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La fine del neoliberismo e la rinascita della storia, di Joseph E. Stiglitz (da Project Syndicate, 4 novembre 2019)

 

Nov 4, 2019

The End of Neoliberalism and the Rebirth of History

JOSEPH E. STIGLITZ

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NEW YORK – At the end of the Cold War, political scientist Francis Fukuyama wrote a celebrated essay called “The End of History?” Communism’s collapse, he argued, would clear the last obstacle separating the entire world from its destiny of liberal democracy and market economies. Many people agreed.

Today, as we face a retreat from the rules-based, liberal global order, with autocratic rulers and demagogues leading countries that contain well over half the world’s population, Fukuyama’s idea seems quaint and naive. But it reinforced the neoliberal economic doctrine that has prevailed for the last 40 years.

The credibility of neoliberalism’s faith in unfettered markets as the surest road to shared prosperity is on life-support these days. And well it should be. The simultaneous waning of confidence in neoliberalism and in democracy is no coincidence or mere correlation. Neoliberalism has undermined democracy for 40 years.

The form of globalization prescribed by neoliberalism left individuals and entire societies unable to control an important part of their own destiny, as Dani Rodrik of Harvard University has explained so clearly, and as I argue in my recent books Globalization and Its Discontents Revisited and People, Power, and Profits. The effects of capital-market liberalization were particularly odious: If a leading presidential candidate in an emerging market lost favor with Wall Street, the banks would pull their money out of the country. Voters then faced a stark choice: Give in to Wall Street or face a severe financial crisis. It was as if Wall Street had more political power than the country’s citizens.

Even in rich countries, ordinary citizens were told, “You can’t pursue the policies you want” – whether adequate social protection, decent wages, progressive taxation, or a well-regulated financial system – “because the country will lose competitiveness, jobs will disappear, and you will suffer.”

In rich and poor countries alike, elites promised that neoliberal policies would lead to faster economic growth, and that the benefits would trickle down so that everyone, including the poorest, would be better off. To get there, though, workers would have to accept lower wages, and all citizens would have to accept cutbacks in important government programs.

The elites claimed that their promises were based on scientific economic models and “evidence-based research.” Well, after 40 years, the numbers are in: growth has slowed, and the fruits of that growth went overwhelmingly to a very few at the top. As wages stagnated and the stock market soared, income and wealth flowed up, rather than trickling down.

How can wage restraint – to attain or maintain competitiveness – and reduced government programs possibly add up to higher standards of living? Ordinary citizens felt like they had been sold a bill of goods. They were right to feel conned.

We are now experiencing the political consequences of this grand deception: distrust of the elites, of the economic “science” on which neoliberalism was based, and of the money-corrupted political system that made it all possible.

The reality is that, despite its name, the era of neoliberalism was far from liberal. It imposed an intellectual orthodoxy whose guardians were utterly intolerant of dissent. Economists with heterodox views were treated as heretics to be shunned, or at best shunted off to a few isolated institutions. Neoliberalism bore little resemblance to the “open society” that Karl Popper had advocated. As George Soros has emphasized, Popper recognized that our society is a complex, ever-evolving system in which the more we learn, the more our knowledge changes the behavior of the system.

Nowhere was this intolerance greater than in macroeconomics, where the prevailing models ruled out the possibility of a crisis like the one we experienced in 2008. When the impossible happened, it was treated as if it were a 500-year flood – a freak occurrence that no model could have predicted. Even today, advocates of these theories refuse to accept that their belief in self-regulating markets and their dismissal of externalities as either nonexistent or unimportant led to the deregulation that was pivotal in fueling the crisis. The theory continues to survive, with Ptolemaic attempts to make it fit the facts, which attests to the reality that bad ideas, once established, often have a slow death.

If the 2008 financial crisis failed to make us realize that unfettered markets don’t work, the climate crisis certainly should: neoliberalism will literally bring an end to our civilization. But it is also clear that demagogues who would have us turn our back on science and tolerance will only make matters worse.

The only way forward, the only way to save our planet and our civilization, is a rebirth of history. We must revitalize the Enlightenment and recommit to honoring its values of freedom, respect for knowledge, and democracy.

 

 

La fine del neoliberismo e la rinascita della storia,

di Joseph E. Stiglitz

 

NEW YORK – Alla fine della Guerra Fredda, il politologo Francis Fukuyama scrisse un saggio assai apprezzato dal titolo “Fine della Storia?”. Il collasso del Comunismo, egli sosteneva, avrebbe liberato l’ultimo ostacolo che separava il mondo intero dal suo destino di democrazia liberale e delle economie di mercato. In molti erano d’accordo.

Oggi, nel mentre facciamo fronte ad una ritirata da un ordine mondiale liberale basato su regole, con governanti autocrati e demagoghi alla guida di paesi che contengono ben più della metà della popolazione mondiale, l’idea di Fukuyama sembra ingenua e bizzarra. Ma essa ha rafforzato la dottrina economica neoliberista che ha prevalso negli ultimi 40 anni.

Di questi tempi, la credibilità della fede del neoliberismo per mercati privi di restrizioni come la strada più sicura alla prosperità condivisa, è tenuta in vita artificialmente. E doveva essere proprio così. Il simultaneo tramonto della fiducia nel neoliberismo e nella democrazia non è una coincidenza o una mera correlazione. Sono 40 anni che il neoliberismo mette in pericolo la democrazia.

