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Le perdite nei posti di lavoro manifatturieri della Cina non sono quello che sembrano, di Nicholas R. Lardy (da Peterson Institute for International Economics, 29 agosto 2019)

 

August 29, 2019

China’s Manufacturing Job Losses Are Not What They Seem

Nicholas R. Lardy (PIIE)

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President Donald Trump’s latest misrepresentation about the Chinese economy would have you believe that China’s manufacturing sector is on the ropes and that President Xi Jinping has no choice but to yield to US demands on trade. In July 2019, for example, President Trump tweeted that China has lost 5 million jobs, with 2 million lost in manufacturing, as a result of his tariffs. At the end of the G-7 meetings in Biarritz in August 2019,  he said, “They lost 3 million jobs in a short period of time,” using a lower number.

This claim is delusional.  What are the facts?

To start with, consider scale. A loss of 5 million jobs over the course of a year in the United States, where nonfarm employment is 150 million, would be a catastrophe. But in China not so much: Total nonfarm employment there is 570 million, almost four times that in the United States.

What is the basis for the figure of 5 million? The figure appears to have been taken from a publication of a well-known Beijing-based Chinese securities firm, China International Capital Corporation Limited (CICC). It estimates that combined employment in mining, manufacturing, utilities, and construction, an aggregate the firm refers to as “broad manufacturing,” has fallen by 5 million since July 2018, when President Trump first imposed tariffs.[1] But CICC also shows that employment in broad manufacturing shrank by 23 million between 2015 and 2017, a decline of almost 8 million a year. So, the contraction of employment in broad manufacturing has not increased since the trade war began in July 2018. Instead it appears to have slowed.

Rather than trade, the decline in employment in this part of the Chinese economy primarily reflects improved labor productivity and the slowing growth of broad manufacturing relative to services, which have become an increasingly important contributor to China’s growth. Total employment continued to expand throughout this period because of rapidly expanding demand for labor in services.

Since 95 percent of China’s exports are manufactures (narrowly defined), we need to focus on manufacturing employment. But, as my colleague Robert Lawrence has analyzed, China’s manufacturing employment has been declining since 2014, and it is quite likely that, like other industrialized countries, China is past the peak of manufacturing employment. Official data show China’s manufacturing employment in urban areas declined by 4 million between 2014 and 2017, confirming Lawrence’s finding.

Looking more directly at trade, while Chinese exports to the United States have fallen by 13 percent or about $30 billion since tariffs were first imposed in mid-2018, its exports to the rest of the world have expanded by more than enough to offset the loss of sales to the United States. Measured in terms of yuan, China’s global exports in the first six months of 2019 were up 6.1 percent over a year ago, just before the United States first imposed tariffs.[2]

Total sales in the subsectors of manufacturing most exposed to the tariffs imposed by the United States in July and September 2018 have grown rather than fallen.  While employment in these exporting subsectors has fallen, the decline is smaller than the average for manufacturing as a whole.[3] Thus, the gradual decline in manufacturing employment that began in 2014 continues.  But if tariffs are the primary cause, then why is employment falling more slowly in tariff-exposed subsectors?

The assertion that China is suffering from a crisis of employment as a result of the tariffs imposed by the United States is, therefore, not based on the evidence. Employment in broad manufacturing has been falling over the past year, but at a slower pace than in 2014–17, before the tariffs were imposed. China’s exports to the rest of the world are growing enough to more than offset the lost sales to the United States, so employment losses due directly to the trade war seem to be de minimis. Basing trade policy on a bogus premise may be an effective way to sell it to the US public, but it is hardly likely to work with the Chinese.

NOTES

  1. 1. CICC, How Vulnerable Is Manufacturing Employment to External Demand Changes?
    Macroeconomy Research, July 23, 2019, available at Wind Financial Information.
  2. 2. Based on data from China’s General Administration of Customs, customs.gov.cn
  3. 3. This analysis is based on monthly industrial enterprise data through May 2019 and thus does not reflect the effect of the tariff increase from 10 to 25 percent on the $200 billion list of products first subject to tariffs in September 2018. This tariff increase announcement was made on May 10, 2019, but goods shipped prior to that date were not subject to the higher tariff if they arrived at the US port before June 15 and goods shipped after May 10 were subject to the higher tariff as soon as they arrived at the US port. CICC, How Vulnerable Is Manufacturing Employment to External Demand Changes? Macroeconomy Research, July 23, 2019.

 

Le perdite nei posti di lavoro manifatturieri della Cina non sono quello che sembrano,

di Nicholas R. Lardy

 

L’ultima caricatura dell’economia cinese da parte del Presidente Donald Trump vorrebbe farvi credere che il settore manifatturiero della Cina è nei guai e che il Presidente Xi Jinping non ha altra scelta se non quella di cedere alle richieste degli Stati Uniti sul commercio. A luglio del 2019, ad esempio, il Presidente Trump scriveva su Twitter che la Cina aveva perso, in conseguenza delle sue tariffe, 5 milioni di posti di lavoro, 2 dei quali persi nel settore manifatturiero. Alla fine degli incontri del G7 a Biarritz, nell’agosto del 2019, aveva detto, utilizzando un numero più basso, che i cinesi avevano “perso 3 milioni di posti di lavoro in un breve periodo di tempo”.

È una pretesa illusoria. Quali sono i fatti?

