Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci

Lezioni dal New Deal – Gennaio 2019

zz 635Il libro : “Il New Deal. Una storia globale”, di Kiran Klaus Patel (Einaudi, 2018), lo annuncia il titolo, si propone come una novità negli studi di quel periodo della storia americana, per il suo sforzo di privilegiare le connessioni e le somiglianze con la storia di tanti paesi del mondo (non solo i maggiori paesi europei, che pure compaiono di frequente, ma una varietà di popoli e di continenti, dall’America Latina all’Australia, dall’India al Canada). Le somiglianze mostrano in particolare come quell’epoca si venisse caratterizzando per molteplici tentativi di addomesticare la crisi del capitalismo con una nuova intraprendenza degli Stati, in particolare sui terreni dell’agricoltura e della previdenza sociale. Le connessioni mettono soprattutto in evidenza come quel mondo tutto intero continuasse a pagare un prezzo enorme alla Grande Guerra – il nodo dei debiti e dei nuovi prestiti, a cui, nel corso degli anni ’30, si aggiunse la presa d’atto della connessa ingestibilità della parità aurea, e la caduta spettacolare del commercio globale. Se questo approccio produce una sterminata ricchezza di notizie e riferimenti, non sono molto sicuro che, almeno per quello che riguarda le somiglianze delle politiche sociali, produca sempre una comprensione più profonda della storia americana. Ma su questo aspetto tornerò subito. Invece è fondamentale la comprensione che la storia di quegli anni fosse segnata da una prosecuzione in altre forme del collasso della globalità che era esploso con il conflitto mondiale. (prosegue)

Articoli sul NYT

I progressisti che studiano, o almeno Elizabeth Warren, per quello ha un progetto, di Paul Krugman (New York Times, 13 giugno 2019)

Recenti sondaggi danno possibilità in crescita alla Warren nella competizione per la candidatura democratica alle elezioni presidenziali del 2020, mentre inizialmente i commentatori la davano per spacciata. Da cosa dipende questa evoluzione? La sua caratteristica è quella di avere programmi dettagliati e effettivamente radicali, ma anche di essere molto riflessiva sulle obiezioni che possono venire da approcci più tradizionali. Molto dissimile da Joe Biden, che fu assai impegnato nell'era di Obama nel cercare una intesa con i repubblicani; ma anche dissimile da Sanders, che soprattutto appare dominato dall'antagonismo con il 'resto del mondo'. Nessuno sa al momento cosa accadrà. Il punto è se ci sarà una base elettorale sufficientemente ampia per coloro che vogliono una svolta a sinistra, ma che anche vogliono proposte ben riflettute.

Donald e lo sconto dell’illusione, di Paul Krugman (New York Times, 10 giugno 2019)

Nella recente piroetta delle tariffe sul Messico, sembra che Trump abbia perso ogni residua credibilità in materia di politiche del commercio. Prima ha voluto a tutti i costi far saltare il NAFTA e sostituirlo con qualcosa di molto simile, per il gusto di metterci il suo nome. Poi, dopo il nuovo accordo, ha minacciato di elevare le tariffe delle esportazioni messicane, in reazione a cose che con la politica del commercio non c'entravano niente. Poi ha fatto dietrofront, probabilmente per le reazioni dell'industria manifatturiera statunitense. Ma i mercati finanziari non hanno reagito con timore a queste intemperanze, hanno anzi festeggiato. Cosa c'è dietro?

Arriva Mar-a-Lago per la sanità inglese, di Paul Krugman (New York Times, 6 giugno 2019)

Nella molteplice debacle comunicativa di Trump in occasione della sua visita in Inghilterra, una perla particolare è stata il suo annuncio che nei "formidabili" aiuti statunitensi all'economia britannica post Brexit, avrebbe avuto un posto di rilievo anche il sostegno delle società assicuratrici privare americane al sistema sanitario pubblico inglese. Se c'è un argomento sul quale ad ogni politico americano converrebbe tacere, quella della assistenza sanitaria è il più clamoroso. La sanità americana è la meno efficiente e la più costosa del mondo avanzato, come dimostrano i dati sulla aspettativa di vita. Ma Trump non era al corrente dell'importanza che gli inglesi attribuiscono al loro sistema sanitario socializzato.

Trump rende l’America nuovamente irresponsabile. di Paul Krugman (New York Times, 3 giugno 2019)

Trump ha detto più volte che aumentare le tariffe è una politica conveniente, addirittura "bella". A parte il fatto che le crescenti tariffe non sono altro che tasse crescenti per gli americani, si dovrebbe considerare che queste idee presero piede anche negli anni '20 e '30. L'America allora si comportò in modo irresponsabile, non considerò i danni che provocava col suo protezionismo al resto del mondo. Ed a se stessa, giacché mettendo in difficoltà le esportazioni dei suoi stessi alleati della Prima Guerra Mondiale, contribuì in buona misura a rendere impossibili per essi il pagamento dei debiti di guerra. Questa volta semmai è peggio: perché ora gli Stati Uniti stanno consapevolmente minando un sistema internazionale nel quale libero commercio e pace vadano di pari passo.

