Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci

Lezioni dal New Deal – Gennaio 2019

zz 635Il libro : “Il New Deal. Una storia globale”, di Kiran Klaus Patel (Einaudi, 2018), lo annuncia il titolo, si propone come una novità negli studi di quel periodo della storia americana, per il suo sforzo di privilegiare le connessioni e le somiglianze con la storia di tanti paesi del mondo (non solo i maggiori paesi europei, che pure compaiono di frequente, ma una varietà di popoli e di continenti, dall’America Latina all’Australia, dall’India al Canada). Le somiglianze mostrano in particolare come quell’epoca si venisse caratterizzando per molteplici tentativi di addomesticare la crisi del capitalismo con una nuova intraprendenza degli Stati, in particolare sui terreni dell’agricoltura e della previdenza sociale. Le connessioni mettono soprattutto in evidenza come quel mondo tutto intero continuasse a pagare un prezzo enorme alla Grande Guerra – il nodo dei debiti e dei nuovi prestiti, a cui, nel corso degli anni ’30, si aggiunse la presa d’atto della connessa ingestibilità della parità aurea, e la caduta spettacolare del commercio globale. Se questo approccio produce una sterminata ricchezza di notizie e riferimenti, non sono molto sicuro che, almeno per quello che riguarda le somiglianze delle politiche sociali, produca sempre una comprensione più profonda della storia americana. Ma su questo aspetto tornerò subito. Invece è fondamentale la comprensione che la storia di quegli anni fosse segnata da una prosecuzione in altre forme del collasso della globalità che era esploso con il conflitto mondiale. (prosegue)

Articoli sul NYT

Trump dichiara guerra alla California, di Paul Krugman (New York Times, 19 settembre 2019)

Due recenti episodi del trumpismo, che sono vere e proprie dichiarazioni di guerra allo Stato della California. La prima è il tentativo di sopprimere regole sulle emissioni severe sugli automezzi, che ritornano alle regole di Obama che Trump aveva soppresso, ma con il consenso dei produttori delle autovetture. Il secondo è il tentativo di far dichiarare addirittura dalla Agenzia della Protezione Ambientale il fenomeno dei senza casa in California una minaccia ambientale. Per quanto in California l'economia ed i posti di lavoro vadano assai meglio che negli altri Stati americani, e siano anche migliorate le aspettative di vita, i senza casa sono un problema effettivo. Ma che senso può avere farli dichiarare una minaccia ambientale? Ebbene, non certo perché sono un problema reale per la povera gente. Piuttosto perché sono un fastidio per i benestanti.

I repubblicani non credono nella democrazia, di Paul Krugman (New York Times, 16 settembre 2019)

Chi segue Krugman, si sarà reso conto da vari mesi che il suo messaggio distintivo riguarda il modo in cui la democrazia americana rischia la fine, ovvero rischia di essere trasformata in uno Stato definitivamente autoritario. Varie vicende, apparentemente non di primaria importanza, indicano che questa possibilità è in atto, e uno dei nodi fondamentali è il potere giudiziario. Ovvero il potere che in ultima analisi può decidere se i complicati 'pesi e contrappesi' della democrazia americana possono essere gettati come un ciarpame inutile. L'articolo parte da alcuni di questi episodi, per arrivare porre una domanda finale sul candidato al momento favorito tra i democratici: Joe Biden. Il problema di quest'ultimo è che sembra del tutto inconsapevole di questo rischio della democrazia americana.

Trump tocca il pulsante del panico, di Paul Krugman (New York Times, 12 settembre 2019)

E' evidente che Trump percepisce che le sue iniziative di politica economica stanno tradendo le sue promesse. Il taglio delle tasse è stato solo un regalo alle imprese, usato per riacquistare azioni ed elevare i dividendi. La guerra con la Cina sul commercio sta provocando molta incertezza alle imprese americane, che tengono gli investimenti in sospeso. Quindi, come nella sua natura, se la prende con la Fed e vorrebbe una politica monetaria di emergenza, anche se non c'è alcuna emergenza. Se non quella dei guai politici di Trump.

Come muore la democrazia, nello stile americano. Di Paul Krugman (New York Times, 9 settembre 2019)

La quasi comica vicenda della agenzia meteorologica americana che ha dovuto smentire se stessa per alleggerire una gaffe del Presidente, è tutt'altro che comica. Varie altre storie testimoniano come la Amministrazione usi il suo potere come un'arma impropria contro i suoi critici. E questa è la prassi in una buon parte del mondo. Pochi continuano a privilegiare cari armati e omicidi, mentre il sistema più in uso è quello che far diventare gradualmente le democrazie Stati a partito unico.

