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Appunti dal nuovo libro di Branko Milanovic, “Visioni dell’ineguaglianza” (a cura di Marco Marcucci, novembre 2023)

 

 

Branko VisioniAppunti dal nuovo libro di Branko Milanovic, “Visioni dell’ineguaglianza”

 

L’égalité è certamente un tema principale della storia politica degli ultimi due secoli, in un certo senso la sua ‘croce e delizia’. La attraversa tutta, in certi momenti la scuote, resta nella sua memoria accantonata come un proposito, talvolta onesto e talvolta un po’ vago, oppure, in altri momenti, viene rinnegata, diventa un pretesto per distinguere il ‘noi’ da ‘gli altri’; e allora può anche avvenire il paradosso di una eguaglianza che convive a lungo e spensieratamente con forme di schiavitù di varia intensità. In genere, la conseguenza è che quello che resiste non è il tema dell’eguaglianza, ma più modestamente quello delle ‘ineguaglianze’, ovvero la stessa faccenda affrontata realisticamente per difetto.

E “Visioni dell’ineguaglianza, dalla Rivoluzione francese alla fine della Guerra Fredda è il titolo del nuovo libro di Branko Milanovic, uscito alla fine del mese di ottobre.

Può sembrare che, nel complesso, la teoria economica sia stata circospetta sul tema dell’ineguaglianza, e in effetti credo sia del tutto raro imbattersi in una storia del pensiero economico che si focalizzi unicamente sul tema delle ineguaglianze delle donne e degli uomini. Esse però, sullo sfondo, in genere ispirano o turbano i pensatori, come un sorta di cartina di tornasole delle proprie teorie, che talora paiono esserne confermate con trionfale evidenza, talaltra costituiscono una specie di inconveniente, nel qual caso le teorie debbono cercare di dimostrare la relativa non influenza delle diseguaglianze. Vien fatto, dunque, subito da chiedersi se, nel suo complesso, il pensiero economico sia stato più audace o meno audace, rispetto al senso comune ed alla storia reale, nel misurarsi sul tema. Ma, ovviamente, bisogna procedere con un po’ di ordine.

Abbiamo pensato che, magari in attesa della edizione in lingua italiana, alcuni lettori di FataTurchina sarebbero forse stati interessati da questi appunti. Cercheremo di ripercorrere le pagine del libro di Milanovic, di individuare i suoi principali criteri analitici e di estrarre dal testo quelle che ci sembrano alcuni esempi più significativi del suo metodo.

 

Anzitutto, occorre chiarire che Milanovic non si propone un nuovo testo di storia del pensiero economico; si propone proprio una storia delle visioni dell’ineguaglianza, circoscritta ad alcuni grandi pensatori degli ultimi due secoli e mezzo, quelli che a suo giudizio si misurarono esplicitamente con quel tema, ovvero che mostrarono direttamente o indirettamente di aver cura o di essere ispirati da una tale visione. Al tempo stesso, indirettamente, il suo libro è anche una storia della ineguaglianza stessa.

Forse questa è la ragione per la quale egli prende le mosse nel suo lavoro, nel Prologo iniziale, da una semplice e insolita definizione preliminare delle caratteristiche necessarie ad un buono studio del pensiero economico fondato sul tema delle ineguaglianze: “Nella mia opinione, i migliori studi della distribuzione del reddito devono combinare tre elementi: la narrazione, la teoria e i  dati empirici. Soltanto quando tutti e tre sono presenti otteniamo quel risultato apprezzabile che io definisco uno studio integrativo della distribuzione del reddito” (Pag. 10).

La parola chiave è “narrazione”: nelle trecento pagine successive, egli ci fornisce numerose ‘prove’ di questa valutazione, oltre al fatto di tornare a ribadirla frequentemente. Noi proviamo a ripercorrerle, inserendo il terzo elemento, dei “dati empirici”, nel primo, della “narrazione”, della quale in effetti essi sono una componente necessaria (il che non comporta affatto di sminuirne il loro distinto significato e valore: il libro contiene una sequenza formidabile di una ventina di tabelle e diagrammi, una quantità grandissima di dati, alcuni antichi ma per la maggior parte elaborati da sofisticate ricerche contemporanee).

 

La “narrazione” secondo Milanovic: esempi da Quesnay, Smith, Ricardo e Kuznets.

Quattro esempi che mi sono parsi particolarmente illuminanti della efficacia del suo metodo di narrazione: François Quesnay , l’esponente della fisiocrazia francese esaminato nel primo capitolo; Adam Smith e David Ricardo, esaminati nei due capitoli successivi e Simon Kuznets, esaminato nel sesto capitolo.

Quesnay ed i fisiocratici francesi sono considerati i fondatori della scienza economica moderna, per buone ragioni. Furono coloro che per primi studiarono il “processo economico come un processo regolare soggetto a ritmi regolari”; che compresero che il “surplus” è generato nella produzione e non, come ritenevano i mercantilisti, nel commercio e furono i primi a creare Le Tableau Economique, ovvero ad “illustrare le relazioni numeriche  nell’economia e a definire le classi sociali ed i loro redditi” (pag. 12).

Sennonché è poi naturale che si resti piuttosto perplessi da quella che pare quasi una ‘fissazione’ dei fisiocratici francesi, sul ruolo praticamente unico della agricoltura e sulla loro convinzione che il surplus si creasse, sì, nella produzione, ma esclusivamente in quella agricola.  Così si trascurano però le loro informazioni sulle reali classi sociali, dove – secondo i dati elaborati da loro stessi appunto ne Le tableau économique – il 48% dei lavoratori erano impegnati  direttamente nei lavoro agricolo, un altro 14% erano coltivatori autonomi vitivinicoli e agricoltori affittuari di terreni, e il 22% erano lavoratori tenuti ad eseguire determinati servizi (gagistes) pur non facendo parte della servitù domestica, mentre gli artigiani ed i capimastri manifatturieri erano il 4% della popolazione. Questo era dunque il loro orizzonte, il ruolo delle classi sociali in un “ricco regno agricolo”, che portava Quesnay, tra l’altro, a non disprezzare affatto l’esperienza economica della Cina. Un contesto, peraltro, assai diverso da quello allora contemporaneo dell’Inghilterra.

Oppure, si consideri la strana sorte che, per la mancanza di attenzione al contesto reale ed anche per una semplice lettura fuorviante, è toccata ad Adam Smith, diventato per alcuni ‘padre dell’economia’ quasi soltanto in ossequio alla frase sulla “mano invisibile”, rapidamente tradotta come un sostegno ad un capitalismo senza regole, o meglio capace di autoregolarsi, appunto, in modo invisibile. Smith, spiega Milanovic, era tutt’altro che un teorico della autosufficienza della competizione capitalistica nella promozione di ‘società prospere’.

Scriveva Smith:  “L’elevato prezzo del lavoro deve essere considerato non soltanto come una prova della generale opulenza di una società che può permettersi di pagare bene tutti coloro che occupa; deve essere considerato come ciò che costituisce la vera essenza della opulenza pubblica, ovvero precisamente la cosa in cui consiste propriamente l’opulenza pubblica”(pag. 62). Oppure: “Si dice che nelle isole delle spezie gli olandesi bruciassero tutte le spezie che una stagione fertile produce, oltre quello di cui si aspettavano di disporre in Europa con un profitto che essi stimavano sufficiente … Attraverso diverse forme di oppressione [gli olandesi] hanno ridotto la popolazione di varie isole delle Molucche quasi al numero che era sufficiente a rifornire di provviste fresche e di altre necessità del vivere le loro stesse … guarnigioni” (pag. 68). Ancora, sui saccheggi delle società mercantili (come le Compagnie delle Indie Orientali inglesi o olandesi): “Dappertutto, il governo esclusivo di una società di mercanti è, forse, il peggiore dei governi per ogni paese” (pag. 69). Per non dire dei suoi giudizi sulle Crociate nella Terra Santa, che “diedero uno straordinario incoraggiamento ai trasporti marittimi di Venezia, Genova e Pisa nel trasportare in quei posti [gli eserciti] e nel fornirli delle provviste”. Quelle repubbliche “furono, se così si può dire, i commissari di quegli eserciti; e la più distruttiva orgia che mai capitò alle nazioni europee fu una fonte di opulenza per quelle repubbliche” (pag. 69).

[È  peraltro sorprendente come Smith – per effetto di un giudizio sgombro dalle ideologie del primato della Rivoluzione Industriale occidentale – avesse intuito le differenze di un’altra strada, quella della cosiddetta “rivoluzione industriosa” della Cina, che uno studioso come Kenneth Pomeranz avrebbe spiegato due secoli e mezzo dopo.  Per inciso, nell’agosto del 2021 publicammo su FataTurchina una recensione di Milanovic del libro dell’economista italiano Giovanni Arrighi “Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo”, con la quale egli riconosceva ad Arrighi il merito di avere compreso tra i primi questi tratti di ‘mondialismo’ nel pensiero di Smith.]

Un altro esempio, che a me è parso illuminante, di questa capacità di  leggere le teorie economiche nel contesto dei processi storici reali è quello che si trova nel capitolo su Kuznets, un economista statunitense Premio Nobel nel 1971. La definizione più sintetica della teoria di Kuznets potrebbe essere che: “Quando il reddito cresce, l’ineguaglianza agli inizi sale e poi declina”; quindi in un certo senso egli parrebbe poco incline a studiare l’ineguaglianza come un tema autonomo, in sostanza attribuendola per intero agli effetti della crescita.

Sennonché, in alcune paginette (pagg. 194/199), Milanovic ci racconta il contesto, ovvero il fenomeno forse più straordinario che era occorso agli Stati Uniti nel corso e in seguito alla Seconda Guerra Mondiale. Durante la Grande Depressione, nel 1933, l’ineguaglianza negli Stati Uniti aveva superato il ‘coefficiente Gini’ di 50, ed era poi precipitata al livello di 34 nel 1957. Dice Milanovic: “Tali enormi declini sono estremamente rari e non si incontrano mai a meno di rivoluzioni. Ma le rivoluzioni tendono a produrre diminuzioni nei redditi reali, mentre in questo caso il reddito procapite reale statunitense divenne più del doppio, da circa 8000 dollari nel 1933 a 17.500 dollari nel 1957” (pag. 194). Dalla metà degli anni ‘930 alla metà degli anni ‘950 gli Stati Uniti avevano grandemente ridotto le ineguaglianze: la equiparazione dei redditi era avvenuta attraverso una potente crescita della istruzione pubblica sino ai livelli universitari, c’era stata una forte crescita dell’occupazione, ma c’era anche stata una politica fiscale  molto severa sui redditi più elevati, sino ad una aliquota fiscale marginale che superava il 90 per cento sui massimi percettori di reddito. Nel frattempo, gli Stati Uniti, naturalmente anche in conseguenza degli effetti molto meno disastrosi sul loro territorio e sulla loro popolazione delle due guerre mondiali, “con solo il 6 per cento della popolazione mondiale, realizzavano più di un terzo della produzione del mondo” (pag. 193). Dice Milanovic, se si facesse una storia delle idee  sull’ineguaglianza comparando il pessimismo di Marx o di Pareto e l’ottimismo di Kuznets fuori dai loro contesti, non si verrebbe a capo di molto.

