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Rendite di monopolio e tassazione sulle imprese (per esperti) (dal blog di Krugman, 31 agosto 2017)

 

Monopoly Rents and Corporate Taxation (Wonkish)

 AUGUST 31, 2017 10:11 AM 

Paul Krugman

At one level it’s hard to take the Trump administration’s tax “reform” push seriously. A guy gets elected as a populist and his first two big proposals are (a) taking away health insurance from millions (b) cutting corporate taxes. Wow.

Furthermore, Trump is invincibly ignorant on taxes (and everything else) — he keeps declaring that America is the highest taxed nation in the world, which is nearly the opposite of the truth among advanced countries. And his allies in Congress aren’t ignorant, but they’re liars: Paul Ryan is the master of mystery meat, of promising to raise and save trillions in unspecified ways.

But there is an actual interesting question here, even if we shouldn’t give any credence to Republican answers. Who does, in fact, pay the corporate profit tax? Does it fall on corporations, and hence eventually on their shareholders? Or is the ultimate incidence mainly on wages, as the administration claims?

There have been some very good discussions of this issue by CBO, here and here.

CBO is skeptical of cross-country regressions that seem to suggest that much of the burden falls on wages. I agree, on general principles. In most cases it’s just too difficult to control for other factors. The only times I take cross-country results seriously is when there’s really drastic differential behavior of a factor likely to have large effects, like the huge differences in the degree of fiscal austerity between 2009-2013. Trying to tease out the effects of corporate taxation, which doesn’t differ all that much among OECD countries and is surely not the most important driver of wage differences, looks hopeless.

The alternative is some kind of structural story; and I think there’s an important point here, already made by CBO but in need of more emphasis: we really need to think about monopoly rents.

The usual way this story is told thinks of the corporate tax as a tax on returns to physical capital. The story then says that back in the old days, when capital mobility between countries was limited, domestic corporations really had no way to avoid the tax, so it did indeed fall on shareholders. But now, so the tale goes, we have highly mobile capital; if you tax it in any one country, it will flow out, making capital scarcer and driving down wages, until after-tax rates of return in that country have risen back to the world average.

There are important qualifications to this story even as given. For one thing, capital mobility remains far from perfect: the Feldstein Horioka correlation between domestic savings and domestic investment has weakened, but it’s still there. For another, the US is a big country, able to affect world rates of return. One more thing: given the size of the US, cuts in our corporate taxes might well induce competitive cuts in other countries, further reducing the impact on wages here.

But what caught my eye from the CBO was a quite different point: much corporate taxation probably doesn’t fall on returns to physical capital, but rather on monopoly rents. It doesn’t matter whether these rents were fairly earned through, say, investment in technology, or even whether the corporations earn super-high profits. As long as the local source of profit is some kind of monopoly rent, corporate tax incidence is going to fall on shareholders, not workers.

Imagine a world in which all corporations are like Google or Apple: they invest resources in developing new products, then sell those products — in which they have a lot of market power — in various countries for well above production cost, which is the source of their profits. Cutting the tax rate on such profits won’t make them employ more people, driving up the demand for labor and hence wages; it will just let them keep more of their rents.

A parallel: think of pharma, where companies develop a drug then sell it worldwide. Some countries use the bargaining power of their government health systems to get lower prices, some (mostly us) don’t; the countries that bargain for lower prices don’t pay any price in reduced access to drugs. Similarly, if you place a tax on profits earned from technological monopolies, you won’t lose access to the technology, you’ll just collect more taxes.

And there’s a lot of reason to believe that market power is an increasingly big deal. Again, this doesn’t have to be unfair, and it could involve monopolistic competition without a lot of excess returns. The point is that no matter what the source and justification for market power, that power undermines the case that capital mobility will mean that cutting corporate taxes benefits workers.

This changes the narrative, doesn’t it? Instead of focusing on rising capital mobility as a reason profits taxes might fall on workers, maybe we should focus on rising market power as a reason why profits taxes fall on capitalists.

The point for now is that when someone tells you that changes in the world have made old-style corporate taxes obsolete, be skeptical. Some changes in the world may have made profit taxation a better idea than ever.

 

Rendite di monopolio e tassazione sulle imprese (per esperti)

Paul Krugman

In un certo senso è difficile prendere sul serio l’agitazione della Amministrazione Trump sulla “riforma” del fisco. Un individuo che è stato eletto come un populista e le sue prime grandi proposte sono: (a) togliere l’assicurazione sanitaria a milioni di persone, (b) tagliare le tasse delle società. Per la miseria!

Inoltre, Trump è irrimediabilmente ignorante sulle tasse (e su tutto il resto) – continua a dichiarare che l’America è la nazione più tassata al mondo, che tra i paesi avanzati è quasi l’opposto della verità. E i suoi amici nel Congresso non sono ignoranti, ma sono bugiardi: Paul Ryan è il maestro della ‘carne di incerta provenienza’, della promessa di raccogliere e risparmiare migliaia di miliardi in modi imprecisati.

Ma in questo caso c’è una domanda effettivamente interessante, anche se non dovessimo dare alcuna credibilità alle risposte dei repubblicani. Chi paga, di fatto, la tassa sui profitti di impresa? Ricade sulle società, e di conseguenza alla fine sui loro azionisti? Oppure ha la massima incidenza principalmente sui salari, come pretende l’Amministrazione?

