Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci

Gli economisti, la politica e la Repubblica di Platone, di Marco Marcucci. Settembre 2016.

Gli economisti, la politica e la Repubblica di Platone.   

zz-196 Tra i commentatori nazionali non si trova praticamente nessuno che si sia voluto misurare con una ricostruzione del dibattito economico degli anni passati. L’imbarazzo si spiega, perché se in apparenza si è passati da un consenso abbastanza vasto della politica europea sull’austerità giudicata ineludibile, ad una intermedia rivendicazione di austerità più investimenti, al recente riconoscimento – ma solo di una parte del centrosinistra europeo - che l’austerità è stata un errore; in sostanza tutte queste contorsioni sono state possibili nell’ignoranza più completa delle implicazioni di modello macroeconomico. E i commentatori hanno seguito la stessa evoluzione del dibattito politico. In tal modo, l’andamento degli indicatori economici che avrebbero dovuto apparire come evidentemente sintomatici di una implicazione macroeconomica più generale – la bassa inflazione quando non la deflazione, i tassi di interesse ai minimi storici, la tardività di una ripresa comunque anemica – sono rimasti privi di una spiegazione sostanziale. L’iniezione di liquidità della nuova politica monetaria di Draghi, dopo che la precedente grottesca politica della BCE di Jean-Claude Trichet non aveva ricevuto obiezioni praticamente da nessuno, è stata accolta come una speranza di miracolo; anche qua tacitando la preoccupazione degli economisti che mettevano in risalto il grande prevedibile divario tra la crescita della base monetaria ed il suo sostanziale utilizzo. (continua)

Articoli sul NYT

In che modo la competizione Clinton-Trump si era fatta ravvicinata, di Paul Krugman (New York Times 30 settembre 2016)

Sembra che il dibattito tra la Clinton e Trump abbia consentito a milioni di americani di farsi un'idea diretta della natura dei due avversari, modificando nettamente impressioni che derivavano da una campagna giornalistica che stava tentando di applicare alla candidata democratica lo stesso metodo che venne usato nel 2000 contro Al Gore. Di fatto, la Clinton è apparsa informata, ironica, persino gradevole; mentre Trump è apparso disinformato, permaloso e persino villano. Il che apre una domanda: è mai possibile che il giornalismo non abbia sue regole implicite che possano garantire di non raggiungere tali livelli di irresponsabilità?

I valori progressisti della famiglia, di Paul Krugman (New York Times 26 settembre 2016)

Spesso i commentatori della campagna elettorale si lamentano per la scarsità di nuove idee, salvo non accorgersene quando ci si imbattono. E' il caso delle proposte della Clinton in materia di assistenza ai lavoratori con figli. Ella ha proposto 12 settimane di congedi pagati per i genitori che devono assistere i loro bambini, i familiari ammalati, e anche per riprendersi da loro malattie. Queste proposte si vanno ad aggiungere alle misure di difesa e di estensione della riforma sanitaria di Obama, che da sole garantirebbero assistenza a dieci milioni di americani in più (mentre la abrogazione della riforma che vuole Trump la toglierebbe ad una ventina di milioni che ora l'hanno). E che la Clinton abbia a cuore queste tematiche è anche dimostrato dalla scelta che ha compiuto di mettere a capo della sua squadra di consiglieri economici una persona come Heather Boushey, esperta di tematiche della vita reale dei genitori, in particolare delle donne che lavorano. Che oggi sono per il 64 per cento madri di bambini con meno di 6 anni, mentre nel 1975 erano soltanto il 39 per cento.

Il gioco bugiardo, di Paul Krugman (New York Times 23 settembre 2016)

Ancora un articolo sul tema della "veridicità" dei resoconti giornalistici americani, in attesa del primo dibattito televisivo della coppia Trump Clinton di lunedì prossimo. Krugman si spinge sino a suggerire in modo dettagliato quali potrebbero essere i criteri di condotta sia dei moderatori che dei giornalisti del giorno dopo. In un certo senso, egli analizza anche i fattori logici che possono spingere il mondo dell'informazione alle "false simmetrie". Ma niente può giustificare un giornalismo che si esenta dal raccontare i fatti. E il grado di ricorso alla bugia nel dibattito elettorale è diventato il tema di prima grandezza degli Stati Uniti. O meglio, oggi lo è con particolare evidenza, dopo varie disavventure passate.

Votate come se contasse, di Paul Krugman (New York Times 19 settembre 2016)

Una parte dell'elettorato americano giovane sembra attratta dal voto al candidato del movimento "libertariano" Gary Johnson. Occorrerebbe avere un'idea delle sue proposte: eliminazione delle tasse sui redditi, eliminazione di ogni regolamentazione ambientale, eliminazione delle scuole pubbliche, privatizzazione di tutto quello che è in capo alla amministrazione pubblica. Davvero così tanti giovani sono per un programma del genere? E' molto più probabile che questo fenomeno derivi da un equivoco. Ma il voto non può essere ridotto ad una mera affermazione di bizzarro individualismo; ci si deve pur chiedere quale paese si desidera.

