Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci

La Conferenza di Bretton Woods, di Marco Marcucci. Settembre 2018

 

zz 569La conferenza di Bretton Woods – un modestissimo villaggio del New Hampshire nella cornice di montagne bellissime eppure senza una strada principale e senza negozi, ma con un albergo enorme provvisto di tutto, costruito da 240 emigrati italiani, capace di ospitare centinaia di delegati provenienti da 44 paesi, compresa l’Unione Sovietica e la Cina prerivoluzionaria – ebbe luogo nel luglio del 1944, quando ancora mancava quasi un anno alla conclusione della guerra in Europa, nonché altri mesi alla resa del Giappone. Il Presidente americano Roosevelt, nella sua lettera di saluto ai delegati, scrisse: “E’ giusto che proprio nel momento in cui la guerra di liberazione è al suo culmine, i rappresentanti degli uomini liberi si riuniscano per confrontarsi sulla forma del futuro che ci stiamo conquistando”; l’esito della guerra appariva segnato, ma la sua conclusione avrebbe ancora richiesto molte centinaia di migliaia di morti. Cionostante, Bretton Woods decideva di un futuro ormai percepito come concretamente imminente. Ma quale futuro? Dal libro di Benn Steil “La battaglia di Bretton Woods” (Donzelli Editore. Prima edizione in lingua inglese, 2013), si comprende in modo esauriente che si trattava in realtà di un futuro assai indefinito. (prosegue)

Articoli sul NYT

Giorni di paura, anni di blocco, di Paul Krugman (New York Times, 13 settembre 2018)

La crisi del 2008, la parte di quella crisi che si concentrò sulle istituzioni finanziarie in particolare dopo il fallimento di Lehman Brothers, non durò così a lungo, non più di due anni. Sennonché essa era un sintomo di cause più profonde, che divennero evidenti con lo scoppio della bolla immobiliare. Che impoverì molte famiglie di americani e diede un colpo alla spesa per i consumi. Questa fu la causa di uno stato di recessione che proseguì per anni, dopo che gli aspetti meramente finanziari erano stati risolti. E la cause di quella lunghezza della Grande Recessione fu in sostanza politica: il Partito Repubblicano fece una opposizione da 'terra bruciata' ad un incremento della spesa pubblica, che era l'unico modo per uscire dai guai più rapidamente. Anche se il boicottaggio repubblicano fu accompagnato da una timidezza verso una politica più attiva da parte di dirigenti democratici, come l'allora Segretario al Tesoro Tim Geithner. Fu lì che la crisi economica preparò la strada alla crisi democratica e costituzionale di oggi.

I democratici sono credibili sulla assistenza sanitaria, di Paul Krugman (New York Times, 10 settembre 2018)

La campagna elettorale in corso per le elezioni di medio termine negli Stati Uniti è istruttiva. I repubblicani insistono esclusivamente sui temi identitari (della popolazione bianca, ovvero immigrati, criminalità etc.), i democratici su quelli programmatici, soprattutto sanitari. Ma sono credibili? Il punto è che la riforma sanitaria di Obama - un successo dei repubblicani comporterebbe la sua definitiva abrogazione - resta ancora in piedi. Il suo meccanismo è stato indubbiamente macchinoso, ma ha funzionato. E forse l'America potrebbe regalare questa novità: che nel momento del massimo frastuono dei tweet e delle false notizie, gli americani preferiscono guardare ai fatti.

Kavanaugh sopprimerà la Costituzione, di Paul Krugman (New York Times 6 settembre 2018)

Kavanaugh è il giudice della Corte Suprema che è stato proposto da Trump, sulla cui nomina si sta pronunciando il Congresso. Se la proposta venisse accolta - un Giudice con un curriculum impressionante di posizioni anti ambientali, ostili ai diritti del lavoro, e con un ruolo considerevole in tutte le cacce alle streghe imbastite dai repubblicani negli ultimi due decenni - il rischio di crisi costituzionali negli Stati Uniti diverrebbe evidente. Quello che è in gioco, infatti, è l'indipendenza della Corte Suprema.

