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La stretta creditizia e la grande Recessione (per esperti), (dal blog di Paul Krugman, 14 settembre 2018)

 

Sept. 14, 2018

The Credit Crunch and the Great Recession (Wonkish)

By Paul Krugman

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OK, this is weird. There’s an economic dispute underway about the causes of the Great Recession — but that’s not what’s weird. What’s so strange in these days and times is that it is being carried out among well-informed people who actually look at data and argue in good faith. Hey, guys, don’t you know that sort of thing went out a couple of decades ago?

Anyway, on one side you have Dean Baker, who has long argued that the burst housing bubble was the main factor in both the slump and the slow recovery, with financial disruption a minor and transitory factor — a view I mostly agree with. On the other side we have none other than Ben Bernanke, who argues in a new paper that credit market disruption was indeed the big story.

This isn’t quite a head-on debate, since Bernanke is mainly focused on the first year or so after Lehman, while both Baker and I are more focused on the multiyear depressed economy that lasted long after the financial disruption ended. (Bernanke’s measures show the same spike and fast recovery as other stress indexes.) But there’s still a clear difference.

Unfortunately, I won’t be at the Brookings panel where Bernanke’s paper is discussed. But maybe I can raise the big question I have about his conclusions.

What Bernanke does is, as I see it, a kind of reduced-form analysis, identifying factors in the credit markets and using time series to estimate their impact on output. What Baker does, and I largely follow, is more of an accounting-based structural analysis: look at the components of aggregate demand, and ask what their behavior seems to imply about causes. In principle, these approaches should be consistent.

My problem with Bernanke’s paper, on a first read, is that I don’t quite see how that consistency can work. Specifically, I have trouble seeing the “transmission mechanism” — the way in which the financial shock is supposed to have affected actual spending to the extent necessary to justify a finance-first account of the slump.

Let me focus specifically on investment, which is what you’d expect a credit crunch to depress — and which did indeed plunge in the Great Recession. First, there was the housing bust, which led to a huge decline in residential investment, directly subtracting around 4 points from GDP:

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Figure 1 Federal Reserve of St. Louis

So can we attribute this decline to credit conditions? If so, why did residential investment remain depressed five years after credit markets normalized?

Meanwhile, there was also a sharp decline in nonresidential, i.e., business investment:

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Figure 2 Federal Reserve of St. Louis

But this decline was only about the same size as the decline in the early 2000s slump — which, admittedly, was partly because of the collapse in telecom spending, but still. And it seems pretty easy to explain simply by the accelerator effect: business investment always plunges when the economy is shrinking, which it was doing mainly because of the housing bust.

So when I look at these two key drivers of the Great Recession and subsequent depressed period, I don’t see an obvious role for financial disruption. Bernanke’s VARs tell a different story; but I generally don’t trust VARs unless I can relate them to phenomena we see from other perspectives.

Could Bernanke be right while Baker and I are wrong? Of course. But I really, really want to see the transmission mechanism.

 

La stretta creditizia e la grande Recessione (per esperti),

di Paul Krugman

Questa è davvero strana. C’è una disputa in corso sulle cause della Grande Recessione – ma non è questo che è strano. Quello che è così strano di questi giorni e in questi tempi è che esso avviene tra persone ben informate che effettivamente guardano i dati e argomentano in buona fede. Ma, signori, non sapete che queste cose avvennero una ventina di anni fa?

In ogni modo, da una parte abbiamo Dean Baker, che per lungo tempo ha sostenuto che lo scoppio della bolla immobiliare fu la causa principale sia della recessione che della lenta ripresa, con un ruolo minore e transitorio della perturbazione finanziaria – un punto di vista con il quale in massima parte io concordo. Dall’altra parte abbiamo niente di meno che Ben Bernanke, che in un nuovo saggio sostiene che la perturbazione del mercato del credito fu in effetti la storia principale.