 

Ma, come si è detto,  ‘narrazione’ significa anche capacità di estrarre dalle biografie dei pensatori elementi utili a raccontare le loro teorie. Il che può apparire di importanza minore, ma Milanovic mostra sarebbe un errore. Sotto quest’ultimo aspetto, varie pagine del suo libro sono preziose.

Tra di esse, ancora quelle relative ad Adam Smith ed al complesso rapporto – nella sua personalità intellettuale – tra le sue due opere principali: La Teoria dei sentimenti morali e La ricchezza delle Nazioni (pagg. 62/66). Sono, spiega Milanovic, due libri “molto diversi, che coprono tematiche differenti e con pubblici diversi nella mente”; il primo è il libro di un filosofo morale, che pare quasi rivolgersi alla sua famiglia, ai suoi parenti ed amici, e che pone soprattutto enfasi sulla nostra capacità di comprendere gli altri, ed accetta e approva semplicemente come naturale un ordine sociale segnato dall’esistenza di grandi differenze di reddito, in quanto “Quando la Provvidenza divise la Terra tra pochi nobili padroni, non dimenticò  né abbandonò coloro che sembravano essere stati esclusi dalla partizione” (citazione da Smith, da La Teoria dei sentimenti morali, 1759). Il secondo lavoro, come abbiamo già visto nelle citazioni precedenti, non esprime invece alcuna acquiescenza verso le gerarchie, critica apertamente i ricchi per il modo in cui hanno acquisito la loro ricchezza e per come la usano per arricchirsi ulteriormente e divenire più potenti.

Pochi tratti, che illuminano l’idea di un grande intellettuale nella metà del diciottesimo secolo – temporalmente, si badi, quasi a mezza strada tra l’ultima crociata e la contemporaneità – sul senso del suo ruolo, del suo parlare ‘avendo in mente’ pubblici diversi, in una società precedente ai conflitti di classe moderni. Ovvero, una informazione che appartiene intimamente al suo carattere, al modo in cui ‘personalmente’ interpretava il contesto culturale e della ‘comunicazione’ del suo tempo.

Un altro esempio riguarda David Ricardo. “Quando Ricardo morì nel 1823, i suoi asset ammontavano a 615.000 sterline, una somma che … equivaleva ai salari annuali di qualcosa come 14.000 lavoratori qualificati” (pag. 85). La sua ricchezza lo collocava decisamente nell’1 per cento della popolazione più ricca, al punto che Ricardo può ben essere stato l’economista più ricco di tutti i tempi. Ci si può chiedere come può essere avvenuto che l’economista “più capitalista” di sempre, sia stato apprezzato da tutti i versanti, per dir così da destra e da sinistra. Per quanto egli si fosse opposto alle “Leggi sui poveri” ed al diritto di voto universale, venne ammirato dai progressisti contemporanei, il suo lavoro costituì la base per i socialisti ricardiani e venne fortemente apprezzato da Marx, che lo considerò come una conseguenza della sua attitudine  ‘scientifica’, assai più che come un segno della sua collocazione di classe. Scherza Milanovic: una sorta di Juan Peron dell’economia”. Questo può ben essere considerato un esempio di come la ‘narrazione’ sia possibile solo con un forte aderenza ai ‘dati empirici’ ed alle esperienze personali, che il capitolo su Ricardo contiene in abbondanza.

Negli anni tra il 1759 ed il 1801, la società inglese conobbe una forte crescita della ineguaglianza (che nel 1801 raggiunse i 52 punti Gini, pari agli attuali livelli di ineguaglianza di alcuni paesi dell’America Latina e 20 punti superiore al livello attuale del Regno Unito); ma l’aristocrazia terriera – che era nel 1801 l’1,3 per cento della popolazione – conobbe in mezzo secolo una aumento percentuale del reddito del solo 67 per cento, identico al contemporaneo aumento dei redditi dei lavoratori – mentre i capitalisti conobbero un aumento del 261 per cento, ed i contadini del 126 per cento. Ovvero, la posta in gioco nell’economia era il conflitto di classe tra profitti del capitale e rendite dell’aristocrazia: era lì che si decideva se il surplus sarebbe stato risparmiato e destinato alla forte crescita degli investimenti che trasformò il ruolo mondiale del capitalismo britannico, oppure l’avrebbe inevitabilmente ancorato ad un sistema stazionario. In quella partita Ricardo poteva immaginare i salari dei lavoratori, che pure erano il 61 per cento della popolazione, non sarebbero stati affatto decisivi, al punto di poter continuare ad essere definiti nel solo riferimento alle minime necessità alimentari del vivere e del riprodursi.

Un esempio della profondità che nel pensiero è giocata dalle esperienze reali e personali, e di quanto sia importante che i pensieri di un economista, che ci viene fatto di leggere attraverso lo ‘zoom’ velocissimo delle teorie, si collochino nella sequenza reale delle società. E nel caso di Ricardo quella storia era coeva alla battaglia di Waterloo ed alla uscita di scena di Napoleone; anni e vicende, peraltro, che a Ricardo fruttarono enormi ricchezze, attraverso le sue speculazioni sul valore dei titoli del debito pubblico britannico.

Dunque, la narrazione e una straordinaria fonte di empirics sono ciò che consente a Milanovic di raccontare assieme grandi teorie e la storia medesima delle ineguaglianze.

Ma, ovviamente, le teorie debbono anche essere considerate nella loro autonomia.  

 

Dentro la teoria: il caso di Karl Marx

Come scrive Milanovic: “La teoria è quella che dà alla narrazione una più forte impalcatura logica. Se vogliamo raccontare una storia persuasiva della lotta di classe, abbiamo bisogno di sviluppare teorie sulle strutture relative al potere ed ai conflitti sulle quote di reddito tra le classi. Una teoria sui fattori principali che danno forma alla distribuzione del reddito può essere espressa con la matematica o con le semplici parole. Può essere una teoria economica, politica, sociologica, o di altro genere. Ma senza una parte teorica, la sola narrazione è troppo vaga” (pag. 11). Sennonché per fare questo, la ricerca di Milanovic si deve imporre alcuni fondamentali ‘sacrifici’, o meglio, si deve imporre una logica severa. “Ciascun capitolo qua si concentra su un pensatore i cui scritti (spesso voluminosi) coprono molti soggetti, ma in questo caso l’obbiettivo è soltanto estrarre i loro punti di vista sulla distribuzione del reddito e considerare quali concrete risposte essi forniscono alle domande essenziali dell’ineguaglianza” (pag. 2).

Sono dunque esclusi dal suo lavoro gli autori che non si sono occupati se non incidentalmente alla distribuzione del reddito – e forse il caso più clamoroso nella modernità è quello di Keynes – ed è esclusa tutta la parte del pensiero di quelli prescelti che ha riguardato altre tematiche rispetto alla distribuzione del reddito, a prescindere dal fatto che questi ultimi la considerassero o meno la parte più rilevante del loro lavoro.

Esaminiamo, dunque, gli esempi dei due pensatori che impegnano più nel dettaglio Milanovic, Karl Marx e Vilfredo Pareto, a partire dal primo.

Il capitolo di analisi del pensiero di Marx è il più lungo e il più impegnativo del libro (da pag. 106 a pag. 162), e questo certamente indica quanto Marx, per Milanovic, sia un economista cruciale nei due secoli, quello che ha operato come una sorta di “pivot” del pensiero sociale ed economico moderno, per quanto dopo il fallimento dei sistemi socialisti dell’Europa dell’Est, sia stato dato per deceduto senza il minimo scrupolo di una autopsia.

Può sembrare, allora, sorprendente che Milanovic pervenga alla conclusione che il ruolo di Marx nel ‘reindirizzare’ la teoria sociale ed economica non dipendesse fondamentalmente dal significato strategico che egli attribuiva agli scontri sulla distribuzione del reddito. Per Marx, come Milanovic ci aveva spiegato col suo intervento tradotto su FataTurchina dello scorso 16 ottobre (“La visione dell’ineguaglianza di Marx”), “La riduzione dell’ineguaglianza che poteva essere ottenuta con le lotte sindacali non poteva essere di per sé l’obbiettivo finale. Essa è solo uno scopo intermedio, sulla strada della società senza classi”. Adesso, il capitolo del libro che stiamo esaminando ce lo spiega meglio, ma anche qua dobbiamo prendere le mosse da alcuni elementi di “narrazione”.

Come mostra le Figura 4.1 a pagina 111, la quota di ricchezza posseduta in Inghilterra dall’1 per cento degli inglesi più ricchi – che era il 40 per cento all’epoca di Smith – era salita al 90 per cento negli ultimi decenni prima del 1900, per poi calare a picco regolarmente sino agli anni ‘960 e collocarsi al 20 per cento nell’anno 2000. La concentrazione della ricchezza al momento in cui Marx scriveva Il Capitale (pubblicato nel 1867) “Era in precedenza qualcosa di sconosciuto, e certamente fu sconosciuta in seguito” (pag. 110).  Nel 1867, facendo pari ad 1 il reddito dei lavoratori, il reddito dei capitalisti  era quindici volte e quello dei proprietari terrieri aristocratici era ventun volte superiore.

Al tempo stesso, nella seconda metà dell’Ottocento, “ci fu una significativa espansione della legislazione sociale britannica e del diritto di voto”. Nel 1867 la giornata lavorativa venne portata a 12 ore (era già tale dal 1833 nel settore tessile) e nel 1884 il diritto di voto venne esteso al 60 per cento dei maschi adulti; nel 1875 vennero permessi gli scioperi e nel 1980 venne messo al bando il lavoro dei bambini. Nel frattempo, la quota di reddito dei capitalisti era salita, dal venti per cento del reddito nazionale degli ultimi anni del Settecento, al 50 per cento di un secolo dopo, come conseguenza della modifica dei rapporti di potere tra capitalismo e aristocrazia.

