Jonathan V. Last very helpfully focuses on Union City, N.J., an overwhelmingly Hispanic area. Donald Trump got only 19 percent of the vote there in 2016. But in 2024 he received more than twice that share, 41 percent. This pattern was replicated across the country, leading ebullient Republicans to tout a widespread, durable realignment of Hispanic voters toward their party.
Durable, that is, until it wasn’t. The Republican candidate for New Jersey governor, Jack Ciatarelli, received only 15.1 percent of Union City’s votes on Tuesday. What happened?
In this case, the simple answer is the right one — it’s the economy, stupid. The 2021-2022 surge in prices infuriated many Americans, particularly working class Americans who have little surplus to spare. Biden economists pointed out until they were blue in the face that this was not Biden’s fault – that inflation had surged everywhere. They also pointed out that wages had risen too, so much so that workers’ purchasing power was higher in 2024 than it had been before the pandemic. It didn’t matter: making these statements was interpreted as tantamount to denying people’s felt reality. Economics comparisons are abstract while the price of eggs is not. Furthermore, workers believed, as they always do during wage-price spirals, that they had earned wage increases that were being unfairly snatched away by inflation.
So many voters turned to Trump, believing his promises that he would bring prices down to pre-Covid levels. They remembered the low inflation, low mortgage rates and full employment that prevailed on the eve of the pandemic and let themselves be persuaded that Trump would turn back the clock.
But, equally important, the 2024 Hispanic swing to the Republicans was also a function of what voters chose not to believe. Namely, many Hispanics chose not to believe warnings that a second Trump administration would be an era of racial profiling and mass deportations, of Hispanic communities terrorized by ICE agents.
After all, the reasoning went, that didn’t happen during Trump’s first term. So many Hispanic voters brushed aside dire warnings from Democrats that an emboldened Trump II would be very different.
But as Tuesday’s results showed, they know now. As G. Elliott Morris puts it,
“the best explanation for 2025 is that voters didn’t know what they were getting with Trump 2.0 last November, but now they do — and they don’t like it.”
They know now that Trump’s promise to lower prices was just another scam, that his tariffs and deportations have in fact driven prices higher. Moreover, the continual insistence by Trump and his minions that the economy is great and that prices are down adds insult to injury — an attempt to gaslight them into disbelieving their own eyes.
For Hispanic voters, even worse is the devastating discovery that everything Democrats warned would happen to them under Trump II is happening. Suddenly, America has become a place where it’s not safe to have brown skin or speak Spanish with your family, even if you’re a citizen.
So Tuesday showed that the Hispanic vote has re-realigned. And my prediction is that this won’t be a pendulum. Republicans had their chance to win over a new bloc of voters; but by indulging Trump’s violent racism and nativism, they have lost them and will probably never get them back.
Why do I feel confident in saying that? By analogy with the Jewish vote. Bear with me here.
One of the longstanding anomalies of U.S. politics has been the consistent support of Jewish Americans for Democrats, despite the fact that as a relatively high income group Jews are more likely than the average voter to benefit from tax cuts. Granted, Republicans have peeled off a few votes among Jews who strongly support the Netanyahu government. But even so Kamala Harris received 71 percent of the Jewish vote.
What explains this persistence? Historical memory. Jews have many generations’ worth of experience with right-wing antisemitism. Many of us understand, I believe, that whenever bigotry of any kind is given free rein, we’re always next in line.
And sure enough, rabid antisemitism is surging within MAGA, which should surprise absolutely nobody.
As I see it, Hispanic voters are now learning a similar lesson. Until this year many of them could brush off evidence of right-wing racism, including Trump’s tirades about Mexican rapists, as unlikely to affect their lives. Now they’re seeing friends and family grabbed on the street by masked government thugs. Many will never trust the right again.
I’d be the first to admit that I am neither a political strategist nor a political scientist. But I don’t think I’m wrong about this. As I see it, the G.O.P. didn’t just lose the Hispanic vote for one election. It has lost that vote for good.
Martedì nel New Jersey è successo qualcosa di importante: gli elettori ispanici hanno compiuto un’importante inversione di tendenza. L’anno scorso, in tutto il paese, gli ispanici si erano schierati con i Repubblicani, in netto contrasto con gli schemi di voto del passato, contribuendo alla vittoria di Trump. Ma ieri, nel New Jersey, sono tornati nettamente ai Democratici. E mi sbilancio facendo una previsione: non torneranno al GOP per molto tempo.
Jonathan V. Last si concentra molto utilmente su Union City, nel New Jersey, un’area a maggioranza ispanica. Donald Trump ha ottenuto solo il 19% dei voti nel 2016. Ma nel 2024 ha ricevuto più del doppio, il 41%. Questo schema si è replicato in tutto il paese, portando gli entusiasti repubblicani a promuovere un diffuso e duraturo riallineamento degli elettori ispanici verso il loro partito.
Duraturo, almeno finché non si è interrotto. Il candidato repubblicano a governatore del New Jersey, Jack Ciatarelli, ha ricevuto solo il 15,1% dei voti di Union City martedì. Cos’è successo?
In questo caso, la risposta semplice è quella giusta: è l’economia, stupido [1]. L’impennata dei prezzi del 2021-2022 ha fatto infuriare molti americani, in particolare la classe operaia americana che ha poche eccedenze da mettere da parte. Gli economisti di Biden hanno sottolineato fino a diventare paonazzi che non era colpa di Biden: l’inflazione era aumentata ovunque. Hanno anche sottolineato che anche i salari erano aumentati, tanto che il potere d’acquisto dei lavoratori era più alto nel 2024 rispetto a prima della pandemia. Non importava: fare queste affermazioni veniva interpretato come un modo per negare la realtà percepita dalle persone. I paragoni economici sono astratti, mentre il prezzo delle uova non lo è. Inoltre, i lavoratori credevano, come sempre accade durante le spirali salari-prezzi, di aver guadagnato aumenti salariali che venivano ingiustamente strappati via dall’inflazione.
Molti elettori si sono rivolti a Trump, credendo alle sue promesse di riportare i prezzi ai livelli pre-Covid. Ricordavano la bassa inflazione, i bassi tassi sui mutui e la piena occupazione che prevalevano alla vigilia della pandemia e si sono lasciati convincere che Trump avrebbe fatto tornare indietro l’orologio.
Ma, cosa altrettanto importante, la svolta ispanica del 2024 verso i repubblicani è stata anche una conseguenza di ciò che gli elettori hanno scelto di non credere . Vale a dire, molti ispanici hanno scelto di non credere agli avvertimenti secondo cui una seconda amministrazione Trump sarebbe stata un’era di schedature razziali e di deportazioni di massa, di comunità ispaniche terrorizzate dagli agenti dell’ICE.
Dopotutto, si diceva, questo non è accaduto durante il primo mandato di Trump. Molti elettori ispanici hanno ignorato i terribili avvertimenti dei Democratici, secondo cui un Trump II più coraggioso sarebbe stato molto diverso.
Ma come hanno dimostrato i risultati di martedì, ora lo sanno. Come dice G. Elliott Morris ,
“La spiegazione migliore per il 2025 è che lo scorso novembre gli elettori non sapevano cosa avrebbero ottenuto con Trump 2.0, ma ora lo sanno, e non gli piace.”
Ora sanno che la promessa di Trump di abbassare i prezzi era solo l’ennesima truffa, che i suoi dazi e le sue deportazioni hanno in realtà fatto aumentare i prezzi. Inoltre, la continua insistenza di Trump e dei suoi tirapiedi sul fatto che l’economia è in ottima salute e che i prezzi sono in calo aggiunge la beffa al danno: un tentativo di convincerli a non credere ai propri occhi.
Per gli elettori ispanici, la cosa ancora peggiore è la devastante scoperta che tutto ciò che i Democratici avevano previsto sarebbe accaduto loro con il secondo Trump si sta verificando. Improvvisamente, l’America è diventata un luogo in cui non è sicuro avere la pelle scura o parlare spagnolo con la propria famiglia, anche se si è cittadini.
Martedì, quindi, ha dimostrato che il voto ispanico si è riallineato. E la mia previsione è che non sarà un pendolo. I repubblicani hanno avuto la loro occasione di conquistare un nuovo blocco di elettori; ma assecondando il razzismo violento e il nativismo di Trump, l’hanno persa e probabilmente non la riavranno mai più.
Perché mi sento sicuro di dirlo? Per analogia con il voto ebraico. Abbiate un attimo di pazienza.
Una delle anomalie di lunga data della politica statunitense è stato il costante sostegno degli ebrei americani ai Democratici, nonostante il fatto che, in quanto gruppo con un reddito relativamente alto, gli ebrei abbiano maggiori probabilità rispetto all’elettore medio di beneficiare di tagli fiscali. Certo, i Repubblicani hanno sottratto qualche voto agli ebrei che sostengono fermamente il governo Netanyahu. Ma nonostante ciò, Kamala Harris ha ricevuto il 71% del voto ebraico.
Cosa spiega questa persistenza? La memoria storica. Gli ebrei hanno alle spalle generazioni di esperienza con l’antisemitismo di destra. Molti di noi capiscono, credo, che ogni volta che si dà libero sfogo al bigottismo di qualsiasi tipo, siamo sempre i prossimi della fila.
E in effetti, all’interno del MAGA sta dilagando un antisemitismo rabbioso , il che non dovrebbe sorprendere nessuno.
A mio avviso, gli elettori ispanici stanno imparando una lezione simile. Fino a quest’anno molti di loro potevano ignorare le prove del razzismo di destra, comprese le invettive di Trump sugli stupratori messicani , ritenendole improbabili e in grado di influenzare le loro vite. Ora vedono amici e familiari aggrediti per strada da delinquenti del governo mascherati. Molti non si fideranno mai più della destra.
Sarei il primo ad ammettere di non essere né uno stratega politico né un politologo. Ma non credo di sbagliarmi. A mio avviso, il Partito Repubblicano non ha perso il voto ispanico solo per una elezione. L’ha perso definitivamente.
[1] Espressione entrata nel gergo politico; venne coniata da Bill Clinton in una conferenza.
novembre 4, 2025
Nov 02, 2025
Source: Our World in Data
The world’s largest solar farm — an array of panels covering 162 square miles, 7 times the area of Manhattan — is located in a remote region of China: A desert area of the Tibetan plateau, at an altitude of almost 10,000 feet. The thin air at that altitude means more intense sunlight, and hence greater electricity output.
The United States was in the planning stages of building a somewhat smaller but still very large solar farm in Nevada, the Esmeralda 7 solar project. But a few weeks ago Trump administration officials stopped the environmental review, which has probably effectively killed it.
In last week’s primer I wrote about the remarkable global rise of renewable energy, arguably the most important technological development of the 21st century. I mentioned briefly that the current U.S. government is hostile to this technology. Yet even before Donald Trump came back to power this year, America was in fact a somewhat marginal player in renewables.
Given Americans’ pervasive belief in U.S. exceptionalism, I think it’s likely that few Americans realize just how marginal the United States has become in the global renewable energy revolution and how badly we continue to lag behind. I was surprised myself when I began looking at the data. The chart at the top of this post illustrates my point: it shows electricity generation from renewables by the world’s three economic superpowers.
Today’s primer will be devoted to global divergences in the adoption of renewable energy — their causes and consequences. And for many it may serve as a wake-up call on how badly the U.S. has lagged Europe and China for over 20 years in the development of renewable energy.
Beyond the paywall I’ll address the following:
A subsequent primer will address the geopolitics of renewable energy, in particular the implications of America’s retreat from a crucial technology while China races ahead.
Renewables: A global overview
As I documented last week, since the late 2000s we’ve seen dramatic progress in three basic renewable technologies: Solar power, wind power, and batteries that address the “intermittency problem”: the fact that the sun doesn’t always shine and the wind doesn’t always blow. These “non-hydro” renewables were once considered from fringe sources of energy, dismissed as unimportant by those who considered themselves hard-headed pragmatists. Now, a mere 15 years later, solar and wind power are clearly cheaper than coal (which just isn’t competitive anymore) and price competitive with natural gas for electricity generation.
Dramatic cost reductions, aided in some cases by government policies to promote renewables, have led to explosive growth in worldwide use of solar and wind power:
However, to understand the impact of the renewable revolution, it’s not enough to look at global application of these new technologies. It’s necessary to also look at international differences in adoption of renewables.
In this primer I will consider the world’s three economic superpowers: China, the United States, and the European Union. Granted, the Big Three by no means constitute the whole universe of energy policies. Combined, China, the U.S. and the E.U. only account for a little more than half of the world’s energy consumption. But by comparing and contrasting them I think we can learn a lot about possible energy futures.
A key finding is that while the technologies of the renewables revolution have been equally accessible to all of the Big Three, it is their willingness (or lack thereof) to adopt these technologies that have been the critical difference between them. Moreover, that difference in the willingness to adopt renewables appears set to grow going forward.
To see where things stand right now, let me offer two charts. The first shows renewables as a percentage of total energy consumption in 2024:
Since renewables are overwhelmingly used to generate electricity, the second chart shows the percentage of electricity generation powered by renewables:
As both charts show, there is a clear ranking among the Big Three. Although China is by far the world’s largest producer of renewable energy, Europe clearly leads in the extent to which its economy has become renewables-based. America is a distant third on all criteria.
Why these differences? In large part it is due to politics, which gives rise to differences in government policies towards renewables.
So let’s start with America, where politics has severely hobbled the transition to renewables compared to China and the E.U.
America’s hostility to renewables
The U.S. hasn’t completely missed out on the renewable energy revolution. Let me repost a chart from last week’s primer, showing U.S. electricity production from renewables other than hydropower:
Source: Our World in Data
Despite the nearly 10-fold increase in the use of non-hydro renewables as a percentage of electricity generation over the past 20 years, however, America has lagged far behind Europe and China. Why?
The proximate explanation is that the other leading economies have been subsidizing and promoting clean energy on a much bigger scale than we have. Data are scrappy and hard to compare, but one source estimates that in 2022 the European Union spent more than 6 times as much as the U.S. promoting renewable energy, a gap that goes back at least to 2015. U.S. spending on renewables rose substantially during the last two years of the Biden administration, but this will presumably collapse given the Trump administration’s deep hostility.
Chinese data are, as always, very hard to interpret. But as I’ll explain later, China has a clear, ambitious industrial policy aimed at promoting green energy.
Since wading into politics is unavoidable, let me preface the political discussion by acknowledging that the American right’s hostility to renewables isn’t the only factor that has held green energy back. NIMBYism, largely from the left, has also been an important limiting factor.
Europe has shown that offshore wind farms can be a major, reasonably cost-effective source of electricity. They would be a natural way to expand renewable energy in the blue states of the Northeast U.S. But only a handful of offshore of offshore farms were approved during either the Obama or Biden administrations, in the teeth of fierce local opposition.
And now the Trump administration is taking extreme actions, possibly illegal, to block offshore wind farms, including some already under construction.
Varying degrees of left-leaning NIMBYism are surely the reason Texas, despite its political redness, gets a large share of its electricity from renewables, mainly wind, while New Jersey generates extraordinarily little renewable energy and continues to rely heavily on fossil fuels:
Source: New York Times
Thus the United States is exceptional for among advanced countries for the strength of political opposition to renewable energy. Initially, much of this opposition was attributable to the power of fossil fuel interests. The United States stands out among democracies both for the size of its fossil fuel sector and for the power of money in politics. So coal, oil and gas interests have played a uniquely important role in our politics.
Over time, however, this money-driven opposition to renewables has mutated into something deeper and more sinister: energy policy has become a victim of the culture wars.
A decade ago, many observers noted that the G.O.P. was the only major political party in the world that rejected climate science, simply denying that man-made climate change was happening. Since then, there has been a gradual downward trend in the number of Republican legislators espousing flat-out climate denial. But climate change denialism still has substantial support within the Republican Party.
Unsatisfied with just cutting off Biden’s green energy subsidies, Trump II has been actively moving to block renewable energy projects, sometimes on bizarre grounds that are probably illegal. I led this post with the cancellation of a major solar project. The East Coast was finally on the verge of a major expansion of offshore wind, but Trump’s officials have probably killed that. Just a few days ago RFK Jr. ordered the Centers for Disease Control to study the alleged adverse health impacts of offshore wind farms.
There’s much more one could say about U.S. energy policy, and I’ll surely return to the topic. For now, the important point is that America has basically opted out of participating in the renewable energy revolution.
Can Europe make the transition?
The European economy is the subject of a great deal of negativity, not least from Europeans themselves. But as I argued a few weeks back, Europe’s economy still has major strengths. It’s true that Europe has lagged in information technology. It has, however, been a leader in adopting renewable energy, a comparably important technology. As such, it has shown what can be done. But the big question is whether Europe can take the next step and truly wean itself from fossil fuels.
Most Western European nations generate more than half their electricity from renewables:
Some nations are almost entirely reliant on renewables, which generate 88 percent of electricity in Denmark and 85 percent in Portugal. France, by the way, isn’t an outlier because it relies heavily on fossil fuels. Instead, it has been uniquely successful at using nuclear power to generate a large share of its electricity.
The type of renewable energy used depends on the country. In northern Europe, wind power leads. Where the United States has had huge difficulty getting political approval for any offshore wind farms, the UK alone has dozens in operation — one of them, famously, visible from a golf course owned by an enraged Donald Trump — with more under construction:
Source: Wikipedia
Southern Europe makes significant use of wind power, mainly onshore, but relies even more on solar power.
Europe’s adoption of renewable energy for electricity generation remains incomplete, but it has gone far enough to demonstrate that replacing fossil fuels with wind and solar is possible. Yes, there have been occasional issues with grid management. But these will surely be worked out.
What Europe hasn’t done yet is electrify large parts of the economy that rely directly on fossil fuels, especially transportation. This will almost certainly be possible. But until it happens, we can’t yet say that Europe demonstrates the workability of a clean-energy future. All we can say so far is that Europe shows that it is possible to make far more use of renewable energy than we do in America.
The China energy paradox
China shifted away from being a centrally planned economy more than 40 years ago. It remains, however, a market economy with an asterisk — the government retains substantial ability to direct investment. And under President Xi, it has no hesitation in choosing and implementing industrial policies to shape the future of the Chinese economy — often in bare-knuckle fashion, as we saw watching him use China’s virtual monopoly on rare earths to put pressure on the United States.
The importance that China places on industrial policy means that one can’t measure China’s support for clean energy simply by looking at explicit subsidies. Rather, the true indicator of China’s intention is its explicit industrial policy of promoting solar and wind power, with the eventual goal of transitioning away from fossil fuels.
This strategy has made China the dominant global player in renewable energy growth. The chart at the top of this post showed levels of electricity generation from renewable energy. Here are the changes in renewable generation between 2019, just before Covid, and last year:
It’s only a slight exaggeration to say that the global rise in renewable energy is, at this point, basically a China story. That might have changed if the Biden administration’s green energy push had continued, but it didn’t. Instead the current U.S. government is trying, if anything, to force a transition back to fossil fuels. But from a global point of view this won’t matter much. China is where the action is.
In addition to dominating world growth in consumption of renewable energy, China has overwhelmingly dominated production of the equipment used to harvest and store renewable energy, from solar panels to turbine blades to batteries. This dominance presumably reflects both China’s manufacturing prowess and the size of its domestic market, which helps it export this equipment as well.
I won’t try to delve into China’s motivations in promoting renewable energy, largely because I know very little about Chinese political economy and won’t pretend otherwise.
Let me, instead, restrict myself to pointing out that we shouldn’t let the impressive scale of China’s renewable growth obscure one fundamental limitation on what has been achieved. When observers talk about an energy transition, they generally envision a substantial decline in use of fossil fuels, replaced by renewables. That hasn’t happened in China, at least so far.
One easy way to see China’s non-transition is to look at CO2 emissions from burning fossil fuels. While China’s use of renewable energy has surged over the past two decades, so have its emissions of greenhouse gases, as fossil fuel consumption has continued to rise:
In fact, China still gets 35 percent of its electricity from coal, much higher than the share in Europe or the United States.
However, China’s latest five-year plan calls for even more massive investments in solar and wind. It seems plausible to say that China either has reached or soon will reach peak fossil fuel consumption.
Even this won’t be enough to eliminate the threat of catastrophic climate change. That would require a drastic reduction in emissions, which for all its ambitions China doesn’t seem set to achieve any time soon. But again, that’s a topic I’ll have to deal with another day.
What is clear is that renewable energy is a major technological advance — and that China is leaning hard into this technology, while the United States is taking a great leap backwards. This will obviously have huge consequences for geopolitics. But this primer is already long, so I’ll leave that discussion for next week.
Fonte: Il nostro mondo in dati
Il più grande parco solare del mondo – una serie di pannelli che coprono una superficie di 420 chilometri quadrati, 7 volte la superficie di Manhattan – si trova in una remota regione della Cina: un’area desertica dell’altopiano tibetano, a un’altitudine di quasi 3.000 metri. L’aria rarefatta a quell’altitudine si traduce in una luce solare più intensa e, di conseguenza, in una maggiore produzione di energia elettrica.
Gli Stati Uniti stavano pianificando la costruzione di un parco solare un po’ più piccolo ma comunque molto grande in Nevada, il progetto solare Esmeralda 7. Ma poche settimane fa i funzionari dell’amministrazione Trump hanno bloccato la valutazione ambientale , che probabilmente l’ha di fatto interrotto.
Nell’articolo di approfondimento della scorsa settimana ho parlato della straordinaria crescita globale delle energie rinnovabili, probabilmente lo sviluppo tecnologico più importante del XXI secolo . Ho accennato brevemente all’ostilità dell’attuale governo statunitense verso questa tecnologia. Tuttavia, anche prima del ritorno al potere di Donald Trump quest’anno, l’America era di fatto un attore piuttosto marginale nel settore delle energie rinnovabili.
Considerata la diffusa convinzione degli americani sull’eccezionalismo degli Stati Uniti, credo che siano pochi a rendersi conto di quanto marginali siano diventati gli Stati Uniti nella rivoluzione globale delle energie rinnovabili e di quanto continuino a essere indietro. Anch’io sono rimasto sorpreso quando ho iniziato a esaminare i dati. Il grafico in cima a questo post illustra la mia impressione: mostra la produzione di elettricità da fonti rinnovabili da parte delle tre superpotenze economiche mondiali.
L’articolo di oggi sarà dedicato alle divergenze globali nell’adozione delle energie rinnovabili, alle loro cause e conseguenze. E per molti potrebbe servire da campanello d’allarme su quanto gli Stati Uniti siano rimasti indietro rispetto a Europa e Cina per oltre 20 anni nello sviluppo delle energie rinnovabili.
Oltre il limite per i sottoscrittori, affronterò i seguenti argomenti:
Un approfondimento successivo affronterà la geopolitica delle energie rinnovabili, in particolare le implicazioni del ritiro degli Stati Uniti da una tecnologia cruciale mentre la Cina continua a correre avanti.
Energie rinnovabili: una panoramica globale
Come ho documentato la scorsa settimana, dalla fine degli anni 2000 abbiamo assistito a progressi straordinari in tre tecnologie rinnovabili di base: l’energia solare, l’energia eolica e le batterie, che risolvono il “problema dell’intermittenza”, ovvero il fatto che il sole non splende sempre e il vento non soffia sempre. Queste energie rinnovabili “non idroelettriche” erano un tempo considerate fonti di energia marginali, liquidate come irrilevanti da coloro che si consideravano pragmatici e ostinati. Ora, a soli 15 anni di distanza, l’energia solare ed eolica sono chiaramente più economiche del carbone (che non è più competitivo) e hanno prezzi competitivi rispetto al gas naturale per la produzione di elettricità.
Le drastiche riduzioni dei costi, in alcuni casi favorite dalle politiche governative volte a promuovere le energie rinnovabili, hanno portato a una crescita esponenziale dell’uso dell’energia solare ed eolica in tutto il mondo:
Tuttavia, per comprendere l’impatto della rivoluzione delle energie rinnovabili, non è sufficiente analizzare l’applicazione globale di queste nuove tecnologie. È necessario considerare anche le differenze internazionali nell’adozione delle energie rinnovabili.
In questo articolo prenderò in esame le tre superpotenze economiche mondiali: Cina, Stati Uniti e Unione Europea. Certo, i Tre Grandi non rappresentano affatto l’intero universo delle politiche energetiche. Insieme, Cina, Stati Uniti e Unione Europea rappresentano solo poco più della metà del consumo energetico mondiale. Ma confrontandoli l’uno con l’altro, credo che possiamo imparare molto sui possibili futuri energetici.
Una scoperta fondamentale è che, sebbene le tecnologie della rivoluzione delle energie rinnovabili siano state ugualmente accessibili a tutti i Tre Grandi, è stata la loro volontà (o la loro mancanza) di adottarle a rappresentare la differenza fondamentale tra loro. Inoltre, questa differenza nella volontà di adottare le energie rinnovabili sembra destinata ad aumentare in futuro.
Per capire la situazione attuale, vi offro due grafici. Il primo mostra le energie rinnovabili in percentuale sul consumo energetico totale nel 2024:
Poiché le energie rinnovabili sono utilizzate in modo preponderante per generare elettricità, il secondo grafico mostra la percentuale di produzione di elettricità alimentata da fonti rinnovabili:
Come mostrano entrambi i grafici, la classifica dei Tre Grandi è netta. Sebbene la Cina sia di gran lunga il maggiore produttore mondiale di energia rinnovabile, l’Europa è nettamente in testa per quanto riguarda la sua economia basata sulle energie rinnovabili. L’America è terza, a distanza, su tutti i criteri.
Perché queste differenze? In gran parte sono dovute alla politica, che determina differenze nelle politiche governative in materia di energie rinnovabili.
Cominciamo quindi dall’America, dove la politica ha gravemente ostacolato la transizione verso le energie rinnovabili rispetto alla Cina e all’UE.
L’ostilità dell’America verso le energie rinnovabili
Gli Stati Uniti non si sono lasciati sfuggire del tutto la rivoluzione delle energie rinnovabili. Ripropongo un grafico tratto dal nostro articolo della scorsa settimana, che mostra la produzione di elettricità statunitense da fonti rinnovabili diverse dall’energia idroelettrica:
Fonte: Il nostro mondo in dati
Nonostante l’uso di fonti rinnovabili non-idroelettriche in percentuale della produzione di elettricità sia aumentato di quasi 10 volte negli ultimi 20 anni, l’America è rimasta molto indietro rispetto a Europa e Cina. Perché?
La spiegazione più plausibile è che le altre principali economie hanno sovvenzionato e promosso l’energia pulita su scala molto più ampia di noi. I dati sono frammentari e difficili da confrontare, ma una fonte stima che nel 2022 l’Unione Europea abbia speso più di 6 volte di più degli Stati Uniti per promuovere le energie rinnovabili, un divario che risale almeno al 2015. La spesa statunitense per le energie rinnovabili è aumentata notevolmente negli ultimi due anni dell’amministrazione Biden, ma presumibilmente è destinata a crollare, data la profonda ostilità dell’amministrazione Trump.
I dati cinesi sono, come sempre, molto difficili da interpretare. Ma come spiegherò più avanti, la Cina ha una politica industriale chiara e ambiziosa volta a promuovere l’energia verde.
Poiché valutare gli aspetti politici è inevitabile, vorrei premettere a quegli aspetti che l’ostilità della destra americana verso le energie rinnovabili non è l’unico fattore che ha frenato l’energia verde. Anche il fenomeno NIMBY, diffuso soprattutto a sinistra, è stato un importante fattore limitante.
L’Europa ha dimostrato che i parchi eolici in mare aperto possono rappresentare una fonte di energia elettrica importante e ragionevolmente conveniente. Sarebbero un modo naturale per espandere le energie rinnovabili negli stati democratici del nord-est degli Stati Uniti. Tuttavia, solo una manciata di parchi eolici offshore sono stati approvati durante le amministrazioni Obama e Biden, nella morsa di una feroce opposizione locale.
E ora l’amministrazione Trump sta adottando misure estreme, forse illegali, per bloccare i parchi eolici offshore , alcuni dei quali sono già in costruzione.
Vari gradi di NIMBYismo di sinistra sono sicuramente la ragione per cui il Texas, nonostante la sua appartenenza politica al partito repubblicano, ricava una quota importante della sua elettricità da fonti rinnovabili, principalmente eoliche, mentre il New Jersey genera pochissima energia rinnovabile e continua a fare molto affidamento sui combustibili fossili:

Fonte: New York Times
Gli Stati Uniti rappresentano quindi un’eccezione tra i paesi avanzati per la forte opposizione politica alle energie rinnovabili. Inizialmente, gran parte di questa opposizione era attribuibile al potere degli interessi legati ai combustibili fossili. Gli Stati Uniti si distinguono tra le democrazie sia per le dimensioni del loro settore dei combustibili fossili sia per il potere del denaro in politica. Pertanto, gli interessi legati al carbone, al petrolio e al gas hanno svolto un ruolo di importanza unica nella nostra politica.
Col tempo, tuttavia, questa opposizione alle energie rinnovabili, motivata dal denaro, si è trasformata in qualcosa di più profondo e sinistro: la politica energetica è diventata vittima delle guerre ideologiche.
Dieci anni fa, molti osservatori notarono che il Partito Repubblicano era l’unico grande partito politico al mondo a rifiutare la scienza del clima, negando semplicemente che il cambiamento climatico fosse causato dall’uomo. Da allora, si è assistito a una graduale diminuzione del numero di parlamentari repubblicani che si dichiarano apertamente negazionisti del cambiamento climatico. Tuttavia, il negazionismo del cambiamento climatico gode ancora di un notevole sostegno all’interno del Partito Repubblicano.
Insoddisfatto del semplice taglio dei sussidi all’energia verde di Biden, Trump II si è mosso attivamente per bloccare i progetti di energia rinnovabile, a volte con motivazioni bizzarre e probabilmente illegali. Ho aperto questo post con la cancellazione di un importante progetto solare. La costa orientale era finalmente sull’orlo di una grande espansione dell’eolico offshore, ma i funzionari di Trump hanno probabilmente bloccato tutto . Solo pochi giorni fa RFK Jr. [6] ha ordinato ai Centers for Disease Control and Prevention di studiare i presunti impatti negativi sulla salute dei parchi eolici offshore.
Ci sarebbe molto altro da dire sulla politica energetica degli Stati Uniti, e tornerò sicuramente sull’argomento. Per ora, il punto importante è che l’America ha sostanzialmente rinunciato a partecipare alla rivoluzione delle energie rinnovabili.
L’Europa riuscirà a compiere questa transizione?
L’economia europea è oggetto di molte critiche, non da ultimo da parte degli stessi europei. Ma, come ho sostenuto qualche settimana fa , l’economia europea ha ancora importanti punti di forza. È vero che l’Europa è rimasta indietro nell’informatica. Tuttavia, è stata leader nell’adozione delle energie rinnovabili, una tecnologia altrettanto importante. In quanto tale, ha dimostrato cosa si può fare. Ma la grande domanda è se l’Europa riuscirà a fare il passo successivo e a liberarsi davvero dai combustibili fossili.
La maggior parte delle nazioni dell’Europa occidentale genera più della metà della propria elettricità da fonti rinnovabili:
Alcune nazioni dipendono quasi interamente dalle energie rinnovabili, che generano l’88% dell’elettricità in Danimarca e l’85% in Portogallo. La Francia, del resto, non è un’eccezione perché faccia affidamento sui combustibili fossili. Ha avuto, anzi, un successo unico nell’utilizzare l’energia nucleare per generare gran parte della sua elettricità.
Il tipo di energia rinnovabile utilizzata dipende dal Paese. Nell’Europa settentrionale, l’energia eolica è in testa. Mentre gli Stati Uniti hanno avuto enormi difficoltà a ottenere l’approvazione politica per qualsiasi parco eolico offshore, il solo Regno Unito ne ha decine in funzione – uno dei quali, notoriamente, visibile da un campo da golf di proprietà di un infuriato Donald Trump – e altri sono in costruzione:

L’Europa meridionale fa un uso significativo dell’energia eolica, soprattutto sulla terraferma, ma fa ancora più affidamento sull’energia solare.
L’adozione delle energie rinnovabili per la produzione di elettricità in Europa è ancora incompleta, ma ha dimostrato che sostituire i combustibili fossili con l’eolico e il solare è possibile. Certo, ci sono stati occasionali problemi con la gestione della rete. Ma saranno sicuramente risolti.
Ciò che l’Europa non ha ancora fatto è elettrificare gran parte dell’economia che dipende direttamente dai combustibili fossili, in particolare i trasporti. Questo sarà quasi certamente possibile. Ma finché non accadrà, non possiamo ancora dire che l’Europa dimostri la fattibilità di un futuro basato sull’energia pulita. Tutto ciò che possiamo dire finora è che l’Europa dimostra che è possibile fare un uso molto maggiore di energie rinnovabili rispetto agli Stati Uniti.
Il paradosso energetico della Cina
La Cina ha abbandonato l’economia pianificata centralmente più di 40 anni fa. Rimane, tuttavia, un’economia di mercato con un asterisco: il governo mantiene una notevole capacità di indirizzare gli investimenti. E sotto la presidenza di Xi, non esita a scegliere e attuare politiche industriali per plasmare il futuro dell’economia cinese, spesso con determinazione, come abbiamo visto nel suo uso del monopolio sostanziale cinese sulle terre rare per fare pressione sugli Stati Uniti.
L’importanza che la Cina attribuisce alla politica industriale implica che non sia possibile misurare il sostegno cinese all’energia pulita semplicemente osservando i sussidi espliciti. Piuttosto, il vero indicatore delle intenzioni della Cina è la sua esplicita politica industriale di promozione dell’energia solare ed eolica, con l’obiettivo finale di abbandonare i combustibili fossili .
Questa strategia ha reso la Cina il principale attore globale nella crescita delle energie rinnovabili. Il grafico in cima a questo post mostra i livelli di produzione di elettricità da fonti rinnovabili. Ecco l’ evoluzione della produzione di energia rinnovabile tra il 2019, poco prima del Covid, e l’anno scorso:
È solo una leggera esagerazione affermare che l’aumento globale delle energie rinnovabili sia, a questo punto, fondamentalmente una questione cinese. La situazione sarebbe potuta cambiare se la spinta dell’amministrazione Biden verso l’energia verde fosse continuata, ma non è successo. Invece, l’attuale governo degli Stati Uniti sta cercando, se non altro, di forzare una transizione verso i combustibili fossili. Ma da un punto di vista globale questo non avrà molta importanza. È la Cina il Paese in cui si concentra l’azione.
Oltre a dominare la crescita mondiale del consumo di energia rinnovabile, la Cina ha dominato in modo schiacciante la produzione di apparecchiature utilizzate per la raccolta e lo stoccaggio di energia rinnovabile, dai pannelli solari alle pale delle turbine alle batterie. Questa posizione dominante riflette presumibilmente sia la potenza manifatturiera cinese sia le dimensioni del suo mercato interno, che la aiutano anche a esportare queste apparecchiature.
Non cercherò di approfondire le motivazioni che spingono la Cina a promuovere l’energia rinnovabile, soprattutto perché conosco molto poco l’economia politica cinese e non fingerò il contrario.
Vorrei invece limitarmi a sottolineare che non dovremmo lasciare che l’impressionante portata della crescita delle energie rinnovabili in Cina offuschi un limite fondamentale di quanto è stato raggiunto. Quando gli osservatori parlano di transizione energetica, generalmente immaginano un calo sostanziale dell’uso dei combustibili fossili, sostituiti dalle energie rinnovabili. Ciò non è accaduto in Cina, almeno finora.
Un modo semplice per comprendere la mancata transizione della Cina è osservare le emissioni di CO2 derivanti dalla combustione di combustibili fossili. Mentre l’uso di energie rinnovabili in Cina è aumentato negli ultimi due decenni, lo stesso è accaduto alle sue emissioni di gas serra, con il continuo aumento del consumo di combustibili fossili:
Di fatto, la Cina ricava ancora il 35 percento della sua elettricità dal carbone, una quota molto più alta rispetto a quella dell’Europa o degli Stati Uniti.
Tuttavia, l’ultimo piano quinquennale della Cina prevede investimenti ancora più massicci nell’energia solare ed eolica. Sembra plausibile affermare che la Cina abbia già raggiunto, o raggiungerà presto, il picco di consumo di combustibili fossili.
Ma anche questo non basterà a eliminare la minaccia di un cambiamento climatico catastrofico. Ciò richiederebbe una drastica riduzione delle emissioni, che la Cina, nonostante tutte le sue ambizioni, non sembra destinata a raggiungere a breve. Ma, ripeto, questo è un argomento che affronterò un altro giorno.
Ciò che è chiaro è che le energie rinnovabili rappresentano un importante progresso tecnologico e che la Cina si sta impegnando molto in questa tecnologia, mentre gli Stati Uniti stanno facendo un grande balzo indietro. Ciò avrà ovviamente enormi conseguenze per la geopolitica. Ma questo articolo è già lungo, quindi rimando la discussione alla prossima settimana.
[1] Il diagramma mostra il confronto tra Cina, Europa e Stati Uniti nella produzione di elettricità da fonti rinnovabili. Come si vede, solo in 14 anni la Cina ha aumentato la sua quota di circa 14 volte.
[2] In sostanza, in un quarto di secolo l’idroelettrico è aumentato di circa 500 Twh, l’eolico ed il solare di cerca 2000 Twh ciascuno. La produzione di elettricità dalle rinnovabili è aumentata di circa 4 volte.
Il Twh (terawattora) equivale a mille miliardi di wattora; viene utilizzato per misurare la produzione ed il consumo di energia di grandi dimensioni, nazionali o globali.
[3] I diagramma mostra la quota del consumo di energia primaria dalle innovabili. Il diagramma è semplice, ma l’oggetto è complicato. Per “energia primaria” si intende l’energia presente in natura che non ha subito trasformazioni industriali o altri processi di lavorazione.. Comprende sia fonti rinnovabili, come il sole, il vento, l’acqua e le biomasse, sia fonti esauribili, come petrolio, gas naturale, carbone e combustibili nucleari. Questa energia grezza viene poi trasformata in energia secondaria (come l’elettricità) per essere utilizzata. Essa viene stimata, nel caso delle rinnovabili che sarebbero inesauribili per definizione, con il metodo detto “della sostituzione”, equiparando – se ho ben compreso – l’efficienza del consumo delle fonti non fossili di energia alle perdite delle fonti fossili.
Le percentuali indicate – la maggiore per l’Europa, l’intermedia per la Cina e la più bassa per gli USA – dovrebbero dunque indicare l’entità dei consumi rispetto alla potenzialità delle risorse rinnovabili.
[4] Il secondo grafico è più semplice: indica le diverse quote di produzione di elettricità dalle fonti rinnovabili: 39% per l’Europa (nel 2023), 34% in Cina nel 2024, 24% negli Stati Uniti nel 2024.
[5] I valori dei vari comparti delle due tabelle sono indicati sulla sinistra nel dato di partenza del 2002, sulla destra in quello finale del 2024. Quindi, il Texas ha mantenuto un 51% per il gas, ha visto calare il carbone dal 36% al 12%, aumentare l’eolico da più del 10% (nel 2014) al 22% del 2024, diminuire il nucleare dal 10% al 7%, aumentare il solare dallo 0% del 2018 al 6% del 2024. Il New Jersey ha visto uno ‘scambio’ come fonte prevalente del nucleare con il gas, un scomparsa del carbomne ed un lievbe aumento (7%) del solare.
[6] Il rampollo dei Kennedy, discretamente antivaccini e pare anche anti rinnovabili, nominato da Trump Segretario alla Sanità.
[7] La quota della produzione di elettricità dalle rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico, biomasse, geotermico, onde del mare e maree) nei vari paesi europei. La Francia è tra il 20 ed il 30% (per il peso del nucleare, in effetti non rinnovabile); l’Italia tra il 40 e il 50%, come la Turchia; Spagna, Germania e Regno Unito tra il 50 e il 60%; Portogallo, Svezia e Austria trta l’80 e il 90%.
[8] I cerchi verdi indicano le centrali eoliche operative; quelli gialli le centrali in costruzione; quelli rossi in fasi precedenti alla costruzione. Da notare la grande distanza dalle coste delle ultime due.
[9] Il diagramma mostra gli incrementi di potenza in Terawattora (migliaia di miliardi di wattora, ovvero una lampadina da 10 Watt consuma in due ore 20 Wattora) : in Cina circa 2.750, in Europa circa 800, negli USA circa 600.
novembre 3, 2025
Nov 03, 2025
*Excluding Canada and Mexico
Does Donald Trump realize that he has ceded world leadership to China? Probably not: During his recent Asian trip, foreign leaders flattered him and showered him with personal gifts, so he came home with his ego even more inflated than usual. Nobody close to him would dare tell him that if you look at the substance of what he agreed to, it amounted to an ignominious retreat. When Chuck Schumer pointed out the reality of what Trump didn’t accomplish, his reaction was hysterical:
Well, if this be treason, make the most of it. The whole world knows what Trump’s sycophants won’t tell him: His confrontation with China has ended up demonstrating Chinese strength and American weakness.
Now, I am not a mercantilist. Trump may imagine that the world economy is a zero-sum game, where one nation’s gain is another nation’s loss. But it isn’t. China’s astonishing rise since the economic reforms of Deng Xiaoping hasn’t made America poorer. If anything, the rapid ascent of a nation of 1.4 billion people from desperate poverty to middle-income status (per capita, China still lags America and Europe) has made us richer, expanding world markets and providing us with manufactured goods that would be far more expensive to produce at home.
But China’s rise has created geopolitical problems. As recently as the 1980s all of the world’s largest economies were democracies, allied to the United States both by formal treaties and by shared political values. Democracies as a group still dominated the world economy in the early years of the 21st century. But now China’s economy, measured by the real quantity of goods and services it produces, is bigger than America’s and much bigger than any other nation’s:
Source: International Monetary Fund
In addition to being huge, China’s economy is in some ways more advanced than you might expect given that it is still only a middle-income nation. As I explained yesterday, China dominates renewable energy, one of the most important technologies of the 21st century, and it is giving America serious competition in information technology too.
Why is any of this a problem? China isn’t evil, and while I love my country I don’t believe that America and its allies have any inherent right to rule the world. But by historical standards America was a relatively benign hegemon, largely because we were more than a nation: we were an idea. And the Pax Americana, for all its many failures and sometimes grievous sins, was on balance a force for freedom. Calling us the leader of the free world was more than political boilerplate: It described something real, despite the many blots on our record.
China, by contrast, is not a democracy: It’s an autocratic regime, and those who expected the growth of the Chinese middle class to lead inexorably to political liberalization have been proved decisively wrong. Nor does China seem to stand for anything beyond China.
So China’s rise threatens the liberal, generally pro-freedom world order America helped build. What should we do about it?
The Biden administration took the potential threat from China’s rise much more seriously than most people realize, and tried to implement quite strong policies to contain that threat. In particular, it acted on three fronts:
1 – Support for renewable energy: The Inflation Reduction Act provided subsidies for green energy — both for its use, e.g. purchase of electric vehicles, and for domestic manufacturing of key equipment like batteries. These subsidies were intended to serve multiple purposes, including promoting renewables and helping depressed regions, but one goal was to dent China’s dominance of important technologies.
2 – Support for advanced technology: The CHIPS Act provided subsidies for advanced technology, especially semiconductor manufacture, with the goal of keeping the U.S. at the cutting edge and reducing our dependence on foreign suppliers.
3 – Export controls: The Biden administration imposed controlson exports of both semiconductors and semiconductor manufacturing equipment to China, with the goal of choking off Chinese access to the future of AI and high performance computing.
Would these policies have been effective at constraining China, helping the U.S. maintain a technological edge? We’ll never know, because the Trump administration has abandoned all of them.
America is no longer contesting dominance of renewable energy, because Trump and company hate wind and solar power. They aren’t just canceling the subsidies, they’re trying to kill renewable energy in general.
Trump has harshly criticized the CHIPS Act and the whole idea of using subsidies to promote domestic manufacturing. He prefers tariffs. And as the chart at the top of this post shows, he initially imposed very high tariffs on China. (The tariff rate shown was for April 15 — not the initial “Liberation Day” tariff, but the revised tariff imposed a week later, after Scott Bessent, the Treasury secretary, and Howard Lutnick, the Commerce secretary, convinced Trump to completely revise his plans while Peter Navarro, the trade czar, was in another meeting.)
But now Trump has slashed tariffs on China. According to the Budget Lab’s estimate, tariffs on China are now similar to tariffs on other countries excluding Canada and Mexico. For example, China now faces tariffs not significantly higher than those imposed on our erstwhile allies in the European Union.
And Trump has suggested that Nvidia, which produces the most advanced AI chips, may be allowed to sell to China after all.
So basically Trump has backed down in his confrontation with China. If this was a trade war, China won. Why?
A large part of the answer is that the Chinese had more leverage over us than we did over them. We are or were an important export market for China, but China has a near-monopoly on rare earths, which are crucial for much advanced technology. And China’s limits on rare-earth exports to the United States were a much bigger problem for us than Trump’s tariffs were for them.
Trump didn’t cause this imbalance, which successive U.S. administrations have failed to address. But he was clearly oblivious, imposing punitive tariffs without any apparent awareness that China could strike back.
Trump has also proved willing to be moved by Chinese promises to resume purchases of U.S. soybeans. You might say that he ceded the future to China in return for a hill of beans. This is especially amazing when you bear in mind that China made similar promises to buy U.S. goods during the first Trump administration and never came close to delivering on those promises.
More generally, despite tough talk about China, Trump’s tariff spree hasn’t focused clearly on the key geopolitical issue of rising Chinese power. Instead, he’s been busy imposing tariffs on Brazil because he doesn’t like its domestic politics — they dared to try and convict a former president who attempted a coup — and on Canada, because the province of Ontario aired a TV ad that upset him. Trumpian tariff policy has been less America First than Ego First.
All in all, this whole confrontation has been a demonstration of Chinese strength and American weakness. Add in the way that Trump has alienated our allies, and it seems fair to say that America is no longer the world’s leading power. Unless a future president can engineer a miraculous recovery in our global stature, the future now belongs to China.
[1] *Esclusi Canada e Messico
Donald Trump si rende conto di aver ceduto la leadership mondiale alla Cina? Probabilmente no: durante il suo recente viaggio in Asia, i leader stranieri lo hanno adulato e ricoperto di doni personali, così è tornato a casa con l’ego ancora più gonfio del solito. Nessuno a lui vicino oserebbe dirgli che, se si considera la sostanza di ciò che ha accettato, si tratta di una ignominiosa ritirata. Quando Chuck Schumer ha sottolineato la realtà di ciò che Trump non ha realizzato, la sua reazione è stata isterica:
Ebbene, se i tradimenti sono questi, approfittatene. Il mondo intero sa ciò che i leccapiedi di Trump non gli diranno mai: il suo scontro con la Cina ha finito per dimostrare la forza cinese e la debolezza americana.
Ora, io non sono un mercantilista. Trump potrebbe immaginare che l’economia mondiale sia un gioco a somma zero, in cui il guadagno di una nazione è la perdita di un’altra. Ma non è così. La sorprendente ascesa della Cina dopo le riforme economiche di Deng Xiaoping non ha reso l’America più povera. Anzi, la rapida ascesa di una nazione di 1,4 miliardi di persone dalla povertà disperata a uno status di reddito medio (pro capite, la Cina è ancora indietro rispetto ad America ed Europa) ci ha resi più ricchi, espandendo i mercati mondiali e fornendoci beni manifatturieri che sarebbero molto più costosi da produrre in patria.
Ma l’ascesa della Cina ha creato problemi geopolitici. Ancora negli anni ’80, tutte le maggiori economie mondiali erano democrazie, alleate con gli Stati Uniti sia da trattati formali che da valori politici condivisi. Le democrazie, come gruppo, dominavano ancora l’economia mondiale nei primi anni del XXI secolo . Ma ora l’economia cinese, misurata in base alla quantità reale di beni e servizi che produce, è più grande di quella americana e molto più grande di quella di qualsiasi altra nazione:
Fonte: Fondo Monetario Internazionale
Oltre ad essere enorme, l’economia cinese è per certi versi più avanzata di quanto ci si potrebbe aspettare, considerando che si tratta ancora di una nazione a medio reddito. Come ho spiegato ieri , la Cina domina le energie rinnovabili, una delle tecnologie più importanti del XXI secolo , e sta dando filo da torcere agli Stati Uniti anche nel campo dell’informatica.
Perché tutto questo dovrebbe rappresentare un problema? La Cina non è malvagia, e pur amando il mio Paese, non credo che l’America e i suoi alleati abbiano alcun diritto intrinseco di governare il mondo. Ma, secondo gli standard storici, l’America era un egemone relativamente benigno, soprattutto perché eravamo più di una nazione: eravamo un’idea. E la Pax Americana, nonostante i suoi numerosi fallimenti e i suoi peccati a volte gravi, era nel complesso una forza per la libertà. Definirci leader del mondo libero era più di una semplice frase fatta: descriveva qualcosa di reale, nonostante le numerose macchie sulla nostra storia.
La Cina, al contrario, non è una democrazia: è un regime autocratico, e coloro che si aspettavano che la crescita della classe media cinese avrebbe portato inesorabilmente alla liberalizzazione politica si sono sbagliati di grosso. Né la Cina sembra rappresentare qualcosa che vada oltre la Cina stessa.
Quindi l’ascesa della Cina minaccia l’ordine mondiale liberale, e in generale favorevole alla libertà, che l’America ha contribuito a costruire. Cosa dovremmo fare al riguardo?
L’amministrazione Biden ha preso la potenziale minaccia derivante dall’ascesa della Cina molto più seriamente di quanto si possa immaginare e ha cercato di attuare politiche piuttosto incisive per contenerla. In particolare, ha agito su tre fronti:
1 – Sostegno alle energie rinnovabili : l’Inflation Reduction Act prevedeva sussidi per l’energia verde, sia per il suo utilizzo, ad esempio per l’acquisto di veicoli elettrici, sia per la produzione nazionale di apparecchiature essenziali come le batterie. Questi sussidi avevano molteplici scopi, tra cui la promozione delle energie rinnovabili e il sostegno alle regioni depresse, ma uno degli obiettivi era quello di intaccare il predominio della Cina in tecnologie importanti.
2 – Sostegno alla tecnologia avanzata : il CHIPS Act ha fornito sussidi per la tecnologia avanzata, in particolare per la produzione di semiconduttori, con l’obiettivo di mantenere gli Stati Uniti all’avanguardia e ridurre la nostra dipendenza dai fornitori stranieri.
3 – Controlli sulle esportazioni : l’amministrazione Biden ha imposto controlli sulle esportazioni di semiconduttori e di apparecchiature per la produzione di semiconduttori verso la Cina, con l’obiettivo di bloccare l’accesso cinese al futuro dell’intelligenza artificiale e del calcolo ad alte prestazioni.
Queste politiche sarebbero state efficaci nel limitare la Cina, aiutando gli Stati Uniti a mantenere un vantaggio tecnologico? Non lo sapremo mai, perché l’amministrazione Trump le ha abbandonate tutte.
L’America non contesta più il predominio delle energie rinnovabili, perché Trump e soci odiano l’energia eolica e solare. Non stanno solo cancellando i sussidi, stanno cercando di annientare le energie rinnovabili in generale.
Trump ha duramente criticato il CHIPS Act e l’idea stessa di utilizzare i sussidi per promuovere la produzione nazionale. Preferisce i dazi. E come mostra il grafico in cima a questo post, inizialmente ha imposto dazi molto elevati alla Cina. (Il tasso tariffario mostrato si riferiva al 15 aprile – non il dazio iniziale del “Giorno della Liberazione”, ma il dazio rivisto imposto una settimana dopo, dopo che Scott Bessent, Segretario al Tesoro, e Howard Lutnick, Segretario al Commercio, avevano convinto Trump a rivedere completamente i suoi piani mentre Peter Navarro, lo zar del commercio, era impegnato in un’altra riunione.)
Ma ora Trump ha tagliato i dazi sulla Cina. Secondo le stime del Budget Lab, i dazi sulla Cina sono ora simili a quelli imposti ad altri Paesi, esclusi Canada e Messico. Ad esempio, la Cina ora si trova ad affrontare dazi non significativamente superiori a quelli imposti ai nostri ex alleati nell’Unione Europea.
E Trump ha ipotizzato che a Nvidia, che produce i chip di intelligenza artificiale più avanzati, potrebbe essere consentito di vendere alla Cina .
Quindi, in sostanza, Trump ha fatto marcia indietro nel suo confronto con la Cina. Se questa fosse stata una guerra commerciale, la Cina avrebbe vinto. Perché?
Gran parte della risposta è che i cinesi avevano più influenza su di noi di quanta ne avessimo noi su di loro. Siamo o eravamo un importante mercato di esportazione per la Cina, ma la Cina detiene un quasi monopolio sulle terre rare, cruciali per gran parte della tecnologia avanzata. E i limiti imposti dalla Cina alle esportazioni di terre rare verso gli Stati Uniti rappresentavano per noi un problema molto più grave dei dazi di Trump per loro.
Trump non è stato la causa di questo squilibrio, che le varie amministrazioni statunitensi non sono riuscite a correggere. Ma è stato chiaramente inconsapevole, imponendo dazi punitivi senza alcuna apparente consapevolezza che la Cina avrebbe potuto reagire.
Trump si è anche dimostrato disponibile a lasciarsi convincere dalle promesse cinesi di riprendere gli acquisti di soia statunitense. Si potrebbe dire che abbia ceduto il futuro alla Cina in cambio di una montagna di fagioli. Ciò è particolarmente sorprendente se si considera che la Cina ha fatto promesse simili di acquistare beni statunitensi durante la prima amministrazione Trump e non è mai riuscita a mantenerle.
Più in generale, nonostante i toni duri nei confronti della Cina, la campagna tariffaria di Trump non si è concentrata chiaramente sulla questione geopolitica chiave della crescente potenza cinese. Si è invece impegnato a imporre dazi al Brasile perché non gli piace la sua politica interna – hanno osato provare a condannare un ex presidente che aveva tentato un colpo di Stato – e al Canada, perché la provincia dell’Ontario ha trasmesso uno spot televisivo che lo ha irritato. La politica tariffaria di Trump è stata meno “America First” che “Ego First“.
Tutto sommato, questo scontro è stato una dimostrazione della forza cinese e della debolezza americana. Se a ciò si aggiunge il modo in cui Trump ha alienato i nostri alleati, sembra giusto affermare che l’America non è più la principale potenza mondiale. A meno che un futuro presidente non riesca a progettare una miracolosa ripresa della nostra statura globale, il futuro appartiene ora alla Cina.
[1] Il grafico mostra l’andamento dei tassi effettivi delle tariffe statunitensi sui paesi che esportano negli USA. La Cina – nel giro di sette mesi, da aprile a novembre – è passata da un tasso di oltre il 100% ad un tasso praticamente identico a tutti gli altri paesi, esclusi il Canada e il Messico. Identico anche, dunque, a quello dell’Unione Europea.
[2] Traduzione della frase nel messaggio di Trump: “Abbiamo lavorato davvero duramente, 24 ore al giorno per tutti i giorni della settimana, e Chuck Schumer dice che il viaggio è stato un “totale disastro”, pur sapendo che è stato un successo spettacolare. Parole come quelle sono quasi un tradimento!!!”
[3] Il diagramma mostra le percentuali del PIL mondiale calcolate a “parità del potere di acquisto”. La Cina supera ai giorni nostri di 5 punti gli Stati Uniti e di quasi una ventina di punti Giappone, Germania, Francia, Regno Unito e Italia.
novembre 1, 2025
Federal funding for SNAP, the nutritional aid program still often referred to as food stamps, ends tonight. This will have catastrophic impacts on 42 million Americans, the great majority of them children, elderly or disabled.
Millions more Americans are about to discover that health insurance has become vastly more expensive, in many cases unaffordable.
Why are these terrible things happening? At a basic level they’re happening because Republicans want them to happen. Drastic cuts in food stamps and health care programs were central planks in Project 2025, which is indeed the Trump administration’s policy platform, and were written into legislation in the One Big Beautiful Bill Act that passed last summer.
But the consequences of these cruel intentions weren’t supposed to be this obvious, this early. The harshest provisions of the OBBBA were backloaded, set to kick in after the midterm elections. For example, draconian work requirements for Medicaid — which would effectively throw millions off the program, largely by imposing paperwork burdens low-wage workers can’t overcome — weren’t scheduled to take effect until the end of 2026.