Ci sono stati alcuni ottimi dibattiti su questo tema da parte dell’Ufficio Congressuale sul Bilancio, che trovate in queste connessioni.

Il CBO è scettico sulle analisi di regressione attraverso il paese che paiono suggerire che molto peso ricada sui salari. Io, in termini generali, concordo. Nella maggioranza dei casi è semplicemente troppo difficile controllare gli altri fattori. Le sole volte nelle quali io prendo sul serio i risultati che derivano da una analisi attraverso il paese è quando c’è un comportamento differenziale realmente evidente di un fattore che è probabile abbia ampi effetti. Cercare di identificare gli effetti della tassa sulle imprese, che non differisce poi così tanto tra i paesi dell’OCSE e non è certamente il più importante conduttore di differenze salariali, appare senza speranza.

L’alternativa è una storia strutturale: ed io penso che in questo caso ci sia un aspetto importante, già messo in evidenza dal CBO ma bisognoso di maggiore enfasi: abbiamo sul serio bisogno di ragionare delle rendite di monopolio.

Il modo consueto nel quale questa storia viene raccontata ragiona della tassazione sulle società come una tassa sui rendimenti del capitale fisico. La spiegazione poi afferma che nei tempi passati, quando la mobilità del capitale era limitata, le società nazionali non avevano effettivamente alcun modo per evitare la tassa, cosicché essa in effetti ricadeva sugli azionisti. Ma adesso, così procede la spiegazione, abbiamo capitali molto mobili: se si tassano in un qualsiasi paese, essi se ne andranno, rendendo il capitale più scarso e abbassando i salari, finché i tassi di rendimento dopo le tasse in quel paese non siano ritornati alle medie mondiali.

Ci sono importanti specificazioni per questo racconto, persino nel come viene presentato. Per un aspetto, la mobilità del capitale è lungi dall’essere perfetta: la correlazione Feldstein Horioka tra risparmi e investimenti nazionali si è indebolita, ma è ancora al suo posto. Per un altro aspetto, gli Stati Uniti sono un grande paese, capace di influenzare i tassi di rendimento mondiali. C’è inoltre un altro aspetto: data la dimensione degli Stati Uniti, i tagli alle nostre tasse sulle imprese possono facilmente indurre tagli competitivi in altri paesi, riducendo ulteriormente l’impatto sui salari nel nostro.

Ma c’è stato un aspetto abbastanza diverso da parte del CBO che ha attirato la mia attenzione: una buona parte della tassazione sulle società non ricade sui rendimenti del capitale fisico, bensì sulle rendite di monopolio. Non è importante se queste rendite vengono onestamente guadagnate attraverso, ad esempio, gli investimenti nelle tecnologie, o persino se le società ottengono profitti super elevati. Nella misura in cui la fonte locale del profitto è un qualche genere di rendita di monopolio, l’incidenza della tassazione sulle imprese è destinata a ricadere sugli azionisti, non sui lavoratori.

Si immagini un mondo nel quale tutte le imprese siano come Google o Apple: esse investono risorse nello sviluppo di nuovi prodotti, poi vendono quei prodotti – nei quali essi hanno un grande potere di mercato – in vari paesi assai al di sopra del costo di produzione, che è la fonte dei loro profitti. Tagliare le tasse sulle società su tali profitti non consentirà loro di occupare più persone, innalzando la domanda di lavoro e di conseguenza i salari; gli consentirà soltanto di ottenere di più dalle loro rendite.

Un esempio: si pensi al settore farmaceutico, dove le società sviluppano una medicina per poi rivenderla su scala mondiale. Alcuni paesi usano il potere contrattuale dei sistemi sanitari dei loro Governi per tenere più bassi i prezzi, altri (soprattutto noi) non lo fanno; i paesi che contrattano prezzi più bassi non pagano alcun prezzo per l’accesso ridotto ai medicinali. In modo simile, se si colloca una tassa sui profitti guadagnati dai monopoli tecnologici, non si perderà l’accesso alle tecnologie, si raccoglieranno soltanto maggiori tasse.

E c’è una gran quantità di ragioni per credere che il potere sul mercato sia sempre di più una faccenda importante. Ancora, questo non è necessariamente ingiusto, e potrebbe riguardare la competizione monopolistica senza una gran quantità di rendimenti in eccesso. Il punto è che non è importante quale sia la fonte e la giustificazione del potere sul mercato, quel potere mette in crisi l’argomento secondo il quale la mobilità del capitale comporterà che il taglio alle tasse delle imprese vada a beneficio dei lavoratori.

Questo modifica il racconto, non è così? Anziché concentrarsi sulla crescente mobilità dei capitali come una ragione per la quale le tasse sui profitti potrebbero ricadere sui lavoratori, forse si dovrebbe concentrarsi sul potere crescente sui mercati come una ragione per la quale le tasse sui profitti ricadano sui capitalisti.

Il punto è che per il momento, quando qualcuno vi racconta che i cambiamenti nel mondo hanno reso le tasse tradizionali sulle imprese obsolete, siate scettici. Alcuni cambiamenti nel mondo possono aver reso la tassazione sui profitti un’idea migliore di sempre.

 

 

 

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