Per cominciare, si considerino le dimensioni. Negli Stati Uniti, dove l’occupazione nei settori non agricoli è di 150 milioni di persone, una perdita di 5 milioni dei posti di lavoro sarebbe una catastrofe. Ma in Cina non altrettanto: l’occupazione non agricola totale è di 570 milioni di persone, quasi quattro volte quella statunitense.

Su cosa si basa il dato dei 5 milioni? Esso sembra essere stato desunto da una pubblicazione di una nota società di investimenti cinese con sede a Pechino, la China International Capital Corporation Limited (CICC). Essa stima che l’occupazione complessiva nel settore estrattivo, manifatturiero, nei settori dell’acqua, dell’elettricità e del gas e nell’edilizia, un aggregato che la società riferisce al ‘settore manifatturiero in generale’, si è ridotta di 5 milioni di persone a partire da luglio del 2018, quando il Presidente Trump impose le prime tariffe [1]. Ma la CICC mostra anche che il settore manifatturiero in generale si è ridotto per 23 milioni di posti di lavoro tra il 2015 e il 2017, con un calo di circa 8 milioni all’anno. Dunque, la contrazione dell’occupazione nel settore manifatturiero in generale non è aumentata, dal momento in cui la guerra commerciale è cominciata nel luglio del 2018. Sembra invece aver avuto un rallentamento.

Anziché dal commercio, il declino dell’occupazione in questa parte dell’economia cinese dipende principalmente dalla migliorata produttività del lavoro e dal rallentamento della crescita del manifatturiero in rapporto ai servizi, che sono sempre di più diventati un fattore importante nella crescita della Cina. Nel corso di questo periodo, l’occupazione complessiva ha continuata ad espandersi a causa di una domanda di lavoro in rapida espansione nei servizi.

Dal momento che il 95% delle esportazioni della Cina sono manifatture (definite in senso stretto), dobbiamo concentrarci sull’occupazione manifatturiera. Ma, come ha analizzato il mio collega Robert Lawrence, l’occupazione manifatturiera cinese è venuta declinando dal 2014, ed è abbastanza probabile che, come altri paesi industrializzati, la Cina abbia superato il punto più alto dell’occupazione manifatturiera. I dati ufficiali mostrano che l’occupazione manifatturiera della Cina nelle aree urbane si è ridotta di quattro milioni di posti di lavoro dal 2014 al 2017, confermando la scoperta di Lawrence.

Osservando più direttamente il commercio, mentre le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti si sono ridotte del 13 per cento, ovvero di 30 miliardi di dollari, da quando le tariffe vennero per la prima volta imposte alla metà del 2018, le sue esportazioni verso il resto del mondo si sono ampliate più che a sufficienza per bilanciare la perdita delle vendite negli Stati Uniti. Misurate in termini di yuan, le esportazioni globali della Cina nei primi sei mesi del 2019 sono salite del 6,1 per cento rrispetto all’anno precedente, proprio prima dell’imposizione delle tariffe da parte degli Stati Uniti [2].

Le vendite totali nei subsettori del manifatturiero maggiormente esposti alle tariffe imposte dagli Stati Uniti nel luglio e nel settembre del 2018 sono cresciute anziché ridursi. Mentre l’occupazione in questi subsettori dell’esportazione si è ridotta, il declino è stato minore della media del manifatturiero nel suo complesso [3]. Quindi, il graduale declino dell’occupazione manifatturiera che ebbe inizio nel 2014 prosegue. Ma se le tariffe non sono la causa principale, allora perché la caduta dell’occupazione è più lenta nei sbusettori esposti alle tariffe?

Di conseguenza, il giudizio secondo il quale la Cina starebbe soffrendo di una crisi dell’occupazione a seguito delle tariffe imposte dagli Stati Uniti, non è basato su prove. L’occupazione nel manifatturiero complessivo è venuta calando nell’anno passato, ma con un ritmo più lento del periodo 2014-2017, prima che le tariffe venissero messe in atto. Le esportazioni della Cina verso il resto del mondo stanno crescendo a sufficienza per produrre più che un bilanciamento delle vendite perdute verso gli Stati Uniti, dunque le perdite occupazionali dovute direttamente alla guerra commerciale sembrano essere secondarie. Basare la politica commerciale su un dato fasullo può essere un modo efficace per propagandarla all’opinione pubblica statunitense, ma è poco probabile che funzioni con i cinesi.

 

NOTE

 

  1. CICC, Quanto è vulnerabile l’occupazione manifatturiera ai mutamenti della domanda estera? Ricerca macroeconomica, 23 luglio 2019, disponibile presso Wind Financial Information.
  1. Basato su dati della Amministrazione Generale delle Dogane cinesi, www.customs.gov.cn
  1. Questa analisi è basata sui dati mensili delle imprese industriali sino a maggio 2019 e quindi non riflette l’effetto dell’incremento tariffario dal 10 al 25 per cento sui 200 miliardi di dollari della lista dei prodotti inizialmente soggetti alle tariffe nel settembre del 2018. L’annuncio di questo aumento delle tariffe venne dato il 10 maggio 2019, ma i prodotti spediti precedentemente a quella data non erano soggetti alla tariffa più elevata se fossero arrivati neli porti statunitensi prima del 15 di giugno e i beni spediti dopo il 10 di maggio furono sottoposti alla tariffa più alta appena arrivati nei porti statunitensi. CICC, Quanto è vulnerabile l’occupazione manifatturiera ai mutamenti della domanda estera? Ricerca macroeconomica, 23 luglio 2019.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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