Marx scriveva  dunque in un’epoca già assai diversa da quella di Ricardo, nella quale restavano evidenti  sia una condizione  generale di ‘immiserimento’ dei lavoratori, che vari segni di una non impossibile correzione e di crescita dei salari, almeno di quelli nominali. In particolare, spiega Milanvic,  “è abbastanza frequente trovare in Marx riferimenti a differenziali nei salari tra diverse categorie di lavoratori e tra diversi paesi”. Ad esempio (Tabella 4.5., pag 134) i salari annuali in talleri erano al livello 150 nel Regno Unito, 80 in Francia, 60 in Prussia e in Austria e 30 in Russia.

Marx dunque non poteva aderire alla cosiddetta “legge ferrea dei salari” di Ferdinand Lassalle – che stabiliva che sotto il capitalismo i salari non possono in modo duraturo eccedere il livello della sussistenza (che, come si è visto era anche il dogma di Ricardo, ma non di Smith). Quindi, si occupava con attenzione delle lotte sindacali, in particolare a quelle che avevano per oggetto l’orario di lavoro, il diritto di organizzazione e di sciopero o lo sfruttamento del lavoro minorile, ma riteneva che la posta in gioco fosse il potere delle classi. “I salari reali possono rimanere gli stessi, possono anche crescere, ciononostante i salari relativi [la quota del lavoro] possono ridursi … Il potere della classe capitalistica sulla classe lavoratrice è cresciuto, la posizione sociale del lavoratore è diventata peggiore”. Se “il capitale cresce rapidamente, i salari possono salire, ma il profitto del capitale cresce in modo sproporzionatamente più veloce. La posizione materiale del lavoratore è migliorata, ma a costo della sua posizione sociale. Il divario sociale che lo separa dal capitalista si è allargato” (pag. 136).  

Ciononostante, in alcune opere di Marx si trovano anche passaggi che fanno pensare ad una sua adesione all’idea di un immiserimento progressivo della classe operaia. Come si può intuire, è nell’equilibrio tra queste due interpretazioni che, in ultima analisi, si gioca l’intera partita tra la sua identificazione con una strategia della rottura rivoluzionaria, o la sua apertura ad una strategia maggiormente evolutiva: i due poli che decisero (assieme alla Prima Guerra Mondiale) la scissione tra i suoi seguaci. Ed è a questo punto che Milanovic colloca alcune pagine di vera e propria analisi della teoria economica (che mi guardo bene dal copiare, essendo spesso espressi, peraltro comprensibilmente, in linguaggio matematico).

Entrano in ballo alcune complicate questioni di fondo della sua teoria, che possono far propendere per la tesi di un Marx unicamente interessato alla ‘rottura’ rivoluzionaria o a quella di un Marx più attento ad una possibilità ‘evolutiva’. Quei temi possono forse dirci qualcosa di più definitivo sulle previsioni di Marx sulla futura distribuzione dei redditi?  Milanovic esamina tra essi i temi  principali, che possono forse essere così sintetizzati:

1, “la componente storica e morale della forza-lavoro”, ovvero il fatto che “il valore effettivo della forza-lavoro diverge dal suo minimo fisico; è diverso secondo il clima ed il livello dello sviluppo sociale; dipende non solo dai bisogni fisici ma anche dai bisogni sociali socialmente sviluppati” (III volume del Capitale, pag. 135). Ovvero, Marx non era certo inconsapevole che i salari dipendono anche da come sono storicamente percepiti i bisogni.

2, il fatto che l’incremento dei salari reali non comporti necessariamente un incremento della quota di reddito del lavoro rispetto al capitale. Può accadere che, “mentre i salari reali sono più alti nelle economie capitalistiche avanzate, la quota del lavoro (‘ il salario relativo’) sia più bassa” (la citazione sopra di pagina 136), ovvero che il ‘tasso di sfruttamento’ – il rapporto tra profitti e salari – salga. E Milanovic osserva che è in fondo quello che avviene oggi;

3, il fatto – il più controverso – che una quota crescente del capitale nel reddito possa comportare non un incremento del tasso di profitto, ma un suo declino. “Questo perché la quantità del capitale potrebbe crescere più velocemente del reddito dal capitale”, ovvero perché il rapporto tra ‘capitale costante’ e ‘capitale variabile’ – macchinari e lavoro umano – potrebbe modificarsi a vantaggio del primo più velocemente del profitto estratto dal secondo. Si tratta della famosa “legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto”, che Marx, scrive Milanovic, in fondo discute in modo frammentario in alcune decine di pagine del III volume del Capitale. Un concetto che ci è pervenuto come un segno distintivo del radicalismo di Marx, ma come commenta più oltre Milanovic: “Il punto di vista che un’economia capitalistica possa alla fine diventare stazionaria è stato, in un modo o nell’altro, sostenuto da molti altri economisti … La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, nella formulazione di Marx, ha fatto scorrere tanto inchiostro non perché fosse diversa da quello che scrissero altri economisti classici o neoclassici, ma per le sue implicazioni: essa suona come una campana a morto per il capitalismo”;

4, infine, il fatto che la legge della caduta tendenziale  possa significare che “se il tasso di profitto decresce (e tutto il resto resta lo stesso) i capitalisti saranno meno ricchi e l’ineguaglianza dei redditi probabilmente si ridurrà. Se aggiungiamo che l’argomento di Marx che i più bassi salari (di sussistenza) includono una dimensione morale e storica, possiamo senza difficoltà sostenere che Marx deve aver implicitamente ritenuto che l’ineguaglianza dei redditi tra le due classi principali si sarebbe attenuata nel capitalismo avanzato” (pag. 145).

Sennonché Marx considera anche la possibilità che questa tendenza possa essere contraddetta da altri fattori. Sono fattori molteplici, non tutti i quali vengono considerati da Milanovic adeguatamente fondati. Ma è sorprendente apprendere, tra di essi, che Marx aveva considerato gli stessi effetti delle crisi economiche, in un modo simile al concetto delle “distruzioni creative” di Schumpeter. E sembra fondamentale, che egli avesse considerato il possibile fattore di una espansione del commercio estero (un tema in seguito riproposto soprattutto da Rosa Luxemburg). “Invadere” altre modalità di produzione precapitalistiche, scrive Milanovic, può ben essere rilevante, se entra in scena una sorta di “esercito di riserva globale”; ma non può probabilmente durare a lungo. Sennonché, all’invasione di aree geografiche in precedenza non capitalistiche, si può aggiungere l’invasione di ‘aree interne’ in precedenza non soggette al modo di produzione capitalistico, come l’area dei dati forniti dalla rivoluzione informatica (il tema del ‘tecno-feudalesimo’ che di recente è al centro delle riflessioni di Yanis Varoufakis), oppure degli affitti brevi delle abitazioni (sembra strano, ma a mio avviso giustamente Milanovic lo ha segnalato con interesse in varie occasioni).

Insomma, andando dietro alle tracce del defunto pensatore e combattente di Treviri, ci ritroviamo praticamente precipitati nel presente! Seppure quelle tracce non ci danno una risposta univoca alla domanda dalla quale eravamo partiti.

In effetti, se proviamo a respirare dopo il picco ripido di quelle complicate informazioni e a riprendere un filo di pensieri meno difficili, ci ritroviamo al punto nel quale si collocava l’interrogativo maggiore:  come interpretare il minore interesse di Marx per una ‘riforma’ della distribuzione del reddito?  Come interpretare la sua netta propensione a considerare necessaria e prevalente una rottura nei rapporti di potere tra le classi?

Milanovic ci fornisce (a pag. 156) una tabella che vuole essere una equa riflessione finale su “Quattro possibili evoluzioni della distribuzione del reddito in Marx” (tabella 4.7, pag. 156), che indica anche le aree geografiche che al giorno d’oggi possono essere considerate le parti del mondo corrispondenti ai quattro scenari.

Lo scenario ottimistico, è quello di un incremento secolari dei salari reali e di un declino secolare del tasso di profitto; l’area attualmente corrispondente potrebbe essere l’Europa Occidentale.

Lo scenario di una società polarizzata è dato dall’incremento secolare dei salari reali e da un incremento della concentrazione del capitale; l’area attualmente corrispondente sarebbero gli Stati Uniti.

Lo scenario di una società in regressione è quello di un immiserimento del lavoro e di un declino secolare del tasso di profitto; l’equivalente attuale sarebbero alcune società latino americane.

Lo scenario di un collasso sarebbe l’immiserimento del lavoro e la crescente concentrazione del capitale; l’area attualmente corrispondente sarebbe il Sudafrica.

 

In conclusione, egli considera la visione di Marx sulla evoluzione dell’ineguaglianza, “più brillante”, così scrive, di quello che di solito si suppone. In effetti, quello che colpisce, nella ricostruzione del pensiero di Marx, è che siamo partiti dal possibile dubbio su una sua esagerata radicalità nel sottostimare il valore delle lotte sindacali per una migliore distribuzione del reddito, per poi dover constatare la sua notevole modernità nel non volersi distrarre dall’obbiettivo finale di una trasformazione dei rapporti e nelle strutture  di potere tra le classi. Il Marx che si poteva dubitare troppo figlio dell’Ottocento, ci offre dunque spunti per il ventunesimo secolo?

Chiediamoci: non assistiamo oggi – in particolare da alcuni decenni – ad incredibili modifiche dei fenomeni socioeconomici rispetto ai quali gli economisti paiono non riuscire a tenere il passo? Cos’altro rappresentano il dilagare delle quote di ricchezza e di reddito tra l’1 o il 10 per cento dei più ricchi; la concentrazione dei capitali e il potere di mercato di poche società monopolistiche; la facilità con la quale esse possono evadere le regole su scala internazionale nei cosiddetti ‘paradisi fiscali’, di contro quasi alla conventio ad excludendum del tema di una diversa giustizia fiscale; per non dire da ultimo la facilità con la quale i leader dei paesi del capitalismo mondiale, pressati da inquietanti  cambiamenti nei rapporti economici tra le nazioni, possono pensare di decretare la fine del coesistere e il nuovo inizio di un’altra economia globale dei blocchi contrapposti? Tutto questo, cosa altro rappresenta se non il clamoroso riapparire della necessità di una modifica sostanziale dei rapporti e delle strutture di potere tra le classi?  Sembra che sia avvenuto che, partiti dall’impressione di un difetto di esagerato pessimismo in Marx nei processi di contrattazione di una migliore distribuzione del reddito, una volta che collochiamo il suo mondo ed il nostro in una ‘narrazione’ corretta, alla fine si scopra una versione sorprendente della sua modernità, anche se siamo lontani dall’immaginare le forme, in particolare politiche, nelle quali questo potrà avvenire.

