Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci

Lezioni dal New Deal – Gennaio 2019

zz 635Il libro : “Il New Deal. Una storia globale”, di Kiran Klaus Patel (Einaudi, 2018), lo annuncia il titolo, si propone come una novità negli studi di quel periodo della storia americana, per il suo sforzo di privilegiare le connessioni e le somiglianze con la storia di tanti paesi del mondo (non solo i maggiori paesi europei, che pure compaiono di frequente, ma una varietà di popoli e di continenti, dall’America Latina all’Australia, dall’India al Canada). Le somiglianze mostrano in particolare come quell’epoca si venisse caratterizzando per molteplici tentativi di addomesticare la crisi del capitalismo con una nuova intraprendenza degli Stati, in particolare sui terreni dell’agricoltura e della previdenza sociale. Le connessioni mettono soprattutto in evidenza come quel mondo tutto intero continuasse a pagare un prezzo enorme alla Grande Guerra – il nodo dei debiti e dei nuovi prestiti, a cui, nel corso degli anni ’30, si aggiunse la presa d’atto della connessa ingestibilità della parità aurea, e la caduta spettacolare del commercio globale. Se questo approccio produce una sterminata ricchezza di notizie e riferimenti, non sono molto sicuro che, almeno per quello che riguarda le somiglianze delle politiche sociali, produca sempre una comprensione più profonda della storia americana. Ma su questo aspetto tornerò subito. Invece è fondamentale la comprensione che la storia di quegli anni fosse segnata da una prosecuzione in altre forme del collasso della globalità che era esploso con il conflitto mondiale. (prosegue)

Articoli sul NYT

Fare l’assistenza sanitaria in due passi, di Paul Krugman (New York Times, 18 novembre 2019)

Le recenti elezioni in Virginia, Louisiana e Kentucky sono state successi per i democratici. Ma come si spiega la conferma dei repubblicani nel Mississippi? Probabilmente la demografia, dato che quest'ultimo è uno degli ultimi Stati prevalentemente rurali, e nelle campagne l'insuccesso di Trump è meno marcato. Ma ha pesato anche il fatto che negli altri Stati si era sperimentato un ampliamento di Medicaid, con una forte riduzione del numero dei non assicurati. Il successo della riforma sanitaria di Obama ha messo gli elettori in quegli Stati in guardia contro i propositi di affondarla, mentre nel Mississippi non c'era stato niente del genere. Si tratta di una conferma della giustezza della recente proposta della Warren: arrivare a Medicare-per-tutti, ma arrivarci dopo misure iniziali che potenzino la fiducia dell'elettorato sui benefici delle proposte democratiche.

Trump e il suo partito dell’inquinamento, di Paul Krugman (New York Times, 14 novembre 2019)

Secondo un recente studio, il peggioramento della qualità dell'aria negli ultimi anni negli USA, è responsabile di circa dieci mila morti in più all'anno. Il peggioramento è un fenomeno degli ultimi due-tre anni, che ha interrotto un trend opposto che durava dal 2000 ed è in buona parte attribuibile alla attenuazione delle regole ambientali da parte della Amministrazione Trump.

Sgonfiare la bolla del miliardario, di Paul Krugman (New York Times, 11 novembre 2019)

Una breve excursus della storia economica statunitense, per dimostrare che non è affatto pacifico che gli elettori americani siano in attesa di essere tolti dai guai da un nuovo miliardario. La combinazione di progressismo sociale - nuovi diritti e nessun pregiudizio razziale - e di conservatorismo economico - nessun aumento delle tasse sui ricchi e minori spese sociali - non è esattamente la ricetta che gli elettori americani preferiscono. Ma i miliardari non lo capiscono, perché vivono in una bolla più di tutti gli altri. E' quello che accadrebbe ad una candidatura di Bloomberg da parte dei democratici.

Centristi, progressisti ed eurofobia, di Paul Krugman (New York Times, 7 novembre 2019)

I centristi in America continuano ad avere la fissazione della 'eurosclerosi' europea e attaccano i progressisti perché non lo capiscono. Ma è passata tanta acqua sotto i ponti da quel periodo. L'Europa ha livelli occupazionali, in media, molto migliorati, il suo ritardo nelle tecnologie è svanito. Ha un PIL procapite più basso fondamentalmente perché ha periodi di vacanze più lunghi e meno ora lavorate. Ma questa è una scelta di equilibrio tra vita e lavoro, non un problema economico. Poi l'Europa ha problemi economici certamente seri, al punto che non sarebbe sorprendente se fosse l'epicentro di una nuova crisi globale. Ma la ricetta che le serve è essere più coraggiosa nel suo progetto, non meno. E quello che le serve sono politiche pubbliche più forti, non più deboli.

