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Cosa ci può insegnare l’Europa sui posti di lavoro, di Paul Krugman (New York Times, 29 novembre 2021)


Nov. 29, 2021

What Europe Can Teach Us About Jobs

By Paul Krugman

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Americans have a hard time learning from foreign experience. Our size and the role of English as an international language (which reduces our incentive to learn other tongues) conspire to make us oblivious to alternative ways of living and the possibilities of change.

Our insularity may be especially damaging when it comes to countries with whom we have a lot in common. Western Europe is our technological equal; labor productivity in northern Europe is just a little below productivity here. But Europe’s policies and institutions are very unlike ours, and we could learn a lot by looking at how those differences have played out. Unfortunately, any suggestion that Europe does something we might want to emulate tends to be shouted down with cries of “socialism.”

Which brings me to an under-discussed aspect of the current economic scene: Europe’s comparative success in getting workers idled by the pandemic back into the labor force.

You’re probably aware that the United States is experiencing what many call the Great Resignation — a significant fall in the number of people willing to accept jobs, at least at pre-Covid wages. Four million fewer Americans are employed than were on the eve of the pandemic, yet the rate at which workers are quitting their jobs — usually a good indicator of labor market tightness — has hit a record, and the scramble of employers to find workers has led to rapid wage increases.

Earlier this year many Republicans insisted that labor was scarce because generous unemployment benefits were discouraging workers from accepting jobs. However, those enhanced benefits went away with no visible effect on participation in the labor force. So what is going on?

Well, a comparison with Europe may shed some light on the subject. For the Great Resignation, it turns out, is largely an American phenomenon. European nations have been much more successful than we have at getting people back to work. In France, in particular, employment and labor force participation are now well above prepandemic levels. What explains this difference?

Part of the answer may involve older workers. In the United States, the decline in the labor force has been especially steep among adults over 55, many of whom haven’t come back after pandemic layoffs. This may have been less of a factor in France, where workers tend to retire earlier than their U.S. counterparts. However, older adults in some European nations, like Denmark, are actually more likely to be employed than their U.S. counterparts; yet Denmark has also avoided a Great Resignation.

Another answer may lie in trans-Atlantic differences in how we approached Covid relief. While the United States made some effort to help businesses stay afloat and retain their labor forces, mainly we helped displaced workers through enhanced unemployment benefits. Europe, on the other hand, mainly relied on job retention schemes — government aid intended to keep people on employer payrolls even if they weren’t working at the moment.

The problems with the U.S. approach are now becoming apparent. As I said, there’s no evidence that unemployment insurance has been significantly discouraging work. But where European labor support helped keep workers linked to their old jobs, facilitating a rapid return, U.S. policy allowed many of those links to be severed, making an employment recovery harder.

Finally, let me offer a speculative hypothesis: Perhaps one reason Europeans aren’t engaging in an American-style Great Resignation is that they don’t hate their jobs quite as much.

Anecdotally, one factor behind Americans’ unwillingness to return to their old jobs is that enforced idleness during the pandemic gave many people a chance to reconsider their life choices — and a significant number may have realized that low-paying jobs with lousy working conditions weren’t worth having.

Of course, Europe is by no means a worker’s paradise. But some jobs that are grueling and poorly paid here are less awful on the other side of the Atlantic. Famously, in Denmark McDonald’s pays more than $20 an hour and offers six weeks of paid vacation each year. That may be an exceptional case, but the U.S. does stand out among wealthy countries for having a low minimum wage, for offering very little vacation time and for failing to offer parental and sick leave. Maybe the poor quality of U.S. jobs is one reason so many American workers are reluctant to return.

U.S. elite opinion, especially but not only on the right, has long assumed that making jobs better would backfire, because higher labor costs would reduce employment. But European experience says otherwise. Even before the pandemic, many European countries were doing pretty well at job creation; France, for example, has consistently had higher employment rates among prime-age adults than the United States.

And now, in the aftermath of a nightmarish disruption to working life, pro-worker policies also seem to be helping European economies achieve faster employment recovery than we’re managing here. Are we sure we have nothing to learn from their experience?


Cosa ci può insegnare l’Europa sui posti di lavoro,

di Paul Krugman


Per gli americani è un’epoca difficile per imparare dalle esperienze straniere. Le nostre dimensioni e il ruolo dell’inglese come lingua internazionale (che riduce il nostro incentivo ad apprendere altre lingue) contribuiscono entrambi a renderci inconsapevoli di modi di vivere alternativi e della possibilità di cambiamenti.

La nostra chiusura può essere particolarmente dannosa quando si tratta di paesi con i quali abbiamo molto in comune. L’Europa occidentale è uguale a noi tecnologicamente; la produttività del lavoro nell’Europa del nord è solo un po’ inferiore alla nostra produttività. Ma le politiche e le istituzioni dell’Europa sono davvero diverse dalle nostre, e potremmo imparare molto osservando come queste differenze  hanno avuto un ruolo. Sfortunatamente, ogni suggestione secondo la quale l’Europa fa qualcosa che potremmo voler emulare tende ad essere sopraffatta con gli strilli sul “socialismo”.

Il che mi porta ad un aspetto sottovalutato dell’attuale scena economica: il relativo successo dell’Europa nel riportare i lavoratori resi inattivi dalla pandemia nella forza lavoro.

