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La prossima fase del nostro viaggio nell’inflazione, di Michael Spence (da Project Syndicate, 2 febbraio 2024)

 

Feb 2, 2024

The Next Phase of Our Inflation Journey

MICHAEL SPENCE

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SINGAPORE – What makes a journey? There is the destination, of course; but there is also the route one follows to get there, and the time it takes to complete it. This might be a useful framework for thinking about the future trajectory of inflation and interest rates – a journey with important implications for the cost of capital, valuations and multiples, debt sustainability, and more.

The first step is to understand how we got to where we are today. After pandemic-era restrictions were lifted, demand surged across the global economy, sustained partly by healthy household and corporate balance sheets, which reflected the generous fiscal support governments had delivered during the pandemic. But fiscal expansion also caused sovereign-debt levels to rise sharply – a development that will have consequences down the road.

When post-pandemic demand surged, the supply side could not keep up, so inflationary pressure intensified. Some of the supply-side disruptions – the so-called transitory blockages – were a legacy of pandemic-induced closures and imbalances, and quickly eased. But others proved to be deeper, secular, and structural, and excess demand remained stubbornly persistent. Eventually, major central banks intervened, rapidly hiking interest rates to constrain aggregate demand. And their efforts seem to have worked: inflation rates have started to come down.

What will happen next? Asset-management experts – something I am not – tell me that, paradoxically, the precise path of transitions tends to be more difficult to predict than the destination. This is an example of a general feature of economic analysis: the equilibria at which markets land can often be characterized more precisely than the transitions between them.

So, let’s look at our destination. Inflation would be at or near the 2% target to which central banks have committed, and which markets expect, and the real interest rate is at a level that keeps supply and demand reasonably balanced (thereby eliminating the root cause of inflationary pressure). Based on recent inflation trends, this equilibrium appears entirely achievable without a sharp or even mild economic contraction. The question is what that real interest rate will be.

Inflation in the United States currently is 3.4%, and the US Federal Reserve’s policy rate is 5.25-5.5%. That puts the real interest rate at about 2%. So far, this level does not seem to have had any significant negative effect on either GDP growth or employment.

Although the Fed decided at its first meeting of 2024 to keep its benchmark interest rate unchanged, markets have been pricing in a return to the 2% inflation target by the end of the year. If the Fed lowers the discount rate by 1.5% this year, to the 4% range, the real interest rate would hold at about 2%. This path for interest rates – six 25-basis-point reductions in 2024 – is consistent with market expectations, and somewhat more aggressive than the Fed’s own projections, according to its latest dot plot.

Interest-rate expectations – both nominal and real – beyond 2024 seem more problematic. The dot plot anticipates significant further rate cuts in 2025 and 2026. If the forecasts bear out, the real interest rate would decline and settle at (or close to) 0.5%. This seems very unlikely, given persistent structural supply-side constraints (including labor shortages, population aging, and declining productivity) and rising costs driven by geopolitical tensions, shocks, and rapid and expensive diversification of global supply networks.

In this scenario, asset prices would become elevated, just as they were in the decade after the 2008 global financial crisis, and credit would expand, driving up demand. But without a surge in either labor supply or productivity, supply would probably lag and inflationary pressure would re-emerge, driving the real interest rate even lower.

To be sure, a productivity surge is possible, especially given breakthroughs in generative artificial intelligence. But when? Even those of us who anticipate an AI-driven increase in productivity growth do not expect it to happen quickly; it appears far more likely in the latter part of the decade than in the next 2-3 years.

But that could change. If the AI-driven productivity boost does arrive quickly, it would dramatically increase the elasticity of the supply side of the economy. This would have a deflationary impact, much as emerging-economy growth – which added massive productive capacity to the global economy – did in the last 3-4 decades.

At this point, however, our journey appears very unlikely to involve a return to the pre-pandemic pattern of low nominal and real interest rates, together with inflation at or below the 2% target. Demand was suppressed for years after the global financial crisis, owing to a prolonged period of balance-sheet repair, especially in the household sector. But fiscal support during the pandemic prevented similar damage, so demand can easily be unleashed today. With structural shifts having diminished the supply side’s capacity to respond to demand-side pressures, higher real interest rates will be needed to keep demand – and, thus, inflationary forces – in check. If real rates drop below 0.75%, our path will probably lead right back to high inflation.

 

La prossima fase del nostro viaggio nell’inflazione,

di Michael Spence

 

SINGAPORE – In cosa consiste un viaggio? C’è la destinazione, ovviamente; ma c’è anche la rotta che si segue per arrivarci, e il tempo che occorre per terminarlo. Questo potrebbe essere uno schema utile per pensare alla futura traiettoria dell’inflazione ed ai tassi di interesse – un viaggio con implicazioni importanti sui costi del capitale, le valutazioni e i multipli, la sostenibilità del debito e altro ancora.

Il primo passo è capire come siamo arrivati dove siamo oggi. Dopo l’epoca della pandemia vennero abolite le restrizioni, crebbe la domanda nell’economia globale, in parte sostenuta dalle famiglie in salute e dagli equilibri patrimoniali delle società, che riflettevano il generoso sostegno finanziario che i governi avevano fornito durante la pandemia. Ma l’espansione della finanza pubblica provocò anche una crescita brusca dei livelli dei debiti sovrani – uno sviluppo che avrà conseguenze lungo il percorso.

