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Il lavoro scadente sulla Grande Recessione, (dal blog di Paul Krugman, 12 settembre 2018)

 

Sept. 12, 2018

Botching the Great Recession

By Paul Krugman

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It has been ten years since the failure of Lehman sent the global financial system into freefall. Why is this date different from any other date? No particular reason. But round-number anniversaries do have the virtue of giving people a reason to look back at experience, and maybe even learn from it.

So how does the crisis response look 10 years later? Well, it could have been worse. But it could and should have been much better.

And the question is, do we understand that? To which the answer is, what do you mean “we,” white man? Some of us understand the inadequacy of crisis response — but we pretty much always did. Meanwhile, those who stood in the way of doing what should have been done have, with notably rare exceptions, failed to face up to their errors and the consequences.

Let’s start with what went kind of right. Faced with an imminent financial meltdown, policymakers by and large did what needed to be done to limit the damage. Their actions included bank bailouts, which should have been fairer — too many bankers got bailed out along with their banks — but were effective. There were also many emergency provisions of credit, including little-known but crucial things like maintaining dollar credit lines to non-U.S. central banks.

The result was that the acute phase of the financial crisis — what I still think of as the “Oh God we’re all gonna die” phase — was relatively brief. It was scary and did immense damage — America lost 6 ½ million jobs in the year after Lehman fell. But as you can see in Figure 1, measures of financial stress fell off rapidly in 2009, and were more or less back to normal by the summer.

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Figure 1 Federal Reserve of St. Louis

Rapid financial recovery did not, however, produce rapid recovery for the economy as a whole. As the same figure shows, unemployment stayed high for many years; we didn’t return to anything that felt remotely like full employment (leaving aside the question of whether we’re there even now) until late in Obama’s second term.

Why didn’t financial stability bring a rapid bounceback? Because financial disruption wasn’t at the heart of the slump. The really big factor was the bursting of the housing bubble — of which the banking crisis was a symptom. As Figure 2 shows, the housing bust led directly to a dramatic drop in residential investment, enough in itself to produce a deep recession, and recovery was both slow and incomplete.

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Figure 2 Federal Reserve of St. Louis

The plunge in home prices also destroyed a lot of household wealth, depressing consumer spending in general.

So what should we have done to produce a faster recovery? Private spending was depressed; monetary policy was ineffective because we were at the zero lower bound on interest rates. So we needed fiscal expansion, some combination of spending and tax cuts.

And we did, of course, get the ARRA — the Obama stimulus. But it was too small and, even more important, faded out much too quickly; see Figure 3.

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Figure 3 Federal Reserve of St. Louis

You could say that nobody could have predicted such a sustained slump. You could say that — but you would be wrong. Many people, myself included, predicted a slow recovery, because this was a different kind of recession from those of the 70s and 80s — one brought on by private-sector overreach, not inflation.

Why, then, didn’t we get the fiscal policy we should have had? There were, I’d say, multiple villains in the story.

First, we can argue whether the Obama administration could have gotten more; that’s a debate we’ll never see resolved. What is clear, however, is that at least some key Obama figures were actively opposed to giving the economy the support it needed. “Stimulus is sugar,” snapped Tim Geithner at Christina Romer, when she argued for a bigger plan.

Second, Very Serious People pivoted very early from concern about the unemployed — hey, they probably lacked the necessary skills — to hysteria over deficits. By 2011, unemployment was still over 9 percent, but all the Beltway crowd wanted to talk about was the menace of the debt.

Finally, Republicans blocked attempts to rescue the economy and tried to strangle government spending every step of the way. They claimed that this was because they cared about fiscal responsibility — but it was obvious to anyone paying attention (which unfortunately didn’t include almost anyone in the news media) that this was an insincere, bad-faith argument. As we’ve now seen, they don’t care at all about deficits as long as a Republican is in the White House and the deficits are the counterpart of tax cuts for the rich.

The end result was that policy moved quickly and fairly effectively to rescue banks, then turned its back on mass unemployment. It’s a story that’s both sad and nasty. And there’s every reason to believe that if we have another crisis, it will happen all over again.

 

Il lavoro scadente sulla Grande Recessione,

di Paul Krugman

Sono passati dieci anni da quando il fallimento della Lehman spedì il sistema finanziario globale in caduta libera. Perché questa data è differente da ogni altra? Non c’è una ragione particolare. Ma gli anniversari in cifra tonda hanno la virtù di darci una ragione per guardare indietro alla esperienza, e forse persino per imparare da essa.

Come appare, dunque, la risposta alla crisi dieci anni dopo? Ebbene, poteva andare peggio. Ma poteva e avrebbe dovuto andare molto meglio.

Ma la domanda è se lo comprendiamo. Alla quale domanda, la risposta è: che intendi con “noi”, uomo bianco [1]? Alcuni di noi comprendono l’inadeguatezza della risposta alla crisi – ma l’abbiamo capito quasi sempre. Nel contempo, quelli tra noi che si misero di traverso a fare quello che si sarebbe dovuto fare non sono riusciti, con eccezioni notevolmente rare, a guardare in faccia ai loro errori e alle loro conseguenze.