Probabilmente siete al corrente che gli Stati Uniti stanno sperimentando quella che molti chiamano la Grande Dismissione – una caduta significativa nel numero delle persone che accettano i posti di lavoro, con salari almeno pari ai livelli precedenti al Covid. Sono al lavoro quattro milioni di americani in meno di quelli che c’erano nell’epoca della pandemia [1], tuttavia il tasso al quale i lavoratori lasciano i loro posti di lavoro – normalmente un indicatore positivo della rigidità [2] del mercato del lavoro – ha raggiunto un record, e la corsa dei datori di lavoro a trovare lavoratori ha portato ad un rapido aumento dei salari. Agli inizi di quest’anno molti repubblicani insistevano che il lavoro era scarso perché i generosi sussidi di disoccupazione stavano scoraggiando i lavoratori ad accettare posti. Tuttavia, quei sussidi rafforzati se ne sono andati senza alcun effetto visibile nella partecipazione alla forza lavoro. Dunque, cosa sta succedendo?

Ebbene, un confronto con l’Europa può portare un po’ di luce sulla questione. Perché si scopre che la Grande Dismissione è in gran parte un fenomeno americano. Le nazioni europee hanno avuto molto maggiore successo nel riportare le persone al lavoro. In particolare in Francia, l’occupazione e la partecipazione alla forza lavoro  sono ben al di sopra dei livelli prepandemici. Cosa spiega questa differenza?

In parte la risposta potrebbe riguardare i lavoratori più anziani. Negli Stati Uniti, il declino nella forza lavoro è stato particolarmente netto tra gli adulti sopra i 55 anni, molti dei quali non sono tornati al lavoro dopo l’inattività pandemica. Questo può essere stato un fattore minore in Francia, dove i lavoratori tendono ad andare in pensione prima dei loro omologhi statunitensi. Tuttavia, in alcune nazioni europee come la Danimarca, è effettivamente più probabile che gli adulti più anziani siano occupati rispetto ai loro omologhi statunitensi; eppure anche la Danimarca ha evitato la Grande Dismissione.

Un’altra risposta potrebbe consistere nelle differenze su come abbiamo affrontato gli aiuti per il Covid nelle due sponde dell’Atlantico. Se gli Stati Uniti hanno fatto qualche sforzo per aiutare le imprese a restare a galla e a mantenere le loro forze di lavoro, principalmente abbiamo aiutato i lavoratori rimossi attraverso sussidi di disoccupazione più forti. L’Europa, per suo conto, principalmente si è basata su modelli di mantenimento dei posti di lavoro – l’aiuto dei Governi era rivolto a mantenere le persone nei libri paga dei datori di lavoro, anche se sul momento non stavano lavorando.

I problemi dell’approccio statunitense stanno adesso diventando evidenti. Come ho detto, non c’è alcuna prova che l’assicurazione di disoccupazione stia scoraggiando il lavoro in modo significativo. Ma laddove il sostegno al lavoro europeo ha contribuito a mantenere i lavoratori collegati con i loro vecchi posti di lavoro, facilitando un rapido reingresso, la politica statunitense ha permesso che quei collegamenti si spezzassero, rendendo una ripresa dell’occupazione più difficile.

Infine, consentitemi di avanzare un’ipotesi speculativa: forse una ragione per la quale gli europei non si stanno esercitando in una Grande Dismissione del genere di quella americana, è che essi non odiano così tanto i loro posti di lavoro.

Basandosi su una semplice osservazione, un fattore dietro l’indisponibilità degli americani a tornare ai loro vecchi posti di lavoro può essere che l’inattività forzata durante la pandemia ha dato a molte persone una possibilità per riconsiderare le loro scelte di vita – e un numero significativo può aver compreso che posti di lavoro con paghe basse e con condizioni di lavoro miserabili non avevano un gran valore.

Ovviamente, l’Europa non è in nessun senso un paradiso dei lavoratori. Ma alcuni posti di lavoro che qua sono estenuanti e pagati miseramente sono meno terribili sull’altra sponda dell’Atlantico. Notoriamente, in Danimarca un McDonald’s paga 20 dollari all’ora e offre sei settimane di vacanze pagate ogni anno. Questo può essere un caso eccezionale, ma gli Stati Uniti davvero si distinguono tra i paesi ricchi per avere un minimo salariale basso, per offrire piccoli periodi di vacanze e per non offrire congedi per le cure genitoriali e per le malattie. Forse la modesta qualità dei posti di lavoro americani  è una ragione per la quale così tanti lavoratori americani sono riluttanti a tornare al lavoro.

L’opinione delle classi dirigenti americane, in particolare ma non solo di quelle di destra,  ha sempre presupposto che rendere migliori i posti di lavoro riduce l’occupazione. Ma l’esperienza europea ci dice un’altra cosa. Anche prima della pandemia, molti paesi europei avevano buoni risultati nella creazione di posti di lavoro; la Francia, ad esempio, ha avuto regolarmente tassi di occupazione più elevati degli Stati Uniti tra gli adulti nella principale età lavorativa.

E adesso, all’indomani di un terremoto da incubo nella vita lavorativa, politiche a favore dei lavoratori sembra stiano aiutando le economie europee a realizzare una più rapida ripresa dell’occupazione rispetto a noi. Siamo sicuri di non aver niente da imparare dalla loro esperienza?






[1] Probabilmente c’è un errore nel testo e il riferimento è a ‘prima’ della pandemia.

[2] La rigidità (letteralmente, ristrettezza) del mercato del lavoro è quella nella quale la domanda di lavoro è almeno altrettanto forte dell’offerta, ovvero quella di un mercato del lavoro nel quale i datori di lavoro sono in competizione nella ricerca di lavoratori. Il che di solito comporta un potere contrattuale dei lavoratori maggiore e salari in crescita. Comporta anche una maggiore disponibilità dei lavoratori a lasciare i posti che occupavano in passato, per una fondata fiducia di trovarne di nuovi e di migliori. In questo senso il fenomeno del “quitting” – dell’abbandonare i psoti di lavoro precedenti, è normalmente considerato dagli economisti un indicatore positivo.






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