Why the backloading? Presumably Republicans believed that by the time Americans woke up to what was happening, the G.O.P. would have effectively consolidated one-party rule, making future elections irrelevant.
Instead, however, the mask is being ripped off right now, well ahead of schedule.
I guess it’s possible that Republicans will manage to limit the political damage by claiming — completely falsely — that the suffering about to hit millions is being caused by Democrats who want to lavish benefits on illegal immigrants and pay for sex change operations. That’s not hyperbole. Here’s the banner currently at the top of the Agriculture Department’s SNAP data page — its data page!
In the past it would have been unthinkable to display political propaganda, let alone grotesquely dishonest propaganda, on government data sites. But we’re in a new world.
We’ll just have to see how all this plays politically. But it’s clear that Republicans messed up badly on the implementation of Project 2025. Immense cruelty was always part of the plan, but policy wasn’t supposed to get this cruel, this soon.
So what went wrong? I’d attribute it to a combination of policy ignorance, visceral hatred of doing anything that helps people in need, and the Epstein files. (Seriously.)
Start with health insurance. The Affordable Care Act, enacted under Barack Obama, allows Americans to buy insurance plans through a regulated Marketplace in which insurers cannot discriminate based on medical history — that is, you can still get coverage if you have a preexisting condition. To make the Marketplace work, the ACA subsidizes premiums, on a sliding scale that depends on your income.
As originally created, however, the ACA was underpowered: The subsidies were too small. The Biden administration helped fix that, making the subsidies bigger and also eliminating a sudden cutoff of subsidies for families above a relatively modest income. Right now 24 million Americans get their health coverage through the Marketplace, the vast majority of them subsidized.
But the enhanced subsidies only extended through 2025, so the system faces an imminent cliff. The out of pocket cost of health insurance for 2026 is soaring — 114 percent on average, according to KFF, and much more for some families. This cost surge reflects both the loss of subsidies and a selection effect: Relatively healthy people, facing sharply higher premiums, will decide to go without coverage. This will worsen the risk pool, and the expectation that this will happen is leading insurers to increase their pre-subsidy premiums.
So millions of Americans are about to feel both desperate and angry over their loss of affordable health insurance coverage. Which raises an obvious political question: Why didn’t Republicans try to do what they’re doing on Medicaid and backload this pain until after the midterm elections, extending enhanced subsidies for another year?
I very much doubt that this was a strategic decision on their part. My guess is that they simply stumbled into this crisis, because senior Republicans in Congress and their advisors just don’t understand how the Affordable Care Act works, and never have. After all, it’s difficult to get a man to understand something when his membership in a political cult depends on his not understanding it.
I mean, Republicans are currently promising to offer a superior alternative to Obamacare, any day now, which is actually kind of funny in a gallows-humor way. After all, they’ve been making the same promise, year after year, ever since the Affordable Care Act was enacted, and have consistently come up empty, because they’ve never understood why the ACA works the way it does. And all indications are that they were blindsided by the current catastrophe. Everyone who knows anything about health policy saw this coming — but none of those people work for the G.O.P.
In fact, administration officials still seem to be in denial about what’s happening (no, KFF hasn’t retracted its estimate):
The health care disaster has, in turn, played a crucial role in the government shutdown.
There are actually many Trump administration actions that Democrats could, with justification, have cited as reasons not to support continued funding for the federal government unless Republicans make some concessions. But the Democrats have chosen to make their stand over health care, and polling suggests that they have chosen very good ground. Here’s YouGov:
The government shutdown, in turn, has led to a cutoff of funds for SNAP. So the premature outbreaks of cruelty are all connected.
But why don’t Republicans cut their losses by postponing the food stamp and health care crises? The Trump administration could provide immediate relief on SNAP by releasing the program’s $5 billion contingency fund — in fact, withholding that money is almost certainly illegal. Beyond that, Congress could restore SNAP funding with a standalone bill, which would have bipartisan support. And the whole shutdown could be ended if Republicans would just temporarily extend enhanced ACA subsidies, pushing the pain past the midterms.
So why isn’t any of this happening?
The refusal to release SNAP contingency funds could reflect a deeply cynical political calculation — Democrats care when people go hungry, we don’t, so let’s use SNAP recipients as hostages. But I doubt that it’s that calculated. Instead, it reflects a visceral dislike for doing anything that helps people in need.
This visceral dislike is also a large part of the reason Republicans won’t agree to a standalone bill that maintains SNAP funding, a bill that would easily pass. The same goes for modifying the budget to temporarily maintain health insurance subsidies. Democrats would have a hard time rejecting such a deal, even though it might help Republicans politically. But again, it would help Americans in need, and the G.O.P. just hates doing that.
But there’s a further problem. Passing either a SNAP bill or a revised budget would require calling the House of Representatives back into session, which would in turn make it impossible for Mike Johnson, the speaker, to keep stalling the swearing-in of Adelita Grijalva, who won a special election more than 5 weeks ago. And here’s the thing: Once sworn in, Grijalva would provide the decisive signature to trigger a vote in the House to release the Epstein files.
The idea that Johnson’s unprecedented refusal to swear in a duly elected member of Congress reflects his determination to protect pedophiles sounds like a conspiracy theory, but it’s looking more and more like the only coherent explanation of his actions. And if he believes that the House must be kept closed to maintain his stonewalling, that prevents any resolution of the nutrition and health care crises.
In any case, the political strategy behind Republicans’ policy agenda appears to have gone completely off the rails. The plan was to mask the true harshness of this agenda by delaying much of its cruelty, with the worst effects not hitting until after the midterms. Instead, severe nutrition and health care crises are happening right now. And I have no idea how they’ll be resolved.
I finanziamenti federali per SNAP, il programma di aiuti alimentari di solito ancora chiamati buoni pasto, terminano stasera. Ciò avrà un impatto catastrofico su 42 milioni di americani , la maggior parte dei quali bambini, anziani o disabili .
Altri milioni di americani stanno per scoprire che l’assicurazione sanitaria è diventata molto più costosa , in molti casi inaccessibile.
Perché accadono queste cose terribili? In sostanza, accadono perché i repubblicani lo vogliono. Tagli drastici ai buoni pasto e ai programmi sanitari erano punti cardine del Progetto 2025, che è in effetti la piattaforma politica dell’amministrazione Trump, e sono stati inseriti nella legislazione del One Big Beautiful Bill Act (OBBA), approvato la scorsa estate.
Ma le conseguenze di queste crudeli intenzioni non avrebbero dovuto manifestarsi così presto. Le disposizioni più severe dell’OBBBA erano state rinviate, destinate a entrare in vigore dopo le elezioni di medio termine. Ad esempio, i draconiani requisiti lavorativi per Medicaid – che di fatto avrebbero escluso milioni di persone dal programma, in gran parte imponendo oneri burocratici che i lavoratori a basso reddito non possono superare – non sarebbero dovuti entrare in vigore prima della fine del 2026 .
Perché questo rinvio? Presumibilmente i repubblicani credevano che, quando gli americani si fossero resi conto di quanto stava accadendo, il Partito Repubblicano avrebbe di fatto consolidato il dominio monopartitico, rendendo irrilevanti le elezioni future.
Invece, la maschera viene strappata via proprio ora, molto prima del previsto.
Immagino che i Repubblicani riescano a limitare i danni politici sostenendo – in modo completamente falso – che le sofferenze che stanno per colpire milioni di persone sono causate dai Democratici che vogliono elargire sussidi agli immigrati clandestini e pagare le operazioni di cambio di sesso. Non sto esagerando. Ecco il titolo attualmente in cima alla pagina dei dati SNAP del Dipartimento dell’Agricoltura – la sua pagina dei dati!
In passato sarebbe stato impensabile esporre propaganda politica, per non parlare di propaganda grottescamente disonesta, sui siti statistici governativi. Ma siamo in un mondo nuovo.
Vedremo come tutto questo si rifletterà politicamente. Ma è chiaro che i repubblicani hanno commesso un errore madornale nell’attuare il Progetto 2025. Un’immensa crudeltà era sempre stata parte del piano, ma quella politica non avrebbe dovuto diventare, così presto, così crudele.
Allora cosa è andato storto? Lo attribuirei a una combinazione di ignoranza politica, odio viscerale per qualsiasi azione che aiuti le persone in difficoltà e ai fascicoli su Epstein (dico sul serio).
Iniziamo con l’assicurazione sanitaria. La Legge per una Assistenza Sostenibile (ACA), promulgata sotto Barack Obama, consente agli americani di acquistare piani assicurativi tramite un mercato regolamentato in cui le compagnie assicurative non possono discriminare in base alla storia clinica, ovvero è possibile ottenere una copertura anche in presenza di una patologia preesistente. Per far funzionare tale mercato, l’ACA sovvenziona i premi, con una scala mobile che dipende dal reddito.
Tuttavia, nella sua formulazione originale, l’ACA era sottodimensionata: i sussidi erano troppo esigui. L’amministrazione Biden ha contribuito a risolvere il problema, aumentando i sussidi ed eliminando anche un’improvvisa interruzione dei sussidi per le famiglie con un reddito superiore a quello relativamente modesto. Attualmente, 24 milioni di americani ottengono la propria copertura sanitaria tramite il mercato regolamentato, la stragrande maggioranza dei quali sovvenzionata.
Ma i sussidi potenziati si estendono solo fino al 2025, quindi il sistema si trova ad affrontare un imminente crollo. Il costo a carico del paziente dell’assicurazione sanitaria per il 2026 è in forte aumento: in media, il 114% , secondo la KFF [1], e molto di più per alcune famiglie. Questa impennata dei costi riflette sia la perdita dei sussidi sia un effetto di selezione: le persone relativamente sane, che si trovano ad affrontare premi nettamente più alti, decideranno di rinunciare alla copertura. Ciò peggiorerà la mutualizzazione dei rischi e l’aspettativa che ciò accada sta spingendo le compagnie assicurative ad aumentare i premi pre-sussidio.
Quindi milioni di americani stanno per diventare disperati e arrabbiati per la perdita di una copertura sanitaria accessibile. Il che solleva un’ovvia domanda politica: perché i repubblicani non hanno provato a fare quello che stanno facendo con Medicaid e a rimandare questa sofferenza a dopo le elezioni di medio termine, prorogando i sussidi potenziati per un altro anno?
Dubito fortemente che si sia trattato di una decisione strategica da parte loro. Immagino che si siano semplicemente imbattuti in questa crisi, perché i massimi esponenti repubblicani al Congresso e i loro consiglieri semplicemente non capiscono come funziona l’Affordable Care Act, e non l’hanno mai capito. Dopotutto, è difficile far capire qualcosa a un uomo quando la sua appartenenza a una setta politica dipende dal fatto che non la capisca.
Voglio dire, i repubblicani stanno promettendo di offrire un’alternativa migliore all’Obamacare , da un giorno all’altro, il che è in realtà piuttosto divertente, in un certo senso umoristico. Dopotutto, hanno fatto la stessa promessa, anno dopo anno, da quando è stato promulgato l’Affordable Care Act, e sono sempre rimasti con niente in mano, perché non hanno mai capito perché l’ACA funzioni in quel modo. E tutto indica che siano stati colti di sorpresa dall’attuale catastrofe. Chiunque sappia qualcosa di politica sanitaria se l’aspettava, ma nessuno di loro lavora per il Partito Repubblicano.
In effetti, i funzionari dell’amministrazione sembrano ancora negare quanto sta accadendo (e no, la KFF non ha ritrattato la sua stima):
A sua volta, il disastro sanitario ha avuto un ruolo cruciale nella chiusura del governo.
In realtà, ci sono molte azioni dell’amministrazione Trump che i Democratici avrebbero potuto, a ragione, citare come ragioni per non sostenere la prosecuzione dei finanziamenti al governo federale, a meno che i Repubblicani non facciano qualche concessione. Ma i Democratici hanno scelto di prendere posizione sull’assistenza sanitaria, e i sondaggi suggeriscono che hanno scelto un terreno molto favorevole. Ecco cosa dice YouGov:
La chiusura delle funzioni amministrative, a sua volta, ha portato al taglio dei fondi per il programma SNAP. Quindi, le esplosioni premature di crudeltà sono tutte collegate.
Ma perché i repubblicani non limitano le perdite rinviando la crisi dei buoni pasto e dell’assistenza sanitaria? L’amministrazione Trump potrebbe fornire un sollievo immediato al programma SNAP sbloccando il fondo di emergenza da 5 miliardi di dollari del programma – in effetti, trattenere quei fondi è quasi certamente illegale. Oltre a ciò, il Congresso potrebbe ripristinare i finanziamenti SNAP con un disegno di legge autonomo, che godrebbe del sostegno bipartisan. E l’intero blocco potrebbe essere interrotto se i repubblicani estendessero temporaneamente i sussidi ACA potenziati, rimandando la questione oltre le elezioni di medio termine.
Allora perché niente di questo accade?
Il rifiuto di stanziare fondi di emergenza SNAP potrebbe riflettere un calcolo politico profondamente cinico: ai Democratici importa quando la gente soffre la fame, a noi no, quindi usiamo i beneficiari SNAP come ostaggi. Ma dubito che ci sia un tale calcolo. Tutto ciò riflette piuttosto una viscerale avversione per qualsiasi azione che aiuti le persone in difficoltà.
Questa viscerale avversione è anche una delle ragioni principali per cui i Repubblicani non accetteranno un disegno di legge autonomo che mantenga i finanziamenti SNAP, un disegno di legge che verrebbe facilmente approvato. Lo stesso vale per la modifica del bilancio per mantenere temporaneamente i sussidi per l’assicurazione sanitaria. I Democratici farebbero fatica a respingere un simile accordo, anche se potrebbe essere politicamente vantaggioso per i Repubblicani. Ma, ripeto, aiuterebbe gli americani in difficoltà, e il Partito Repubblicano detesta farlo.
Ma c’è un ulteriore problema. Approvare un disegno di legge SNAP o un bilancio rivisto richiederebbe la convocazione della Camera dei Rappresentanti, il che a sua volta renderebbe impossibile per Mike Johnson, lo speaker, continuare a ritardare il giuramento di Adelita Grijalva, che ha vinto le elezioni straordinarie più di 5 settimane fa . E il punto è questo: una volta giurato, Grijalva fornirebbe la firma decisiva per innescare un voto alla Camera per la pubblicazione dei documenti su Epstein .
L’idea che il rifiuto senza precedenti di Johnson di far giurare un membro del Congresso regolarmente eletto rifletta la sua determinazione a proteggere i pedofili sembrerebbe una teoria del complotto, ma pare sempre più l’unica spiegazione coerente delle sue azioni. E se lui crede che la Camera debba rimanere chiusa per mantenere il suo ostruzionismo, ciò impedisce qualsiasi risoluzione delle crisi nutrizionali e sanitarie.
In ogni caso, la strategia politica alla base dell’agenda politica dei Repubblicani sembra essere completamente deragliata. Il piano era quello di mascherare la vera durezza di questo programma ritardandone gran parte della crudeltà, con gli effetti peggiori che si sarebbero manifestati solo dopo le elezioni di medio termine. Invece, proprio ora si stanno verificando gravi crisi nutrizionali e sanitarie. E non ho idea di come saranno risolte.
[1] Acronimo di Kaiser Family Foundation, un’organizzazione non-profit indipendente negli Stati Uniti che fornisce ricerca, analisi e informazioni su questioni e politiche sanitarie.
[2] Il riquadro mostra un post del giornalista Aaron Rupar che intervista una tale Dr. Oz – che è il nome vero del personaggio scelto da Trump come amministratore dei Centri per Medicare e dei Servizi di Medicaid.
Il giornalista chiede se corrisponde al vero che in assenza di un aumento dei sussidi il programma costerà in media il 115% in più. Il Dr. Oz risponde “Da dove prendi quel numero?”. “Dalla Fondazione Famiglia Keiser”, risponde il giornalista. Dice il dr. Oz: “Hanno ritrattato quel dato. Ecco la verità. Il costo medio per ogni americano assistito dall’ACA sarà di 13 dollari in più di quest’anno. Non un gran problema.”
Ma il KFF, a quanto pare, non ha ritrattato niente.
[3] Il sondaggio di YouGov e di Yahoo mostra che il 51% degli intervistati ritiene che il Congresso dovrebbe prolungare questi sussidi nell’ambito della approvazione di un bilancio e porre termine alla interruzione (shutdown) deòle funzioni governative; il 27% che dovrebbe interrompere lo shutdown senza estendere i sussidi; il 22% è incerto.
ottobre 27, 2025
Oct 26, 2025
Does anyone still remember the Cheney energy report? Early in the George W. Bush administration a task force led by Vice President Dick Cheney released a big report offering recommendations for energy policy. There was a lot of controversy at the time — you might even call it a scandal — over Cheney’s secretiveness, his refusal to reveal how much role corporate interests played in writing the report, whose conclusions might be summarized as “drill, baby, drill.”
Those were innocent days. These days we have much bigger scandals multiple times a week.
But politics aside, what’s notable about that 2001 report, put together by men who regarded themselves as hard-headed realists, is that it envisaged an energy future reliant almost entirely on fossil fuels plus a bit of nuclear energy. The report grudgingly admitted that technological progress had reduced the costs of renewable energy, but still saw solar and wind as trivial for our energy future: By 2020, non-hydropower renewable energy is expected to account for 2.8 percent of total electricity generation.
Here’s what actually happened:
Today’s primer will be devoted to the rise of renewable energy. This is, of course, a deeply politicized subject: Donald Trump and his officials hate, just hate wind and solar power, and there are many people who still refuse to believe that renewables can be practical even as renewables keep growing around the world, in fact accounting for the bulk of growth in electricity generation. But I’ll leave detailed discussion of where those attitudes come from for the next primer.
For today I want, instead, to focus on the economics of renewable energy. How did energy sources that a generation ago were widely dismissed as hippie fantasies become a major source of electricity? What are these sources’ future prospects, and how will their growth be affected by policy?
Beyond the paywall I’ll address the following:
Today’s primer is intended as the first part of a two-part series. Next week I’ll ask, among other things, why there’s still so much U.S. political opposition to green energy; whether that opposition can stall the energy transition in America, and how this will affect geopolitics as China races ahead. I’ll also need to talk about whether renewables are driving up electricity prices and how we will (or won’t) cope with the extraordinary energy demands of generative AI; and more.
But first, a short course in energy miracles.
The growth of renewables
Renewable energy in general isn’t new. People have been using biomass since cavemen started cooking their kills over wood fires. The early Industrial Revolution was powered by waterwheels, not steam engines, and hydroelectric power remains an important part of the energy mix to this day. Wind power has played an important role in some places for centuries.
But the modern rise in renewables has mainly involved something new: large-scale electricity generation from wind turbines and solar panels.
My sense is that many people still think of solar and wind as marginal, more woke environmentalist aspiration than serious parts of the global energy supply. This was still somewhat true a decade ago, when solar and wind produced less than 4 percent of the world’s electricity. But renewables have grown explosively since then. In 2024 solar and wind produced 15 percent of world electricity, and growth in solar and wind accounted for 63 percent of the growth in electricity production since the eve of Covid:
Solar and wind play an even bigger role in some places. Denmark gets 58 percent of its electricity from wind and another 12 percent from solar. The UK gets 30 percent from wind and another 6 percent from solar. Within the United States, California gets 40 percent of its electricity from renewables, mainly solar, while Texas gets 30 percent, mainly from wind. Iowa gets 63 percent from renewables, overwhelmingly wind.
Why have solar and wind become serious business, in fact almost dominant when it comes to global electricity growth? Government subsidies have played a role, but fossil fuels get subsidies too. The key, clearly, has been an astonishing fall in costs. Here’s the levelized cost of electricity — the average cost over a new facility’s lifetime — for the major renewable energy sources:
At this point solar photovoltaic and onshore wind — the yellow and gray lines at the bottom of the right of the chart above — are clearly cheaper than coal, and possibly natural gas, even without subsidies. With even modest subsidies, renewables clearly have the edge, which is why solar and wind dominate the construction of new generating capacity.
But wait: what happens when the sun doesn’t shine or the wind doesn’t blow? Way back in 2011 I wrote an enthusiastic column — titled, inevitably, “Here comes the sun” — about the plunging cost of solar energy. I got a lot of pushback, including from energy economists, who argued that I wasn’t putting sufficient weight on the problem of intermittency (the sun doesn’t always shine etc.).
But intermittency is turning out to be much less of a problem than most people thought, because there has also been an extraordinary decline in the cost of batteries:
Inexpensive, powerful batteries transform the economics of solar power, making it possible to store up power during the day in huge battery farms then draw it down at night. As I mentioned, California now relies on solar for much of its electricity. Here’s what an average day in June looked like:
All of this amounts to an enormous technological revolution. Less than 20 years ago there seemed to be no realistic alternative to powering our civilization with fossil fuels. Today we seem to be on an unstoppable path toward relying mainly on renewable energy.
And I do mean unstoppable. Yes, the Trump administration is deeply hostile to both wind and solar and is trying desperately to prop up coal. But even if it succeeds, America is not the world. In fact, we account for only 14 percent of world electricity production (China accounts for 32 percent.) The energy revolution is happening; U.S. policy won’t stop it, all it can do is determine whether we choose to be left behind.
But what’s behind this revolution? The cost of renewable energy has plunged. But what has caused this plunge?
Why did the cost of renewables fall so far, so fast?
The renewable energy revolution is being driven by radical cost reductions in three areas:
What strikes me about this list is that from a technological point of view solar, wind and batteries don’t seem to have much in common. It’s hard to think of a big idea that is common to all three sectors and is driving rapid progress.
To see what I mean, compare progress in renewable energy with progress in information technology. I think it’s fair to say that the IT revolution really does flow from one big idea: integrated circuits printed on chips.
Gradually exploiting the potential of that big idea has led to rapid progress over time: Moore’s Law famously says that the number of transistors that can be printed on a chip doubles roughly every two years, which translates into a gigantic increase in computing power and a gigantic fall in the cost of computation over the half century for which the law has applied. Figuring out what you can do with vast amounts of incredibly cheap computing power has given us everything from personal computers to smartphones to large language models. But the integrated circuit on a chip is the big idea that started it all.
If there’s a comparable big idea behind the renewables revolution, I don’t see it. All three key technologies are quite old; silicon photovoltaic cells, the newest of the three, were demonstrated by Bell Labs in 1954. Nor do the technologies have much in common. Persuading photons to dislodge electrons, which is how photovoltaic solar works, is completely different from persuading the wind to turn giant turbines. And while batteries, like solar panels, do stuff with electrons, that seems to be the extent of overlap between the technologies of energy storage and solar power.
So why have we seen transformative progress in three seemingly unrelated technologies?
The answer almost certainly involves “learning curves.” Before the technology for producing a good has fully matured, costs tend to fall rapidly as producers gain more experience with production. Progress may be incremental and, often, prosaic — for example, bigger, taller wind turbines reduce costs because wind speeds are a lot higher several hundred feet up than they are close to the ground. But the cumulative effect of learning can be huge.
Surprisingly, progress through learning is relatively predictable. Wright’s Law says that in any given industry costs fall by about the same percentage for every doubling of cumulative production or installed capacity. A 2022 study found that over the long term every doubling of installed wind capacity has led to a 15 percent decline in costs, while every doubling of solar capacity has led to a 24 percent decline in costs:
Lithium-ion batteries appear to benefit from a similar learning curve, with costs falling about 18 percent for every doubling of cumulative production.
If technological progress in renewable energy is driven by learning, we can see the renewable revolution as the result of a virtuous circle. Renewable energy production has been growing rapidly because of rapidly falling costs; costs have been falling rapidly because of rising cumulative production.
What got this virtuous circle going? The details are complex, but it seems clear that policy played a crucial role.
What role has policy played in the rise of renewables?
By the first decade of the 21st century the United States, Europe and China were all providing significant subsidies for wind and solar power. These subsidies were partly motivated by concerns about energy security, a desire to reduce dependence on Middle Eastern oil. They also reflected environmental concerns: Even leaving climate change aside, the air pollution caused by burning fossil fuels has large health and economic costs.
Still, the subsidies wouldn’t have led to large-scale solar and wind development if renewables were wildly expensive. However, by that time technological progress had reduced solar and wind costs sufficiently that they were no longer too expensive for anything beyond niche applications like powering satellites. They were still, at first, more expensive than fossil fuels: “Renewable energy costs,” declared the Cheney report, “are often greater than those of other energy sources.” But the subsidies were enough to cause significant adoption. And then the virtuous circle kicked in, to the point where today it’s economically foolish not to rely heavily on renewable energy.
One could say that the rise of renewable energy is an example — possibly history’s most spectacular example — of a successful “infant industry” policy. The infant industry argument, originally formulated by none other than Alexander Hamilton, was that sometimes a nation should give certain industries special treatment until they reached sufficient scale and acquired sufficient experience to stand on their own two feet.
Hamilton was thinking about manufacturing in general, and getting U.S. manufacturing going in the face of competition from established industrial powers, especially Britain. But the same argument applies to getting renewable energy going in the face of established, fossil-fuel based energy sources. And we did, in fact, get renewable energy going.
At this point it’s almost funny to read screeds from 14 or 15 years ago about how green subsidies were a waste of money, an attempt to promote technologies that were doomed to fail. Or it would be funny if officials in the current U.S. administration, from the president on down, weren’t using almost exactly the same rhetoric as anti-Obama Republicans circa 2009 or 2010. I don’t know whether they’re unaware of or just unwilling to acknowledge the fact that large-scale adoption of renewable energy has turned out to be eminently doable, and that at this point people trying to get us back to burning coal are the ones engaging in impractical fantasies.
The question one can still seriously argue about is whether we should continue to subsidize green energy. I would say that the answer is a clear yes, for two reasons: We’re still on a steep learning curve, and environmental reasons to move away from fossil fuels are more compelling than ever.
It’s possible that America will ignore these considerations, trying (and failing) to restore the age of coal. As I said, however, we are not the world, and green energy will continue to grow even if we try to opt out, with important geopolitical implications: China is racing ahead.
It’s also important to understand how energy policy will interact with generative AI, which (if it doesn’t implode) will be a huge additional source of energy demand. And miraculous as it is, is the rise of renewables enough to avoid climate catastrophe?
But all of that is for next week.
Di Paul Krugman
Qualcuno ricorda ancora il rapporto di Cheney sull’energia? All’inizio dell’amministrazione di George W. Bush, una task force guidata dal vicepresidente Dick Cheney pubblicò un gran rapporto contenente raccomandazioni per la politica energetica. All’epoca ci furono molte polemiche – si potrebbe persino parlare di scandalo – sulla riservatezza di Cheney, sul suo rifiuto di rivelare quanto peso gli interessi delle imprese avessero avuto nella stesura del rapporto, le cui conclusioni potrebbero essere riassunte in “trivella, tesoro, trivella“.
Quelli erano giorni innocenti. Oggigiorno ci sono scandali molto più grandi, più volte alla settimana.
Ma, politica a parte, ciò che è degno di nota di quel rapporto del 2001, redatto da uomini che si consideravano realisti convinti, è che esso prevedeva un futuro energetico basato quasi interamente sui combustibili fossili, con una certa dose di energia nucleare. Il rapporto ammetteva con riluttanza che il progresso tecnologico aveva ridotto i costi delle energie rinnovabili, ma considerava ancora l’energia solare ed eolica come trascurabili per il nostro futuro energetico: “Si prevede che entro il 2020 l’energia rinnovabile non idroelettrica rappresenterà il 2,8% della produzione totale di elettricità”.
Ecco cosa è successo realmente:
L’articolo di oggi sarà dedicato all’ascesa delle energie rinnovabili. Si tratta, ovviamente, di un argomento profondamente politicizzato: Donald Trump e i suoi funzionari odiano, proprio odiano, l’energia eolica e solare, e sono in molti a rifiutare la concreta possibilità di utilizzo delle energie rinnovabili, nonostante continuino a crescere in tutto il mondo, rappresentando di fatto la maggior parte della crescita della produzione di energia elettrica. Ma lascerò un’analisi dettagliata delle origini di questi atteggiamenti al prossimo articolo.
Oggi, invece, vorrei concentrarmi sull’economia delle energie rinnovabili. Come hanno fatto fonti energetiche che una generazione fa erano ampiamente liquidate come fantasie hippie a diventare una fonte importante di elettricità? Quali sono le prospettive future di queste fonti e come la loro crescita sarà influenzata dalla politica?
Nel seguito per i sottoscrittori, affronterò i seguenti argomenti:
L’articolo di oggi è concepito come la prima parte di una serie in due capitoli. La prossima settimana mi chiederò, tra le altre cose, perché negli Stati Uniti c’è ancora così tanta opposizione politica all’energia verde; se tale opposizione possa bloccare la transizione energetica in America e come ciò influenzerà la geopolitica con la Cina in rapida ascesa. Dovrò anche discutere se le energie rinnovabili stiano facendo aumentare i prezzi dell’elettricità e come riusciremo (o non riusciremo) a gestire la straordinaria domanda energetica dell’intelligenza artificiale generativa; e altro ancora.
Ma prima, un breve corso sui miracoli energetici.
La crescita delle energie rinnovabili
L’energia rinnovabile in generale non è una novità. L’uomo utilizza la biomassa fin da quando gli uomini delle caverne iniziarono a cuocere le loro prede sui fuochi a legna. La prima Rivoluzione Industriale era alimentata da ruote idrauliche, non da motori a vapore, e l’energia idroelettrica rimane una parte importante del mix energetico ancora oggi. L’energia eolica ha svolto un ruolo importante in alcuni luoghi per secoli.
Ma l’attuale ascesa delle energie rinnovabili ha comportato principalmente qualcosa di nuovo: la produzione di energia elettrica su larga scala da turbine eoliche e pannelli solari.
La mia impressione è che molti considerino ancora l’energia solare ed eolica come marginali, più un’aspirazione ambientalista radicaleggiante che una componente importante dell’approvvigionamento energetico globale. Questo era ancora in parte vero un decennio fa, quando l’energia solare ed eolica producevano meno del 4% dell’elettricità mondiale. Ma da allora le energie rinnovabili sono cresciute in modo esponenziale. Nel 2024, l’energia solare ed eolica hanno prodotto il 15% dell’elettricità mondiale, e la crescita di queste due fonti ha rappresentato il 63% della crescita della produzione di elettricità dalla vigilia del Covid:
In alcuni luoghi, l’energia solare ed eolica svolgono un ruolo ancora più importante. La Danimarca ricava il 58% della sua elettricità dall’eolico e un altro 12% dal solare. Il Regno Unito ne ricava il 30% dall’eolico e un altro 6% dal solare. Negli Stati Uniti , la California ricava il 40% della sua elettricità da fonti rinnovabili, principalmente solari, mentre il Texas ne ricava il 30%, principalmente dall’eolico. L’Iowa ricava il 63% da fonti rinnovabili, prevalentemente eoliche.
Perché l’energia solare ed eolica sono diventate un business serio, di fatto quasi dominante nella crescita globale dell’elettricità? I sussidi governativi hanno avuto un ruolo, ma anche i combustibili fossili ne ricevono. La chiave, chiaramente, è stata una sorprendente riduzione dei costi. Ecco il costo livellato dell’elettricità – il costo medio per l’intera durata di vita di un nuovo impianto – per le principali fonti di energia rinnovabile:
A questo punto, il solare fotovoltaico e l’eolico terrestre – le linee gialle e grigie in basso a destra nel grafico sopra – sono chiaramente più economici del carbone, e forse del gas naturale, anche senza sussidi. Anche con sussidi modesti, le energie rinnovabili hanno chiaramente la meglio, ed è per questo che il solare e l’eolico dominano la costruzione della nuova capacità di generazione.
Ma aspettate: cosa succede quando non splende il sole o non soffia il vento? Già nel 2011 scrissi un articolo entusiasta – intitolato, inevitabilmente, ” Ecco che arriva il sole ” – sul crollo dei costi dell’energia solare. Ricevetti molte critiche, anche da parte di economisti dell’energia, che sostenevano che non stessi dando sufficiente peso al problema dell’intermittenza (il sole non splende sempre, ecc.).
Ma l’intermittenza si sta rivelando un problema molto meno grave di quanto si pensasse, perché si è registrato anche uno straordinario calo del costo delle batterie:
Batterie economiche e potenti trasformano l’economia dell’energia solare, rendendo possibile immagazzinare energia durante il giorno in enormi parchi batterie per poi consumarla di notte. Come ho detto, la California ora fa affidamento sull’energia solare per gran parte della sua elettricità. Ecco come si presentava una giornata tipo di giugno:
Tutto ciò rappresenta un’enorme rivoluzione tecnologica. Meno di 20 anni fa sembrava non esserci alcuna alternativa realistica all’alimentazione della nostra civiltà con i combustibili fossili. Oggi sembriamo essere su un percorso inarrestabile verso un affidamento prevalente sulle energie rinnovabili.
E intendo proprio inarrestabile. Ed è così, l’amministrazione Trump è profondamente ostile sia all’eolico che al solare e sta cercando disperatamente di sostenere il carbone. Ma anche se ci riuscisse, l’America non è il mondo. Infatti, rappresentiamo solo il 14% della produzione mondiale di elettricità (la Cina ne rappresenta il 32%). La rivoluzione energetica è in atto; la politica statunitense non la fermerà, tutto ciò che può fare è determinare se sceglieremo di rimanere indietro.
Ma cosa c’è dietro questa rivoluzione? Il costo delle energie rinnovabili è crollato. Ma cosa ha causato questo crollo?
Perché il costo delle energie rinnovabili è diminuito così tanto e così rapidamente?
La rivoluzione delle energie rinnovabili è guidata da radicali riduzioni dei costi in tre aree:
Ciò che mi colpisce di questa lista è che, dal punto di vista tecnologico, solare, eolico e batterie non sembrano avere molto in comune. È difficile pensare a una grande idea che sia comune a tutti e tre i settori e che stia guidando un rapido progresso.
Per capire cosa intendo, confrontate i progressi nelle energie rinnovabili con quelli nell’informatica. Credo sia giusto affermare che la rivoluzione informatica scaturisce in realtà da un’unica grande idea: i circuiti integrati stampati su chip.
Sfruttare gradualmente il potenziale di questa grande idea ha portato a rapidi progressi nel tempo: la famosa Legge di Moore afferma che il numero di transistor che possono essere stampati su un chip raddoppia all’incirca ogni due anni, il che si traduce in un enorme aumento della potenza di calcolo e in una gigantesca riduzione dei costi di elaborazione nel corso del mezzo secolo di applicazione della legge. Capire cosa si può fare con enormi quantità di potenza di calcolo incredibilmente economica ci ha dato di tutto, dai personal computer agli telefonini ai grandi modelli linguistici. Ma il circuito integrato su un chip è la grande idea che ha dato inizio a tutto.
Se c’è un’idea altrettanto grande dietro la rivoluzione delle energie rinnovabili, non la vedo. Tutte e tre le tecnologie chiave sono piuttosto vecchie; le celle fotovoltaiche al silicio, la più recente delle tre, sono state dimostrate dai Bell Labs nel 1954. E le tecnologie non hanno molto in comune. Convincere i fotoni a spostare gli elettroni, che è il modo in cui funziona il solare fotovoltaico, è completamente diverso dal convincere il vento a far girare turbine giganti. E mentre le batterie, come i pannelli solari, sfruttano gli elettroni, questa sembra essere la misura della coincidenza tra le tecnologie di accumulo di energia e l’energia solare.
Perché allora abbiamo assistito a progressi trasformativi in tre tecnologie apparentemente non correlate?
La risposta quasi certamente implica le cosiddette “curve di apprendimento“. Prima che la tecnologia per produrre un bene sia completamente matura, i costi tendono a diminuire rapidamente man mano che i produttori acquisiscono maggiore esperienza nella produzione. Il progresso può essere incrementale e, spesso, banale: ad esempio, turbine eoliche più grandi e più alte riducono i costi perché la velocità del vento è molto più elevata, a diverse centinaia di metri di altezza, rispetto a quella in prossimità del suolo. Ma l’effetto cumulativo dell’apprendimento può essere enorme.
Sorprendentemente, il progresso attraverso l’apprendimento è relativamente prevedibile. La legge di Wright afferma che in un dato settore i costi diminuiscono all’incirca della stessa percentuale per ogni raddoppio della produzione cumulativa o della capacità installata. Uno studio del 2022 ha rilevato che, nel lungo termine, ogni raddoppio della capacità eolica installata ha portato a una riduzione del 15% dei costi, mentre ogni raddoppio della capacità solare ha portato a una riduzione del 24% dei costi:
Le batterie agli ioni di litio sembrano trarre vantaggio da una curva di apprendimento simile, con costi che diminuiscono di circa il 18 percento per ogni raddoppio della produzione cumulativa.
Se il progresso tecnologico nel campo delle energie rinnovabili è guidato dall’apprendimento, possiamo vedere la rivoluzione delle energie rinnovabili come il risultato di un circolo virtuoso. La produzione di energia rinnovabile è cresciuta rapidamente grazie al rapido calo dei costi; i costi sono diminuiti rapidamente grazie all’aumento della produzione cumulativa.
Cosa ha innescato questo circolo virtuoso? I dettagli sono complessi, ma sembra chiaro che la politica abbia giocato un ruolo cruciale.
Quale ruolo ha avuto la politica nell’ascesa delle energie rinnovabili?
Entro il primo decennio del XXI secolo, Stati Uniti, Europa e Cina erogavano ingenti sussidi per l’energia eolica e solare. Questi sussidi erano in parte motivati da preoccupazioni relative alla sicurezza energetica e dal desiderio di ridurre la dipendenza dal petrolio mediorientale. Riflettevano anche preoccupazioni ambientali: anche tralasciando il cambiamento climatico, l’inquinamento atmosferico causato dalla combustione di combustibili fossili ha ingenti costi sanitari ed economici .
Tuttavia, i sussidi non avrebbero portato a uno sviluppo su larga scala dell’energia solare ed eolica se le energie rinnovabili fossero state estremamente costose. Tuttavia, a quel punto, il progresso tecnologico aveva ridotto i costi dell’energia solare ed eolica a tal punto da non renderli più troppo costosi per applicazioni che non fossero di nicchia, come l’alimentazione dei satelliti. Inizialmente, erano ancora più costosi dei combustibili fossili: “I costi delle energie rinnovabili”, dichiarava il rapporto Cheney, “sono spesso superiori a quelli di altre fonti energetiche”. Ma i sussidi furono sufficienti a favorirne un’adozione significativa. E poi il circolo virtuoso si è innescato, al punto che oggi è economicamente insensato non fare ampio affidamento sulle energie rinnovabili.
Si potrebbe dire che l’ascesa delle energie rinnovabili sia un esempio – forse l’esempio più spettacolare della storia – di una politica di successo a favore delle “industrie nascenti”. La tesi dell’industria nascente, originariamente formulata nientemeno che da Alexander Hamilton, sosteneva che a volte una nazione avrebbe dovuto riservare a determinate industrie un trattamento speciale finché non avessero raggiunto dimensioni sufficienti e acquisito sufficiente esperienza per reggersi in piedi da sole.
Hamilton pensava al settore manifatturiero in generale, e a come far ripartire la produzione statunitense di fronte alla concorrenza delle potenze industriali consolidate, in particolare la Gran Bretagna. Ma lo stesso ragionamento vale per l’avvio delle energie rinnovabili, a fronte delle fonti energetiche consolidate basate sui combustibili fossili. E, di fatto, abbiamo avviato le energie rinnovabili.
A questo punto, è quasi divertente leggere articoli di 14 o 15 anni fa su come i sussidi verdi fossero uno spreco di denaro, un tentativo di promuovere tecnologie destinate al fallimento. O meglio, sarebbe divertente se i funzionari dell’attuale amministrazione statunitense, dal presidente in giù, non usassero quasi esattamente la stessa retorica dei repubblicani anti-Obama del 2009 o del 2010. Non so se non siano consapevoli o semplicemente restii a riconoscere il fatto che l’adozione su larga scala delle energie rinnovabili si è rivelata del tutto fattibile, e che a questo punto chi cerca di farci tornare a bruciare carbone è quello che si abbandona a fantasie irrealizzabili.
La domanda su cui si può ancora seriamente discutere è se dovremmo continuare a sovvenzionare l’energia verde. Direi che la risposta è un chiaro sì, per due motivi: siamo ancora in una fase di apprendimento molto ripida e le motivazioni ambientali per abbandonare i combustibili fossili sono più convincenti che mai.
È possibile che l’America ignori queste considerazioni, tentando (senza successo) di ripristinare l’era del carbone. Come ho detto, tuttavia, non siamo il mondo, e l’energia verde continuerà a crescere anche se cercheremo di uscirne, con importanti implicazioni geopolitiche: la Cina sta correndo a perdifiato.
È anche importante capire come la politica energetica interagirà con l’intelligenza artificiale generativa, che (se non implode) rappresenterà un’enorme fonte aggiuntiva di domanda energetica. E per quanto miracoloso, l’ascesa delle energie rinnovabili è sufficiente a evitare la catastrofe climatica?
Ma tutto questo è per la prossima settimana.
[1] Il diagramma – dal titolo “Il declino del LCOE delle energie rinnovabili, 2010-2024” – mostra gli andamenti del LCOE nei vari settori delle rinnovabili.
L’acronimo LCOE – Costo livellato dell’energia – è una misura che calcola il costo medio per generare una unità di elettricità nell’intero periodo di esistenza di un impianto energetico.
Nel 2010 le tecnologie più costose erano il fotovoltaico solare (linea gialla, ovvero la tecnica che converte la luce del sole direttamente in elettricità tramite i pannelli solari, LCOE = 0,417) e la CSP (energia solare concentrata, ovvero che utilizza il calore del sole per alimentare una tradizionale turbina a vapore). Nel 2024 il fotovoltaico solare aveva un LCOE di 0,043, il secondo risultato più basso. Nel 2024 il LCOE più economico era l’eolico di terra (0,034, linea grigia). L’eolico con gli impianti localizzati sugli oceani (linea nera) era nettamente calato, ma più alto di quelli a terra. L’idroelettrico, che nel 210 aveva il costo più basso, nel 2024 sopravanza le altre rinnovabili più moderne.
[2] Le due linee mostrano gli andamenti dei costi e della qualità delle batterie: quella celeste (“I costi continuano a scendere”) i costi i dollari per chilowattora, quella blu (“Densità energetica delle batterie di livello superiore”) l’evoluzione della qualità misurata in wattora per chilogrammo, ovvero quanta quantità di energia una batteria può conservare in relazione al suo peso.
[3] L’andamento in un giorno di giugno in California. Dal primo mattino sino alle 18 della sera, il solare annulla il bisogno di importazione di energia elettrica (fascia scura) – alimentando anche la ricarica delle batterie e le esportazioni – e riduce notevolmente la dipendenza dal gas naturale.
ottobre 22, 2025
The Trump administration is doing so many corrupt, destructive and simply stupid things that the failing attempt to rescue Javier Milei, Argentina’s MAGAesque president, with billions of U.S. taxpayer dollars isn’t even in the top 10. But the Argentina debacle is getting a lot of public attention, for good reason: It’s a teachable moment, a naked demonstration of the administration’s hypocrisy and incompetence.
So let me ask two questions about this deployment of $20 billion, or maybe $40 billion in U.S. funds. (Scott Bessent, the Treasury secretary, has talked about a second facility financed by the private sector, but I don’t see why anyone would put money into this facility without some kind of official U.S. backing that puts taxpayers further on the hook.) First, what if anything does this have to do with U.S. national interest? Second, will this bailout succeed and, if so, for whom?
Bessent has said that Argentina is a “systemically important ally.” As an editorial in the Financial Times — not exactly a left-wing rag — drily notes, this is “news to many.”
One way to highlight the weakness of the case for this bailout is to compare current U.S. economic links with Argentina with U.S. interest in Mexico back in 1995, when the Clinton administration provided a financial aid package to our neighbor that may, on the surface, look similar to what Bessent is giving the Milei government. Here are U.S. exports to Mexico (dashed green line) and Argentina (blue line) as a percent of total U.S. exports:
In 1994, just before the financial crisis that prompted Clinton to intervene, Mexico accounted for 10 percent of U.S. exports, a number that would rise over time as the North American Free Trade Agreement led to close integration of our national economies. Furthermore, Mexico is right next door, giving the U.S. an obvious interest in Mexico’s political stability.
Argentina is, to say the least, not next door, and accounts for less than 0.5 percent of U.S. exports. Why, exactly, should U.S. taxpayers bail out Javier Milei?
We know why Trump and Bessent want to help Milei. First, he’s a MAGA favorite, fond of posing with U.S. right wingers with a chainsaw as a prop. So the Trumpists want a right-wing, anti-government politician to succeed, no matter how much taxpayer money is required.
Second, some U.S. hedge-fund billionaires, personally close to Bessent, bet big on Milei and bought Argentine bonds. The bailout package almost surely won’t succeed in turning Argentina’s economy around and probably won’t rescue Milei politically. But it may buy enough time for Bessent’s buddies to get much of their money out before the bottom falls out of the Argentine economy.
Yet events may very well overtake Bessent’s bailout plans. As I’ll explain shortly, Milei’s situation appears to be deteriorating fast, and Trump’s intervention may be making it worse.
Milei has succeeded in reducing Argentina’s inflation rate, but only by keeping the peso overvalued against the dollar. This is a time-tested futile strategy — by which I mean that it’s a strategy that has been attempted many times and has consistently failed. Typically, there’s initial euphoria. Then, as the overvalued currency leads to rising unemployment and political backlash, money starts to flee the country in anticipation of a future devaluation.
The final acts of a failed “exchange rate-based stabilization” usually play out as follows: For a short period the government tries to keep capital from fleeing and prop up the currency by raising interest rates, sometimes to incredibly high levels. But soaring interest rates compound the economic pain. Eventually the political pressure becomes intolerable and the currency is allowed to plunge.
Now, even though the US is currently buying pesos, Argentina is supposed to repay the “swap line” borrowing with dollars at the current exchange rate, so US taxpayers won’t lose from a devaluation. But where will the dollars come from? Realistically, taxpayer money is definitely at risk.
I am sure that Bessent knows this drill very well. After all, he began his career working for George Soros, and was part of the team that hastened Britain’s 1992 devaluation by placing a huge, successful bet against the overvalued pound.
Black Wednesday, Sept. 16, 1992 — the day the British government gave up and let the pound fall — was part of a broader crisis in Europe’s Exchange Rate Mechanism, an attempt to maintain fixed exchange rates between national currencies. As an International Monetary Fund post-mortem documented, all of the nations that faced speculative attacks showed the same pattern: soaring interest rates before the currency devaluation as their governments raised interest rates in an attempt to stanch the outflow of money. In the chart below, the vertical dotted lines for the UK, France and Italy correspond to Sept. 16, while that for Sweden, which had its crisis later, is for November 19:
So, what’s happening in Argentina? Glad you asked. The chart at the top of this post shows the overnight collateralized peso repo rate. In practice this rate plays something like the same role as the Federal Funds rate in the United States. The graph shows what a debacle the Argentine bailout has become: while the Argentine rate was rising swiftly before the US Treasury intervention was announced, since that day it has skyrocketed – from 80% to 160%. And as every other country that has gone down this path has discovered, an interest rate this high is catastrophic to any economic plan and any government.
For the sake of clarity, I should note that there have been times when loans, or even the mere promise of loans, to troubled countries have managed to bring stability. For example, Bill Clinton’s loan to Mexico helped stabilize their economy — the economy recovered and the loan was repaid in full, ahead of schedule. However, this was done under a very different set of circumstances compared to Argentina: the Mexican government at the time was realistic and capable, having devalued the Mexican peso before the loan was delivered and following through with responsible economic policies.
In 2012 Mario Draghi, the president of the European Central Bank, stopped a gathering financial crisis in the EU by declaring he would do “whatever it takes” to support troubled countries within the EU (principally Spain, Greece and Portugal). His declaration worked, stabilizing the euro and reducing interest rates in those troubled countries. This worked because the public in those countries were willing to accept years of painful austerity as the price of remaining in the euro zone – something that the Argentine public is clearly unwilling to do.
Neither situation applies to Argentina. Milei and Bessent remain in the grip of magical thinking about what right-wing economics or a bailout by the US Treasury can achieve. Incredibly, Trump’s recent announcements have made the situation even worse. By declaring that U.S. economic support will only continue if Milei wins at the polls, he has galvanized the Argentine opposition to Milei, thus leading to more capital flight and skyrocketing interest rates. Trump clearly inhabits his own magical kingdom, unaware of how unpopular his bullying of other countries is. It now appears likely that Milei will suffer an even bigger loss in this month’s elections than he would have without Trump’s “help”.
However, we do know that at least one set of enablers of this financial fiasco will be helped: hedge funds who bet on Milei. They can use the artificial propping up of the peso to get their money out. For this is the real lesson of Argentina: “American First” really means “Billionaire Buddies First.”
Fonte: Bloomberg
L’amministrazione Trump sta facendo tante cose così corrotte, distruttive e semplicemente stupide che il tentativo di salvataggio del presidente argentino, di ispirazione MAGA, Javier Milei con miliardi di dollari dei contribuenti statunitensi non è neppure tra le prime dieci. Ma la debacle argentina sta provocando molta attenzione pubblica per una buona ragione: è un momento istruttivo, una dimostrazione nuda e cruda dell’ipocrisia e dell’incompetenza della amministrazione.
Fatemi dunque porre due domande su questo dispiegamento di 20 miliardi, o forse di 40 miliardi, di dollari di finanziamenti statunitensi (Scott Bessent, il Segretario al Tesoro, ha parlato di un secondo impianto finanziato dal settore privato, ma io non vedo perché qualcuno dovrebbe mettere soldi in questa operazione senza qualche tipo di sostegno ufficiale statunitense che funzioni come esca ulteriore per i contribuenti). La prima domanda: cosa tutto questo ha a che fare con l’interesse nazionale degli Stati Uniti? La seconda: questo salvataggio avrà successo e, nel caso, a favore di chi?
Bessent ha detto che l’Argentina è un “alleato sistemicamente importante”. Come un editoriale del Financial Times – non esattamente un giornalaccio di sinistra – osserva ironicamente, questa “per molti è una novità”.
Un modo per evidenziare la debolezza degli argomenti per il salvataggio è confrontare gli attuali legami economici degli Stati Uniti con l’Argentina con gli interessi statunitensi sul Messico nel passato 1995, quando l’amministrazione Clinton fornì un pacchetto di aiuti finanziari al nostro vicino che, in apparenza, possono sembrare simili a quelli che Bessent sta dando al governo Milei. Ecco le esportazioni statunitensi al Messico (linea verde tratteggiata) e all’Argentina (linea blu) come percentuale delle esportazioni totali statunitensi:
Nel 1994, appena prima della crisi finanziaria che indusse Clinton a intervenire, il Messico pesava per il 10 per cento delle esportazioni statunitensi, un dato che col tempo sarebbe cresciuto dato che l’Accordo per il Libero Commercio Nord Americano portò ad una stretta integrazione delle nostre economie nazionali. Inoltre, il Messico è proprio alla porta accanto, la qualcosa dà agli Stati Uniti un interesse evidente alla sua stabilità politica.
L’Argentina, per dire il minimo, non è alla porta accanto e pesa per meno dello 0,5 per cento delle esportazioni statunitensi. Perché, esattamente, i contribuenti statunitensi dovrebbero andare al salvataggio di Javier Milei?
Sappiamo perché Trump e Bessent vogliono aiutare Milei. Anzitutto, è uno dei favoriti del MAGA, appassionato nel posare assieme ai personaggi della destra nella sceneggiata della motosega. Dunque, i trumpiani vogliono che un politico di destra e ostile alla amministrazione pubblica abbia successo, a prescindere da quanti soldi dei contribuenti sono richiesti.
In secondo luogo, qualche miliardario statunitense dei fondi speculativi, vicino personalmente a Bessent, ha scommesso pesantemente su Milei ed ha comprato bond argentini. Il pacchetto di salvataggio quasi sicuramente non avrà successo nel capovolgere l’economia argentina e probabilmente non salverà politicamente Milei. Ma può far guadagnare abbastanza tempo perché gli amici di Bessent ritirino gran parte del loro denaro prima che l’economia argentina crolli.
Tuttavia gli eventi possono facilmente sopravanzare i piani di salvataggio di Bessent. Come spiegherò brevemente, la situazione di Milei sembra si deteriori rapidamente, e l’intervento di Trump potrebbe renderla peggiore.
Milei ha avuto successo nel ridurre il tasso di inflazione argentino, ma solo mantenendo sopravvalutato il peso rispetto al dollaro. Questa è una strategia inutile collaudata da tempo – con il che intendo che è una strategia che è stata tentata molte volte ed è regolarmente fallita. Normalmente, all’inizio c’è euforia. Poi, quando la valuta sopravvalutata porta ad una disoccupazione crescente ed al contraccolpo politico, il denaro comincia a fuggire dal paese per anticipare una svalutazione futura.
Gli atti finali di una “stabilizzazione basata sul tasso di cambio” di solito funzionano come segue: per un breve periodo il governo cerca di impedire la fuga dei capitali e puntella la valuta alzando i tassi di interesse, talvolta sino a livelli incredibili. Ma i tassi di interesse che si innalzano aggravano le sofferenze economiche. Alla fine la pressione politica diviene intollerabile e si permette che la valuta crolli.
Ora, anche se gli Stati Uniti stanno attualmente acquistando pesos, l’Argentina dovrebbe rimborsare la “linea di Swap” indebitandosi in dollari all’attuale tasso di cambio, cosicché i contribuenti statunitensi non perderanno da una svalutazione. Ma da dove verranno i dollari? Realisticamente, i soldi dei contribuenti sono sicuramente a rischio.
Io sono certo che Bessent conosce benissimo questo esercizio. Dopo tutto, egli cominciò la sua carriera lavorando per George Soros, a faceva parte della squadra che accelerò la svalutazione della Gran Bretagna del 1992, piazzando una enorme scommessa di successo contro la sterlina sopravvalutata.
Il Mercoledì Nero, il 16 settembre del 1992 – il giorno in cui il governo britannico si arrese e lasciò crollare la sterlina – fu un aspetto di una più generale crisi del Meccanismo del Tasso di Cambio dell’Europa, una tentativo di mantenere stabili i tassi tra le valute nazionali. E come il Fondo Monetario Internazionale ha documentato a cose fatte, tulle le nazioni che hanno subito attacchi speculativi hanno mostrato lo stesso schema: tassi di interesse che si alzano in volo prima della svalutazione della moneta mentre i loro governi alzano i tassi di interesse in un tentativo di arrestare la fuga dei capitali. Nel diagramma sotto, le linee tratteggiate verticali per il Regno Unito, la Francia e l’Italia, corrispondono al 16 settembre, mentre quella della Svezia, che ebbe la sua crisi successivamente, al 19 novembre:
Dunque, cosa sta succedendo in Argentina? Mi fa piacere che ve lo chiediate. Il diagramma in cima a questo articolo mostra il tasso overnight dei pronti contro termine garantiti in pesos [1]. In pratica, questo tasso ha lo stesso ruolo del Tasso dei Finanziamenti Federali negli Stati Uniti. Il grafico mostra quale debacle sia divenuta il salvataggio dell’Argentina: mentre il tasso argentino stava crescendo rapidamente prima che l’intervento del Tesoro statunitense fosse annunciato, da qual giorno esso è salito alle stelle – dall’80% al 160%. E come ogni altro paese che si è avventurato su questa strada ha dimostrato, un tasso di interesse così elevato è catastrofico per ogni progetto economico e per ogni governo.
Per amore di chiarezza, dovrei osservare che ci sono state occasioni nelle quali i prestiti, o persino la sola promessa di prestiti, verso paesi in difficoltà sono riusciti a riportare stabilità. Ad esempio, il prestito di Bill Clinton al Messico contribuì a stabilizzare quella economia – l’economia si riprese e il prestito venne interamente restituito, prima del previsto. Tuttavia, al confronto dell’Argentina, questo avvenne in un complesso di circostanze molto diverso: il governo messicano di quel tempo era realistico e capace, avendo svalutato il peso messicano prima che il prestito fosse consegnato e avendolo accompagnato con politiche economiche responsabili.