Trump è pessimo per l’America rurale, di Paul Krugman (New York Times, 9 maggio 2019)

Di recente un discreto numero di economisti addetti alle ricerche economiche del Dipartimento dell'Agricoltura americano si sono dimessi perché le loro ricerche provocavano forme di persecuzione da parte dei governanti. Il punto è che le politiche repubblicane - con l'aggiunta della personale predilezione di Trump per le guerre commerciali - fanno danni soprattutto nelle aree rurali dell'America. I massimi sostenitori di Trump sono anche le sue principali vittime.

L’economia di Donald J. Keynes, di Paul Krugman (New York Times 6 maggio 2019)

Il Governo Trump è dunque keynesiano? Ebbene, la spesa in deficit è salita a livelli elevati, paragonabili al periodo di emergenza che seguì alla crisi finanziaria del 2008. Non è spesa per le infrastrutture e neanche per i programmi della assistenza sociale (alcuni approfondimenti di questi mesi indicano soprattutto una spesa nel settore militare). Ma tutto quello che i repubblicani (e, in generale, quelli che Krugman definiva le Persone Molto Serie) impedirono all'epoca di Obama, ora lo fanno spensieratamente. E si scopre che anche i salari, finalmente, salgono. Semplicemente perché i dati sul mercato del lavoro americano non sono veritieri: venivano considerati disoccupati solo coloro che cercavano attivamente lavoro. Quindi c'era una offerta di forza lavoro disoccupata assai superiore di quello che dicevano le statistiche ufficiali.

Il guaio con Joe e Bernie, di Paul Krugman (New York Times, 2 maggio 2019)

C'è qualcosa che sembra accomunare i due candidati alla nomination democratica che attualmente sembrano più accreditati: Joe Biden e Bernie Sanders. Il primo pare persuaso di poter mettere a frutto le sue buone relazioni personali con alcuni repubblicani. Quella illusione fu quasi una tragedia per Obama: per sua fortuna l'idea di una collaborazione si infranse nella opposizione implacabile dei repubblicani. Sanders invece sembra persuaso che una sorta mi maremoto politico popolare gli consentirà di convincere 180 milioni di americani con assicurazioni sanitarie private a superarle, anche se in genere chi le ha non le disprezza. Dietro questi due uomini diversi, ma in apparenza non pronti ad affrontare con realismo la lotta politica in America, vari altri candidati, soprattutto donne, molto progressiste ma pragmatiche.

Lo stile zombi nella politica americana, di Paul Krugman (New York Times, 29 aprile 2019)

Il metodo della destra è il seguente: si negano i fatti come il cambiamento del clima, poi si ammettono ma si sostiene che non dipendono da attività umane, poi si ammette anche questo ma si nega che si possa fare alcunché, perché distruggerebbe l'economia. Nel frattempo tutti gli argomenti sopravvivono, continuano a circolare come concetti zombi anche se sembravano defunti. Lo stesso avvenne in passato sul tema della crescente ineguaglianza nella società americana; lo stesso accade oggi sul tema delle interferenze russe a favore di Trump nelle elezioni del 2016. E' lo stile zombi nella politica americana, più precisamente lo stile della destra americana. Che seppellisce in un colpo solo il confronto democratico di idee rivali, la verosimiglianza dei programmi e il rispetto per la verità.

Fogne, ghetti bianchi e disprezzo, di Paul Krugman (New York Times, 25 aprile 2019)

Tra gli spunti inesauribili di volgarità, Stephen Moore, colui che Trump intende nominare tra i Governatori della Federal Reserve, alcuni anni fa ebbe a definire le città del centro dell'America, come 'fogne'. Il effetti il disprezzo della destra per l'America rurale e delle città minori è molto più forte di quello che si pensi. Ma più grave ancora sarebbe se si attuasse la sua agenda politica, in primis i tagli selvaggi alla assistenza sanitaria ai meno abbienti (Medicaid). La destra si riempie la bocca di demagogia sulle manifatture e sulle miniere di carbone - che con Trump sono in maggiore declino - ma nella Virginia occidentale i posti di lavoro nella sanità e nell'assistenza sociale sono il 16 per cento, mentre nelle miniere lavora meno del 3 per cento dei virginiani. Cosa accadrebbe, con un tracollo di Medicaid?

