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Democrazia o dittatura: quale funziona meglio? Di Branko Milanovic (da Global Inequality and more, 3 maggio 2022).

 

Friday, May 3, 2019

Democracy or dictatorship: which works better?

Branko Milanovic

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Last night, in a response to something I had written on Twitter, a friend tweeted Oscar Wilde’s quip that “the trouble with socialism is that it takes up too many evenings”. And although Wilde wrote long before socialism got established anywhere, and although it looks like just a clever comment, I think there is more in it: like many artists, Wilde captured the essence of the advantages and the problems of a political and economic system even before it became a reality.

How come?

When I arrived in the United States, coming from the worker-management world of Titoist Yugoslavia, I was somewhat surprised how Americans took the strongly hierarchical, quasi dictatorial relations in the business world as fully “normal”. I was half expecting that workers would have a say in the choice of their “managers” (actually, for a long time, I could not even figure out who exactly is a “manager”) but of course they did not. The promotions were made by cooption or even direct appointment of lower echelons by the higher echelons. And of course, the management was selected by the owners themselves. So the system was entirely top-down: the top selected the down it liked to have.

It was remarkably similar to the political system from which I came. There too the Central Committee coopted its new members; these selected their replacements and so forth down to the lowest level of Communist Party cell. Formally speaking, American companies were organized like the Communist Party. In both cases, to paraphrase Bertold Brecht, the leadership selected their employees, or their citizens. In one case the dictatorship was in the social sphere, in another in the work sphere.

Democracy that in the US existed in the social sphere (with lower levels electing their own political “managers”) was replicated in the Titoist Yugoslavia in the workplace with workers electing their own workers councils and those electing directors (except in enterprises that were seen of special importance where the top-down system of Communist Party appointment held).

So there were two societies with key spheres of human activity (work and social) organized according to the exactly opposite principles. One of them won, another lost. The one that lost, lost because organizing the work sphere according to democratic principles is not efficient. When you do so, an enormous amount of time is spent on negotiating minutest details of work, pay, holidays, sick leave, right to take leave when a family member is not well, payment of overtime, cleaning of bathrooms, supplies of papers etc. etc. Academic departments in the US are what comes closest to labor management as existed in the socialist Yugoslavia. And hardly anyone would argue the academic department are organized in an efficient way. People who in such an organizational context win and become successful are those who are not really interested in working at all, but debating every issue until everybody gets exhausted and gives up. They have the patience to outsit and outlast everybody else in interminable discussions and negotiations. No issue is small enough that they would not discuss it ad nauseam. Obviously, hardly anything ever gets done under such circumstances.

But does not the same danger lurk in the political space? Do not citizen  initiatives, referendums and counter-referendums, law suits and counter-suits, carry the same danger that Oscar Wilde identified: that normal citizens do not have the time or do not care sufficiently about certain things so that the decision ultimately gets taken by those with the greatest patience, by those who have nothing else to do but to get engaged into these “consultations”? In a heavily commercialized world of today where every minute counts literally and in terms of income foregone (you can write blogs for money, or study for your exam, or drive Uber, or charge your neighbor for taking his dog for a walk), social involvement is almost necessary captured by professional NGOs. (I have noticed that many NGOs have presidents who, by the number of their mandates, approach Mugabe and Mubarak, but, unlike those illustrious leaders, can never be overthrown by their hapless constituents.)

This is where more technocratic political capitalism of the Chinese or Singaporean variety comes to mind. What it tells you is that the same efficient and dictatorial way in which the production of cell phones is organized ought to be extended to the political sphere. It argues that the two spheres are essentially the same. In both efficiency is reached by clear goal-directed activities which are technical in nature and which should not be subject to the constant approval by workers or citizens.

If these societies continue to consistently outperform societies where the social sphere is organized in a democratic fashion, there is, I think, little doubt that their appeal will be such that, in a hundred years, it may seem to those who are around so very quaint that people thought that in a complex society decisions should taken by democratic vote. The same as it seems to us today so very quaint to believe that people once thought that a decision about what a company should produce was supposed to be made by the majority vote of shop-floor workers.

 

Democrazia o dittatura: quale funziona meglio?

Di Branko Milanovic [1]

 

La notte scorsa, il risposta a qualcosa che avevo scritto su Twitter, un amico ha pubblicato una battuta di Oscar Wilde: “il guaio col socialismo è che esso occupa troppi pomeriggi”. Anche se Wilde scriveva prima che il socialismo venisse realizzato da qualche parte, e sebbene sembri proprio un commento intelligente, io penso che in esso ci  sia qualcosa di più: come molti artisti, Wilde catturava l’essenza dei vantaggi e dei problemi di un sistema politico ed economico anche prima che esso si materializzasse.

Come è possibile?

Quando arrivai negli Stati Uniti, provenendo dal mondo dell’autogestione dei lavoratori della Jugoslavia di Tito, ero in qualche modo sorpreso per come gli americani considerassero del tutto “normali” le relazioni gerarchiche, quasi dittatoriali, nel mondo delle imprese. Mi aspettavo quasi che i lavoratori avessero voce in capitolo nella scelta dei loro “manager” (in realtà, per un lungo periodo, non riuscivo neppure a immaginare cosa fosse esattamente un “manager”), ma ovviamente non l’avevano. Le promozioni venivano fatte per cooptazione o persino per nomina diretta dei gradi inferiori da parte di quelli superiori. E naturalmente, la direzione era selezionata dagli stessi proprietari. Dunque, il sistema era interamente dall’alto in basso: chi stava in alto sceglieva chi voleva avere in basso.

