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Il programma di aiuti di Trump agli stranieri di 700 miliardi di dollari Paul Krugman (dal blog di Krugman, 25 ottobre 2017)

 

Trump’s $700 Billion Foreign Aid Program

 OCTOBER 25, 2017 10:56 AM 

Paul Krugman

OK, this analysis from Steven M. Rosenthal at the Tax Policy Center is revelatory. It makes a simple point, but one everyone — myself included — somehow missed: the Trump tax plan is a huge giveaway to foreigners. Among other things, this means that the tax plan almost certainly reduces U.S. welfare even if you ignore distributional issues. This observation should transform discussion of the whole issue, at least among economists, although my cynical guess is that Republican-leaning academics will ignore it.

Some of what follows is wonkish, but I’ve left off the label because the basic point doesn’t require the technical analysis.

So here goes: the core of the Trump tax plan, to the extent we know what’s in it, is a huge cut in corporate taxes — about $2 trillion over the next 10 years, according to TPC’s best estimates. The administration would like you to believe that all of that tax cut will be passed on to higher wages, but this is overwhelmingly unlikely, especially in the short to medium run. In fact, the bulk of that tax cut will almost surely accrue to stockholders.

And now Rosenthal’s point: unlike the situation in previous tax reforms, we now live in a world where investment holdings are diversified across countries. Specifically, around 35 percent of U.S. equity is owned by foreign residents. So of that $2 trillion windfall, $700 billion goes to foreigners. Make non-US investors great again!

Note that you can’t wave this away by insisting that international investment considerations are somehow secondary — supposed effects on global capital flows are the whole administration rationale for the tax cut! Nor can you say that you only care about global welfare, not U.S. parochial issues — not under an administration that has adopted America First as its slogan.

So this is, or certainly should be, a very big deal.

Now for the moderately wonkish part.

I continue to find a simple MPK diagram the clearest way to think about these issues. So Figure 1 is a slightly modified version of the diagrams I’ve been using in previous posts. MPK is the marginal product of capital, r the pre-tax rate of return, declining in the capital stock K because of diminishing returns. I ignore monopoly profits. I assume that t is the rate of profit taxation, with r(1-t) therefore the after-tax rate of return. I make no assumptions about global rates of return, except to assume that in the relevant time horizon there’s no reason to expect enough capital inflows to equalize such rates.

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Figure 1

So Figure 1 shows what is, in effect, the conventional analysis. Suppose we cut the corporate tax rate. This will bring in some additional capital from abroad, but not enough, in practice, to keep the after-tax rate of return from rising. So there will be a direct revenue loss, some (although probably not much) being passed on to workers, but the rest showing up in higher corporate after-tax profits.

On the other hand, there will some inflow of foreign capital, and this new capital will pay taxes. These additional taxes represent an addition to overall U.S. national income, so that if you ignore distributional issues, the U.S. achieves a net gain.

But as Rosenthal points out, this misses an essential point of the situation: a lot — around 35 percent — of U.S. corporate profits actually accrue to foreign owners. This wouldn’t matter if all of the corporate tax cut were passed on to workers, but most of it won’t be, and the higher after-tax profits on foreign investments will — as shown in Figure 2 — be a windfall to foreign investors. And it’s one heck of a windfall: $700 billion over a decade.

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Figure 2

What this means, as I said, is that unless a lot of tax-paying capital comes in, the overall effect will be to make the U.S. as a whole poorer — even ignoring the fact that we’re cutting taxes for wealthy investors and will have to offset by, say, taking health care away from the poor.

Is it harsh to call the Trump tax plan a $700 billion foreign aid program? Yes. But it’s also completely fair.

 

Il programma di aiuti di Trump agli stranieri di 700 miliardi di dollari

Paul Krugman

Riconosco che questa analisi di Steven M. Rosenthal del Tax Policy Center è rivelatoria. Si occupa di un semplice aspetto, che tutti però – incluso il sottoscritto – s’erano persi: il piano fiscale di Trump è un grande regalo agli stranieri. Tra le altre cose, questo significa che il piano fiscale quasi certamente riduce il benessere degli Stati Uniti anche se si prescinde dalle tematiche distributive. Questa osservazione dovrebbe trasformare il dibattito sull’intera faccenda, almeno tra gli economisti, sebbene mi immagino scetticamente che gli accademici di tendenze repubblicane la ignoreranno.

Alcune delle cose che seguono sono per esperti, ma io ho trascurato di classificarla in tal modo perché l’aspetto principale non richiede analisi tecnica.

Dunque, ecco qua: il cuore del piano fiscale di Trump, nella misura in cui sappiamo cosa ci sia dentro, è una grande taglio fiscale alle imprese – circa due milia miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, secondo le stime più favorevoli del Tax Policy Center. Alla Amministrazione piacerebbe farvi credere che quel taglio fiscale sarà trasferito su più alti salari, ma questo è grandemente improbabile, specialmente nel periodo breve e medio. Di fatto, il grosso di quel taglio fiscale sarà quasi certamente raccolto dagli azionisti.

