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La leadership, le risate e le tariffe (dal blog di Paul Krugman, 26 settembre 2018)

 

Sept. 26, 2018

Leadership, Laughter and Tariffs

By Paul Krugman

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There are so many issues breaking right now that it’s hard to keep track — and focusing on any one leads to feelings of guilt about neglecting the others. But it’s worth remembering that the Trump trade war still seems to be on track, and important to have a sense of its effects.

The view within the Trump administration is, of course, that “trade wars are good, and easy to win.” Where does this view come from? Actually, it involves two propositions.

First, it takes the mercantilist view under which trade as a zero-sum game in which whoever sells more wins. Because the U.S. runs a trade deficit, we’re losers, and anything that reduces that trade deficit is good.

Second, it takes for granted the proposition that precisely because the U.S. exports less to other countries than we buy in return, a trade war will hurt them more than it hurts us, reducing U.S. imports more than it reduces U.S. exports.

Now, anyone who looks at the actual effects of international trade knows that the first proposition is wrong: trade isn’t just about selling stuff, it’s about getting better, cheaper stuff both to consume and to use as inputs in production. But you might assume that at least the second proposition is true: a round of tariff retaliation should reduce foreign exports to the U.S. more than it reduces U.S. exports to the rest of the world, simply because those foreign exports are bigger to start with.

But maybe not. A new study from the European Central Bank suggests that even though the U.S. runs trade deficits, a trade war would reduce demand for U.S. goods more than it would reduce demand in the rest of the world. The Bank of England has reached a similar conclusion.

Let’s be clear: these are the results of models, not actual experience, and could be wrong. But it’s still worth asking why the modelers are getting this result. The short answer is the phenomenon known in the field as “trade diversion.”

For simplicity, think of the world as three economies: America, China, and Europe. Both the ECB and the BOE are assuming scenarios in which America raises tariffs on China and Europe, with China and Europe retaliating. But China and Europe don’t raise tariffs on each other.

Such a scenario gives both foreign consumers and foreign producers a lot of options to diversify away from America. Chinese producers, facing U.S. tariffs, can sell more to Europe instead; Chinese consumers, instead of paying tariffs on goods imported from America, can seek substitutes from Europe. The story for Europe is the same. But U.S. consumers and businesses won’t have comparable flexibility.

The difference in ability to switch partners means that both U.S. exports and U.S. businesses that depend on imported components etc. will be hit harder for any given level of tariffs than their counterparts abroad.

But why assume that it’s a unilateral U.S. trade war against everyone? Because that’s what is happening. The Trump administration has isolated America on many fronts, and trade policy is very much one of them. Under different leadership, America and Europe might be working together to put pressure on China over things like intellectual property, but given who’s actually in charge, we’re on our own.

As Trump just found out at the U.N., the world is literally laughing at us. And it certainly doesn’t trust us, in fact is looking for ways to cut us out of various loops. This matters for a lot of things — and trade war, it turns out, is one area where go-it-alone will be costly.

 

La leadership, le risate e le tariffe,

di Paul Krugman

In questo momento, ci sono così tante questioni che esplodono che è difficile tenerne traccia – e concentrarsi su una comporta un senso di colpa per il trascurare le altre. Ma vale la pena di ricordare che la guerra commerciale di Trump tuttora sembra procedere secondo la tabella di marcia, ed è importante avere una percezione dei suoi effetti.

Il punto di vista all’interno della Amministrazione Trump è ovviamente che “le guerre commerciali sono buone e facili da vincere”. Da dove viene questa opinione? In realtà, essa comprende due concetti.

Anzitutto, essa assume il punto di vista secondo il quale il commercio è un gioco a somma zero nel quale chi vende di più vince. Poiché gli Stati Uniti gestiscono un deficit commerciale, noi siamo perdenti e tutto quello che riduce quel deficit commerciale è positivo.

In secondo luogo, essa assume come garantita la proposizione per la quale, precisamente perché gli Stati Uniti esportano verso gli altri paesi meno di quanto acquistano in cambio, una guerra commerciale danneggerà gli altri paesi più di quanto danneggi noi, riducendo le importazioni degli Stati Uniti più di quanto non riduca le esportazioni. Ora, chiunque osserva gli effetti reali del commercio internazionale sa che il primo concetto è sbagliato: il commercio non consiste solo nel vendere, riguarda l’ottenere cose migliori e più economiche sia per consumarle che per usarle come fattori della produzione.  Ma si potrebbe considerare che almeno la seconda proposizione sia vera: una serie di ritorsioni tariffarie dovrebbe ridurre le esportazioni estere verso gli Stati Uniti più di quanto riduca le esportazioni degli Stati Uniti verso il resto del mondo, semplicemente perché quelle esportazioni straniere sono dall’inizio più grandi.

Ma forse non è così. Un nuovo studio da parte della Banca Centrale Europea mostra che persino se gli Stati Uniti gestiscono un deficit commerciale, una guerra commerciale ridurrebbe la domanda per i prodotti statunitensi di più di quanto ridurrebbe la domanda nel resto del mondo. La Banca di Inghilterra è giunta alla stessa conclusione.

Per chiarezza: questi sono risultati di modelli, non esperienze effettive, e potrebbero essere sbagliati. Ma tuttavia è il caso di chiedersi perché i modellatori ottengono questo risultato. La risposta in breve è il fenomeno noto in letteratura come “sviamento commerciale”.

Semplificando, si pensi a un mondo composto di tre economie: l’America, la Cina e l’Europa. La BCE e la Banca di Inghilterra suppongono scenari nei quali l’America eleva le tariffe sulla Cina e sull’Europa, e la Cina e l’Europa fanno ritorsioni. Ma la Cina e l’Europa non alzano le tariffe l’una con l’altra.

Un tale scenario offre sia ai consumatori che ai produttori stranieri molte opzioni per diversificare uscendo dal rapporto con l’America. I produttori cinesi, a fronte delle tariffe degli Stati Uniti, possono vendere di più all’Europa; i consumatori cinesi, anziché pagare le tariffe sui beni importati dall’America, possono cercare sostituti in Europa. La storia per l’Europa è la stessa. Ma i consumatori e le imprese degli Stati Uniti non avranno una flessibilità paragonabile.

La diversità nella capacità di cambiare partner significa che sia le esportazioni statunitensi che le imprese statunitensi che dipendono dalle componenti importate etc. saranno colpite più duramente per ogni dato livello di tariffe delle loro controparti all’estero.

Ma perché ipotizzare che questa sia una guerra commerciale unilaterale degli Stati Uniti contro tutti? Perché è quello che sta accadendo. L’Amministrazione Trump sta isolando l’America su molti fronti, e la politica commerciale è sicuramente uno di essi. Con diverse dirigenze, l’America e l’Europa potrebbero lavorare assieme per mettere pressione sulla Cina su cose come la proprietà intellettuale, ma considerato chi è effettivamente al potere, noi siamo per conto nostro.

Come Trump ha appena scoperto alle Nazioni Unite, il mondo sta letteralmente ridendo di noi. E di sicuro non ha fiducia in noi, di fatto sta cercando modi per tagliarci fuori da molti giri. Questo è importante per una grande quantità di aspetti – e si scopre che la guerra commerciale è un’area nella quale operare da soli sarà costoso.

 

 

 

 

 

 

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