Esso era considerevolmente simile al sistema politico dal quale io provenivo. Anche in quel caso il Comitato Centrale cooptava i suoi nuovi membri; questi sceglievano i loro sostituti e così via sino al più basso livello della cellula del Partito Comunista. In termini formali, le imprese americane erano organizzate come il Partito Comunista. In entrambi i casi, per paragrafare Bertold Brecht,  la dirigenza selezionava i propri dipendenti, o i propri cittadini. In un caso la dittatura era nella sfera sociale, nell’altro nella sfera del lavoro.

La democrazia che negli Stati Uniti esisteva nella sfera sociale (con i livelli più bassi che eleggono i loro propri “manager”) veniva replicata nella Jugoslavia di Tito nei posti di lavoro, con i lavoratori che eleggevano i loro consigli di lavoratori e quelli che eleggevano i direttori (ad eccezione delle imprese che erano considerate di particolare importanza, nelle quali vigeva il sistema della nomina dall’alto in basso del Partito Comunista).

Dunque c’erano due società con le sfere fondamentali dell’attività umana (quella del lavoro e quella sociale) organizzate secondo principi esattamente opposti. Una di esse vinse, l’altra perse. Quella che perse, perse perché organizzare la sfera del lavoro secondo i principi democratici non è efficiente. Quando lo si fa, una enorme quantità di tempo viene spesa nel negoziare i dettagli più minuti del lavoro, la paga, le vacanze, i permessi per malattia, il diritto a percepire il congedo quando un membro della famiglia non sta bene, il pagamento degli straordinari, la pulizia dei bagni, le scorte di carta etc. etc. I dipartimenti universitari negli Stati Uniti sono la cosa che si avvicina di più alla gestione del lavoro nella Jugoslavia socialista. E difficilmente qualcuno sosterrebbe che i dipartimenti universitari siano organizzati in modo efficiente. Le persone che in tali contesti organizzativi prevalgono ed hanno successo sono quelle che in realtà non sono affatto interessate a lavorare, ma a dibattere ogni questione finché tutti non diventano esausti e si danno per vinti. Esse hanno la pazienza di restarsene sedute e durare più di tutti gli altri in discussioni e in negoziati interminabili. Nessuna questione è abbastanza minuta da non essere discussa sino all’esaurimento. Ovviamente, in tali circostanze a fatica si riesce a fare qualcosa.

Ma non si annida lo stesso pericolo nello spazio politico? Le iniziative dei cittadini, i referendum e i contro referendum, le azioni legali e le contro azioni, non comportano lo stesso pericolo che identificava Oscar Wilde: che i cittadini normali non hanno tempo abbastanza o non si curano a sufficienza di determinate cose, finché da ultimo la decisione viene presa da coloro che hanno la maggiore pazienza, da coloro che non hanno altro da fare se non impegnarsi in queste “consultazioni”? Nel mondo odierno interamente commercializzato nel quale ogni minuto conta letteralmente e in termini di reddito di cui si fa a meno (per denaro, potete scrivere su un blog, o studiare per un esame, o guidare  un veicolo per Uber,  o addebitare il vostro vicino se portate il suo cane a passeggio), il coinvolgimento sociale è quasi per necessità catturato dalle associazioni non governative di professione (ho notato che molte ONG hanno presidenti che, per il numero dei loro mandati, si avvicinano a Mugabe ed a Mubarak, ma, diversamente da quelle illustri autorità, non possono mai essere rovesciati di loro malcapitati elettori).

È qua che mi viene a mente il capitalismo politico tecnocratico della varietà cinese o singaporiana. Quello che esso ci dice è che lo stesso modo efficiente e dittatoriale nel quale è organizzata la produzione di telefonini dovrebbe essere esteso alla sfera politica. Esso sostiene che le due sfere siano sostanzialmente le stesse. In entrambe l’efficienza è raggiunta tramite attività indirizzate ad un chiaro obbiettivo, attività di natura tecnica, che non dovrebbero essere soggette alla approvazione costante dei lavoratori e dei cittadini.

Se queste società continueranno regolarmente ad avere prestazioni migliori delle società nelle quali la sfera sociale è organizzata con una modalità democratica, ci sono pochi dubbi, io penso, che, in un centinaio di anni,  la loro attrattività sarà tale che a coloro che saranno in circolazione sembrerà del tutto curioso che le persone avessero pensato che in una società complessa le decisioni debbano essere prese con una votazione democratica. Nello stesso modo in cui a noi oggi appare del tutto bizzarro che le persone un tempo pensassero che una decisione su cosa una impresa dovrebbe produrre si supponeva fossero prese da un voto di maggioranza dei lavoratori di un’officina.

 

 

 

 

 

[1] Questo articolo, direi, è della serie ‘realistico-provocatoria’ dei pensieri di Milanovic. Dove non si sa se essere più avviliti dal realismo, o più messi in guardia dalla provocazione. Voglio pensare che ci sia una via di uscita, considerato che in vari casi dovrebbero esistere punti di contatto tra la democrazia sociale e la democrazia politica (luoghi e temi nei quali una organizzazione sociale più democratica corregga le ‘disfunzioni’ di una democrazia politica che lo stesso Milanovic spesso ci rammenta, nella sua diagnosi del ‘capitalismo liberale’).

 

 

 

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