Nel febbraio del 2022, Milanovic diceva (molto meglio) una cosa simile nel suo articolo (tradotto su FataTurchina) sulla “Inattesa immortalità di Karl Marx”, con queste parole: “L’influenza di Marx come pensatore, che attrae il nostro intelletto, è inestricabilmente connessa col capitalismo. Finché esiste il capitalismo, Marx sarà letto come il suo più acuto analista. Egli identificò due cruciali e storicamente originali caratteristiche del capitalismo: l’insaziabile bisogno di profitto (“Accumulate, accumulate, dicono Mosè e tutti i profeti”) e il bisogno di una espansione perpetua verso nuovi territori o aree di produzione che deriva esso stesso dal bisogno di profitto. Se il capitalismo cessasse di esistere, tuttavia, Marx sarebbe letto come il suo critico più profetico. Dunque sia che crediamo che il capitalismo resti o no con noi per altri 200 anni, si può star certi che Marx ci farà compagnia”.

 

Il caso di Vilfredo Pareto: esorcismi e argomenti contro il socialismo

Ma adesso passiamo ad una lettura completamente diversa, le pagine su Vilfredo Pareto, questa volta entrando subito in medias res, ovvero nella sua teoria che venne definita della “costante paretiana”.

Ci informa Milanovic che, come Marx utilizzava i dati fiscali inglesi della seconda metà del diciannovesimo secolo, Pareto utilizzava dati simili relativi agli Stati tedeschi, ai cantoni Svizzeri, altre volte all’Inghilterra, a città italiane etc. Da questi complessi di dati provenne quella che sarebbe diventata la “Legge di Pareto”, ovvero la scoperta che “qualora il numero dei percettori di reddito fosse distribuito secondo una schema regolare, il numero dei percettori che avevano almeno una certa soglia di reddito decresceva in regolare proporzione all’innalzamento di quella soglia. In altre parole, se ci fossero stati p percettori con redditi superiori a y, poi con una nuova soglia di redditi più alti pari a y più il 10 per cento, il numero dei percettori sarebbe calato di una certa percentuale fissa  – ad esempio, del 15 per cento)  (pag. 174). Quella percentuale rimaneva immutata se gradualmente si elevava sempre di più la soglia, e il fenomeno non variava di molto tra i vari paesi e le varie città.

Nella Tabella proposta da Pareto, e riportata a pagina 176, si mostra come, dati due assi logaritmici, quello verticale della popolazione e quello orizzontale dei redditi , a partire da un reddito minimo definito, i più alti percettori di reddito calavano secondo una uguale inclinazione, sia che si trattasse del caso dell’Inghilterra nel 1879-80, sia che si trattasse di città italiane. Data la diversa condizione di ricchezza tra i due paesi, variavano sia il dato di partenza (la popolazione superiore alla soglia) che quello di arrivo (i redditi dei percettori più ricchi), ma l’inclinazione era identica.

Il che è come dire che la quota di coloro che avevano un reddito elevato – le elites – sarebbe stata identica in entrambi i casi. Ovvero, per estensione, che la consistenza delle elites non sarebbe variata nelle economie socialiste e nelle economie capitalistiche. Al massimo sarebbero variate le caratteristiche di comportamento, alcune elites – diceva Pareto prendendo a prestito il linguaggio di Machiavelli – avrebbero avuto un comportamento da “leoni”, altre da “volpi”. E, come Pareto scriveva nel 1896, “Ci troviamo in questo caso in presenza di una legge naturale” (pag. 175).

Come si intuisce facilmente, la presunta scoperta di Pareto aveva potenzialmente un significato dirompente nello scontro che sulla fine dell’Ottocento era già al centro della storia sociale e politica e del conflitto ideologico in Europa, tra conservatorismo liberale (successivamente il fascismo) e socialismo, o anche anarchismo, rivoluzionari. Esso in sostanza produceva l’effetto di spostare completamente la lettura dei processi sociali, dalle classi agli individui. Inoltre: “La tendenza dei redditi ad essere distribuiti in un modo particolare potrebbe largamente dipendere dalla natura umana”. Nel qual caso i tentativi socialisti di trasformare la società e di eliminare le ineguaglianze erano destinati al fallimento, essi erano “sogni empiricamente privi di fondamento”.

Tra capitalismo e socialismo sarebbero, al massimo, cambiate solo le elites al governo; questa era la sostanza della teoria paretiana della “circolazione delle elites”. Commenta Milanovic: “L’unica cosa che era possibile era che le nuove elites burocratiche avrebbero sostituito le fiacche e decadenti elites borghesi”. E Pareto, peraltro, non negava che questo fosse possibile, perché considerava che: “Se i ‘borghesi’ fossero animati dallo stesso spirito di abnegazione e di sacrificio per la loro classe quanto lo sono i socialisti per la loro, il socialismo sarebbe ben lungi dal rappresentare la minaccia che attualmente rappresenta”. Neanche negava che “la lotta di classe, sulla quale Marx ha specificamente attratto l’attenzione, [sia] un fattore reale …Ma la lotta non è confinata a due classi: il proletariato ed i capitalisti; essa interviene tra un numero infinito di gruppi con diversi interessi, e soprattutto tra le elites che si contendono il potere”. Comunque, la sostanza era che i propositi di eliminazione delle ineguaglianze non avevano alcun fondamento, né lo avevano mai avuto, neanche nel Perù prima della ‘conquista’ o nell’Impero Romano.

A questo punto, Milanovic procede ad una analisi puntuale della Legge di Pareto, ovvero si chiede se, alla luce della padronanza odierna che abbiamo dei dati sull’ineguaglianza, quella fosse effettivamente una “legge” o non la fosse affatto.

La conclusione è che la ‘scoperta’ faceva un po’ acqua da tutte le parti; e i ‘difetti’ che Milanovic ci mostra sono, in effetti, abbastanza sconcertanti. Si va dal fatto che l’estensione della variazione del suo coefficiente – nella maggioranza dei casi da 1,5 a 2 – applicata ai casi oggi noti, sarebbe equivalente alla differenza, nella quota di redditi ricevuti dal decile dei più ricchi, tra il caso di un paese come ineguaglianza estremamente alta (la Namibia) e quello di un paese di ineguaglianza moderata (la Turchia). Dunque, una differenza rilevante e non piccola, come sembrava a Pareto. Ma soprattutto al fatto “oggi molto ben noto che la ‘costante’ si applica soltanto ai livelli massimi di distribuzione del reddito, ed anche in quei casi non è una costante ma una variabile” (pag.181), circostanza peraltro che era nota a Pareto. Ma questo comporta che, se oggi si volesse tracciare una curva della distribuzione dell’intera distribuzione del reddito otterremmo un risultato molto diverso dalla curva che Pareto aveva riservato al 10 per cento dei più ricchi, cioè agli unici dati che egli possedeva di persone soggette ad una tassazione sui redditi (e che erano stati considerati nella Tabella da lui desunta in precedenza). E la curva che otterremmo non sarebbe esprimibile ovviamente con una linea retta. Oppure, se oggi si volesse tracciare tale curva per paesi diversi (Germania, Stati Uniti e Spagna, tabella 5.4 a pag. 183), sia pure relativa soltanto agli ultimi venti percentili della distribuzione del reddito, troveremmo tre curve abbastanza diverse, indicative di tre contesti sociali diversi.

A tutto questo, si deve poi aggiungere il singolare metodo con il quale Pareto, per dire così, ‘metteva le mani avanti’ con caveat – riserve, incertezze, quasi ammissioni – con le quali contornava le sue ‘scoperte’, pur presentandole al tempo stesso come del tutto indubbie. Milanovic cita alcuni casi effettivamente sorprendenti, nei quali nei suoi stessi scritti, o più prudentemente in corrispondenza privata, egli delimitava grandemente le sue certezze, o ammetteva come plausibili opzioni anche molto diverse.

Si direbbe quasi un naufragio. Che però non porta Milanovic a rigettare per intero il potenziale di intuizioni dell’economista italo-svizzero, ed anche questo è assai interessante.

Milanovic ‘salva’ aspetti non secondari delle intuizioni di Pareto, ne sottolinea anzi implicazioni piuttosto ampie e sorprendenti. “Pareto  definì la prima ‘Legge di potenza’ che viene usata in molte occasioni e non soltanto per la distribuzione del reddito e della ricchezza ma anche per le distribuzioni delle città sulla base della popolazione, per le dimensioni delle inondazioni, per il numero di pubblicazioni di un autore e persino per il numero di followers su Twitter” (pag. 185).

Inoltre, considerato che possiamo ammettere che la ‘costante’ di Pareto resti abbastanza valida per quote ristrette dei massimi percettori di reddito – il 5% o l’1% dei più ricchi – essa talora è servita a stimare la dimensione di fenomeni di ricchezza nascosta, che non si rinviene nei dati difettosi, o nei sondaggi ai quali i più ricchi non partecipano volentieri. Un esempio curioso: nella Cina odierna, gli specialisti hanno scoperto che la dimensione del fenomeno della corruzione può essere non facilmente individuata solo col ricorso ai dati sulle condanne, giacché il fenomeno della appropriazioni indebite deve essere più ampio, intuibile solo col ricorso ad una sorta di costante paretiana.

Ma senza dubbio l’argomento di più duratura efficacia delle intuizioni paretiane è, per lo stesso Milanovic, il fatto che, essendosi egli mosso per primo pienamente sul terreno delle ineguaglianze interpersonali di reddito, egli sia anche stato “il primo a considerare criticamente cosa possa rappresentare l’ineguaglianza del reddito sotto il socialismo” (pag. 187).  Tema che interessa molto Milanovic, come mostrato dal suo articolo del 23 settembre tradotto su FataTurchinaLa borghesia rossa”, nonché da altri suoi interventi e libri in occasione del tracollo delle società comuniste.

Il punto è che che questi esiti – un naufragio e un parziale ‘salvataggio’ – hanno non poco a che fare con la narrazione di Milanovic della personalità di Pareto, che sinora abbiamo del tutto trascurato.

