Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci

Il nazismo e la memoria. 1 gennaio 2020.

zz 764Il Nazismo e la memoria

Esistono vari libri importanti sul nazismo e, in particolare, sul processo che portò allo sterminio degli ebrei europei, alla cosiddetta ‘soluzione finale’. Quei libri non forniscono soltanto informazioni precise ed organiche di quella ondata devastante di crimini, spesso ci mettono dinanzi ad aspetti di quella storia che in qualche modo non avevamo riflettuto e magari neanche conosciuto, capitoli di un racconto che sembra abbiano difficoltà a transitare dai libri di storia alla coscienza collettiva. Nel caso che questo non sia capitato soltanto al sottoscritto, e che dunque non dimostri soltanto la mia ignoranza, alla fine ho scritto alcune note che potrebbero essere utili. 1 - Gli anni che precedettero lo sterminio generalizzato: la gradualità della ‘soluzione finale’. Hitler andò al potere il 30 gennaio del 1933, quasi dieci anni dopo il fallito putsch in Baviera; il primo pogrom tedesco su vasta scala, nella “Notte dei Cristalli”, durante il quale vennero bruciate duecento sinagoghe, uccisi 91 ebrei e assaltati moltissimi negozi di proprietà di ebrei, avvenne il 9 e 10 novembre del 1938; prima e dopo il pogrom si perseguì fondamentalmente (con l’internamento di circa 26.000 ebrei in campi di concentramento in Germania - Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen), l’obbiettivo della cacciata degli ebrei, per un certo periodo pensando seriamente alla loro espulsione in Madagascar ...

Articoli sul NYT

Questa terra di rifiuto e di morte, di Paul Krugman (New York Times, 30 marzo 2020)

Non cerco di attenuare il senso un po' disperante del titolo, una traduzione letterale non ha alternative. Ma i fatti sono tutti lì: l'America ha oggi il primato di una sottovalutazione letale del rischio nelle prime settimane - adesso almeno corretta da varie iniziative energiche da parte di un certo numero di Stati; ha anche il primato di una classe politica che in una parte importante irride alla scienza, in particolare al cambiamento climatico, ed ha anche il primato di una aspettativa di vita che anziché crescere, diminuisce. L'articolo cerca di individuarne alcune ragioni e di perlustrare il lato buio dell'eccezionalismo americano.

Sul coronavirus, siamo il Numero 1, di Paul Krugman (New York Times, 26 marzo 2020)

E' evidente che se Trump solo due settimane fa affermava che negli USA c'erano solo una quindicina di casi che si sarebbero ridotti a zero in pochi giorni, la direzione del paese nella emergenza è stata disastrosa. Gli Stati Uniti - pur avendo fatto pochi test - hanno la rapidità di contagio più grande al mondo. E la Amministrazione Trump continua a privilegiare atteggiamenti rinunciatari, ad esempio in rapporto alla necessità di una direzione efficace per garantire alla sanità le attrezzature che scarseggiano. Fortunatamente, alcuni Governatori democratici assumono iniziative energiche. In questo contesto, la legge approvata è positiva, soprattutto perché i democratici sono riusciti ad imporre il criterio di aiutare soprattutto chi ha bisogno.

I repubblicani aggiungono l’insulto alla malattia, di Paul Krugman (New York Times, 23 marzo 2020)

Capire la "eccezionalità" della politica americana in questi giorni è in pratica impossibile, se ci si fa sfuggire alcune enormità per l'ansia di "stare al centro", che permea anche vari commentatori italiani. Non è stata una cosa da poco che la Amministrazione Trump abbia ripetuto per alcune settimane che l'epidemia non toccava l'America ed era sotto controllo, con un danno probabilmente incalcolabile. Oggi non è cosa da poco la pretesa contenuta nella proposta di legge dei repubblicani del Senato, secondo la quale una delle misure dovrebbe essere affidare alla completa discrezione di Trump l'uso di un fondo di contributi alle società pari a 500 miliardi di dollari, peraltro 'secretabili' per sei mesi. Nel mentre non è ancora affatto risolto il problema di garantire le gratuità delle cure e neanche dei test ai positivi al virus.

Tre regole per la pandemia Trump, di Paul Krugman (New York Times, 19 marzo 2020)

Trump ora chiama la pandemia in corso il "virus cinese". Non sorprende né il suo razzismo né la sua abitudine di scaricare sugli altri le responsabilità, ma se dobbiamo dargli un nome dovremmo chiamarlo la "pandemia Trump". Sino alle settimana scorsa diceva che gli USA avevano contenuto il rischio, che non era diverso da una semplice influenza; i suoi economisti dicevano che l'economia americana andava bene. Nel frattempo, la Corea del Sud, con un senso della popolazione americana, faceva 290.000 test, contro i 60.000 in America. Le tre regole che si possono consigliare:concentrarsi sulle difficoltà delle persone e non pensare al PIL; smetterla con la solfa - disgustosa sempre ma assurda in una pandemia - secondo la quale bisogna preoccuparsi che la gente non perda l'incentivo a lavorare; non fidarsi di Trump.