Nel 2012 Mario Draghi, il presidente della Banca Centrale Europea, fermò una crisi finanziaria che stava montando nell’Unione Europea dichiarando che avrebbe fatto “tutto quello che serve” per sostenere i paesi in difficoltà all’interno dell’UE (principalmente Spagna, Grecia e Portogallo). La sua dichiarazione funzionò, stabilizzando l’euro e riducendo i tassi di interesse in quei paesi in difficoltà. Funzionò perché l’opinione pubblica in quei paesi fu disponibile ad accettare anni di dolorosa austerità per rimanere nella zona euro – qualcosa che l’opinione pubblica argentina è chiaramente indisponibile a fare.
Nessuna delle due situazioni è paragonabile all’Argentina. Milei e Bessent restano intrappolati nel pensiero magico di cosa possono realizzare un’economia della destra o un salvataggio da parte degli Stati Uniti. Incredibilmente, i recenti annunci di Trump hanno reso la situazione persino peggiore. Dichiarando che il sostegno economico statunitense proseguirà soltanto se Milei vince alle elezioni, ha galvanizzato l’opposizione argentina a Milei, portando quindi ad una maggiore fuga dei capitali ed a tassi di interesse che sono saliti alle stelle. Trump chiaramente abita nel suo regno magico, inconsapevole di quanto sia impopolare il suo bullizzare gli altri paesi. Adesso sembra probabile che Milei subisca una perdita persino maggiore nelle elezioni di questo mese, rispetto a quella che avrebbe avuto senza l’ “aiuto” di Trump.
Tuttavia, sappiamo che almeno un complesso di questi promotori della crisi finanziaria sarà aiutato: i fondi speculativi che hanno scommesso su Milei. Essi possono utilizzare il puntellamento del peso per tirar fuori i loro denari. Perché questa è la vera lezione dell’Argentina: “Prima l’America” in realtà significa “Prima gli amici miliardari”.
[1] Si tratta del tasso di interesse per i prestiti di breve durata (da un giorno all’altro) che avvengono con una garanzia (collateral), in questo caso prestiti denominati in pesos. Per una migliore comprensione dei singoli termini:
[Overnight: Da un giorno all’altro; si riferisce alla durata del prestito. Collateralized: Garantito; implica che il prestito è coperto da una garanzia, come titoli. Peso: La valuta in cui è denominato il prestito. Repo rate: Tasso sui pronti contro termine (repo – repurchase agreement), un tipo di operazione di prestito a breve termine in cui il venditore si impegna a riacquistare il titolo.]
ottobre 18, 2025
Martin Wolf I hope you’ve been enjoying these, by the way.
Paul Krugman Oh, it’s been fun.
Martin Wolf I don’t think I’ve ever met anyone, certainly not in his seventies, who sustained the work output that you have in the past few months.
Paul Krugman It’s partly just, you know, what should I be doing? It’s true that there were a few periods when I kind of now regret spending quite so much time on the newsletter and less time drinking Aperol Spritzes in the piazza when we were in Italy.
Martin Wolf Yeah.
Martin Wolf So, let’s go and talk about artificial intelligence, which is a nice change. This is the fourth in our series, The Wolf-Krugman Exchange. I’m Martin Wolf, chief economics commentator at the Financial Times.
Paul Krugman And I’m Paul Krugman, professor at the City University of New York, author of an independent Substack newsletter. Today’s episode is being recorded on Friday, June 20th at 10.30 in Massachusetts, because I’m actually not in New York right now, which is 3.30 in the afternoon over in London.
Martin Wolf And we’re recording it on Friday because next week I’m going to be in India and the only rational explanation for this, I’m gonna be in Delhi, is that the 30 degrees centigrade plus temperatures that we’re experiencing here in London will there instead I’ll get a properly hot day, I imagine around about 45.
Paul Krugman Yeah. I think I’ll keep busy and I am someplace which is marginally cooler.
Martin Wolf So we decided that this week we would look at artificial intelligence, partly because it allows us not to spend a whole time talking about what’s going on in the US right now. And so we will look at artificial intelligence itself, but also how its impact is beginning to spread through our economies and our lives, and what its longer-term implications might possibly be. It’s certainly the most interesting technological change we can see right now. So Paul, when you think of what is now being called artificial intelligence, or as I read today in the FT, as one expert refers to these technologies not as artificial intelligence but stochastic parrots, which I think is a lovely description. Anyway, whichever description you want, what excites you, what disturbs you about this phenomenon?
Paul Krugman What we’re calling artificial intelligence really isn’t, at this point, intelligence. There’s an endless dispute about whether it may be about to become something that you might really call that. But really, this is an evolution of large language models of basically taking in tonnes and tonnes of data, applying very clever algorithms, so clever we don’t quite understand how they work, to be able to answer in natural language, questions posed in natural languages. And it’s not a minor thing. There’s a bunch of areas where we used to joke about how bad attempts to automate thinking or something that looked like thinking really were. Translation was a joke. I don’t know if they did the old anecdote about the supposed Russian-English translation programme. That took “The spirit was strong, but the flesh was weak” and it came back as “The vodka was good, but the meat was spoiled”. So, you know, it used to be the translation was a joke. Now it’s actually quite good. You can actually, I can read foreign language news articles and they may be slightly stilted, but they’re really very, very good. Recognition of speech is quite good, so we certainly have achieved something major, but whether it is truly revolutionary, what it’s going to do — that’s up in the air.
Martin Wolf So, a couple of reactions to that. I remember one very much supporting you that there’s this famous notion of the Turing test. Obviously from Alan Turing, the great theoretician of computing from the 1930s, with John von Neumann, a sort of father of computing. And he argued, we think that computing was intelligent if we could have an exchange with that computer. And it sounds like a human being, it feels like a human being so that people are fooled into thinking it’s a human being. And as far as I can see, they passed that test. So that’s something quite significant. But I would also say it’s quite interesting this question of how we define intelligence. To me the most exciting use — and I get this very much from somebody I’ve got to know quite well in this area, Demis Hassabis, who’s at Google DeepMind. What he is excited about is the capacity of computer programmes now to do really deep scientific work and they got the Nobel Prize for the ability, which is a computational problem, but obviously fantastically complex one, to work out all the different ways proteins could be folded. I don’t know whether that’s intelligent, but at least it’s very, very easy to see it’s very, very powerful and useful, and human beings just couldn’t do it on their own.
Paul Krugman Yeah. There’s a lot of tasks that we have regarded as being tasks that required very smart people, that were very highly paid, you know, and they were really difficult, that can now be done by whatever it is we’re calling this thing, generative AI or whatever, stochastic parrots, but they’re stochastic parrots that kind of produce really useful stuff. And this is significant. Now, whether it’s the same thing as what we . . . it’s clear that the Turing test, Turing’s screwed up. Hard to say that, but Alan Turing was kind of wrong about what would be involved because we clearly now have programmes that pass the Turing test quite easily, and yet we don’t think that they’re people. Nobody really thinks that they are people yet. But on the other hand . . . well, I’m not sure how many hands I’ve already used here, but radical improvements in productivity in(s) something. That’s an old story. That’s happened repeatedly in many parts of the economy. And is this one really different or is this just hitting an area that has not previously been much touched by technology?
Martin Wolf Well this is obviously the big question. I think it’s an interesting question of whether Turing got it wrong or whether he actually had a perfectly plausible view but we don’t actually feel that the machines that can do this are in fact people so we’re even more suspicious of machines than he thought we would be. But anyway let’s leave that to side. Let’s go back to this history you talked about because as you said, going back to the Luddites in the early 19th century. The Luddites were a movement of workers against the introduction of machines, and their skill was weaving using power looms, and they were seeing that replaced by new machines. And pretty well every major technological revolution, in that case, machinery really was dramatic, what it could do, and how many jobs it got rid of. And if you think of the history of machinery and other innovations, every time people have said, well, all the jobs will be destroyed, we’ll have mass unemployment, and after a while, we’ve had an adjustment processes. We found new ways to spend our incomes in different areas, and it ends up with just a whole new set of jobs which nobody imagined. So if you told anyone in 1800 that nobody would work on farms essentially when that was overwhelmingly the biggest industry of the world, they would have said, “What? So what do you all do?” Well, if we listed all the jobs we now do they wouldn’t have no idea what they were.
Paul Krugman That’s right. Or there are things that people did but that were marginal. But as you get richer and as you can do the old stuff very efficiently, you discover that, well, OK, let’s do more of those other things. We have an awful lot of people employed in healthcare now. I don’t actually know what the numbers are, but we may very well have more yoga instructors than coal miners at this point in America. So, we do different things and the history of predicting mass unemployment from technology is very, very long. I’ve been, even personally, watched repeated episodes. There was a whole stretch in the ‘90s when everyone was sure that mass unemployment was just around the corner because we were deindustrialising. There was a lot of predictions of mass unemployment in the early 2010s and constant disbelief that periods of high unemployment could actually be, just because we have insufficient aggregate demand. Macroeconomics just sort of doesn’t appeal to people intuitively, and technological unemployment does, and yet it never really seems to happen, except on a sort of very localised basis.
Martin Wolf I think this is clearly right, I mean, in the ‘50s, roughly 40 per cent of the British labour force was employed in industry, overwhelmingly manufacturing, and now it’s about 10. And if you told them that, and this is not so long ago, that that could happen, and they would actually be employing a higher proportion of the overall population because all the women are working too, they wouldn’t have believed it. Let me however play devil’s advocate just to see how this works out. If these new programmes are able, and that’s a very big question, to do a huge proportion of the analytical thinking work that we now do, which one might also think is sort of the core activity of human beings, at least human beings like ourselves, but thinking, creating launches so much of our activities. If machines do all this basic analysis, maybe we’ll decide that actually it would really be much better to have a computer as a judge in a court because computers are completely reliable. They’re not going to be emotional. There’s not going to the famous effect which is explored in social science that judges in the morning behave quite differently from judges in the afternoon. So one could imagine a world in which we decide well really wouldn’t we rather our president were a computer. I mean so many mistakes will avoided. We are, in addition, having clearly a very significant robotic revolution under way. Isn’t it possible that what we’re going to lose here, first of all, there’s really going to be a vast amount of employment that’s going to affected. So even if we do find jobs, they’re sort of unimaginably different. And isn’t it all possible also that we’re gonna find the marginal product of a very large part of the labour force isn’t much above subsistence because we don’t really want them for anything.
Paul Krugman All of that is possible. History would say probably not because it just hasn’t happened before. And again, this stuff goes back forever and ever. Ricardo, in the third edition of his Principles of Political Economy, worried about unemployment due to machinery. And this is, you know, 1819 or thereabouts. So …
Martin Wolf Famously.
Paul Krugman Right now we think of the important stuff, the stuff that the really good jobs is analytical thinking judgment. Maybe we won’t think that in the future. Maybe I could be wrong, but I think we’re quite a ways from robot plumbers, that we’re quite away from having a lot of what we think of right now as being relatively mundane things that require no more than common sense. But common sense is actually one of the things that AI appears to be quite bad at. And it’s something that people are quite good at. So I can argue this either way. I mean, one version of what we’re calling AI is it’s just a souped-up version of autocorrect. It’s sort of filling things in based upon what other people have done. And then you can say, yeah, but aren’t an awful lot of jobs that real people do and earn fairly high salaries doing basically souped-up autocorrect, which is also true. I mean, history always says that we find other stuff to do. And so far, the successful applications of AI are fairly limited. So far, we’re certainly not seeing a productivity surge commensurate with what people are saying.
Martin Wolf I just want to focus on what we know from past experience about the adjustment process. So there’s very, very famous work, which I think you’ve cited frequently, and others have going back to the introduction of electricity, which was obviously one of the great general purpose technologies of the Second Industrial Revolution, changed everything, really everything. And the case turned out to be that it was transformative. It did change everything, but it took about 40 years to do so before it got into the factories, they redesigned factories, they started developing all the clever motors you could put in everything that would refrigerate the houses and do the washing and all the rest of it. It’s just a long, slow process in which the adjustment in the labour force and the new jobs come along. And the fact that we’re seeing this implemented quite slowly but it’s still very early stages might suggest we’re going through a similar process and the effects will be very large but they will be bigger than we think as it were the many think but they also take longer than we think. Do you think that’s a plausible way of thinking about the future?
Paul Krugman In principle, that should be my view. There’s a wonderful paper, old paper by Paul David …
Martin Wolf Yeah, indeed.
Paul Krugman . . . about why was information technology not showing up in the productivity numbers when I think it was called The Computer and The Dynamo. And his point was that it actually did take around 40 years for businesses to figure out what to do with electricity. Because it requires, it’s not just . . . it’s not just understanding, but you actually have to redesign the way you do work. You know, an old-style factory is a six-storey tall mill with a steam engine in the basement and very cramped corridors because you’re trying to minimise power loss, and it’s actually very awkward to work in, and you replace that with electric motors with a big sprawling one-story building with wide aisles, but, you know, you have to change everything. You have to change where you locate, how you organise work, everything gets affected. So this is the story. And many of us have invoked that story to explain why technologies don’t transform things as fast as you think they’re going to. I have to say that my personal impression is that what we’re actually seeing on AI is not that story. What we’re seeing is a rush to implement AI before that it’s been proved that it’s useful. That there’s this enormous fashionability of putting AI. I mean, I’m finding that stuff that I use routinely, you know, search engines have actually been degraded because the companies involved are so eager to be there on the AI and that I have to put in extra work to turn the damn stuff off. So I can just get a plain ordinary search result. So I wonder whether this time around we’re not seeing instead something like a kind of rushed to be part of the wave of the future before we’re actually even sure that it really is the wave of the future.
Martin Wolf You might argue that in the cases you mention electricity, but even with the computer, originally, initially, it was a work tool. Businesses reorganised themselves. It’s a bit closer to AI, but it involved a lot of reorganisation, quite deep reorganisation to make the mainframe replace all your clocks, for example. You had to think about work processes in a profound way, and that may happen here. And with electricity, as you point out, it meant changing every factory. But here, people I think are thinking, it’s cheap from our point of view. It’s there, it seems to be able to answer the sorts of questions we used to ask our law clerks or consultants of a medium grade. So why not ask them these questions? They do quite well. So we are rushing into it, but it doesn’t seem yet, maybe it’s just very early days, that we are seeing mass unemployment. I don’t know whether this is different in the US, I haven’t looked so closely, of the sort of people who are working in these sorts of activities. Though I do hear, and I have read, that there’s a very significant reduction in quite a number of economies in graduate recruitment, which might be affected by this. I don’t know.
Paul Krugman I actually have just written about it just before we had this conversation. There has been a dramatic fall-off in job opportunities for new college graduates in the United States.
Martin Wolf Seems to be happening in China too, but I don’t know whether it has anything to do with this.
Paul Krugman Yeah, and the trouble is, it is so sudden. This is really, I mean, there’s been a downward trend in this sort of employment advantage of having a college degree that’s been going on for some years. But this abrupt surge in unemployment among recent college graduates and this apparent virtual collapse of jobs. This here makes you wonder: is that really the technology or is it something else? And unfortunately, there are a few other things going on in the world, like the US going wild on tariff policy, that are also probably affecting this. So we don’t know. But for there to be significant dislocations and even quite quick dislocations is certainly possible. That doesn’t tell you very much about what the long-term effects are, but the idea that we could be seeing a really rapid change in elimination of whole categories of jobs on a fairly short timeframe, maybe. Although again, I read the news stories and I never know quite how much is hype and how much is reality.
Martin Wolf I think that’s right and the processes of this kind, I mean AI is after all really quite new. The businesses are very excited about it as you rightly said but I think most of them don’t really know what to do with it and how far they should trust it. So there seem to be two sorts of views out there. One is that it’s going to end up as a complement to skilled people. It may remove some of the sort of middle-grade analysts and so forth that we’ve had, but AI plus highly skilled humans will still be the best way of operating. It will change the structure of employment, but human beings will be very actively involved in most of the tasks they still do. Or actually we will find over time that if you’re going to be treated by a doctor, well, the principal analyst of what’s going on and a diagnostician and all the rest of it is actually going to be one of these AI programmes and that would reduce or at least profoundly change the relationship of us to the people in charge as it were. My impression at the moment is there’s quite a lot of very different views among experts on how it will play out.
Paul Krugman Yeah, and this has been one of those subjects where, you know, I’ve tried to talk to people, people who really do pay attention in a way that I can’t, and have come to the conclusion that anything that I want to believe about the prospects of AI and its economic effects, all I need to do is do a little searching, and I can find some expert who will tell me whatever it is I want believe. It’s one of the situations where there’s just such a range of possible interpretations. And I’m not saying that these people are dishonest or anything. It’s just that it’s really, really unknown at this point and there’s so little actual experience.
Martin Wolf One of the problems that I do have some connection with, partly because I have grandchildren, and partly because of what my wife does, she’s an expert on skills policy and universities, academic expert on these things, is sort of question: OK, we don’t know what’s going to happen, but should we be already thinking about how we should teach people? Or is it the case — I think, we obviously don’t know — but is it the case that actually, the sorts of things people learned how to do because it’s just a way of developing the mind, writing essays, doing analytical work, doing equations, all the rest of it, is still the best way of training human beings, then we’ll see what happens when it comes along.
Paul Krugman Yeah. I mean, a few years ago, the sort of slogan for young people was learn to code because that was clearly the future.
Martin Wolf That’s not very good advice anymore, is it?
Paul Krugman No, it turns out that one of the things that AI is pretty good at is writing code. Not presumably the highest end, most sophisticated, but sort of basic code that sort of gets stuff done is one of those things that you can kind of turn over to the software. And so that was a really bad advice. Other things we don’t know. I mean, it’s kind of wild. I actually, let me give you an idea of the kinds of things that make me sceptical. So there was a big announcement by Amazon that it expects to get rid of a lot of workers thanks to AI, which sounds fine, except that I have actually done a little bit of work on Amazon as a business. And you know, Amazon is one of those things, there’s an illusion that it’s untouched by human hands. You just click on something and stuff magically appears at your door. And what it really has is it has a million, 1.1mn workers mostly in distribution centres and warehouses moving stuff around. And how is AI going to replay? I mean, eventually, maybe if we have robots who can do that, maybe. But at the moment, it’s not at all clear how ChatGPT or something like that is going to replace those. So is this just hype? Is this like? There was a period a few years ago when everybody out there was putting blockchain in their name as a way of making them seem cutting edge. And is this comparable sort of just hype rather than reality?
Martin Wolf I think that’s a really, really interesting question. I was always intensely suspicious of blockchain and cryptocurrencies and all those things. I wrote about it. So I’m very cheered up that it doesn’t seem to have amounted to much, though it does seem to play a big part in buying the US presidency. But anyway, we should leave that for the moment. Let’s think of some of the more concrete aspects. Let’s suppose there is a sizeable labour market adjustment. One of the points that David Autor made in the podcast I had with him, which I thought was a very good one, is that unlike what he called the “China shock”, which is basically just the rapid collapse of quite a number of manufacturing businesses and therefore factories, located at very specific locations across industrial countries. Which obviously created a big adjustment problem because it tended to create a big shock to very specific locations and they lost the tradables output and we discussed that already. The good thing about AI is it looks as though it’s sort of the sort of technology like the use of computers, which mostly will have a broad effect but not a very concentrated effect. So it should be one in principle we can adjust to relatively easily.
Paul Krugman Yeah. I would . . . You know, it is difficult to come up with examples of highly concentrated, geographically concentrated industries where AI will take away the jobs. You might worry a little bit about actually, of all things, New York and London. You know how many of the jobs being done by people in the finance industry can be automated. So the localities at risk might actually not be some small town producing furniture, but some major financial centre that really doesn’t need all of these guys poring over spreadsheets anymore. But it’s probably, this is much more kind of a general-purpose technology. Although even there, you know, going back, we were talking about electricity, one of the effects of electrification was that factories, when you shifted to sprawling one-storey factories, they moved out of city centres. And that was actually quite disruptive. It did eliminate a lot of the blue-collar jobs that used to serve people in the inner city. But yeah, this is probably, and we’re all speculating, everything’s speculation, but it’s probably not something where you say, oh, everybody who works in Bradford, Yorkshire is going to lose their jobs to AI.
Martin Wolf I think you’ve got there something quite important, because if you do think about it and if you think who might be most affected plausibly, and I leave aside the robotic side, so I mean I’ve sort of convinced myself that the safest job in the world is probably gardener. But assume that we really do displace a lot of white-collar jobs, a lot of the sorts of jobs that young graduates do. The sorts of jobs done by legal assistants, even junior lawyers. This is broadly the group of people whose jobs have expanded enormously in the last three or four decades. And that’s partly why we’ve had this enormous expansion in universities, less so in the US because you already had such a huge university system. But in Britain, I often mention this, I mean, when I went to university, 5 per cent of the generation went to university. Now it’s 40, and it’s because these jobs have expanded so much. So, if you have a lot of very, very unhappy, educated people expecting a better life than they’re going to have, and many of them already pretty unhappy, it does seem to me this could have quite, if it happens, really quite difficult social and political effects in societies that are already suffering from those effects.
Paul Krugman Yeah. I mean, it’s, you know, the Luddites, always worth remembering. The Luddites are not unskilled day labourers.
Martin Wolf They were elite. They were the skilled elite. Absolutely.
Paul Krugman Although, can I say there . . . give a slightly, maybe a slightly optimistic take? Well, yes, we’re going to have a lot of unhappy people. On the other hand, in some ways, AI may be an equalising force. You know, I grew up in the US of the ‘60s where skilled blue-collar workers earned incomes. It seems like they earned incomes not very different from, say, middle managers. In fact, I grew up literally on a street where some of the people on the street were plumbers and my father was a middle manager. And that completely changed. Maybe we go back to that. Maybe we go to a situation where people who can actually deal with the material world become appropriately valued again and people who push symbols around find that, well, yeah, computers can also push symbols around.
Martin Wolf Let’s talk about just the social and political dimensions. How plausible is it? I’ve just been writing about copyright and AI, but this is a broader question. You’ve written quite a few pieces recently about inequality. We’re seeing enormous concentrations of wealth and income in our societies, in the US particularly. Some people have referred to this as technofeudalism. Do you think that if this AI revolution continues, and that’s clearly what the companies that dominate hope, and you mentioned some of them, we’re going to find this sort of extreme concentration of power and influence and money in the tech elite that are driving this relatively small number of companies proceed even further? And how worried should we be about that? Because it doesn’t look very healthy to me.
Paul Krugman Yeah, I’m actually not quite sure how AI plays into this. And I’m, actually, as we speak, working on this. And it seems to me that the defining feature of a lot of the technology, that the reason that we have these immense fortunes, and that really is true at this point, the top ranks of wealth are very much dominated by tech bros. It really is. Basically, there’s Warren Buffett, who actually seems to have a genuine unreproducible skill and everybody else. We try to understand why do we have these giant fortunes? Why are there a handful of tech bros with this enormous amount of money? It really is very much about network externalities, which is an economics jargon, but it basically means that you do something or you use something because everybody else does. Everybody uses Amazon because everybody else uses Amazon and it’s very much easier to get regular stuff. Or for that matter, I’m still doing a lot of work in Excel, which is crazy, but Excel is universal and everybody knows how to use it. And these things are these kind of self-reinforcing, self-locking in advantages are the basis really of a different kind of monopoly power, very different from the kind of monopoly power you had in the gilded age, but it’s monopoly power all the same. And it gives rise to a handful of incredibly large fortunes that’s just very difficult to break into that. Does AI reinforce that tendency? Possibly does it, on the other hand, make it easier? I don’t know, maybe an AI model will make it easier to get stuff quickly on demand from some smaller . . . I actually have no idea. It really . . . I don’t think people have actually tried to work out that consequence. I think people tend to say, well, it displaces workers, therefore, it must enhance the power of the corporate bosses, which it might, but we don’t know that. I think the corporations like the idea of not having to actually deal with workers, but that may be, again, part of the hype.
Martin Wolf Yes. It’s a very interesting question of how that plays out. First, within the AI sector itself, I was very interested, because it happened very recently, in this sudden emergence of this Chinese company DeepSeek. And that seemed to suggest that the idea that there were infinite economies of scale and scope in the AI industry itself might not be right. Obviously, we’ll see whether that’s true. And then, of course, there’s the question of what effect it has on the users, the industries that use it. It’s pretty clear, at this stage, we have no idea. But right now, the firms that have the resources to do the colossal investments that at least the Americans are pursuing are relatively limited because the investments are so stupendous.
Paul Krugman Yeah. AI, what we’re calling AI, certainly doesn’t function anything like human intelligence. What it does is it scoops up vast quantities of data and does very, very complex calculations on that data, which is a big, big upfront investment. In a peculiar way, it’s information, but it actually seems to require a lot of physical capital, giant server farms, huge amounts of power consumption. So this may actually be something that favours not so much technological dominance as it favours, you know, basically people with lots of money to invest in largely physical capital.
Martin Wolf But at the moment, for the reasons of history, the people who know how to invest it and the money are already established players in the tech industry. Relatively limited, very limited number of major firms, which interestingly doesn’t include some of them. The most valuable of the tech companies for quite a while was Apple, but it doesn’t seem to be a significant player in this at all. And some of them, OpenAI is obviously a new player. But it’s got Microsoft linked to it. But it does look at this as one of those things in which incumbents or some incumbents seem to be incredibly well positioned to expand their reach further. And that’s why people are concerned about this notion that there will be a sort of feudal lords over us all. And they did certainly play some part or some of them in this election, in the recent election. So it sort of links up with this idea that at least in the US, politics is becoming a plutocratic sport. And so it links up with also future democracy.
Paul Krugman Although we should say that the really big money, apparently accounting for something like 40 per cent of corporate spending on the election was crypto. And I’m highly uncertain about what the economic pay-off to AI is, but I’m quite certain about what the pay-off to crypto is, which is nothing. But unfortunately, it turns out to be able to buy a government.
Martin Wolf Extraordinary bubbles do can all of themselves have remarkable distorting effects for a while.
Paul Krugman Yeah, and it’s going to be an interesting question, actually. How much, though, coming back to this technofeudalism, how much is the power of incumbency versus just being able to deploy very large amounts of capital? And I think we’re going to find that out.
Martin Wolf So let’s do the Cultural Coda.
Paul Krugman OK. So I think I’m the lead off on the cultural coda, and it is some music. It’s Loretta Lynn singing Coal Miner’s Daughter, which was also the basis of a wonderful old film, which I think is why on earth does this have to do with it. But in fact, there are basically no coal miners’ daughters anymore. Coal mining was more than half a million workers in the United States in the immediate aftermath of world war two. By 2000, coal production was actually higher in 2000 than it had been in the 1940s, but 85 per cent of the workers were gone. And what was that about? It was all about technology. First, strip mining and then blowing the tops off mountains to get at the coal, which meant that you didn’t need a whole lot of workers, which is showing that you can get massive displacements of particular kinds of workers by technology. We did not suffer mass unemployment because of the disappearance of the coal industry. We did suffer a lot of changes. Some places were hurt, but also ways of life disappeared. So I think in some ways, I like coal as an example of just how, first of all of how much technology really can change things. But also that you know, the latest, fanciest technology is not the first time we’ve seen this movie or the second or the third or the fourth. This has been happening again and again over the past couple of centuries.
Martin Wolf My memory is that in Britain, the coal mining industry at its peak employed about a million, which is an extraordinary number for a much smaller country. And my view of the disappearance of coal mining was set by the very famous description of George Orwell of what it’s actually like to be a miner. And I decided we should be very happy. Now my cultural coda, I’m gonna do my second text thing then I’ll come back to music. This week it’s a novel, and I think it, to me, it’s the most important novel of the 20th century, at least the most revealing. It’s Thomas Mann’s The Magic Mountain, which was published in 1924. And the ‘20s and ‘30s are a period I think more and more about. And the core of the book was the intellectual ferment going on in the first half of the 20th century, between old fashioned, stayed civilised liberal humanism embodied in this case in the figure of a man called Settembrini, putting forward the sort of views I hold and I’m beginning to feel are equally old-fashioned. And on the other hand, Naphta, who is a Marxist revolutionary, but actually when you push him, turns out to be very similar to the far-right revolutionaries, and really the difference between Hitler and Stalin turned out to pretty small when all things are done. And it gets you this sense of profound conflict. And Mann puts forward the idea that the first world war was the beginning of the destruction that followed from this. It was written during the war and published shortly afterwards. So it’s extraordinary how a book novel published 100 years ago can be so brilliant at describing the sort of things we are seeing right now and the sort of challenges we’re now seeing between pretty feeble, liberal, humanist type people and passionate authoritarians. So thank you very much for joining us for part four of The Wolf-Krugman Exchange, something very different, on AI. We’ll be back with you again next week when we’ll be discussing the ways in which the economic system has changed as a result of recent events, possibly forever. Is this time perhaps really different?
Martin Wolf Per inciso, spero che questi colloqui ti facciano piacere.
Paul Krugman Oh, è stato divertente.
Martin Wolf Non penso di aver mai incontrato qualcuno, certamente non nei suoi settant’anni, che abbia mantenuto la produzione di lavoro che hai avuto negli ultimi mesi.
Paul Krugman Sai, è così solo in parte, cosa dovrei fare? È vero che ci sono stati periodi nei quali un po’ mi pento di spendere così tanto tempo nelle newsletter e meno tempo nel bere AperolSpritz in piazza come quando eravamo in Italia.
Martin Wolf Sì. Dunque, andiamo a discutere dell’intelligenza artificiale, che è un cambiamento piacevole. Questo è il quarto nella nostra serie, le conversazioni Wolf-Krugman. Io sono Martin Wolf, capo commentatore di economia al Financial Times.
Paul Krugman E io sono Paul Krugman, professore alla City University di New York, autore di un notiziario su una piattaforma online a pagamento. Il colloquio di oggi viene registrato nel Massachusetts il venerdì 20 giugno alle ore 10,30 che corrisponde alle 15,30 del pomeriggio a Londra, giacché in questo momento non sono a New York.
Martin Wolf E lo stiamo registrando di venerdì perché la prossima settimana andrò in India, sarò a Delhi, e la sola spiegazione razionale è che rispetto ai 30 gradi centigradi di temperatura che abbiamo qua a Londra, là invece avrò giornate davvero afose, mi immagino di circa 45 gradi.
Paul Krugman Proprio così. Io penso che sarò indaffarato in qualche luogo leggermente più fresco.
Martin Wolf Così abbiamo deciso che questa settimana ci occuperemo di Intelligenza Artificiale, perché questo ci permette di non spendere tutto il tempo a parlare di quello che sta avvenendo adesso negli Stati Uniti. E dunque ci occuperemo della intelligenza artificiale in sé, ma anche di come il suo impatto stia cominciando a diffondersi nelle nostre economie e nelle nostre vite, e anche di quali potrebbero essere le probabili implicazioni a più lungo termine. Si tratta certamente del cambiamento tecnologico più interessante che possiamo osservare in questo momento. Dunque Paul, cosa pensi sia adesso quella che viene chiamata intelligenza artificiale, oppure, come leggo oggi sul Financial Times, dove un esperto definisce queste tecnologie non come intelligenza artificiale ma come ‘pappagalli stocastici’ [1], che io penso sia una descrizione carina. In ogni modo, qualsiasi definizione tu preferisca, cosa ti eccita e cosa di disturba in questo fenomeno?
Paul Krugman Quella che stiamo chiamando intelligenza artificiale in realtà, a questo punto, non è intelligenza. C’è un disputa infinita sul fatto se essa possa essere prossima a divenire qualcosa che si potrebbe davvero chiamare in quel modo. Ma in realtà, si tratta di una evoluzione di grandi modelli linguistici che assorbono tonnellate e tonnellate di dati, applicando algoritmi molto intelligenti, talmente intelligenti che quasi non sappiamo come funzionano, sino ad essere capaci di dare risposte in un linguaggio naturale a domande poste in linguaggi naturali. E questa non è una cosa da poco. Ci sono un mucchio di aree nelle quali siamo abituati a scherzare su come siano stati negativi i tentativi di automatizzare il pensiero o qualcosa che assomiglia al pensiero. Il tradurre era una barzelletta. Non so chi sia stato a riferire il vecchio aneddoto sul presunto programma di traduzione russo-inglese. Il programma riceveva “Lo spirito era forte, ma la carne era debole” e lo restituiva con “La vodka era buona, ma la carne era avariata”. Dunque, come sai, di solito la traduzione era una burla. Adesso è in effetti abbastanza buona. Si può effettivamente leggere, io posso farlo, notiziari in lingua straniera ed essi possono essere leggermente forzati, ma sono davvero proprio buoni. Il riconoscimento delle parole è abbastanza buono, cosicché certamente abbiamo realizzato qualcosa di importante, ma se sia effettivamente rivoluzionario, è qualcosa da vedere – è qualcosa che resta nell’aria.
Martin Wolf Dunque, un paio di impressioni su questo. Ricordo qualcuno che ti dava molta ragione dicendo che c’era quel famoso concetto del test di Turing [2]. Ovviamente, di Alan Turing, il grande teorico della informatica degli anni ‘930, assieme a John von Neumann, una sorta di padre dei computer. E lui sosteneva che noi pensiamo che l’informatica sia intelligente se possiamo avere uno scambio con quel computer. Esso sembra un essere umano, percepisce come un essere umano in modo tale che la gente è indotta a pensare sia un essere umano. E per quanto posso osservare, hanno superato quel test. Dunque, quello è qualcosa di abbastanza significativo. Ma direi anche che è abbastanza importante la questione di come definiamo l’intelligenza. Secondo me l’utilizzo più interessante – e questo lo derivo in buona parte da qualcuno che, in questa disciplina, mi è capitato di conoscere abbastanza bene, Demis Hassabis, che lavora a Google DeepMind – … e quello che lo entusiasma adesso è la capacità dei programmi dei computer di fare un lavoro scientifico davvero approfondito, al punto da ricevere il premio Nobel [3] per la capacità di elaborare tutti i diversi modi nei quali le proteine potrebbero essere spiegate; che è un problema computazionale, ma ovviamente di un genere fantasticamente complesso. Non so se ciò sia intelligente, ma è molto, molto facile constatare che è davvero potente e utile, e che gli esseri umani semplicemente non potrebbero fare tutto questo per loro conto.
Paul Krugman Proprio così. C‘è una gran quantità di funzioni che consideravamo funzioni che richiedevano persone molto intelligenti, che come sai, venivano pagate lautamente, ed erano davvero difficili, che adesso possono essere svolte, comunque la si definisca, o Intelligenza Artificiale generativa o, se vuoi, pappagalli stocastici, ma sono pappagalli stocastici di un genere che produce roba davvero utile. E questo è significativo. Ora, se essa sia la stessa cosa come quella che noi … è chiaro che il test di Turing, fu una cavolata di Turing. E’ difficile a dirsi, ma Alan Turing si sbagliava un po’ su quello che ne sarebbe derivato perché adesso abbiamo programmi che superano il test di Turing abbastanza facilmente, e tuttavia non pensiamo che essi siano persone. Nessuno pensa ancora realmente che essi siano persone. Ma d’altra parte … beh, non sono sicuro di quante mani ho già utilizzato in questo caso, ma i radicali miglioramenti nella produttività sono qualcosa. Si tratta di una vecchia storia. È avvenuta ripetutamente in molti settori dell’economia. E questo è un caso realmente diverso oppure sta interessando un’area che non era stata in precedenza molto toccata dalla tecnologia?
Martin Wolf Ebbene, questo è ovviamente il grande tema. Penso che sia una questione interessante se Turing sbagliasse o se effettivamente egli aveva una visione perfettamente plausibile, ma noi di fatto non ci capacitiamo che le macchine possano fare questo e, in sostanza, le persone sono persino più sospettose verso le macchine di quello che lui pensava sarebbero state. Ma in ogni modo mettiamo tutto questo da parte. Torniamo a questa storia della quale hai parlato perché, come hai detto, è come ritornare ai Luddisti degli inizi del 19° secolo. I luddisti furono un movimento di lavoratori contrari alla introduzione delle macchine, la loro abilità era tessere utilizzando telai meccanici ed essi osservavano che erano sostituiti da nuove macchine. E praticamente come ogni importante rivoluzione tecnologica, in quel caso le macchine erano davvero spettacolari, nel senso di cosa potevano fare e di quanti posti di lavoro poterono liberarsi. E se si pensa alla storia del macchinario e di altre innovazioni, in ogni occasione la gente ha detto, ebbene, tutti i posti di lavoro verranno distrutti, avremo la disoccupazione di massa, e dopo un po’ avremo un processo di correzione. Abbiamo trovato nuovi modi per spendere i nostri redditi in aree diverse, e ciò si risolverà proprio in un intero complesso di nuovi posti di lavoro che nessuno si immaginava. Dunque, se aveste detto a chiunque nel 1800 che nessuno avrebbe lavorato nelle aziende agricole, quando in sostanza erano il settore più grande del mondo in modo schiacciante, avrebbero detto: “Cosa? E dunque cosa farete voi tutti?”. Ebbene, se elenchiamo tutti i posti di lavoro che ora fanno, essi non avevano alcuna idea della situazione in cui erano.
Paul Krugman Questo è giusto. Oppure c’erano cose che la gente faceva ma erano marginali. Ma se diventi più ricco e puoi fare le vecchie cose in modo molto efficiente, tu ti rendi conto che, beh, va bene, andiamo a fare di più quelle altre cose. Adesso, noi abbiamo una gran quantità di persone occupate nella assistenza sanitaria. Effettivamente non so quali siano i numeri, ma in questo momento in America potremmo ben avere più istruttori di yoga che minatori del carbone. Dunque, abbiamo situazioni diverse e la storia delle previsioni della disoccupazione di massa per effetto della tecnologia è davvero lunghissima. Ho constatato, anche personalmente, ripetuti episodi. C’è stato negli anni ‘990 un intero periodo nel quale erano tutti sicuri che la disoccupazione di massa fosse proprio dietro l’angolo perché stavamo deindustrializzando. C’era una gran quantità di previsioni sulla disoccupazione di massa negli anni 2010 assieme ad un costante scetticismo sul fatto che periodi di elevata disoccupazione potessero effettivamente verificarsi, solo perché abbiamo una insufficiente domanda aggregata. La macroeconomia non attrae le persone intuitivamente, mentre la disoccupazione tecnologica lo fa, e tuttavia essa non sembra mai avvenire realmente, se non su una sorta di basi molto localizzate.
Martin Wolf Penso che questo sia evidentemente giusto; voglio dire, negli anni ‘950, grosso modo il 40 per cento della forza lavoro britannica era occupata nell’industria, in modo predominante nel manifatturiero, e adesso è circa al 10 per cento. E se tu avessi detto, e questo non molto tempo fa, che ciò poteva accadere, nel mentre si stava occupando una percentuale più elevata della popolazione complessiva perché stavano lavorando anche tutte le donne, non ci avrebbero creduto. Tuttavia, fammi giocare il ruolo dell’avvocato del diavolo solo per osservare come questo funziona. Se questi nuovi programmi fossero capaci, ed è una domanda molto seria, di fare una vasta quota del lavoro analitico che stiamo facendo oggi, quando possiamo ritenerla una sorta di attività centrale degli esseri umani, almeno degli esseri umani come noi, ma il pensare creando dà il via a tanta parte delle nostre attività. Se tutta questa analisi di base viene fatta dalle macchine, forse decideremo che in effetti sarebbe molto meglio avere un computer come giudice in un tribunale, giacché i computer sono completamente affidabili. Essi non sono destinati ad essere emotivi. Non è prevedibile che subiscano il famoso effetto che è stato esaminato nella scienza sociale, secondo il quale i giudici si comportano in modo diverso la mattina dal pomeriggio. Dunque si potrebbe immaginare un mondo nel quale arriviamo alla conclusione: “Ebbene, perché non preferire che il nostro presidente sia un computer?” Voglio dire, molti errori sarebbero evitati. In aggiunta, stiamo chiaramente sperimentando una rivoluzione robotica molto significativa. Dunque, persino se trovassimo i posti di lavoro, ci sarebbe una differenza inimmaginabile. E non è forse possibile che scopriremo che il prodotto marginale di una parte molto ampia della forza lavoro non è molto sopra il livello della sussistenza, perché in realtà non ne abbiamo affatto bisogno?
Paul Krugman Tutto questo è possibile. La storia probabilmente non ce lo dice, solo perché non è mai successo prima. E ancora, tutta questa storia si ripresenta sempre e in continuazione. Ricardo, nella terza edizione dei suoi Principi di Economia Politica, si preoccupava della disoccupazione in conseguenza delle macchine. E questo, come sai, più o meno nel 1819. Dunque …
Martin Wolf Notoriamente.
Paul Krugman In questo momento stiamo ragionando delle cose importanti, secondo le quali i posti di lavoro davvero buoni sono il pensiero analitico ed i giudizio. Forse non penseremo a tutto questo nel futuro. Forse posso sbagliare, ma io penso che siamo molto lontani dall’avere robot idraulici, che siamo abbastanza lontani in questo momento dall’avere quelle cose relativamente banali che non richiedono niente di più che il senso comune. Ma il senso comune è una delle cose nelle quali l’IA sembra abbastanza inadatta. Ed è qualcosa in cui le persone sono abbastanza capaci. Posso sostenere tutto questo in questo altro modo. Voglio dire, una versione di quella che stiamo definendo Intelligenza Artificiale è solo une versione potenziata della correzione automatica. In un certo senso, si tratta di riempire cose che altre persone hanno fatto. E allora si può dire, è vero, ma non ci sono molte altre cose che le persone reali fanno e per le quali guadagnano alti salari, fondamentalmente facendo una correzione potenziata? Il che è anche vero. E sinora, le applicazioni di successo dell’IA sono abbastanza limitate. Sinora, non stiamo certamente osservando una crescita della produttività commensurata a quello che si sta dicendo.
Martin Wolf Voglio precisamente concentrarmi su quello che sappiamo dall’esperienza passata sul processo di correzione. C’è dunque un lavoro famosissimo, che penso tu abbia citato frequentemente, con altri che sono tornati all’introduzione dell’elettricità, che fu notoriamente una delle tecnologie di grande proposito generale della Seconda Rivoluzione Industriale, che cambiò ogni cosa, davvero tutto. E il caso si rivelò avere un effetto di trasformazione. Cambiò tutto, ma ci vollero circa 40 anni perché essa arrivasse nelle fabbriche, riprogettarono le fabbriche, cominciarono a sviluppare tutti i motori intelligenti che si possono inserire dappertutto, che avrebbero rinfrescato le case e fatto i lavaggi e tutto il resto. È stato davvero un processo lungo, lento, nel quale la correzione nella forza lavoro ed i nuovi posti di lavoro hanno proceduto assieme. E il fatto che stiamo osservando tutto questo procedere abbastanza lentamente, ma siamo ancora in uno stadio molto iniziale, potrebbe suggerire che stiamo passando da un processo simile e gli effetti saranno molto ampi, saranno più grandi di quello che pensiamo e di quello che pensano in tanti, ma ci vorrà più tempo di quello che pensiamo. Pensi che sia un modo plausibile per ragionare del futuro?
Paul Krugman In linea di principio, questa sarebbe la mia opinione. C’è una magnifico saggio, un vecchio saggio di Paul David [4] …
Martin Wolf Sì, infatti.
Paul Krugman … sulla ragione per la quale la tecnologia dell’informazione non si sta rivelando nei numeri della produttività, quando penso che era stata definita il computer e la dinamo. E il suo argomento era che effettivamente ci vollero circa quaranta anni perché le imprese si immaginassero cosa fare con l’elettricità. Perché essa ha bisogno, non è soltanto …. non è soltanto conoscenza, ma effettivamente si deve reimpostare il modo in cui si lavora. Come sai, una fabbrica dei tempi andati era uno stabilimento alto sei piani con un motore a vapore alla base e corridoi molto angusti perché si cercava di minimizzare la perdita di energia, ed effettivamente era molto arduo lavorarci, e tu lo sostituisci con motori elettrici con un grande edificio tentacolare con ampi corridoi, ma come sai devi cambiare ogni cosa. Devi cambiare dove lo collochi, come organizzi il lavoro, ha conseguenze su tutto. Dunque, la storia è questa. E molti di noi si sono riferiti a quella storia per spiegare perché le tecnologie non trasformano le cose così velocemente come si pensava potessero fare … Devo dire che la mia impressione personale è che quello a cui stiamo assistendo con l’IA non sia quella storia. Quello cui stiamo assistendo è un precipitarsi a mettere in atto la IA prima che si sia dimostrato che essa è utile. C’è questa enorme attrazione a piazzare la IA. Voglio dire, sto scoprendo che cose che uso ordinariamente, sai, i motori di ricerca, sono stati derubricati perché le società coinvolte sono così ansiose di essere pronte con l’IA che io devo fare un lavoro in più per disattivare quella dannata roba. Solo così posso ottenere il risultato di una semplice ricerca ordinaria. Dunque mi chiedo se questa volta non stiamo assistendo piuttosto a qualcosa di simile ad una corsa ad essere parte dell’ondata del futuro, prima ancora che si sia sicuri che essa sia realmente l’ondata del futuro.
Martin Wolf Si potrebbe sostenere, nei casi che tu menzioni, che l’elettricità, ma anche i computer, originariamente, agli inizi, erano uno strumento di lavoro. Le imprese si riorganizzavano. Ciò era piuttosto vicino all’IA, ma richiedeva molta riorganizzazione, una riorganizzazione abbastanza profonda per far sì che il sistema centrale sostituisse tutti gli orologi, ad esempio. Dovevi pensare profondamente ai processi del lavoro, e ciò potrebbe accadere in questo caso. E l’elettricità, come tu metti in evidenza, comportava cambiare ogni stabilimento. Ma in questo caso, suppongo che le persone pensino sia conveniente, dal nostro punto di vista. È lì, sembra in grado di rispondere alle domande che eravamo soliti porre ai nostri assistenti legali o consulenti di medio livello. Dunque, perché non porre ai computer queste domande? Lo fanno abbastanza bene. Dunque ci stiamo precipitando in quella direzione, ma non sembra ancora, forse siamo proprio soltanto ai primi giorni, che stiamo assistendo alla disoccupazione di massa. Non so se questo è diverso negli Stati Uniti, non ho osservato così da vicino le persone di questo tipo che stanno lavorando in attività di questo genere. Per quanto sento dire, e ho letto, di una riduzione molto significativa in un bel numero di economie nel reclutamento di laureati, che potrebbe essere influenzata da questo. Non lo so.
Paul Krugman In effetti, ho appena scritto su questo, prima che avessimo questa conversazione. C’è stata una spettacolare diminuzione nelle opportunità di posti di lavoro per i nuovi laureati negli Stati Uniti.
Martin Wolf Sembra che stia accadendo anche in Cina, ma non so se sia qualcosa che ha a che fare con questo.
Paul Krugman Sì, e il guaio è che è così improvviso. Voglio dire che è realmente così, c’è stata una tendenza al regresso in questa specie di vantaggio occupazionale di avere una laurea che stava andando avanti da qualche anno. Ma a proposito di questo improvviso aumento della disoccupazione tra i neolaureati e di questo apparente collasso virtuale dei posti di lavoro, questo ti porta a chiederti: è realmente la tecnologia o è qualcosa d’altro? E sfortunatamente, ci sono un po’ di altre cose che stanno avvenendo nel mondo, come gli Stati Uniti che si scatenano sulla politica tariffaria, che probabilmente stanno influenzando tutto ciò. Dunque, non lo sappiamo. Ma è certamente possibile che si verifichino dislocazioni significative e persino piuttosto rapide. Questo non ci dice moltissimo su quali siano gli effetti a lungo termine, se non l’idea che forse potremmo osservare un cambiamento realmente rapido nella eliminazione di intere categorie di posti di lavoro in un periodo abbastanza breve. Sebbene anche qua, io leggo le notizie e non so mai quanto sia battage pubblicitario e quanto realtà.
Martin Wolf Penso che sia giustificato per i processi di questo genere, voglio dire che la IA è dopo tutto davvero piuttosto nuova. Le imprese sono molto eccitate da essa, come hai detto giustamente, e penso che la maggior parte di loro realmente non sappiano cosa farci e sino a qual punto dovrebbero avere fiducia in essa. Dunque, sembra che ci siano due tipi di visioni in circolazione. Uno è che essa finirà per essere un complemento delle persone qualificate. Potrebbe rimuovere quegli analisti di medio livello e via dicendo che abbiamo avuto, ma gli esseri umani più altamente qualificati nella IA saranno ancora il modo migliore di operare. Cambierà la struttura dell’occupazione, ma gli esseri umani saranno ancora coinvolti molto attivamente nelle funzioni che ancora faranno. Oppure effettivamente ci ritroveremo col tempo che se hai intenzione di essere visitato da un dottore, diciamo, l’analista principale di quanto sta procedendo, il diagnostico e tutto il resto; essi saranno in realtà uno di questi programmi di intelligenza artificiale, e ciò, per così dire, ridurrebbe o almeno cambierebbe profondamente la nostra relazione con gli specialisti. La mia impressione è che al momento ci siano un bel po’ di diverse visioni tra gli esperti su cosa accadrà.
Paul Krugman E’ così, e questo è stato uno di quei temi nei quali, sai, ho cercato di parlare con le persone, persone che davvero prestano attenzione in un modo che per me è impossibile, e sono arrivato alla conclusione che per ogni cosa che voglio credere sulle prospettive della IA e sui suoi effetti economici, tutto quello di cui ho bisogno è di fare una piccola ricerca, e posso trovare qualche esperto che mi dirà qualsiasi cosa io voglia credere. È una delle situazioni nelle quali c’è proprio una tale ampiezza di interpretazioni possibili. E non sto dicendo che queste persone siano disoneste o qualcosa del genere. Si tratta solo del fatto che, a questo punto, ciò è per davvero sconosciuto e c’è così poca esperienza effettiva.
Martin Wolf Uno dei problemi in qualche modo connessi, in parte perché ho nipoti e in parte per quello che fa mia moglie, che è esperta nella politiche delle competenze e nelle università, esperta accademica di queste cose, è una specie di domanda: va bene, non sappiamo cosa sta per succedere, ma non dovremmo già pensare su come insegnare alle persone? Oppure si tratta del caso – io penso che ovviamente non lo sappiamo – ma si tratta del caso che in effetti il genere di cose che le persone hanno appreso come fare (giacché si tratta solo di sviluppare la mente, di scrivere saggi, di fare il lavoro analitico, di fare equazioni e tutto il resto) sono ancora il modo migliore di addestrate gli esseri umani, e poi vedremo quello che accade quando arriva.
Paul Krugman E’ vero. Voglio dire, pochi anni fa, una specie di slogan per i giovani era imparare a programmare, perché quello era il futuro.
Martin Wolf E quello non è ancora un buon consiglio?
Paul Krugman No, quella si scopre essere una delle cose nelle quali la IA funziona abbastanza bene. Probabilmente, non il settore più elevato, più sofisticato, ma una sorta di codice di base che in qualche modo fa le cose è uno di quegli aspetti che in qualche modo puoi affidare al software. E dunque quello era un consiglio davvero sbagliato. Per altre cose non lo sappiamo. Voglio dire, è un po’ folle. In realtà, lascia che ti dia un’idea del genere di cose che mi rendono scettico. Dunque, c’è stato un importante annuncio da Amazon per il quale, grazie all’IA, essa si aspetta di liberarsi di un sacco di lavoratori, che non sembra una cosa sbagliata, sennonché io ho fatto un po’ di lavoro su Amazon come impresa. E sai, Amazon è una di quelle cose per le quali c’è l’illusione che non sia toccata da mani umane. Tu semplicemente clicchi su qualcosa ed essa appare magicamente alla tua porta. E ciò che essa ha realmente sono 1,1 milioni di lavoratori soprattutto nei centri di distribuzione e nei magazzini che spostano le cose in giro. E come l’IA lo replicherà? Voglio dire, alla fine forse avremo dei robot che possono farlo, forse. Ma al momento, non è affatto chiaro come ChatGPT o qualcosa del genere sia destinata a sostituirli. Dunque, è solo una montatura? È così? Pochi anni fa c’è stato un periodo nel quale tutti mettevano la parola blockchain [5] nel loro nome per sembrare all’avanguardia. E questa è solo una sorta di paragonabile montatura, e non la realtà?
Martin Wolf Penso che questa sia per davvero una questione interessante. Sono sempre stato molto sospettoso del blockchain, delle criptovalute e di tutte quelle cose. Ho scritto su tutto ciò. Sono dunque rimasto molto sollevato che essa non si sia risolta in molto, per quanto sembra giochi una parte importante nell’acquistare la presidenza statunitense. Ma in ogni modo, per il momento dovremmo lasciar da parte quell’aspetto. Pensiamo ad alcuni degli aspetti più concreti. Supponiamo che ci sia un aggiustamento considerevole del mercato del lavoro. Uno degli argomenti che avanzava David Autor nella trasmissione che ho avuto con lui, che penso sia stata davvero buona, è che a differenza dello “shock cinese”, come lui l’ha chiamato, che fondamentalmente è solo il rapido crollo di un certo numero di aziende manifatturiere e quindi di fabbriche, situate in luoghi molto specifici in tutti i paesi industriali – il che ovviamente ha creato un grande problema di correzione perché tendeva a determinare un grande trauma in località molto specifiche, ed esse hanno perso la produzione commerciabile (come abbiamo già discusso) – la cosa positiva con l’IA è che essa sembra sia una sorta di tecnologia simile all’uso dei computer, per la quale avremo soprattutto un effetto generale ma non un effetto molto concentrato. Dunque dovrebbe essere qualcosa che, in linea di principio, possiamo correggere in modo relativamente facile.
Paul Krugman E’ così. Come sai, è difficile mettere insieme esempi di industrie altamente concentrate, geograficamente concentrate, dove l’IA sottrarrà i posti di lavoro. Ci si potrebbe un po’ preoccupare in effetti, tra tutte le cose, di New York e di Londra. Tu sai quanti posti di lavoro che vengono fatti dalle persone nel settore finanziario possano essere automatizzati. Dunque, le località a rischio potrebbero non essere alcune piccole città che producono arredamenti, ma alcuni centri finanziari che davvero non hanno bisogno di tutti questi ragazzi che si concentrano sui fogli di calcolo. Ma essa è probabilmente molto di più una tecnologia di scopo generale. Sebbene anche qua, come sai, tornando indietro, stavamo parlando di elettricità, uno degli effetti dell’elettrificazione fu che le fabbriche, quando si è passati a fabbriche tentacolari di un solo piano, si sono spostate dai centri cittadini. E ciò fu effettivamente piuttosto dirompente. Eliminò molti posti di lavoro dei colletti blu che di solito erano al servizio delle persone nei quartieri più poveri. Ma sì, questo è probabile, e noi tutti stiamo speculando, speculando su ogni cosa, ma probabilmente non si tratta di qualcosa dove si possa dire, guarda, tutti quelli che lavorano a Bradford, Yorkshire, sono destinati a perdere i loro posti di lavoro per l’IA.
Martin Wolf Penso che tu abbia espresso qualcosa di abbastanza importante, perché se ci pensi e se pensi a chi plausibilmente potrebbe esserne più influenzato, e lascio da parte il settore della robotica, dunque voglio dire che finisco per convincermi che il lavoro più sicuro nel mondo sarà probabilmente il giardiniere. Ma ipotizziamo davvero di rimuovere un bel po’ di posti di lavoro dei collari bianchi, un bel po’ di quella specie di lavori che fanno i giovani laureati. Quella specie di lavori fatti dagli assistenti legali, anche dai giovani avvocati. In generale, questo è il gruppo di persone i cui posti di lavoro sono enormemente aumentati negli ultimi tre o quattro decenni. E quella è in parte la ragione per la quale abbiamo avuto un’enorme espansione nelle università, un po’ meno negli Stati Uniti perché avevate già un sistema universitario talmente ampio. Ma in Gran Bretagna, io lo ricordo spesso, quando andavo all’università, il 5 per cento della mia generazione andava all’università. Adesso è il 40 per cento, ed è così perché questi posti di lavoro sono aumentati così tanto. Così, se abbiamo una gran quantità di persone istruite avvilite perché si aspettavano una vita migliore di quella che stanno avendo, e molti di loro sono già scontenti, mi sembra che potremmo avere, se ciò accade, effetti sociali e politici davvero abbastanza difficili in società che già soffrono per quegli effetti.
Paul Krugman Sì. Voglio dire, è così, come sai, i Luddisti vale sempre la pena di tenerli a mente. I Luddisti non erano lavoratori privi di competenze.
Martin Wolf Erano l’élite. Erano l’élite specializzata. Senza dubbio.