L’economia che spinge verso l’alto, di Paul Krugman (New York Times 16 settembre 2016)

Sono arrivati i dati del Censimento sugli effetti delle politiche economiche nel 2015, e si scopre che c'è stato un miglioramento nei redditi della popolazione con redditi medio bassi come non avveniva dal 1999. In buona misura questo è il risultato di una politica di espansione della assistenza sociale e sanitaria, che è stata finanziata con incrementi delle tasse sui più ricchi. Per quanto quella politica avrebbe dovuto essere più intensa e duratura, i dati dimostrano che quello che ha funzionato non è stata l'economia del 'trickle-down' - ovvero degli sgravi fiscali sui ricchi e della attesa che i benefici 'sgocciolino' verso il basso - ma esattamente l'opposto, una politica di aiuti diretti alle famiglie più bisognose, finanziati con un ritorno della pressione fiscale sui più ricchi che è tornata ai livelli precedenti a Reagan.

Malavita e bacetti, di Paul Krugman (New York Times 12 settembre 2016)

Ancora sul fenomeno della sospetta simpatia di Donald Trump verso Putin e il suo regime. Che non pare sorretta dai risultati di Putin, che in economia sono quasi nulli, basandosi la Russia postcomunista sostanzialmente sulle esportazioni di petrolio - i due terzi del suo export, contro appena un quinto è riservato del settore manifatturiero - ed essendo essa precipitata negli ultimi anni, assieme ai prezzi del petrolio. Restano non decifrabili i rapporti economici con gli oligarchi russi che possono aver favorito gli affari di Trump. E quello che alla fine appare chiaro, è che gli elogi che Putin ottiene dalla destra americana paiono coincidere con una certa simpatia per il modo in cui egli risolve la battaglia politica con i suoi avversari interni.

La tecnica del “Grande Bugiardo” di Donald Trump, di Paul Krugman (New York Times 9 settembre 2016)

Torna alla ribalta il tema della asimmetria dei media nel dar conto della campagna elettorale americana, e una trasmissione televisiva di questa settimana lo ha confermato in modo inquietante. Difetti, errori, esagerazioni nel complesso secondarie della Clinton vengono sottolineate in modo implacabile. Di contro a Trump si consente di tutto: può affermare di essere stato contrario alla guerra in Iraq, mentre la sostenne; può dire che Obama ha fondato l'ISIS; soprattutto può continuare a ripetere ognuna delle sue bugie senza tema di smentite. Egli ha inventato una nuova categoria del mentire, per la quale non contano tanto le singole menzogne, quanto la sistematicità del mentire, che di fatto tiene in ostaggio una parte dell'informazione americana.

Hillary viene trattata come Al Gore, di Paul Krugman (New York Times 5 settembre 2016

Nelle elezioni presidenziali del 2000 Bush ottenne la minoranza dei voti popolari, ma vinse con i voti dei delegati. E vinse proponendo una politica economica che si basava su una bugia: i grandi sgravi fiscali sui più ricchi vennero presentati come un favore alle classi medie. Il metodo delle bugie portò poi ad una guerra basata su prove false. C'è una asimmetria simile nelle elezioni odierne: pur non potendo nessuno trascurare la completa disinvoltura di Trump, gli si fanno grandi sconti. Di contro, nei confronti della Clinton vale il metodo del sospetto, della presunzione di colpevolezza. Ma l'America e il mondo non si possono permettere una secondo volta un ribaltamento del voto basato sulle insinuazioni.

Il piombo dei neri è importante, di Paul Krugman (New York Times 2 settembre 2016)

"Le vite dei neri contano", dice una parola d'ordine di queste settimane di proteste per molte persone di colore uccise negli Stati Uniti dalle forze dell'ordine. Anche il piombo nel sangue dei bambini di colore conta, e non c'è alcuna esagerazione. Gli studi dimostrano che resta un forte inquinamento da piombo nelle città americane, che deriva soprattutto dall'uso che in passato di faceva di vernici con quel metallo. Quel piombo avvelena soprattutto le minoranze che vivono in appartamenti di qualità inferiore, ed è una eredità che finisce dunque negli organismi dei bambini più sfavoriti. Può apparire incredibile che anche questo tema sia un fattore di divisioni faziose nella politica statunitense, ma è esattamente quello che si constata. La Clinton ha promesso una soluzione del problema in cinque anni, i repubblicani - da Reagan in poi - hanno agito per derubricare tale emergenza come una esagerazione.

Stati di crudeltà, di Paul Krugman (New York Times 29 agosto 2016)

Sono molti gli episodi che dimostrano che un tema rilevante della politica americana sia quello di un vera e propria disumanità verso le persone bisognose, che caratterizza varie amministrazioni statali o locali gestite dalla destra. E' noto il caso di quegli Stati che hanno rifiutato l'espansione del programma sanitaria verso i più poveri, seppure finanziato dal Governo federale. Milioni di americani che avrebbero avuto diritto alla copertura assistenziale, devono tuttora rinunciarci. Poi c'è il caso del Texas, dove si è determinato un inquietante aumento della mortalità tra le donne incinte, probabilmente connesso con la chiusura di varie cliniche gestite dal volontariato. In generale, un maggiore attenzione ai livelli locali del Governo probabilmente renderebbe l'America migliore.