Lasciare il posto a Powell e alla Pelosi, di Paul Krugman (New York Times, 16 marzo 2020)

Le prime risposte allo scoppio dell'epidemia negli Stati Uniti, ed alla crisi dell'economia che incombe, sono venute dalle iniziative della Federal Reserve e dalla proposta di legge per gli interventi urgenti approvata dalla Camera. In effetti, sembra che non ci sia alcuna alternativa ad un ruolo principale di Powell e della democratica Nancy Pelosi, rispettivamente Presidenti della Fed e della Camera dei Rappresentanti. Il punto è che non sono rimasti in circolazione consiglieri economici di una qualche competenza per i repubblicani, che ormai da anni hanno messo ai margini ogni persona competente. Può sembrare un paradosso, ma anche un economista conservatore stimato come Greg Mankiw - nel commentare la proposta di Trump di un grandioso tagli delle tasse sugli stipendi - ha dovuto consigliargli di tacere.

É un collasso del microbo MAGA, di Paul Krugman (New York Times, 12 marzo 2020)

La cronaca americana di questi giorni presenta due temi principali: perché gli USA non sono stati capaci di eseguire i test sul COVID-19 e quali misure economiche decideranno, adesso che l'illusione negazionista sta scemando, anche considerato che le misure economiche dovranno essere concordate tra Trump e la maggioranza democratica della Camera dei Rappresentanti. Il discorso di Trump di mercoledì doveva fornire indizi. Ma per adesso non ci sono segni di ravvedimento o di realismo.

Trump non può fare i conti con la verità, di Paul Krugman (New York Times, 9 marzo 2020)

Se si torna alla storia, ci si accorgerà che l'attuale negazionismo di Trump e dei repubblicani sul coronavirus non è affatto diverso da un analogo negazionismo che li vide impegnati nella crisi finanziaria del 2008. Negarono che ci fosse una bolla immobiliare, negarono che incombesse una crisi disastrosa e quando la crisi venne, la catalogarono come una cospirazione dei democratici. Forse oggi la differenza è che i ritardi attuali avranno probabilmente conseguenze letali: le persone si sarebbero ammalate lo stesso, ma il virus - per i ritardi nel contrastarlo - si diffonderà più rapidamente e metterà maggiormente in crisi il sistema sanitario statunitense.

Bernie Sanders sta rischiando il tutto per tutto, di Paul Krugman (New York Times, 5 marzo 2020)

In queste ore una reazione della squadra di Sanders al suo evidente insuccesso alle primarie del Super Martedì, consiste in uno spot propagandistico che allude, assai tendenziosamente, alla sua vicinanza con Obama. In realtà, laddove Obama era gradualista, Sanders è apertamente massimalista. Il gradualismo di Obama si meritò aperte critiche dai progressisti: la dimensione modesta delle sue misure di stimolazione dell'economia, la sua 'mano leggera' nei confronti dei banchieri americani, in qualche momento la sua propensione per una politica di intese con i repubblicani. Ciononostante, realizzò risultati sostanziali, con una grande riduzione del numero dei non assicurati nella sanità e con un incremento delle tasse sui più ricchi. Il massimalismo di Sanders si gioca tutto sulla scommessa che la sua attrattività possa cambiare il paesaggio elettorale americano. Ma è proprio questo che, per cominciare, non è accaduto nelle primarie del Super Martedì, quando non c'è stata alcuna impennata di elettori giovani. Giocarsi il tutto per tutto di solito comporta il rischio di perdere tutto.

La politica paranoide diventa virale, di Paul Krugman (New York Times 2 marzo 2020)

In questi giorni sta crescendo un dibattito molto acceso in America - in particolare sui social - sui ritardi nelle risposte della Amministrazione Trump al Covid-19. Il punto cruciale sembra essere stato la mancanza di tempestività nei test alla malattia (addirittura tamponi difettosi), che è apparsa sinistramente coerente con la principale preoccupazione trumpiana, non per il virus ma per gli andamenti del mercato azionario. In effetti, lo stile paranoide nella politica, la distruzione di ogni margine di oggettività e di senso della realtà, l'idea della destra che ogni critica, o meglio ogni problema reale, siano prove di complotti, probabilmente sono un virus ancora più allarmante.

