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Apprendimenti lenti (dal blog di Krugman, 19 agosto 2016)

 

Slow Learners

 AUGUST 19, 2016 1:11 PM 

 

Larry Summers has a very nice essay that takes off from a new paper by John Williams at the San Francisco Fed, which is noteworthy because Williams is the highest-placed Fed official yet to suggest that maybe the inflation target should be higher. It’s not a new argument – see, for example, my paper for the ECB in 2014, but seeing it come from a senior official is news.

Yet as Larry says, the paper is still weak and tentative even on monetary policy, to an extent that’s hard to understand:

I am disappointed therefore that Williams is so tentative in his recommendations on monetary policy.  I do understand the pressures on those in office to adhere to norms of prudence in what they say.  But it has been years since the Fed and the markets have been aligned on the future path of rates or since the Fed’s forecasts of future rates have been even close to right.

Furthermore, there’s basically no break with orthodoxy on fiscal policy, despite the evident importance of the liquidity trap, evidence that multipliers are fairly large, and basically zero real borrowing costs.

Yet Williams is at the cutting edge of policy rethinking at the Fed. And in general mainstream thinking about macroeconomic policy has changed remarkably little, remarkably slowly.

You might say that it is always thus. But, you know, it isn’t.

I fairly often find myself comparing the intellectual response to the financial crisis and its aftermath with the response to the emergence of stagflation in the 1970s. I say the 70s, but really stagflation emerged as an issue in 1974, after the first oil shock, and pretty much ended with the Volcker double-dip recession of 1979-82 – a recession whose end implication was that monetary policy continued to work in a fairly Keynesian way. So it was well under a decade of experience; yet it utterly transformed how everyone talked about macroeconomics.

Then came the 2008 crisis. As I’ve written many times, events since that crisis have played out pretty much the way someone who knew their Hicksian IS-LM would have predicted – but that should have been shocking to the many people, both in policy circles and in the economics profession, who dismissed that kind of economics as worthless, proved false, whatever. And the sheer persistence both of depressed economies and of low inflation/interest rates should by now have led to a big rethinking. Depression economics redux has now gone on as long as stagflation did.

Yet rethinking has been glacial at best. People who warned about the coming inflation in 2009 are warning about the coming inflation in 2016. Orthodox fears of budget deficits still dominate a lot of discourse. And the Fed still clings to an inflation target originally devised in the belief that the kind of thing that has happened to our economy would never happen.

I’m not entirely sure why learning has been so slow this time. Part of it, I suspect, is that the anti-Keynesian backlash of the 1970s had a lot of political power, and behind the scenes a lot of money, behind it – which influenced even academics, whether they realized it or not. And these days that same power and money is deployed against any rethinking.

Whatever the explanation, however, it’s taking a painfully long time for serious policy discussion to arrive at a point that should have been obvious years ago.

 

Apprendimenti lenti

Larry Summers pubblica un intervento molto bello che prende spunto da un nuovo articolo di John Williams della Fed di San Francisco, che è degno di nota giacché Williams è il dirigente della Fed in più alto grado che suggerisce che forse l’obbiettivo di inflazione dovrebbe essere superiore. Non si tratta di una novità – si veda, ad esempio, il mio saggio per la BCE del 2014, ma vederlo esprimere da un dirigente di alto livello è una novità.

Tuttavia, come dice Larry, l’articolo è ancora debole ed esitante anche sulla politica monetaria, in una misura che è difficile comprendere:

“Di conseguenza io sono deluso che Williams sia così esitante nelle sue raccomandazioni sulla politica monetaria. Capisco le pressioni per coloro che sono in carica a restare ederenti a norme di prudenza in quello che dicono. Ma sono passati anni da quando la Fed ed i mercati si sono allineati sulla futura traiettoria dei tassi o da quando le previsioni della Fed sui futuri tassi sono state persino vicine al giusto.”

Inoltre, fondamentalmente non c’è alcuna rottura con l’ortodossia in materia di politica della finanza pubblica, nonostante l’evidente rilievo della trappola di liquidità e le prove che i moltiplicatori sono piuttosto ampi e i costi reali dell’indebitamento sono sostanzialmente a zero.

Tuttavia Williams si collaca all’avanguardia del ripensamento politico della Fed. E in generale il pensiero prevalente sulla politica macroeconomica è mutato in modo considerevolmente modesto e considerevolmente lento.

Si potrebbe dire che è sempre stato così. Eppure, si deve sapere che non è vero.

Mi ritrovo abbastanza di frequente a paragonare la risposta intellettuale alla crisi finanziaria ed alle sue conseguenze con la risposta alla emergenza della stagflazione negli anni ’70. Dico gli anni ’70, ma in realtà la stagflazione emerse come problema nel 1974, dopo il primo shock petrolifero, e praticamente ebbe fine con la recessione a due punte di Volcker del 1979-1982 – una recessione la cui implicazione conclusiva fu che la politica monetaria continuò a funzionare con modalità abbastanza keynesiane. Si trattò dunque di una esperienza ben inferiore ad un decennio; tuttavia essa modificò completamente il modo in cui ciascuno parlava di macroeconomia.

Poi venne la crisi del 2008. Come ho scritto molte volte, a partire da quella crisi gli eventi si sono svolti in pratica nel modo in cui coloro che conoscevano la lezione hicksiana del modello IS-LM potevano prevedere –  eppure tutto ciò avrebbe dovuto risultare impressionante per molta gente, sia nei circoli della politica che nella disciplina economica, per coloro che avevano liquidato quel genere di economia come priva di valore o manifestamente falsa che dir si voglia. E la pura e semplice persistenza sia di economie depresse che di bassa inflazione e di bassi tassi di interesse, dovrebbe a questo punto aver portato ad un grande ripensamento. Il ritorno dell’economia della depressione a questo punto è andato avanti quanto fece la stagflazione.

Il ripensamento, tuttavia, nel migliore dei casi è stato gelido. Le persone che mettevano in guardia sulla inflazione in arrivo nel 2009 stanno mettendo in guardia sull’inflazione in arrivo nel 2016. I timori ortodossi sui deficit di bilancio stanno ancora dominando gran parte del dibattito. E la Fed ancora si aggrappa ad un obbiettivo di inflazione all’origine concepito nel convincimento che il genere di cosa accaduta alla nostra economia non sarebbe mai successa.

Non sono completamente certo delle ragioni per le quali l’apprendimento stavolta sia stato così lento. In parte ho il sospetto che la reazione anti keynesiana degli anni ’70 avesse una grande componente di potere politico, e dietro le quinte avesse alle spalle una grande quantità di soldi – il che ha influenzato, ne siano consapevoli o meno, persino gli ambienti accademici. E di questi tempi lo stesso potere e lo stesso denaro è schierato contro ogni ripensamento.

Qualsiasi sia la spiegazione, tuttavia, sta trascorrendo un tempo dolorosamente lungo per arrivare ad un punto che avrebbe dovuto essere evidente anni orsono.

 

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