Paul Krugman Sebbene, posso dire che … posso dare una interpretazione leggermente, forse leggermente ottimistica? Ebbene sì, avremo un bel po’ di persone scontente. D’altra parte, in alcuni modi, l’IA potrebbe essere un fattore di maggiore equaglianza. Sai, io sono cresciuto negli Stati Uniti degli anni ‘960, dove i lavoratori coi colletti blu guadagnavano buoni redditi. Pare che essi guadagnassero redditi non molto diversi, ad esempio, dai piccoli dirigenti. Di fatto, io crebbi precisamente su una strada dove alcuni dei residenti erano idraulici e mio padre era un piccolo dirigente. E ciò è cambiato completamente. Puoi darsi che torneremo a quello. Forse andiamo verso una situazione nella quale le persone che sanno effettivamente misurarsi col mondo materiale verranno opportunamente di nuovo apprezzate e le persone che spostano i simboli scopriranno che, beh, sì, anche i computer possono spostare i simboli.
Martin Wolf Parliamo appunto delle dimensioni sociali e politiche. Quanto sono plausibili? Stavo appena scrivendo sui diritti di proprietà intellettuale e sull’IA, ma questo è un tema più vasto. Tu hai scritto di recente un bel po’ di articoli sull’ineguaglianza. Nelle nostre società, particolarmente negli Stati Uniti, assistiamo ad enormi concentrazioni di ricchezza e di reddito. Alcune persone si sono riferite a tutto questo come tecnofeudalesimo. Tu pensi che se questa rivoluzione continua, e quello è chiaramente quanto le imprese dominanti sperano, siamo destinati ad imbatterci in questa sorta di enorme concentrazione del potere, dell’influenza e del denaro nelle élite tecnologiche, che stanno guidando questo numero relativamente piccolo di società ad andare persino oltre?
Paul Krugman Sì, in realtà non sono abbastanza sicuro di come la IA operi in questo. E sto, effettivamente, mentre stiamo parlandone, lavorando su questo. E mi sembra che la caratteristica distintiva di una gran parte della tecnologia, la ragione per la quale abbiamo queste immense fortune, che a questo punto è effettivamente nei fatti, è che i ranghi più elevati della ricchezza sono effettivamente dominati dai confratelli della tecnologia. È realmente così. Fondamentalmente, c’è Warren Buffet, che in effetti sembra possedere una genuina competenza irriproducibile, e ci sono tutti gli altri. Cerchiamo di capire perché abbiamo queste gigantesche fortune? Perché c’è una manciata di confratelli tecnologici con questa enorme quantità di denaro? In realtà ciò riguarda molto le esternalità di rete, che è un termine economico gergale, ma che fondamentalmente significa che si fa qualcosa o si usa qualcosa perché lo fanno tutti gli altri. Ognuno usa Amazon perché tutti gli altri usano Amazon ed è molto più facile ottenere oggetti con semplicità. Oppure, del resto, sto ancora facendo una gran quantità di lavoro con Excel, il che è folle, ma Excel è universale e tutti sanno come usarlo. E queste cose che consistono in questo tipo di vantaggi che si auto rafforzano e si auto bloccano, sono in realtà la base di una diverso potere monopolistico, molto diverso dal genere di potere monopolistico che avevamo nell’Epoca Dorata, ma è un potere monopolistico allo stesso modo. E questo provoca una manciata di fortune incredibilmente grandi che è proprio molto difficile interrompere. L’Intelligenza Artificiale rafforza questa tendenza? Forse, d’altro canto la rende più semplice? Non lo so, forse un modello di IA renderà più semplice ottenere rapidamente cose su richiesta da aziende più piccole … in realtà non ne ho idea. Realmente … non penso che la gente abbia effettivamente cercato di capire quella conseguenza. Le persone tendono a dire, bene, tutto ciò rimuove lavoratori, di conseguenza deve incoraggiare il potere dei capi delle società, il che potrebbe essere, ma noi non lo sappiamo. Penso che alle società piaccia l’idea di non doversi effettivamente misurarsi con i lavoratori, ma quello potrebbe essere, ancora una volta, parte del battage pubblicitario.
Martin Wolf Sì. È una questione molto interessante come ciò avviene. Anzitutto, all’interno dello stesso settore dell’IA, io sono rimasto molto interessato, perché questo è avvenuto molto recentemente, dalla improvvisa ascesa di questa società cinese, DeepSeek. E quella sembrava suggerire che l’idea che ci fossero infinite economie di scala e propositi nello stesso settore dell’IA, poteva non essere giusta. Ovviamente, vedremo se ciò è vero. E poi, ovviamente, c’è la questione di quali effetti essa ha sugli utilizzatori, sulle industrie che la usano. È abbastanza chiaro che, a questo stadio, non ne abbiamo alcuna idea. Ma in questo momento, le imprese che hanno le risorse per fare gli investimenti colossali che almeno gli americani stanno attuando sono relativamente limitate, giacché gli investimenti sono così eccezionali.
Paul Krugman Sì. L’intelligenza Artificiale, quella che definiamo IA, certamente non funziona per niente come l’intelligenza umana. Quello che essa fa è raccogliere grandi quantità di dati e fare calcoli davvero complicati su quei dati, il che richiede un investimento anticipato davvero grande. In un modo peculiare, si tratta di informazione, ma effettivamente sembra richiedere una grande quantità di capitale fisico, gigantesche fattorie di server [6], grandi quantità di consumo di energia. Dunque, questo potrebbe effettivamente essere qualcosa che non favorisce tanto il dominio tecnologico, quanto favorisce, come sai, fondamentalmente persone con grandi quantità di denaro da investire in capitale in buona parte fisico.
Martin Wolf Ma al momento, per le ragioni della storia, le persone che sanno come investire e il denaro sono già protagonisti affermati nell’industria tecnologica. Un numero limitato, molto limitato, che in modo interessante non include alcuni di loro. Per un certo periodo, sembrava che l’impresa di maggior valore delle società tecnologiche fosse Apple, ma essa non sembra essere affatto un protagonista significativo in tutto questo. E tra alcune di loro, OpenAI è ovviamente un nuovo attore. Ma è collegata a Microsoft. Ma questa si considera come una di quelle situazioni nelle quali i titolari, o alcuni titolari, sembrano essere incredibilmente ben collocati per espandere ulteriormente le loro capacità. E questa è la ragione per la quale le persone sono preoccupate dall’idea che sopra noi tutti ci saranno una sorta di signori feudali. Ed essi, o alcuni di loro, hanno certamente giocato una qualche parte in queste elezioni nelle recenti elezioni. Quindi in un certo senso si collega a questa idea il fatto che, negli Stati Uniti, la politica stia diventando uno sport plutocratico. E ciò si collega anche con la democrazia futura.
Paul Krugman Sebbene dovremmo dire che in realtà il grande denaro, che in apparenza pesa come il 40 per cento della spesa delle società nelle elezioni, sono state le criptovalute. E io sono molto incerto su quale sia il vantaggio economico dell’IA, ma sono abbastanza certo su quale sia il vantaggio delle criptovalute, che è pari a niente. Ma sfortunatamente si scopre che possono comprarsi un governo.
Martin Wolf Bolle straordinarie possono di per sé avere effetti considerevolmente distorcenti per un certo periodo.
Paul Krugman Certo, e in effetti si porrà una interessante questione. Quanto sarà, però, in questo ritorno al feudalesimo della tecnologia, il potere dell’essere titolari rispetto al solo essere capaci di dispiegare grandi quantità di capitale? E penso che lo scopriremo.
Martin Wolf Dunque andiamo ai titoli di coda culturali.
Paul Krugman Bene. Quindi penso di esser io a cominciare la coda culturale, con un po’ di musica. È Loretta Lynn che canta La figlia del minatore di carbone, che fu anche la base di un magnifico vecchio film, che penso sia il motivo per cui ha a che fare con tutto questo. Ma, di fatto, fondamentalmente non ci sono più figlie di minatori di carbone. Negli Stati Uniti, l’estrazione del carbone erano più di un milione di lavoratori nell’immediato indomani della seconda guerra mondiale. Col 2000 – la produzione di carbone era effettivamente più alta nel 2000 che negli anni ‘940, ma l’85 per cento dei lavoratori se ne erano andati. E da cosa era dipeso? Era tutto dipeso dalla tecnologia. Anzitutto, l’estrazione a cielo aperto e poi il far saltare in aria la cima delle montagne, il che comportava non aver bisogno di grandi quantità di lavoratori, il che dimostra come si può non aver bisogno di avere massicce espulsioni di certi tipi di lavoratori per effetto della tecnologia. Non patimmo una disoccupazione di massa a causa della scomparsa dell’industria del carbone. Patimmo una gran quantità di cambiamenti. Alcuni luoghi vennero colpiti, ma scomparvero anche i modi di vivere. Dunque penso che per varie ragioni, l’esempio del carbone mi interessi proprio per quanto la tecnologia può davvero cambiare le cose. Ma penso anche che, sai, quanto all’ultimissima, raffinatissima tecnologia, che non è la prima volta che vediamo questo film, ma la seconda, la terza o la quarta. Questo è accaduto in continuazione nel corso dei passati due secoli.
Martin Wolf A mia memoria, l’industria della estrazione del carbone in Gran Bretagna al suo picco occupava circa un milione di lavoratori, che era un dato straordinario per un paese molto più piccolo. E la mia idea sulla scomparsa dell’estrazione del carbone è stata fissata dalla famoso descrizione di George Orwell di cosa effettivamente assomiglia all’essere un minatore. E ho stabilito che dovremmo essere molto contenti. Adesso la mia coda culturale, proporrò il mio secondo testo e poi passerò alla musica. Questa settimana è un romanzo, e penso, secondo me, sia il più importante romanzo del 20° secolo, almeno il più rivelatore. Si tratta de La montagna incantata di Thomas Mann, che venne pubblicato nel 1924. E gli anni ‘920 e ‘930 sono un periodo al quale penso sempre di più. Il cuore del libro era il fermento culturale che si sviluppò nella prima metà del 20° secolo, tra l’umanesimo liberale vecchio stile che si manteneva civilizzato, incarnato in questo caso dalla figura di un uomo chiamato Settembrini, che proponeva il tipo di visioni che io sostengo e che comincio a sentire come egualmente antiquate. E dall’altra parte Naphta, che è un marxista rivoluzionario, ma in effetti quando insisti un po’ su di lui, si scopre essere molto simile ai rivoluzionari della destra estrema, e in effetti a conti fatti le differenze tra Hitler e Stalin si sono scoperte piuttosto piccole. E ciò di dà questo senso di un conflitto profondo. E Mann avanza l’idea che la prima guerra mondiale fu l’inizio della distruzione che poi seguì. Il libro fu scritto durante la guerra e venne pubblicato poco tempo dopo. Dunque è straordinario come un romanzo pubblicato cento anni fa possa essere così brillante nel descrivere il genere di cose alle quali stiamo assistendo in questo momento, tra le persone abbastanza fragili, liberali, di tipo umanistico e gli autoritari esagitati. Dunque grazie molte per esservi uniti a noi nella quarta parte delle Conversazioni Wolf-Krugman, qualcosa di molto diverso, sull’Intelligenza Artificiale. Torneremo ancora con voi la prossima settimana quando discuteremo i modi nei quali il sistema economico è cambiato in conseguenza degli eventi recenti, forse per sempre. Forse questa volta è davvero diverso?
[1] I sinonimi di “stocastico” sono aleatorio, probabilistico e casuale. Il termine si riferisce a processi o sistemi il cui comportamento è governato da leggi probabilistiche e quindi è influenzato da fattori casuali.
Quindi, suppongo, definire l’Intelligenza Artificiale come un sistema di ‘pappagalli stocastici’ significa mettere l’accento sulla sua natura caratterizzata soprattutto dalla velocissima imitativa raccolta di tutte le informazioni possibili relative ad un quesito, ma anche influenzata dalla relativa casualità che deriva da quella enorme riserva di informazioni pregresse. In fondo, un sistema che attinge da un infinità di notizie con modalità sostanzialmente ripetitive, e dipende dalla probabilità della loro attinenza al tema. Molto elevata ma, in fondo, garantita semplicemente dalla loro quantità.
[2] Il test di Turing è un criterio per valutare se una macchina è in grado di esibire un comportamento intelligente e indistinguibile da quello umano. È stato proposto da Alan Turing nel 1950 e si basa su un “gioco dell’imitazione” in cui un intervistatore deve determinare quale dei due interlocutori (uno umano e uno artificiale) è la macchina, basandosi solo su una conversazione scritta. Se l’intervistatore non è in grado di distinguere la macchina dall’umano, il test è superato.
[3] Il Premio Nobel non è, ovviamente, stato attribuito ai programmi dei computer, anche se non vedo altra traduzione letterale.
Provo a darmi una spiegazione. Forse il significato deriva dal fatto che John Clarke, Michel Devoret e John Martinis hanno ottenuto il premio Nobel per la Fisica 2025 per la «scoperta dell’effetto tunnel quantistico macroscopico e della quantizzazione dell’energia in un circuito elettrico». I tre accademici americani, tutti professori in importanti università californiane, sono giunti a ricreare l’effetto quantistico del tunnel in un chip sufficientemente grande da poter essere tenuto in mano.
L’effetto tunnel è un concetto fondamentale per la fisica quantistica. Permette una transizione a uno stato non consentito dalla meccanica classica. In questa, infatti, la legge di conservazione dell’energia impone che una particella non possa superare una barriera di energia se non dispone di un’energia pari o superiore. Si pensi a una palla che deve superare un muro: non potrà scavalcarlo (o sfondarlo) se non ha un’energia sufficientemente grande. La meccanica quantistica, invece, prevede che una particella abbia una probabilità diversa da zero di attraversare spontaneamente una barriera di energia. Per dimostrarlo i tre avevano costruito già nel 1985 un circuito elettrico dotato di un “buco” on e uno off, da pressare con una sorta di leva. Fisicamente non era dunque possibile «abbassare» la leva, essendo due cavità distinte, eppure grazie alla meccanica quantistica il circuito si accendeva e si spegneva. «Il sistema elettrico superconduttore potrebbe passare da uno stato all’altro con l’effetto tunnel, come se attraversasse direttamente un muro», hanno scritto.
Ricreare l’effetto tunnel in un chip, potrebbe essere la ragione per la quale si afferma un po’ scherzosamente che con il Nobel è stata premiata la macchina che sui chip si basa.
[4] Paul Allan David era un economista accademico americano, noto per il suo lavoro sull’economia del progresso scientifico e del cambiamento tecnico. Era anche noto per il suo lavoro nella storia economica americana e nell’economia demografica.
[5] Si può tradurre con “blocchi concatenati” ed è la tecnologia distintiva delle criptovalute.
[6] Server farm (in italiano “fattoria di server”, chiamata anche webfarm) è una espressione usata in informatica per indicare una serie di server collocati in un unico ambiente in modo da poterne centralizzare la gestione, la manutenzione e la sicurezza.
agosto 25, 2025
Paul Krugman
We’re hearing a lot of talk about stagflation now, for good reason. Tariffs and mass deportations are both stagflationary: They increase inflation while depressing growth.
It’s becoming increasingly clear that there’s a third major stagflationary force coming into play: Soaring electricity prices, which will also hurt growth while increasing inflation.
Now, during the 2024 campaign Donald Trump boasted a lot about how he would bring down energy prices. He talked very big, and made specific promises. Notably, he declared that he would cut the price of electricity in half within 12 months of taking office:
So how’s that going?
And this is only the start. Many analysts expect further large increases in electricity prices over the next year or more, largely because of surging demand from AI data centers. The electricity outlook is sufficiently scary that Texas — Texas! — has passed a new law giving the grid operator the right to cut off data centers during periods of power shortage.
An aside: In the America I grew up in, people who made big boasts about what they would achieve then completely failed to deliver were considered unserious blowhards. What happened to that country?
But Trump has a scapegoat, which probably won’t surprise you — renewable energy:
It’s unclear what his theory is. How does adding wind and solar generating capacity — increasing electricity supply — lead to higher prices?
To the extent that there is a story here, it involves what I’ve called MAGA brain, “the belief that the only way you can get results is by being tough and nasty, avoiding anything that might be considered woke” — which includes renewable energy.
As it happens, the data overwhelmingly reject Trump’s claims about renewables and prices. The Department of Energy has data on the share of each state’s electricity generated by renewable sources. For example, Iowa gets 80 percent of its utility-scale power from renewables, mostly wind, while New Jersey only gets 4.6 percent from renewables. Yet Iowa’s electricity prices actually fell slightly from May 2024 to May 2025, while NJ prices rose 10 percent.
Trump, however, has his own reality:
Except New Jersey doesn’t have any windmills. There have been proposals for large offshore wind farms, but they have never come to fruition — and Trump has signed executive orders that will effectively ban future offshore wind development.
So why are electricity prices soaring? The main answer is clearly a surge in power consumption by data centers, driven mainly by AI. Crypto is also playing a role, although we don’t know for sure how much — and thanks to the influence of the crypto bros, we may never find out:
Can we blame Trump for rising electricity prices? Not yet. The AI boom began well before Trump won the election, and the grid just wasn’t ready. Trump is, however, doing all he can to make the problem worse — boosting crypto and AI while blocking the expansion of renewable energy, which has accounted for the bulk of recent growth in electric generating capacity:
Oh, and the Trump administration is rolling back energy efficiency standards for home appliances, which will worsen the electricity shortage.
So the electricity crisis is set to get worse. And it will matter a lot. Households spend a substantial share of their budgets on electricity, but the overall impact of electricity prices goes well beyond your utility bills: electricity is an important cost of doing business, and an increase in that cost will be passed on to consumers. By my estimate, overall spending on electricity — both direct spending by consumers and spending by businesses that ultimately gets passed on to consumers — is about 2 percent of GDP. So large electricity price increases could have a significant effect on the cost of living.
Rising electricity costs will also lead businesses to produce and invest less. In particular, as I wrote the other day, energy shortages could bring the boom in AI spending to a screeching halt — and that spending is currently the only thing keeping the U.S. economy above stall speed, growth so slow that economic weakness becomes self-reinforcing.
Many people, myself included, have drawn parallels between the current AI frenzy and the telecoms boom and bust of the late 1990s — an alarming parallel, because the telecom bust led to years of elevated unemployment. But as Peter Oppenheimer of Goldman Sachs has pointed out, there have been many such boom-bust cycles over the centuries, going back to Britain’s canal mania in the 1790s. And here’s one analogy that has occurred to me: What would have happened if, midway through the 1790s canal-building boom, investors had realized that there wasn’t enough water to fill all those new canals?
So the electricity crisis is serious, adding significantly to the risk of stagflation. Unfortunately, it would be hard to find policymakers I’d trust less to deal with this crisis than the Trump administration, whose energy policy is driven by petty prejudices (Trump is still mad about the windmills he thinks ruin the view from his Scottish golf course), macho posturing (real men burn stuff), and hallucinations (the imaginary windmills of New Jersey.)
Follia del chilowatt. La crisi dell’elettricità di Trump – e la nostra.
Di Paul Krugman
Adesso si sente molto parlare di stagflazione, per buone ragioni. Le tariffe e le deportazioni di massa sono stagflazionistiche: accrescono l’inflazione mentre deprimono la crescita.
Sta diventando sempre più chiaro che c’è un terzo importante fattore stagflazionistico che sta entrando in gioco: i prezzi crescenti dell’elettricità, che anch’essi danneggeranno la crescita mentre accresceranno l’inflazione.
Ora, durante la campagna elettorale del 2024 Donald Trump si vantava molto su come avrebbe abbassato i prezzi dell’energia. Faceva grandi discorsi e avanzò precise promesse. In particolare, dichiarò che avrebbe tagliato il prezzo dell’elettricità della metà in un anno dall’insediamento: dunque cosa sta succedendo?
E questo è soltanto l’inizio [1]. Molti analisti si aspettano ulteriori ampi aumenti dei prezzi dell’elettricità nel corso del prossimo anno ed oltre, in gran parte a seguito dell’impennata della domanda da parte dei centri dati dell’Intelligenza Artificiale. La prospettiva dell’elettricità è preoccupante a tal punto che il Texas – il Texas! – ha approvato una nuova legge che dà all’operatore della rete il diritto di escludere i centri dati durante i periodi di scarsità della corrente.
Una digressione: nell’America nella quale sono cresciuto, le persone che si facevano gran vanto su quello che avrebbero realizzato e fallivano completamente nel mantenerlo, venivano considerati sbruffoni. Cosa è successo a quel paese?
Ma Trump ha un capro espiatorio, che probabilmente non vi sorprenderà – le energie rinnovabili:
Donald J. Trump – 20 agosto 2025
“Ogni stato che ha costruito e si è basato sulle pale eoliche e sul solare per l’energia elettrica sta conoscendo aumenti da record nell’elettricità e nei costi dell’energia. La truffa del secolo! Noi non approveremo l’eolico o il solare che distrugge le aziende agricole. Il giorni della stupidità negli Stati Uniti sono finiti !!! MAGA.”
Non è chiaro quale sia la sua teoria. Aggiungere una potenzialità di generazione eolica e solare – ovvero aumentare l’offerta di elettricità – come può portare a prezzi più alti?
Nella misura in cui c’è qua una storia da raccontare, essa riguarda quello che ho definito il cervello del MAGA, “la convinzione che il solo modo nel quale si possono ottenere risultati consiste nell’essere duri e sgradevoli, evitando tutto quello che può essere considerato ‘progressista’” – il che include le energie rinnovabili.
Si dà il caso che i dati rigettino le pretese di Trump sulle rinnovabili e sui prezzi. Il Dipartimento dell’Energia ha dati sulla quota di energia generata da fonti rinnovabili di ciascuno stato. Ad esempio, l’Iowa ottiene l’80 per cento della sua elettricità su scala industriale dalle rinnovabili, soprattutto l’eolica, mentre il New Jersey ottiene soltanto il 4,6 per cento dalle rinnovabili. Tuttavia i prezzi dell’elettricità dello Iowa son in effetti leggermente calati da maggio del 2024 a maggio del 2025, mentre quelli del New Jersey sono cresciuti del 10 per cento.
Tuttavia, Trump ha una realtà sua propria:
Donald J. Trump, 19 agosto 2025
“Gli stupidi e disgustosi impianti eolici stanno distruggendo il New Jersey. I prezzi dell’elettricità sono cresciuti quest’anno del 28% e non c’è abbastanza elettricità per soddisfare lo stato. Basta con gli impianti eolici!”
Sennonché il New Jersey non ha alcun impianto eolico. Ci sono state proposte per grandi parchi eolici sull’oceano, ma non si sono mai concretizzate – e Trump ha firmato ordinanze esecutive che in effetti metteranno al bando lo sviluppo futuro dell’eolico offshore.
Dunque perché i prezzi dell’elettricità stanno salendo? La risposta principale è chiaramente una crescita nel consumo di energia derivante dai centri dati, guidata principalmente dall’Intelligenza Artificiale. Anche le criptovalute stanno giocando un ruolo, sebbene non si possa sapere con certezza quanto – e grazie all’influenza della congrega della cripto, potremmo non scoprirlo mai:
1 FEBBRAIO, 2024
SEGUIRE IL CONSUMO DI ELETTRICITA’ DALLE OPERAZIONI DI ESTRAZIONE DELLE CRIPTOVALUTE NEGLI STATI UNITI
L’EIA ha sospeso la raccolta di emergenza dei dati per Form-EIA-862, il sondaggio sulle operazioni di estrazione delle criptovalute
Possiamo incolpare Trump per i prezzi in crescita dell’elettricità? Non ancora. Il boom dell’Intelligenza Artificiale è cominciato ben prima che Trump vincesse le elezioni, e la rete elettrica non era proprio pronta. Tuttavia, Trump sta facendo tutto quello che può per rendere il problema peggiore – sostenendo le cripto e l’IA mentre blocca l’espansione delle energie rinnovabili, che ha pesato per la gran parte della recente crescita della capacità di produzione elettrica:
Inoltre, l’amministrazione Trump sta riducendo gli standard di efficienza energetica per gli elettrodomestici, il che peggiorerà la scarsità di elettricità.
Dunque, la crisi dell’elettricità è destinata a peggiorare. E ciò sarà molto importante. Le famiglie spendono una quota sostanziale dei loro bilanci sull’elettricità, ma l’impatto complessivo dei prezzi dell’elettricità va ben oltre le vostre bollette dei servizi: l’elettricità è un costo importante del funzionamento delle imprese e un aumento di quel costo sarà trasferito ai consumatori. Secondo una mia stima, la spesa complessiva sull’elettricità – sia la spesa diretta da parte dei consumatori che la spesa delle imprese che alla fine viene trasferita sui consumatori – è circa il 2 per cento del PIL. Dunque, ampi aumenti del prezzo dell’elettricità potrebbero avere un effetto significativo sul costo della vita.
La crescita dei costi dell’elettricità porterà anche le imprese a produrre ed a investire di meno. In particolare, come scrivevo l’altro giorno, le scarsità di energia potrebbero portare il boom della spesa sulla IA ad una stridente sospensione – e quella spesa è attualmente l’unica cosa che mantiene l’economia statunitense sopra il livello della velocità stagnante, una crescita così lenta che la debolezza dell’economia finisce per auto rafforzarsi.
Molte persone, incluso il sottoscritto, hanno tracciato somiglianze tra l’attuale frenesia per l’IA e il boom seguito dallo scoppio delle telecomunicazioni alla fine degli anni ‘990 – un parallelo allarmante, giacché lo scoppio della bolla delle telecomunicazioni portò ad anni di disoccupazione elevata. Ma come ha messo in evidenza Peter Oppenheimer di Goldman Sachs, ci sono stati molti cicli di tali boom ed esplosioni nel corso dei secoli, tornando alla mania britannica per il canale degli anni ‘790. E c’è una analogia che mi è venuta alla mente: cosa sarebbe accaduto se, nel mezzo del boom per la costruzione del canale negli anni ‘790, gli investitori avessero realizzato che non c’era acqua a sufficienza per riempire tutti quei canali?
Dunque, la crisi dell’elettricità è una cosa seria, che aumenta in modo significativo il rischio della stagflazione. Sfortunatamente, sarebbe arduo trovare uomini politici dei quali aver meno fiducia nel misurarsi con questa crisi di quelli dell’amministrazione Trump, la cui politica energetica è guidata da pregiudizi meschini (Trump è ancora furioso per le pale eoliche che pensa rovinino la prospettiva dal suo campo scozzese da golf), dagli atteggiamenti macho (gli uomini veri bruciano la materia) e dalle allucinazioni (gli impianti eolici immaginari del New Jersey).
[1] La tabella mostra l’andamento dei prezzi medi cittadini dell’elettricità per chilowattora negli Stati Uniti, cresciuti di 7/8 punti percentuali dal 2024.
[2] La tabella mostra la distribuzione degli aumenti di capacità produttiva di elettricità nel periodo 2000-2005 tra le varie fonti. Come si nota il peso del gas naturale (marrone) stava venendo calando sostanzialmente, mentre crescevano le quote del solare, dell’immagazzinamento nelle batterie e dell’eolico (blu scuro, blu chiaro e celeste). Con il disimpegno sulle fonti alternative, i dati si suppone cambino radicalmente.
agosto 4, 2025
On June 1 I published what I said would be the first of two primers on rising inequality. But I kept finding more things that I felt needed saying, so it turned into a six-part story arc.
The good news is that I believe that I’ve finished that story arc, at least for now, with the last two posts. Part V showed how predatory financialization has helped create extreme wealth. Part VI examined how wealth is converted into political power. And that was supposed to be it, for now.
But given the topics of those last two primers, it seemed to me that I should close out with an in-the-moment case study: A discussion of the rise of the crypto industry, which can be seen as a sort of hyper-powered example of predatory finance, influence-buying and corruption.
Beyond the paywall, I’ll discuss the following:
The economics of cryptocurrency
I still sometimes see people conflating the case for cryptocurrencies with the general case for a digital monetary system. The truth, however, is that our monetary system is already largely digital. Your bank account consists of ones and zeroes on the bank’s server, not a pile of cash in the bank’s vault. Most people use physical currency, if at all, for a handful of small transactions. Even writing checks has become increasingly rare. Instead we use debit cards and payment apps, which are simply ways to transfer ownership of some of those ones and zeroes.
In case anyone brings it up: Yes, there’s still $2.3 trillion in cash out there. But more than 80 percent of that is $100 bills, which are almost unusable in daily life, and are presumably being hoarded, largely outside the United States, rather than used in transactions.
So what does cryptocurrency add? Conventional banking, even when digital, rests on personal ownership: You, and only you, have the right to dispose of funds in your account. Most of the time your bank may consider knowledge of your PIN code or your CVC adequate proof of identity, but if the bank’s software flags a transaction as suspicious the bank may demand that you verify your identity in other ways.
With crypto assets, your identity doesn’t matter. If you have access to a numerical key identifying a Bitcoin or other digital coin, a key validated by the blockchain, it’s yours, period. Nobody even needs to know who you are. In fact, Bitcoin was originally envisaged as a tool that would allow decentralized trading, no need to deal with banks or other central institutions.
Cryptocurrencies have been around for a surprisingly long time. Bitcoin, which started it all, was introduced in 2009. In the early days crypto boosters asserted that using blockchain keys rather than having banks verify customers’ identity would reduce transaction costs, and that crypto would largely displace conventional money as a means of payment.
That didn’t happen. In his book “Number Go Up: Inside Crypto’s Wild Rise and Staggering Fall,” Zeke Faux noted that
“Traveling around the world investigating crypto had given me a new appreciation for my Visa card. It worked instantly, with just a tap, charged no fees, and never asked me to memorize long strings of numbers, or to bury codes in my backyard.”
It’s not just Faux. The annual Federal Reserve survey of households’ well-being shows that very few people use crypto as a means of payment. The table shows that only 1-2% of the households surveyed used crypto to make a payment or transfer funds. If they bought crypto at all, it was as a speculative investment. Moreover, the table shows that even this meager use of crypto by households has been falling:
Given its original promises, then, crypto has been a bust. Yet the value of crypto assets has surged to more than $3 trillion in value. This surge has probably significantly increased the concentration of wealth at the top. Not surprisingly, the crypto industry has acquired a lot of political power, although the sheer scope of that power is startling. How has this happened?
Crypto as predatory finance
In Part IV of this series I noted that a key part of the rise in U.S. inequality since 1980 has been a surge in the share of national wealth controlled by the top 0.01 percent. In Part V I showed that much of the rise in extremely high incomes and wealth can be attributed to the financialization of the economy — that is, the enormous growth of the financial sector. Remarkably, it’s hard to see good economic reasons for the rapid expansion of the financial sector. Instead, a significant share of the growth of U.S. financialization seems to have involved predation: making money by selling investors financial products they didn’t understand, doing an end run around bank regulation and in so doing creating new risks that eventually fall on taxpayers or other victims. The financial crisis of 2008-9 was to an important extent the end result of such predation.
Does crypto enable predation? Yes, in three ways.
First, crypto appeals to people who have very little understanding of economic fundamentals. They buy simply because crypto prices have risen a lot in the past and assume that this will continue. In part this reflects the “greater fool” phenomenon that always comes into play during asset bubbles: crypto investors assume that there will always be someone down the road who will give you a real asset (like dollar assets or real estate) for your extremely high-priced ones and zeroes. And as revealed in the Samuel Bankman-Fried trial, crypto coiners don’t want the general public to know that they goose their values by buying one another’s currency.
Moreover, for many crypto investors there is a significant addictive element: the psychology of crypto investing is essentially the same as the psychology of gambling Crypto is now so easily available and marketed so heavily — for example, sold in supermarket kiosks, pushed by payment apps like Venmo — that it has become the modern equivalent to the traditional numbers racket.
Second, as the Federal Reserve survey shows, crypto has failed to deliver on its promise that an anonymous payments system is superior to conventional banking. But there’s an important exception: crypto is extremely valuable in making transactions in which anonymity is very valuable for its own sake — namely, illegal activity. Crypto has few if any legal transactional uses, but it’s very useful if you’re laundering money and engaging in extortion.
Yet even extortionists, drug dealers, weapons dealers and financiers of terrorists dislike the extremely volatile prices of Bitcoin and its early emulators. They want to know how much a blackmail victim’s payoff will be worth in dollars when it arrives.
The solution to the extreme volatility of crypto is stablecoins: Digital tokens issued by institutions that (purportedly) hold adequate reserves in conventional assets, typically U.S. Treasury bills, and promise to keep the dollar value of their tokens fixed in dollars. The biggest stablecoin is Tether, which promises to maintain the value of each Tether coin at $1. Not surprisingly, it is also the leading cryptocurrency for illicit activity, including financing terrorism. Here’s how The Economist reported on Tether’s role just a few days ago:
But wait, there’s more. Leaving aside the unsavory uses to which stablecoins are put, stablecoin issuers create new systemic risks to the economy. For an institution that sells assets which it promises to redeem for dollars on demand is essentially a bank. Banks are subject to extensive regulation, in an attempt to limit risks to financial stability such as bank runs. Yet, in its pursuit of profit, the financial industry is constantly trying to do end-runs around these regulations – witness how Lehman Brothers took down the entire financial system and imposed trillions of dollars in cost. So, in the end, stablecoins are in effect offloading financial risk onto taxpayers. Yet another form of financial predation.
So there is a very good case to be made that the crypto industry is essentially a predatory enterprise. What can we say about how crypto affects inequality?
Crypto and inequality
In my primer on the rise of U.S. oligarchs — the extremely wealthy individuals who are exerting disproportionate political influence — I noted that there have been two phases in the rise of the super-wealthy. In the first phase, from 1980 until the early 2010s, the big fortunes were primarily made in finance. In the second phase, which we’re currently in, megafortunes have largely flowed from quasi-monopolies in technology.
Where does crypto fit into this picture? Blockchain is a clever technology applied to financial transactions. So you might expect that it would become a new source of extreme wealth. And it has. Forbes reports that there are currently 17 crypto billionaires. That’s a lot given the reality that crypto still plays virtually no role in legal economic activity.
A few of these billionaires, notably the Winklevoss twins, made their money by being early investors in Bitcoin and other non-stablecoin crypto assets. However, most of them became rich by founding or operating institutions that manage crypto: holding coins for people unwilling or unable to keep track of their blockchain keys. (So much for decentralized finance.) Four of the 17 made their money as shareholders in Tether.
What about the capital gains accruing to investors who purchased crypto assets? Those who purchased early have seen big gains, at least so far. Information about the distribution of those gains is limited. What we do know is that while many people own some crypto, overall ownership is highly concentrated. Crypto ownership is almost surely more concentrated than total wealth, let alone income. Here are some estimates from the St. Louis Fed:
The bottom line is that the rise of the crypto industry has almost surely contributed to rising inequality in the United States.
But that’s not the reason I decided to include a discussion of crypto as a sort of post-credits scene for this inequality series. What caught my attention was the extraordinary amount of political influence crypto has acquired. The industry offers a sort of master class in how money can buy power in America.
How crypto bought the government
Back in 2019, during his first term, Donald Trump denounced crypto, on surprisingly sensible grounds:
“I am not a fan of Bitcoin and other Cryptocurrencies, which are not money, and whose value is highly volatile and based on thin air. Unregulated Crypto Assets can facilitate unlawful behavior, including drug trade and other illegal activity….”
Since then, however, he has become an enthusiastic crypto advocate, reversing the Biden administration’s fairly modest efforts at regulation and promising to make America a “Bitcoin superpower.”
On June 16, 2025 the Senate passed the GENIUS Act by a vote of 68-30. The bill purported to establish some regulatory oversight of stablecoins but in fact did little to address real concerns. Instead, the legislation was universally viewed as a huge victory for the industry, which received legitimacy, in effect a federal imprimatur, while giving up nothing substantive.
And 18 of those Senate votes came from Democrats.
How did a scandal-plagued industry, whose role in facilitating criminal activity is well known, achieve this triumph? Through the power of money, in the form of both campaign contributions and personal payoffs.
You may recall from my primer on money and power that the Supreme Court’s Citizens United ruling made it possible to create super PACs that funnel large amounts of special-interest money, some of it “dark,” into elections. As the campaign spending tracker OpenSecrets reported, three huge super PACs backed by the crypto industry spent huge amounts, mainly on Congressional races:
Source: Open Secrets
Candidates from both parties received contributions, with only a modest tilt toward Republicans. But note the large spending against Democrats, with a small amount against Republicans. These took the form of attack ads against candidates who had been critical of crypto, while pro-crypto candidates received large donations. Some of the most critical spending took place during the primaries. Notably, crypto super PACs spent a huge amount to defeat the bid of Katie Porter, a crypto skeptic and rising star, for the Democratic Senatorial nomination in California:
The crypto industry’s political intervention was hugely successful: The candidate backed by the industry won in 53 out of 58 races. Politicians of both parties got the message: Don’t get in crypto’s way.
That was the campaign. What has happened since is even more striking. In my last primer I noted that there have long been personal payoffs to industry-friendly politicians and officials, who can benefit from the revolving door. But outright bribes were probably rare.
Crypto has changed all that. It’s true that part of the change reflects Donald Trump’s personal character or lack thereof, and more broadly the collapse of ethical standards within the Republican party.
But it’s also true that crypto has opened new frontiers in corruption. Perhaps surprisingly, the key isn’t the anonymity that makes crypto so convenient for criminals. Instead, it’s the fact that unbacked crypto assets, unlike stablecoins, can be created at will and have no fundamental value. So Trump could create a memecoin out of thin air, and people who want to curry favor with him can enrich the Trump family by buying the coin and driving up its price. Here’s a report that came out Friday, as I was working on this post:
“Crypto billionaire Justin Sun is buying another $100 million worth of $TRUMP, doubling his total known stake of digital coins tied to President Donald Trump.
Sun, who founded the TRON blockchain and is working to resolve a civil fraud case with the U.S. Securities and Exchange Commission, announced the purchase of the $TRUMP token in an X post on Wednesday. Sun said the Trump-linked digital coins will soon be tradeable on the TRON network.
″$TRUMP on TRON is the currency of #MAGA,” Sun wrote.”
Do I need to say anything more?
Some senators proposed amendments to the GENIUS Act that would have blocked the use of crypto to enrich the president and his family. But they were rejected.
The thing is, the way crypto billionaires have purchased political power is essentially just an accelerated, souped-up version of the way America’s oligarch class as a whole has acquired so much power in a nation that formally gives every citizen an equal vote.
In an earlier post I quoted Woodrow Wilson:
“If there are men in this country big enough to own the government of the United States, they are going to own it.”
What we’ve just seen in the case of crypto is exactly how that transaction works.
Ineguaglianza, parte VII: le criptovalute. Una fusione perfetta di speculazione e di corruzione.
Di Paul Krugman
Il 1 giugno pubblicai quello che dissi avrei voluto fosse il primo dei due scritti sulla crescente ineguaglianza. Ma continuavo a trovare molte cose che sentivo necessario dire, così si è trasformato in un racconto in serie di sei parti.
La buona notizia è che credo di aver finito, almeno per adesso, quel racconto in serie con i due ultimi interventi. La Parte V mostrava quanto la finanziarizzazione speculativa ha contribuito a creare la ricchezza estrema. La Parte VI mostrava come la ricchezza si è convertita in potere politico. E questo, per ora, doveva essere tutto.
Ma dati i temi di quegli ultimi due scritti, mi è sembrato che avrei dovuto concludere con uno studio di un caso in corso: una discussione sulla ascesa del settore delle criptovalute, che può essere considerato come un esempio super potenziato di finanza speculativa, di acquisto di influenza e di corruzione.
Andando avanti, discuterò i temi seguenti:
1 . la (strana) economia delle criptovalute;
2 . le criptovalute come forma di finanza speculativa;
3 . come le criptovalute spingono l’ineguaglianza;
4 . come il settore delle criptovalute ha corrotto la nostra politica.
L’economia delle criptovalute
Talvolta continuo ad imbattermi in persone che confondono il caso delle criptovalute con il caso generale di un sistema monetario digitale. La verità, tuttavia, è che il nostro sistema monetario è già in buona parte digitale. Il vostro conto in banca consiste di uni e di zeri nel server della banca, non in un cumulo di contante nella sua camera di sicurezza. La maggior parte delle persone usa valute materiali, se ancora lo fa, per una manciata di piccole transazioni. Anche scrivere assegni è divenuto sempre più raro. Usiamo piuttosto carte di debito e applicazioni di pagamento, che sono semplicemente modi per trasferire la proprietà di alcuni di quegli uni e zeri.
Nel caso qualcuno lo obietti: è vero, ci sono ancora 2,3 migliaia di miliardi di dollari in contante in circolazione. Ma più dell’80% di essi sono biglietti da 100 dollari, che sono quasi inutilizzabili nella vita quotidiana e presumibilmente vengono accumulati, in gran parte fuori dagli Stati Uniti, anziché essere usati in transazioni.
Dunque, cosa aggiungono le criptovalute? Il settore bancario convenzionale, anche quando digitale, si basa sulla proprietà personale: voi, e voi soltanto, avete il diritto di disporre dei fondi sul vostro conto. La maggior parte delle volte la vostra banca può considerare la conoscenza del vostro codice PIN o del vostro codice di verifica della carta una prova adeguata di identità, ma se il software della banca segnala un transazione come sospetta, la banca può chiedere che voi verifichiate in altri modi la vostra identità.
Con gli asset in criptovalute, la vostra identità non conta. Se avete accesso ad una chiave numerica che identifica un Bitcoin o un’altra valuta digitale, una chiave convalidata dalla “catena di blocchi”, esso è vostro, punto. Nessuno ha neanche il bisogno di sapere chi siate. Di fatto, all’origine il Bitcoin venne concepito come uno strumento che avrebbe permesso il commercio decentralizzato, senza nessun bisogno di un accordo con le banche o con altre istituzioni centrali.
Le criptovalute sono state in circolazione per un tempo sorprendentemente lungo. Il Bitcoin, che fu la prima, venne introdotto nel 2009. Nei primi giorni i sostenitori delle cripto asserivano che utilizzando le chiavi delle “catene di blocchi” piuttosto che avere la verifica di identità dei clienti da parte delle banche avrebbe ridotto i costi delle transazioni, e che le cripto avrebbero in buona parte eliminato il denaro convenzionale come mezzo di pagamento.
Non è successo. Nel suo libro “I numeri salgono: l’ascesa e la caduta vertiginosa delle criptovalute”, Zeke Faux ha notato che:
“Girare per il mondo nell’indagare sulle criptovalute mi aveva permesso una rivalutazione della mia carta Visa. Operava sull’istante, solo con un tocco, non caricata da tasse e non mi chiedeva mai di memorizzare lunghe sequenze di numeri, o di seppellire i codici nel giardino.”
Questo non è solo Faux.Il sondaggio annuale della Federal Reserve sul benessere delle famiglie mostra che pochissime persone usano le cariptovalute come mezzo di pagamento. La tabella mostra che solo l’1-2% delle famiglie intervistate ha utilizzato le cripto per fare pagamenti o trasferire fondi. Se esse non hanno mai acquistato con le criptovalute, allora è stato un investimento speculativo. Inoltre, la tabella mostra che persino questo utilizzo scarso delle cripto da parte delle famiglie sta calando:
Date le sue promesse originarie, dunque, le cripto sono state un fallimento. Tuttavia il valore delle criptovalute è cresciuto sino a più di 3.000 miliardi di dollari. Questa crescita ha probabilmente accresciuto la concentrazione della ricchezza tra i più ricchi. Non sorprendentemente, il settore delle cripto ha acquistato una gran quantità di potere politico, sebbene il vero e proprio proposito di quel potere sia allarmante. Come è accaduto?
Le criptovalute come finanza speculativa
Nella Parte IV di questa serie avevo notato che una componente fondamentale della crescita dell’ineguaglianza negli Stati Uniti a partire dal 1980 è stato un aumento della quota di ricchezza nazionale controllata dello 0,01 per cento dei più ricchi. Nella parte VI avevo mostrato che buona parte della crescita nei redditi e nella ricchezza estremamente elevati può essere attribuita alla finanziarizzazione dell’economia – cioè, all’enorme crescita del settore finanziario. È significativamente difficile osservare buone ragioni economiche per la rapida espansione del settore finanziario. Piuttosto, una parte significativa della crescita della finanziarizzazione statunitense sembra aver riguardato la speculazione: fare soldi vendendo agli investitori prodotti finanziari che essi non hanno compreso, aggirare la regolamentazione delle banche e nel farlo creare nuovi rischi che alla fine ricadranno sui contribuenti o su altre vittime. La crisi finanziaria del 2008-9 fu in rilevante misura il risultato finale di tale speculazione.
Le criptovalute hanno reso possibile la speculazione? Sì, in tre modi.
Il primo, le cripto attraggono molte persone che hanno una comprensione minima degli aspetti fondamentali dell’economia. Acquistano semplicemente perché i prezzi delle cripto sono cresciuti molto nel passato e si considera che questo proseguirà. In parte questo riflette il fenomeno dello “sciocco più grande” che entra sempre in gioco durante le bolle degli asset: gli investitori in criptovalute immaginano che ci sarà sempre qualcuno in giro che vi darà un asset reale (come asset in dollari o in immobili) per i vostri estremamente super valutati uni e zeri. E, come rivelato nel processo a Samuel Bankman-Fried [2], coloro che emettono le cripto non vogliono che la generale opinione pubblica sappia che essi pompano i loro valori acquistando l’uno la valuta dell’altro.
Inoltre, per molti investitori cripto c’è un elemento di significativa dipendenza: la psicologia dell’investire nelle cripto è sostanzialmente la stessa della psicologia dello scommettere. Le criptovalute sono oggi così facilmente disponibili e commerciate così pesantemente – ad esempio, vendute nei chioschi dei supermercati, promosse da applicazioni dei pagamenti come Venmo – che sono diventate l’equivalente moderno delle bische clandestine.
In secondo luogo, come il sondaggio della Federal Reserve mostra, le criptovalute hanno fallito nel mantenere la propria promessa che un sistema anonimo di pagamenti sia superiore al convenzionale sistema bancario. Ma c’è una importante eccezione: le cripto sono estremamente appetibili nel fare transazioni nella quali l’anonimato è molto apprezzato nel vostro stesso interesse – precisamente, le attività illegali. Le cripto hanno pochi utilizzi transattivi, ammesso ne abbiano qualcuno, ma sono molto utili se state ripulendo denaro sporco e impegnandovi in estorsioni.
Tuttavia, persino gli estorsori, i commercianti di droghe e di armi ed i finanziatori di terroristi non gradiscono i prezzi estremamente volatili del Bitcoin e dei suoi primi imitatori. Loro vogliono conoscere quanto valore in dollari avrà la mazzetta della vittima del ricatto quando arriva.
La soluzione alla estrema volatilità delle criptovalute solo le cripto stabili: segni digitali emessi da istituzioni che (presumibilmente) detengono riserve adeguate di asset convenzionali, di solito Buoni del Tesoro statunitense, e promettono di mantenere il valore in dollari dei loro segni stabiliti in dollari. La più grande criptovaluta stabile è Tether, che promette di mantenere il valore di ogni valuta Tether a 1 dollaro. Non sorprendentemente, essa è anche la criptovaluta guida per le attività illecite, compreso il finanziamento del terrorismo. Ecco come The Economist illustrava il ruolo di Tether solo pochi giorni orsono:
Ma aspetatte, c’è di più. lasciando da parte gli utilizzi disgustosi ai quali son dedicate le cariptovalute stabili, coloro che le emettono creano nuovi rischi sistemici per l’economia. Perché una istituzione che vende asset che promette di riscattare in dollari a richiesta è essenzialmente una banca. Le banche sono soggette ad una ampia regolamentazione, nel tentativo di limitare i rischi alla stabilità finanziaria come negli assalti agli sportelli. Tuttavia, nel suo perseguimento del profitto, il settore finanziario sta costantemente cercando di aggirare questi regolamenti – si veda come Lehman Brothers abbatté l’intero sistema finanziario e impose migliaia di miliardi di dollari di costi. Dunque, alla fine, le criptovalute stabili stanno in effetti scaricando il rischio finanziario sui contribuenti. Ancora un’altra forma di speculazione finanziaria.
C’è dunque un ottimo argomento per sostenere che il settore delle criptovalute sia essenzialmente una impresa speculativa. Cosa possiamo dire su come le cripto influenzano l’ineguaglianza?
Le criptovalute e l’ineguaglianza
Nel mio scritto sulla ascesa dell’oligarchia statunitense – gli individui estremamente ricchi che stanno esercitando una sproporzionata influenza politica – notavo che ci sono state due fasi nell’avvento dei super ricchi. Nella prima fase, dal 1980 sino agli inizi del decennio del 2010, le grandi fortune erano principalmente fatte nella finanza. Nella seconda fase, nella quale siamo attualmente, le mega fortune sono in gran parte derivate dai quasi monopoli nella tecnologia.
Dove si inseriscono le cripto in questo quadro? La “catena dei blocchi” è una tecnologia intelligente applicata alle transazioni finanziarie. Dunque, ci si sarebbe potuti aspettare che divenisse una nuova fonte di estreme ricchezze. Ed è avvenuto. Forbes resoconta che attualmente ci sono 17 miliardari delle criptovalute. Sono tanti, considerata la realtà per la quale le cripto sostanzialmente non giocano ancora nessun ruolo nella attività economica legale.
Un certo numero di questi miliardari, in particolare i gemelli Winklevoss [4], hanno fatto i loto soldi essendo i primi investitori nel Bitcoin e in altri asset cripto non-stabili. Tuttavia, la maggior parte di loro sono divenuti ricchi finanziando o operando in istituzioni che gestiscono le cripto: conservando valute per persone indisponibili o incapaci di star dietro alle loro chiavi delle catene dei blocchi. (tanto per parlare di finanza decentralizzata). Quattro dei 17 hanno fatto i loro soldi come azionisti in Tether.
Che dire dei guadagni di capitale che affluiscono agli investitori che hanno acquistato asset cripto? Coloro che li hanno acquistati agli inizi hanno fatto grandi guadagni, almeno sinora. L’informazione sulla distribuzione di quei guadagni è limitata. Quello che sappiamo è che mentre molte persone possiedono un po’ di criptovalute, la proprietà complessiva è altamente concentrata. La proprietà delle cripto è quasi certamente più concentrata della ricchezza totale, per non dire dei redditi. Ecco alcune stime da parte della Fed di St. Louis:
La morale della favola è che l’ascesa del settore delle criptovalute ha quasi sicuramente contribuito alla crescente ineguaglianza negli Stati Uniti.
Ma non è quella la ragione per la quale ho deciso di includere una discussione sulle criptovalute come una sorta di scenario ‘dopo i titoli di coda’ [6] per questa serie sull’ineguaglianza. Quello che ha catturato la mia attenzione è stata la straordinaria quantità di influenza politica che le cripto hanno acquistato. Il settore offre una sorta di lezione magistrale su come il denaro può comprare il potere in America.
Come le criptovalute hanno comprato il governo
Nel passato 2019, durante il suo primo mandato, Donald Trump denunciava le cripto, su fondamenti sorprendentemente sensati:
“Io non sono un seguace del Bitcoin e di altre criptovalute, che non sono denaro, e il cui valore è altamente volatile e basato sul nulla. Gli asset cripto non regolamentati possono facilitare condotte illegali, compreso il commercio di droghe ed altre attività illegali …”
Da allora, tuttavia, lui è diventato un entusiasta sostenitore delle cripto, invertendo gli sforzi abbastanza modesti della amministrazione Biden per una regolamentazione e promettendo di fare dell’America “una superpotenza Bitcoin”.
Il 16 giugno del 2025 il Senato ha approvato la Legge GENIUS, con un voto di 68 a 30. La proposta di legge si proponeva di stabilire una qualche sorveglianza regolamentare delle criptovalute stabili, ma di fatto non faceva niente per affrontare i problemi veri. Invece, la legislazione è stata universalmente considerata come un vasta vittoria del settore, che ha ricevuto legittimazione, in effetti un imprimatur federale, mentre non ha concesso niente di sostanziale.
E 18 di quei voti del Senato venivano dai democratici.
Come un settore infestato da scandali, il cui ruolo nel facilitare le attività criminali è ben noto, ha realizzato questo trionfo? Tramite il potere del denaro, nella forma sia di contributi elettorali che di tangenti personali.
Potete ricordare dal mio primo scritto sul denaro e il potere che la sentenza della Corte Suprema contro Citizens United ha reso possibile creare creare super Comitati di Iniziativa politica (PAC) che incanalano ampie quantità di denaro per interessi particolari, una parte di esso “nero”, nelle elezioni. Come riportato dal tracciatore delle spese elettorali OpenSecrets, tre grandi super PAC sostenuti dal settore cripto hanno speso enormi quantità, il particolare nelle competizioni congressuali:
Fonte: OpenSecrets
I candidati di entrambi i partiti hanno ricevuto contributi, con una preferenza solo modesta verso i repubblicani. Ma si noti la ampia spesa contro i democratici, a fronte di una piccola quantità contro i repubblicani [7]. Questi presero la forma di un attacco pubblicitario contro candidati che erano stati critici verso le criptovalute, mentre i candidati favorevoli ricevevano ampie donazioni. Una parte della spesa decisiva ebbe luogo durante le primarie [8]. In particolare, i super comitati delle cripto spesero grandi quantità per sconfiggere la candidatura di Katie Porter, una scettica sulle criptovalute nonché stella nascente, per la candidatura al collegio senatoriale democratico in California:
L’intervento politico del settore delle criptovalute ebbe un vasto successo: il candidato sostenuto dal settore vinse in 53 competizioni su 58. I politici di entrambi i partiti ricevettero il messaggio: non mettetevi di traverso alle criptovalute.
Questa fu la campagna elettorale. Quello che accadde da allora è persino più sbalorditivo. Nel mio primo scritto notavo che ci sono stati da tempo vantaggi personali per i politici ed i dirigenti amici del settore, che possono beneficiare delle cosiddette ‘porte girevoli’. Ma probabilmente vere e proprie tangenti erano state rare.
Le cripto hanno cambiato tutto questo. È vero che parte del cambiamento riflette il carattere personale, o l’assenza di carattere, di Donald Trump, e più in generale i collasso dei criteri etici all’interno del Partito Repubblicano.
Ma è anche vero che le cripto hanno aperto nuove frontiere alla corruzione. Forse sorprendentemente, la chiave non è l’anonimato, che rende le cripto così convenienti per i criminali. Piuttosto è il fatto che asset non sostenuti dalle criptovalute, diversamente dai cosiddetti ‘stabili’, possono essere creati a volontà e non hanno alcun valore fondamentale. Dunque Trump potrebbe creare dal nulla una memecoin [9], e le persone che vogliono ingraziarselo possono arricchire la famiglia Trump acquistando le valute e spingendo in alto il loro prezzo. Ecco un resoconto che è uscito venerdì, mentre stavo lavorando a questo post:
“Il miliardario cripto Justin Sun sta acquistando altri 100 milioni di dollari di $TRUMP, raddoppiando il suo noto interesse totale alle monete digitali collegate al Presidente Donald Trump.
Sun, che ha fondato la ‘catena dei blocchi’ TRON e sta lavorando a risolvere un contenzioso civile per frode con la Commissione per i Titoli e gli Scambi degli Stati Uniti, ha annunciato l’acquisto dei titoli della $TRUMP in un post su X di mercoledì. Sun ha detto che le valute digitali collegate con Trump saranno presto commerciabili sulle rete di TRON.
“$TRUMP su TRON è la valuta del #MAGA, ha scritto Sun.
C’è bisogno che aggiunga altro?
Alcuni senatori hanno proposto emendamenti alla Legge GENIUS che avrebbero bloccato l’uso delle cripto per arricchire il Presidente e la sua famiglia. Ma sono stati respinti.
Il punto è: il modo in cui i miliardari delle criptovalute hanno acquistato potere politico è essenzialmente soltanto una versione accelerata, truccata del modo in cui la classe oligarchica dell’America nel suo complesso ha acquistato tanto potere in una nazione che formalmente dà a ciascun cittadino un voto eguale.
In un precedente post citavo Woodrow Wilson:
“Se ci sono uomini in questo paese abbastanza forti da acquistare il governo degli Stati Uniti, essi si stanno indirizzando a prenderne possesso.”
Quello che stiamo osservando nel caso delle criptovalute è esattamente il modo in cui quella transazione funziona.
[1] La tabella indica percentuali, quindi l’8% delle famiglie nel 2024 fa un qualche uso di criptovalute; il 7% per acquistarne o tenerle come investimento; il 2% per comprare qualcosa o usarle come mezzo di pagamento; l’1% per spedire denaro ad amici o a familiari. Sono possibili risposte multiple. Nel 2021 ne facevano uso il 12%.