La forma di globalizzazione prescritta dal neoliberismo ha lasciato individui e società intere incapaci di controllare il loro stesso destino, come Dani Rodrik della Università di Harvard ha spiegato così chiaramente [1], e come io sostengo nei miei libri recenti “Una rivisitazione della globalizzazione e del suo malcontento” e “Persone, potere e profitto”. Gli effetti della liberalizzazione del mercato dei capitali sono stati particolarmente odiosi: se un principale candidato alla Presidenza in un mercato emergente perdeva il favore di Wall Street, le banche avrebbero spinto i loro soldi fuori dal paese. A quel punto gli elettori si trovavano di fronte ad una scelta estrema: cedere a Wall Street o andare incontro ad una grave crisi finanziaria. Era come se Wall Street avesse un potere politico più grande dei cittadini di quel paese.

Anche nei paesi ricchi, ai cittadini comuni veniva detto: “Non potete perseguire le politiche che volete” – che si trattasse di una adeguata protezione sociale, di salari decenti, di una tassazione progressiva o di un sistema finanziario ben regolato – “perché il paese perderà competitività, i posti di lavoro scompariranno e voi soffrirete”.

Sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, le classi dirigenti promettevano che le politiche neoliberiste avrebbero portato ad una crescita più veloce e che i benefici sarebbero scesi a cascata in modo tale che tutti, inclusi i più poveri, sarebbero stati meglio. Per arrivarci, tuttavia, i lavoratori avrebbero dovuto accettare salari più bassi, e tutti i cittadini avrebbero dovuto accettare tagli su importanti programmi di governo.

Le classi dirigenti sostenevano che le loro promesse erano basate su modelli economici scientifici e su “ricerche basate sulle prove”. Ebbene, dopo 40 anni, ci sono i dati: la crescita è rallentata e i frutti di quella crescita sono andati in modo schiacciante ad una infima minoranza in cima alla scala sociale. Mentre i salari stagnavano e il mercato azionario saliva alle stelle, il reddito e la ricchezza sono volati in alto, anziché scendere a cascata.

Come è possibile che la riduzione dei salari – per conseguire o mantenere competitività – e programmi pubblici ridotti vadano di pari passo a livelli di vita più elevati? I cittadini comuni si sono sentiti come se fossero stati fregati. Avevano ragione a sentirsi imbrogliati.

Ora stiamo facendo i conti con le conseguenze politiche di questo enorme inganno: sfiducia nei gruppi dirigenti, nella “scienza” economica sulla quale si basava il neoliberismo e nel sistema politico corrotto che lo ha reso del tutto possibile.

La realtà è che, a dispetto del suo nome, l’epoca del neoliberismo è stata lungi dall’essere liberale. Ha imposto un’ortodossia intellettuale i cui guardiani erano completamente intolleranti del dissenso. Gli economisti con punti di vista eterodossi venivano trattati come eretici dai quali tenersi alla larga, o al massimo dirottati su poche isolate istituzioni. Il neoliberismo ha avuto poca somiglianza con la “società aperta” che Karl Popper aveva sostenuto. Come ha sottolineato George Soros, Popper riconosceva che la nostra società è un sistema complesso in continua evoluzione nel quale più che noi apprendiamo, più la nostra conoscenza cambia il comportamento del sistema.

In nessun luogo questa intolleranza è stata più grande che nella macroeconomia, dove i modelli prevalenti avevano escluso la possibilità di una crisi come quella che abbiamo conosciuto nel 2008. Quando l’impossibile è successo, è stato trattato come se fosse una alluvione cinquecentennale – uno scherzo della natura che nessun modello avrebbe potuto prevedere. Persino oggi, i sostenitori di queste teorie rifiutano di accettare che la loro fede nei mercati che si autoregolano e il loro rigetto delle esternalità come o inesistenti o non importanti, abbiano portato alla deregolamentazione che è stata decisiva nell’accendere la crisi. La teoria continua a sopravvivere, con tentativi tolemaici di renderla adeguata ai fatti, il che testimonia la realtà che le cattive idee, una volta stabilite, hanno spesso una morte lenta.

Se la crisi del 2008 non è riuscita a farci comprendere che i mercati privi di restrizioni non funzionano, la crisi del clima di sicuro dovrebbe farlo: il neoliberismo porterà letteralmente ad una fine della civiltà con la quale siamo convissuti. Ma è anche chiaro che i demagoghi, che avrebbero voluto che girassimo le spalle alla scienza e alla tolleranza, renderanno soltanto le cose peggiori.

L’unica via d’uscita in avanti, l’unico modo per salvare il nostro pianeta e la nostra civiltà, è una rinascita della storia. Dobbiamo rivitalizzare l’Illuminismo e reimpegnarci nell’onorare i suoi valori di libertà, di rispetto per la conoscenza e di democrazia.

 

 

 

 

 

 

 

[1] Il riferimento, nella connessione nel testo inglese, è al libro di Dani Rodrik “Straight talk on trade”. Ovvero: “Parlare senza ambiguità di commercio”.

 

 

 

 

 

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