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La Grande Dismissione è un Grande Ripensamento? Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 5 novembre 2021)

 

Nov. 5, 2021

Is the Great Resignation a Great Rethink?

By Paul Krugman

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Life is full of surprises. But there are surprises, and then there are surprises.

What I mean is that most of the time, when something you weren’t anticipating happens, you quickly realize that it’s something you could and maybe even should have seen coming, at least as a possibility. Of course air traffic control delays caused me to miss my connection. Or, to take an economistic example, few anticipated the 2008 financial crisis, but once it happened economists realized that it fit right into both their theoretical frameworks and historical patterns.

Sometimes, however, events take a turn that leaves you wondering what’s going on even after the big reveal.

Right now the U.S. economy is experiencing a very old-fashioned bout of inflation, with too much money chasing too few goods. That is, booming demand has collided with constrained supply, so prices are rising.

But there are really two kinds of supply constraint out there, and some are more comprehensible than others.

Not many people anticipated the now famous supply-chain issues — the ships steaming back and forth waiting to be unloaded, the parking lots stacked high with containers and the warehouses that have run out of room. But once they began happening, those issues made perfect sense. Consumers who were afraid to buy services — to eat out, to go to the gym — compensated by buying lots of stuff, and the logistical system couldn’t handle the demand.

On the other hand, the Great Resignation — the emergence of what look like labor shortages even though employment is still five million below its prepandemic level, and even further below its previous trend — remains somewhat mysterious.

Unlike the “skills gap” invoked to explain persistent unemployment after the 2008 crisis, this time labor shortages seem to be real. Workers are quitting at record rates, an indication that they feel confident about finding new jobs. Wages are growing at rates normally associated with the peak of a boom. So workers are clearly feeling empowered, even though many fewer Americans are employed than in the past. Why?

Earlier this year many people insisted that enhanced unemployment benefits were reducing the incentive to accept jobs. But those extra benefits were eliminated in many states as early as June, and nationally in early September; this cutoff doesn’t seem to have had any measurable effect on employment or labor force participation.

Another story, which is harder to refute, says that the extensive aid families received during the pandemic left many with more cash on hand than usual, giving them the financial space to be choosier about their next job.

A less upbeat story says that some employees are still afraid to go back to work, and/or that many can’t go back to work because their child care arrangements are still disrupted.

But there’s at least one more possibility (these things aren’t mutually exclusive): The experience of the pandemic may have led many workers to explore opportunities they wouldn’t have looked at previously.

I’d been thinking vaguely along these lines, but Arindrajit Dube, who has been one of my go-to labor economists throughout this pandemic, recently put it very clearly. As he says, there’s considerable evidence that “workers at low-wage jobs [have] historically underestimated how bad their jobs are.” When something — like, say, a deadly pandemic — forces them out of their rut, they realize what they’ve been putting up with. And because they can learn from the experience of other workers, there may be a “quits multiplier” in which the decision of some workers to quit ends up inducing other workers to follow suit.

I like this story, in part because it dovetails with one of the main discoveries of behavioral economics — namely, that people have a strong status quo bias. That is, they tend to keep doing what they were doing even when there might be much better alternatives. Famously, workers are far more likely to enroll in retirement plans when they have to check a box to opt out than when they have to check a box to opt in. Checking that box costs nothing, yet many people will fail to take advantage of a good deal unless enrollment is automatic.

So I can easily believe that there were many workers who should have quit their lousy jobs in, say, 2019, but didn’t because they weren’t really considering the alternatives. And it’s at least possible that the disruptions of the pandemic led to a great rethink.

Of course, we don’t know this. But if that’s part of what’s happening, it’s actually a good thing — a small silver lining to the horrors of Covid-19.

 

La Grande Dismissione è un Grande Ripensamento?

Di Paul Krugman

 

La vita è piena di sorprese. Ma c’è sorpresa e sorpresa.

Quello che intendo è che la maggior parte delle volte, quando accade qualcosa che non avevate previsto, c’è qualcosa che rapidamente comprendete avreste potuto e forse persino dovuto prevedere, almeno come possibilità. Ovviamente, i ritardi derivanti dal controllo del traffico aereo mi fanno perdere una coincidenza. Oppure, per fare un esempio tratto dall’economia, in pochi previdero la crisi finanziaria del 2008, ma una volta che avvenne gli economisti compresero che si adattava perfettamente sia ai loro schemi teorici che ai loro modelli storici.

Talvolta, tuttavia, gli eventi prendono una piega che vi lascia col dubbio di cosa stia succedendo persino dopo la loro chiara manifestazione.

In questo momento l’economia statunitense sta conoscendo un periodo di inflazione del tutto vecchio stile, con troppi soldi che inseguono troppo pochi beni.  Ovvero, la domanda in espansione è i collisione con una offerta limitata, dunque i prezzi stanno crescendo.

Ma in realtà in giro ci sono due tipi di limitazione dell’offerta, e alcuni sono più comprensibili degli altri.