[2] Fondatore e CEO di FTX, una società per lo scambio di criptovaluta, gestisce inoltre Alameda Research, un’azienda che si occupa di trading quantitativo relativo alle cryptocurrency, fondata nel 2017. FTX è andata in crisi alla fine del 2022 a causa del crollo della sua criptovaluta, FTT. Bankman-Fried ha annunciato che avrebbe chiuso le operazioni presso Alameda Research e si è dimesso da CEO di FTX, che ha presentato istanza di fallimento secondo il Capitolo 11.
[3] Il titolo nella figura è: “Come Tether è divenuta la valuta dei sogni dei riciclatori di denaro sporco”.
[4] Cameron (Southampton, 21 agosto 1981) e Tyler Winklevoss (Southampton, 21 agosto 1981) sono due fratelli gemelli statunitensi, noti per la loro carriera da imprenditori (e, prima da canottieri!)
[5] Il grafico mostra i valori di criptovalute detenute dalle famiglie (prima colonna), suddivisi i cinque situazioni di diversi percentili (il 25°, il 50°, il 75°, il 90° ed il 95°). Si va da 648 dollari a 92.400 dollari. Nella seconda e terza colonna sono indicati i limiti più basso e più alto dei valori. Il limite superiore nel 95° percentile è quasi 150 volte il limite superiore del 25° percentile.
[6] Pare sia una espressione che si usa nei film, per indicare quelli che contengono una “scena aggiuntiva tra i titoli di cosa che permette di scoprire qualcosa di più sulla pellicola”.
[7] Una singolarità della legge che istituisce i PAC – cioè i comitati elettorali che si fondano su contributi delle imprese, nel caso della tabella sopra delle società di criptovalute – è che essa, quasi a conferma di una sua presunta vocazione all’indipendenza dei donatori, permette contributi a sostegno di candidati, ma anche contro alcuni candidati (nella forma soprattutto del finanziamento di propaganda ostile). Probabilmente la Corte Suprema, per aprire la strada a questa legge, intendeva sottolineare la liceità di un intervento non politico-partitico ma meramente interno al processo ‘elettorale’, da parte delle imprese. I vari colori indicano le diverse tipologie dei contributi: i rossi sono a favore di candidati repubblicani, i rossi scuri sono contro singoli candidati democratici, i blu a favore di singoli candidati repubblicani, i blu scuri contro singoli candidati repubblicani.
[8] Interessante, perché la pervasività di questi interventi è accentuata dal fatto che essi possono riguardare le primarie interne ai singoli partiti e non solo le elezioni vere e proprie. Nella tabella successiva si osserva come i finanziamenti ostili si concentrarono sulle primarie della candidata democratica della California.
[9] Le meme coin, o monete meme, spesso ispirate a fenomeni popolari di Internet, sono monete e token di criptovalute che combinano cultura pop e gli asset digitali. In altre parole, se ben capisco, queste monete meme – una delle quali è stata di recente creata dalla famiglia Trump con il nome $TRUMP, non hanno in sé agli inizi alcun valore, il valore cominciano ad averlo quando sono acquistate e scambiate da terzi. Il tizio di nome Sun che ne acquista 100 milioni per ingraziarsi Trump, in pratica avvia il processo di valorizzazione: una mega tangente alla luce del sole!
luglio 23, 2025
Jul 23, 2025
So the Trump administration has triumphantly announced a trade deal with Japan, and I guess I should post something about it, even though my regular morning post — on a completely different topic — is already up.
There are three main things you should take away from this deal:
The deal, as reported, involves imposing a tariff of “only” 15 percent on imports from Japan, mainly in return for a promise by the Japanese government to invest $550 billion in the United States. It appears that Japan will create a sovereign wealth fund for that purpose, and that Trump will have a say in how it invests.
So, first, the impact on the trade deficit. As I and others have repeatedly pointed out, there’s some basic arithmetic linking international investment and the trade balance. A few technical details aside,
U.S. trade deficit = Net foreign investment in the United States
This isn’t a theory, it’s just accounting. So if the deal leads to more investment in the U.S., it must, necessarily, lead to a bigger trade deficit.
How, exactly, would that work? The most likely channel is that capital inflow from Japan will lead to a stronger dollar than we would have had otherwise, making U.S. goods less competitive across the board.
It has been clear for a while that Trump and co. don’t understand or believe in balance of payments accounting, that they want both a smaller trade deficit and more foreign investment in America. Now their basic lack of understanding is embodied in a specific deal.
Second, as I said, it appears that Trump will get to influence how Japan invests. We’re already well on the way toward an economy in which success in business depends not on how good your product is but on your political influence (and also an economy in which Trump tells Coca-Cola what ingredients it should use.) This is another step on that road.
Finally, a 15 percent tariff is still really, really high — much higher than the 1.6 percent tariff Japanese non-agricultural exports faced before Trump began his trade war.
Will Japanese exporters, rather than U.S. consumers, end up paying that tariff? Some people have looked at the relatively muted effect of tariffs on consumer prices so far and suggested that maybe Trump was right about that. But they’re looking at the wrong data.
If foreigners were eating the tariffs, we’d expect to see a large decline in the prices America is paying for imports. And the BLS does, in fact, measure import prices; its index specifically does not include tariffs.
So let’s compare the increase in average tariffs from a year ago with the change in nonfuel import prices:
Source: Yale Budget Lab, Bureau of Labor Statistics
Have import prices fallen by enough to offset the tariff hikes? No, they’ve gone up slightly.
So why aren’t we seeing big increases in consumer prices yet? Basically because for the moment U.S. businesses are absorbing much of the cost rather than passing it on to consumers. They’ve been able to do that partly because many companies rushed to bring imports in before the tariffs hit, and are still selling out of that inventory. They’ve been willing to do that because they don’t want to alienate customers and lose market share, and have been hoping that the tariffs will mostly go away.
But if Japan still faces a 15 percent tariff after making a deal, that hope will soon fade. Winter Inflation is coming.
Update: Friends have been pointing out that this deal means that Japanese cars will pay 15 percent tariffs, while US car producers will still be paying 50 percent on imported steel. Not exactly a strategy to boost manufacturing. What were they thinking? They probably weren’t thinking.
Su quell’accordo col Giappone. L’aritmetica ha una ben nota propensione globalista.
Di Paul Krugman
Dunque l’amministrazione Trump ha annunciato in modo trionfale un accordo commerciale col Giappone, e penso che debba dirne qualcosa, anche se il mio regolare articolo mattutino – su un tema completamente diverso – è già pronto.
Ci sono tre cose principali che dovreste dedurre da questo accordo:
1 – Esso aumenterà, non ridurrà, il deficit commerciale statunitense;
2 – esso accelererà la china dell’America nel capitalismo clientelare;
3 – i consumatori statunitensi sono ancora con la prospettiva di un importante shock sui prezzi.
L’accordo, da quanto viene riferito, riguarda l’imposizione di una tariffa “soltanto” del 15 per cento sulle importazioni dal Giappone, principalmente in cambio di una promessa dal governo giapponese di investire 550 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Sembra che il Giappone creerà a tale scopo un fondo sovrano di ricchezza e che Trump avrà voce in capitolo sui suoi investimenti.
Dunque, anzitutto l’impatto sul deficit commerciale. Come io ed altri abbiamo ripetutamente messo in evidenza, c’è una qualche aritmetica elementare che connette gli investimenti internazionali e il bilancio commerciale. A parte alcuni dettagli tecnici:
deficit commerciale statunitense = investimenti netti esteri negli Stati Uniti.
Questa non è teoria, è solo contabilità. Dunque, se l’accordo porta a maggiori investimenti negli Stati Uniti, esso deve, di necessità, portare ad un deficit commerciale maggiore.
Come tutto questo, esattamente, funzionerebbe? Il canale più probabile è che il flusso di capitale dal Giappone porterà ad un dollaro più forte rispetto a quello che avremmo avuto altrimenti, rendendo i prodotti statunitensi meno competitivi su tutta la linea.
È chiaro da un po’ che Trump e i suoi soci non capiscono o non credono alla contabilità della bilancia dei pagamenti, che vogliono sia un deficit commerciale più piccolo che maggiori investimenti stranieri in America. Ora la loro elementare mancanza di comprensione si incarna in un accordo specifico.
In secondo luogo, come ho detto, sembra che Trump avrà influenza su come investe il Giappone. Siamo già ben avanti sulla strada di un’economia nella quale il successo negli affari non dipende dalla qualità dei vostri prodotti ma dalla vostra influenza politica (per non dire di un’economia nella quale Trump dice alla Coca-Cola quali ingredienti dovrebbe usare). Questo è un altro passo in quella direzione.
Infine, una tariffa del 15 per cento è ancora, davvero, assai alta – molto più alta della tariffa dell’1,6 per cento che le esportazioni non agricole giapponesi sostenevano prima che Trump cominciasse la sua guerra commerciale.
Gli esportatori giapponesi, anziché i consumatori statunitensi, finiranno col pagare quella tariffa? Alcuni hanno osservato l’effetto sinora relativamente pacato delle tariffe sui prezzi al consumo ed hanno suggerito che forse Trump aveva ragione su quell’aspetto. Ma essi stanno osservando i dati sbagliati.
Se gli stranieri ingoiassero le tariffe, ci aspetteremmo di vedere un grande declino nei prezzi che l’America sta pagando per le importazioni. E l’Ufficio delle Statistiche del Lavoro, di fatto, misura i prezzi alle importazioni; in particolare, il suo indice non include le tariffe.
Confrontiamo dunque l’incremento nelle tariffe medie da un anno con il mutamento dei prezzi all’importazione esclusi i combustibili:

Fonte: Yale Budget Lab, Ufficio delle Statistiche del lavoro
I prezzi sulle importazioni sono calati a sufficienza per compensare i rialzi delle tariffe? No, essi sono leggermente saliti.
Perché, dunque, non stiamo ancora assistendo a grandi aumenti dei prezzi al consumo? Fondamentalmente perché per il momento le imprese statunitensi stanno assorbendo buona parte del costo anziché trasferirlo sui consumatori. In parte, sono state capaci di farlo perché molte società si sono precipitate a importare prima che la tariffe colpissero e stanno ancora vendendo tutto l’inventario. Esse sono state disponibili a farlo perché non vogliono alienarsi clienti e perdere quote di mercato, e stanno sperando che le tariffe per la maggior parte scompariranno.
Ma se il Giappone sarà ancora di fronte ad una tariffa del 15 per cento dopo aver fatto un accordo, quella speranza svanirà presto. L’inflazione dell’inverno è in arrivo.
Una aggiunta: amici stanno mettendo in evidenza che questo accordo comporta che le automobili giapponesi pagheranno tariffe del 15 per cento, mentre i produttori di automobili statunitensi stanno ancora pagando il 50 per cento sull’acciaio importato. Non esattamente una strategia per incoraggiare il settore manifatturiero. A cosa stavano pensando? Probabilmente, non stavano pensando.
luglio 18, 2025
Paul Krugman
Market economies inevitably give rise to substantial inequality in income and wealth. Modern governments, however, have tools at their disposal, including but not limited to taxes and income transfers, that can mitigate inequality. In fact, all advanced-country governments do, in practice, redistribute income downward. As a result, post-tax-and-transfer inequality is lower than market inequality. As the chart at the top of this post shows, America’s Gini coefficient — a widely used measure of inequality — has consistently been lower for income after taxes and transfers than for pre-tax income.
Yet soaring U.S. inequality since 1980 hasn’t inspired a major government effort to counter that trend. In fact, policy changes, notably Republican tax cuts for the wealthy, have accelerated the growing disparities. And as I’ll explain later, the current level of inequality in America is much higher than what would be expected in a truly democratic polity, one in which all citizens had an equal voice.
Clearly, the economic elite possesses political power greatly disproportionate to its share of the electorate. Some readers are no doubt saying “Well, duh — everyone knows that.” Indeed we do.
Yet how, exactly, does this work? What mechanisms give the 1 percent and the 0.01 percent so much political power in the United States — especially compared with other countries? And why has their power increased in recent years?
I had planned to make this the last post in my inequality series. As it turns out, I’m going to need at least one more post to discuss recent extraordinary events involving financial and technology regulation. For now, however, let me focus on the general question of how wealth translates into power in a system that nominally gives every citizen an equal voice.
Beyond the paywall, I’ll discuss the following:
Inequality is too high
The U.S. government doesn’t do enough to mitigate income and wealth inequality. That may sound like a mere statement of personal preference, and I would, indeed, personally prefer a more equal society. But I’m saying more than that. We can show — quantitatively — that America has lower taxes on the rich and provides less aid to the poor than you would expect from any reasonably democratic political system.
Let’s start with taxes at the top. America has a progressive income tax, in which the marginal tax rate — the amount you pay on an additional dollar of income — rises with income. Currently, the marginal federal tax on the highest bracket is 37 percent. However, some states and cities have income taxes of their own in additional to federal tax. A high-earning resident of New York City, paying both state and city taxes, faces a combined federal and local marginal tax rate of around 52 percent. But the total marginal rate is much lower in most of the country.
Yet the top tax rate should be higher, probably between 70 and 80 percent.
How do we know this? Consider what would happen if we could somehow take $10,000 from an individual with an annual income of $2 million and give it to the median household, which has an income of about $80,000. The rich individual would hardly notice the loss while the median family would experience a significant rise in its standard of living.
So a democracy, which is supposed to represent the interests of the majority, basically shouldn’t care about the after-tax incomes of a small number of very-high-income people. It should, instead, treat the rich essentially as a source of revenue to pay for things that help ordinary Americans.
Does this mean that incomes above some high level should be completely taxed away? No, because we have consider the effects of high tax rates on incentives, both incentives to work and incentives to avoid or evade taxation. True, conservatives tend to exaggerate these incentive effects. After all, high-earning New Yorkers — Gordon Gekko’s working Wall Street stiffs — aren’t exactly famous for being lazy and working short hours. Still, the incentive effects are real. Putting together the available evidence on these incentives, a widely cited paper by Diamond and Saez estimated that the top tax rate that would maximize revenue is 73 percent. Other estimates are in the same ballpark or even higher.
That’s the top tax rate on earned income, mainly wages and salaries. What about other forms of income, such as investment income, capital gains and inheritance? Without getting too deep into the weeds, similar arguments say that tax rates on other forms of income should also be much higher than they are.
What about the argument that high taxes at the top will discourage investment, innovation and economic growth, maybe even reducing revenue? This is a zombie economic doctrine — that it, it should be dead in the face of vast amounts of contrary evidence, but keeps shambling along, eating brains, because it’s kept alive by the financial support of, yes, the wealthy. More about how that works later in this post.
One easy way to refute the claim that we must keep top tax rates low to foster economic growth is just to look at postwar U.S. history. We had top tax rates of 70 percent or more for a generation after World War II. That same period corresponded to a huge leap in living standards, never matched before or since:
What does the public think? For as long as this issue has been polled, a majority of Americans has believed that the rich pay too little in taxes, while only a small minority believes that they pay too little. Yet somehow Congress keeps passing big tax cuts at the top.
OK, so the rich pay too little in taxes. What about the amount of aid we provide to lower-income families? I personally feel that we should help our least fortunate citizens as a matter of basic decency, but that’s admittedly a value judgment.
What you may not know is that there are also powerful economic arguments for helping the needy. Aid to low-income families, especially families with children, has strongly positive long-run economic effects, because children who have had adequate health care and nutrition are much more productive as adults than children who haven’t.
Furthermore, our biggest government program designed specifically to help lower-income Americans, and hence reduce inequality, is immensely popular: 83 percent of Americans, including a majority of self-identified Republicans, have a favorable view of Medicaid:
Yet the just passed One Big Beautiful Bill Act imposes savage cuts on Medicaid, so as to free up money for large tax cuts for the rich.
Clearly, a relative handful of wealthy Americans, constituting a tiny fraction of the electorate, have a great deal of political power. Where does that come from?
Political donations
Political campaigns in America have historically cost a lot to run. Mark Hanna, who ran William McKinley’s successful presidential campaigns in 1896 and 1900, reportedly said “There are two things that are important in politics. The first is money, and I can’t remember what the second one is.” Hanna is thought to have solicited $4 million in 1896, mainly from Gilded Age robber barons, to help defeat the populist William Jennings Bryan. Much of that money went to surrogate speakers and the distribution of campaign literature. As a share of GDP, Hanna’s outlays would be equivalent to around $7 billion today, roughly comparable to each party’s spending in 2024.
Where does the money go these days? A majority goes to media. Substantial sums also go to get-out-the-vote operations, operating campaign offices, and so on. Big spending on behalf of a candidate doesn’t guarantee victory. Elon Musk’s attempt to buy a seat on the Wisconsin Supreme Court was a flop. But money can definitely tilt the scales, and election victories by candidates with very limited money, like Zohran Mamdani’s mayoral upset, are rare. As a result, politicians have a strong incentive to be deferential toward likely sources of campaign funds — above all, wealthy individuals and big business.
It’s not hard to see how the logic of campaign finance can corrupt democracy, and there is a very long history of attempts to limit the power of money in politics — and an almost equally long history of attempts to remove or bypass these limits. The Tillman Act prohibited corporations from contributing money to federal campaigns in 1907 (!). The Federal Elections Commission, established in 1974 in the aftermath of Watergate, imposed strict reporting requirements while limiting the amount an individual donor can give to an individual candidate.
Over time, however, efforts to limit the political power of money have greatly eroded. The Supreme Court’s 2010 decision in Citizens United undid the Tillman Act, declaring that from a campaign finance point of view corporations are people, with the same rights as individual donors, and that political spending is a form of free speech. Lower-court interpretations of the ruling also opened the door to the creation of “super PACS,” political action committees that can effectively raise and spend unlimited amounts, including from “dark money” groups that don’t disclose their donors, supporting or opposing political candidates. These super PACS aren’t supposed to coordinate directly with the campaigns they support, but I don’t think anyone believes that this is a significant restriction.
The United States is now unique among wealthy democracies in the extent to which it has allowed money free rein in elections. In France, for example, political TV ads are banned in the 6 months before an election. Corporate donations to candidates are banned. Individual donations are limited in size, and total spending by a presidential candidate in the final round of an election is limited to around $25 million — a tiny sum by U.S. standards. Britain also has limits on donations and total spending that are far below what U.S. campaigns spend.
Today, in the wake of Citizens United, U.S. elections take place in a financial environment Mark Hanna would have found familiar — and this environment definitely pushes politics to the right. The invaluable website OpenSecrets lists the 100 biggest donors in the 2024 election cycle, led, of course, by Elon Musk. Collectively they donated $2.4 trillion. Of that, 75 percent came from solid Republicans. And the top Republican donors were mainly radical hard-liners like Musk, Miriam Adelson, Ken Griffin and Paul Singer. The top Democratic donor was Michael Bloomberg, who is solidly anti-MAGA but a former Republican and at best centrist on policy.
Money, then, talks very loudly through campaign finance. But that’s only one channel of its influence, and I suspect that the other channels are even more important.
Wingnut welfare
Many readers have probably heard about Project 2025. If you haven’t, it was an initiative by the Heritage Foundation, laying out a blueprint for a radical right-wing remaking of the U.S. government under a future Trump administration. During the 2024 election campaign, Trump and those around him denied any knowledge of or connection to Project 2025. Once in office, they began implementing the recommendations in its Mandate for Leadership almost verbatim.
What is the Heritage Foundation? It’s a lavishly funded think tank founded in 1973 to promote conservative ideas. Heritage releases very little information about its funding sources, but the investigative organization DeSmog has found that a large part of the funding for Project 2025’s advisory groups came from a handful of billionaire families with hard-right political leanings.
Heritage is just one of multiple institutions devoted to promoting a view of the world favorable to the interests of the very wealthy. These include an almost dizzying array of think tanks, with Heritage just the biggest. They also include media organizations like the Wall Street Journal’s opinion section (which often seems to live in a different reality from its still-solid news reporting.) The Washington Post, whose owner, Jeff Bezos, has declared that its opinion pages will promote “personal liberties and free markets,” appears to be headed down the same path.
These .01%-friendly institutions shape public discourse in at least two ways.
First, some people who aren’t necessarily committed to the right nonetheless take the “research” coming from these institutions seriously. I use the scare quotes because in every field I know anything about, everything coming out of Heritage is a steaming pile of … bad analysis. But politicians and ordinary citizens sharing material on social media don’t necessarily know that. Even mainstream media sometimes don’t seem to get it. During my early years at the New York Times, editors would sometimes send me Heritage reports and ask whether they refuted what I had been saying.
Second, these institutions help keep zombie ideas, like the claim that cutting taxes on the rich pays for itself, alive — by, in effect, providing zombies with a career path. There are always places at these institutions for self-proclaimed experts willing to advocate wealthy-friendly policies, a phenomenon some of us call “wingnut welfare.”
For example, the most prominent voice currently proclaiming the magic of tax cuts is probably Stephen Moore. Moore has repeatedly shown himself unable to get even basic facts right, but has had an apparently successful career at places like the Club for Growth, the Wall Street Journal and, yes, the Heritage Foundation. Donald Trump even tried to put him on the Board of Governors of the Federal Reserve, although he fell short thanks to a combination of doubts about his qualifications and personal scandal.
This array of institutions promoting ideas that serve the interests of the wealthy — call it the wingnut archipelago — is, I’d argue, as important in its own way as the effects of campaign contributions. They’re an important reason clearly false claims about taxes and deregulation remain in wide circulation. At the same time, solidly established analysis that doesn’t serve the interests of the wealthy, like the evidence for huge positive returns from aiding poor families with children, gets hardly any dissemination.
The gravitational pull of wealth
In 2003 Billy Tauzin, chairman of the House Energy and Commerce Committee, played a key role in devising the Medicare Modernization Act, which added drug coverage to Medicare — but did so in a way highly favorable to both drug and insurance companies. Once the bill was passed, he announced that he would not run for another terms. In 2005 he became the lavishly paid CEO of PhRMA, the pharmaceutical industry lobbying group, a position he held for the next 5 years.
Outright bribes to politicians and officials were probably rare until a few months ago (under Trump they’re now out in the open.) But the revolving door, in which officials who pursued policies friendly to corporations and the wealthy land lucrative positions as lobbyists, consultants and members of corporate boards when they leave office, is very real. And it would be silly to deny that these opportunities — which are surely less available to officials who have advocated strong policies to limit inequality — have an important influence on policy.
Nor are former government officials the only people whose policy positions are affected by the gravitational pull of wealth. Quite a few economists serve on corporate boards, are highly paid corporate consultants, or both. True, unlike right-wing think tanks, businesses actually care about the competence of the people they hire. For the record, yes, I sometimes get paid to talk to business groups about the economy. But such gigs are surely less available to economists who crusade against rising inequality than they are to those who steer clear of the issue, which has a subtle but important effect on the overall discourse.
Finally, although this is hard to document, it has been obvious to me over the years that the wealthy, and successful businesspeople in particular, have outsized influence on policy in part because people assume that they must know what they’re talking about, even in areas that have nothing to do with their business. My friend Barry Ritholtz calls this the “halo effect.” I and other progressive economists lost some arguments, especially about taking a harder line with bailed-out banks, during the early Obama years. I would come back from these meetings saying, only partly in jest, that part of the problem was that the bankers had really good tailors, which made them seem more serious than disheveled academics, even if some of us had Nobel prizes.
The bottom line is that in addition to buying political support through campaign contributions and supporting institutions that promote right-wing ideology, great wealth distorts policy in other ways, ranging from the crude reality of the revolving door to subtler mechanisms.
What can be done?
Outsized wealth will probably always bring outsized power. In this primer I’ve tried to explain how this works in contemporary America, which is arguably even more of an oligarchy than it was in the Gilded Age. But the power of great wealth could be mitigated, in several ways.
First, we could restore effective regulation of campaign finance. It’s far easier to buy elections in America than in any other advanced democracy, and in fact far easier than it was here before Citizens United. It doesn’t have to be this way.
Second, we could strengthen countervailing institutions. In particular, unions used to be a powerful counterweight to the power of wealth in America, and still are in other advanced countries.
Finally, it seems clear to me that we’ve been in a vicious circle, in which extreme inequality has shifted policies in favor of the very wealthy, and these policies have fed even more inequality. Reforms that limit the power of wealth could turn this into a virtuous circle in which reduced inequality reduces the bias of policy toward the interests of the 0.01%.
Obviously this is just the barest sketch of how we might turn this around. But this primer is already long, so I think I’ll stop here.
Ineguaglianza, Parte VI. Perché la democrazia americana non è più democratica?
Le economie di mercato inevitabilmente fanno crescere l’ineguaglianza nel reddito e nella ricchezza. I governi moderni, tuttavia, hanno strumenti a loro disposizione, incluse le tasse ed i trasferimenti di reddito ma non limitati ad essi, che possono attenuare l’ineguaglianza. Di fatto, tutti i governi dei paesi avanzati, in pratica, redistribuiscono il reddito verso il basso. Come risultato, l’ineguaglianza dopo le tasse ed i trasferimenti è più bassa dell’ineguaglianza di mercato. Come il diagramma in cima a questo articolo mostra, il coefficiente Gini dell’America – una misurazione generalmente usata dell’ineguaglianza – è regolarmente stato più basso per il reddito dopo le tasse ed i trasferimenti che per il reddito prima delle tasse.
Tuttavia l’ineguaglianza statunitense schizzata in alto dal 1980 non ha ispirato uno sforzo importante del governo per contrastare quella tendenza. Di fatto, i cambiamenti politici, in particolare i tagli delle tasse repubblicani a favore dei ricchi, hanno accelerato le disparità crescenti. E come spiegherò in seguito, l’attuale livello di ineguaglianza in America è molto superiore a quello che ci si aspetterebbe in un sistema di governo effettivamente democratico, quello nel quale tutti i cittadini abbiano eguale voce in capitolo.
Chiaramente, l’élite economica possiede un potere politico grandemente sproporzionato alla sua quota di elettorato. Alcuni lettori staranno di sicuro dicendo: “Bella scoperta, lo sanno tutti”. In effetti è così.
Tuttavia, come tutto questo esattamente opera? Quali meccanismi danno all’1 per cento, e allo 0,01 per cento, tanto potere politico negli Stati Uniti – particolarmente a confronto con gli altri paesi? E perché il loro potere è cresciuto negli anni recenti?
Avevo programmato di fare di questo scritto come ultimo nella mia serie sull’ineguaglianza. Come si vede, avrò bisogno almeno di un altro post per discutere i recenti eventi straordinari che riguardano la regolamentazione finanziaria e tecnologica. Per adesso, tuttavia, consentitemi di concentrarmi sulla questione generale di come la ricchezza si traduce in potere in un sistema che a parole dà ad ogni cittadino eguale voce in capitolo.
Nel seguito (per gli abbonati) discuterò i temi seguenti:
1 – Come sappiamo che l’ineguaglianza negli Stati Uniti è più alta di quanto sarebbe in un sistema di governo effettivamente democratico;
2 – il ruolo dei finanziamenti elettorali;
3 – altre forme di acquisto di influenza;
4 – la pervasiva attrazione gravitazionale del grande capitale.
L’ineguaglianza è troppo alta
Il governo degli Stati Uniti non fa abbastanza per attenuare l’ineguaglianza di reddito e di ricchezza. Questa può apparire come un mera affermazione di una preferenza personale e, in effetti, io preferirei una società più eguale. Ma sto dicendo più di quello. Si può dimostrare – quantitativamente – che l’America ha tasse più basse sui ricchi e fornisce meno aiuti ai poveri di quanto ci si aspetterebbe da ogni sistema politico ragionevolmente democratico.
Partiamo dalle tasse sui più ricchi. L’America ha una tassa sul reddito progressiva, nella quale l’aliquota fiscale marginale – la quantità che si paga per ogni dollaro aggiuntivo di reddito – cresce col reddito. Attualmente, la tassa federale marginale sulla fascia di reddito più elevata è al 37 per cento. Tuttavia, alcuni stati e città hanno tasse sul reddito loro proprie in aggiunta alla tassa federale. Un alto percettore di reddito residente a New York, pagando sia la tassa dello stato che federale, fa i conti con una combinata aliquota fiscale locale e federale di circa il 52 per cento. Ma l’aliquota marginale totale è molto più bassa nella maggior parte del paese.
Tuttavia, l’aliquota fiscale massima dovrebbe essere più alta, probabilmente tra il 70 e l’80 per cento.
Come lo sappiamo? Si consideri cosa accade se potessimo in qualche modo prendere 10.000 dollari da un individuo con un reddito annuale di 2 milioni di dollari e darli ad una famiglia che ha un reddito mediano, di circa 80.000 dollari. L’individuo ricco quasi non si accorgerebbe della perdita mentre la famiglia mediana conoscerebbe una crescita significativa nel suo standard di vita.
Dunque una democrazia, che si suppone rappresenti l’interesse della maggioranza, fondamentalmente non dovrebbe curarsi dei redditi dopo le tasse di un piccolo numero di persone con un reddito molto alto. Dovrebbe, piuttosto, trattare il ricco essenzialmente come una fonte di entrate per pagare cose che aiutino gli americani ordinari.
Questo comporta che i redditi oltre un alto livello dovrebbero essere completamente tassati? No, perché si debbono considerare gli effetti delle alte tasse sugli incentivi, sia sugli incentivi a lavorare che su quelli ad evadere o a eludere la tassazione. È vero, i conservatori tendono ad esagerare questi effetti degli incentivi. Dopo tutto, gli alti percettori newyorchesi – i tizi di Gordon Gekko che lavorano a Wall Street – non sono precisamente famosi per essere pigri e per lavorare poco. Eppure, gli effetti sugli incentivi sono reali. Mettendo assieme le prove disponibili su questi incentivi, un saggio ampiamente citato di Diamond e Saez ha stimato che l’aliquota fiscale più elevata che massimizzerebbe le entrate sarebbe del 73 per cento. Altre stime sono dello stesso ordine o anche superiori.
Quella è l’aliquota fiscale massima sul reddito percepito, principalmente salari e stipendi. Che dire di altre forme di reddito, come il reddito da investimenti, i profitti da capitale e le eredità? Senza addentrarci troppo nei dettagli, argomenti del genere dicono che le anche le aliquote fiscali su altre forme di reddito dovrebbero essere più elevate di quanto sono.
Che dire dell’idea che tasse elevate sui più ricchi scoraggerebbero gli investimenti, l’innovazione e la crescita economica, forse persino riducendo le entrate? Questa è una dottrina economica zombi – ovvero, dovrebbe essere defunta a fronte di una grande quantità di prove contrarie, ma continua a essere in circolazione, mangiandosi le capacità di comprendonio delle persone, giacché è tenuta in vita dal sostegno finanziario, guarda caso, dei ricchi. Dirò di più successivamente in questo articolo su come questo funzioni.
Un modo facile per confutare la pretesa che dovremmo tenere le aliquote fiscali dei ricchi basse per incoraggiare la crescita economica è semplicemente osservare la storia statunitense post-bellica. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, abbiamo avuto aliquote fiscali del 70 per cento o più per una generazione. Lo stesso periodo ha corrisposto ad un grande balzo nei livelli di vita, mai eguagliato prima o da allora:
Cosa ne pensa in effetti l’opinione pubblica? Per il tempo nel quale questo tema è stato oggetto di sondaggi, una maggioranza di americani credeva che i ricchi pagassero troppo poco di tasse, mentre solo una piccola minoranza credeva che pagassero troppo. Tuttavia il Congresso continua ad approvare grandi sgravi fiscali per i più ricchi.
Dunque, i più ricchi pagano troppo poco di tasse. Che dire della quantità di aiuti che forniamo alle famiglie a più basso reddito? Io personalmente sento che dovremmo aiutare i nostri cittadini meno fortunati per un semplice ragione di dignità, ma si può ammettere che esso sia un giudizio di valore.
Quello che si può non sapere è che ci sono potenti argomenti economici per aiutare i bisognosi. Aiutare le famiglie a basso reddito, particolarmente le famiglie con figli, ha effetti fortemente positivi nel lungo periodo, perché i figli che hanno avuto adeguata assistenza sanitaria e alimentazione, come adulti sono molto più produttivi di quelli che non le hanno avute.
Inoltre, il nostro più importante programma di governo concepito specificamente per aiutare gli americani con reddito più basso, e di conseguenza ridurre l’ineguaglianza, è immensamente popolare: l’83 per cento degli americani, compresa una maggioranza di coloro che si definiscono repubblicani, hanno un’opinione favorevole su Medicaid:
Tuttavia, l’appena approvata Gran Bella Legge stabilisce tagli feroci su Medicaid, in modo da liberare denaro per ampi sgravi fiscali sui ricchi.
Chiaramente, una relativa manciata di americani ricchi, costituendo una frazione minuscola dell’elettorato, ha una grande quantità di potere politico. Da dove proviene?
Donazioni politiche
Le campagne elettorali politiche in America sono sempre state molto costose. Mark Hanna, che gestì con successo le campagne presidenziali di William McKinley nel 1896 e nel 1900, si dice che affermasse: “Ci sono due cose importanti in politica. La prima sono i soldi, la seconda non mi ricordo cosa sia”. Si suppone che Hanna nel 1896 abbia riscosso 4 milioni di dollari, principalmente dai ‘padroni del vapore’ dell’Età Dorata, per contribuire a sconfiggere il populista William Jennings Bryan. Molto di quel denaro era destinato a compensare gli oratori e alla distribuzione di materiale elettorale. Come quota del PIL, gli esborsi di Hanna sarebbero equivalenti a circa 7 miliardi di dollari odierni, grosso modo paragonabili alla spesa di ciascun partito nel 2024.
In questi giorni, dove vanno quei soldi? Una gran parte va ai media. Somme sostanziali vanno anche alle operazioni per portare la gente alle urne, agli uffici elettorali operativi, e via dicendo. Una grande spesa a vantaggio di un candidato non garantisce la vittoria. Il tentativo di Elon Musk di comprare un seggio alla Corte Suprema è stato un insuccesso. Ma il denaro può sicuramente far pendere la bilancia, e le vittorie elettorali da parte di candidati con mezzi finanziari molto limitati, come il ribaltone di Zohoran Mamdani nella candidatura da sindaco, sono rare. Di conseguenza, i politici hanno un forte incentivo ad essere rispettosi verso probabili fonti di finanziamenti elettorali – soprattutto, individui ricchi e grandi imprese.
Non è difficile osservare come la logica dei finanziamenti elettorali può corrompere la democrazia è c’è una lunghissima storia dei tentativi di limitare il potere dei soldi nella politica – e una storia quasi egualmente lunga dei tentativi di rimuovere o eludere questi limiti. La Legge Tillman nel 1907 (!) proibiva alle imprese di dare contributi in denaro alle elezioni federali. La Commissione per le Elezioni Federali, istituita nel 1974 in seguito al Watergate, impose stringenti condizioni di rendicontazione limitando al tempo stesso la somma che un donatore singolo poteva dare ad un singolo candidato.
Nel tempo, tuttavia, gli sforzi per limitare il potere politico del denaro si sono in gran parte erosi. La decisione della Corte Suprema nel 2010 nel caso Citizens United ha annullato la Legge Tillman, dichiarando che dal punto di vista dei finanziamenti elettorali le imprese sono persone, con gli stessi diritti dei donatori singoli, e che la spesa per finalità politiche fa parte della libertà di parola. Interpretazioni della sentenza da parte di tribunali minori hanno anche aperto la porta alla creazione delle “super PACS”, comitati di iniziativa politica che possono effettivamente raccogliere e spendere somme illimitate, comprese quelle da gruppi di “denaro sporco” che non rivelano i loro donatori, a sostegno o in opposizione di candidati politici. Questi super PACS non dovrebbero coordinarsi direttamente con le campagne che sostengono, ma non penso che nessuno creda che questa sia una restrizione significativa.
Adesso gli Stati Uniti sono gli unici tra le democrazie ricche quanto alla misura nella quale è consentito il libro corso del denaro nelle elezioni. In Francia, ad esempio, la pubblicità televisiva elettorale è messa al bando nei sei mesi precedenti alle elezioni. Le donazioni delle società ai candidati sono proibite. Donazioni singole sono limitate nelle dimensioni e la spesa totale da parte di una candidato alla presidenza è limitata a 25 milioni di dollari – una somma minuscola per gli standard degli Stati Uniti. Anche la Gran Bretagna ha limiti sulle donazioni che sono molto al di sotto di quanto si spende nelle elezioni statunitensi.
Oggi, a seguito della sentenza Citizens United, le elezioni statunitensi hanno luogo in un contesto finanziario che Mark Hanna avrebbe trovato familiare – e questo contesto spinge sicuramente a destra la politica. L’inestimabile sito OpenSecrets elenca i 100 maggiori donatori del ciclo elettorale del 2024, guidati ovviamente da Elon Musk. Costoro hanno donato collettivamente 2.400 miliardi di dollari. Di quelli, il 75 per cento proviene da documentabili repubblicani. E i massimi donatori repubblicani sono principalmente estremisti di destra come Musk, Miriam Adelson, Ken Griffin e Paul Singer. Il principale donatore democratico era Michael Bloomberg, che è manifestamente anti-MAGA ma ha un passato repubblicano e in politica nel migliore dei casi è un centrista.
Il denaro, dunque, parla davvero ad alta voce tramite i finanziamenti elettorali. Ma non è quello l’unico canale della sua influenza, ed io sospetto che altri canali siano persino più importanti.
Assistenza agli estremisti
Molti lettori hanno probabilmente sentito parlare del Progetto 2025. Se non vi è capitato, essa è stata una iniziativa della Fondazione Heritage, che delineava una riorganizzazione radicale del governo degli Stati Uniti da parte della destra radicale sotto una futura amministrazione Trump. Durante la campagna elettorale del 2024, Trump e coloro che lo circondano negarono ogni conoscenza o rapporto con il Progetto 2025. Una volta in carica, essi cominciarono a metterne in atto quasi alla lettera le raccomandazioni nel Mandato della Leadership.
Cosa è la Fondazione Heritage? È un gruppo di ricerca lautamente finanziato fondato nel 1973 per promuovere idee conservatrici. Heritage rilascia pochissime informazioni sulle sue fonti di finanziamento, ma l’organizzazione investigativa DeSmog ha scoperto che una larga parte del finanziamento dei gruppi di consulenza del Progetto 2025 proviene da una manciata di famiglie miliardarie con orientamenti politici di estrema destra.
Heritage è solo uno dei molteplici istituti dediti a promuovere una visione del mondo favorevole agli interessi dei ricchissimi. Questi includono una gamma vertiginosa di gruppi di ricerca, con Heritage che è soltanto il più grande. Includono anche organizzazioni mediatiche come la sezione delle opinioni del Wall Street Journal (che spesso sembra vivere in una realtà diversa dal suo ancora solido notiziario). Il Washington Post, il cui proprietario Jeff Bezos ha dichiarato che le sua pagine di opinioni promuoveranno le “libertà personali ed i liberi mercati”, sembra andare nella stessa direzione.
Queste istituzioni amiche dello 0,01 per cento dei più ricchi danno forma al dibattito politico in almeno due modi.
Il primo, alcune persone che non sono necessariamente impegnate con la destra, ciononostante prendono sul serio la “ricerca” che proviene da queste istituzioni. Uso le virgolette perché in ogni campo del quale conosco qualcosa, tutto quello che proviene da Heritage è un mucchio fumante di … pessime analisi. Ma i politici ed i cittadini comuni che condividono il materiale sui social media non lo sanno. Persino i media principali talvolta sembrano non capirlo. Durante i miei primi anni al New York Times, gli editori talvolta mi spedivano rapporti di Heritage e mi chiedevano se essi confutassero qualcosa che io venivo dicendo.
Il secondo, queste istituzioni contribuiscono a tenere in vita le idee zombi, come la pretesa che tagliare le tasse sui ricchi si ripaghi da solo – in sostanza, fornendo agli zombi prospettive di carriera. Ci sono sempre luoghi pressi queste istituzioni per gli auto-proclamati esperti disponibili a sostenere politiche favorevoli ai ricchi, una fenomeno che alcuni di noi chiamano “assistenza agli estremisti”.
Ad esempio, la voce più eminente che attualmente proclama la magia degli sgravi fiscali è probabilmente Stephen Moore. Moore si è ripetutamente mostrato incapace di misurarsi correttamente persino con i fatti di base, ma ha avuto una apparente carriera di successo in luoghi come il Club per la Crescita, il Wall Street Journal e, proprio, la Fondazione Heritage. Donald Trump ha persino tentato di inserirlo nel Comitato dei Governatori della Federal Reserve, sebbene non ci sia riuscito grazie ad una combinazione di dubbi sulle sue qualifiche e su scandali personali.
Questa gamma di istituzioni che promuovono idee al servizio degli interessi dei ricchi – chiamiamolo arcipelago estremista – direi che è, a suo modo, altrettanto importante degli effetti dei contributi elettorali. Esse sono una importante ragione per la quale giudizi chiaramente falsi sulla tasse e sulla deregolamentazione restano in ampia circolazione. Allo stesso tempo, le analisi con solide fondamenta che non sono al servizio dei ricchi, come la prova di ampi rendimenti positivi dall’aiuto delle famiglie povere con figli, a fatica ottengono qualche diffusione.
L’attrazione gravitazionale della ricchezza
Nel 2003 Billy Tauzin, presidente del Comitato Energia e Commercio della Camera, giocò un ruolo fondamentale nell’ideare la Legge di Modernizzazione di Medicare – ma lo fece in modo del tutto favorevole sia alle società farmaceutiche che alle assicurazioni. Una volta che la proposta di legge venne approvata, egli annunciò che non avrebbe corso per altri mandati. Nel 2005 divenne l’amministratore delegato sontuosamente pagato di PhRMA, il gruppo lobbistico dell’industria farmaceutica, una posizione che mantenne per i successivi 5 anni.
Aperte tangenti a politici e a dirigenti erano probabilmente rare sino a pochi mesi fa (con Trump esse adesso sono tornate allo scoperto). Ma le porte girevoli, tramite le quali i dirigenti che hanno perseguito politiche amichevoli verso le imprese ed i ricchi ottengono posizioni lucrative come lobbisti, consulenti e membri dei consigli di amministrazione di aziende quando lasciano gli incarichi, sono assolutamente reali. E sarebbe sciocco negare che queste opportunità – che sono sicuramente meno disponibili per dirigenti che hanno sostenuto forti politiche per limitare l’ineguaglianza – abbiano una influenza importante nella politica.
Né i passati dirigenti governativi sono le uniche persone le cui posizioni politiche sono influenzate dall’effetto gravitazionale della ricchezza. Un certo numero di economisti sono al servizio dei consigli di amministrazione delle imprese, sono profumatamente pagati come consulenti delle società, o entrambe le cose. È vero: diversamente dai gruppi di ricerca della destra, le imprese effettivamente curano maggiormente la competenza delle persone che assumono. Per la cronaca, anch’io qualche volta sono stato pagato per parlare a gruppi di imprese di economia. Ma tali prestazioni sono sicuramente meno disponibili per economisti che combattono contro l’ineguaglianza rispetto a quanto lo siano per coloro che se ne tengono alla larga, il che ha un effetto sottile ma importante nel dibattito complessivo.
Infine, sebbene questo sia difficile da documentare, nel corso degli anni è risultato per me evidente che i ricchi, e in particolare gli imprenditori di successo, hanno una influenza sproporzionata sulla politica in parte perché le persone suppongono che essi conoscano le cose di cui parlano, persino in aree che non hanno niente a che fare con le loro attività. Il mio amico Barry Ritholtz lo definisce l’ “effetto alone”. Io ed altri economisti progressisti fummo sconfitti su alcuni temi, in particolare sull’assumere una linea più dura sui salvataggi delle banche, durante i primi anni di Obama. Me ne tornavo da questi incontri dicendo, solo in parte per scherzo, che il problema era che i banchieri avevano davvero ottimi sarti, il che li faceva sembrare più seri degli arruffati accademici, anche se alcuni di noi erano premi Nobel.
La morale della favola è che in aggiunta ad acquistare sostegno politico attraverso i contributi elettorali e il sostenere istituti che promuovono l’ideologia della destra, la grande ricchezza distorce la politica in altri modi, che vanno dalla cruda realtà delle porte girevoli a meccanismi più sottili.
Cosa si può fare?
La ricchezza sproporzionata probabilmente comporterà sempre un potere sproporzionato. In questo manualetto ho cercato di spiegare come questo funzioni nell’America contemporanea, che è probabilmente ancora più oligarchica di quanto lo fosse nell’Età Dorata. Ma il potere dei grandi ricchi potrebbe essere mitigato, in vari modi.
Il primo, dovremmo ripristinare una regolazione effettiva dei finanziamenti elettorali. È assai più facile comprare le elezioni in America che non in altre democrazie avanzate, e di fatto è assai più facile di quanto non lo fosse prima di Citizens United. Non è obbligato che sia così.
Il secondo, dovremmo rafforzare istituzioni riequilibratrici. In particolare, i sindacati un tempo erano potenti contrappesi al potere dei ricchi in America, e lo sono ancora in altri paesi avanzati.
Infine, mi sembra chiaro che siamo finiti in un circolo vizioso, nel quale l’estrema ineguaglianza ha spostato le politiche a favore dei molto ricchi, e queste politiche hanno alimentato ancora maggiore ineguaglianza. Le politiche che limitano il potere dei ricchi potrebbero trasformare tutto questo in un circolo virtuoso nel quale la ridotta ineguaglianza riduce l’inclinazione della politica verso gli interfessi dello 0,01% dei più ricchi.
Ovviamente, questo è solo lo schizzo più scarno su come potremmo capovolgere tutto questo. Ma questo scritto è già lungo, dunque penso che mi fermerò qua.
[1] La linea blu indica il coefficiente Gini prima delle tasse, quella rossa dopo le tasse. I valori sull’asse verticale possono andare da 0 a 1, indicando gli estremi ovviamente soltanto teorici di nessuna ineguaglianza con 0, e di una totale ineguaglianza (tutti i redditi che vanno ad uno solo)con 1.
Maggiore ineguaglianza, dunque, nel primo caso, minore nel secondo.
[2] La linea blu continua mostra la evoluzione della tassa individuale sul reddito da circa il 1950 ai nostri giorni. Sull’asse di sinistra la percentuale delle aliquote sui redditi più elevati. La linea a puntini indica l’evoluzione del reddito familiare mediano.
luglio 10, 2025
Paul Krugman
My favorite line from the 1987 movie Wall Street comes when Gordon Gekko ridicules the Charlie Sheen character for his limited ambitions:
“I’m not talking about some $400,000-a-year working Wall Street stiff, flying first class, and being comfortable.”
Adjusted for inflation, 400K in 1987 would be around $1.1 million now.
What the line tells us that even in 1987, fairly early in the great post-1980 surge in inequality, many people in finance — working Wall Street stiffs — were already being paid very large sums, and a few people were acquiring extraordinary fortunes.
Last week I noted that the very biggest fortunes in America are now primarily based on technology quasi-monopolies. But go down the Forbes 400 list a bit and you see a number of plutocrats who made tens of billions in finance, especially hedge funds. These include people like Stephen Schwarzman, who compared efforts to close a Wall Street-friendly tax loophole to Hitler’s invasion of Poland, and Ken Griffin, a Republican megadonor.
The fact is that financialization of the U.S. economy has been a major driver of rising inequality. What do I mean by financialization? Actually I mean two different but related things. One aspect is the extraordinary rise in the share of the U.S. economy devoted to financial activities as opposed to production of goods and services. A second is the pervasive way in which financiers and financial institutions like hedge funds and private equity have changed how even nonfinancial business operates. These changes have almost always increased inequality.
Beyond the paywall I will discuss the following:
The growth of the financial industry
Banking used to be a relatively boring, sleepy industry. People would talk about “bankers’ hours” — strictly speaking a reference to the days when bank branches were open only from 10 to 3, but informally an implication that banking offered cushy jobs with short hours and not much exertion.
Clearly, that’s not how banking is perceived these days. Investment bankers, especially ambitious young men and women, famously work punishing hours. Today, finance is anything but sleepy. During the 1950s it was a minor part of the economy. By the eve of the global financial crisis, finance’s share of GDP had almost tripled from its 1950s level, and it has remained very high:
Source: Bureau of Economic Analysis
The extraordinary growth of the share of US GDP accounted for by the financial industry raises two related questions. First, what are all these overworked but highly paid people doing? Second, is what they’re doing productive for the economy as a whole?
Bankers, of course, don’t directly produce stuff. However, financial institutions like banks, mutual funds and so on can and do play a crucial productive role in the economy. Ideally, they help direct money to its most productive uses — e.g. effectively channeling household savings into the financing of investment in cutting-edge technologies. Financial institutions also manage risk in the economy by helping investors diversify. And they provide liquidity, giving people ready access to their money even as most of that money is being put to work in long-term investments.
The curious thing is that the financial industry of the 1950s and 1960s, which accounted for 3-4 percent of GDP, served all these functions for the U.S. economy. So why has it expanded to almost 8 percent of GDP? And did this expansion enhance its benefits to the economy?
The outsized growth of the U.S. financial industry can be attributed largely to a change in government policy and, more broadly, the ideological climate that shaped policy. In the 1970s and 1980s, bank regulation was loosened. The Monetary Control Act of 1980 effectively removed limits on the ability of banks to compete with each other by offering higher interest rates on deposits. Even more important, regulators stood aside while the “shadow banking sector” grew. “Shadow banks” are financial institutions like money market funds and overnight lending arrangements that fulfil some traditional banking roles but are neither regulated like conventional banks nor backstopped by deposit insurance. By allowing these shadow banks to displace conventional banking without any major effort to police the new risks these institutions created, policymakers set the stage for eventual catastrophe.
Simultaneously, there was widespread financial “innovation,” largely involving creation of new financial instruments like junk bonds (which had long existed but suddenly became a major force), asset-backed securities, credit default swaps and subprime loans. Again, there was little effort to manage the risks this innovation created.
The proliferation of new financial institutions and instruments, together with the increased role of finance in directing and managing non-financial institutions (more about that later) was a major source of the growth of finance relative to the rest of the economy.
But the important question is whether the huge growth in the financial sector and the financial products it offered was good for the economy. Paul Volcker, the legendary Federal Reserve chairman, famously quipped that
“The most important financial innovation that I have seen the past 20 years is the automatic teller machine.”
My guess is that today he would include payment apps like Venmo, Apple Pay and Zelle. Yet Volcker’s main point was correct: the U.S. economy did a better job of delivering rising living standards when the financial sector was relatively small and boring than it did after all that innovation came along (I use the log of real income so that the slope of the line shows the rate of growth):
Of course, many factors affect economic growth, so the failure of a larger financial sector to deliver faster growth isn’t proof that it was useless. However, the 2008 financial crisis provided a more pointed rebuttal to claims that financial innovation was an economic boon. Far from helping direct savings to highly productive investments, the deregulated financial system funneled large sums into inflating a disastrous housing bubble. Far from helping to manage risk, financial innovation encouraged both borrowers and investors to take on risks they didn’t understand. And it certainly increased income inequality as subprime mortgages were disproportionately marketed to low and middle income home buyers.
So, in hindsight, the explosive growth in finance after the deregulation of the 1980s looks more predatory than productive.
Is it plausible to claim that the economy plowed large resources into activities with little or no real economic value, maybe even negative value? Yes — and for proof we have a contemporary example: crypto. Sixteen years after Bitcoin was created there are still no clear use cases for cryptocurrency that don’t involve illegal activity. Yet at the time of writing the value of crypto assets was approximately $3.3 trillion.
So it is, in fact, quite plausible to argue that financialization did little to benefit the American economy. It did, however, make a significant contribution to rising U.S. income inequality.
The financial elite
It’s hard to believe now, but in the 1970s the financial sector didn’t offer especially high pay. Average wages in finance were about the same as average wages in U.S. business as a whole. Top earners in finance similarly resembled top earners in other industries.
After 1980, however, earnings for employees in finance began soaring, more or less in tandem with the rising share of finance in GDP. This surge mainly took place in the more exotic parts of finance — that is, earnings in insurance or ordinary lending didn’t take off, but earnings in the activities we usually mean by “Wall Street” did. Philippon and Reshef have a nice chart making this point. The left axis shows the ratio of compensation in financial sectors to compensation in the nonfarm private sector as a whole:
Source: Philippon and Reshef
And all indications are that the gains were extremely large for top earners within the financial industry. As a result, high earners within the financial industry came to make up a large fraction of very high earners in the United States as a whole. As with wealth inequality, looking at the “one percent” understates how radical the change was: Gordon Gekko’s working Wall Street stiff was well into the top 1 percent of earners, as were quite a few owners of relatively small businesses.
Interpreting the data on very high earnings is tricky and controversial, in part because people with very high earned incomes often find ways to make that income appear to come from businesses they own. So I’m going to steer clear of that morass and go back to wealth data, which in this case are actually clearer. Last week I cited Freund and Oliver on the origins of the superrich. Here’s another table from their paper, showing where billionaires came from as the U.S. financial sector was metastasizing:
Source: Freund and Oliver
According to their numbers, more than 40 percent of new U.S. billionaires created between 1996 and 2014 came from the financial sector.
So I would summarize it this way: After 1980 the U.S. financial sector expanded rapidly, but there is little evidence that this expansion yielded any benefits to the economy as a whole. It did, however, offer very high earnings — in some cases almost surreally high earnings — to a financial elite, playing a significant role in the overall rise in income inequality.
And that’s just the direct effect of high earnings within the financial industry.
Financialization outside finance
So far I’ve been focusing on incomes generated within the financial industry, and especially the part of that industry we normally think of when we say “Wall Street.” But as I said, financialization is a broader story than the rising income and wealth of Wall Street itself.
First, there was an extended period during which companies outside the finance sector in effect tried to get in on the action, shifting their focus away from their traditional businesses toward financial activities. The poster child for this evolution was General Electric, an iconic manufacturer that, as James Surowiecki put it, effectively transformed itself from an industrial company into a huge bank. G.E. Capital, the company’s financial arm,
“became a key source of profits, growing almost twice as fast as the company as a whole and expanding into every conceivable market: consumer lending, credit cards, equipment leasing, commercial real estate, auto loans, leveraged buyouts, even subprime mortgages.”
This worked for a while, until it didn’t. General Electric eventually sold off G.E. Capital and has tried to return to its industrial roots. But the loss of focus left it much diminished.
The G.E. experience was representative of a much wider trend. Many nonfinancial firms, especially although not only in manufacturing, tried to reinvent themselves as financial players. In addition to probably damaging their core businesses, empirical studies indicate that the financial focus led to lower wages for ordinary workers and higher executive compensation.
I could go on about this phenomenon, but this primer is already getting long, so let me turn to the probably bigger indirect impact of financialization on inequality: the effects of hostile takeovers and the threat of such takeovers on how corporations treated workers.
Last week I cited the argument by Andrei Shleifer and Larry Summers that hostile takeovers “worked” largely through “breach of trust”: breaking implicit contracts with stakeholders in corporations, especially ordinary workers.
Financialization was both a cause and a consequence of such breaches of trust. A deregulated financial industry provided the financial backing for hostile takeovers; the profits made in hostile takeover helped fuel the surge in financial profits and compensation. Ordinary workers suffered slashed benefits, layoffs and often outright terminations.
At this point you might wonder how much trust is left to be breached. But the financial industry keeps finding new frontiers to exploit. In recent years health care has become a major focus of private equity investments, with private equity firms purchasing a number of hospitals.
What they do next, according to a study published last year in the Journal of the American Medical Association, is sell off land and buildings, then charge the hospitals rent for use of facilities they previously owned. The result, the study claims, is a reduced quality of care for patients, resulting in more falls and higher mortality.
Of course, the financial industry disputes these claims. But the private-equity/hospital story is consistent with the results of decades’ worth of takeovers in other industries. And one has to bear in mind that these financial firms aren’t buying hospitals for their, er, health. They’re doing it because they believe they can make profits on the deals, even though there’s no reason to believe that they have any special expertise in hospital management. And it’s hard to come up with a better example of people historically viewed as stakeholders even though they aren’t shareholders than hospital patients.
OK, I obviously could go on at length about every topic touched on in this primer. But I hope I’ve provided enough evidence and analysis to support four points:
All of this sounds pretty damning. So why hasn’t there been more of a public backlash?
