Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci

‘Eccezionalismo’ americano e populismi europei, di Marco Marcucci (gennaio 2017)

zz 296Mi chiedo spesso in che modo la società americana spieghi la politica in quel paese, quello che viene definito il suo “eccezionalismo”, le sue differenze dall’Europa. Mi chiedo anche il perché di una certa tendenza di coloro che commentano i fatti dell’America, direi quasi ad eludere quelle diversità. Il nodo centrale sembra abbastanza evidente: come ha notato Krugman, il ‘populismo’ americano è abbastanza falso; o meglio, le sue basi sociali sono false, mentre una parte della sua cultura e del suo linguaggio sembrano la quintessenza delle novità della destra nel mondo. Ma andiamo con ordine. La falsità consiste evidentemente nel fatto che il programma della destra americana si basa su un classismo rigido sino all’inconcepibile; diversamente dai populismi nell’Europa dell’Est o in Francia e in Italia, che non disdegnano tematiche di tutela sociale dei meno abbienti (purché autoctoni, nota Krugman). Questo sembra chiaro: difficile immaginare la destra europea con un programma basato interamente su imponenti sgravi fiscali per più ricchi e su un progetto di smantellamento della sanità e della previdenza pubblica (in realtà, il berlusconismo di governo si è basato su una discreta ambiguità, ma neanche in quel caso era concepibile una proposta di aperto e completo scardinamento dello Stato sociale). Entrambe le ideologie necessitano di quello che definirei un fattore di accanimento contro i settori più marginali ...

Articoli sul NYT

Sulla supponenza in economia, di Paul Krugman (New York Times 20 febbraio 2017)

I giornali riportano la notizia secondo la quale coloro che stanno lavorando ai programmi di bilancio di Trump ipotizzano, per il prossimo decennio, ritmi di crescita assai elevati, tra il 3 e il 3,5 per cento all'anno. Si tratta di una ipotesi che in passato si è realizzata, con Reagan e con Bill Clinton; ma è quasi impossibile oggi. Ci sono differenze oggettive: una demografia nella quale si è esaurita la spinta delle generazioni dei "baby boomers" e una condizione del mercato del lavoro che è vicina alla piena occupazione, e dunque non consente di ipotizzare quella crescita rapida che nei casi del passato era anche una conseguenza del ritorno al lavoro di tanti disoccupati. La disinvoltura con la quale si ipotizza un contesto così irragionevole fa parte dello stesso stile trumpiano per il quale ci si può inventare tutto quello che fa comodo. E lo scopo è arrivare a grandi tagli fiscali sui più ricchi a tutti i costi.

Il silenzio delle mezze calzette, di Paul Krugman (New York Times 17 febbraio 2017)

I fatti sono che un Presidente che non ha ottenuto la maggioranza dei voti popolari ha ricevuto negli ultimi giorni un aiuto decisivo dal direttore dell'FBI; che l'FBI, mentre costruiva quel falso scandalo sulla Clinton ne copriva uno vero, sui rapporti tra il Presidente e Putin; che un consigliere del Presidente neo eletto è stato messo alla porta perché, durante la campagna elettorale, discuteva in modo scorretto con l'ambasciatore russo di affari nazionali; che Trump lo ha scaricato dopo che i giornali hanno rivelato la storia, pur sapendo tutto da settimane. Se tutto questo non è sufficiente a costruire un giudizio, dovrebbe essere più che sufficiente perché il Congresso avvii una indagine. Ma è probabile che non avverrà, perché la possibile corruzione del Presidente è in fondo meno grave della già avvenuta corruzione del suo Partito.

L’ignoranza è forza, di Paul Krugman (New York Times 13 febbraio 2017)

Ci sono aneddoti di questi giorni, come quello relativo al modo in cui Trump si è rivolto al Primo Ministro giapponese, ignorando che Shinzo fosse il suo nome, mentre Abe era il suo cognome. Ma in realtà questi episodi apparentemente banali ormai spaziano un po' dappertutto: dall'economia al rapporto con la giustizia, dalla diplomazia al pantano nel quale si è arenata la attesa abrogazione della riforma sanitaria di Obama. E, di fatto, si raccoglie semplicemente un disprezzo verso la 'competenza' che i repubblicani hanno seminato per anni. Il problema è che ora raccoglie quella eredità di ignoranza l'uomo che è collocato al posto più alto, che peraltro la incarna in modo esemplare.

Quando arriva l’incendio, di Paul Krugman (New York Times 10 febbraio 2017)

Occorre, come si dice, 'andar dentro la notizia'. Che Trump si metta a twittare perché una catena commerciale ha deciso di smettere di utilizzare la linea di capi di abbigliamento della figlia Ivanka, è già incredibile. Ma che il suo portavoce spieghi che l'ha fatto perché quella decisione era un attacco alle politiche del Presidente, è assai più grottesco. Che Trump se la prenda con il giudice che ha interrotto il suo bando sugli stranieri dei paesi arabi, è grave. Ma che lo faccia con una mail nella quale afferma che se ci saranno fatti di terrorismo, la colpa sarà del potere giudiziario e la gente reagirà incattivita, è una enormità. Dopo due settimane, è già evidente che l'intera faccenda è nelle mani della capacità di ribellarsi del popolo americano.