La grande abdicazione repubblicana, di Paul Krugman (New York Times, 22 aprile 2019)

Una cruda e realistica collocazione della vicenda politica americana, dopo i risultati del cosiddetto "Rapporto Mueller". In pratica, tutte le presunte "fake news", come le aveva definite Trump, risultano veritiere: c'è stato il tentativo russo di condizionare le elezioni del 2016, esso è stato bene accetto dai massimi collaboratori di Trump, lui stesso ha fatto il possibile per nascondere, a cose fatte, la verità. Tutto questo significa che un importante partito americano ha già provato di essere disponibile a svendere il paese, in cambio di una politica che favorisca i più ricchi. Perché è quello il tessuto connettivo che ha legato Trump al gruppo dirigente repubblicano. Ed è una cosa già successa.

Bernie Sanders e il mito dell’1 per cento, di Paul Krugman (New York Times, 18 aprile 2019)

Bernie Sanders ha a lungo tentennato nel rendere pubblica la propria dichiarazione dei redditi. Pare che volesse evitare qualche speculazione perché, dopo le elezioni del 2016, per i diritti d'autore ricevuti per un suo libro, il suo reddito era cresciuto. Ma il suo reddito è perfettamente innocuo, e un politico che si batte per tasse più elevate sui benestanti dovrebbe, semmai, essere considerato un esempio virtuoso. Il punto è che in America si stenta a comprendere il fenomeno della ricchezza estrema. Gli americani in genere pensano che gli amministratori delegati abbiano compensi pari a 30 volte quelli dei lavoratori. Era così sino agli anni '70. Ma oggi siamo a compensi almeno 300 volte quelli di chi lavora.

I veri estremisti sono i repubblicani, di Paul Krugman (New York Times, 15 aprile 2019)

La destra americana è scatenata negli attacchi a due congressiste democratiche, la Ilhan Omar e Alexandria Ocasio-Cortez, accusate di estremismo. Sessismo e razzismo sono ingredienti principali in questi attacchi (la prima è musulmana, la seconda latino americana). Ma se si studiano le loro posizioni - ad esempio quelle della Ocasio-Cortez in materia fiscale - si scopre che di estremista non c'è niente, trattandosi di proposte che riecheggiano quello che sostengono da tempo i massimi esperti sulla materia. Si consideri invece il plateale estremismo delle posizioni di un esponente della destra americana come Stephen Moore, che Trump vuole nominare nel comitato che dirige la Federal Reserve.

Purezza contro pragmatismo sui temi dell’ambiente e della salute, di Paul Krugman (New York Times, 11 aprile 2019)

Emerge un tema rilevante nel dibattito aperto tra i democratici: quanta importanza dare ad un approccio pragmatico ai temi principali, e con quanta rigidità invece non deflettere dalle proprie ricette ideali. Nel caso dell'ambiente, la questione è aperta sulla cosiddetta tassa sul carbonio. Deve essere una ricetta unica, con l'inconveniente di provocare incomprensioni come in Francia, oppure deve essere combinata con altri obbiettivi, che rendano il messaggio più comprensibile agli elettori? E sulla sanità: optare per un sistema esclusivamente pubblico, nonostante che 180 milioni di americani abbiano assicurazioni private, delle quali appaiono in generale soddisfatti e che peraltro sono pagate di solito dai datori di lavoro? Oppure offrire una soluzione tipo Medicare come una opzione?

Perché Trump vuole degradare la Fed? Di Paul Krugman (New York Times, 8 aprile 2019)

L'intenzione di Trump di nominare nell'organo direttivo della Fed due personaggi come Stephen Moore e Herman Cain, deve essere spiegata. In sostanza essa fa seguito all'andamento del tutto deludente del taglio delle tasse, che anziché assicurare una crescita portentosa ha avuto un effetto sull'economia simile ad una rapida euforia da zuccheri, ormai svanita. Moore è un presunto economista che va in giro pubblicando dati falsi e inventandosi effetti magici delle politiche trumpiane, Cain è una venditore ambulante di consigli finanziari e di cure alla erezione erettile. E' mai possibile degradare sino a tal punto un istituto che ha sempre mantenuto una sua dignità e imparzialità politica? E' possibile, perché Trump oggi pretenderebbe dalla Fed una politica dei tassi di interesse assolutamente permissiva, come se la disoccupazione non si fosse dimezzata. Un populismo macroeconomico.

Donald Trump sta cercando di ammazzarvi, di Paul Krugman (New York Times, 4 aprile 2019)

Se il titolo sembra un po' eccessivo, dipende solo dal fatto che spesso rinunciamo a fare i conti. Ma se si sommano gli effetti delle deregolamentazioni in vari settori, i favori all'industria del carbone, le persone che perdono l'assicurazione sanitaria, i disastri ambientali mal gestiti come l'uragano a Porto Rico, i morti non necessari sono già nell'ordine di migliaia. Ai quali ora si devono aggiungere gli effetti della politica selettiva verso i vari settori industriali: alcuni si deregolamentano, per altri - come le energie rinnovabili - si inventano minacce immaginarie.

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