Quando una pandemia incontra un culto della personalità, di Paul Krugman (New York Times, 27 febbraio 2020)

Trump sin dagli inizi pensò bene di disarmare le strutture pubbliche americane preposte alle gravi crisi sanitarie, tagliando l'80 per cento dei finanziamenti ai Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie. Questa ossessione, secondo la quale i Governi non possono e non debbono cercare di gestire con efficacia tali crisi, si riverbera su tutto quello che la Amministrazione dice e fa in questi giorni. Il virus non sarebbe diverso da un comune raffreddore, potrebbe far bene all'America se mette in ginocchio i suoi rivali, e infine l'uomo prescelto per guidare la lotta all'epidemia è Michael Pence, il Vice Presidente. Famoso per aver detto che fumare non comporta il rischio di morire, per aver suggerito le preghiere contro l'HIV, nonché per ritenere che l'evoluzione non sia niente altro che un teoria. Da oggi, gli scienziati che all'interno della Amministrazione avranno qualcosa da dire sul virus, dovranno chiedere il suo permesso.

Il cinismo repubblicano può far guadagnare a Trump la rielezione, di Paul Krugman (New York Times, 24 febbraio 2020)

Come ormai è noto, il deficit pubblico americano - che dopo Obama era a 600 miliardi di dollari - è balzato a 1000 miliardi. Ed è anche noto che furono i repubblicani che imposero a Obama l'austerità, sino a minacciare di non permettere il normale annuo aumento del limite del debito, ovvero una crisi finanziaria. La ripresa fu, per quella ragione, assai più lenta di quanto non sarebbe stato possibile. Ma con un repubblicano alla Casa Bianca la scena è cambiata. Lezioni per i democratici, nell'immediato e nel futuro.

Warren, Bloomberg e quello che conta per davvero, di Paul Krugman (New York Times, 20 febbraio 2020)

Il recente dibattito dei candidati democratici alla Presidenza ha evidenziato l'importanza del confronto tra Bloomberg e la Warren. Al di là dei rispettivi interventi, quello che appare interessante è il contrasto di due storie: un miliardario filantropo, che comunque è diventato tale a seguito di iniziative come il "Bloomberg Terminal" (un computer che avvantaggia gli operatori della finanza di alcuni minuti rispetto ai loro concorrenti) e una intellettuale che produsse une riforma a vantaggio delle vittime degli intrallazzi finanziari. Nessuno sa cosa questo confronto potrà cambiare nella competizione democratica. Ma aiuterà quel partito e ricordarsi della centralità dell'obbiettivo di modificare la finanziarizzazione dell'economia americana.

Gli zombi si sono mangiati i cervelli di Bloomberg e di Buttigieg? Di Paul Krugman (New York Times, 17 febbraio 2020)

Sembra che Bloomberg e Buttigieg siano esposti alla influenza delle "idee zombi", ovvero di quelle idee che sono state in apparenza liquidate dai fatti, ma continuano a circolare imperterrite. Nel caso di Bloomberg, l'idea è addirittura quella di una prevalente responsabilità dei democratici nella crisi finanziaria del 2008, per effetto di una compassionevole disponibilità a concedere prestiti a persone non abbienti. I fatti dimostrano che si tratta di una invenzione: i prestiti non vennero concessi da agenzie partecipate dal Governo, ma da banche 'ombra' prive di regole. Buttigieg invece pare affetto dall'idea zombi del pericolo del debito pubblico - e dunque dall'idea gemella dell'austerità. Uomini di centro possono avere chances, ma non certo se sono armati da argomenti della propaganda di destra.

Bernie Sanders non è un socialista, di Paul Krugman (New York Times, 13 febbraio 2020)

Sanders si definisce socialista, ma non è certo per la proprietà pubblica dei mezzi di produzione; in Europa sarebbe definito un socialdemocratico. Ma insiste a farlo, probabilmente perché si compiace un po' nello spaventare i borghesi. E Buttigieg si è di recente pronunciato a favore di una certa austerità, o almeno preoccupato per il deficit pubblico. Sembra inconsapevole che ormai la maggioranza degli economisti considera l'ossessione per i deficit una esagerazione. Il problema è che entrambi questi atteggiamenti sono regali alla campagna elettorale di Trump. Mentre i democratici dovrebbero concentrarsi sui loro veri primati e sulle debolezze degli avversari, che riguardano tutti le politiche delle reti della sicurezza sociale.

Come Trump ha aderito alla “economia degli effetti a cascata”, di Paul Krugman (New York Times, 10 febbraio 2020)

Trump si era presentato come un repubblicano di un genere speciale: avrebbe difeso i programmi sociali che stanno a cuore agli americani e avrebbe aumentato la pressione fiscale sui più ricchi. E' evidente che ha fatto il contrario, ha pienamente abbracciato l'ortodossia economica dei conservatori. Ormai le prove sono abbondanti, e nuove conferme sono in corso, con il tentativo di far dichiarare incostituzionale la riforma sanitaria di Obama. In pratica egli ha sottoscritto un accordo con i repubblicani del Congresso: voi ottenete la vostra politica tradizionale, a me lasciate le mani libere nella gestione del potere. Pagherà un prezzo? Molto dipende dalla circostanza che i democratici sappiano parlare di ciò che preme agli americani, piuttosto che trasformare le elezioni in un test di purezza sul loro progressismo.

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