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I francesi e noi, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 12 aprile 2017)

 

APR 12 2:13 PM 

The French, Ourselves, by Paul Krugman

 

Still thinking about the upcoming French election. Will Le Pen be the next Trump? I have no idea. But I’ve been interested to note how little resemblance there is between the underlying economics in France and here, which in turn raises further doubts about how far “economic anxiety” goes toward explaining the faux-populist surge.

One thing you have to bear in mind is that the French economy gets terrible press — some combination of conservative bias (with such a generous welfare state they *should* be a disaster, dammit) and cultural envy/annoyance. A few years back Roger Cohen quoted himself about how there is a

pervasive sense that not only jobs — but also power, wealth, ideas and national identity itself — are migrating, permanently and at disarming speed, to leave a vapid grandeur on the banks of the Seine

then noted wryly that he wrote that in 1997; and somehow France is still there.

In fact, the 1990s were something of a low point; in a number of key ways France has done better since then, especially compared with the United States. Official unemployment is high, but that’s somewhat misleading. If you look at adults in their prime working years, they’re actually more likely to be employed in France than they are here:

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OECD and BLS

French productivity has gone from slightly above to slightly below the US level, perhaps because more people are employed; but anyway, given the wiggle room in such numbers, we’re basically looking at a country that is at the technological frontier:

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OECD

And France has, so far at least, been spared the Case-Deaton epidemic of “deaths of despair”:

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If very low inflation is any indicator, the French economy does appear to be operating somewhat below potential. But it’s not in macroeconomic crisis.

And as I wrote yesterday, France is not Greece: the euro was a bad idea, but France is not a nation currently suffering severely from lack of an independent currency, so there is no urgency about exit — and hence no obvious reason to incur the huge costs euro exit would impose.

So what’s it all about? Presumably it’s about identity politics, French style. But my point is that the economic anxiety trope works even worse for France than it does here.

Oh, and let me repeat: Le Pen does not offer any answer to the problems of the EU.

 

I francesi e noi, di Paul Krugman 

Sto ancora riflettendo sulle prossime elezioni francesi. La Le Pen sarà il prossimo Trump? Non ne ho idea. Ma mi interessa osservare quanto poca somiglianza ci sia tra gli andamenti di fondo dell’economia in Francia e da noi, la qual cosa a sua volta solleva dubbi ulteriori su quanto sia lontana l’”ansietà economica” dallo spiegare l’ascesa del falso populista [1].

Una cosa che si deve tenere a mente è che l’economia francese ha un pessimo trattamento da parte della stampa – una qualche combinazione di tendenze conservatrici (dannazione, con un tale generoso Stato assistenziale, ‘dovrebbero’ essere un disastro) e di fastidio e invidia culturale. Pochi anni fa Roger Cohen citava sé stesso a proposito di quanto ci sia

“un senso pervasivo che non soltanto i posti di lavoro – ma anche il potere, la ricchezza, le idee e la stessa identità nazionale – stiano emigrando, in modo duraturo e con una velocità disarmante, lasciando una scialba ‘grandeur’ sulle sponde della Senna”

per poi osservare sarcasticamente che aveva scritto quelle cose nel 1997; e in qualche modo la Francia era ancora a quel punto.

Di fatto, gli anni ’90 furono una specie di periodo infelice: da allora per un certo numero di aspetti fondamentali la Francia è andata bene, specialmente a confronto con gli Stati Uniti. La disoccupazione ufficiale è elevata, ma quello è in un certo senso un dato fuorviante. Se si guarda alla popolazione adulta nei suoi primi anni lavorativi, effettivamente è più probabile che essa sia occupata in Francia che non da noi [2]:

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OCSE e BLS

La produttività francese è passata da un livello leggermente superiore ad un livello leggermente inferiore agli Stati Uniti; ma in ogni caso, considerato il grado di oscillazione di tali dati, stiamo fondamentalmente osservando un paese che è all’avanguardia della tecnologia:

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E la Francia, almeno sinora, è stata risparmiata dalla epidemia studiata da Case-Deaton delle “morti per disperazione” [3]:

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[4]

Se la bassa inflazione è un indicatore di un qualche rilievo, l’economia francese appare operare in qualche modo al di sotto del suo potenziale. Ma essa non è in una crisi macroeconomica.

E, come ho scritto ieri, la Francia non è la Grecia: l’euro fu una cattiva idea, ma la Francia non è attualmente una nazione che soffre per la mancanza di una valuta indipendente, cosicché non c’è alcuna urgenza di una uscita – e di conseguenza non c’è alcuna ragione evidente per sostenere i costi ingenti che una uscita dall’euro provocherebbe.

Dunque, di cosa si sta ragionando? Presumibilmente di identità politica, secondi lo stile francese. Ma la mia opinione è che il luogo comune della ‘ansietà economica’ funzioni anche peggio in Francia che da noi.

Infine, consentitemi di ripeterlo: Le Pen non offre alcuna risposta ai problemi dell’Unione Europea.

 

 

 

[1] Al singolare, ovvero riferita al falso populismo di Trump.

[2] La Tabella successiva si riferisce alla popolazione in età lavorativa tra i 25 ed i 54 anni. Il fatto che l’andamento sia migliore di quello americano, infatti, dipende in buona misura dal fatto che i giovani francesi godono di norme sul diritto allo studio migliori dei coetanei americani (che sono costretti a lavorare prima, talora anche pe pagarsi gli studi universitari) e che gli anziani francesi sono facilitati ad uscire dalla forza lavoro da norme più favorevoli in materia di pensionamento.

[3] Angus Deaton ha ricevuto nell’anno 2016 il premio Nobel per l’economia. In particolare hanno provocato grande interesse i suoi studi, assieme ad Anne Case, sulla involuzione delle attese di vita nella popolazione bianca americana. Su questo blog, con un semplice ricerca alla voce ‘Deaton’, si trovano riflessioni su quegli studi, a cura di Krugman, Stiglitz ed altri.

[4] La tabella, desunta dagli studi di Deaton-Case, mostra i tassi di mortalità nella popolazione tra i 45 ed i 54 anni, in alcuni paesi del mondo (anno di base il 2010). La riga in rosso indica i tassi di mortalità nella popolazione bianca americana (esclusi dunque gli afroamericani ed i latini). Come si vede, quel dato è unico nel segnalare una stasi se non una crescita dei tassi di mortalità, ovvero una riduzione delle aspettative di vita. Quei tassi di mortalità sono oggi più che doppi rispetto alla Svezia.

Si deve considerare che i fattori principali di quel fenomeno messi in evidenza tra gli studiosi sono, oltre ai suicidi, la dipendenza da oppiacei – seppure nelle forme legali degli antidolorifici e degli ansiolitici – la dipendenza da alcool e malattie derivanti dalla cattiva alimentazione. È abbastanza evidente che i ‘bianchi’ in questione sono soprattutto nella popolazione con redditi più bassi e nelle aree caratterizzate da processi di crisi economica.

 

 

 

 

 

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