Attacco delle mammolette di Wall Street, di Paul Krugman (New York Times, 4 novembre 2019)

Nonostante sostenga la soluzione del Medicare-per-tutti, la Warren non è particolarmente nel mirino del settore dei fermaci e delle assicurazioni private, ma del settore finanziario di Wall Street. Sembra una riedizione della "rabbia" che Wall Street esprimeva contro Obama, per le sue in fondo miti denunce delle responsabilità di Wall Street nella crisi del 2008. Naturalmente, il mondo della finanza ha qualcosa da temere dalla Warren, che non a caso fu la ideatrice della più importante proposta di regolamentazione dopo la crisi. Ma la causa principale, come avvenne per Obama, sembra un'altra: questa gente non sopporta di non essere incensata. Enormi ricchezze ed ego fragili.

Perché il manifatturiero non diventa di nuovo grande, di Paul Krugman (New York Times, 31 ottobre 2019)

Tra le promesse mancate di Trump, il ritorno ad una forte espansione delle regioni manifatturiere è forse quella cruciale per le sue prospettive politiche. Stati elettoralmente oscillanti, che furono preziosi per il suo successo nel 2016, come il Wisconsin, il Michigan e la Pennsylvania, hanno un sensibile calo nell'occupazione manifatturiera. Alcune delle promesse di Trump erano insensate. Ma forse non era del tutto impossibile incoraggiare il settore manifatturiero, ad esempio con forti investimenti nelle infrastrutture. Ma non è quello che ha fatto. Si è piuttosto affidato all'economia vudù ella tradizione repubblicana - tagli alle tasse per i ricchi che avrebbero avvantaggiato anche tutti gli altri - ed ha promosso un protezionismo, peraltro inaffidabile, che ha scoraggiato gli investimenti delle imprese.

Il debito, i profeti di sciagure e il doppio standard, di Paul Krugman (New York Times, 28 ottobre 2019)

Il deficit del bilancio americano, in gran parte a seguito dei tagli fiscali alle impresa e ai ricchi, è arrivato vicino ai 1.000 miliardi, con un aumento di 300 miliardi in un anno. Con Obama, un evento del genere avrebbe provocato isteria, ma quell'isteria è selettiva. Si fanno terzi gradi ai democratici che propongono un aumento dei programmi sociali, ma la reazione all'esplosione del bilancio con Trump consiste in sbadigli. Da parte di coloro che erano i principali artefici dell'isteria passata, e in primis dei media dell'informazione, che sui temi del bilancio usano due pesi e due misure. In effetti, quel deficit non doveva e non dovrebbe provocare isteria: i principali economisti hanno dimostrato che l'apprensione del passato era esagerata. Ma perché consentire tanta faziosità?

Il giorno che è finito il boom di Trump, di Paul Krugman (New York Times, 24 ottobre 2019)

La sostanziale delusione dei tagli alle tasse del 2017 - se non per i pochi che ne hanno tratto dividendi, almeno per gli investimenti ed i salari - e le preoccupazioni delle imprese per gli effetti della guerra commerciale con la Cina, hanno compromesso la speranza trumpiana di arrivare alle elezioni del 2020 con un economia col vento in poppa. In realtà, nelle imprese oggi domina una grande incertezza che provoca un stallo degli investimenti e di programmi. Probabilmente accentuata dalla crescente sensazione che Trump e la sua squadra siano gente strana.

Può la Warren sfuggire alla trappola di Medicare? Di Paul Krugman (New York Times, 21 ottobre 2019)

Ci sono alcune ragioni per le quali l'obbiettivo del Medicare-per-tutti - ovvero la eliminazione negli Stati Uniti delle assicurazioni private - è problematico. La principale è che la maggioranza degli americani è oggi coperto da tali assicurazioni, e tra essi molti lavoratori, spesso con un costo a carico dei loro datori di lavoro. Potrebbero aver paura di un salto nell'ignoto? Elizabeth Warren ha aderito a tale obbiettivo, probabilmente per non compromettere il consenso di coloro che simpatizzano per Sanders. Ma sinora questo le ha creato non poche difficoltà, nello spiegare i costi per i contribuenti (che, del resto, sarebbero compensati dalla fine di polizze assicurative sanitarie costose). Adesso la Warren ha promesso una spiegazione nel dettaglio della sua proposta. Riuscirà a proporre una spiegazione abbastanza flessibile da fugare i timori di una parte rilevante dell'elettorato?