Egli nacque nel 1848, nell’anno delle rivoluzioni europee, quando il trentatreenne Alexis de Toqueville divenne Ministro degli Affari Esteri della Francia e Marx, allora editore e scrittore sulla Gazzetta Renana, veniva riespulso dalla Francia. Scrive Milanovic: “Come molti altri intellettuali prima e dopo di lui, seguì un percorso che andò dalla attrazione per le idee liberali della democrazia e del libero mercato al rigetto di esse e all’adozione, al loro posto, di un rigido realismo che confinava con la misantropia, la misoginia e la xenofobia. Il suo impassibile punto di vista di un  mondo governato soprattutto dalla forza portò il suo pensiero vicino alla celebrazione fascista della violenza” (pag. 163). Nonostante che la pretesa del partito fascista, che mirava ad includere Pareto tra i propri seguaci, fosse in buona misura una invenzione – Mussolini lo nominò senatore del Regno d’Italia, ma si ignora se la carica sia stata gradita – “alcune parti del punto di vista di Pareto sul mondo erano connesse più che tangenzialmente con l’ideologia fascista. Ma non era un razzista. Non credeva che alcuna razza o civiltà fosse superiore ad un’altra” (pag. 164).

Ebbe alcune esperienze personali deprimenti: forse la sua stessa carriera di progettatore di ferrovie e di manager in una ferriera, assieme al tentativo fallito di ottenere un incarico pubblico nel 1882, produssero in lui l’effetto di una sproporzione con le sue potenzialità intellettuali, sino al tardivo riconoscimento ottenuto quarantenne (Milanovic aggiunge anche l’informazione  di una infelice esperienza personale, quando venne lasciato dalla moglie, Alessandrina Bakunina che gli preferì il cuoco della casata. Per ulteriore disgrazia, si consideri che l’Alessandrina era una lontana parente dell’anarchico Bakunin). E il sociologo Raymond Aron ha ricordato quanto fosse sempre difficile cercar di insegnare Pareto ai suoi studenti: “una delle tesi importanti di Pareto era che ogni cosa che viene insegnata è falsa, dal momento che conscere la verità è dannoso per una società”. Secondo Milanovic, si dovrebbe concludere che egli era fondamentalmente un ‘nichilista’.

Ma il nichilista assurse al ruolo di scopritore di presunte leggi che dimostravano l’impossibilità dei propositi del socialismo. Egli forse intuiva, meglio dei suoi esaltatori, alcune fragilità delle sue scoperte. Ma, per alcuni aspetti, mise al centro della sua riflessione qualcosa che – se non spiegava affatto i fenomeni della diseguaglianza – almeno anticipava alcune ragioni del possibile collasso, quasi un secolo dopo, di quei propositi del socialismo. Se Marx ebbe il ruolo del pivot nel reindirizzare il pensiero sociale in termini che ancora oggi appaiono attraenti, Pareto ebbe il ruolo opposto, nel cercare in ogni modo di cancellare quelle suggestioni.

Forse, in un certo senso, egli si produsse in una sorta di esorcismo, ma avanzò un argomento reale che sarebbe rimasto duraturo.

 

 Il nuovo paradigma della modernità statunitense (Kuznets)  

Abbiamo già segnalato i contesti illustrati da Milanovic per Kuznets, che è l’ultimo grande pensatore che viene prescelto sotto il titolo della “Ineguaglianza durante la modernizzazione”. Kuznets appartiene ad un periodo che è interamente percorso dalla Guerra Fredda, studiò sui dati dell’ineguaglianza negli anni ‘950 e ‘960 e ricevette il riconoscimento del Premio Nobel nel 1971, prima della fine della guerra del Viatnam il 30 aprile del 1975. Ma Milanovic lo presenta come un caso a parte, rispetto al successivo capitolo sugli anni della Guerra Fredda. A prescindere da una non completa corrispondenza temporale, le ragioni della ‘eccezione’ su Kuznets sono altre.

L’ipotesi centrale di Kuznets venne (‘timidamente’, dice Milanovic) enunciata nel 1955: “Si potrebbe ipotizzare … una lunga oscillazione nella ineguaglianza che caratterizza la struttura del reddito secolare: un allargamento nelle prime fasi della crescita economica, quando la transizione dalla civiltà preindustriale a quella industriale era più rapida, che si stabilizza per un certo periodo per poi restringersi nelle fasi successive”. In uno studio successivo, egli ripeté lo schema con una spiegazione aggiuntiva: “è anche più plausibile sostenere che il recente restringimento nell’ineguaglianza di reddito nei paesi sviluppati sia dovuta ad una combinazione del restringimento delle ineguaglianze intersettoriali del prodotto per lavoratore [tra l’agricoltura e il settore manifatturiero], del declino della quota dei redditi dalla proprietà sui redditi totali delle famiglie, e dei mutamenti istituzionali che riflettono decisioni attinenti ala sicurezza sociale ed alla piena occupazione” (pag. 196).  

Dunque, scrive Milanovic, “il meccanismo tracciato da Kuznets è semplice e cogente … Il divario rurale urbano è al suo massimo quando la società è divisa in due gruppi di uguali dimensioni … ma una volta che la maggior parte del paese è diventata urbanizzata, il contributo del divario diverrà più piccolo” (pag, 199). L’urbanizzazione connessa con la generalizzazione del sistema manifatturiero diviene un fattore fondamentale della riduzione dei fenomeni dell’ineguaglianza, ma la differenza di produttività tra il settore agricolo e quello non agricolo non è l’unica spiegazione; la società ha adesso più capitale, e la maggiore abbondanza di capitale spinge più in basso il tasso dei rendimenti del capitale e riduce i redditi relativi dei ricchi (anche qua, come in Smith e in Marx, la caduta del saggio di profitto); inoltre “la piu grande disponibilità di ricchezza sociale consente alla società di introdurre le pensioni per gli anziani, le assicurazioni per la disoccupazione e gli infortuni ed altri programmi sociali che smussano ulteriormente i fattori dell’ineguaglianza” (pag. 201).

Nelle pagine seguenti, Milanovic esamina alcune obiezioni possibili a questo schema, che peraltro sembrava reggere nella evoluzione di paesi assai diversi. Per poi, alla fine, concludere: “Il colpo di grazia alla ipotesi di Kuznets venne tuttavia da una diversa direzione. Nei primi anni ‘980, le economie avanzate negli Stati Uniti e nell’Europa Occidentale conobbero una risalita dell’ineguaglianza che durò decenni – una tendenza che non poteva essere conciliata con la formulazione originaria di Kuznets” (pag. 298).  Subito dopo, col suo solito scrupolo, Milanovic esamina alcuni fattori che potrebbero però produrre l’effetto di attenuare il suddetto ‘colpo di grazia’ e tenere in vita, anche se in forme un po’ diverse, l’intuizione di Kuznets.

Ma, per seguire nel dettaglio queste ‘oscillazioni’ della fortuna della teoria di Kuznets, l’unica soluzione è leggere per intero Milanovic. Quello che indubbiamente si può arguire è che il contributo dell’economista americano fu di natura organica, rappresentò certamente un tentativo di esporre una teoria della distribuzione del reddito e introdusse aspetti piuttosto logici delle sue necessarie basi (ad esempio, i fenomeni della urbanizzazione), e che dunque ci siano ragioni più che sufficienti per studiare Kuznets nella sequenza dei sette grandi economisti che ci vengono presentati come gli esponenti principali delle teorie della distribuzione del reddito. Inoltre, e questo è forse ancora più importante, l’economista americano rappresentò – direi in modo ‘indiretto’, ovvero depurato da propositi ideologici – un pensiero che aveva radici molto solide nella contemporanea ‘modernizzazione’ dell’economia, in particolare statunitense. L’effetto congiunto che ebbero nella società americana il periodo del New Deal e le politiche sociali successive a quella esperienza nel dopoguerra, la fortissima riduzione dell’indice delle diseguaglianze che caratterizzò quei decenni, la tassazione che oggi appare incredibilmente elevata dei redditi e delle ricchezze dei più ricchi, sono ancora oggi un fenomeno che si fatica ad intendere pienamente. Tanto più si fatica ad intenderlo, sulla base delle cronache politiche degli ultimi anni.

Dunque, Kuznets – per quanto coevo alla Guerra Fredda – viene espunto da Milanovic dal ‘clima’ della Guerra Fredda, nel quale, con il capitolo successivo, egli ci presenta quella che definisce come una “eclisse” del pensiero sulle ineguaglianze.

 

L’ “eclisse” del pensiero sull’ineguaglianza nella Guerra Fredda

Con questo nuovo capitolo, e con quello successivo dell’ “Epilogo”, il libro di Milanovic cambia un po’ forma. Alcuni autori vengono adesso presi in considerazione, ma il soggetto principale diventa la stessa disciplina economica, la pochezza della sua curiosità intellettuale e dei suoi contributi alla ricerca in materia di distribuzione dei redditi, la sua soggezione o subordinazione ai climi culturali della Guerra Fredda, alle ideologie contrapposte, alle forme immateriali o anche materiali delle costrizioni dei due opposti blocchi.

Il tema viene così proposto sin dagli inizi “In qualsiasi modo si supponga che la divisione di classe resti fissa o non sia importante, gli studi sulla distribuzione interpersonale del reddito cadono nella desuetudine … Non c’è nessuna ragione logica perché sia così; la distribuzione del reddito per fattori può essere stabile mentre intervengono cambiamenti nelle distribuzioni sia dei redditi salariali che nei redditi da proprietà … Tuttavia, mentre questo è formalmente vero, noi vedremo che l’effetto di una minimizzazione dell’importanza delle classi, o l’idea ottimistica che le classi abbiamo cessato di esistere, è stato di impedire, marginalizzare e rendere superflui gli studi sulla distribuzione del reddito” (pag. 219). Negli anni tra i ‘960 ed i ‘990,  i diversi ‘contesti’ culturali e politici divennero fondamentali nell’interrompere il flusso degli studi economici in materia di distribuzione dei redditi tra le classi.