Il trumpismo è negativo per l’impresa, di Paul Krugman (New York Times, 5 settembre 2019)

La luna di miele di Trump con l'impresa americana è finita da tempo: pesa, più ancora che il danno sul lato dei costi della guerra commerciale, il danno sul lato della incertezza ad investire. Non si investe, perché non si sa quanto dureranno le tariffe e le attuali catene dell'offerta. E questo vale anche per le regolamentazioni ambientali: si sa che la Amministrazione se ne vuol disfare, ma si sa anche che il cambiamento climatico non è una cospirazione. Ma cosa fare, finché a fare le leggi resteranno personaggi che negano l'evidenza? Una minoranza di imprese, è vero, prosperano nell'incertezza. Sono tutte quelle attività che assomigliano ai 'furti con scasso', operazioni di breve periodo - in particolare nel settore estrattivo e delle speculazioni immobiliari. Cose simili alla logica della ben nota Università Trump. Ma non è così che l'America tornerà ad essere grande.

La grande rapina degli sgravi fiscali, di Paul Krugman (New York Times, 2 settembre 2019)

Il taglio delle tasse del 2017 conteneva una norma che si supponeva mirasse a favorire le aree a basso reddito. In realtà, a conti fatti, favorisce i fondi speculativi, gli immobiliaristi. La legge del 2017 venne concepita in fretta e furia, senza che il Congresso la potesse approfondire; di fatto venne scritta in buona misura da lobbisti che la infarcirono di scappatoie. La norma delle "aree delle occasioni" - come venne chiamata - non fu l'unica. Ad esempio, i benefici di un'altra norma che dovevano andare alle piccole imprese, sono finiti per il 61 per cento all'1 per cento delle famiglie più ricche. E' l'idea stessa di usare la spesa pubblica a favore di grandi bisogni collettivi che è stata soppressa dai repubblicani odierni.

L’imbroglio agli agricoltori americani, di Paul Krugman (New York Times, 29 agosto 2019)

Che gli agricoltori americani, che sono una minuscola minoranza della popolazione degli Stati Uniti, siano stati un punto di forza dell'elettorato di Trump, si può comprendere. Il richiamo alla società tradizionale, i sentimenti razzistici, erano un collante prevedibile. Ma l'agricoltura è anche il settore maggiormente dipendente dalle esportazioni (l'America esporta il 76 per cento delle sue produzioni di cotone, il 55 per cento del sorgo, la metà della soia). Dunque, era chiaro che la guerra commerciale con la Cina avrebbe provocato danni soprattutto agli agricoltori, quando sarebbero arrivate le ritorsioni cinesi alle tariffe.

Trump e l’arte dell’agitarsi, di Paul Krugman (New York Times, 26 agosto 2019)

Il protezionismo è una cosa negativa, ma se diventa per giunta una politica stravagante e imprevedibile, può essere seriamente dannoso. Chi investe più, se sono incerte le condizioni dei mercati dell'esportazione? Non investono neanche le imprese che possono competere con le importazioni, perché nessuno sa se le posizioni di Trump dureranno, o se verranno d'un tratto ritirate. E neanche si può immaginare che le persone con un po' di cervello e di autonomia facciano da argine, visto che non ce n'è più in circolazione.

Dall’economia vudù all’economia del malocchio, di Paul Krugman (New York Times, 22 agosto 2019)

La colpa dei problemi economici dell'America sarebbe dunque della Fed, e dei democratici che hanno cattivi pensieri: dall'economia zombi siamo arrivati all'economia del malocchio. Il problema è che non c'è un Piano B, dopo il fallimento dei tagli fiscali ai ricchi. Costringere la Fed ad abbassare i tassi con una disoccupazione che è ai minimi storici non sembra possibile. Cessare la guerra commerciale neanche, dopo che è diventata, assieme al razzismo, un valore centrale nel trumpismo. E poi perché affannarsi tanto, se Trump è il Prescelto dal destino?

Il mondo ha un problema con la Germania, di Paul Krugman (New York Times, 19 agosto 2019)

La idiosincrasia dei tedeschi con il debito pubblico provoca seri problemi alla Germania, ai suoi vicini e al mondo intero. Di fatto l'Europa mostra una propensione insufficiente alla spesa pubblica, che alla lunga non può essere compensata da una politica monetaria della Banca Centrale Europea che si spinge sino a tassi di interesse negativi. Del resto, i mercati finanziari che accettano tali tassi di interesse, in sostanza è come se implorassero il Governo tedesco a spendere di più. Ma non lo faranno, tantomeno con le minacce trumpiane di altre guerre commerciali. Occorrerebbe un capacità di 'persuasione morale' e di prestigio intellettuali e politico che l'America di Trump ha sperperato.