That will be part of the ground covered in the next and I hope final installment in this series of primers on inequality, about the ways big money exerts political power.
Ineguaglianza, parte V: finanziarizzazione speculativa. Come Wall Street accresce le disparità.
Di Paul Krugman
La mia frase favorita nel film del 1987 Wall Street è al punto in cui Gordon Gekko ridicolizza il carattere di Charlie Sheen per le sue limitate ambizioni:
“Non sto parlando di un poveraccio che lavora a Wall Street, guadagna 400 mila dollari all’anno, vola in prima classe e si sente a suo agio.”
Corretti per l’inflazione, 400 mila dollari del 1987 sarebbero circa 1,1 milioni di dollari oggi.
Quello che la frase ci dice è che già nel 1987, abbastanza in anticipo sul grande picco dell’ineguaglianza successivo al 1980, a molte persone nella finanza – individui che lavorano a Wall Street – venivano già pagate somme molto grandi, e un po’ di persone stavano acquistando fortune straordinarie.
La scorsa settimana [1] osservavo che le fortune molto grandi in America sono oggi basate su una tecnologia quasi monopolistica. Ma andate alla lista 400 di Forbes e troverete un certo numero di plutocrati che hanno fatto decine di miliardi nella finanza, in particolare nei fondi speculativi. Queste includono individui come Stephen Schwarzman, che paragonò i tentativi di chiudere una scappatoia fiscale favorevole a Wall Street all’invasione della Polonia da parte di Hitler, e Ken Griffin, un grande contribuente dei repubblicani.
Il fatto è che la finanziarizzazione dell’economia statunitense è stata un fattore importante della crescente ineguaglianza. Ma cosa intendo per finanziarizzazione? In effetti intendo due cose diverse ma tra loro connesse. Un aspetto è la straordinaria crescita della quota dell’economia statunitense dedicata alle attività finanziarie, anziché alla produzione di beni e servizi. Un secondo aspetto è il modo pervasivo nel quale i finanzieri e le istituzioni finanziarie come i fondi speculativi e gli investimenti per rilevare e rivendere società non quotate in Borsa hanno cambiato persino i modi in cui operano le imprese non finanziarie. Questi cambiamenti hanno quasi sempre accresciuto l’ineguaglianza. Nella parte successiva discuterò gli aspetti seguenti:
1 – La crescita del settore finanziario e quello che la spiega;
2 – Quanto la crescita della finanza accresce direttamente l’ineguaglianza del reddito e della ricchezza;
3 – Come il ruolo accresciuto di Wall Street ha modificato il modo in cui opera il resto dell’economia.
La crescita del settore finanziario
Il bancario era un tempo un settore relativamente noioso, sonnacchioso. La gente parlerebbe delle “ore dei banchieri” – in senso stretto un riferimento ai giorni nei quali i settori delle banche venivano aperti dalle 10 alle 15, ma informalmente alludendo al fatto che il settore bancario offriva comodi posti di lavoro con poche ore e poco sforzo.
Chiaramente, non è come il settore bancario viene percepito al giorno d’oggi. I banchieri degli investimenti, in particolare giovani donne e uomini ambiziosi, notoriamente lavorano per orari pesanti. La finanza, oggi, è tutto meno che sonnacchiosa. Durante gli anni ‘950 essa era una parte minore dell’economia. Dall’epoca della crisi finanziaria globale, la quota del PIL della finanza si è quasi triplicata rispetto ai suoi livelli del 1950, ed è rimasta molto elevata:
Fonte: Ufficio dell’analisi economica
La crescita straordinaria del PIL statunitense realizzata dal settore finanziario solleva due domande collegate. La prima, cosa stanno facendo tutte queste persone sovra impegnate ma ben pagate? La seconda, cosa stanno facendo di produttivo per l’economia nel suo complesso?
I banchieri, ovviamente, non producono direttamente oggetti. Tuttavia, le istituzioni finanziarie come le banche, i fondi comuni di investimento e via dicendo, possono giocare e in effetti giocano un cruciale ruolo produttivo nell’economia. Idealmente, contribuiscono a indirizzare il denaro verso i suoi usi più produttivi – ad esempio incanalando i risparmi delle famiglie nel finanziamento degli investimenti nelle tecnologie di avanguardia. Le istituzioni finanziarie inoltre gestiscono il rischio nell’economia, aiutando gli investitori a diversificare. E forniscono liquidità, dando alle persone un rapido accesso ai loro soldi anche quando la maggior parte di quei soldi viene collocata per operare investimenti a lungo termine.
La cosa curiosa è che il settore finanziario degli anni ‘950 e ‘960, che totalizzava il 3-4 per cento del PIL, faceva per l’economia statunitense tutte queste funzioni. Dunque, perché si è ampliato sino quasi all’8 per cento del PIL? E questa espansione ha incrementato i suoi benefici all’economia?
La crescita fuori dimensioni del settore finanziario statunitense può essere in buona parte attribuita al cambiamento della politica del governo e, più in generale, al clima ideologico che ha dato forma alla politica. Negli anni ‘970 e ‘980 la regolamentazione delle banche venne allentata. La Legge sul Controllo Monetario del 1980 di fatto rimosse i limiti sulla possibilità delle banche di competere l’una con l’altra offrendo tassi di interesse più elevati sui depositi. Ancora più importante, i regolatori si fecero da parte mentre il “settore bancario ombra” cresceva. Le “banche ombra” sono istituti finanziari come i fondi monetari [2] e le disposizioni per i prestiti overnight [3] che svolgono alcune funzioni bancarie tradizionali, ma non sono né regolati come le banche convenzionali né protetti da garanzie sui depositi. Permettendo a queste banche ombra di rimpiazzare il sistema bancario convenzionale senza alcun importante sforzo di vigilare i nuovi rischi che questi istituti creavano, i legislatori crearono le condizioni per la catastrofe finale.
Contemporaneamente, ci fu l’ “innovazione” finanziaria generalizzata, in buona parte relativa alla creazione di nuovi strumenti finanziari come le obbligazioni spazzatura (che esistevano da molto tempo ma divennero all’improvviso una componente importante), i titoli garantiti da attività [4], i credit default swaps [5]ed i mutui subprime [6]. Anche qua, ci fu poco sforzo per gestire i rischi che queste innovazioni creavano.
La proliferazione dei nuovi istituti e strumenti finanziari, assieme al ruolo accresciuto della finanza nel dirigere e gestire gli istituti non-finanziari (ne parliamo maggiormente in seguito) furono una fonte importante della crescita della finanza in rapporto al resto dell’economia.
Ma la domanda importante è se la vasta crescita del settore finanziario e dei prodotti finanziari offerti fosse positiva per l’economia. Paul Volcker, il leggendario Presidente della Federal Reserve, notoriamente fece questa battuta:
“La più importante innovazione finanziaria che ho visto nei venti anni passati è il bancomat.”
La mia impressione è che oggi lui includerebbe applicazioni per i pagamenti come Venmo, Apple Pay e Zelle. Tuttavia l’argomento principale di Volcker era giusto: l’economia statunitense aveva fatto un miglior lavoro nell’offrire livelli di vita in crescita quando il settore finanziario era relativamente piccolo e noioso rispetto a quello che fece quando comparve tutta quell’innovazione (uso il logaritmo del reddito reale cosicché l’inclinazione della linea mostra il tasso di crescita):
Naturalmente, molti fattori influenzano la crescita economica, e dunque l’incapacità di un settore finanziario più grande a fornire una crescita più veloce non è una prova della sua inutilità. Tuttavia, la crisi finanziaria del 2008 fornì una smentita più mirata alle pretese secondo le quali l’innovazione finanziaria sarebbe stata una manna economica. Lungi dall’aiutare i risparmi a dirigersi su investimenti altamente produttivi, il sistema finanziario deregolamentato incanalò grandi somme nel gonfiare una disastrosa bolla nelle costruzioni. Lungi dall’aiutare a gestire i rischi, l’innovazione finanziaria incoraggiò sia i debitori che gli investitori a prendersi rischi che non comprendevano. E certamente accrebbe l’ineguaglianza dei redditi dal momento che i mutui subprime vennero sproporzionatamente immessi sul mercato per gli acquirenti di abitazioni con basso e medio reddito.
Dunque, col senno di poi, la crescita esplosiva della finanza dopo la deregolamentazione degli anni ‘980 appare più speculativa che produttiva.
È plausibile sostenere che l’economia investì vaste risorse in attività con poco o nessun valore economico reale, forse persino con valore negativo? Sì – e la prova ci viene da un esempio contemporaneo: le criptovalute. Sedici anni dopo che il Bitcoin fu creato non c’è ancora nessun chiaro uso delle criptovalute che non includa attività illegali. Tuttavia, nel momento di scrivere, il valore degli asset delle criptovalute era approssimativamente 3.300 miliardi di dollari.
Dunque, nei fatti, è abbastanza plausibile sostenere che la finanziarizzazione ha fatto poco a beneficio dell’economia americana. Essa, tuttavia, ha fornito un significativo contributo alla crescita dell’ineguaglianza dei redditi negli Stati Uniti.
L’élite finanziaria
Oggi è difficile crederlo, ma negli anni ‘970 il settore finanziario non offriva compensi particolarmente elevati. I salari medi nella finanza erano circa gli stessi salari medi delle imprese statunitensi nel loro complesso. Analogamente, i più alti percettori nella finanza assomigliavano ai più alti percettori nelle altre industrie.
Dopo il 1980, tuttavia, i guadagni per gli occupati nella finanza cominciarono a schizzare in alto, più o meno in tandem con la quota crescente della finanza nel PIL. Questa crescita principalmente ebbe luogo nelle parti più esotiche della finanza – ovvero, i guadagni nelle assicurazioni o nei prestiti ordinari non presero il volo, ma lo fecero i guadagni nelle attività alle quali normalmente ci riferiamo con il termine “Wall Street”. Philippon e Reshef hanno un bel diagramma che mostra questo aspetto. L’asse di sinistra indica il rapporto tra i compensi nei settori finanziari ed i compensi nel settore privato non agricolo nel suo complesso:
Fonte: Philippon e Reshef
E tutto indica che i guadagni furono estremamente ampi per i maggiori percettori all’interno del settore finanziario. Come risultato, i massimi percettori all’interno del settore finanziario arrivarono a realizzare un’ampia frazione dei massimi percettori negli Stati Uniti nel loro complesso. Come per l’ineguaglianza della ricchezza, osservare l’ “uno per cento” sottovaluta quanto fu radicale il cambiamento: l’impiegato a Wall Street di Gordon Gekko era ben dentro l’1 per cento dei più ricchi percettori, come c’erano parecchi proprietari di imprese relativamente piccole.
Interpretare i dati sui guadagni molto elevati è complesso e controverso, in parte perché le persone con redditi molto alti trovano spesso modi per far apparire che quel reddito provenga da attività di loro proprietà. Dunque eviterò quel guazzabuglio e tornerò ai dati sulla ricchezza, che in questo caso sono effettivamente più chiari. La scorsa settimana citavo Freund e Oliver sulle origini dei super ricchi. Ecco un’altra tabella dal loro saggio, che mostra da dove sono venuti i miliardari mentre il settore finanziario degli Stati Uniti stava metastatizzando:
[7]Fonte: Freund e Oliver
Secondo i loro dati, più del 40 per cento dei nuovi miliardari statunitensi creati tra il 1996 e il 2014 provenivano dal settore finanziario.
Dunque riassumerei in questo modo: dopo il 1980 il settore finanziario statunitense si è espanso rapidamente, ma ci sono poche prove che questa espansione abbia generato benefici per l’economia nel suo complesso. Esso, tuttavia, ha davvero offerto compensi molto elevati – in alcuni casi quasi surrealmente elevati – ad una élite finanziaria, che gioca un ruolo significativo nella crescita complessiva della ineguaglianza dei redditi.
E quello è soltanto l’effetto diretto degli elevati compensi all’interno del settore finanziario.
Finanziarizzazione fuori della finanza
Sin qua mi sono concentrato sui redditi all’interno del settore finanziario, e in particolare alla parte di quel settore alla quale ci riferiamo normalmente parlando di “Wall Street”. Ma come ho detto, la finanziarizzazione è una racconto più ampio dei redditi e delle ricchezze crescenti della stessa Wall Street.
Anzitutto, ci fu un prolungato periodo nel quale le società esterne al settore finanziario in effetti provarono a entrare in azione, spostando la loro concentrazione dalle attività tradizionali alle attività finanziarie. Il ragazzo prodigio di questa evoluzione fu la General Electric, una icona del manifatturiero che, come si espresse James Surowiecki, effettivamente si trasformò da società industriale in grande banca. G. E. Capital, il braccio finanziario della società
“divenne una fonte fondamentale di profitti, crescendo con una velocità quasi doppia della società nel suo complesso ed espandendosi in ogni mercato immaginabile: prestiti ai consumatori, carte di credito, affitti di attrezzature, immobili commerciali, prestiti per le auto, acquisizioni con leva finanziaria [8]e persino mutui subprime,”
Questo funzionò per un po’, finché non finì. Alla fine la General Electric liquidò G.E. Capital e cercò di tornare alle sue radici industriali. Ma la perdita di concentrazione la lasciò molto impoverita.
L’esperienza di G.E. fu rappresentativa di una tendenza molto più generale. Molte imprese non finanziarie, in particolare ma non soltanto nel manifatturiero, cercarono di reinventarsi come operatori finanziari. In aggiunta al probabile danno alle loro centrali attività, studi empirici indicano che la concentrazione sulla finanza portò a salari più bassi per i lavoratori comuni e a compensi più elevati per i dirigenti.
Potrei proseguire su questo fenomeno, ma questo manualetto sta già diventando lungo, dunque permettetemi di tornare al probabilmente più grande impatto indiretto della finanziarizzazione sull’ineguaglianza: gli effetti delle ‘acquisizioni ostili’ e della minaccia di tali acquisizioni su come le società trattavano i lavoratori.
La scorsa settimana ho citato l’argomento di Andrei Shleifer e Larry Summers secondo il quale le acquisizioni ostili [9] in gran parte “funzionarono” tramite la “violazione della fiducia”: violando contratti impliciti con i portatori di interessi nella società, in particolare lavoratori ordinari.
La finanziarizzazione fu sia una causa che una conseguenza di tali violazioni della fiducia. Un settore finanziario deregolamentato forniva il sostegno finanziario alle acquisizioni ostili; i profitti fatti nella acquisizione ostile alimentavano la crescita dei profitti finanziari e dei compensi. I lavoratori ordinari patirono la decurtazione dei benefici e licenziamenti, spesso nella forma di licenziamenti in tronco.
A questo punto potreste chiedervi quanta fiducia è rimasta da violare. Ma il settore finanziario continua a trovare nuove frontiere da sfruttare. Negli anni recenti l’assistenza sanitaria è divenuta un importante obbiettivo degli investimenti a scopo speculativo, con le imprese di quel settore che acquistano un certo numero di ospedali.
Quello che fanno successivamente, secondo uno studio pubblicato lo scorso anno dalla Rivista della Associazione Medica Americana, è vendere terreni ed edifici, poi caricare gli ospedali di affitti per l’utilizzo di strutture delle quali in precedenza erano proprietari. Il risultato, sostiene lo studio, è una qualità ridotta della assistenza ai pazienti, con conseguente aumenti delle ricadute e della mortalità.
Ovviamente, il settore finanziario contesta queste tesi. Ma la storia tra fondi speculativi e ospedali è coerente con il risultati di decenni di acquisizioni in altre industrie. E non si deve dimenticare che queste imprese finanziarie non stanno comprando ospedali per, diciamo, la loro salute. Lo stanno facendo perché credono di potere fare profitti sugli accordi, anche se non c’è alcuna ragione per credere che abbiano una qualche particolare competenza nella gestione di ospedali. Ed è difficile trovare un esempio più adatto di persone storicamente considerate come portatori di interessi anche se non sono azionisti quanto i pazienti dell’ospedale.
In conclusione, potrei proseguire su ogni tema toccato in questo manuale. Ma spero di aver fornito abbastanza prove ed analisi per sostenere quattro punti:
– Dopo il 1980 l’economia statunitense conobbe una crescita della finanziarizzazione – mostrata sia dal fatto che essa dedicò alla finanza una parte molto maggiore del PIL e più in generale da un ruolo accresciuto del settore finanziario nelle decisioni delle imprese;
– ci sono poche prove che questa finanziarizzazione sia stata positiva per le prestazioni economiche complessive. Essa appare più speculativa che produttiva;
– la finanziarizzazione contribuì direttamente alla crescita delle ineguaglianze tramite i redditi altissimi percepiti dalla élite finanziaria;
– la finanziarizzazione contribuì anche indirettamente all’ineguaglianza inducendo alla violazione generalizzata di contratti impliciti che avevano precedentemente attenuato la concentrazione delle società sui profitti e solo sui profitti. In aggiunta, essa ha direttamente accresciuto l’ineguaglianza attraverso la crisi finanziaria del 2008-2009, nella quale i mutui subprime vennero immessi sul mercato verso gli acquirenti di abitazioni con basso e medio reddito.
Sembrano tutte accuse schiaccianti. Dunque, perché non c’è stato un maggiore contraccolpo pubblico?
Quello sarà parte dei temi trattati la prossima volta, nella puntata che spero finale di questi scritti sull’ineguaglianza, sui modi nei quali il grande capitale esercita il potere politico.
[1] Nella parte IV del manualetto.
[2] Sono fondi comuni di investimento che investono in strumenti finanziari a breve termine, come titoli di stato a breve scadenza, certificati di deposito e altre attività liquide, con l’obiettivo di preservare il capitale e fornire reddito agli investitori, mantenendo un basso livello di rischio.
[3] Un prestito overnight è un accordo finanziario in cui i fondi vengono prestati e ripagati nello stesso giorno lavorativo, solitamente per una notte. Questo tipo di prestito è spesso utilizzato tra le banche per gestire la liquidità a breve termine. Il tasso di interesse applicato a un prestito overnight è chiamato tasso overnight.
[4] Sono strumenti finanziari il cui valore e i cui pagamenti (cedole) sono legati al flusso di cassa di un insieme (pool) di attività sottostanti. Questi titoli vengono emessi da una società veicolo (SPV) nell’ambito di operazioni di cartolarizzazione, e il loro valore deriva dai flussi di pagamento generati dalle attività sottostanti, come mutui, prestiti auto, o crediti su carte di credito.
[5] I Credit Default Swap (CDS) sono strumenti finanziari derivati che funzionano come una sorta di assicurazione contro il rischio di fallimento (default) di un’obbligazione o di un altro tipo di credito. In pratica, un investitore che possiede un’obbligazione, o che vuole speculare sul rischio di default di un’obbligazione, può acquistare un CDS da un’altra parte, detta “seller” o “venditore di protezione”. Il venditore di protezione, in cambio di pagamenti periodici (il premio del CDS), si impegna a risarcire l’acquirente del CDS in caso di default dell’emittente dell’obbligazione.
[6] Sono prestiti erogati a persone con un basso merito creditizio, ovvero a coloro che presentano un rischio più elevato di non riuscire a rimborsare il prestito. Questi prestiti sono spesso associati a tassi di interesse più elevati rispetto ai prestiti concessi a clienti considerati più affidabili (i cosiddetti “prime”).
[7] Tabella importante, perché mostra come l’ “eccezionalismo” americano sia soprattutto stato concentrato (dal 1996 al 2014) nel settore finanziario, che ha una crescita di ricchezza (35%) enormemente superiore a quella dell’Europa (10,2%) e delle altre economie avanzate (-1,3%). E il numero dei miliardari in quel periodo è cresciuto in America nel settorte finanziario del 41,6%, mentre in Europa e negli altri paesi avanzati del 13,5% e dell’11,6%.
[8] Un leveraged buyout (LBO), o acquisizione con leva finanziaria, è un’operazione finanziaria in cui un’azienda viene acquisita utilizzando principalmente denaro preso in prestito. L’indebitamento è quindi un elemento chiave di questa operazione, e il debito contratto viene rimborsato con i futuri profitti della società acquisita o attraverso la vendita di parte del suo patrimonio.
[9] Ovvero, il rilevamento di imprese da parte di fondi speculativi con il pretesto di risanamenti, al quale seguiva in genere un affossamento definitivo delle attività ed una liquidazione delle imprese.
giugno 29, 2025
This is where I have my office, at the CUNY Graduate Center. And I had a bright idea for this week’s conversation. I’ve been writing lately about inequality (as I should given where I sit!), but with a US focus. How about a conversation with arguably the world’s leading expert on global inequality, who I happen to know is also articulate and fun to talk to? And who sits in the office three doors down.
So here’s a conversation — in person! — with Branko Milanovic.
Paul Krugman: So hi everyone, Paul Krugman again. Here’s what happened. I’ve been doing a lot about inequality lately and I realized I should really talk to somebody who is one of the world’s leading experts on global inequality and is also an interesting and person to talk to. And after much searching, I decided to walk three doors to my left down the hall and talk to my colleague here at the Stone Center on Socio-Economic Inequality at the CUNY Graduate School, Branko Milanovic, who has a new book, which we’ll talk about in part, but also just generally some of his work. So anyway, hi Branko.
Branko Milanovic: Well, hello, Paul, nice to see you. Thank you for the invitation.
Krugman: Yeah, this is going to be fun. So, you are best known for really talking about global inequality as opposed to just national. Do you want to talk a little about what that means? Or if you like, what is the Branko specialty here?
Milanovic: You know, I can define global inequality simply as inequality between world citizens. Technically speaking, whether you do inequality between people within people, within the group of people in New York, or you do it within the US, or you do it within the world, it’s technically the same, it’s just the range that is different.
Now, the difficulty with global inequality is really a technical one. It’s difficult to get the data from all the countries or practically 90 to 95% of the world population and likewise 90 to 95 percent of the world income. So it’s difficult to get the data and secondly you have to transform them into the same units which means that you have to transform it from local currency into so-called PPP or purchasing power parity dollars. So these are technical issues.
Krugman: Yeah. Within the United States or within most advanced countries we have a survey. We go out there and take a random sample of households and ask people about their income and put that together. But nobody does a survey of the world.
Milanovic: No, we don’t have that.
Krugman: And so what you have to do is you have to take all of these different national data. We have data on sort of average incomes for countries. And then we have data on distribution of income. But it is basically trying to do it as if there was a global survey.
Milanovic: Absolutely, as if there was a global survey which would have been representative for the world and on top of that representative for each individual country.
You know, I’m currently actually putting together the data for 2023. And just to tell you the problems that one faces, because these are really problems of data collection, Africa actually has fewer surveys today than 10 years ago. When I say fewer, I mean like fewer surveys done in the last two or three years.
So if I take the benchmark year where I actually want to align everybody, 2023, because I really didn’t want to align people at the time in the midst of COVID, what happens is that essentially you have, about 12 countries in Africa representing about 45% of the African population and maybe 40% of GDP. So clearly it’s not enough. And I actually don’t want to even present this data because Africa is very important and also the location of African countries is crucial. So if you exclude like 60% of Africa, you’re basically excluding people in the bottom two or three decimals of income distribution.
Krugman: It’s kind of funny that we almost never do this, but there is a cosmopolitan view.
Milanovic: Yes, absolutely.
Krugman: If you are a random citizen of the world, where would you fit in the distribution? Has anybody ever done that before?
Milanovic: Well, actually I have to say I might have been the first to have done it in 1999 when I was still at the World Bank because the World Bank was a very good place, especially the unit where I was, because it was collecting the data sets that we just talked about and doing poverty calculation. Technically, moving from poverty calculations to inequality calculations is not particularly difficult. I mean the data set is more or less the same but people have not thought of actually putting it together. However, there are a couple of papers from the 70s that essentially had a similar idea. There were many fewer countries with survey service then and there were no micro data, but the idea was present.
Krugman: Okay. I want to come back to all of this. But before that how did inequality become your thing? Because you have a more interesting life story than most of us.
Milanovic: Well, I’m not sure if it’s an interesting life story, but inequality became a topic for me when I was studying my undergraduate. My last two years at the University in Belgrade were on statistics.
Krugman: By the way, you’re Serbian.
Milanovic: I’m Serbian. So I was doing statistics. Now we did quite a lot of statistical distributions, normal chi-square, student distribution, t-distribution, other things, but with zero applications to anything. So we would do all the calculations, we would derive the mean, standard deviation, a-symmetric, the kurtosis and so on. Then on the other hand, I had really strong interest regarding social issues, partly because of my reading of Marx, so that’s where it comes from.
And then suddenly I discovered, I still remember that, in a French newspaper they had French distribution, either of wealth or income. And then I read, there was a guy called Jeannie, he calculated the coefficient, you can put it in deciles, and you can derive something which is the Lorentz curve. And that’s basically when I realized, wow, all these distributions that we kind of study, we don’t know what to do with them. But you can apply them to something that I like.
Krugman: Okay, so you were being taught math without context, without application, which I’ve always found personally impossible. I just completely blank out unless there’s something to use the math on. You were managing to do the math, but then discovered that there was a real world application.
Milanovic: Yeah, I must say, to some extent, it is challenging because you do it in such an abstract way and you have to be clever to derive these things and so on. And basically, you learn to do it, but then it becomes frustrating because you don’t know what to do with it.
Krugman: Okay, and what was your life history? You’re starting in Serbia and how?
Milanovic: It’s a complicated life history. I was born actually in France, then I studied also in Belgium, then I studied in the US, so it was all complicated stuff. But let me mention one thing which is interesting for people because they cannot even relate to how it was in those days. We are talking about mid-1970s. I still remember that there were big books with lines, basically squares. And then within these squares, you would draw what is called the Lorentz curve. It’s like curvilinear stuff, so you would calculate it simply, with the least squares, which nowadays you do on the computer, but in those days, the big advance was calculators. So with the hand calculator, I would just write the whole formula, whatever the numbers give you. So it would be, Y is equal to 0.25 plus 0.11 squared on Y squared and so on. So that was for me a really huge advance that otherwise I really don’t know how exactly I would have been doing that.
Krugman: It’s a story for another time, not many people know, but I actually wrote the 1983 economic report of the president and it was all done on an HP calculator. We didn’t have computers yet. It was a really big advance. So you got into this study of inequality and was there a moment where you had a revelation, like, “Hey we can we can actually look at the whole world the way we look at an individual country?”
Milanovic: The revelation was basically during one of my first jobs in the World Bank in a research unit that dealt with transition economies. Since my dissertation was on income distribution in Yugoslavia, I actually had quite a lot of contacts in Eastern Europe, I knew people and so on. So then I was working quite a lot on Poland on income distribution and the distribution of subsidies. That’s a very interesting topic because Poland had like 15% of GDP in subsidies, mostly on food, fuel and things like that. So you do have the distribution of income and then you have to basically find out who are the recipients of the subsidies. So I did that and that was part of my work.
But then I realized sometime around mid 90s that actually one could do income distribution for the whole world, as you were saying, a very cosmopolitan view. And then of course it took me some time, maybe 2 or 3 or 4 years to start to put all of this together, to think how I will do it and so on, and to publish the paper.
At the same time actually, Francois Bourguignon and Christian Morrison published also a paper on global income distribution. Actually we were really doing it at the same time but theirs was more ambitious because they basically went back to 1820 and it’s still a very key paper. It’s actually a seminal paper looking at income distribution over 150 years, but obviously with much less data and with many more assumptions, whereas my numbers came from the Postal Service. But you know, the idea was obviously present.
Krugman: Yeah, actually this is funny because my first important paper was on a totally different subject, but three people were at the same time working on the same paper. I just write a little faster than the others so I got the credit.
So you have this thing, and it probably annoys the hell out of you, but you’re most famous for “the elephant curve.” Do you want to tell us about that? Because I think it’s an interesting story.
Milanovic: Yeah, the elephant curve became of course quite famous. Recently I was in Italy giving a presentation and because there was like a general audience, the organizers said, “Okay, they know you from the elephant curve. So you have to present the elephant curve” and I felt, like, “Really?” And, not pretending I’m them them but I felt like the Rolling Stones who are being asked to perform “Satisfaction” or “Paint it Black,” like 50 years later. You know, people still want them to sing that song. Anyway, so I did sing my song.
So, the first year I published on this was 1988, then 1993, then 1998. And then I think probably around ‘97, ‘98 I started thinking, well, I should combine them. It seems simple, but any data work is complicated. You had currency re-dominations. You had PPP numbers for Eastern Europe.
Krugman: PPP is purchasing power parity for the audience, which is to adjust the price levels between the countries.
Milanovic: It was really difficult. A dollar is whatever it is now, 1.08 euros, but doesn’t actually buy the same value, as you know, so you adjust for different things. It buys you about 30% more than it buys in New York. So you have to adjust for Spanish incomes.
Actually, you boost their incomes because they can buy more. In any case, I remember it quite well the first time when I derived it, and the curve came up as an elephant, although the original curve was done not in PPP dollars for the reasons that I mentioned, but actually in dollars at the market exchange rate.
And then it came exactly as it actually was later. And what everyone immediately realized, it is really the intuition that we all share, that globalization did very well for countries in Asia. They are like in the middle of the income distribution. Globalization did well for the top 1% and globalization did not do well for the people who are in between, and that was the lower part of Western income distribution.
Krugman: I’ll put it another way at the risk of explaining your work to you. So this is a curve that shows percentage gains in income across the whole of the global population.
And if we live in the United States, then we think of the period from the 1980s up until, well, basically now as being the top. It goes way way up and basically there’s Elon Musk and then there’s ordinary workers. So the higher up you go the bigger the gains but if you look at the world as a whole there is a second hump which is kind of the developing country middle class which also had big gains. I’ve never actually quite seen the elephant but anyway somehow the thing looks like this where I guess this is the trunk and there’s the body.
Milanovic: I mean, to describe it to people who have not seen it, what it shows is that in the middle of that global income distribution, let’s say it was about the 50th percentile, you had really very significant real income gains. As you said, the real income gains are shown on the vertical axis. And then from the top, you go down because the real percentage gains for the middle class in Western countries were much smaller than the percentage gains in China. And then you go back up again with large gains for the global top 1%. So it’s really the three points where it was not a monotonic function. It’s actually a function that goes up and goes down, then goes up. And that of course attracted the attention. And the very minute when I saw it for the first time on the computer, I knew it was something worthwhile studying because it really coincides with our intuition.
Krugman: Well, somebody’s intuition. So, inequality is increasing. Certainly in America. That’s what we said at the time because we don’t actually believe that the rest of the world exists. But also for a fair number of people. And the question is, is global inequality going up or down? And your answer was yes.
Milanovic: Well, my answer was actually it’s going down. But it is true that, for example, in the first paper, 1988 to 1993, there was an uptick in global inequality. And since then, it has gone down. But, you know, it is difficult. You’re right. Actually, 99 percent of people think about their individual country’s inequality and these individual countries’ inequality went up.
But at the same time what happened is growth rates were different between different countries, poor countries and large countries. That’s the important part. When India and China grow fast and they were originally both poor countries, that of course diminishes global inequality. So that’s the logic.
And I mean, sometimes it’s kind of strange when people come to the summer school on inequality. They come because they are concerned about inequality and they want to stop the increase in inequality and you tell them, “Look guys, at the global level we have had like 30 years of the decline of inequality,” and they kind of look at you with a little bit of disbelief at first but you know after 10 or 15 minutes you explain the story and they see the logic. I mean it’s funny from a global point of view in some ways.
Krugman: We started looking at this probably in the 1980s. So the past 35, 40 years have been a glorious era of equalization in which a lot of desperately poor people are now no longer so desperately poor. But if we’re sitting here on Fifth Avenue, we see a world in which a few people are getting filthy rich and a lot of people are being left behind. And just kind of for perspective.
Milanovic: That’s the thing. That’s how it is actually difficult. In other words, you could be sitting in New York saying, “OK, inequality is exploding in New York.” Maybe also in the 1950s, where the US inequality went down. So, again, what is your unit of analysis in some sense?
Krugman: Yeah. I think you’re a globalist. I think you’d be in big trouble under the current administration in the US.
Milanovic: Well, I’m a globalist, but you know, the interesting part about global stuff is looking at any issue from the global perspective means basically looking at three dimensions whereas when you look at one country, you look at two dimensions. What you want to do is to say the following. And I like to ask this question. I ask everybody, “Who is against equality of opportunity?” Which means who is in favor of maybe rich kids succeeding their parents and staying rich and all the poor kids being poor and nobody says they’re in favor of that. You know, it’s like motherhood and apple pie. Everybody says No. No, I’m against it. But then you open the Pandora’s box when you say, “Okay, how does it work on a global level?”
Why should a truck driver in Zambia have an income that is one tenth or maybe one twentieth of the bus or truck driver in the US? It’s the same work, same effort, same intelligence, maybe same education. And then you say, clearly it is not equal. And then of course you have to start thinking whether you are against global equality opportunity, whether it is a concept that cannot be implemented because there are other reasons, like, we are not citizens of the world, we are citizens of a given country. Or maybe you should start actually revising what you believe. So in that sense, it does open your mind to issues that you haven’t thought about.
Krugman: Yeah, for people who are on the center left you may be a bit further left.
Milanovic: On some issues I’m further right so you know it’s difficult.
Krugman: But if you’re on the center left then if you aren’t morally disturbed by all of this then there’s something wrong with you because we can’t actually have open borders such that the truck driver in Zambia can just come here. And yet there is something profoundly unjust about the whole thing.
Milanovic: But you know, Paul, when I did these papers on global inequality, the first people who got interested and who I actually spent quite a lot of time with them and I learned a lot from them were political philosophers. That’s a very interesting thing that economists were absolutely uninterested in the issue, maybe because for economists “country” is still a key unit of analysis and they want to have a government they can influence. I mean, who can they influence on the global level? You know, who cares?
Now, the political philosophers asked that question and they were concerned about that, but they absolutely had no idea. Is global inequality high, low? How do you measure it?
What is the number? And their major concern, interestingly, was inequality in the endowment of physical resources. So they said it’s unfair that Saudi Arabia has all this oil. So how should we adjust for that? That people should not kind of have an advantage simply because they live in countries that are abundant with resources. Without actually thinking that many countries are rich without having the resources. So the question is not really whether you have oil that you can exploit. It is part of the question, but it’s not the full question.
So these guys were quite interested and actually I knew about Rawls before and Brett a little bit but…
Krugman: Yeah, people may not know…John Rawls, great political philosopher, said a just society is the society you would choose if you didn’t know who you were going to be, roughly speaking. “Behind the veil of ignorance.” But then the question is, how deep does the veil run? Is it not knowing which American you’re going to be or is it not knowing which person in the world?
Milanovic: And then it was 1999 that he published the book. As I said, I was quite influenced by the people whom I started meeting, but the book was The Law of Peoples. And that book is a very short book. Theory of Justice was his big book that you mentioned that actually develops the idea of the veil of ignorance and this so-called “difference principle” and many other things. The other book was actually sort of an application not of that idea, but general thinking about the world and that book is also short. I would actually suggest people read it. It’s maybe 150 pages and it goes against many of the things that would apply within nation-states but would not apply globally. But he argued they should not apply for the world. For example, he’s against migration driven by economic reasons.
Krugman: That’s interesting. I didn’t know that.
Milanovic: Yeah, he’s against that. And actually in my current book, I criticize him.
He’s against that because he thought that every society has the right to decide whom they want to accept. And secondly, it’s an interesting point: He believed once you have a democratic liberal society, the difference in income between your own and the other country, and you as an individual and another person, really doesn’t matter. So in other words, his argument, to make it simple, is an Indian should not come to the United States. They have a democratic governance in India, they’re a liberal society. There is no reason that you should come here for higher income.
So there are two points here. There was one point I think that he discounted the importance of income, which is really kind of an anathema to economists because we believe that income is key. But for him, wealth and income, above a certain level, were not things that mattered.
Krugman: My God. I want to have this discussion but maybe another time. But one of the things I learned from you, and I think I probably knew it at some level, is that from a globalist point of view the most important thing determining your income is where you happen to have been born.
Milanovic: Absolutely, absolutely. And basically when you line people up, honestly you’re just one variable in the regression. You just look at the country where people live, and for 97% of people in the world, that’s the country where they were born. You basically explain about 60% of income differences. So it’s an extremely powerful variable. And the rest actually, there was some work that I started and some other people have done more work on that. Based on your current position in your country’s income distribution and using the data on social mobility, you can also estimate where you might have been, where your parents might have been. So if you take these two variables—the country where you’re living and an estimated position of your parents— you basically have an R-square of 0.9.
Krugman: Okay. A percentage basically of 80 to 90% of the of the differences in income are explained by the country of origin and the position of your parents in that country. Okay, so they’re basically almost no self-made men in the world. To a first approximation, at first we’re all just lucky in our country and our parents.
Milanovic: Absolutely, I think first approximation is like that when you put it within the world. Now, when you put it within the US level, then of course you have a difference.
I mean, if you were born in Wisconsin, it might not make such a difference compared to California because you have free movement of labor. And then obviously there is greater mobility, social mobility within the US with respect to your parents, compared to mobility within the world. Even if you’re born to a rich Tanzanian parent, that doesn’t guarantee you that you will be rich on a global level, because Tanzania is very poor.
Krugman: I found the elephant curve totally just mind opening, although it’s one of those things where after you’ve seen it, it seems obvious, except you had never thought about it before.
Milanovic: Absolutely. And you have never seen it in numbers. The great advantage of numbers is that you have an intuition. And I think the most powerful numbers are those that actually reinforce the intuition that you have or actually totally reverse the intuition.
But it has to be one or the other. If it falls in between, really, I don’t think it works.
Krugman: I’m not sure which that was for me. Somehow, I just never thought about things that way before, but now all of sudden, of course. I want to get past the elephant curve in a minute, but you found this relationship really from 1988 to 2008. So this is the period of hyper globalization, containerization, everything explodes. But it does not actually continue after that, right?
Milanovic: No, it doesn’t continue after that. That’s actually very interesting. As I said, I’m still asked to talk about the elephant chart curve and all that, but it doesn’t continue.
Actually, in the next 10 years, and I have two five year periods, what happens at the top?
We had this almost exponential increase, the big trunk where these people were making money, the global top 1%. The financial crisis makes a difference. And they did not recover until 2013. And then of course they recovered. But if you look at 2018 versus 2008, over the 10 years, the rate of growth did not go back to where it was before.
Krugman: So in fact, the global 1% has not been pulling away from the rest the way it had before?
Milanovic: No, certainly not the way that they did before. I don’t think there is any doubt. Like everybody, even Piketty and his team have somewhat different data, but even they don’t find that it’s pulling away. Now, that does not discount people like Musk and Bezos and so on. That’s a different story. We don’t have them in the surveys, and I honestly think that it’s really a different area of inequality economics, when you really want to focus on the top 15 guys who are extremely rich. That’s a different story. So it could be that Musk has pulled ahead of the others, but then one should not forget that that’s a guy who in one year his wealth increases by 200 billion or I don’t know, 100 billion. And then the next time he loses 40 billion. So, these numbers are so large that they actually make no sense.
Krugman: Yeah…I was going to write about what’s been happening to the .01% and realized at least at the moment, I don’t know.
Milanovic: You know, I have the data and I can slice them even to .1% but honestly, the number of people who are there is so small and these are not people from the Forbes index. You know, these are people whose data you get in the US or Britain or China and they’re actually affluent people like us, you know, but they’re not Elon Musk.
Krugman: Yeah, my favorite line from the old movie Wall Street, was “a $400,000 a year working Wall Street stiff.” It’s more than that now, but…
I really want to get on some other stuff. You view this as a globalization phenomenon, that the elephant curve was kind of driven by…
Milanovic: I view it as global. There are disagreements on that and you may be on the other side of that, but I really view that as a phenomenon driven by this hyper globalization. Really, we were lucky also. When we did the numbers, 1988 is really just a year before the fall of the Berlin Wall. 2008 is actually the year of the financial crisis. So we didn’t plan to do that. It just happened that we had this 20 year period. And indeed, that 20 year period, I think everybody finds it different from another 10 year period because many things have happened. Financial crisis happened, then COVID happened, then the economic situation in the world with US-China relations and the war in Ukraine. Things changed in the next 10 years.
Krugman: Yeah, it’s an iron law which says that whenever there’s a best-selling book about an economic phenomenon, that means that the phenomenon is over.
Milanovic: It’s over, yeah.
Krugman: So “The World is Flat.” That’s the end of hyperglobalization. Just like “Rising Sun” meant the end of Japan’s rise.
Milanovic: Yeah.
Krugman: Okay, so…I think a lot of the narrative that we have is still based upon your elephant curve era. Everybody has this idea of “the middle is still rising,” right?
Milanovich: The middle is still rising. Actually, China and Indonesia, despite COVID.
China continued this rise despite COVID. India had a really bad year in 2020, but then recovered almost instantly in 2021. So the story is continuing.
And I want to say something about the political interpretation of the elephant chart. So the reason why it became so famous or well known is because of political interpretation of that, which is obvious. If you’re unhappy with the position of the middle classes in the West, you have two options. One, let’s call it Bernie Sanders option, you tax the rich and improve the situation of the middle class. The second is the Trump option. You basically say, “okay, we are going to screw China because the whole globalization thing is playing in their favor, so we’ll do something. But I think that that interpretation is still possibly accurate.
I’m not just trying to basically support my own graph, but the political effects of certain economic phenomena do not happen immediately. And I think it took some time for all of this stuff to get politically reflected. And in 2016 just before the election, the first election that Trump won, you very kindly accepted to speak at my book event. And we’re driving there and I don’t know, somehow we spoke about the elephant curve. And I said, “well, that’s the curve that if Trump could see it, he could actually make his point.”
And you said to me, “Well, they never read anything. So nobody would see it.”
Krugman: Yes. Well, that remains true. Lots of things change in the world, but that remains true. But, there’s a bottom of the elephant, right?
Milanovich: Yes.
Krugman: You’ve still got a “left behind” part of the world.
Milanovich: Right. But, you know, the bottom is also super interesting. Actually, the bottom has had reasonable growth. You know, there is actually reduction in global poverty. There is no doubt about that. But there was also another bizarre phenomenon which is really kind of difficult to interpret and actually when I saw it first it took me a couple of days of looking at all the numbers to figure out what happened. It was a more recent period, the last 10 years. China eliminated the absolute rule of poverty, which meant that the Chinese people who were in the bottom two deciles, 20% of the world, the really bottom, these guys escaped from the bottom.
So what happened, other people who were originally higher than the bottom two deciles, they fell into that, mostly Bangladesh, India, some African countries and so on. So paradoxically, when you look at that simply without looking who was there, you kind of say, wow, there was an improvement in the bottom. This is true, there is an improvement because the people from India who came, who fell into that bottom, were originally better off. So there was not much of an improvement for them.
But when you take a snapshot, since all the Chinese basically got out of that group, you actually see significant improvement. This is not a fictitious improvement. I’m just saying the composition of the bottom has changed. And that’s actually what makes it also fairly difficult because now with the rise of China, and that’s what I’m going to face probably now with the new numbers, Chinese top urban deciles, have really moved to the position of Western middle classes. So what we see now, it’s no longer at that point, which is like 80th percentile of the world. It’s not the Western lower part of the income distribution, it’s actually a higher part of the Chinese distribution. So the interpretation of the curve becomes more complex.
Anyway, you basically should then fix the country percentiles at their positions ten years ago and see how they have grown. The interpretation becomes complicated.
Krugman: The world looks quite a lot different if you think of it in terms of people instead of countries, which is kind of very different.
Milanovic: Absolutely.
Krugman: Okay, I want to move on. I just made you play “Satisfaction” all over again. But you have this new book, Visions of Inequality, which I reread the last few days and which is largely portraits of economists over the past couple of centuries. We can’t go through them all, and most of our viewers and listeners will not even have heard of most of these people, I’m sorry to say, but, there’s a lot of discussion about Adam Smith. And it turns out the Adam Smith of reality is not at all the Adam Smith that the current right-wing admires.
Milanovic: No, not at all. I actually think the chapters on Smith and Marx are the mostinteresting chapters. Just to explain, it was a book that looks at how inequality or income distribution was seen by canonic authors. I have six of them as you say. It starts with François Quesnay, who was a French author writing before the French Revolution. And to some extent, he’s a founder of political economy. He and Smith, okay. So after François Quesnay, Adam Smith, David Ricardo, Karl Marx, Vilfredo Pareto. We hear quite a lot about Pareto these days because of the Pareto criteria and all of that.
Krugman: By the way, we meaning you and me, not 95% of the people listening to this.
Milanovic: And then Simon Kuznets, American economist who is also quite famous both in terms of national accounts and for income distribution. So there are six guys. Now, the Smith chapter, I think it’s an important and interesting chapter. I read The Wealth of Nations, maybe 20 years ago. Then I reread it and then I read the Theory of Moral Sentiments, which is Smith’s first work. What you realize is that the interpretation of Smith that we now have, basically by Chicago school, is a really selective use of quotes.
Smith is critical about every organization, but he is especially critical of employers or masters and especially critical of the way that masters and employees have become rich and the collusion they generally have in order to, as he says, to work against public interest. And these are the quotes you would never hear. You would hear only the quotes when he criticizes government, and of course he does, a lot, but you would never hear more frequent quotes, citations and long passages where he’s super critical about capitalists.
Krugman: Yeah, I mean there’s also other stuff which you really don’t get into, but he’s an enthusiastic supporter of bank regulation because he had actually seen one of the history’s first banking crises in Scotland.
Milanovic: And when I teach on poverty, I ask, So what is poverty? And there’s a big question. Is it absolute? It’s relative. Smith is very much about “poverty is a social construction.”
Krugman: Absolutely. There’s a great passage on what does it take to not be poor in England? You have to own at least one good linen shirt.
Milanovic: Linen shirt, yes. But you know, there was a great book by Gloria Liu, called, Adam Smith’s America. And she goes over the perception of Adam Smith from the founding fathers until the first Chicago school and the second Chicago school. And of course, everybody used from Smith what at that time they needed and what became the prevalent doctrine at the time. But when you try to read it, how should I say, without prejudice and without sort of previous ideas, his critiques of, for example, East India Company, and it is known quite well that he was extremely critical, it is not known as well that he was critical of all merchant states, including Venice, Pisa, Genoa. Super critical. And he was critical of all states governed by money interest and basically plutocrats and capitalists. And that was throughout The Wealth of Nations.
And I intentionally, put six or seven quotes like that, one after another on two pages. My editor told me, “Can you break them?” I said, “No. It’s like machine gun fire.”
When you read these seven quotations, you just cannot believe is Adam Smith speaking.
Krugman: But he would have hated America in 2025.
Milanovic: He would have been very, very negative. And you know, it’s interesting.
Because I look mostly at income distribution. So he says, in the course of history with the development of commercial society, wages will go up because we know from history, as a country becomes richer, some of the income is being shared by “the old dogs who cloth and feed us,” as he says. So wages will go up. He says rent will go up as well because the demand for the produce of the earth would increase simply because there are more people and also mining and also we need clothes and so on.
He says the third source of income is interest, or profits, which will not go up. He believed that it would go down because there is greater plentifulness of what he calls “stock,” meaning capital. From that point he derives his view about what social group should not rule society. And he says capitalists, because that’s the only social group whose interest is opposite to the interest of society.
Krugman: Because he thinks that capitalists basically don’t want economic growth.
Milanovic: They don’t want economic growth. So it’s really very different, totally different from Ricardo. We might go to Ricardo next, but he really believes that economic growth means reduction of profits for capitalists. And he uses as an example, of a good country, the best country is the Netherlands. Netherlands, he says, has high wages. Actually at his time it had the highest wages. And it had a very low rate of profit because the stock is plentiful.
And moreover, he has an interesting ethical point. He says, “one should not have sufficient amounts of capital to live without work.” There are not many ethical points in The Wealth of Nations but that one is very interesting and…
Krugman: I love that citation. We’re running long so let’s just say a word about Ricardo first because twenty first century American economics owes a lot more to Ricardo than to Smith. Ricardo uses these stylized, extremely dry, colorless models with almost no human beings. In other words, exactly the kind of thing that people like me do. But one thing that really strikes me and you really emphasize it is that Ricardo looks at income distribution, inequality.
Milanovic: Ricardo is all about different classes. Except for the one thing everybody cites him for which is comparative advantage in trade. And he had preferences. He actually liked the capitalists and hated landowners. So this is interesting that classical economics was very much about who gets what. And not just about who gets what but, actually, the class basis of income in Ricardo. I was obviously interested in income distribution, and Ricardo’s class structure is in some ways even sharper than under Marx. For Marx, when he starts studying actual societies, he realizes there are not only two or three classes. There are many more because you have small landowners. Where do you put that? You have lumpen proletariat. They are not workers. So you have a problem.
With Ricardo, as you said. I think Ricardo has two major contributions. One is methodological, and that’s the contribution of abstract analysis, which is essentially mathematics written in words, because Ricardo is mathematics. It simply was written in words, but it’s totally mathematical and it’s totally model and abstract. But that abstract approach leads him likewise to create classes and to argue, that classes are central in the determination of distribution and consequently in the determination of growth rates, because it’s only capitalists who are active agents.
So profits are important because, by assumption, practically all profits are reinvested.
And without high profits, you don’t have growth. So it is that class analysis and, as you know, I criticized the neoclassical turn in the 70s and 80s and 90s, because the class analysis just disappeared.
Krugman: Well, I want to get to that. Let’s fast forward 140 years to post-war Anglo-Saxon, mostly American economics, where income distribution practically disappears from the discussion. I was kind of wishing that your book had a few more people in it because it’s not just right wingers who say it’s Marxist to even care about income distribution but John Kenneth Galbraith in The Affluent Society is saying, basically, “we all have enough.” That’s not the problem anymore. Maybe there are a few “pockets of poverty.” That’s his phrase. But what’s your take on how that happened?
How did we become so blind to this?
Milanovic: You know, I have several explanations. First of all, the class-based analysis was totally present in 19th century authors. So, of course, the three classes are defined by Smith. Then Ricardo continues. With Marx we’re still essentially talking about three, but in his case, he actually starts believing and arguing that landowners are basically capitalists who own land. So it becomes even more sort of restricted, like basically to two classes.
But then you have Pareto, and I will not go into all these details, but Pareto actually starts working for the first time with individual income distribution. He doesn’t look at classes anymore. He’s anti-Marxist, so that works for him. But he believes there is an elite and then everybody else.
Then you come to Kuznets, the American economist of Russian origin who came here during an important period. And in the chapter on Kuznets, I really wanted to emphasize that. The US is at the peak of its economic power producing 40% of the global GDP. At the same time, US inequality goes down. And I think William Burns says, “We have traversed two thirds of the road to complete equality,” in within 20 years or something. So Kuznets is working under conditions of huge wealth and reduction of inequality. And he has a generally sunny picture of the world. And I think actually many economists then follow that picture of the world.
On top of that, there is, I think, a political element. The political element comes from the competition with communist countries. The communist countries say, “Officially, there are no capitalists. There is no private ownership of assets, there are no more classes, we have abolished classes. Everybody is now a worker for the state. End of the class structure.”
And the Americans presumed high mobility will likewise enable them to say, “We have abolished it too. We don’t have social classes, we are really doing well, everybody can become rich. Basically, social class doesn’t matter whether you own capital and now own labor. It doesn’t matter. I might actually become richer than you, you might lose the money and I can become rich.”
And then finally, the turn in economics towards, basically, general equilibrium and the approach where the type of asset that you have, capital versus labor is kind of irrelevant because you do have endowments as a generic thing. I might have skills, you might have capital or the reverse, but that’s what really matters. And there are prices which are determined by the general equilibrium model.
Krugman: “Equilibrium” being very econo jargon, but basically, supply and demand.
Milanovic: Supply and demand, yes. Everything working together.
Krugman: Yeah, America in the 60s, you know, it wasn’t really equal, but economists kind of thought it was, and it was certainly much more equal than today. And we kind of thought that was the natural end state of capitalism, that that’s where you end up, and we were seriously wrong.
Milanovic: So I think actually all these elements made the study of income distribution kind of, how should I say, peripheral. I mean, these are the facts. You go, for example, to textbooks. I use the example of Samuelson’s because it was the most famous. And you ask the following question: where does Samuelson discuss income distribution? He discusses quite a lot of wage determination. There are, like, three chapters. Then he also discusses the termination of capital incomes, margin of productivity, more capital, less capital. But he never puts them together, except at the very end of the book when he talks about developing economies.
And then in developing economies, suddenly the Gini coefficient, the Lorentz curve, and income distribution appears. So then you kind of wonder, like, what happened to income distribution in non-developing economies? So that’s very standard.
Krugman: I will say one thing. In the case of Samuelson, it may well have been not just that he didn’t think about these things, but that the politics were very real. Samuelson’s was the second Keynesian textbook in America. The first one by Lorie Tarshis was killed because corporate interests moved in to block it, and Samuelson was just a very savvy, cautious writer who avoided stuff that…
Milanovic: I mentioned it in the footnotes somewhere, that actually he’s the second textbook. Yeah.
Krugman: And it was partly because he managed to slide it in underneath the radar of the right wingers who were preventing the discussion of this stuff. I will say my first semi-popular trade book, which was The Age of Diminished Expectations, had a chapter on income distribution because writing this in 1989, it was already clear. Inequality was exploding. The publisher tried to make me take the chapter on inequality out. They said nobody cares about that.
Milanovic: You should have told me that. I would have mentioned that in my book.
Krugman: I had to fight to keep it in. It’s all quite a story.
Milanovic: I have to say that there is a certain autobiographical element there.
We talked about me looking at Lorenz curves in 1975. So I was actually very much interested in inequality at that time. And what happened? There was a disappointment.
I remember that. That’s why I’m actually very negative about Alan Blinder’s book, Toward an Economic Theory of Income Distribution, which actually was his PhD dissertation. I received a sort of brochure when it became available in the American, what is called, Cultural Center, you know?
Krugman: Yeah.
Milanovic: And I went really sort of expecting something. And I got this book. I still remember how it looked. It was with a green cover and white and stuff. And I took this book home and was opening it. And then I see these millions of equations and the assumptions which were really extraordinary. So there was this disappointment, huge disappointment. So there was this autobiographical element. When I wrote the book, Worlds Apart, as I said to people, “It is not an article for the Journal of Economic Literature, objectively reviewing the literature. It is my view, obviously combined with, how should I say, with “ex-post thinking” about what happened during that period.” So there’s a certain autobiographical element.
There are actually other people, for example, like Jan Pen, whose book on Income Distribution I liked very much. So it’s not all negative, but most of that is negative in the sense that I thought that the topic was left aside. And as you were mentioning before, there were significant political reasons for that.
Krugman: Okay, just to say, I know Alan Blinder well. He’s a great guy. Just put this down to a youthful indiscretion.
Milanovic: No, I know. I added afterwards, he didn’t continue working on that. He started working in microeconomics and I know that, actually. I’ve listened to him. Once I was even on a conference panel with him. He was a great guy. It’s just that, his dissertation was not bad, but it was reflective of the times. So it’s not him. It’s the times.
Krugman: Wow, there is so much we could talk about but I’m looking at the clock and we have run long. This happens every time I do this. We could keep on going and it’d be endless. But it’s great that we got to talk about this. And we are sitting in the Stone Center on Socio-economic Inequality where this is supposed to be our bread and butter. And somehow or other socio-economic inequality doesn’t go away. So there continues to be some things to work on.
Milanovic: Yes, somehow. Anyway, thank you very much for the invitation. Maybe we can have the second part in my office, you know, three doors down the hall.
Krugman: That’s right.
Qua è dove ho il mio ufficio, al Graduate Center del CUNY. E ho avuto un’idea brillante per la convensazione di questa settimana. Di recente sto scrivendo sull’ineguaglianza (come dovrei fare considerato dove mi trovo!), ma con una concentrazione sugli Stati Uniti. Perché non conversarne con il probabilmente principale esperto del mondo sull’ineguaglianza globale, che, per quanto ne so, è anche una persona eoloquente e divertente con cui discorrere? E che alloggia nell’ufficio tre porte più in là?
Dunque ecco una conversazione – di persona! – con Branko Milanovic.
Paul Krugman: dunque, saluti a tutti, di nuovo da Paul Krugman. Ecco cosa è successo. Di recente stavo lavorando molto sull’ineguaglianza e mi sono reso conto che avrei davvero dovuto parlare con qualcuno che è uno dei massimi esperti dell’ineguaglianza globale, ed anche una interessante persona con cui discorrere. Dopo molta ricerca, ho deciso di percorrere tre porte alla mia sinistra lungo il corridoio e parlare con il mio collega Branko Milanovic, qua allo Stone Center on Socio-Econiomic Inequality presso il Graduate Center del Cuny, che ha pubblicato un nuovo libro, del quale parleremo in parte, oltre che in generale del suo lavoro. In ogni modo, dunque, salve Branko.