Per chi cresce l’economia? Di Paul Krugman (New York Times 30 agosto 2018)

E' stata presentata una proposta di legge di Senatori democratici che si propone di incaricare gli istituti governativi di ricerca non solo di studiare l'andamento del PIL, ma di approfondire la distribuzione della crescita del reddito. Una idea molto interessante, considerato che tale distribuzione è ampiamente ineguale. I repubblicani saranno contrari, semplicemente perché non vogliono che tali approfondimenti aiutino le persone a comprendere la realtà. Ma gli americani sono sempre più interessati a questi aspetti. Sempre di più si stanno chiedendo: se la riforma sanitaria è il socialismo, che c'è di male nel socialismo?

Perché può accadere anche qua, di Paul Krugman (New York Times 27 agosto 2018)

L'America è lontana dal seguire la strada della Polonia e dell'Ungheria? Non tanto, se si guarda alle notizie che vengono da vari Stati americani ed a quelle che mostrano una crescente compattezza repubblicana nel fare scudo a Trump. La destra è dominata da una semplice strategia di potere ed è sempre più indifferente alla astrazione dei principi democratici.

L’imbroglio del taglio delle tasse continua, di Paul Krugman (New York Times 23 agosto 2018)

Da decenni il proposito repubblicano di tagliare le tasse ai ricchi non è una strategia fine a se stessa. Esso comporta un serio innalzamento del deficit ed è dunque la premessa ad un attacco ulteriore alla spesa sociale. Le elezioni di medio termine decideranno non poco le prospettive dello Stato di diritto, la possibilità per Trump di sottrarsi ad ogni accusa. Ma, nel caso di un mantenimento della maggioranza repubblicana nei due rami del Congresso, riapriranno inevitabilmente anche la partita sulle pensioni e su Medicare.

Il clima di paranoia del Partito Repubblicano, di Paul Krugman (New York Times 20 agosto 2018)

Ancora sul tema della militante indifferenza dei repubblicani americani verso la scienza e la verità. Cosa impedisce loro di riconoscere che nella posizione di Trump emergono ormai crepe profonde, se non altro sul piano della logica? Si tratta di un copione ben sperimentato, e il negazionismo sul cambiamento climatico lo dimostra ampiamente. Le teorie della cospirazione avversaria sono diventate la struttura portante di quella logica. Ma, in materia di clima, era già accaduto da molto tempo.

Il pendio scivoloso della complicità, di Paul Krugman (New York Times 18 agosto 2018)

Perché la complicità dei repubblicani negli scandali di Trump è destinata a durare. E perché un loro successo nelle elezioni di medio termine di novembre può aprire la strada ad un autoritarismo sempre più grave. Eppure non molti si rendono conto che la democrazia americana può essere a rischio in tempo breve.

Chi ha paura di Nancy Pelosi? Di Paul Krugman (New York Times 13 agosto 2018)

Nancy Pelosi, da Presidente della Camera dei Rappresentanti, ebbe un ruolo fondamentale in varie cose: sventò i tentativi di Bush di privatizzare la Previdenza Sociale, ebbe un ruolo forse superiore anche a quello di Obama nella approvazione della legge di riforma sanitaria, contribuì ad approvare la legge di riforma del sistema finanziario, contribuì anche ad approvare le misure di stimolo dell'economia dopo la crisi finanziaria del 2008. Non c'è confronto possibile con i Presidenti repubblicani della Camera che vennero prima di lei e dopo di lei. Ciononostante è presa di mira nella campagna elettorale ed è definita "controversa" da molti media. Chi ha paura di Nancy Pelosi?