Non si tratta di uno scontro frontale, dal momento che Bernanke è principalmente concentrato sul primo anno o giù di lì dopo la Lehman, mentre sia Baker che il sottoscritto siamo concentrati sulla poliennale depressione dell’economia che durò a lungo anche dopo la fine della perturbazione finanziaria (i dati di Bernanke mostrano la stessa impennata e rapida ripresa di altri indici di sofferenza). Ma c’è una chiara diversità.

Sfortunatamente non sarò al convegno della Brookings dove sarà discusso il lavoro di Bernanke. Ma forse posso avanzare il grande dubbio che ho sulle sue conclusioni.

Quello che Bernanke fa, da quanto comprendo, è una sorta di analisi in forma ridotta, identificando fattori nei mercati del credito e utilizzando serie temporali per stimare il loro impatto sulla produzione. Quello che fa Baker, ed io in buona parte lo seguo, è più una analisi strutturale basata sulla contabilità: si guarda alle componenti della domanda aggregata e ci si chiede quali cause sembrano sottointese  dal loro andamento. In linea di principio questi approcci dovrebbero essere coerenti.

Il mio problema con il saggio di Bernanke è che non capisco a sufficienza come quella coerenza possa funzionare. In specifico, ho un problema nell’identificare il “meccanismo di trasmissione” – il modo in cui si suppone che lo shock finanziario abbia influenzato la spesa effettiva nella misura necessaria a giustificare una incidenza anzitutto della finanza sulla recessione.

Fatemi concentrare particolarmente sugli investimenti, che son ciò che vi aspettereste che una stretta creditizia deprima – e che, in effetti, durante la Grande Recessione crollarono. In primo luogo ci fu la bolla del settore immobiliare, che portò a un vasto declino negli investimenti sulle abitazioni, riducendo di circa 4 punti il PIL:

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Figura 1 Federal Reserve di St. Louis

 [1]

Possiamo dunque attribuire questo declino alle condizioni del credito? Se fosse così, perché gli investimenti abitativi rimasero depressi cinque anni dopo che i mercati del credito tornarono normali?

Nel frattempo, ci fu anche un brusco declino nel settore non residenziale, ovvero negli investimenti delle imprese:

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Figura 2 Federal Reserve di ST. Louis

 [2]

Ma questo declino fu soltanto di circa la stessa dimensione del declino della recessione dei primi anni 2000 – la quale in effetti avvenne in parte per il collasso nella spesa nel settore delle telecomunicazioni. Eppure sembra abbastanza facile spiegarlo semplicemente con l’effetto dell’acceleratore: gli investimenti delle imprese precipitano sempre quando l’economia si restringe, che è quello che stava facendo principalmente per lo scoppio della bolla immobiliare.

Dunque, quando osservo questi due fattori principali della Grande Recessione e il successivo periodo di depressione, non vedo alcun ruolo evidente per le turbative finanziarie. I modelli VAR [3] di Bernanke raccontano una storia diversa; ma in generale io non mi fido dei modelli VAR a meno che non possa connetterli con i fenomeni che si osservano da altre prospettive.

Potrebbe essere nel giusto Bernanke, e potremmo sbagliare Baker e il sottoscritto? Ovviamente. Ma davvero vorrei vedere il meccanismo della trasmissione.

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] La tabella mostra l’andamento in termini di quote del PIL degli investimenti lordi del settore privato.

 [2] La tabella mostra nella linea blu – in termini di quote del PIL  – l’andamento degli investimenti nazionali privati nel settore non residenziale. La linea rossa si riferisce al PIL interno reale. Il rapporto in termini percentuali con il PIL  è espresso dai valori a sinistra sulla linea verticale, mentre le percentuali sulla destra indicano le variazioni del PIL reale.

[3] Vettore autoregressivo. I modelli VAR sono stati introdotti da Christopher Sims in uno storico articolo pubblicato su Econometrica nel 1980, che proponeva una critica dei modelli strutturali di equazioni simultanee, allora il principale strumento di analisi econometria nell’ambito della macroeconomia. (Wikipedia)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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