La primavera dei truffatori, di Paul Krugman (New York Times 6 febbraio 2017)

Tra le iniziative di Trump, sta aprendosi anche il fronte di un attacco alla legislazione di riforma del sistema finanziario. Quella legislazione nacque con Obama come risposta alla crisi finanziaria, ed oggi Trump, i repubblicani del Congresso e il sistema finanziario cercano di rimetterla in discussione. Si concentrano in particolare sulle disposizioni relative alla informazione e alla protezione degli utenti del sistema finanziario; comportamenti che nel corso di un anno decidono, secondo uno studio della Amministrazione Obama, di qualcosa come 17 miliardi di dollari, che dalle tasche dei risparmiatori passano alle tasche dei consulenti. Un altro argomento per il quale definire Trump un populista appare un po' incongruo.

Donald la minaccia, di Paul Krugman (New York Times 3 febbraio 2017)

Nelle prime due settimane si è assistito ad un elenco pauroso di infortuni di Trump e dei suoi collaboratori: lo scontro telefonico con il Primo Ministro australiano che dovrebbe rimangiarsi un accordo siglato con gli Stati Uniti, l'altro scontro con il leader del Messico che è stato invitato a metter da parte le su forze armate ed utilizzare quelle americane, la tensione con l'Iran,i toni piuttosto arroganti con la Germania. E il guaio maggiore di tutti: che tutto questo non assomiglia per niente ad una provocazione calcolata; somiglia piuttosto ad uno squilibrio psicologico che non si ha idea di come correggere.

Costruire un muro di ignoranza, di Paul Krugman (New York Times 30 gennaio 2017)

Tra i vari disastri di Trump in questi giorni, l'articolo si concentra sulla vicenda dei modi nei quali Trump e il suo addetto stampa Spicer hanno trattato la promessa o la minaccia elettorale di far pagare il muro col Messico ai messicani. In sostanza, allo scopo di far apparire coerente con tale sbruffonata il Presidente, prima si è confermato che il Messico avrebbe pagato, poi si è alluso al fatto che avrebbe pagato in virtù di una riforma fiscale, infine si è fatto scivolare l'argomento. Sennonché quella riforma fiscale, che i repubblicani hanno presentato al Congresso, non ha niente a che fare con il Messico e non potrebbe di certo risolvere la questione del muro. Ma, nel frattempo, la credibilità americana ha perso un pezzo, su un tema decisivo come quello della credibilità nei rapporti commerciali.

Più ruggine nella “cintura della ruggine”, di Paul Krugman (New York Times 27 gennaio 2017)

Molte promesse elettorali di Trump spariranno ed altre saranno mantenute. Quelle relative al mantenimento della rete di sicurezza sociale, probabilmente soccomberanno alla volontà dei rappresentanti repubblicani nel Congresso di dare un colpo ai programmi sociali. Invece la svolta protezionista ci sarà, ma non produrrà l'effetto di una rivitalizzazione del settore manifatturiero americano. Si tratta di una storia già vista con Reagan, il cui protezionismo non si spinse alla rottura degli accordi commerciali preesistenti, ma decise comunque un tetto massimo alla importazione di automobili dal Giappone. I deficit di bilancio con Reagan (più spese in armamenti e tasse molto più basse sui ricchi) portarono ad una crescita dei tassi di interesse, a forti flussi di capitali stranieri, ad un dollaro più forte e a minore competitività delle industrie manifatturiere americane. E' uno schema che può ripetersi, con l'aggravante di modi di produrre odierni basati sugli assemblaggi di componenti in molti paesi. Ci saranno vincitori e perdenti e il manifatturiero americano nel complesso ci rimetterà.

Le cose possono solo peggiorare, di Paul Krugman (New York Times 23 gennaio 2017)

Il primo giorno di lavoro di Trump pare sia stato dedicato a reagire in modo furibondo alle notizie che mettevano in evidenza la modesta partecipazione della gente al giorno dell'inaugurazione. Cosa può comportare, nella politica concreta, questa dose di eccitato narcisismo? Quando i livelli di disoccupazione, che oggi sono tornati a valori minimi, risaliranno, cosa farà il 'narcisista in capo'? E come reagirà alle notizie del tutto probabili di una brusca risalita del numero di americani privi di assistenza sanitaria, che gli uffici di statistica considerano una conseguenza certa dell'abrogazione della riforma di Obama? Il timore è che assisteremo al tentativo di usare il potere per zittire quelle fonti. Di certo, il peggio deve venire.