E adesso l’argomento di Rosenthal: diversamente dalla situazione di precedenti riforme fiscali, viviamo oggi in un mondo nel quale la proprietà degli investimenti è diversificata tra i vari paesi. In particolare, circa il 35 per cento del capitale azionario degli Stati Uniti è posseduto da residenti stranieri. Dunque di quella manna di duemila miliardi di dollari, 700 miliardi vanno agli stranieri. Rendiamo di nuovo grandi gli investitori non-statunitensi!

Si noti che non ci si può liberare di questo argomento sostenendo che le considerazioni sugli investimenti internazionali in qualche modo sono secondarie – gli effetti supposti sui flussi internazionali dei capitali sono l’intero argomento della Amministrazione per i tagli al fisco! Neanche si può dire che ci si preoccupa soltanto del benessere globale, e non delle tematiche provinciali degli Stati Uniti – non con una Amministrazione che ha adottato come suo slogan lo “American first”.

Dunque questo è, o dovrebbe essere certamente, un affare davvero grande.

Ed ora la parte moderatamente per esperti.

Continuo a ritenere che un semplice diagramma MPK sia il modo più chiaro per ragionare di questi temi. Così la Figura 1 è una versione leggermente modificata dei diagrammi che ho usato nei post precedenti. MPK è il prodotto marginale del capitale r il tasso di rendimento prima delle tasse, che cala nello stock di capitale K a causa dei rendimenti decrescenti [1].  Qua si ignorano i profitti di monopolio. Assumo che t è l’aliquota della tassa sui profitti, con r(1-t) che è pertanto il tasso di rendimento dopo le tasse. Non faccio alcuna ipotesi sui tassi globali di rendimento, se non considerando che nell’orizzonte temporale rilevante non c’è alcuna ragione di aspettarsi che i flussi in entrata dei capitali eguaglino tali tassi.

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Figura 1

Dunque, la Figura 1 mostra quello che è, in effetti, l’analisi convenzionale. Supponiamo di fare un taglio all’aliquota fiscale sulle imprese. Ci sarà così una perdita diretta delle entrate fiscali (sebbene probabilmente non grande), che in parte passerà sui lavoratori, ma per il resto si esprimerà in più elevati profitti delle imprese dopo le tasse.

D’altra parte ci saranno alcuni flussi in ingresso di capitali stranieri, e questo nuovo capitale pagherà le tasse. Queste tasse aggiuntive rappresentano una aggiunta al reddito nazionale complessivo degli Stati Uniti, cosicché se si ignorano i temi della distribuzione, gli Stati Uniti realizzeranno un guadagno netto.

Ma come mette in evidenza Rosenthal, in questo modo si perde un aspetto essenziale della situazione: un grande quantità dei profitti delle imprese statunitensi – attorno al 35 per cento – effettivamente matura a favore dei proprietari stranieri. Questo non sarebbe importante se tutto lo sgravio fiscale sulle imprese venisse trasferito sui lavoratori, ma in gran parte non sarà così e i profitti più elevati dopo le tasse – come mostrato nella Figura 2 – saranno una manna degli investitori stranieri. E che diavolo di manna: 700 miliardi in un decennio.

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Figura 2

Quello che questo comporta, come ho detto, è che a meno che non intervenga una grande quantità di capitale che paga le tasse, l’effetto generale sarà quello di rendere gli Stati Uniti nel loro complesso più poveri – anche a prescindere dal fatto che stiamo tagliando le tasse per gli investitori ricchi e che dovremo bilanciarlo, ad esempio, rendendo l’assistenza sanitaria indisponibile per i poveri.

È severo definire il piano fiscale di Trump un programma di aiuti di 700 miliardi di dollari agli stranieri? Sì, ma è anche completamente corretto.

 

 

 

[1] MPK è un acronimo per “produttività marginale del capitale”.

In termini informali, la produttività marginale di un fattore può definirsi come l’aumento di produzione ricollegabile all’impiego di una unità aggiuntiva di un fattore produttivo, lasciando invariati tutti gli altri input. Così, ad esempio, si supponga un’impresa che produce in un giorno 100 paia di scarpe utilizzando vari macchinari e 20 lavoratori. Se l’assunzione di un lavoratore aggiuntivo porta la produzione giornaliera a 104 paia di scarpe, la produttività marginale del lavoro sarà pari a 4. Wikipedia)

Al concetto di produttività marginale risulta strettamente collegato l’assunto di produttività marginale decrescente. In pratica si assume che la produttività marginale di un fattore, dopo un certo livello di impiego del fattore stesso, tenda a diminuire al crescere del livello assoluto di impiego del fattore. (Wikipedia)

 

 

 

 

 

 

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