No, Donald Trump, l’America non è una bolgia infernale, di Paul Krugman (New York Times 26 agosto 2016)

La più recente delle "svolte" di Trump sembra riguardi il suo tentativo di parlare alle minoranze razziali. In realtà egli non è tanto interessato agli elettori non bianchi, quanto agli elettori bianchi più schizzinosi in materia di razza. Ma anche quando cerca di apparire naturale nel parlare alle minoranze, il fatto stesso che si debba inventare una realtà da incubo, tradisce la sua ignoranza. Si deve immaginare un'America devastata da crimine, mentre se una cosa è chiara è che la sicurezza nelle città americane è notevolmente progredita. Non può concepire che i neri americani siano persone che lavorano, o che hanno, per merito della riforma di Obama, un percentuale assai migliorata di assistenza sanitaria. L'America da incubo che si immagina, fondamentalmente è un modo per portare allo scoperto il razzismo di una minoranza bianca, che non concepisce un mondo con diverse culture.

L’acqua, la prossima volta, di Paul Krugman (New York Times 22 agosto 2016

L'alluvione in Louisiana è stata l'occasione per una sceneggiata di Trump, ma non è questo l'importante. Il fatto è che la negazione del cambiamento climatico è ormai un tratta distintivo obbligatorio di ogni conservatore. E siamo oggi ad un passaggio cruciale: in assoluto ritardo nel predisporre rimedi, ma ancora in tempo, per effetto dei grandi progressi nella tecnologia delle fonti rinnovabili e dell'immagazzinamento dell'energia elettrica. Le elezioni, dunque, decideranno il futuro.

La riforma sanitaria di Obama batte un colpo, di Paul Krugman (New York Times 19 agosto 2016)

Dopo tante previsioni di sventura non realizzate, e dopo tanti successi nel ridurre notevolmente il numero dei non assicurati e nel rallentare la crescita dei costi sanitari, si presentano alcuni veri problemi sulla riforma sanitaria di Obama. In sostanza, sembra che le assicurazioni private stiano rimettendoci perché i nuovi assicurati, che in passato non potevano permettersi la assistenza, hanno problemi sanitari e conseguentemente costi superiori al previsto. I rimedi non sarebbero difficili, in un clima ragionevole di collaborazione. Si potrebbero aumentare i sussidi pubblici, oppure si potrebbero mettere in campo 'opzioni pubbliche', al livello federale o degli Stati. Ma quelle correzioni saranno difficili, se i repubblicani manterranno il controllo di uno o di due rami del Congresso. Intanto, è bene chiarire che la riforma sanitaria non ha niente di sbagliato e che l'unica difficoltà potrebbe venire solo dalla ostilità pregiudiziale di una parte della politica.

La saggezza, il coraggio e l’economia, di Paul Krugman (New York Times 15 agosto 2016)

L'economia americana ha superato meglio di molte altre la crisi iniziata nel 2008, eppure il tasso di crescita è sceso da circa il 3,5 per cento annuo degli ultimi anni '90 all'1,5 per cento attuale. Dovremmo dedurne che l'obbiettivo centrale della nuova Presidenza dovrebbe essere qualche fantasia su come accrescere quel tasso? In realtà, ci sono cose che la politica sa come fare e ci sono le promesse fantastiche, che spesso nascondono intenzioni che si vogliono nascondere. Dare assistenza sanitaria a tutti, pensioni dignitose ed elevare i salari più bassi, sono ricette possibili. Così come aumentare gli investimenti nel sistema infrastrutturale. L'insistenza della Clinton su un programma chiaro di cose possibili, in fondo, è un modo per riformare la politica.

Per trenta denari, di Paul Krugman (New York Times 12 agosto 2016)

Trentaquattro è il numero che indica la percentuale del carico fiscale sugli americani più ricchi, aumentata con Obama di 4/5 punti rispetto al dato del 2008. Percentuale che non diminuirà, ed anzi aumenterà sensibilmente, se Hillary Clinton avrà nel prossimo Congresso un numero di parlamentari sufficiente a realizzare i suo programma. Ed è, dunque, anche il numero che spiega la ragione per la quale il gruppo dirigente repubblicano oggi sostiene Trump. Ovviamente, ci sono altre spiegazioni; ma questa resta forse la più importante. Si tratta del punto di incontro tra una base con forti connotati di intolleranza e di razzismo, ed una destra economica per la quale è cruciale un programma di forti sgravi per i più ricchi. Può darsi che per questi ultimi la supremazia bianca non sia così fondamentale; ma questo rende ancora più meschino il compromesso che tradisce la democrazia americana.

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