Quando salì la domanda post-pandemica, il lato dell’offerta non poté tenere il passo, cosicché si intensificò la spinta inflazionistica. Alcuni dei turbamenti dal lato dell’offerta – i cosiddetti blocchi transitori – erano un’eredità delle chiusure e degli squilibri indotti dalla pandemia, e rapidamente si attenuarono. Ma altri si dimostrarono essere più profondi, secolari e strutturali, e l’eccesso di domanda rimase ostinatamente persistente. Alla fine, intervennero le principali banche centrali, alzando rapidamente i tassi di interesse per limitare la domanda aggregata. E sembra che i loro sforzi abbiano funzionato: i tassi di inflazione hanno cominciato a scendere.

Cosa accadrà in seguito? Gli esperti di gestione degli asset – una cosa che io non sono – mi dicono che, paradossalmente, l’indirizzo preciso delle transizioni tende ad essere più arduo da prevedere che la destinazione. Questo è un esempio di una caratteristica generale dell’analisi economica: gli equilibri ai quali i mercati possono stabilizzarsi possono essere spesso individuati tra loro più precisamente delle transizioni.

Dunque, osserviamo la nostra destinazione. L’inflazione sarebbe all’obbiettivo del 2%, o vicina ad esso, obbiettivo al quale sono impegnate le banche e che i mercati si aspettano, e il tasso di interesse reale è a un livello che mantiene l’offerta e la domanda ragionevolmente in equilibrio (eliminando di conseguenza la causa alla radice della spinta inflazionistica). Basandosi sule tendenze recenti dell’inflazione, questo equilibrio sembra interamente ottenibile senza una brusca contrazione economica, o persino senza una contrazione leggera. La domanda è quale sarà il tasso di interesse reale.

L’inflazione negli Stati Uniti è adesso al 3,4%, e il tasso di interesse di riferimento della Federal Reserve statunitense è 5,25-5,5%. Sino a questo punto, il livello non sembra aver avuto un effetto negativo significativo sia sulla crescita del PIL che sull’occupazione.

Sebbene nella sua prima riunione del 2024 la Fed abbia deciso di mantenere immutato il tasso di interesse di riferimento, i mercati hanno stimato un ritorno all’obbiettivo di inflazione al 2% entro la fine dell’anno. Se la Fed quest’anno abbassa il tasso di sconto dell’1,5%, al livello del 4%, il tasso di interesse reale sarebbe mantenuto circa al 2%. Questo percorso per i tassi di interesse – sei riduzioni di 25 punti base nel 2024 – è coerente con le aspettative di mercato, e in qualche modo più aggressivo delle stesse previsioni della Fed, secondo il suo più recente grafico.

Oltre il 2024, le aspettative sui tassi di interesse – sia nominali che reali – sembrano più problematiche. Il grafico [della Fed] anticipa ulteriori significativi tagli dei tassi nel 2025 e nel 2026. Se si confermano le previsioni, il tasso di interesse reale declinerebbe e si assesterebbe allo 0,5% (o nei pressi). Questo sembra molto improbabile, considerati i persistenti condizionamenti strutturali dal lato dell’offerta (comprese le scarsità di lavoro, l’invecchiamento della popolazione e il calo della produttività) e i costi crescenti provocati dalle tensioni geopolitiche, dagli shock e dalle rapide e costose diversificazioni delle reti dell’offerta globale.

In questo scenario, i prezzi degli asset diverrebbero elevati, propri come accadde nel decennio dopo la crisi finanziaria globale del 2008, e il credito si espanderebbe, spingendo in alto la domanda. Ma senza una crescita sia dell’offerta di lavoro che della produttività, l’offerta probabilmente resterebbe indietro e la spinta inflazionistica riemergerebbe guidando il tasso di interesse reale persino più in basso.

Di sicuro, una crescita della produttività è possibile, considerate in particolare le svolte nell’intelligenza artificiale generativa. Ma quando? Persino coloro tra noi che prevedono un aumento della crescita della produttività guidato dalla IA non si aspettano che esso avvenga rapidamente; esso sembra più probabile nell’ultima parte del decennio che nei prossimi 2-3 anni.

Ma ciò potrebbe cambiare. Se la spinta alla produttività guidata dalla IA arrivasse rapidamente, essa accrescerebbe in modo spettacolare l’elasticità dal lato dell’offerta dell’economia. Questo avrebbe un impatto deflazionistico, in modo molto simile a quello che accadde negli ultimi 3-4 decenni alla crescita dell’economia emergente – che aggiunse una massiccia capacità produttiva all’economia globale.

A questo punto, tuttavia, sembra molto improbabile che i nostro viaggio comporti un ritorno al modello pre-pandemico di bassi tassi di interesse nominali e reali, assieme ad una inflazione all’obbiettivo del 2% o sotto di esso. Dopo la crisi finanziaria globale, la domanda venne repressa per anni a seguito di un prolungato periodo di riparazione degli equilibri patrimoniali, particolarmente nel settore delle famiglie. Ma il sostegno finanziario durante la pandemia ha impedito un danno simile, dunque oggi la domanda può essere facilmente sguinzagliata. Con gli spostamenti strutturali che hanno diminuito la capacità dal lato dell’offerta di rispondere alle spinte della domanda, saranno necessari tassi di interesse reali più alti per tenere a freno la domanda – e, dunque, i fattori inflazionistici. Se i tassi reali scendono sotto lo 0,75%, il nostro sentiero probabilmente ci riporterà subito ad una alta inflazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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