Non in molti avevano previsto i temi adesso ben noti delle catene dell’offerta – le navi che vanno avanti e indietro in attesa di essere scaricate, i parcheggi accatastati con container l’uno sopra l’altro e i magazzini che hanno esaurito lo spazio. Ma al momento che cominciano ad avvenire, queste faccende hanno perfettamente senso. I consumatori che erano spaventati ad acquistare servizi – a mangiar fuori, ad andare in palestra – hanno compensato acquistando grandi quantità di oggetti, e il sistema della logistica non ha potuto gestire la domanda.

D’altra parte, la Grande Dismissione [1] – l’emergenza alla quale somigliano le scarsità di lavoro anche se l’occupazione è ancora sotto di cinque milioni rispetto al livello pre pandemico, e persino ulteriormente sotto la sua precedente tendenza – resta qualcosa di misterioso.

Diversamente dal “deficit di competenze” invocato per spiegare la persistente disoccupazione dopo la crisi del 2008, questa volta le scarsità di lavoro sembrano reali. I lavoratori dismettono i loro posti di lavoro a tassi record, una indicazione del fatto che si sentono fiduciosi di trovare nuove occupazioni. I salari stanno crescendo a tassi che normalmente vengono associati con il picco di una espansione. Dunque i lavoratori chiaramente si sentono più forti, anche se sono occupati molti americani in meno del passato. Perché?

Agli inizi di quest’anno molti insistevano che i migliorati sussidi di disoccupazione stavano riducendo gli incentivi ad accettare posti di lavoro. Ma quei sussidi sono stati eliminati in molti Stati agli inizi di giugno, e nazionalmente agli inizi di settembre; questa scadenza non sembra aver avuto alcun effetto misurabile sull’occupazione o sulla partecipazione alla forza lavoro [2].

Un’altra spiegazione, che è più difficile da confutare, dice che i vasti aiuti che le famiglie hanno ricevuto durante la pandemia hanno lasciato molti con maggiore contante a disposizione del solito, dando ad essi il margine finanziario per essere più esigenti sulla loro prossima occupazione.

Una spiegazione meno ottimistica afferma che alcuni occupati hanno ancora timore di tornare al lavoro, e/o che molti non possono tornare al lavoro perché le loro soluzioni nell’assistenza dei figli sono ancora non funzionanti.

Ma c’è almeno un’altra possibilità (queste spiegazioni non si escludono reciprocamente): l’esperienza della pandemia può avere indotto molti lavoratori ad esplorare opportunità alla quali non avrebbero guardato in precedenza.

Stavo ragionando vagamente in questi termini, ma Arindrajit Dube, che nel corso di questa pandemia è stato uno dei miei economisti del lavoro di riferimento, l’ha espressa di recente molto chiaramente. Come lui afferma, ci sono prove considerevoli che “i lavoratori con bassi salari [hanno] storicamente sottovalutato quanto fossero scadenti i loro posti di lavoro”. Quando qualcosa – ad esempio una pandemia letale – li costringe ad uscire dalla loro routine, essi comprendono cosa stanno sopportando. E poiché possono imparare dall’esperienza di altri lavoratori, ci può essere una sorta di “moltiplicatore delle dismissioni” per il quale la decisione di alcuni lavoratori di dimettersi finisce con l’indurre altri lavoratori a seguirli.

Questa spiegazione mi soddisfa, in parte perché essa si adatta bene ad una delle principali scoperte dell’economia comportamentale – precisamente, che le persone hanno una forte tendenza allo status quo. Ovvero, essi continuano a fare quello che stavano facendo anche se potevano esserci alternative molto migliori. Notoriamente, i lavoratori è molto più probabile che aderiscano a programmi di pensionamento quando devono selezionare una casella per annullare un adesione piuttosto che quando devono selezionarne una per parteciparvi. Selezionare quella casella non costerebbe niente, tuttavia molte persone rinunciano a trarre vantaggio da una buona soluzione a meno che l’iscrizione non sia automatica.

Dunque, non faccio fatica a credere che ci siano molti lavoratori che avrebbero dovuto dismettere i loro miseri posti di lavoro, ad esempio, nel 2019, ma non l’hanno fatto perché non stavano realmente valutando le alternative. Ed è almeno possibile che le turbative della pandemia abbiano indotto ad un grande ripensamento.

Naturalmente, questo non possiamo saperlo. Ma se questo è in parte ciò che sta accadendo, è effettivamente una cosa positiva – un piccolo risvolto positivo degli orrori del Covid-19.

 

 

 

 

[1] Mi sembra la traduzione preferibile. Tradurre con “Grande Dimissione” in riferimento al fenomeno dei lavoratori che esitano o rifiutano di tornare nei posti di lavoro precedenti la pandemia, sarebbe un po’ incomprensibile, oltre al fatto che spesso dai posti di lavoro che si tende ad evitare non ci si è dimessi (magari si è stati licenziati durante la pandemia e adesso si rifiutano, quando sono nuovamente disponibili). In realtà sono aree di occupazione che vengono “dismesse” o perché si considerano logoranti, o perché si vorrebbero salari migliori, o perché si è vicini al pensionamento.

[2] Il tasso di partecipazione alla forza lavoro indica, almeno nelle statistiche americane, la percentuale delle persone che lavorano o che stanno attivamente cercando lavoro, sulla popolazione civile (esclusi i cosiddetti ‘istituzionalizzati’, ovvero i degenti in ospedali, casa di cura e carceri).

 

 

 

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