Partiamo da quello che andò abbastanza giustamente. A fronte di un imminente tracollo finanziario, le autorità fecero grosso modo quello che era necessario fare per limitare il danno. Le loro iniziative inclusero i salvataggi delle banche, che avrebbero dovuto essere fatti in modo più giusto – troppi banchieri vennero salvati assieme alle loro banche – ma furono efficaci. Ci furono anche molte forniture di credito di emergenza – alcune cose poco note ma cruciali come il mantenimento di linee di credito in dollari a banche centrali non statunitensi.

Il risultato fu che la fase acuta della crisi finanziaria – la fase alla quale continuo a pensare con l’espressione “Oddio, si muore tutti” – fu relativamente breve. Fu tremenda e fece un danno immenso – l’America perse 6,5 milioni di posti di lavoro l’anno successivo della caduta della Lehman. Ma, come potete vedere nella Figura 1, le misure dello stress finanziario si ridussero rapidamente nel 2009, e con l’estate tornarono più o meno alla normalità.

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Figura 1, dalla Federal Reserve di St. Louis

[2]

Tuttavia, la rapida ripresa finanziaria non produsse una rapida ripresa dell’economia nel suo complesso. Come mostra la stessa tabella, la disoccupazione rimase elevata per molti anni; non tornammo a niente che somigliasse neppure da lontano alla piena occupazione sino alla fase finale del secondo mandato di Obama (a parte il quesito se ci siamo ancora oggi).

Perché la stabilità finanziaria non comportò una rapida ripresa? Perché il dissesto finanziario non fu il cuore della recessione. Il fattore realmente grave fu l’esplosione della bolla patrimoniale – del quale la crisi bancaria fu un sintomo. Come mostra la Figura 2. Lo scoppio della bolla edilizia portò rapidamente ad una caduta spettacolare degli investimenti abitativi, sufficiente di per sé a produrre una profonda recessione, e la ripresa fu sia lenta che incompleta [3].

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Figura 2. Federal Reserve di St. Louis

La caduta dei prezzi delle abitazioni distrusse anche una gran quantità di ricchezza delle famiglie, deprimendo in generale la spesa per i consumi.

Cosa avremmo dovuto fare, dunque, per produrre una ripresa più veloce? La spesa privata era depressa; la politica monetaria era inefficace perché eravamo al limite inferiore dello zero dei tassi di interesse. Avevamo dunque bisogno di una espansione della finanza pubblica, una qualche combinazione di spesa pubblica e di tagli alle tasse.

E in effetti avemmo, ovviamente, l’ARRA – la legge sullo stimolo di Obama. Ma essa fu troppo piccola e anche, persino più importante, svanì troppo rapidamente; si veda la Figura 3.

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Figura 3, Federal Reserve di St.Louis

Si può dire che nessuno aveva potuto prevedere una tale prolungata recessione. Lo si potrebbe dire, ma si sbaglierebbe. Molte persone, incluso il sottoscritto, previdero una ripresa lenta, giacché quella era una recessione di tipo diverso da quelle degli anni ’70 e ’80 – provocata non dall’inflazione, ma da un settore privato che si era spinto troppo oltre.

Perché, allora non avemmo una politica della finanza pubblica quale avremmo dovuto avere? Direi che nella storia ci furono una molteplicità di responsabili.

Anzitutto, possiamo ritenere che l’Amministrazione Obama avrebbe dovuto fare di più; si tratta di un dibattito che non si concluderà mai. Tuttavia, quello che è chiaro è che almeno qualche figura chiave della Amministrazione di Obama si oppose attivamente a dare all’economia il sostegno di cui aveva bisogno. “Lo stimolo è zucchero”, così reagì bruscamente Tim Geithner nei confronti di Christina Romer, quando ella si pronunciò per un programma più forte.

In secondo luogo, le Persone Molto Serie spostarono molto rapidamente la loro preoccupazione dai disoccupati – si ricorda la tesi per la quale essi probabilmente difettavano delle competenze necessarie? – all’isteria sui deficit. Nel 2011, la disoccupazione era ancora sopra il 9 per cento, ma tutta la gente della Capitale voleva parlare della minaccia del debito.

Infine, i repubblicani bloccarono i tentativi di mettere in salvo l’economia e cercarono di strangolare la spesa pubblica in ogni occasione. Sostenevano che questo dipendeva dal fatto che si preoccupavano della responsabilità per la finanza pubblica – ma era evidente ad ognuno che prestasse attenzione (la qual cosa sfortunatamente non includeva quasi nessun operatore dei media delle informazioni) che questo era un argomento insincero, in malafede. Come abbiamo constatato al giorno d’oggi, loro non si preoccupano affatto dei deficit per tutto il tempo in cui alla Casa Bianca c’è un repubblicano e i deficit sono il risultato dei tagli fiscali ai ricchi.

Il risultato finale fu che la politica si spostò rapidamente e abbastanza efficacemente al salvataggio delle banche, poi voltò le spalle alla disoccupazione di massa. Una storia che è sia triste che disgustosa. E ci sono tutte le ragioni per credere che se avremo un’altra crisi, accadrà di nuovo dappertutto.

 

 

 

 

 

 

 

[1] Una espressione ironica che pare provenga dalla cultura dei pellerossa.

[2] La linea blu indica la stima dello stress finanziario – nell’indice della Banca della Fed – mentre quella rossa l’andamento del tasso di disoccupazione.

[3] La tabella mostra l’andamento degli investimenti interni lordi del settore residenziale privato, espresso in termini di percentuali del PIL, che in due anni si ridussero di circa due terzi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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