Democratici, evitate la tana del coniglio, di Paul Krugman (New York Times, 17 ottobre 2019)

Nel recente dibattito delle primarie dei democratici, un tema affrontato da quasi tutti in modo deludente (l'eccezione è stata Bernie Sanders)è stato quello dei pericoli dell'automazione. Si tratta di una debolezza duplice: anzitutto non si tiene conto della storia. Anche negli anni '50 si faceva un gran parlare dei rischi delle tecnologie, e in effetti la agricoltura e il manifatturiero ebbero una grande cambiamento. Eppure vennero anni di spettacolare progresso per i lavoratori. La seconda ragione, è che l'ossessione per la tecnologia è assai funzionale alla politica dei centristi, è una fantasia con la quale si sfugge ai problemi veri della politica.

Adesso Dio è un congiurato di Trump, di Paul Krugman (New York Times, 14 ottobre 2019)

In un recente discorso il procuratore generale William Barr ha dichiarato che la causa principale dei guai dell'America - malattie mentali e violenza incluse - è il secolarismo, ovvero l'irreligiosità. Strano per colui che dovrebbe anzitutto difendere la Costituzione, che stabilisce la totale libertà dei convincimenti religiosi, compresi quelli che non sono affiliati a nessuna religione. Non tanto strano, se si pensa ai problemi che assediano Trump nelle ultime settimane.

Fortunatamente, Trump è un instabile non geniale, di Paul Krugman (New York Times, 10 ottobre 2019)

Alcune settimane fa Trump, in risposta a critiche che segnalavano le sue 'stranezze', disse che invece lui era proprio "un genio molto stabile". Fortunatamente non è così, e la sempre più arrischiata autodifesa nella vicenda dell'impeachment, lo dimostra. Ma questo articolo non è consolatorio, perché la marcia verso l'autocrazia, senza questi difetti di Trump, rischiava di essere inarrestabile.

L’esperienza dei centristi fanatici, di Paul Krugman (New York Times, 7 ottobre 2019)

Coloro che negli anni passati hanno frainteso nel modo più clamoroso gli indirizzi della politica americana sono stati i centristi. Non i seguaci tetragoni di Trump, che sono sempre più senza prospettive; ma quelli che sostenevano che, pur non essendo Trump uno stinco di santo, non c'era grande differenza tra repubblicani e democratici. E di questo gruppo fa parte anche Joe Biden, che continua a considerare Trump come una aberrazione e a non vedere perché i due partiti non possano collaborare con ragionevolezza. Sembra che questa componente, non rilevante da un punto di vista elettorale ma con un discreto seguito nelle elite e nei media dell'informazione, alla fine stia uscendo - con gli eventi di queste settimane - dal suo negazionismo.

Ecco che arriva la recessione di Trump, di Paul Krugman (New York Times, 3 ottobre 2019)

La almeno parziale recessione americana si manifesta in alcuni settori che rappresentano un quinto di quella economia: l'agricoltura, i trasporti marittimi e il settore manifatturiero. E' evidente che dipendono tutti dalla guerra commerciale che - secondo il 'twittatore in capo' - doveva essere 'positiva e facile da vincere'. Naturalmente, Trump cercherà di dare la colpa ad altri (ad esempio alla Fed, anche se i tassi di interesse sono attualmente ben al di sotto di quello che i suoi consiglieri economici avevano previsto). Questo è destinato ad avere il suo peso nella vicenda politica. Perché, se molti Presidenti hanno pagato il prezzo di economie avverse, questo è forse in primo caso recente nel quale un Presidente ha fatto tutto da solo.

La Warren contro i plutocrati meschini, di Paul Krugman (New York Times, 30 settembre 2019)

Wall Street è particolarmente ostile alla Warren. Certo, questo dipende dalle sue proposte fiscali sui grandi patrimoni. Ma come possono far paura quelle proposte a persone che avranno comunque tanti soldi da non sapere come spenderli? In realtà, la psicologia conta più dei portafogli: non solo vogliono vivere da nababbi, vogliono anche la gratitudine della società. In effetti le quotazioni della Warren sono sistematicamente in crescita. Le elezioni americane sono inondate di denaro, nessuno schieramento avrà alcun problema a finanziarsi. Sinora la Warren si regola con l'odio di Wall Street come fece Roosevelt negli anni '30. Disse, il vostro odio è benvenuto. A volte avere i nemici giusti è un vantaggio.

Archivio Editoriali