Donald, l’impreparato, di Paul Krugman (New York Times 20 gennaio 2017)

Un articolo sui primi infortuni, sulla impreparazione, oltreché sul potenziale di corruzione, della squadra di governo allestita da Trump. Che sembra abbia l'impulso a scegliere per tutte le posizioni gente a sua immagine e somiglianza. La qualcosa riporta alla memoria vicende ben concrete, dal disastro della protezione civile nell'uragano Katrina, al peggiore disastro della ricostruzione nazionale dell'Iraq affidata ad amici di Partito e a impresari profittatori. Nel senso che lo stile avventuroso che ha caratterizzato le vicende del Partito Repubblicano negli ultimi mesi, ha conseguenze ben prevedibili anche nelle future esperienze di Governo, essendo una componente ormai strutturale della destra americana.

Con tutta la dovuta mancanza di rispetto, di Paul Krugman (New York Times 16 gennaio 2017)

Il membro del Congresso John Lewis, un combattente del movimento per i diritti civili che guidò la manifestazione passata alla storia come 'la domenica di sangue' e si procurò una frattura alla testa per le violenze della polizia dello Stato, ha detto che non andrà alla cerimonia di inaugurazione della Presidenza Trump, perché lo ritiene un Presidente illegittimo. Trump ha risposto con la solita isteria. Ma quello di Lewis è esattamente lo spirito civico di cui l'America ha bisogno oggi.

Le illusioni sanitarie di Donald Trump, di Paul Krugman (New York Times 13 gennaio 2017)

Trump conferma che è sua intenzione abrogare la riforma sanitaria di Obama (lo stesso giorno o addirittura la stessa ora!). Ma non sembra che si renda conto del disastro che si annuncia. Coloro che hanno avuto l'assicurazione per la prima volta, saranno rispediti nella condizione di non-assicurati. Tornerà la pratica delle assicurazioni di escludere le persone con seri problemi sanitari preesistenti. In pratica, sarà una manna inattesa soltanto per i ricchi che avranno un forte sgravio fiscale e che possono permettersi di pagare molte prestazioni di tasca propria. E' singolare che si vada spensieratamente verso questo disastro, e alcuni repubblicani cominciano a rendersene conto. Ma probabilmente proseguiranno, e cercheranno di scaricare la responsabilità sui democratici.

I deficit sono nuovamente importanti, di Paul Krugman (New York Times 9 gennaio 2017)

L'ipocrisia dei repubblicani che sino a ieri strepitavano contro i deficit perché c'era un democratico alla Casa Bianca, ed oggi - come spiega un documento ufficiale del Senato - si preparano a tagli fiscali sui ricchi che appesantiranno il bilancio per 9.000 miliardi in dieci anni, pur essendo un'enormità, non è l'aspetto fondamentale. Il fatto è che Obama ereditò una depressione ed una elevata disoccupazione, mentre oggi molti segnali mostrano una ripresa dei salari e di altri indicatori positivi del mercato del lavoro. Oggi siamo più o meno vicini alla piena occupazione. E gli studi della macroeconomia dicono che nella condizione degli anni passati i deficit erano indispensabili, mentre oggi, se fuori controllo, potrebbero essere pericolosi. Come gridare al lupo quando passeggiare nel bosco era utile e sicuro, e diventare spensierati adesso che il lupo è tornato.

L’età della politica finta, di Paul Krugman (New York Times 6 gennaio 2017)

La recente vicenda della Carrier, come quella altrettanto minuscola della Ford e quella piuttosto inventata della General Motors, riguardano in tutto alcune centinaia di posti di lavoro (ammesso che non siano decisioni che erano comunque già previste). A fronte di circa 75.000 lavoratori che nello stesso giorno hanno perso il loro precedente posto di lavoro. Quest'ultima cifra è semplicemente conseguenza di un mercato del lavoro molto grande, di 145 milioni di persone, nel quale perdere il lavoro - magari per trovarne poi uno buono, ma anche per trovare un salario ridotto o restare a lungo in disoccupazione - è inevitabilmente un fenomeno assai ampio. Cos'è dunque il battage pubblicitario che ha accompagnato quelle notizie? Sono i primi segni dell'inaugurazione dell'età della politica finta. Che è ovviamente un ingrediente del populismo finto di Trump, ma che è anche un modo per le grandi corporazioni di ingraziarsi la nuova Amministrazione. Ad un prezzo irrisorio.

L’America diventa uno “Stan”, di Paul Krugman (New York Times 2 gennaio 2017)

Ancora un articolo - diciamo così - sulla incredulità di una parte dell'opinione pubblica americana sulla sostanza del fenomeno Trump. La tendenza a voler credere che non ci sarà una trasformazione dei caratteri democratici, a fronte di un paese che ha dovuto inghiottire una elezione con molti trucchi eversivi e che sembra del tutto predisposto a subire un assoggettamento del potere pubblico a interessi personali e clientelari. All'origine del fenomeno, la sottovalutazione dei suoi precedenti: dalle persecuzioni dei falsi scandali di Clinton, al ruolo in questi anni del Partito Repubblicano, alla guerra in Iraq e agli affari di ogni genere ad esse connessi.

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