Branko Milanovic: Bene, ciao Paul, è un piacere vederti. Grazie per l’invito.
Krugman: sì, sarà divertente. Dunque, tu sei soprattutto noto proprio per ragionare dell’ineguaglianza globale in opposizione a quella soltanto nazionale. Vuoi parlare un po’ su cosa questo significhi? O se preferisci, qual è in questa sede la specialità di Branko?
Milanovic: come tu sai, io posso definire l’ineguaglianza globale semplicemente come l’ineguaglianza tra i cittadini del mondo. Tecnicamente parlando, che tu ti occupi di ineguaglianza tra le persone all’interno di quelle persone, o tu lo faccia all’interno degli Stati Uniti, oppure all’interno del mondo, tecnicamente è la stessa cosa, cambia solo la dimensione.
Ora, la difficoltà con l’ineguaglianza globale è davvero di natura tecnica. È difficile ottenere i dati da tutti i paesi o in pratica dal 90 al 95% della popolazione mondiale e analogamente sul 90/95 per cento del reddito mondiale. Dunque, è difficile ottenere i dati e in secondo luogo è difficile trasformarli nella stessa unità di misura, il che comporta che devi trasformarli dalla valuta locale nel cosiddetto PPP, ovvero nei dollari della parità del potere d’acquisto. Queste sono dunque questioni tecniche.
Krugman: Certo. All’interno degli Stati Uniti o della maggior parte dei paesi avanzati abbiamo un sondaggio. Lo consultiamo e prendiamo un campione casuale di famiglie e interroghiamo le persone sul loro reddito e le mettiamo assieme. Ma nessuno fa un sondaggio del mondo.
Milanovic: no, quello non lo abbiamo.
Krugman: e così quello che devi fare è dover raccogliere tutti questi diversi dati nazionali. Noi abbiamo dati in ordine sui redditi medi dei paesi. E poi abbiamo i dati dulla distribuzione del reddito. Ma fondamentalmente è come cercare di farlo come si ci fosse un sondaggio globale.
Milanovic: Certamente, come si ci fosse un sondaggio globale che sarebbe rappresentativo per il mondo e oltre a questo rappresentativo per ciascun paese singolo.
Sai, attualmente sto mettendo assieme i dati per il 2023. E solo per dirti i problemi che uno incontra, giacché questi sono davvero problemi di raccolta dei dati, l’Africa ha oggi minori sondaggi di 10 anni fa. Quando dico minori, intendo minori sondaggi fatti negli ultimi due o tre anni.
Dunque, io assumo un punto di riferimento nel quale voglio effettivamente allineare tutti, il 2023, giacché in realtà io non volevo allineare le persone al momento del pieno del Covid, quando accade che si hanno sostanzialmente 12 paesi dell’Africa che rappresentano circa il 45% della popolazione africana e forse il 40% del PIL. Dunque chiaramente non è sufficiente. Ed io effettivamente non voglio neppure presentare questi dati perché l’Africa è molto importante ed anche la localizzazione dei paesi africani è cruciale. Dunque, se tu escludi qualcosa come il 60% dell’Africa, in pratica stai escludendo le persone che si trovano nelle ultime due o tre fasce decimali della distribuzione del reddito.
Krugman: è un po’ buffo che non lo si faccia quasi mai, ma ci sia una visione cosmopolita.
Milanovic: sì, certamente.
Krugman: se tu fossi un cittadino qualsiasi del mondo, dove ti collocheresti nella distribuzione? Questo l’ha mai fatto nessuno prima?
Milanovic: ebbene, in effetti dovrei dire che potrei essere stato il primo a farlo nel 1999 quando ero ancora alla Banca Mondiale perché la Banca Mondiale era un posto davvero buono, specialmente il dipartimento dove ero io, giacché io stavo raccogliendo i dati dei quali abbiamo appena parlato e facendo calcoli sulla povertà. Tecnicamente, spostarsi dai calcoli sulla povertà ai calcoli sull’ineguaglianza non è particolarmente difficile. Voglio dire che il complesso dei dati è più o meno lo stesso, ma le persone non avevano pensato in effetti di metterli assieme. Tuttavia, esistono un paio di studi che in sostanza ebbero un’idea simile. Allora c’erano molti meno paesi con un servizio di sondaggi e non ce n’era nessuno con i microdati, ma l’idea era presente.
Krugman: Va bene. Su tutto questo ho intenzione di tornare. Ma prima di ciò, come l’ineguaglianza divenne il tuo tema? Perché tu hai una storia più interessante della maggior parte di noi.
Milanovic: ebbene, non sono sicuro che la mia sia una storia interessante, ma l’ineguaglianza nel mio caso divenne un tema quando stavo studiando al mio corso di laurea. I miei ultimi due anni all’Università di Belgrado erano sulla statistica.
Krugman: per inciso, tu sei serbo.
Milanovic: io sono serbo. Dunque, mi stavo occupando di statistica. Ora, avevamo un bel po’ di distribuzioni statistiche, il normale chi-quadrato, la distribuzione dello studente, la t-distribuzione [1], altre cose, ma con nessuna applicazione a qualcosa. Dunque dovevamo fare tutti i calcoli, derivare i dati medi, la deviazione standard, l’asimmetria, la curtosi e via dicendo. Poi, dall’altra parte io avevo un interesse davvero forte sulle tematiche sociali, in parte a causa della mia lettura di Marx, dunque ecco da dove ciò proveniva.
E poi all’improvviso scoprii, me lo ricordo ancora, in un giornale francese che loro avevano la distribuzione francese, sia della ricchezza che del reddito. E allora lessi, c’era un ragazzo chiamato Jeannie, lui calcolava il coefficiente, tu potevi esprimerlo in decili e potevi derivarne qualcosa che è la curva di Lorentz [2]. E fu allora che fondamentalmente compresi, accidenti, che tutte queste distribuzioni che in qualche modo studiamo, non sappiamo cosa farci. Ma si può applicarle a qualcosa che ti interessa.
Krugman: bene, dunque ti veniva insegnata matematica senza contesto, senza applicazione, una cosa che io ho sempre trovato personalmente impossibile. Io proprio rimuovo completamente a meno che non ci sia qualcosa su cui applicare la matematica. Tu stavi cercando di fare la matematica, ma poi scopristi che c’era un’applicazione nel mondo reale.
Milanovic: devo dire che in qualche misura è proprio così, è impegnativo perché tu lo fai in modo astratto e devi essere intelligente per derivarne queste cose e via dicendo. E fondamentalmente impari a farlo, ma poi diventa frustrante perché non sai a cosa ti serva.
Krugman: chiaro, e quale fu la storia di quegli anni? Cominciasti in Serbia e come?
Milanovic: è una storia complicata. Io ero nato in effetti in Francia, poi avevo studiato anche in Belgio, poi studiai negli Stati Uniti, dunque fu tutta roba complicata. Ma fammi ricordare una cosa che è interessante per la gente che ci ascolta, perché essi non possono neppure immaginarsi come andavano le cose in quei giorni. Stiamo parlando di circa la metà degli anni ‘970. Ricordo ancora che c’erano dei grandi libri con delle righe, fondamentalmente dei quadrati. E poi all’interno di questi quadrati, dovevi estrarre quella che è chiamata la curva di Lorentz. È come roba curvilineare, dunque la calcoleresti semplicemente, con gli ultimi quadrati, cosa che al giorno d’oggi fai sul computer, ma a quei tempi il massimo progresso erano le calcolatrici. Dunque con la calcolatrice a mano, dovevo solo scrivere la formula intera, qualunque cosa i numeri davano. Cosicché sarebbe, Y è uguale a 0,25 più 0,11 quadrato su Y quadrato e così via. Dunque per me quello era davvero un gran progresso perché altrimenti non avrei proprio saputo come esattamente avrei potuto farlo.
Krugman: è un racconto per un’altra occasione, non molte persone lo sanno, ma io effettivamente scrissi il rapporto economico del Presidente del 1983 ed era fatto su una calcolatrice Hewlett-Packard. Non avevamo ancora i computer. Fu davvero un gran progresso. Dunque, tu arrivasti a questo studio dell’ineguaglianza e ci fu un momento nel quale avesti una rivelazione, del tipo: “Ma guarda, possiamo effettivamente osservare il mondo intero come osserviamo un paese singolo?”
Milanovic: la rivelazione avvenne fondamentalmente durante uno dei miei primi incarichi alla Banca Mondiale in un dipartimento di ricerca che si occupava delle economie di transizione. Dal momento che la mia dissertazione era sulla distribuzione del reddito in Yugoslavia, io avevo effettivamente molti contatti nell’Europa Orientale, conoscevo le persone e via dicendo. Dunque, allora stavo lavorando un bel po’ sulla distribuzione del reddito e la distribuzione dei sussidi nella Polonia. Quello è un tema interessante perché la Polonia aveva qualcosa come un 15% del PIL in sussidi, principalmente sugli alimenti, il carburante e cose del genere. Così tu aveva la distribuzione del reddito e fondamentalmente dovevi trovare chi erano i beneficiari dei sussidi. Dunque io feci quello e quella fu una parte del mio lavoro.
Ma poi io compresi, in un qualche momento attorno alla metà degli anni ‘990, che effettivamente si poteva fare la distribuzione del reddito per il mondo intero, come tu stavi dicendo, un punto di vista effettivamente cosmopolita. E poi naturalmente mi ci volle un po’ di tempo, forse 3 o 4 anni, per cominciare a mettere insieme tutto questo, per pensare a come farlo e così via, e per pubblicare lo studio.
In realtà, nello stesso tempo anche Francois Bourguignon e Christian Morrison pubblicarono uno studio sulla distribuzione globale del reddito. Effettivamente lo stavamo davvero facendo nello stesso tempo, ma il loro era più ambizioso perché essi risalivano al 1820 ed è ancora uno studio fondamentale. Esso è effettivamente un saggio determinante che osserva la distribuzione del reddito nel corso di 150 anni, ma ovviamente con molti meno dati e con molti più assunti, mentre i miei dati provenivano dall’Ufficio Postale. Ma come vedi, l’idea era evidentememnte presente.
Krugman: proprio così, in effetti questo è buffo giacché il mio primo importante saggio era su un oggetto del tutto diverso, ma tre persone stavano lavorando sullo stesso studio contemporaneamente. Solo che io scrissi un po’ più velocemente degli altri e ottenni così il merito.
Dunque, tu hai questa esperienza. Forse ti dà un sacco di fastidio, ma tu sei soprattutto famoso per la “curva dell’elefante”. Vuoi parlarci di questo? Perché penso sia una storia interessante.
Milanovic: davvero, la curva dell’elefante divenne ovviamente molto famosa. Di recente sono stato in Italia per fare una presentazione e poiché c’era un pubblico generico gli organizzatori hanno detto: “Va bene, loro ti conoscono per la curva dell’elefante. Dunque tu dovrai presentare la curva dell’elefante”; ed io mi sono sentito, come dire, un po’ sorpreso. E, senza certo volermi paragonare a loro, mi sono sentito un po’ come i Rolling Stones ai quali venga chiesto di eseguire “Satisfaction” o “Paint it black”, quasi 50 anni dopo. Sai, le persone vogliono che tu esegua quella canzone. In ogni modo, ho cantato la mia canzone.
Dunque, il primo anni che pubblicai su questo tema fu il 1988, poi il 1993. Poi il 1998. E poi penso che probabilmente attorno al ’97, ’98 cominciai a pensare che avrei proprio dovuto metterli assieme. Sembra semplice, ma ogni lavoro sui dati è complicato. Si avevano le ri-dominazioni valutarie. Per l’Europa Orientale si avevano i dati PPP.
Krugman: per chi ci segue, PPP è la parità nel potere di acquisto, che comporta correggere i livelli dei prezzi tra i paesi.
Milanovic: era davvero difficile. Un dollaro adesso vale 1,08 euro, ma, come sai, non acquista in realtà lo stesso valore, dunque devi correggere cose diverse. Con esso acquisti circa il 30% in più di quanto acquisti a New York. Dunque, per i redditi spagnoli, devi correggerlo.
Di fatto, tu accresci i loro redditi perché essi possono acquistare di più. In ogni caso, ricordo abbastanza bene la prima volta quando la ricavai, e la curva venne fuori come un elefante, sebbene la curva originale non fosse fatta in dollari PPP per le ragioni che ho ricordato, ma in realtà in dollari al tasso di cambio di mercato.
E poi venne esattamente come effettivamente apparve più tardi. E quello che tutti immediatamente compresero, è davvero l’intuizione che abbiamo condiviso tutti, fu che la globalizzazione aveva funzionato benissimo per i paesi dell’Asia. La globalizzazione era andata bene per l’1% dei più ricchi e non era andata bene per le persone che stavano in mezzo, e che costituivano la parte più bassa della distribuzione del reddito occidentale.
Krugman: io lo direi in un altro modo, a rischio di spiegare a te il lavoro tuo. Questa dunque è la curva che mostra guadagni percentuali nel reddito sulla interezza della popolazione globale.
E se noi viviamo negli Stati Uniti, allora pensiamo che il periodo dagli anni ‘980 sino, in sostanza, fondamentalmente ad oggi, come il migliore. Si sale molto in alto e c’è Elon Musk, e poi ci sono i lavoratori comuni. Dunque più in alto si sale e maggiori sono i guadagni, ma se si osserva il mondo nel suo complesso c’è una seconda gobba che è una sorta di classe media dei paesi in via di sviluppo, che anch’essa ha avuto grandi guadagni. In realtà io non ho mai visto bene l’elefante, ma comunque in qualche modo la cosa sembra così, dove immagino che questo sia il corpo e lì ci sia il corpo.
Milanovic: voglio dire, per descriverlo a persone che non l’hanno visto, quello che esso mostra è che nel mezzo della distribuzione globale del reddito, diciamo circa al 50° percentile, ci sono stati guadagni di reddito davvero significativi. Come hai detto, i guadagni di reddito reali sono mostrati sull’asse verticale. E poi dalla vetta si scende perché i vantaggi percentuali reali per le classi medie nei paesi occidentali sono stati molto più piccoli dei guadagni percentuali in Cina. E poi si risale di nuovo con ampi guadagni per l’1% dei più ricchi. Dunque sono realmente tre punti dove non c’è stata una funzione monotona. Effettivamente è una funzione che sale e scende, e poi risale. E quello ovviamente ha attirato l’attenzione. E proprio nell’attimo in cui l’ho visto per la prima volta sul computer, l’ho riconosciuto come qualcosa che meritava di esser studiato perché coincide realmente con la nostra intuizione.
Krugman: beh, con l’intuizione di qualcuno. Dunque, l’ineguaglianza è in crescita. Certamente in America. Quello è quanto dicevamo al momento, perché in realtà non crediamo che esista il resto del mondo. Ma anche per un discreto numero di persone. E la domanda è, l’ineguaglianza globale sta crescendo o calando? E la tua risposta è stata positiva.
Milanovic: ebbene, la mia risposta è stata che essa sta calando. Ma è vero che, ad esempio, nel primo saggio, dal 1988 al 1993, c’era stato un aumento nell’ineguaglianza globale. E da allora, essa è scesa. Ma sai, è difficile. Tu hai ragione. In realtà, il 99 per cento delle persone ragiona dell’ineguaglianza del loro singolo paese e l’ineguaglianza di questi paesi singoli è salita.
Ma nello stesso tempo, quello che accadeva era che i tassi di crescita erano diversi tra paesi differenti, i paesi poveri ed i grandi paesi. Quella è la parte importante. Quando l’India e la Cina crescono rapidamente ed essi originariamente erano paesi poveri, quello ovviamente diminuisce l’ineguaglianza globale. Dunque, la logica è quella.
E voglio dire, talvolta è un po’ strano quando le persone vanno ai corsi estivi sull’ineguaglianza. Vengono perché sono preoccupati dall’ineguaglianza e vorrebbero fermare la crescita dell’ineguaglianza, e tu dici loro: “Badate ragazzi, al livello globale abbiamo avuto circa 30 anni di declino dell’ineguaglianza”, e loro agli inizi ti danno un’occhiata incredula, ma tu sai che dopo 10 o 15 minuti che spieghi la storia capiscono la logica. Voglio dire che da un punto di vista globale, in qualche modo è divertente.
Krugman: probabilmente abbiamo cominciato ad osservare questo negli anni ‘980. Dunque, nei passati 35, 40 anni abbiamo avuto un’epoca gloriosa di livellamento nella quale molte persone disperatamente povere hanno cessato di essere disperatamente povere. Ma se noi siamo seduti qua sulla Fifth Avenue, noi osserviamo un mondo nel quale poche persone stanno diventando schifosamente ricche e molte persone restano indietro. Solo per dare una prospettiva.
Milanovic: quello è il punto. Ovvero, come sia effettivamente difficile. In altre parole, potresti startene seduto a New York e dire: “E’ così, l’ineguaglianza a New York sta esplodendo”. Forse potevi anche dirlo negli anni ‘950, quando l’ineguaglianza negli Stati Uniti calava. Quindi, ripeto, quale è in un certo senso la tua unità di analisi?
Krugman: Proprio così. Io penso tu sia un globalista. Penso che tu saresti in grande difficoltà sotto l’attuale amministrazione negli Stati Uniti.
Milanovic: ebbene, io sono un globalista, ma sai, la parte interessante sulle faccende globali è che osservare una qualche questione nella prospettiva globale comporta osservarla a tre dimensioni, mentre quando tu guardi un paese singolo, lo osservi a due dimensioni. Quello che dovresti fare è dire la cosa seguente. E a me piace porre questa domanda. Io chiedo a tutti: “Chi è contro l’eguaglianza delle opportunità?” Il che comporta che chi è a favore che ragazzi magari ricchi succedano ai loro genitori e restino ricchi e tutti i ragazzi poveri restino poveri, e nessuno dice di essere a favore di ciò. Sai, è come la maternità e la torta di mele. No, dicono tutti di essere contrari. Ma allora tu apri il vaso di Pandora dicendo: “Va bene, come questo funziona al livello globale?”
Perché il guidatore di un camion in Zambia dovrebbe avere un reddito che è un decimo o forse un ventesimo del guidatore di un camion o di un autobus negli Stati Uniti? È lo stesso lavoro, lo stesso sforzo, la stessa intelligenza, forse la stessa istruzione. E poi dici, chiaramente non sono eguali. E allora ovviamente devi cominciare a pensare se sei contro l’eguaglianza globale delle opportunità, se esso è un concetto che non può essere messo in pratica perché ci sono altre ragioni, come quella che non siamo cittadini del mondo, siamo cittadini di un determinato paese. O forse dovresti cominciare effettivamente a rivedere le tue convinzioni. Dunque, in quel senso tu apri davvero la tua mente a temi sui quali non avevi riflettuto.
Krugman: già, per le persone che sono di centro sinistra, tu potresti essere un po’ troppo a sinistra.
Milanovic: su alcuni temi sono un po’ troppo a destra, dunque come capisci è difficile.
Krugman: ma se sei di centro sinistra e conseguentemente non sei moralmente disturbato da tutto questo, poi in te c’è qualcosa di sbagliato perché non puoi effettivamente avere le frontiere aperte in modo che il guidatore del camion dello Zambia possa proprio venire qua. E tuttavia c’è qualcosa di profondamente ingiusto in tutta la faccenda.
Milanovic: ma sai, Paul, quando io feci questi saggi sull’ineguaglianza globale, le prime persone che si interessarono e con le quali effettivamente spesi un po’ di tempo, e dalle quali imparai molto, furono i filosofi della politica. È una cosa davvero interessante che gli economisti fossero assolutamente non interessati al tema, forse perché per gli economisti il “paese” è ancora una unità cruciale dell’analisi e vogliono avere un governo da poter influenzare. Voglio dire, chi possono influenzare a livello globale? A chi importa, insomma?
Ora, i filosofi della politica mi ponevano quella domanda ed erano preoccupati su essa, ma non avevano assolutamente alcuna idea. L’ineguaglianza globale è alta, è bassa? Come la si misura?
Qual è il dato? E la loro principale preoccupazione, in modo interessante, era l’ineguaglianza nella dotazione di risorse fisiche. Dunque sostenevano che è ingiusto che i sauditi abbiano tutto questo petrolio. Come si dovrebbe dunque correggere ciò? Quella gente non dovrebbe avere alcun tipo di vantaggio semplicemente perché vive in paesi che hanno abbondanti risorse. Senza pensare che molti paesi, in realtà, sono ricchi senza avere le risorse. Dunque la domanda in realtà non è se tu hai il petrolio che puoi sfruttare. Questa è parte della domanda, ma non è la domanda intera.
Dunque, queste persone erano abbastanza interessate e in effetti io conoscevo dapprima Rawls e un po’ di Brett ma …
Krugman: sì, le persone potrebbero non sapere … John Rawls, grande filosofo della politica, disse che, approssimativamente, una società giusta è un società che tu sceglieresti se non sapessi dove sei destinato a stare. “Dietro il velo dell’ignoranza”. Ma allora la domanda è, quanto è profondo quel velo? Si tratta di non sapere quale americano sarai o di non sapere quale persona al mondo sarai?
Milanovic: e poi fu nel 1999 che lui pubblicò il libro. Come ho detto, ero abbastanza influenzato dalle persone che cominciavo a incontrare, ma il libro era La legge dei popoli. E quello è un libro molto breve. Teoria della Giustizia che tu hai ricordato fu il suo grande libro che effettivamente sviluppa l’idea del velo dell’ignoranza e questo cosiddetto “principio della differenza” e molte altre cose. L’altro libro fu effettivamente una sorta di applicazione non di quell’idea, ma del pensiero generale sul mondo e quel libro inoltre è breve. In realtà suggerirei alle persone di leggerlo. È forse di 150 pagine, e si oppone a molte delle cose che si applicherebbero all’interno degli stati-nazione ma non si applicherebbero globalmente. Ma lui sosteneva che esse non si sarebbero dovute applicare per il mondo. Ad esempio, lui era contro l’emigrazione guidata da ragioni economiche.
Krugman: questo è interessante. Non lo sapevo.
Milanovic: sì, era contrario. E in realtà, nel mio attuale libro, lo critico.
Era contrario perché pensava che ogni società ha il diritto di decidere chi vuole accettare. E in secondo luogo, è un aspetto interessante: egli credeva che una volta che hai una società liberale democratica, la differenza nel reddito tra il tuo paese e un altro paese, e tra te come persona singola e un’altra persona, in realtà non è importante. Dunque, in altre parole, per dirla semplicemente, la sua tesi è che un indiano non dovrebbe venire negli Stati Uniti. Hanno una governance democratica in India, sono una società liberale. Non c’è ragione perché debbano venir qua per un reddito più alto.
Dunque, qua c’erano due argomenti. Un punto io credo fosse che egli sottovalutava l’importanza del reddito, il che per gli economisti è davvero una sorta di anatema perché noi crediamo che il reddito sia fondamentale. Ma per lui, la ricchezza e il reddito, soèra un certo livello, non erano cose che contavano.
Krugman: Dio mio. Sono molto interessato a questa discussione, ma forse in un’altra occasione. Ma una delle cose che apprendo da te, e che penso che in qualche modo conoscevo, è che da un punto di vista globalista la cosa più importante che determina il tuo reddito è dove ti sia stato dato di nascere.
Milanovic: assolutamente, assolutamente. E fondamentalmente quando tu metti in fila le persone, onestamente sei soltanto una variabile nella regressione. Se guardi proprio al paese dove le persone vivono, per il 97% delle persone nel mondo, quello è il paese dove sono nate. Così fondamentalmente spieghi il 60% delle differenze di reddito. Dunque, essa è una variabile estrememente potente. E per il resto, in realtà, c’è stato del lavoro che ho iniziato e altre persone hanno lavorato di più su quello. Basandoti sulla tua attuale posizione nella distribuzione del reddito nel tuo paese e usando i dati sulla mobilità sociale, puoi anche stimare dove potresti essere stato, dove potrebbero essere stati i tuoi genitori. Dunque, se assumi queste due variabili – il paese dove stai vivendo e la posizione stimata dei tuoi genitori – fondamentalmente hai un R-quadrato pari a 0,9 [3].
Krugman: Chiaro. Una percentuale fondamentalmente dall’80 al 90% delle differenze di reddito sono spiegate dal paese di origine e dalla posizione dei tuoi genitori in quel paese. Bene, così in sostanza non c’è quasi alcun uomo che si è fatto da solo nel mondo. Ad una prima approssimazione, per cominciare siamo tutti proprio fortunati con il nostro paese e con i nostri genitori.
Milanovic: di sicuro, penso che la prima approssimazione sia tale quando la collochi dentro il mondo. Ora, quando la collochi all’interno del livello degli Stati Uniti, allora ovviamente hai una differenza.
Voglio dire, se sei nato nel Wisconsin, potrebbe non esserci molta differenza con la California perché hai il libero movimento del lavoro. E poi ovviamente c’è una maggiore mobilità, la mobilità sociale negli Stati Uniti rispetto ai tuoi genitori, confrontata con la mobilità all’interno del mondo. Anche se sei nato da un genitore tanzaniano ricco, ciò non ti garantisce che sarai ricco al livello globale, perché la Tanzania è molto povera.
Krugman: io ho trovato la curva dell’elefante proprio totalmente come un’apertura della mente, sebbene sia una di quelle cose nelle quali, dopo che le hai viste, sembrano evidenti, sennonché non ci avevi mai pensato prima.
Milanovic: certamente. E non l’hai mai vista in numeri. Il grande vantaggio dei numeri è che hai un intuizione. Ed io penso che i numeri più potenti siano quelli che in effetti rafforzano l’intuizione oppure rovesciano completamente quella intuizione.
Ma deve essere una cosa o l’altra. Se ricade nel mezzo, in realtà, non penso che funzioni.
Krugman: non sono sicuro cosa abbia rappresentato per me. In qualche modo, prima non avevo mai pensato alle cose in quella forma, se non adesso tutto a un tratto, ovviamente. Vorrei tornare alla curva dell’elefante tra un attimo, ma tu hai scoperto questa relazione davvero dal 1988 al 2008. Questo dunque è il periodo della iperglobalizzazione, della containerizzazione, tutto esplode. Ma dopo quello in effetti non continua, giusto?
Milanovic: No, dopo quello non continua. Questo è in effetti molto interessante. Come ho detto, mi viene ancora chiesto di parlare sulla curva dell’elefante, ma essa non continua.
In effetti, nei dieci anni successivi, che io distinguo in due periodi di cinque anni, cosa accade tra i più ricchi?
Abbiamo avuto questa crescita quasi esponenziale, la grande proboscide nella quale queste persone fanno soldi, l’1% globale dei più ricchi. La crisi finanziaria fa una differenza. Ed essi non si sono ripresi sino al 2013. E poi ovviamente si sono ripresi. Ma se tu guardi al 2018 rispetto al 2008, nel corso dei dieci anni, il tasso di crescita non è tornato al punto in cui era in precedenza.
Krugman: Dunque, di fatto, l’1% globale non si è distaccato dal resto nel modo in cui aveva fatto in precedenza?
Milanovic: no, certamente non nel modo in cui aveva fatto prima. Non penso ci sia alcun dubbio. Come tutti, anche Piketty e la sua squadra hanno dati un po’ diversi, ma anche loro non trovano che si stia distaccando. Ora, questo non esclude persone come Musk e Bezos e via dicendo. Quella è una storia diversa. Noi non abbiamo loro nei sondaggi ed onestamente io penso che sia per davvero un’area diversa dell’economia dell’ineguaglianza, quando tu davvero vuoi concentrarti sui 15 individui ricchi che sono estremamente ricchi. È una storia diversa. Dunque, potrebbe darsi che Musk sia andato in vantaggio sugli altri, ma poi non si dovrebbe dimenticare che quello è un personaggio che in un anno accresce la sua ricchezza di 200 miliardi, oppure, che ne so, di 100 miliardi. E poi la volta successiva perde 40 miliardi. Dunque, questi numeri sono così grandi che effettivamente non hanno senso.
Krugman: Sì … io stavo per scrivere su cosa è venuto accadendo allo 0,01% ed ho compreso che, almeno per il momento, non lo so.
Milanovic: sai, io ho i dati e posso ritagliarli anche sino allo 0,1% ma onestamente, il numero di persone è così piccolo e questi non sono individui dall’indice di Forbes. Sono persone, come sai, i cui dati li ottiene negli Stati Uniti o in Gran Bretagna o in Cina e sono in realtà persone benestanti come noi, ma non sono Elon Musk.
Krugman: proprio, la mia frase preferita dal vecchio film Wall Street era “uno che lavoro dura a Wall Street per 400.000 dollari all’anno”. Ora è più di questo, ma …
In realtà io voglio passare ad altre cose. Tu consideri questo come un fenomeno della globalizzazione, che la curva dell’elefante era in un certo senso guidata da …
Milanovic: io lo considero come globale. Su ciò ci sono disaccordi e tu potresti essere dall’altra parte, ma io davvero lo considero come un fenomeno guidato da questa iper globalizzazione. In realtà, siamo anche fortunati. Quando elaboravamo i dati, il 1988 era davvero un anno prima della caduta del Muro di Berlino. In effetti il 2008 è l’anno della crisi finanziaria. Dunque non avevamo progettato di fare questo. È solo successo che avevamo questo periodo di 20 anni. E in effetti, quel periodo di 20 anni, penso che tutti lo trovino diverso da un altro periodo di 10 anni, perché sono successe molte cose. C’è stata la crisi finanziaria, poi c’è stato il Covid, poi la situazione economica nel mondo con le relazioni Stati Uniti–Cina e la guerra in Ucraina. Nei successivi dieci anni le cose sono cambiate.
Krugman: proprio così, è un legge ferrea quella che dice che dovunque appare un libro best-seller su un fenomeno economico, questo significa che il fenomeno è passato.
Milanovic: è passato, sì.
Krugman: dunque “Il mondo è piatto”. La fine della iper globalizzazione è quella. Proprio come “Rising Sun” significava la fine dell’ascesa del Giappone.
Milanovic: è così.
Krugman: va bene, dunque … io penso che molta della narrazione che abbiamo è ancora basata sulla tua curva dell’elefante. Ognuno ha questa idea del “mezzo che sta ancora crescendo”, giusto?
Milanovic: il mezzo sta ancora crescendo. Vale per la Cina e l’Indonesia, nonostante il Covid. La Cina ha proseguito la sua crescita nonostante il Covid. L’India ha avuto un anno proprio cattivo nel 2020, ma poi si è ripresa quasi istantaneamente. Dunque la storia sta continuando.
Ed io voglio dire qualcosa sulla interpretazione politica del diagramma dell’elefante. Dunque, la ragione per la quale esso è divenuto così famoso o ben noto è la sua interpretazione politica, il che è evidente. Se sei scontento per la posizione delle classi medie dell’Occidente, hai due possibilità. Una, chiamiamola la opzione di Bernie Sanders, tassi i ricchi e migliori la situazione della classe media. La secondo è l’opzione di Trump. Fondamentalmente dici: “Bene, daremo un giro di vite alla Cina perché l’intera globalizzazione sta giocando a loro favore, dunque faremo qualcosa”. Eppure io penso che quella interpretazione sia ancora probabilmente precisa.
Non sto cercando fondamentalmente di sostenere il mio stesso diagramma, ma gli effetti politici di certi fenomeni economici non avvengono immediatamente. Ed io penso che ci voglia un po’ di tempo perché tutta questa roba venga politicamente riflettuta. E nel 2016, proprio prima delle elezioni, la prima elezione che Trump vinse, tu molto gentilmente accettasti di parlare ad un evento sul mio libro. E stavamo andando là e non so come parlavamo della curva dell’elefante. Ed io dissi: “ebbene, questa è la curva che se Trump potesse vederla, ne farebbe effettivamente un suo argomento”.
E tu mi dicesti: “Beh, loro non leggono mai niente. Dunque non la vedrebbe nessuno”.
Krugman: sì. Quello resta vero. Una gran quantità di cose cambiano nel mondo, ma quello resta vero. Ma c’è anche il fondo dell’elefante, giusto?
Milanovic: sì.
Krugman: c’è ancora una parte del mondo “lasciata indietro”.
Milanovic: giusto. Ma, come sai, anche la parte più in basso è molto interessante. In effetti, la parte in basso ha avuto una crescita ragionevole. Come sai, attualmente c’è una riduzione nella povertà globale. Su quello non ci sono dubbi. Ma c’è stato anche un altro bizzarro fenomeno che è abbastanza difficile da interpretare e quando lo vidi la prima volta mi ci vollero un paio di giorni di analisi di tutti i dati per immaginare cosa fosse successo. Si trattava del periodo più recente, gli ultimi dieci anni. La Cina ha eliminato il dominio assoluto della povertà, il che ha comportato che il popolo cinese che era nei due decili più poveri, il 20% del mondo, quelli davvero poveri, queste persone sono sfuggite dalla parte più bassa.
Dunque quello che accadde fu che altre persone che originariamente erano più in alto degli ultimi due decili più poveri ricaddero in essi, principalmente il Bangladesh, l’India, alcuni paesi africani e altri ancora. Dunque, paradossalmente, quando tu osservi ciò senza notare chi c’era, dici una cosa come, accidenti, c’è stato un miglioramento tra i più poveri. Questo è vero, c’è stato un miglioramento perché le persone che sono arrivate dall’India, che sono cadute tra i più poveri, all’origine stavano meglio. Ma per loro non c’è stato un gran miglioramento.
Ma quando fissi una immagine, dal momento che tutti i cinesi sono fondamentalmente usciti da quel gruppo, constati in effetti un significativo miglioramento. Questo non è un miglioramento fittizio. Sto proprio dicendo che la composizione della parte più bassa è cambiata. Ed è ciò che effettivamente lo rende anche difficile perché adesso con la crescita della Cina, ed è quello che probabilmente mi sto accingendo a fare con i nuovi dati, i più ricchi decili urbani cinesi si sono realmente spostati sulla posizione delle classi medie occidentali. Dunque quello che osserviamo adesso, circa l’80° percentile del mondo, non è più a quel punto. Non è la parte più bassa della distribuzione del reddito occidentale, è in effetti la parte più alta della distribuzione cinese. Dunque l’interpretazione della curva diviene più complicata.
In ogni modo, si dovrebbero allora fissare i percentili dei paesi alle loro posizioni di dieci anni orsono e osservare come sono cresciuti. L’interpretazione diventa complicata.
Krugman: il mondo appare un bel po’ differente se ci pensi in termini di persone invece che di paesi, che sono cose abbastanza diverse.
Milanovic: certamente.
Krugman: va bene, vorrei andare avanti. Ti ho nuovamente fatto suonare “Satisfaction”. Ma tu hai questo nuovo libro, Visioni dell’ineguaglianza, che io ho riletto nei giorni passati e che sono in buona parte ritratti di economisti nel corso di due secoli passati. Non possiamo attraversarli tutti, e, mi dispiace dirlo, la maggior parte dei nostri lettori ed ascoltatori non hanno neppure sentito parlare di tutte queste persone, ma c’è molto dibattito su Adam Smith. E si scopre che l’Adam Smith della realtà non è affatto l’Adam Smith che le destre attuali ammirano.
Milanovic: no, niente affatto. In effetti, io penso che i capitoli su Smith e su Marx siano quelli più interessanti. Solo per spiegare, questo è un libro su come l’ineguaglianza o la distribuzione del reddito era considerata dagli autori canonici. Ne considero sei, come hai detto. Si parte con François Quesnay, che era un autore francese che scriveva prima della Rivoluzione Francese. E in qualche misura, è lui il fondatore dell’economia politica. Lui e Smith. Dunque, dopo François Quesnay, Adam Smith, David Ricardo, Karl Marx, Vilfredo Pareto. Di questi tempi sentiamo molto discutere di Pareto a causa delle regole di Pareto e tutto il resto.
Krugman: per inciso, dicendo ‘noi’ intendiamo te e me, non il 95% delle persone che ci ascoltano.
Milanovic: e poi Simon Kuznets, economista americano che è abbastanza famoso sia in materia di contabilità nazionale che di distribuzione del reddito. Dunque, sei personaggi. Ora, il capitolo su Smith io penso sia un capitolo importante e interessante. Lessi La ricchezza delle nazioni, forse, una ventina di anni fa. Poi l’ho riletto e in seguito ho letto la Teoria dei sentimenti morali, che è il primo lavoro di Smith. Quello a cui tu ti riferisci è che l’interpretazione di Smith che abbiamo adesso, fondamentalmente a cura della scuola di Chicago, è in realtà un utilizzo selettivo di citazioni.
Smith era critico verso ogni organizzazione, ma era particolarmente critico dei dei datori di lavoro o padroni e soprattutto critico del modo in cui i padroni e gli occupati erano diventati ricchi e della collusione che essi in generale avevano avuto allo scopo, come egli dice, di lavorare contro l’interesse pubblico. E queste sono le citazioni che non troverai mai. Troverai citazioni soltanto quando egli critica i governi, e ovviamente lo fa, e molto, ma non troverai frequentemente citazioni, riferimenti e lunghi passaggi nei quali egli è super critico nei confronti dei capitalisti.
Krugman: vero, voglio dire che ci sono anche altre cose che non ti attirano, ma egli è anche un sostenitore entusiasta della regolamentazione delle banche, perché aveva visto una delle prime grandi crisi bancarie della storia in Scozia.
Milanovic: e quando io insegno sulla povertà, io chiedo cosa sia la povertà. E c’è una grande domanda. È assoluta? È relativa? Smith è decisamente dell’opinione che “la povertà è una costruzione sociale”.
Krugman: certamente. C’è un grande passaggio su cosa occorra per non essere poveri in Inghilterra. Devi almeno possedere una buona camicia di lino.
Milanovic: camicia di lino, sì. Ma sai, c’è stato un grande libro di Gloria Liu, intitolato L’America di Adam Smith. Ed ella riconsidera la percezione di Adam Smith dai Padri Fondatori sino alla prima ed alla seconda scuola di Chicago. E naturalmente, tutti utilizzavano da Smith quello che a quel tempo gli era necessario e che era divenuta la dottrina prevalente dell’epoca. Ma quando tu cerchi di leggere, ad esempio, nel modo io dico in cui tu dovresti, senza pregiudizi e senza ogni sorta di idea preconcetta, le sue critiche della Compagnia delle Indie Orientali, è abbastanza noto che era estremamente critico, ma non è altrettanto noto che era critico di tuttti gli Stati mercantili, compresi Venezia, Pisa e Genova. Super critico. Ed era crtico nei confronti di tutti gli Stati governati dall’interesse del denaro e fondamentalmente plutocratici e capitalistici. E lo era dappertutto ne La ricchezza delle nazioni.
Ed io intenzionalmente misi sei o sette citazioni come queste, una dopo l’altra in due pagine. Il mio editore mi disse: “Non puoi interromperle?” Io dissi; “No. È come il fuoco di una mitragliatrice.”
Quando leggi queste sette citazioni, proprio non credi che sia Adam Smith che sta parlando.
Krugman: eppure, egli avrebbe odiato l’America del 2025.
Milanovic: sarebbe stato molto, molto negativo. E sai, è interessante.
Perché per la maggior parte io osservo la distribuzione del reddito. Dunque, lui dice, nel corso della storia con lo sviluppo delle società commerciali i salari cresceranno, perché lo sappiamo dalla storia, come un paese diventa più ricco, una parte del reddito viene condivisa, come dice lui, dai “vecchi cani che ci vestono e ci nutrono”. Dunque, i salari saliranno. Egli dice che anche le rendite saliranno perché la domanda per i prodotti della terra crescerà semplicemente perché ci sono più persone, e così anche le attività estrattive ed anche abbiamo bisogno di più vestiti e via dicendo.
Lui dice che la terza fonte del reddito è l’interesse, o i profitti, che non cresceranno. Credeva che essi sarebbero calati a causa della maggiore abbondanza di quelli che chiamava “titoli”, intendendo capitale. È da quell’argomento che lui deriva la sua concezione su quali gruppi sociali non dovrebbero governare la società. E lui sostiene che questi debbono essere i capitalisti, giacché sono l’unico gruppo sociale il cui interesse è opposto all’interesse della società.
Krugman: perché pensa che i capitalisti fondamentalmente non vogliano la crescita economica.
Milanovic: non vogliono la crescita economica. Dunque, egli è molto diverso da Ricardo, completamente diverso. Potremmo passare successivamente a Ricardo, ma lui davvero crede che la crescita economica comporti la riduzione dei profitti per i capitalisti. E usa come esempio un buon paese, il paese migliore era l’Olanda. L’Olanda, dice, ha salari elevati. A quei tempi, effettivamente, aveva i salari più alti. E aveva un tasso di profitto molto alto perché c’era abbondanza di titoli.
Inoltre, egli ha un punto di vista etico interessante. Egli dice: “uno non dovrebbe avere sufficiente quantità di capitale per vivere senza lavoro”. Non c’erano molti argomenti etici ne La ricchezza delle nazioni ma quello era molto interessante e …
Krugman: amo quella citazione. Stiamo prendendo molto tempo dunque diciamo proprio una parola su Ricardo, anzitutto perché l’economia americana del ventesimo secolo deve molto di più a Ricardo che a Smith. Ricardo usa questi modelli stilizzati, estremamente aridi, incolori, con quasi nessun essere umano. In altre parole, esattamente il genere di cose che fanno le persone come me. Ma una cosa che davvero mi sconcerta e che tu metti davvero in evidenza è che Ricardo guarda alla distribuzione del reddito, all’ineguaglianza.
Milanovic: Ricardo si occupa interamente delle diverse classi. Ad eccezione di una cosa per la quale tutti lo citano che è il vantaggio comparativo nel commercio. Ed ha le sue preferenze. In effetti egli amava i capitalisti e odiava i proprietari terrieri. Dunque questo è interessante, che l’economia classica riguardasse molto chi ottiene cosa. E non solo chi si appropriasse di cosa ma, in effetti, l’analisi di classe in Ricardo. Io ovviamente ero interessato alla distribuzione del reddito, e la struttura di classe di Ricardo è da alcuni punti di vista persino più netta che sotto Marx. Perché Marx, quando comincia a studiare le effettive società, comprende che non ci sono solo due o tre classi. Ce ne sono molte di più, perché hai i piccoli proprietari di terra. Quelli dove li metti? Hai il sottoproletariato. Essi non sono lavoratori. Dunque hai un problema.
Veniamo a Ricardo, come hai detto. Io penso che Ricardo dia due principali contributi. Uno è metodologico, e quello è il contributo dell’analisi astratta, che è essenzialmente matematica scritta in parole, giacché Ricardo è matematica. Semplicemente essa veniva scritta con le parole, ma è interamente matematica ed è interamente un modello e astratta. Ma quell’approccio astratto lo porta analogamente a creare le classi ed a sostenere che le classi sono centrali nella determinazione della distribuzione e conseguentemente nella determinazione dei tassi di crescita, perché solo i capitalisti sono gli agenti attivi.
Dunque i profitti sono importanti perché, per assunto, praticamente tutti i profitti vengono reinvestiti.
E senza elevati proditti, non hai crescita. Dunque, essa è quella analisi di classe e, come sai, io ho criticato la svolta neoclassica negli anni ‘970, ‘980 e ‘990 perché l’analisi di classe proprio scomparve.
Krugman: ebbene, voglio arrivare a quel punto. Facciamo un salto in avanti di 140 anni sino al periodo post-bellico anglosassone, in buona parte l’economia americana, dove la distribuzione del reddito praticamente scompare dal dibattito. Avevo un certo desiderio che il tuo libro si riferisse a un po’ di persone in più di quel periodo, perché non furono solo le persone di destra che dicevano che fosse marxista persino occuparsi della distribuzione del reddito; ma John Kenneth Galbraith che ne La società opulenta dice, fondamentalmente, “noi tutti abbiamo abbastanza”. Quello non è più un problema. Forse ci sono alcune “sacche di povertà”. Quella è la frase. Ma come ritieni che questo avvenne?
Come diventammo così ciechi rispetto a questo?
Milanovic: sai, ho varie spiegazioni. Prima di tutto, l’analisi basata sulle classi era interamente presente negli autori del 19° secolo. Le tre classi erano definite in tal modo, ovviamente, da Smith. Poi continuò Ricardo. Con Marx stiamo ancora essenzialmente parlando i tre classi, ma nel suo caso egli comincia a credere ed a sostenere che i proprietari terrieri sono fondamentalmente capitalisti che possiedono la terra. Dunque diviene in un certo senso persino più ristretta, fondamentalmente come due classi.
Poi abbiamo Pareto, ed io non entrerò in tutti i dettagli, ma effettivamente Pareto comincia per la prima volta a lavorare sulla distribuzione individuale del reddito. Egli non guarda più alle classi. È anti marxista, dunque quello opera a suo favore. Ma lui crede che ci sia un élite e poi tutti gli altri.
Poi si arriva a Kuznets, l’economista americano di origini russe che venne qua durante un periodo importante. E nel capitolo su Kuznets era davvero mia intenzione mettere ciò in evidenza. Gli Stati Uniti erano al picco del loro potere economico producendo il 40% del PIL globale. Nello stesso tempo, l’ineguaglianza statunitense scendeva. Penso che sia stato William Burns a dire: “Abbiamo fatto due terzi del cammino per completare l’eguaglianza”. Dunque Kuznets sta lavorando nelle condizioni di un vasta ricchezza e di una riduzione dell’ineguaglianza. Ed ha in generale una visione luminosa del mondo. Penso che in seguito molti economisti si ispirarono a quel quadro solare del mondo.
In cima a questo, io penso, ci sia stato un elemento politico. L’elemento politico derivava dalla competizione con i paesi comunisti. I paesi comunisti dicevano: “Ufficialmente, non c’è nessun capitalista. Non c’è alcuna proprietà privata di asset, non ci sono più classi, noi abbiamo abolito le classi. Tutti adesso sono lavoratori per lo stato. Fine della struttura di classe”.
E gli americani supponevano che l’alta mobilità avrebbe analogamente permesso loro di dire: “Anche noi le abbiamo abolite. Non abbiamo classi sociali, stiamo davvero andando bene, tutti possono diventare ricchi. Fondamentalmente la classe sociale non è importante se uno possiede il capitale e un altro possiede il lavoro. Non conta. Io potrei effettivamente diventare più ricco di te, tu potresti perdere soldi ed io diventare ricco.”
E poi finalmente, la svolta nell’economia verso, fondamentalmente, l’equilibrio generale e l’approccio secondo il quale il tipo di asset che tu hai, il capitale contro il lavoro, è in un certo senso irrilevante perché le dotazioni che hai sono una cosa generica. Io potrei avere competenze, tu potresti avere il capitale o al contrario, ma quello è ciò che realmente conta. E ci sono i prezzi che sono determinati dal modello dell’equilibrio generale.
Krugman: “Equilibrio” che è gergo davvero economico, ma fondamentalmente, offerta e domanda.
Milanovic: sì, offerta e domanda. Tulle le cose che lavorano assieme.
Krugman: proprio, l’America degli anni ‘960, come sai, non era realmente eguale, ma nel modo di ragionare degli economisti lo era, e lo era certamente di più di quanto non sia oggi. E pensavamo che quella fosse la naturale condizione finale del capitalismo, che fosse lì dove si andava a finire, e ci sbagliavamo di grosso.
Milanovic: dunque, io penso che effettivamente tutti questi elementi abbiano reso lo studio della distribuzione del reddito, in un certo senso, potrei dire periferico. Voglio dire, questi sono i fatti. Vai, ad esempio, ai libri di testo. Io utilizzo l’esempio di quello di Samuelson perché era il più famoso. Tu ti poni la seguente domanda: dove Samuelson discute la distribuzione del reddito? Lui discute assai di determinazione dei salari. Ci sono, circa, tre capitoli. Poi discute la determinazione dei redditi da capitale, i margini di produttività, più capitale, meno capitale. Ma non mette mai le cose assieme, ad eccezione proprio della fine del libro quando parla delle economie in via di sviluppo.
E poi, nelle economie in via di sviluppo, all’improvviso appaiono il coefficiente Gini, la curva di Lorentz e la distribuzione del reddito. Sei quasi portato a chiederti, cosa accadde alla distribuzione del reddito nelle economie in via di sviluppo? Dunque, ciò è molto tipico.
Krugman: voglio dire una cosa. Nel caso di Samuelson, potrebbe essere dipeso non soltanto dal fatto che non pensava a queste cose, ma dal fatto che il peso della politica era molto reale. Samuelson era il secondo libro di testo keynesiano in America. I primo a cura di Lorie Tarshis venne liquidato perché gli interessi delle società si mossero per bloccarlo, e Samuelson era proprio molto scaltro, uno scrittore cauto che evitava cose che …
Milanovic: l’ho ricordato da qualche parte, nelle note a fondo pagina, che era in effetti il secondo libro di testo. Proprio così.
Krugman: e questo in parte dipendeva dal fatto che era capace di farlo passare sotto i radar degli esponenti della destra che impedivano la discussione di questa roba. Ti porto l’esempio del mio primo libro semi-popolare sul commercio, L’epoca delle aspettative deboli, che aveva un capitolo sulla distribuzione del reddito, giacché era già chiaro scrivere su questo nel 1989. L’ineguaglianza stava esplodendo. L’editore cercò di farmi togliere il capitolo sull’ineguaglianza. Dicevano che di quello nessuno di occupava.
Milanovic: avresti dovuto dirmelo. Ne avrei fatto menzione nel mio libro.
Krugman: dovetti combattere per mantenerlo. È tutta una bella storia.
Milanovic: dovrei dire che in tutto questo c’è un qualche aspetto autobiografico.
Parlavamo di me che osservavo le curve di Lorentz nel 1975. Dunque, a quel tempo ero effettivamente molto interessato all’ineguaglianza. E cosa accadde? Ci fu una delusione.
Lo ricordo. Fu quella la ragione per la quale io fui molto negativo su un libro di Alan Blinder, Verso una teoria economica della distribuzione del reddito, che era in realtà la sua tesi di dottorato. Io ricevetti una specie di brochure quando divenne disponibile presso, come si chiama, il Centro Culturale Americano, lo conosci?
Krugman: sì.
Milanovic: ed io ci andai, in un certo senso aspettandomi davvero qualcosa. E ricevetti questo libro. Ricordo ancora l’aspetto che aveva. Aveva una copertina verde e bianca e roba del genere. Portai questo libro a casa e lo stavo aprendo. E poi vidi milioni di equazioni e premesse che erano davvero straordinarie. Ci fu dunque questa delusione, una grande delusione. Quando scrissi il mio libro, Mondi a parte, come dissi alla persone, “Questo non è un articolo per la Rivista di letteratura Economica, che obiettivamente recensisce la letteratura. È il mio punto di vista, evidentemente connesso con, come dovrei dire, il mio pensiero ‘ex-post’ su quello che accadde in quel periodo”. Dunque, c’era un certo elemento autobiografico.
In realtà, ci sono altre persone, come Jan Pen, il cui libro Distribuzione del Reddito mi piacque molto. Dunque non tutto è negativo, ma la maggior parte è negativo nel senso che io pensavo che il tema fosse stato lasciato da parte. E come tu stavi ricordando prima, per quello c’erano ragioni politiche significative.
Krugman: va bene, solo per dire, io conosco bene Alan Blinder. È una gran persona. Attribuiscilo semplicemente ad una indiscrezione giovanile.
Milanovic: no, lo so. In seguito aggiunsi che egli non continuò a lavorare su quello. Cominciò a lavorare sulla microeconomia e, in realtà, è una cosa che conosco. L’ho ascoltato. In una occasione sono anche stato con lui in un gruppo di una conferenza. Era una gran persona. È solo che, la sua tesi non era negativa, ma rifletteva i tempi. Dunque non si trattava di lui. Erano i tempi.
Krugman: Oh, c’è così tanto di cui potremmo parlare ma sto guardando l’orologio e vedo che siamo andati già troppo avanti. Accade ogni volta che faccio cose di questo genere. Potremmo continuare ad andare avanti e non finirebbe mai. Ma è importante che siamo riusciti a parlare di questo. E inoltre siamo occupati allo Stone Center sulla ineguaglianza socio-economica, dove queste cose si suppone siano il nostro pane quotidiano. E in qualche modo l’ineguaglianza socio-economica non scompare.
Milanovic: sì, in qualche modo. In ogni caso, molte grazie per l’invito. Forse possiamo avere una seconda parte nel mio ufficio, sai, tre porte più avanti nel corridoio.
Krugman: giusto.
[1] Sono tutte espressioni e precisi concetti di metodi statistici.
[2] In economia, la curva di Lorenz è una rappresentazione grafica della distribuzione del reddito o della ricchezza. È stata sviluppata da Max O. Lorenz nel 1905 per rappresentare la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza.
[3] In statistica, R-quadrato (o coefficiente di determinazione) è un indicatore che misura la proporzione della varianza della variabile dipendente che può essere spiegata dalle variabili indipendenti nel modello di regressione. In altre parole, indica quanto bene il modello di regressione si adatta ai dati osservati.
giugno 23, 2025
Paul Krugman
Share of the top 0.01% in total wealth, from the GC Wealth Project
Who said this?
“If there are men in this country big enough to own the government of the United States, they are going to own it; what we have to determine now is whether we are big enough, whether we are men enough, whether we are free enough, to take possession again of the government which is our own.”
No, it wasn’t Bernie Sanders or Alexandria Ocasio-Cortez. It’s a quote from The New Freedom, Woodrow Wilson’s campaign platform in the 1912 presidential election.
Wilson was a vile racist, even for his time, and his reputation has suffered appropriately. But he was also a progressive on economic policy. And I’ve always been struck by the fact that in the early 20th century a politician could declare that great concentrations of wealth were a threat to democracy without being considered a radical, un-American Marxist. Wilson won that election!
Politicians, even progressives, are far more timid these days. Yet we are once again living in an era in which there are men big enough to own the U.S. government — and to a large extent they do. For a while Elon Musk exerted more power over the operations of the U.S. government than any cabinet member or elected official short of Donald Trump himself. Musk is currently on the outs, but the Trump administration is stuffed full of billionaires and people who take their marching orders from billionaires. Congress appears to be about to enact legislation, the One Big Beautiful Bill Act, that billionaires love even though the broader public hates all its main provisions.
How did we get here?
This is my latest entry in a series of primers on inequality; here are Part I, Part II, and Part III. Today my focus will be on extreme wealth concentration — the rise of an American oligarchy. Beyond the paywall I will address the following:
I’ll eventually want to talk about the political and social consequences of extreme wealth concentration, and how it undermines democracy. But that will have to wait for later posts.
Extreme wealth
Ten people are sitting in a bar. They’re more or less median Americans, that is, people whose income and wealth is close to the middle of the overall distribution, so their average net worth is around $250,000.
Then Elon Musk walks in. The people who were already there haven’t gotten any richer, but the average wealth of the people in the bar has now risen to around $40 billion.
The moral of this parable is that looking at average wealth tells you very little about the state of America, because so much of that wealth is concentrated in the hands of a relative handful of people.
Just to be clear, I’m talking about wealth — the value of one’s assets — rather than income — the amount one takes in over the course of a year, which for most people consists mainly of their wages. Income is also unequally distributed, much more so than it was a few decades ago. But wealth is really concentrated in a few hands. Even middle-class Americans typically own the equity in their houses, the money in their 401(k)s, and not much else. But a large part of the nation’s wealth is held by a few thousand people.
And the share of wealth held by that super-elite has soared since the 1980s.
The chart at the top of this post shows the percentage of U.S. wealth held by the richest 0.01% of Americans. The solid line is an estimate from the World Inequality Database, Thomas Piketty’s group in Paris. The shaded lines are other estimates assembled by the GC Wealth Project — an international research effort centered on the Stone Center on Socio-Economic Inequality at CUNY’s Graduate Center, which happens to be where I sit. As I will explain shortly, estimating the wealth of the very rich is a tricky endeavor. There’s some spread in the estimates, but almost all studies agree that, not only have the wealthy become much wealthier since 1980, but that their wealth has grown much faster than than of ordinary households.
By the way, the lines on the chart that show relatively small increases in wealth concentration arrive at that conclusion by adding some pension benefits, including Social Security, to estimates of lower- and middle-class wealth. That’s a methodological debate not worth having here. In any case it’s irrelevant to the point that there has been a vast rise in the wealth of the vastly rich.
