che non si sa nulla sulle vere condizioni del suo impero finanziario, e che egli ha rifiutato di render nota la sua situazione fiscale, le quali cose potrebbero dirci di più. In effetti sappiamo che ha sostanziali se non torbidi coinvolgimenti con magnati ed impresari russi. Si può dire che si tratti di soggetti privati, non del Governo – ma nel paradiso da capitalismo clientelare di Putin, questa è una distinzione insignificante.

In un certo senso, le motivazioni di Trump non dovrebbero essere importanti. Dovremmo essere sconvolti dallo spettacolo di un candidato di un partito principale che di passaggio afferma che potrebbe abbandonare gli alleati dell’America – proprio come dovremmo essere sconvolti quando lo stesso candidato suggerisce che potrebbe non onorare gli obblighi finanziari dell’America. Ma in questo caso c’è qualcosa di molto strano e inquietante, e non dovrebbe essere ignorato.

 

[1] Un consigliere ‘informale’ di Trump, il congressista Al Baltasaro – precisamente colui che lo ‘consiglia’ sulle politiche verso i militari in congedo – ha letteralmente dichiarato che la Clinton dovrebbe andare ad un plotone di esecuzione per i fatti di Bengasi (dove avvenne un assalto terrorista con vittime ad un consolato statunitense).

 

 

 

 

 

By


Commenti dei Lettori (0)


E' possibile commentare l'articolo nell'area "Commenti del Mese"