Trump: dal boom allo sconforto, di Paul Krugman (New York Times, 15 agosto 2019)

Un importante economista, Paul Samuelson, coniò la battuta secondo la quale il mercato azionario aveva previsto una recessione nove volte, negli ultimi sei casi. Troppa grazia, ma i mercati azionari non sono l'economia. Invece il mercato delle obbligazioni è l'economia. E quando la curva dei rendimenti si rovescia - ovvero quando i tassi di interesse sui bond a breve termine sono minori di quelli a lungo termine - quello indica un giudizio sulle politiche economiche in corso di parte degli investitori: un giudizio che avrebbe portato a prevedere tutte e sei le ultime recessioni. Ed è quello che è accaduto nei giorni passati, ancora una volta. Non è affatto detto che avremo una crisi come quella del 2008. Ma è indubbio che gli investitori cominciano a credere che la politica economica di Trump - il taglio delle tasse sui ricchi e le guerre commerciali - siano un flop.

Gli utili idioti e i miliardari trumpisti, di Paul Krugman (New York Times, 12 agosto 2019)

Ma cosa hanno in mente quei miliardari, come Stephen Ross, che fanno cospicue donazioni a favore di Trump? Se sono ebrei, come Ross, non devono conoscere la storia, perché non sanno che dietro al razzismo, alla fine gli ebrei sono sempre oggetto di persecuzioni. Del resto, il razzismo di Trump non fa mistero delle sue simpatie verso movimenti antisemiti. Ma anche se sono solo ricchissimi, cosa ci guadagnano? Vari studi dimostrano che l'ossessione dei super ricchi non è quella di consumare di più, piuttosto è quella di riscuotere grandi elogi. Il termine adeguato per questi magnati è "utili idioti". Non vedono oltre la loro avidità e il loro ego, pur non avendo nessuna ragione per sottovalutare le prospettive orrende di un altro mandato ad un Presidente autoritario.

La Cina cerca di insegnare a Trump l’economia, di Paul Krugman (New York Times, 8 agosto 2019)

Chi è più debole nello scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina? La Cina ha un surplus commerciale cospicuo con gli Stati Uniti, quindi le tariffe faranno danni. Ma la Cina ha dato sinora risposte modeste, ben al di sotto di quanto le consentirebbero gli strumenti a disposizione. La relativa pacatezza cinese si può interpretare come un tentativo di spiegare a Trump la realtà dei rapporti economici. E' escluso che Trump impari qualcosa. Sia perché non è nella sua natura, sia perché ha licenziato tutti coloro che capivano un po' di economia, ed ora è circondato da ignoranti.

Trump, il taglio delle tasse e il terrorismo, di Paul Krugman (New York Times, 5 agosto 2019)

Il nesso tra il razzismo del Partito Repubblicano e la sua politica dei tagli delle tasse sui ricchi è abbastanza semplice. Gli obbiettivi di governo principali dei repubblicani sono da anni quei tagli fiscali e quelle riduzioni della spesa sociale, che però sono molto impopolari. Per vincere, i repubblicani hanno avuto bisogno di usare i sentimenti razzisti ancora diffusi nella società americana. Una sorta di gioco delle due carte: si prendevano voti con richiami razzisti, poi si governava con il proposito di aiutare i ricchi a danno della assistenza sociale. Ma questo gioco è diventato molto rischioso nel momento in cui l'estremismo suprematista è cresciuto in modo evidente. I repubblicani, anche quelli che magari hanno ripugnanza per il razzismo, hanno scelto di negarlo e di non toccare una legge che consente la facile vendita di armi di guerra. Così sono diventati evidentemente complici del terrorismo.

Perché la politica economica di Trump è stata un flop? Di Paul Krugman (New York Times, 1 agosto 2019)

I completi insuccessi delle due iniziative principali di politica economica di Trump sono ormai abbastanza evidenti. Il taglio delle tasse del 2017 non ha portato alcun aumento degli investimenti delle imprese; i soldi sono soprattutto serviti a riacquistare azioni. La guerra commerciale ha spostato i deficit commerciali dalla Cina al Vietnam, e la conseguente incertezza ha anch'essa contribuito a scoraggiare gli investimenti. L'economia americana è talmente vasta, che pure questi inequivocabili fallimenti non saranno un catastrofe. Ma resta il fatto che Trump non potrà vantarsene, e dunque attingerà soprattutto dal suo repertorio di razzismo.

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