E, in realtà, la disciplina economica subiva gli effetti di quel contesto politico, ma svolgeva anche un ruolo autonomo nel determinarli. Nei paesi socialisti  “… quel convincimento era determinato da una effettiva eliminazione della tradizionale classe capitalistica ricardiana o marxiana, che derivava il suo reddito dal possesso della proprietà. Questo comportava che tutti i redditi erano il prodotto del lavoro e, dal momento che (secondo questa opinione)  il contesto istituzionale rendeva impossibile lo sfruttamento, tali redditi dal lavoro dato che esistevano erano giustificati. In aggiunta, le differenze nei redditi erano piccole e non meritevoli di essere indagate” (pag. 220). Non molto diversa era la situazione in Occidente. Anche lì, in particolare negli Stati Uniti, fattori ‘obbiettivi’ influenzavano quali ricerche economiche fossero favorite e riducevano di molto l’importanza della distribuzione del reddito. “L’economia come disciplina vide il suo centro di gravità  spostarsi dall’Europa divisa in classi agli Stati Uniti dove le classi erano molto più fluide, e i più influenti economisti americani non consideravano la struttura di classe nello stesso modo in cui era considerata in Europa dagli economisti classici” (pag. 221).

 

La ricostruzione di Milanovic avviene secondo una complessa sequenza, nella quale vengono anzitutto esaminati alcuni fenomeni che caratterizzarono le società socialiste, altri che caratterizzarono le società capitalistiche, le loro differenze e le loro somiglianze, una serie di ‘casi particolari’, ovvero di economisti che non non potrebbero essere semplicemente inclusi nella deriva della ‘eclisse’. Sono pagine molto dense; pur raccontando un processo caratterizzato da somiglianze, esse sono attraversate da numerose caratteristiche particolari, che occorre stare attenti a non trascurare anche perché spesso ci recano informazioni importanti.

Milanovic  anzitutto – nelle pagine 223-249 – esamina le ragioni ‘obbiettive’ – ovvero attinenti alla effettive novità nella distribuzione dei redditi prodotte dal socialismo –  e ‘soggettive – ovvero politiche e attinenti alla organizzazione delle ideologie – che caratterizzarono il processo nei paesi socialisti, distinguendo questi ultimi in tre principali categorie: i sistemi di proprietà non privata del capitale, ovvero le cosiddette economie socialiste di mercato (principalmente, il caso jugoslavo); i sistemi di proprietà statale del capitale, ovvero le economie del modello sovietico; e, se non una categoria a sé, almeno una menzione particolare del caso cinese.

Cerchiamo di afferrare dal libro di Milanovic alcune caratteristiche delle ‘ragioni obbiettive’ delle esperienze dei paesi socialisti. In termini generali, Milanovic non ha dubbi ad affermare che “l’ineguaglianza sotto il socialismo fu inferiore a quella sotto il capitalismo”. La differenza si basava però più precisamente su tre fattori: “i più bassi premi al lavoro specializzato, i molto più bassi redditi derivanti dalla proprietà e sussidi ai consumi su ampie basi”. Il problema è mettere più precisamente a fuoco queste differenze.

La volontà di ridurre le differenze tra lavoro non manuale e lavoro manuale, risulta chiaramente da molte ricerche;¸in particolare una tabella a pag. 228,  mostra che il  rapporto tra i salari per il lavoro non manuale e quelli del lavoro manuale di varie società capitalistiche europee (tra esse la Germania Occidentale, la Francia e il Regno Unito) oscillava da un valore di 1,18 ad un valore di 1,70, mentre quello di altrettante società socialiste (tra le quali l’Unione Sovietica,  la Polonia e la Germania Orientale) oscillava tra il valori assai inferiore di 1,05 e di 1,13.  Dunque le minori ineguaglianze derivavano anzitutto da un ‘livellamento’ dei diversi livelli di competenza e di specializzazione. Il socialismo aveva anzitutto agito nel senso di rendere il lavoro ‘più piatto’, di premiare di meno l’istruzione (in pratica agli inizi considerata una forma di ‘capitale ereditato’ nelle passate società, capitale la cui generalizzazione,  del resto, era adesso fortemente diffusa e incentivata).

I più bassi redditi derivanti dalla proprietà, sembrano piuttosto ovviamente derivanti dalla sostanziale abolizione della proprietà privata del capitale. È probabile, scrive Milanovic, che questo fosse in conclusione abbastanza vero, ma si tratta di stabilire quanto questo fenomeno fosse contraddetto dalla organizzazione gerarchica delle società socialiste, ovvero dalla esistenza di una ‘nuova classe’ selezionata con criteri politici, una ‘borghesia rossa’ con svariati ruoli direzionali nelle istituzioni e nella società civile. E questo è molto meno possibile comprenderlo su basi affidabili, sia perché non esistevano in pratica forme di rilevamento di queste differenze, sia perché talora i vantaggi del settori privilegiati erano di forma non-monetaria (assegnazione di alloggi, vacanze premio, addirittura in particolari casi vantaggi alimentari). Questo fattore, dunque, pur essendo notissimo, restava indefinito, e soprattutto studiarlo era assolutamente scoraggiato e in sostanza impraticabile.

I sussidi ai consumi, infine, erano diffusi, probabilmente anche nel senso di costi favorevoli su vari generi di consumo e della gratuità di alcuni servizi fondamentali (sanità, istruzione, ma anche alloggi). Ma anche in questo caso, Milanovic segnala un aspetto opposto: “… i trasferimenti [in termini finanziari] erano meno redistributivi che non quelli sotto il capitalismo maturo con esborsi basati sui bisogni – ad esempio, [in Occidente] i sussidi di disoccupazione, le pensioni sociali, ‘ pagamenti di forme di assistenza” (pag. 129). Un diagramma che illumina questo aspetto è la Figura 7.1 a pagina 231, che mostra i trasferimenti finanziari relativi in alcuni paesi capitalistici (Regno Unito ed Irlanda) e in alcuni paesi socialisti (URSS, Polonia, Ungheria), suddivisi per dieci decili di distribuzione dei redditi. Nei primi quattro decili più poveri, i valori dei paesi occidentali risultano maggiori – dal 50% al 70% – rispetto a quelli dei paesi socialisti, mentre per i decili più benestanti i trasferimenti occidentali crollano e quelli dei paesi socialisti restano della stessa intensità.

Ho trovato queste pagine di particolare interesse. Per sensibilità, diciamo così, spiccatamente ‘atlantiche’, l’interesse a questi temi può sembrare fuori dalla storia, che negli anni successivi alla Guerra Fredda ed al fallimento dei paesi socialisti ex sovietici è parsa esprimere un sentenza definitiva su quelle società. Ma, a parte il fatto che tale ‘sentenza’ non ha riguardato tutte quelle società e che una parte del mondo oggi fondamentale si è trasformata ed enormemente sviluppata senza rinnegare per intero quella storia, resta il fatto che il proposito di Milanovic è quello di capire in che modo – negli anni tra il ‘960 ed il ‘990 – la Guerra Fredda comportò un ridimensionamento radicale dell’interesse ad una analisi della distribuzione del reddito. E, mettendo in prima fila le esperienze dai paesi ex socialisti, Milanovic vuole dirci che una parte della spiegazione è in quelle esperienze stesse. Che da una parte significarono che la proprietà privata del capitale non era una regola inviolabile, e al tempo stesso produssero nuove forme di proprietà privata alla fine ancora meno tollerate, con effetti dirompenti sulla libertà delle persone e sulla minore crescita di quelle economie. Il tema, una volta che era assurto a concreta questione centrale nei rapporti di potere tra le nazioni, era anche diventato una sorta di tabù.

Milanovic, dunque, vuole anche dirci che la Guerra Fredda fu un forma di consensus, una convenzione accettata da tutti e con effetti su tutti. Ma che senso operò questo parallelismo?

 

Per i paesi socialisti, il giudizio di Milanovic è che “studiare le società socialiste come società di classe [divenne] sia difficile da un punto di vista marxista che estremamente pericoloso per il benessere personale” (pag. 246). Studi puramente empirici vennero fatti, in particolare dagli ultimi anni ‘950 – in Polonia, Ungheria, Jugoslavia e Cecoslovacchia – “ma questo lavoro, nelle migliori circostanze, non andò oltre uno sterile empirismo … non era ancorato ad alcun modello metodologico ed era incapace di studiare (o non interessato a studiare) in modo sistematico i fattori della diseguaglianza …”.  

Ci furono alcune potenziali ‘contaminazioni’ tra i due mondi: eminenti ricercatori occidentali come Atkinson e Micklewright pubblicarono uno studio ‘quasi enciclopedico’ sulla distribuzione dei redditi in alcuni paesi socialisti; prestigiosi economisti provenienti da paesi socialisti, come Kalecki e Kaldor, collaborarono con istituzioni che avevano sede in Occidente (le Nazioni Unite il primo, il Governo dei laburisti inglesi il secondo). Ma gli effetti di contaminazione furono quasi nulli. Nei paesi socialisti conclude Milanovic –  “Per molti, inclusi gli studenti, questi furono anni sprecati”. E d’altronde Kalecki, pur considerato da John Kenneth Galbraith uno dei principali economisti socialisti del primo dopoguerra, nel 1955 lasciò New York per effetto del maccartismo allora imperante.

 

Il caso dei paesi capitalistici è, in effetti, più complesso. I fattori ‘oggettivi’ che possono in parte spiegare la “disintegrazione” delle ricerche sulle classi e sulla ineguaglianza, Milanovic li ha già esposti nel capitolo su Kuznets, e li abbiamo sintetizzati nella prima parte di questi appunti. Gli elevati tassi di crescita, l’emergere degli stati assistenziali, la maggiore mobilità sociale, il calo della quota del capitale sul reddito e la riduzione dell’ineguaglianza interpersonale dei redditi, certamente furono fattori che determinarono il convincimento che “il potere del capitale stesse svanendo e che le società occidentali avrebbero proseguito il loro percorso verso un futuro ricco, con alta crescita e senza classi” (pag. 251).

Ma le ragioni ‘soggettive’ – ovvero ascrivibili per intero agli sviluppi della disciplina economica, dominata in Occidente dalla analisi dell’equilibrio generale – furono altrettanto se non più potenti. “Con la sua principale, o persino unica, concentrazione sulla formazione dei prezzi, essa lascia fuori la struttura di classe e le dotazioni di capitale o di competenze con le quali gli individui arrivano al mercato. L’acquisizione della ricchezza esce di scena. L’uso dell’economia neoclassica di un ‘agente rappresentativo’ elimina ulteriormente le considerazione sull’ineguaglianza; lo fa per definizione, dal momento che per parlare di distribuzione e di ineguaglianza dobbiamo avere molti e diversi ‘agenti’” (pag. 251). E prosegue: “Quindi, i modelli matematicamente complessi dell’equilibrio generale avevano soltanto relazioni molto distanti con i fenomeni del mondo reale. È  paradossale che questa arida regione della teoria sia divenuta, per un po’, la tendenza principale dell’economia. Il suo fondatore, Léon Walras, pensava ad un’economia pura come contributo teorico alla comprensione dell’economia politica e scrisse due trattati di accompagnamento sull’economia sociale e sull’economia politica applicata. Ma essi furono del tutto ignorati a favore del suo approccio più astratto e matematico”. 