Smettete di chiamare Trump un populista, di Paul Krugman (New York Times, 2 agosto 2018)

Niente di quello che Trump ha fatto e sta facendo - dai tentativi di abrogazione della riforma sanitaria ai tagli alle tasse, all'avvio di una guerra commerciale - merita l'aggettivo populista. Non ultima tra le sue iniziative, la nomina alla Corte Suprema di Brett Kavanaugh, un personaggio ferocemente ostile ai lavoratori. (si deve anche considerare che nella storia politica americana il populismo fu, più di un secolo fa, un episodio non disprezzabile)

La guerra del Partito Repubblicano contro i poveri, di Paul Krugman (New York Times 16 luglio 2018)

Capire le ragioni per le quali la destra americana è in guerra contro i programmi sociali che aiutano i poveri è rilevante. Non si tratta di risparmiare soldi, visto che il taglio alle tasse per i più ricchi dell'anno scorso è stato incomparabilmente più elevato ed è stato deciso con completa noncuranza. E la motivazione razzistica non può spiegare tutto, considerato che spesso si colpisce la basa degli americani bianchi. Nei confronti dei gruppi dirigenti repubblicani c'è un'altra potente ragione: cambiare uno Stato che talvolta tenta di avere qualche efficacia nella guerra alle povertà. Lo Stato deve diventare semplicemente il regno delle razzie dei potenti.

Per Trump, la sola opzione è fallire, di Paul Krugman (New York Times 12 luglio 2018)

Ma Trump ha in mente qualche via d'uscita dal disastro che stanno provocando le sue intemperanze? La domanda è mal posta, perché non si tratta di intemperanze. Che si tratti di rapporti commerciali o delle alleanze nel mondo che uscì dalla Seconda Guerra Mondiale, il suo obbiettivo è effettivamente quello di mettere in crisi le istituzioni che nacquero in quell'epoca, come l'Organizzazione Mondiale del Commercio e la stessa NATO. Ha in mente un altro assetto mondiale, nel quale la solidarietà con dirigenti autoritari realmente prevalga su solidarietà democratiche che considera come un impaccio per la politica americana. E in America non appare nessuno che voglia mettere qualche limite al suo potere, né tra i repubblicani del Congresso, né nella grande impresa.

Trump, le tariffe, il Tofu e i tagli alle tasse, di Paul Krugman (New York Times, 9 luglio 2018)

Cosa stanno provocando sull'economia statunitense le politiche economiche di Trump? Non si pensi di capirlo dai dati trimestrali, specialmente del commercio, che spesso sono legati a fattori non sostanziali. Ad esempio, alla fine di questo mese dovremmo avere dati che indicano un forte incremento delle esportazioni di soia. Ma la guerra commerciale che si è aperta ci costringerà rapidamente a restituire tale vantaggio. Più significativo è l'andamento reale rispetto a quello che si attendeva. E qua il dato fondamentale è che, dopo il taglio alle tasse, non c'è il minimo cenno di una crescita degli investimenti delle imprese. Aumentano solo i dividendi dei dirigenti e i soldi che vanno al riacquisto delle azioni.

La grande impresa raccoglie il vortice seminato da Trump, di Paul Krugman (New York Times 5 luglio 2018)

Associazioni del mondo conservatore americano cominciano a prendere sul serio la svolta protezionistica di Trump e reagiscono promuovendo l'invio di lettere alla Casa Bianca. E' un po' patetico che pensino che servano a cambiare qualcosa. Quelle associazioni hanno grande responsabilità; hanno condiviso pienamente anni di politica cinica, hanno vezzeggiato il razzismo nella prospettiva dei tagli delle tasse. Solo oggi cominciano a riconoscere che il protezionismo è una minaccia sul serio.

Trump ci sta portando dagli attacchi d’ira alla guerra commerciale, di Paul Krugman (New York Times 2 luglio 2018)

Una politica basata su scatti di ira ci sta portando ad un vera e indiscriminata guerra commerciale. E la logica che guida la Amministrazione americana non contempla revisioni, neanche a fronte di una crescente ostilità delle industrie statunitensi. Quello che non si sa intendere è che una guerra commerciale di vaste dimensioni non ha vincitori, perché la rottura delle catene globali dell'offerta costituirà un danno superiore a temporanei e molto settoriali vantaggi.

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