Ci furono notevoli eccezioni, e quella di Keynes fu la più rilevante. È in queste pagine che Milanovic la esamina un po’ più direttamente, anche se in pratica in meno di una pagina del suo libro. “Quello che salvò le teorie della distribuzione del reddito dalla completa scomparsa furono parti dell’economia, alcune nascoste in una formulazione neoclassica, che mantennero la relazione con il lavoro passato sull’economia politica. In questo caso l’economia keynesiana giocò un ruolo importante, e questo principalmente attraverso il suo utilizzo della propensione marginale al consumo. Questo forse fu inaspettato, perché Keynes stesso non fece un esplicito collegamento tra la distribuzione del reddito e i mutamenti nella propensione aggregata al consumo. Perché Keynes non lo fece – quando sembrava evidente che le politiche dei governi, come quelle da lui difese, avrebbero influenzato la distribuzione dei redditi e a loro volta la propensione aggregata al consumo – può forse essere spiegato con la sua scrupolosa attenzione ad evitare di schierarsi come le tesi sottoconsumistiche. Egli spesso si avvicinò alle loro posizioni, ma parve timoroso di finire col ‘essere consegnato, assieme a loro [ai sottoconsumisti] nel “sottobosco dell’economia” pag. 251).

Per quanto posso comprendere, il riferimento di Milanovic ha un solido fondamento. Ovviamente, intanto, Milanovic cita Keynes nel capitolo in questione per la sua influenza molto vasta e duratura nel dibattito teorico e di politica economica, giacché l’economista britannico era morto ben prima della Guerra Fredda, nel 1946. Per farsi comunque un’idea dei concetti keynesiani di propensione, e di propensione marginale, al consumo, occorre leggere i capitoli 8,9 e 10 della Teoria Generale e, alla fine dell’ultimo capitolo, è lo stesso Keynes che si richiama, con una certa cautela, alle tesi dei cosiddetti ‘sottoconsumisti’. È anche evidente che il contributo principale di Keynes, le politiche dell’investimento pubblico che avrebbero consentito di perseguire l’obbiettivo della piena occupazione, avrebbero anche avuto un effetto sostanziale sulla distribuzione del reddito.

Ciononostante, si resta un po’ perplessi per la estrema sinteticità con la quale Milanovic ammette che Keynes abbia rappresentato una significativa eccezione rispetto al sostanziale disinteresse degli economisti neoclassici al tema delle classi sociali. Ma c’è un aspetto sul quale abbiamo già richiamato l’attenzione, e che si deve ribadire. Il punto di vista di Milanovic sono le visioni, le teorie, della distribuzione dei reddito. Dunque, non una analisi organica delle teorie economiche, ma una storia delle idee che si sono proposte di comprendere i processi della evoluzione nei rapporti tra le classi. Quando le teorie assumono come un presupposto l’irrilevanza del fenomeni distributivi e delle classi, o comunque li collocano su un piano derivato, esse inevitabilmente, per una chiara premessa di metodo, scompaiono dal centro della sua ricerca. Probabilmente Milanovic  ritiene che, in tal modo, esse si condannino, o almeno rischino, un fraintendimento cruciale, ma il compito che si è proposto non è quello di giudicarle, tanto meno di considerarle tutte sullo stesso piano; il compito che si è proposto è piuttosto constatare come in duecento anni il tema delle ineguaglianze sia rimasto aperto, oppure abbia subito una sorta di temporanea censura.

Anche Paul Samuelson, con la sua Economia, ebbe una influenza grandissima in tutto il mondo e diede molto spazio ai temi delle ‘quote’ dei singoli fattori, alle determinazioni di salari e di profitti. Eppure anch’egli si colloca come un esempio di “questa incapacità di integrare gli studi della distribuzione del reddito all’interno del paradigma neoclassico”.  L’ineguaglianza in quanto tale “viene studiata in due pagine di un libro di più di novecento pagine, nell’ultimo capitolo che in modo rivelatorio si apre con la fraseNon si vive di solo PIL’”. Dice Milanovic: “Chiaramente, secondo Samuelson, l’ineguaglianza deve essere considerata come una delle ‘aggiunte’ all’economia che, per quanto non interamente irrilevanti, ha bisogno di essere ricordata solo alla fine” (pag. 261).

In conclusione, le eccezioni ci furono, ma risultarono in pratica sopraffatte dal pensiero prevalente, anche perché erano spesso eccezioni percepite dai loro stessi autori come secondarie.

E lì, peraltro, che si aprì una prateria alla “politica ed al finanziamento da parte della destra della ricerca”. Non è certo la prima volta che, nel leggere studi della storia americana, apprendiamo il carattere sistematico delle ‘interferenze’ – ovvero le pressioni ed i passaggi di denaro di istituti e personaggi,  dalla Camera di Commercio americana ai Fratelli Koch a vari altri. Il fenomeno fu assai intenso anche nei confronti della disciplina econmica e dei vari Dipartimenti della ricerca economica. Peraltro, esso è venuto di continua intensificandosi, con l’acquisizione di testate di giornali e riviste da parte dei miliardari statunitensi. Per effetto di esso, divenne chiarissimo quali ricerche erano ‘indesiderabili’: quelle sull’ineguaglianza e sulle classi, ovviamente, ma anche in modo più sofisticato vari settori della teoria economica, con un accanimento concentrato sul più temibile keynesismo.

Una storia, dunque, nota e dibattuta. Quello che probabilmente è meno dibattuto è come nella storia statunitense questi fenomeni siano pacificamente stati a lungo percepiti come manifestazioni del consueto funzionamento di una democrazia.

 

Epilogo e/o ‘nuovo inizio’ 

L’ultimo capitolo, le dieci pagine finali dell’Epilogo, sono tutt’altro che un riassunto o una conclusione delle cose già dette; pur nell’incertezza di un periodo relativamente breve e in pieno svolgimento – dalla fine degli anni ‘990 ad oggi – sono per intero un nuovo cominciamento, una nuova narrazione provvista di un proprio inedito contesto di fatti, autori e prospettive. Come se l’intera vicenda delle ineguaglianze venisse ancora una volta ‘reindirizzata’ su una prospettiva sorprendente.

La prima causa di questo nuovo inizio, nei più di trenta anni che vanno dalla fine del ‘990 ad oggi,  è stata l’evoluzione  del contesto reale dell’ineguaglianza.  A pagina 289 appare l’ultima tabella del libro, che mostra, negli Stati Uniti, l’evoluzione cumulativa dei redditi reali procapite negli anni 1986 – 2007, distinta nei percentili della popolazione: è la fotografia del passaggio di epoca. Sulla sinistra, l’asse indicativo della crescita percentuale dei singoli redditi, sulla destra le posizioni dei percentili, in modo che la riga che corre nel diagramma, in ogni punto che corrisponde ai singoli redditi – dai più poveri alla sinistra ai più ricchi alla destra – mostra come le cose siano cambiate per ciascuno in quel ventennio. I quattro quinti della riga, dai poveri al corpo intero della classe media, sono rimasti immutati al livello di un aumento percentuale di venti punti, ovvero sono cresciuti ad un tasso inferiore all’1 per cento all’anno; solo quando si arriva all’85° percentile, cioè alla popolazione discretamente ricca, la riga da orizzontale diventa verticale, per i più ricchi la crescita è avvenuta su percentuali che vanno dal 40 al 90 per cento per l’1 per cento dei ricchissimi. E la fotografia si ferma al 2007, cioè alla crisi finanziaria globale del 2007/2008, che praticamente ebbe l’effetto di aprire la scena su quello che era accaduto sino ad allora e che sarebbe ulteriormente accaduto nella crescente discesa del quindicennio successivo.

Crescere all’1 per cento all’anno significa praticamente restare immobili, per alcuni restare molto poveri, ma per le classi medie – ovvero anche per i lavoratori con buoni posti di lavoro – restare almeno dentro un ‘miraggio’ di relativa prosperità. Ma quel miraggio, per quanto modesto, si reggeva sulla possibilità di indebitarsi facilmente, ed anche di acquistare abbastanza facilmente le abitazioni, indebitandosi. Con la crisi finanziaria molti persero le loro case che tornarono in possesso delle banche, gli interessi sulle carte di credito e su altri debiti non poterono più essere post posti e la scena si aprì tutta intera. Alla fine della storia, i salari dei lavoratori nel loro complesso erano diventati un po’ inferiori alla fine degli anni ‘960, mentre la corsa dei redditi più alti proseguiva e si accelerava. Commenta Milanovic che questo “venne del tutto improvvisamente percepito come ingiusto … e portò il tema dell’ineguaglianza – che si era soltanto [sino ad allora] mantenuto sullo sfondo – in primo piano nella coscienza delle persone. La crisi legittimò il tema. Anche il termine ineguaglianza, in precedenza invocato solo con reticenza e con qualche trepidazione, cominciò ad essere usato ampiamente e apertamente” (pag. 288).

E questa, nella storia degli studi sull’ineguaglianza, fu la prima novità.

Il secondo considerevole sviluppo degli ultimi decenni, è stato “lo sfruttamento di fonti storiche e di archivio che ovviamente, erano state in circolazione per molto tempo ma che vennero portate alla luce grazie alle nuove possibilità di digitalizzare e processare vaste quantità di dati con l’utilizzo dei computer” (pag. 293). Ovvero, la novità in quel caso è stata una rivoluzione nell’accesso alla Tavole Sociali (un termine che venne coniato sulla fine del Settecento), ovvero alla materiale dislocazione ed evoluzione delle classi sociali. Questo è probabilmente un aspetto che può essere pienamente apprezzato solo dai cultori delle disciplina, ma può essere semplicemente spiegato anche ai non addetti ai lavori: in sostanza si tratta di poter disporre di strumenti di lettura delle classi sociali e della distribuzione dei redditi che coprono buona parte dei paesi del mondo e molti secoli del passato. Le visioni dell’ineguaglianza vengono alla fine dotate di un patrimonio enorme di conoscenze, e di una prospettiva globale.

E, in effetti, la terza novità è stata lo sviluppo senza precedenti del tema dell’ineguaglianza globale. Abbiamo constatato nei capitoli precedenti come i pensatori del passato fossero caratterizzati da livelli assai diversi di interesse e di consapevolezza alle dimensioni mondiali dei fenomeni, che in parte derivavano dalle conoscenze possibili, in parte da diverse sensibilità (si ricordi le grandi differenze tra Smith e Ricardo, ad esempio, o anche  la maggiore attenzione all’Oriente dell’ultimo Marx). Ma certamente influiva il flusso insufficiente di conoscenze reali di buona parte del mondo. Il quadro si e modificato negli ultimi decenni, ad esempio con la condivisione dei dati dei sondaggi sulle famiglie in Cina e in Unione Sovietica, e con sondaggi regolari sulle famiglie in molti paesi africani. Anche in questo caso, novità che hanno un evidente significato per gli addetti ai lavori e un significato forse minore per tutti gli altri.

Ma si pensi anche a quanto la conoscenza del mondo sia qualitativamente cambiata, oltre al flusso delle conoscenze,  dal momento in cui grandi regioni del mondo sono assurte ad una posizione di primo piano nei dati della produzione della ricchezza. Il mondo si è enormemente ‘ristretto’, e dai dati sui prodotti interni lordi di altri continenti – che adesso hanno effetti diretti in quello che noi consumiamo e su quanto ci costa – si è gradualmente passati alla attenzione alle loro strutture sociali, agli effetti delle loro scelte di governo, alle loro organizzazioni sanitarie, addirittura alle loro evoluzioni nelle pandemie rispetto alle nostre. La mia generazione viveva in un’epoca nella quale la sensibilità ‘internazionalista’ era soprattutto affidata agli sviluppi delle guerre coloniali e neocoloniali (il Vietnam) , ai grandi eventi nazionali (i colpi di Stato), alla intensità delle disgrazie (le carestie nell’India era un tema che mi impressionava da bambino); oggi le vicende che riguardano il genere umano di tutto il pianeta fanno parte delle informazioni sulle quali cerchiamo di essere aggiornati quotidianamente.

[Per inciso, se si vuole leggere un testo più breve di grande chiarezza  su come è cambiata la nostra visione del mondo, consiglierei, qua su FataTurchina, l’articolo di Milanovic del 12 giugno 2023 per la rivista Foreign Affairs: “La grande convergenza. L’eguaglianza globale e i suoi scontenti”. Esso fornisce una spiegazione magistrale dello stesso tema al quale siamo giunti nel suo libro, ovvero delle ragioni e dei modi nei quali l’ineguaglianza globale è divenuta negli ultimi decenni un nostro problema quotidiano.]

 

Ma con questi contesti, sono anche arrivati sviluppi considerevoli nelle teorie economiche.

Milanovic non ha dubbi che questo riguardi anzitutto i lavori di Thomas Piketty ed al principale tra essi: “Il capitale nel ventunesimo secolo”. Il libro di Piketty venne pubblicato, nella versione in lingua inglese, nel 2014, per divenire subito un bestseller internazionale, anzi un caso praticamente unico nella storia della letteratura economica. Piketty ha proposto una nuovo modo di guardare all’ineguaglianza, una nuova teoria dell’ineguaglianza, che induce Milanovic a fare una previsione: “… probabilmente i futuri economisti considereranno ‘Il capitale nel ventunesimo secolo’ come il libro più influente da quando venne pubblicata la ‘Teoria Generale’ di Keynes nel 1936” (pag. 290).

Seguiamo il giudizio di Milanovic. “Egli ha sviluppato quella che può essere definita una ‘teoria politica della distribuzione del reddito’. Secondo essa, il capitalismo, lasciato a se stesso, genera un’ineguaglianza sempre crescente perché i rendimenti del capitale, percepiti principalmente dai ricchi, eccedono in modo consistente la crescita dei redditi medi … una tendenza che Piketty sintetizza nella formula r > g [r rappresenta i rendimenti del capitale, g il reddito medio delle persone]. L’inesorabile aumento della diseguaglianza è interrotto o invertito solo da eventi esterni, come le crisi economiche, le guerre, i periodi di iperinflazione e decisioni politiche (ad esempio, gli aumenti delle tasse).” (pag. 290).  

In sostanza, la crescita dell’ineguaglianza è un circolo vizioso, al netto unicamente di grandi disgrazie collettive o di una politica fiscale capace di contenerla e di ridurla. È pur vero che “i capitalisti usano una parte del loro reddito da capitale per investire, ma la quota del reddito da capitale sul PIL cresce anch’essa … il che, dato che il capitale appartiene per la maggior parte ai ricchi, esacerba ulteriormente l’ineguaglianza dei redditi …Ovviamente, se la maggiore intensità del capitale fosse associata ad un riduzione del tasso di rendimento, la quota del capitale non crescerebbe. Ma Piketty respinge questa eventualità, mettendo in evidenza la relativa fissità del rendimento del capitale nel corso della storia”  (pag. 291).

Osserva Milanovic che in Piketty incontriamo nuovamente alcune delle idee di Marx, ma ‘confezionate’ in modi assai diversi. In particolare “Come Marx, Piketty pensa che la quota del capitale tenderà a crescere, ma egli respinge le previsioni di Marx di un declino del tasso di rendimento del capitale”. Ora, se l’intensità della produzione cresce all’infinito e il rendimento del capitale non decresce, “il sistema alla fine si sposterebbe in una situazione insostenibile”. La partita dunque sarebbe aperta tra questa tendenza non sostenibile, e l’effetto opposto dei “freni” di grandi crisi distruttive, patrimoni di capitale dilapidati che riportano un po’ indietro gli equilibri. Oppure, di politiche degli Stati completamente diverse da quelle sinora conosciute. Delle quali si può dir poco, a parte un sentore di buoni propositi sui livelli minimi di tassazione della grandi società di alcuni mesi orsono, in seguito a quanto pare in buona parte inattuati.

 

Un pensiero conclusivo. Se, per il panico che provocano per loro natura le previsioni fortemente pessimistiche, queste conclusioni apparissero al nostro ‘quieto vivere’ esagerate, si consideri semplicemente: 1) che dai dati che si sommano da anni, l’aumento dei rendimenti da capitale cresce in modo incontrovertibile rispetto ai reddti medi (la Tabella che abbiamo sintetizzato sopra sugli andamenti dal 1986 al 2007, più che confermata nel quindicennio successivo); 2) che i processi di accrescimento della produzione con maggiore intensità di capitale (e di concentrazione del capitale) risultano altrettanto incontrovertibili (la posizione di dominio delle grandi società tecnologiche, o farmaceutiche, statunitensi); 3) che la relativa fissità del rendimento del capitale risulta anch’essa indiscutibile, peraltro con il formidabile sostegno dei paradisi fiscali, che sinora sopravvivono come sostanziali tabù della politica economica (ovvero, una controtendenza delle politiche fiscali a momento non appare, ed è anche stupefacente come venga considerata, o subita, come off limits).

Parrebbe che l’unica controtendenza in atto sia quella delle guerre, che peraltro si accaniscono su regioni disgraziate e povere, con improbabili effetti sui centri della ricchezza globale, semmai interessati con le industrie degli armamenti (costituiscono forse una contro-controtendenza?).

Quindi il rilievo che Milanovic assegna a Piketty appare del tutto proporzionato ai fatti.

Ma occorre aggiungere, pur risparmiando un elenco di nomi probabilmente non noti, che l’interesse dell’Autore per queste nuove tendenze della ricerca economica, si estende almeno ad una decina di altri ricercatori che stanno operando su campo della ricostruzione, nella storia dei secoli recenti, dei processi di distribuzione del reddito.

 

Che la passione di Milanovic, e in fondo non solo l’oggetto ma il soggetto principale del suo libro, siano quelle ricerche e quei pensieri, è confermato dalle ultime frasi del libro, nelle quali egli si immagina cosa potrà produrre nel prossimo futuro questa grande dilatazione del tema della globalità. Il capoverso finale del libro, rinunciando del tutto ad un ‘bilancio’ del suo lavoro, ad un finale giudizio riassuntivo, come di solito si fa in pubblicazione di questa ampiezza, è una sorta di accenno ‘visionario’ a queste nuove possibilità del futuro. Cosa accadrebbe se le forze della globalizzazione creassero una elite globale, nella quale alcuni ricchi americani fossero spodestati da altri ricchi cinesi, e si stabilisse una nuova elite globale, nella quale lo strato più in alto delle società possa operare distintamente dagli Stati-nazione? E cosa questo implicherebbe per le relazioni internazionali, per la democrazia, per la corruzione e la tassazione? Difficile seguire Milanovic nei suoi interrogativi; è un po’ come se uno, dopo aver camminato per due secoli e mezzo a ritroso, non riesca a pensare ad altro che a quello che gli riserba il continuare da subito il percorso del futuro.

Ma, fermandoci un po’ prima, vorrei terminare i miei appunti – che non sono altro che un servizio di sintesi che mi auguro sia stato aderente al testo e stimoli ad un lettura del libro – con questa considerazione. Il nuovo lavoro di Milanovic mi è parso molto importante. L’economista serbo-americano – così viene presentato nelle enciclopedie odierne, non so se con il suo gradimento – ci è noto per due aspetti: come uno degli studiosi più eminenti dei temi dell’ineguaglianza, e come un intellettuale interessato vivamente al versante della politica con un approccio quasi ‘liberatorio’, per la sua indipendenza dai ‘luoghi comuni’ e per la sua refrattarietà ai pensieri unici, in particolare a quelli che sono seguiti al tracollo dei paesi socialisti del blocco sovietico. Mi pare che questi due versanti della sua personalità intellettuale siano profondamente integrati, precisamente dalla prevalente importanza dei temi di lunga durata sull’ineguaglianza. Egli ha in mente uno svolgimento della storia moderna del genere umano che è ancorato a qualcosa di ben più profondo delle varie convenienze ideologiche  che si ripropongono in continuazione, con pochissima fantasia. Inoltre, rileggere una storia di economisti così ‘incarnati’ nelle loro esperienze reali,  raccontate con un inedito corredo di dati e di fatti economici, è come se ci restituisse la percezione del valore dei loro pensieri: per quanto questi ultimi fossero dislocati su versanti opposti, se vengono spiegati senza la presunzione di giudicarli da una supposta ideologia ‘vincente’, è possibile intenderli in modo molto vivo e appassionante.

E, in fondo, che i temi di lunga durata dell’ineguaglianza, così facilmente accantonati nella memoria della storia,  tornino alla base di una moderna razionalità politica, è la cosa migliore che si possa sperare.

 

 

 

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