Back to the chart: It’s important to realize that this is a chart for the 0.01% — one ten thousandth of the population. Some people still use “the one percent” as shorthand for the wealthy, but it only takes a few million dollars to put you in the top 1 percent. That may sound like a lot to most people, but it’s barely pocket change for the truly wealthy. The big action in wealth inequality has involved just a few thousand, maybe even a few hundred people.
Estimating the wealth of the superrich is tricky, for a couple of reasons. One is that the number of superrich is very small, and this poses a problem for the survey methods we mostly rely on to measure income inequality. Survey methods don’t work well for tracking a very small group that nonetheless controls a large percentage of national wealth. Survey 10,000 people and you might — might — reach one member of the .01%. A much larger sample will probably only capture a few of the very wealthy, not enough to provide any confidence that the sample is representative of the true state of wealth inequality in the US.
Statisticians who work on this issue are well aware of this problem and use a variety of strategies to overcome it. Nonetheless, estimates of very large fortunes are less reliable than we’d like.
Furthermore, some of the superrich evade taxes by hiding much of their wealth in offshore tax havens. Gabriel Zucman, one of the top experts in this field, wrote an eye-opening book about this subject titled The Hidden Wealth of Nations.
While there are some differences on just how much the concentration of wealth has increased in the United States since 1980, everything we see around us points to a world in which a handful of oligarchs are wealthy on a scale that would have been unimaginable a few decades ago. And they don’t mind flaunting it.
Not so long ago, many on the right tried to deny that American inequality was rising. At the same time some of the superrich tried to keep a low profile — when Forbes introduced its first report on the 400 richest Americans, some people pleaded to be left off the list. But now we live in a world of proliferating superyachts and “super-weddings,” with Jeff Bezos renting large parts of Venice for his upcoming nuptials. More important, it’s a world in which there are, as Woodrow Wilson warned, men big enough to own the government.
Are we living in a repeat of the Gilded Age, the era between the Civil War and the First World War when railroads, mining, industry and banking created a new class of superrich? Yes. Granted, the available data suggest that the very biggest Gilded Age fortunes, adjusted for inflation, were probably larger than their modern counterparts. That is, John D. Rockefeller was probably richer than Elon Musk and Andrew Carnegie richer than Jeff Bezos. Yet as best we can tell the richest few hundred or few thousand Americans control more or less the same share of the nation’s wealth as their counterparts did circa 1900. And as I’ll argue in future posts, the political and social impact of our modern oligarchs may be even more malign than that of the robber barons in their heyday.
What happened?
The winner-take-all economy
The story of how America became an oligarchy is complex and hasn’t been studied nearly as thoroughly as the subject deserves. While I admit that I am not an expert on the subject, I do read and talk to actual experts. So I may be somewhat more willing than these true experts to tell a simplified — possibly oversimplified — story.
As I see it, there have been two phases in the rise of extreme wealth since the 1980s. The first phase, from the mid-80s until the mid-2010s, largely involved financial engineering, especially corporate takeovers and leveraged buyouts. It was the era of Gordon Gekko or, if you prefer your characters non-fictional, of Henry Kravis and Barbarians at the Gate.
The second phase of the rise of oligarchy in America has been centered on technology, specifically on the way network effects (which I’ll explain in a minute) create quasi-monopolies that are, in a meta sense, akin to the monopolies that underlay the biggest Gilded Age fortunes.
What was wealth like in the 1980s, before the big surge at the very top of the distribution? While there were some very rich Americans in the 1980s, they weren’t remotely as rich as today’s superrich. And the sources of wealth at the top were relatively diverse and, I’d say, prosaic.
Here’s Forbes’ list of the 10 richest Americans in 1987, together with the sources of their wealth:
Of the top 10 in 1987, two fortunes were founded on old-fashioned retail, four were founded on old-fashioned media (newspapers, magazines and advertising), two were founded on old-fashioned technology (computer manufacturing and data processing), one from old-fashioned investing and one arose from manufacturing.
Notably, in the years that followed the sources of extreme wealth, at least in the United States, became both less diverse and more exotic. And the reason is clear. In 2016 Caroline Freund and Sarah Oliver published a systematic study titled simply The Origins of the Superrich. One section of their paper was bluntly titled “Extreme wealth is driven by finance in the United States.”
They noted in particular the extraordinary growth in the number and wealth of hedge-fund billionaires like Carl Icahn and Paul Tudor Jones:
Source: Freund and Oliver
How did financial wheeling and dealing make a few people so rich? Different people tell different stories. The financiers themselves and their defenders say, of course, that they were bringing new efficiency to corporations that had gotten fat and lazy. “Greed is good.” There is, however, no sign of these purported efficiency gains in, say, U.S. productivity growth. That is, there is nothing in overall economic data substantiating the claim that corporate raiders made U.S. companies more efficient.
I’ve always been more persuaded by an argument made by Andrei Shleifer and Larry Summers in a 1988 paper titled “Breach of trust in hostile takeovers.”
What Shleifer and Summers argued (my summary, not theirs) was that for a generation or more after World War II U.S. corporations were not simply mechanisms for maximizing shareholder value. They were, instead, the kind of institutions Peter Drucker described in his classic book Concept of the Corporation: organizations that balanced the interests of various “stakeholders” that included customers, workers and suppliers as well as shareholders.
But then came the Gordon Gekkos, who were able to increase short-term profits by, in effect, breaking the implicit contracts corporations had with their various stakeholders, notably by slashing wages and benefits. They were able to do this in part because of a changed political environment that disempowered workers in particular.
Since the early 2010s, however, the story of extreme wealth has changed. Here’s the Forbes top 10 for 2024, with their companies:
Except for Buffett, these are all information-technology-based fortunes. (Yes, Bloomberg has some media activities, but its position depends on those must-have Bloomberg machines.)
Why have some technology companies made their founders incredibly rich? The answer, as I’ve already suggested, is network effects: people have an incentive to buy from these companies because so many other people buy from them.
Thus, if you have a busy life, it takes a lot of effort not to order stuff from Amazon, which offers fast delivery on a huge range of products. The reason it’s able to do this is that it maintains an immense system of distribution centers near major markets. And it can maintain that distribution system because it has so many customers.
In a slightly different way, it’s hard not to use Microsoft Office, because everyone else does. To exchange information, you have to be facile with Excel, PowerPoint and Word, which makes it natural to use them yourself (even though I don’t know anyone who loves them.)
The point is that many, probably most of today’s superrich owe their wealth to their ownership stakes in companies that are de facto monopolies thanks to network effects.
I should say that Elon Musk is, in a way, the odd man out here. Tesla has not built the kind of self-sustaining market dominance enjoyed by Amazon or Microsoft. Its stock, however, is priced as if it has achieved that kind of position, or will any day now, presumably thanks to Musk’s genius.
Color me skeptical. People don’t accumulate vast fortunes without some kind of talent for business, but genius is probably a lot less important than luck — being in the right place, with the right idea, at the right time. Which raises the question of how we can maintain the incentives for innovation without creating so many oligarchs. But that, too, will have to wait for future posts.
One more point: Tech empires built on network effects are subject to their own form of the “breach of trust” that Shleifer and Summers argued played a key role in the creation of financial megafortunes. Cory Doctorow has coined the term “enshittification” to describe the process, which he describes as follows:
“First, companies are good to their users. Once users are lured in and have been locked down, companies maltreat those users in order to shift value to business customers, the people who pay the platform’s bills. Once those business users are locked in, the platform starts to turn the screws on them, too – extracting more and more of the value generated by end-users and business customers until all that remains in the meanest residue, the least amount of value that can keep everyone locked into the platform.”
I think everyone who makes extensive use of information technology can attest to the accuracy of this description. Amazon, for example, is currently being sued by the FTC for anti-competitive practices that harm both consumers and third-party sellers.
Right now, however, I’m less concerned by the way tech oligarchs are enshittifying the user experience than I am with the way they’re enshittifying our democracy. And that will be next week’s topic.
Ineguaglianza, parte IV: gli oligarchi. L’ascesa delle mega fortune.
Paul Krugman
Quota dello 0,01% dei più ricchi sulla ricchezza totale, da GC Wealth Project [1]
Chi ha detto questo?
“Ci sono uomini in questo paese abbastanza grandi da possedere il governo degli Stati Uniti, essi stanno per ottenerlo; quello che dobbiamo stabilire adesso è se noi siamo abbastanza grandi, se siamo abbastanza uomini, se siamo abbastanza liberi, per riprendere possesso del governo che è nostro.”
No, non sono stati Bernie Sanders o Alexandria Ocasio-Cortez. È una citazione da La nuova libertà, la piattaforma elettorale di Woodrow Wilson nelle elezioni presidenziali del 1912.
Wilson era uno spregevole razzista, persino per il suo tempo, e la sua reputazione ne ha giustamente patito. Ma era anche un progressista in politica economica. Ed io sono sempre rimasto impressionato dal fatto che agli inizi del 20° secolo un politico potesse dichiarare che le grandi concentrazioni di ricchezza erano una minaccia per la democrazia senza essere considerato un radicale, un marxista non-americano. Wilson vinse quelle elezioni.
Di questi tempi i politici, persino i progressisti, sono molto più timidi. Tuttavia, ancora una volta noi stiamo vivendo in un’epoca nella quale ci sono uomini grandi abbastanza per possedere il governo degli Stati Uniti – e in gran misura lo fanno. Per un certo periodo Elon Musk ha esercitato più potere sulle operazioni del governo statunitense di ogni membro del gabinetto o dirigente eletto, a parte lo stesso Donald Trump. Musk attualmente è ai ferri corti, ma l’amministrazione Trump è imbottita di miliardari e di persone che prendono i loro ordini di marcia da miliardari. Il Congresso sembra prossimo a varare una legislazione, la Grande e bellissima proposta di legge, che i miliardari amano anche se la più ampia opinione pubblica detesta tutte le sue principali disposizioni.
Come siamo arrivati a questo punto?
Questa è la mia ultima uscita di una serie di scritti sull’ineguaglianza; in queste connessioni la parte I, II, e III. Oggi mi concentrerò sulla estrema concentrazione della ricchezza – sull’ascesa di una oligarchia americana. Per i sottoscrittori affronterò i temi seguenti:
Alla fine parlerò delle conseguenze politiche e sociali dell’estrema concentrazione della ricchezza, e di come ciò danneggia la democrazia. Ma si dovrà attendere per successivi articoli.
La ricchezza estrema
Ci sono dieci persone sedute in un bar. Sono più o meno americani medi, ovvero persone il cui reddito e la cui ricchezza è vicina alla media della distribuzione complessiva, dunque il loro valore netto medio è attorno a 250.000 dollari.
Poi entra Elon Musk. Le persone che erano già lì non sono diventate più ricche, ma la ricchezza media delle persone nel bar adesso è salita a circa 40 miliardi di dollari.
La morale di questa parabola è che guardando alla ricchezza media vi dice molto poco della condizione dell’America, perché così tanta di quella ricchezza è concentrata nelle mani di una relativa manciata di persone.
Per chiarezza, io sto parlando di ricchezza – del valore degli asset di una persona – anziché di reddito – la somma che uno percepisce nel corso di un anno, che per la maggior parte delle persone consiste principalmente dei loro salari. Anche il reddito è distribuito inegualmente, molto di più di quanto lo fosse pochi decenni orsono. Ma la ricchezza è davvero concentrata in poche mani. Anche gli americani di classe media normalmente possiedono il capitale delle loro case, il denaro nei loro fondi risparmio pensionistici, e non molto altro. Ma una larga parte della ricchezza della nazione è detenuta da poche centinaia di persone.
E la quota di ricchezza detenuta da quella super élite a partire dagli anni ’980 è schizzata alle stelle.
Il diagramma all’inizio di questo post mostra le percentuale della ricchezza statunitense detenuta dallo 0,01% più ricco degli americani. La linea compatta è una stima del World Inequality Database, il gruppo di Thomas Piketty a Parigi. Le linee sfumate sono altre stime raccolte dal GC Wealth Project – uno sforzo di ricerca internazionale che ha sede presso lo Stone Center on Socio-economic inequality al Graduate Center del CUNY, ovvero dove mi trovo. Come spiegherò brevemente, stimare la ricchezza dei ricchissimi è un’impresa difficile. C’è una qualche diffusione delle stime, ma quasi tutti gli studi concordano che non solo i ricchi sono diventati molto più ricchi a partire dagli anni ‘980, ma che la loro ricchezza è cresciuta molto più rapidamente di quella delle famiglie normali.
Per inciso, le linee sul diagramma che mostrano aumenti relativamente piccoli nella concentrazione della ricchezza giungono a quella conclusione aggiungendo alcuni sussidi pensionistici, compresa la Sicurezza Sociale, alle stime della ricchezza delle classi più povere e medie. Quello è un dibattito metodologico che non è il caso di avere qua. In ogni caso ciò è irrilevante rispetto al fatto che ci sia stata una enorme crescita della ricchezza tra gli enormemente ricchi.
Torniamo al diagramma: è importante comprendere che esso riguarda lo 0,01% – un decimillesimo della popolazione. Alcune persone usano ancora “l’uno per cento” come forma abbreviata dei ricchi, ma per entrare nell’1 per cento dei più ricchi bastano soltanto pochi milioni di dollari. Quello può sembrare molto alla maggior parte delle persone, ma per i veri ricchi sono appena pochi spiccioli. Il grande movimento nell’ineguaglianza della ricchezza ha riguardato soltanto poche migliaia, forse persino poche centinaia di persone.
Stimare la ricchezza dei super ricchi è difficoltoso, per un paio di ragioni. Una è che il numero dei super ricchi è molto piccolo, e questo costituisce un problema per i metodi di sondaggio sui quali per la maggior parte ci basiamo per misurare l’ineguaglianza dei redditi. I metodi di sondaggio non funzionano bene per tracciare un gruppo molto piccolo che ciononostante controlla un’ampia percentuale della ricchezza nazionale. Fate un sondaggio su 10.000 persone e potreste – potreste – raggiungere un membro dello 0,01%. Un campione molto più ampio probabilmente catturerà qualche ricchissimo, ma non abbastanza per darvi una qualche fiducia che il campione sia rappresentativo dell’effettiva condizione dell’ineguaglianza della ricchezza negli Stati Uniti.
Gli statistici che lavorano su questo tema sono ben consapevoli di questo problema e usano una varietà di strategie per superarlo. Ciononostante, le stime delle fortune molto grandi sono meno affidabili di quanto gradiremmo.
Inoltre, alcuni dei super ricchi evadono le tasse per nascondere buona parte della loro ricchezza nei paradisi fiscali all’estero. Gabriel Zucman, uno dei massimi esperti di questo settore, ha scritto su questo tema un libro rivelatore dal titolo La ricchezza nascosta delle nazioni.
Mentre ci sono alcune differenze proprio su quanto la concentrazione della ricchezza sia cresciuta negli Stati Uniti a partire dal 1980, tutto quello che vediamo attorno a noi ci indica un mondo nel quale una manciata di oligarchi sono ricchi in una scala che sarebbe stata inimmaginabile pochi decenni orsono. E non hanno problemi ad ostentarlo.
Non molto tempo fa, molti della destra cercarono di negare che l’ineguaglianza americana stesse crescendo. Nello stesso tempo alcuni super ricchi cercavano di mantenere un basso profilo – quando Forbes pubblicò il suo primo rapporto sui 400 americani più ricchi, qualcuno implorò di essere lasciato fuori dalla lista. Ma adesso viviamo in un mondo di superyacht che si moltiplicano, nonché di “super matrimoni” con Jeff Bezos che affitta larghe parti di Venezia per le sue prossime nozze. Ancora più importante, in un mondo nel quale, come aveva messo in guardia Woodrow Wilson, ci sono uomini abbastanza ricchi da possedere il governo.
Stiamo vivendo in una riedizione dell’Età Dorata [2], l’epoca tra le Guerra Civile e la Prima Guerra Mondiale quando le ferrovie, le miniere, l’industria e le banche crearono una nuova classe di super ricchi? Sì. È vero, i dati disponibili indicano che le fortune dell’Età Dorata davvero più grandi, erano probabilmente più vaste dei loro moderni omologhi. Ovvero, John D. Rockfeller era probabilmente più ricco di Elon Musk e Andrew Carnegie era più ricco di Jeff Bezos. Tuttavia, per quanto si può dire, le poche centinaia o le poche migliaia degli americani più ricchi controllano più o meno la stessa quota di ricchezza nazionale dei loro omologhi attorno al 1900. E come sosterrò in un articolo futuro, l’impatto sociale e politico degli oligarchi moderni può essere persino più maligno di quello dei ‘padroni del vapore’ ai tempi loro.
Cosa è accaduto?
L’economia dei vincitori che prendono tutto
La storia di come l’America è diventata una oligarchia è complessa e non è stata affatto studiata meticolosamente come il tema meriterebbe. Mentre ammetto di non essere un esperto del tema, leggo e parlo con gli esperti effettivi. Dunque potrei essere un po’ più incline di questi veri esperti a raccontare una storia semplificata – forse eccessivamente semplificata.
Per come la vedo io, a partire dal ‘980 ci sono state due fasi nella ascesa della estrema ricchezza. La prima fase, dalla metà degli anni ‘980 sino alla meta degli anni 2010, ha in gran parte riguardato l’ingegneria finanziaria, particolarmente le acquisizioni di aziende e le acquisizioni tramite prestiti bancari. Era l’epoca di Gordon Gekko o, se preferite personaggi non immaginari, di Henry Kravis [3] e de “I barbari alla porta” [4].
La seconda fase della ascesa dell’oligarchia in America è stata concentrata sulla tecnologia, in particolare sugli effetti di rete nel processo (lo spiegherò in un attimo) che creano quasi-monopoli che sono, in senso metaforico, simili ai monopoli che erano alla base delle fortune dell’Età Dorata.
A cosa assomigliava la ricchezza negli anni ‘980, prima della grande impennata tra i ricchissimi della distribuzione? Mentre negli anni ‘980 c’erano alcuni americani molto ricchi, essi non erano neanche lontanamente ricchi come i super ricchi di oggi. E le fonti della ricchezza al vertice erano relativamente diverse e, direi, banali.
Ecco la lista di Forbes dei dieci americani più ricchi nel 1987, assieme alle fonti della loro ricchezza:
Dei 10 più ricchi nel 1987, due fortune erano basate su tradizionali vendite al dettaglio, quattro su tradizionali media (giornali, riviste e pubblicità), due erano basate sulla tecnologia tradizionale (manifatture per computer ed elaborazione dei dati), una da investimenti tradizionali e una proveniva dal settore manifatturiero.
In modo considerevole, negli anni che seguirono le fonti della estrema ricchezza, almeno negli Stati Uniti, divennero sia meno diverse che più esotiche. E la ragione è chiara. Nel 2016 Caroline Freund e Sarah Oliver pubblicarono uno studio sistematico dal semplice titolo Le origini dei super ricchi. Una sezione del loro saggio era senza giri di parole intitolata: “Negli Stati Uniti l’estrema ricchezza è guidata dalla finanza”.
Essi osservavano in particolare la crescita straordinaria nel numero e nella ricchezza dei miliardari dei fondi speculativi come Carl Icahn e Paul Tudor Jones:
Fonte: Freund e Oliver [5]
In che modo gli intrallazzi finanziari facevano poche persone così ricche? A seconda delle persone, si raccontano storie diverse. Gli stessi finanzieri ed i loro difensori dicono, ovviamente, che essi stavano portando nuova efficienza alle imprese che erano diventate troppo pingui e pigre. “L’avidità è positiva”. Tuttavia, non c’è alcun segno di questi pretesi vantaggi nell’efficienza, ad esempio, nella crescita della produttività statunitense. Ovvero, non c’è niente nei dati economici complessivi che dia sostanza alla pretesa che i finanzieri d’assalto delle imprese resero le società statunitensi più efficienti.
Sono sempre rimasto più persuaso da un argomento avanzato da Andrei Shleifer e Larry Summers in un saggio del 1988 dal titolo: “Abuso di fiducia nelle acquisizioni ostili”.
Quello che Shleifer e Summers sostenevano (la sintesi è mia, non loro) era che per una generazione o più dopo la Seconda Guerra Mondiale le imprese statunitensi non furono semplicemente meccanismi per massimizzare i valori azionari. Erano piuttosto il genere di istituzioni che Peter Drucker descriveva nel suo classico libro il concetto di società: organizzazioni degli interessi di vari “attori” che comprendevano i clienti, i lavoratori ed i fornitori così come gli azionisti.
Ma poi arrivarono i Gordon Gekko [6], che erano capaci di accrescere i profitti nel breve termine violando, in sostanza, i contratti impliciti che le società avevano con i loro vari portatori di interessi, in particolare tagliando i salari ed i sussidi. Essi erano capaci di farlo in parte a causa di un mutato contesto politico che in particolare toglieva potere ai lavoratori.
A partire dai primi anni 2010, tuttavia, la storia dell’estrema ricchezza è cambiata. Ecco i 10 più ricchi di Forbes per il 2024, con le loro società:
Ad eccezione di Buffet, queste sono tutte fortune basate sulle tecnologie dell’informazione (è vero, Bloomberg ha qualche attività nel settore dei media, ma la sua posizione dipende da coloro che non possono fare a meno dei congegni di Bloomberg [7]).
Perché alcune società di tecnologia hanno reso i loro fondatori incredibilmente ricchi? Come ho già indicato, la risposta sta negli effetti di rete: le persone hanno un incentivo ad acquistare da queste società perché tante altre persone acquistano da esse.
Quindi, se avete una vita laboriosa, ci vuole molto sforzo a non ordinare da Amazon, che offre una consegna veloce su un’ampia gamma di prodotti. La ragione per la quale è capace di farlo è che essa mantiene un immenso sistema di centri di distribuzione vicino ai mercati principali. E può mantenere quel sistema di distribuzione perché ha così tanti clienti.
In un modo leggermente diverso, è difficile non usare Microsoft Office, perché tutti gli altri lo fanno. Per scambiare informazioni, dovete essere svelti con Excel, PowerPoint e Word, il che rende naturale che voi stessi li usiate (anche se non conosco nessuno che li ami).
Il punto è che molti, probabilmente la maggioranza dei super ricchi di oggi, devono la loro ricchezza alle loro quote di proprietà in società che sono di fatto monopoli grazie agli effetti di rete.
Dovrei dire che, in un certo senso, Elon Musk in questo caso è una eccezione. Tesla non ha costruito il genere di dominio di mercato che si autosostiene goduto da Amazon o da Microsoft. Le sua azioni, tuttavia, sono valutate come se essa avesse realizzato quel genere di posizione, o come se lo potesse fare prossimamente, presumibilmente grazie al genio di Musk.
Dipingetemi come scettico. Le persone non accumulano vaste fortune senza qualche forma di talento per gli affari, ma il genio è probabilmente molto meno importante della fortuna – l’essere nel posto giusto, con l’idea giusta, nel momento giusto. Il che solleva la domanda di come possiamo mantenere gli incentivi per l’innovazione senza creare così tanti oligarchi. Ma, anche per quello si dovranno attendere post futuri.
Un punto ulteriore: gli imperi tecnologici costruiti sugli effetti di rete sono soggetti alla loro stessa versione dell’ “abuso di fiducia” che Shleifer e Summers sostenevano aver giocato un ruolo fondamentale nella creazione delle megafortune finanziarie. Cory Doctorow ha coniato il termine “enshittification” [8] per descrivere il processo, nel modo seguente:
“Dapprima, le società sono buone con i loro utenti. Una volta che gli utenti sono adescati e sono stati blindati, le società li maltrattano allo scopo di trasferire valore ai clienti aziendali, le persone che pagano i conti della azienda. Una volta che questi clienti dell’azienda sono blindati, la piattaforma inizia a stringere le viti anche su di loro, estraendo sempre più valore generato dagli utenti finali e dai clienti aziendali fino a quando tutto ciò che rimane è il residuo più insignificante, la minima quantità di valore che può tenere tutti bloccati sulla piattaforma.”
Penso che chiunque faccia un ampio uso della tecnologia dell’informazione possa attestare la precisione di questa descrizione. Amazon, ad esempio, attualmente è citata in giudizio dalla Commissione Federale per il Commercio per pratiche anticompetitive che danneggiano sia gli utenti che i venditori di terze parti.
In questo momento, tuttavia, sono meno preoccupato per il modo in cui gli oligarchi della tecnologia stanno ‘merdificando’ l’esperienza degli utenti che non per il modo in cui stanno ‘merdificando’ la nostra democrazia. E quello sarà il tema della prossima settimana.
[1] Dunque, il diagramma si riferisce non al famoso 1% dei più ricchi, ma allo 0,01%, ad un decimillesimo della popolazione. Nei saggi precedenti, l’autore aveva spesso chiarito come l’ineguaglianza fosse fortemente diminuita durante la Seconda Guerra Mondiale, e fosse rimasta a quei bassi livelli nel corso degli anni ‘950, ‘960 e ‘970. All’inizio degli anni ‘980 si è al punto più basso; se capisco bene l’asse verticale indica le variazioni delle percentuale della ricchezza complessiva posseduta dai ricchissimi. Che dunque negli ultimi 40 anni sono passate dal 2 al 9 per cento, aumentando per più di quattro volte.
[2] Il termine per questo periodo entrò in uso nei decenni del 1920 e 1930 e fu derivato dal romanzo L’età dell’oro del 1873 dello scrittore Mark Twain, che satireggia un’epoca di gravi problemi sociali mascherati da una sottile doratura (per questo, in aderenza al significato che le diede Twain, la traduzione “Età Dorata” – come mi suggerì un lettore molti anni orsono – è più precisa dello stesso titolo che venne dato al libro, “Età dell’oro”). La Gilded Age coincide grosso modo con la seconda metà dell’età vittoriana in Gran Bretagna e la prima metà della Belle Époque in Francia.
[3][3] Henry R. Kravis è un imprenditore statunitense, investitore, miliardario, filantropo, co-fondatore di KKR & Co. Kravis è un repubblicano che ha effettuato significative donazioni ad entrambi i partiti statunitensi, incluso un contributo di 1 milione di dollari all’inaugurazione presidenziale di Donald Trump nel 2017.
[4][4] Barbarians at the Gate: The Fall of RJR Nabisco è un libro del 1989 sull’acquisizione con leva finanziaria di RJR Nabisco, scritto dai giornalisti investigativi Bryan Burrough e John Helyar. Il libro si basa su una serie di articoli scritti dagli autori per il Wall Street Journal.
[5] Il diagramma mostra – dal 1996 al 2015 – la crescita del valore reale netto dei miliardari dei fondi speculativi negli Stati Uniti (linea blu) e nelle altre economie avanzate (linea rossa a trattini).
[6] Gordon Gekko è un personaggio immaginario protagonista nel film del 1987 Wall Street e nel suo seguito del 2010 Wall Street – Il denaro non dorme mai, entrambi diretti da Oliver Stone.
[7] Una spiegazione si trova in questa descrizione della società su Wikipedia: “L’azienda fornisce strumenti software di analisi dei dati finanziari come piattaforma di scambio e di equity, servizi di dati, e notizie per le società finanziarie e organizzazioni di tutto il mondo attraverso il terminale Bloomberg (Bloomberg Terminal), il suo prodotto principale. Molti clienti utilizzano solo una piccola frazione delle 30.146 funzioni offerte dal terminale” .
[8] Cory Doctorow è uno scrittore statunitense.
L’enshittification, o “immerdificazione” in italiano, è un termine che descrive il processo di peggioramento della qualità di un servizio o di una piattaforma online nel tempo, specialmente quando passa da un focus sull’utente ad un focus esclusivo sul profitto. Questo fenomeno, reso popolare dallo scrittore Cory Doctorow, si verifica quando una piattaforma inizialmente attrae utenti offrendo un servizio di alta qualità, ma poi cambia le sue priorità per massimizzare i guadagni, spesso a scapito degli utenti e della loro esperienza.
Se non si amano i linguaggi forti, lo si può definire come un “decadimento”.
giugno 18, 2025
Last week I promised that this week’s entry in my series of inequality primers would focus on the surge of giant fortunes since 2000. I’m going to break that promise and delay that entry, for two reasons. First, I’m still doing the research: high-end wealth inequality is not an issue I’ve worked on personally, so I need to do a lot of reading and talk to some specialists before weighing in.
But second, I have something more topical to discuss. This past week the CUNY Stone Center on Socio-Economic Inequality, my academic base, held its annual workshop on Inequality by the Numbers. Mainly this involved research presentations by young scholars, but as an over-the-hill-guy academic statesman I was asked to give a relatively non-technical talk about stuff currently on my mind.
So I talked about how recent tariff changes might affect inequality. I had a few newish things to say, and people seemed interested. And this was also the week we got the CBO’s estimates of the income distribution effects of the One Big Beautiful Bill Act (embarrassingly, that really is its official name.) So it seemed worth writing up and elaborating on the points I made.
Spoilers: In principle tariffs can either increase or reduce income inequality. Under current circumstances, I’ll argue, they probably won’t have much effect either way on the distribution of market incomes (wages, profits etc). Tariffs are, however, regressive taxes, and they increase inequality through that channel.
Beyond the paywall I will cover the following:
Tariffs and inequality: Theory
The tariffs Donald Trump has imposed since taking office are the highest since 1934, when FDR passed the Reciprocal Trade Agreements Act. That U.S. legislation later became the basis for an international agreement, the 1947 General Agreement on Tariffs and Trade. The result was a system in which countries negotiated mutual tariff reductions, and the new, lower tariffs were “bound,” that is, countries couldn’t put their tariffs back up except under a limited set of circumstances.
In case you’re wondering, yes, that does mean that almost everything Trump has done on trade is a clear violation of past U.S. agreements. But that’s another topic.
Although one quite often sees news reports suggesting that Trump has backed down on tariffs, you can’t see that in the average tariff rate, which remains just slightly below what it was in the aftermath of the infamous Smoot-Hawley tariff of 1930:
Also, Smoot-Hawley came after generations of high tariffs. The Trump tariffs represent a sudden jump from quite low tariffs just a few months ago. Furthermore, imports as a percentage of GDP are about three times what they were in 1930. So Trump’s tariffs are by far the biggest trade policy shock in U.S. history.
A shock that big can’t help but have significant effects on the distribution of income. What does economic analysis have to say in general about such effects?
Clearly, tariffs can benefit specific industries that are protected from import competition. If you own a factory making lawn ornaments, your profits will rise if there is a new tariff on imports of plastic pink flamingoes. (Not an arbitrary example: My uncle was in that business.)
But can broader groups — say, workers without a college degree — benefit from tariffs? Supporters of free trade might be tempted to say something like this: “Well, tariffs might shift the distribution of income toward less-educated workers, but they also make the economy as a whole less efficient, so surely these workers end up worse off overall.”
That, however, is not what textbook international economics says. In 1941 Wolfgang Stolper and Paul Samuelson published a highly influential theoretical paper, “Protection and real wages,” that refuted this plausible-sounding argument. They modeled a country producing a mix of capital-intensive and labor-intensive goods — that is, goods requiring either a relatively high or a relatively low amount of capital per worker. And they showed that if this country was a net importer of labor-intensive goods, tariffs would increase workers’ real wages — not just relative to returns on capital, but in absolute terms.
In short, tariffs can, in principle, strongly affect the distribution of income across broad classes of society. And under certain circumstances tariffs can reduce income inequality — while tariff reductions, correspondingly, can increase inequality.
Notice my careful hedging about “certain circumstances.” As we’ll see, that’s a crucial qualification when it comes to the Trump tariffs. But the effects of tariffs on inequality depend on the details. They can’t be deduced from general principles.
Stolper-Samuelson had a huge impact on international economic theory. It had much less effect on discussions of real-world trade policy over the next few decades, for reasons that would take me too far afield to discuss.
But Stolper-Samuelson came into its own after around 1980, as U.S. inequality began rising — and imports of manufactured goods from emerging markets were definitely one factor in that rise.
So can the Trump tariffs be seen as a way to reduce inequality? In practice, no — but that verdict requires some explanation.
Can tariffs reverse the globalization shock?
The character of world trade began to change in the 1980s. Until then, poorer, relatively low-wage countries basically sold agricultural and mining products to wealthy nations while buying manufactured goods in return. After about 1980, however, emerging market nations became major manufacturing exporters, initially of labor-intensive products.
China is the example everyone knows, but it was part of a broader picture. For example, in the early 1980s Bangladesh basically exported jute and products made from jute (such as burlap). Since then it has become an economy centered around clothing exports.
This change in the character of world trade reflected at least two developments. First, there were big policy changes in the developing world, as nations stopped trying to industrialize by producing for their small domestic markets and shifted to a strategy of industrialization through exports instead. Second, the worldwide adoption of standard-sized shipping containers — a seemingly prosaic innovation that changed everything — made it possible to break up the production of many manufactured goods into multiple stages, with the labor-intensive stages taking place in low-wage nations.
Did the surge in labor-intensive exports from emerging markets reduce the demand for less-educated labor in wealthier countries? Definitely — and honest economists, even those who were generally pro-globalization, admitted it at the time. Back in 1995, using data up through 1990, I estimated that imports had raised the premium for college-educated workers by around 3 percent. An updated estimate by Bivens doubled that number. There are many assumptions involved in such calculations, but no real question that trade did have a significant effect on inequality.
But can the Trump tariffs reverse that effect? At this point we have to note a crucial qualification to Stolper-Samuelson: A tariff on labor-intensive imports can raise wages if it leads to an expansion of labor-intensive production. After all, the only way tariffs can raise anyone’s wages is if they lead to an expansion in employment.
And the Trump tariffs are unlikely to do that, because at this point highly labor-intensive production in the United States won’t be competitive even with very high tariffs. Take the example of apparel, which is now almost the sole support of the Bangladesh economy and is the classic example of a labor-intensive import. Apparel production, aside from high-end specialty items, has basically ended in America:
And even the 37 percent tariff Trump initially proposed on Bangladesh won’t bring it back.
What about labor-intensive components of the value chain? Howard Lutnick, the commerce secretary, has said that
The army of millions and millions of human beings screwing in little screws to make iPhones — that kind of thing is going to come to America.
No, it isn’t.
There are some goods that we both import and produce domestically in substantial quantities, notably cars, steel and aluminum. But these aren’t labor-intensive sectors! So tariffs on these goods, while they will raise costs and consumer prices, are unlikely to reduce inequality.
The bottom line is that while tariffs can in principle reduce inequality by increasing production of labor-intensive goods, the Trump tariffs in practice just aren’t going to do that.
Can tariffs reverse the China shock?
China is the biggest of the developing countries that began exporting labor-intensive products to the West. That may actually be less of an issue now than it used to be, because China’s wages have risen and its production has moved upscale (although that raises other concerns.) But the very rapid growth of Chinese exports between the late 1990s and roughly 2010 created a different kind of inequality problem, usually referred to as the “China shock” after work by Autor, Dorn and Hanson.
According to ADH, the rapid rise of Chinese exports displaced 1-2 million U.S. manufacturing jobs over the course of around a decade. That’s actually not a big number for a huge, dynamic economy. In America, around 1.7 million workers are laid off or fired every month.
But as ADH documented, these job losses were very unevenly distributed across regions, with particular manufacturing clusters hit very hard. My favorite example is the furniture industry, which didn’t face much import competition until the Chinese entered the game, but then proceeded to lose hundreds of thousands of jobs:
Again, that’s not a huge number from the national point of view. But the U.S. furniture industry was largely concentrated in the North Carolina piedmont, and the import surge was devastating for small cities like Hickory.
So again, imports increased inequality — in this case geographical inequality, contributing to the problem of left-behind regions. But will the Trump tariffs do anything to reverse that shock?
Again, that seems unlikely. It’s hard to see how the tariffs could bring back the North Carolina furniture industry.
Furthermore, the China shock, while dramatic — and, mea culpa, largely unforeseen even by economists who took the effects of trade on income distribution seriously — mostly happened before 2010. Since then some communities have transitioned to other industries, while some have gone into long-term decline. Workers have moved on, or aged out of the labor force.
Maybe we could and should have done more to mitigate the effects of the China shock as it was happening. But high tariffs imposed in 2025 aren’t going to recreate the industrial landscape of 2005. If anything they just impose another set of disruptions.
The point is that while imports from emerging markets surely did contribute to rising inequality in the 1980s and 1990s, and possibly into the 2000s, the Trump tariffs won’t reverse that history. To a first approximation I would argue that the tariffs won’t have much effect on the inequality of market income — income before taxes and transfers — either way.
Which is not to say that the tariffs will have no effect on inequality. For tariffs are taxes, which will affect the inequality of income after taxes and transfers. And they will clearly make this inequality worse.
Tariffs as regressive tax policy
A tariff is a selective tax on consumption — selective in that it only taxes consumption of imported goods. Nonetheless, it is a consumption tax on households. And consumption taxes are generally regarded as regressive, falling more heavily (as a percentage of income) on low-income than high-income households.
I actually have some mild qualms about that assessment, which I’ll get to in a minute. But these qualms don’t undermine the main point, which is that if we consider the impact of the Trump tariffs on income after taxes and transfers, they clearly increase inequality.
Here’s another useful chart from the invaluable team at the Yale Budget Lab, combining the effects of the Trump tariffs and the One Big Beautiful Bill Act on after-tax-and-transfer income by decile (the black dots show the net effect):
This is a huge redistribution of income from the poor to the rich, probably the biggest such redistribution in U.S. history. And as you can see, the tariffs are an important part of that redistribution, turning a 4 percent income decline for the bottom decile into a 6.5 percent decline while having little effect at the top.
The reason tariffs hit the poor so much harder than the rich, in this analysis, is that low-income households consume a much larger fraction of their income than high-income households. The Budget Lab draws on an analysis by Clausing and Lovely, which includes this chart:
OK, now for my qualms. Why is there such a strong relationship between household income and the share of that income spent on consumption? Long ago Milton Friedman argued — and this happens to be an argument I agree with — that it is at least partly a statistical illusion. In general, Friedman argued, consumer spending is based largely not on one year’s income but on what he called “permanent income,” something like the annual income a family can normally expect to have over a fairly extended period of time. Five years? Ten years? Whatever.
And here’s the thing: If you take a snapshot of income and spending in a single year, the bottom 10 or 20 percent of households will contain a disproportionate fraction of people having an unusually bad year, while the top group will contain a lot of people having an unusually good year. So the correlation between income and consumption shares would be much less if we averaged over a longer period, which in turn means that tariffs and other consumption taxes aren’t as regressive as they may at first appear.
There’s a lot more to say here, but let me hold off, because it basically doesn’t matter. Why?
Because even if tariffs aren’t quite as regressive as they may seem on casual observation, Trump and co are claiming that tariff revenue will offset the revenue losses from their big cuts in other taxes. And while the offset will be much smaller than they imagine, the fact is that at least mildly regressive tariff hikes that hurt the poor are being used to help finance extremely regressive tax cuts for the rich. Put the two together, and we’re looking at policies that will greatly increase inequality.
Bottom line: Trump’s tariffs won’t reduce inequality before taxes and transfers. But they’re part of a policy mix that will greatly increase inequality after taxes and transfers.
Populism!
Comprendere l’ineguaglianza, parte III: le tariffe. Una diversione trumpiana.
Di Paul Krugman
La scorsa settimana avevo promesso che l’uscita di questa settimana nella mia serie di scritti sull’ineguaglianza si sarebbe concentrata sulla crescita delle gigantesche fortune a partire dal 2000. Violerò quella promessa e ritarderò quell’uscita, per due ragioni. La prima, sto ancora facendo le ricerche: l’ineguaglianza nella ricchezza nella fascia alta non è un tema sul quale ho lavorato personalmente, dunque ho bisogno di fare molte letture e di parlare con alcuni specialisti che l’hanno riflettuta nel passato.
Ma la seconda è che ho qualcosa da discutere più attuale. La scorsa settimana il Centro Stone sull’Ineguaglianza Socio-economica del CUNY, la mia sede accademica, ha tenuto il suo seminario annuale sull’Ineguaglianza dai numeri. Principalmente questo comportava le presentazioni delle ricerche di giovani studiosi, ma come personaggio in là con gli anni accademico di esperienza mi è stato chiesto di portare una relazione relativamente non tecnica sulle cose che attualmente ho in testa.
Dunque ho parlato di come i recenti cambiamenti tariffari potrebbero influenzare l’ineguaglianza. Avevo un po’ di cose piuttosto nuove da dire e le persone sembravano interessate. E questa era anche la settimana nella quale abbiamo avuto le stime dell’Ufficio Congressuale del Bilancio (CBO) sugli effetti sulla distribuzione del reddito della Proposta di Legge Grande e Bella (in modo imbarazzante, quello è sul serio il nome ufficiale). Dunque è sembrato fosse il caso di scrivere e di ragionare sugli aspetti che ho avanzato.
Alcune anticipazioni: in linea di principio le tariffe possono sia accrescere che ridurre l’ineguaglianza dei redditi. Sono dell’idea che nelle attuali circostanze esse probabilmente non avranno in ogni caso un grande effetto sulla distribuzione dei redditi di mercato (salari, profitti etc.). Tuttavia, le tariffe sono tasse regressive e attraverso quel canale accrescono l’ineguaglianza.
Coprirò (per i sottoscrittori) i temi seguenti:
Tariffe e ineguaglianza: la teoria
Le tariffe che Donald Trump ha imposto da quando è entrato in carica sono le più alte dal 1934, quando Franklin Delano Roosevelt fece approvare la Legge sugli accordi commerciali reciproci. Quella legislazione statunitense divenne poi la base per un accordo internazionale, l’Accordo Generale sulle Tariffe ed i Commercio del 1947. Il risultato fu un sistema nel quale i paesi negoziavano reciproche riduzioni tariffarie, e le nuove tariffe più basse erano “vincolanti”, ovvero i paesi non potevano nuovamente aumentare le loro tariffe se non per un limitato complesso di circostanze.
Nel caso ve lo stiate chiedendo, sì, quello significa che quasi tutto quello che Trump ha fatto sul commercio è una chiara violazione dei passati accordi degli Stati Uniti. Ma questo è un altro tema.
Sebbene abbastanza spesso si vedano notiziari che suggeriscono che Trump avrebbe fatto marcia indietro sulle tariffe, non è questo che si osserva nella aliquota tariffaria media, che resta leggermente al di sotto di quello che era all’indomani della famigerata tariffa Smoot-Hawley del 1930:
Fonte.
Anche la Smoot-Hawley arrivò dopo generazioni di alte tariffe. Le tariffe di Trump rappresentano un balzo improvviso dopo le tariffe abbastanza basse soltanto di pochi mesi orsono. Inoltre, le importazioni come percentuale del PIL sono circa tre volte quelle che erano nel 1930. Dunque, le tariffe di Trump sono sinora il più grande shock della politica commerciale nella storia statunitense. Uno shock così grande non può che avere effetti significativi sulla distribuzione del reddito. Cosa ha da dire in generale l’analisi economica di tali effetti?
Chiaramente, le tariffe possono favorire specifiche industrie che sono protette dalla competizione delle importazioni. Se possedete una fabbrica che fa ornamenti per i giardini, i vostri profitti cresceranno se c’è una nuova tariffa sulle importazioni di fenicotteri di plastica rosa (esempio non arbitrario: mio zio era in quel settore).
Ma possono gruppi più ampi – ad esempio, lavoratori senza un titolo di istruzione superiore – trarre beneficio dalle tariffe? I sostenitori del libero commercio potrebbero essere tentati di dire qualcosa di questo genere; “Ebbene le tariffe potrebbero spostare la distribuzione del reddito verso i lavoratori meno istruiti, ma esse rendono anche l’economia nel suo complesso meno efficiente, dunque sicuramente questi lavoratori finiscono con lo star peggio.”
Ciò, tuttavia, non è quello che dice un libro di testo di economia internazionale. Nel 1941 Wolfgang Stolper e Paul Samuelson pubblicarono un saggio teorico di grande influenza, “Protezione e salari reali”, che confutava questo argomento in apparenza plausibile. Essi modellarono un paese che produce un mix di prodotti ad alta intensità di capitale e di lavoro – ovvero, prodotti che richiedono o una quantità di capitale per lavoratore relativamente elevata, oppure relativamente bassa. Ed essi dimostrarono che se questo paese fosse un importatore netto di prodotti ad alta intensità di lavoro, le tariffe accrescerebbero i salari reali dei lavoratori – non solo in rapporto ai rendimenti del capitale, ma in termini assoluti.
In breve, la tariffe possono, in via di principio, influenzare fortemente la distribuzione del reddito tra le classi ampie della società. E in certe circostanze le tariffe possono ridurre l’ineguaglianza dei redditi – mentre la riduzione delle tariffe, in corrispondenza, può accrescere l’ineguaglianza.
Si noti la mia scrupolosa limitazione a “certe circostanze”. Come vedremo, questa è una precisazione cruciale quando si passa alle tariffe di Trump. Ma gli effetti delle tariffe sull’ineguaglianza dipendono dai dettagli. Esse non possono essere dedotte da principi generali.
Stolper-Samuelson ebbero un vasto impatto sulla teoria economica internazionale. Ebbero molto minore effetto sui dibattiti di politica commerciale del mondo reale nei decenni successivi, per ragioni che discuterle mi porterebbe troppo lontano.
Ma Stolper-Samuelson rientrarono in gioco all’incirca dopo il 1980, quando l’ineguaglianza statunitense cominciò a crescere – e l’importazione dei prodotti manifatturieri dai mercati emergenti divenne uno dei fattori di quella crescita.
Dunque le tariffe di Trump possono essere considerate come un modo per ridurre l’ineguaglianza? In pratica, no – ma quel verdetto richiede qualche spiegazione.
Le tariffe possono invertire lo shock della globalizzazione?
Il carattere del mondo cominciò a cambiare negli anni ‘980. Sino ad allora, i paesi più poveri con salari relativamente bassi vendevano fondamentalmente prodotti agricoli e minerari alle nazioni ricche mentre acquistavano in cambio prodotti manifatturieri. Dopo circa il 1980, tuttavia, le nazioni dei mercati emergenti divennero importanti esportatori manifatturieri, inizialmente di prodotti ad alta intensità di lavoro.
La Cina è l’esempio che conoscono tutti, ma essa fu parte di un quadro più ampio. Ad esempio, nei primi anni ‘980 il Bangladesh esportava fondamentalmente juta e prodotti derivanti dalla juta (come la tela da imballaggi). Da allora, esso è divenuto un’economia concentrata sulle esportazioni di vestiario.
Il cambiamento del commercio mondiale rifletté almeno due sviluppi. Il primo, ci furono grandi mutamenti politici nel mondo sviluppato, con le nazioni che smisero di cercare di industrializzarsi generando per sé piccoli mercati domestici e si spostarono invece ad una strategia di industrializzazione tramite le esportazioni. Il secondo, l’adozione generalizzata di container via nave di dimensioni standard – una innovazione apparentemente banale che cambiò ogni cosa – rese possibile spezzettare la produzione di molti beni manifatturieri in molteplici stadi, con quelli ad alta intensità di lavoro che si collocarono nelle nazioni con bassi salari.
La crescita delle esportazioni ad alta intensità di lavoro dai mercati emergenti ridusse la domanda di lavoratori meno istruiti nei paesi più ricchi? Certamente – e gli economisti onesti, anche quelli che erano in generale a favore della globalizzazione, a quel tempo lo ammettevano. Nel passato 1995, utilizzando dati fino al 1990, io stimavo che le importazioni avevano elevato il premio salariale per i lavoratori con istruzione superiore di circa il 3 per cento. Una stima aggiornata da parte di Bivens raddoppiò quel dato. In tali calcoli sono implicite una varietà di premesse, ma non c’è alcun dubbio effettivo che il commercio ebbe un effetto significativo sull’ineguaglianza.
Ma la tariffe di Trump possono invertire quell’effetto? A questo punto dobbiamo osservare una caratteristica cruciale del lavoro di Stolper-Samuelson: una tariffa sulle importazioni ad alta intensità di lavoro può elevare i salari se essa porta ad una espansione della produzione ad alta intensità di lavoro. Dopo tutto, il solo modo nel quale le tariffe possono elevare i salari di ciascuno è se portano ad una espansione dell’occupazione.
E le tariffe di Trump è molto improbabile che lo facciano, perché a questo punto la produzione negli Stati Uniti ad alta intensità di lavoro non sarà competitiva neppure con tariffe molto alte. Si prenda l’esempio dell’abbigliamento, che è adesso quasi l’unico supporto dell’economia del Bangladesh ed è il classico esempio di importazione ad alta intensità di lavoro. La produzione di capi di abbigliamento, a parte gli articoli delle specialità di lusso, è fondamentalmente finita in America:
E persino la tariffa del 37 per cento che Trump aveva inizialmente proposto sul Bangladesh non la riporterà indietro.
Che dire delle componenti ad alta intensità di lavoro delle catene del valore? Howard Lutnick, il Segretario al Commercio, ha detto che:
“L’esercito di milioni e milioni di esseri umani che avvitano piccole viti per fare gli iPhones – quel genere di cose è destinato a venire in America.”
No, non è così.
Ci sono alcuni prodotti che noi sia importiamo che produciamo all’interno in quantità sostanziali, in particolare le automobili, acciaio ed alluminio. Ma questi non sono settori ad alta intensità di lavoro! Dunque le tariffe su questi prodotti, mentre alzeranno i costi ed i prezzi al consumo, è improbabile riducano l’ineguaglianza.
La morale della favola è che mentre le tariffe possono in via di principio ridurre l’ineguaglianza accrescendo la produzione di beni ad alta intensità di lavoro, in pratica le tariffe di Trump semplicemente non sono destinate a farlo.
Le tariffe possono invertire lo shock cinese?
La Cina è il più grande dei paesi che cominciò ad esportare prodotti ad alta intensità di lavoro in Occidente. Questo potrebbe essere oggi un tema meno attuale di quanto era in passato, perché i salari cinesi sono cresciuti e la sua produzione si è spostata nelle fasce alte (per quanto questo sollevi altre preoccupazioni). Ma la crescita rapidissima delle esportazioni cinesi tra gli ultimi anni ‘990 e grosso modo il 2010 ha creato un problema di ineguaglianza di diverso genere, generalmente definito come lo “shock cinese” dopo il lavoro di Autor, Dorn e Hanson.
Secondo quei tre autori (AHD), la rapida crescita delle esportazioni cinesi ha rimosso 1-2 milioni di posti di lavoro manifatturieri statunitensi nel corso di circa un decennio. In effetti, questo non sarebbe un gran numero per una vasta economica dinamica. In America circa 1,7 milioni di lavoratori vengono licenziati o messi in disoccupazione ogni mese.
Ma come AHD documentano, queste perdite di posti di lavoro sono distribuite in modo del tutto non uniforme tra le regioni, con particolari distretti manifatturieri colpiti molto duramente. Il mio esempio favorito è l’industria del mobile, che non si misurò con molta competizione nelle importazioni finché i cinesi non entrarono nella partita, ma poi continuò a perdere centinaia di migliaia di posti di lavoro:
Anche questo non è un gran numero da un punto di vista nazionale. Ma l’industria del mobile era in gran parte concentrata nell’area pedemontana della Carolina del Nord, e la crescita delle importazioni è stata devastante per piccole città come Hickory.
Anche qua, dunque, le importazioni hanno accresciuto l’ineguaglianza – in questo caso l’ineguaglianza geografica, contribuendo al problema dei territori che restano indietro. Ma la tariffe di Trump faranno qualcosa per invertire quello shock?
Di nuovo, ciò sembra improbabile. È difficile capire come la tariffe possano riportare indietro l’industria del mobile del Nord Carolina.
Inoltre, lo shock cinese, per quanto spettacolare – e, mea culpa, in buona parte imprevisto persino da economisti che presero sul serio gli effetti del commercio sulla distribuzione del reddito – in buona parte avvenne prima del 2010. Da allora alcune comunità sono transitate verso altre industrie, mentre alcune sono finite in un declino a lungo termine. I lavoratori si sono spostati, o sono invecchiati fuori dalla forza lavoro.
Forse potevamo e dovevamo fare di più per mitigare gli effetti dello shock cinese mentre era in corso. Ma le alte tariffe imposte nel 2025 non sono destinate a ricreare il paesaggio industriale del 2005. Semmai esse possono soltanto costringere ad un altro complesso di turbative.
Il punto è che mentre le importazioni dai mercati emergenti sicuramente hanno contribuito all crescente ineguaglianza negli anni ‘980 e ‘990, e forse sin dentro gli anni 2000, la tariffe di Trump non rovesceranno quella storia. Ad una prima approssimazione, direi che le tariffe non avranno in alcun modo molto effetto sull’ineguaglianza dei redditi di mercato – il reddito prima delle tasse e dei trasferimenti.
Il che non significa che le tariffe non avranno effetti sull’ineguaglianza. Perché le tariffe sono tasse, che influiranno sull’ineguaglianza dei redditi dopo le tasse ed i trasferimenti. E chiaramente renderanno peggiore questa ineguaglianza.
Le tariffe come politica fiscale regressiva
Una tariffa è una tassa selettiva sui consumi – selettiva in quanto essa tassa soltanto il consumo dei prodotti importati. Ciononostante, è una tassa sui consumi e sulle famiglie. E la tasse sui consumi sono generalmente considerate regressive, ricadendo più pesantemente (come percentuale del reddito) sulle famiglie a basso reddito che non su quelle ad alto reddito.
In effetti, io ho qualche leggero dubbio su quel giudizio, al quale arriverò in un attimo. Ma questi dubbi non indeboliscono l’argomento principale, ovvero che se consideriamo l’impatto delle tariffe di Trump sul reddito dopo le tasse ed i trasferimenti, esse chiaramente accrescono l’ineguaglianza.
Ecco un altro diagramma dall’inestimabile Yale Budget Lab, che mette assieme gli effetti delle tariffe di Trump e quelli della Gran Bella Legge sui redditi dopo le tasse ed i trasferimenti sulla base dei decili (i punti neri mostrano l’effetto netto):
[1] Fonte.
Questa è una vasta redistribuzione del reddito dai poveri ai ricchi, probabilmente la più grande di tali redistribuzioni nella storia degli Stati Uniti. E, come potete osservare, le tariffe sono una parte importante di quella redistribuzione, trasformando un declino del reddito del 4% per il decile più povero in un declino del 6,5%, mentre hanno poco effetto tra i più ricchi.
La ragione per la quale le tariffe colpiscono così più duramente i poveri rispetto ai ricchi, è che le famiglie a basso reddito consumano una frazione molto più grande del loro reddito delle famiglie a reddito elevato. Il Laboratorio sul Bilancio riporta una analisi di Clausing e Lovely, che comprende questo diagramma:
E adesso, a proposito dei mie dubbi. Perché c’è una relazione così forte tra il reddito delle famiglie e la quota di reddito che viene spesa sui consumi? Molto tempo fa Milton Friedman sostenne – e questa è una tesi nella quale io concordo con lui – che questa almeno in parte è un’illusione statistica. Friedman sosteneva che, in generale, la spesa per i consumi è largamente basata non sul reddito di un anno ma su quello che lui chiamava “reddito permanente”, qualcosa come il reddito annuale che una famiglia può aspettarsi di avere per un periodo di tempo abbastanza lungo. Cinque anni? Dieci anni? Quanto vi pare.
E il punto è qua: se si prende uno spaccato di reddito e di spesa in un singolo anno, il 10 o 20 per cento delle famiglie più povere conterranno un quota sproporzionata di persone che hanno un anno insolitamente negativo. Dunque, la correlazione tra il reddito e le quote di consumo sarebbe molto minore se avessimo fatto una media su un periodo più lungo, il che a sua volta comporta che le tariffe ed altre tasse sui consumi non sono così regressive come potrebbero apparire a prima vista.
Su questi c’è molto da dire, ma permettetemi di astenermi perché fondamentalmente non è importante. Perché?
Perché se anche le tariffe non sono così regressive come potrebbe sembrare ad una osservazione frettolosa, Trump e compagni stanno sostenendo che le entrate delle tariffe bilanceranno le perdite delle entrate per i loro grandi tagli su altre tasse. E mentre il bilanciamento sarebbe molto più piccolo di quanto si immaginano, il fatto è che i rialzi delle tariffe almeno leggermente regressivi che colpiscono i poveri vengono usati per contribuire a finanziare tagli fiscali estremamente regressivi per i ricchi. Si mettano assieme le due cose, e quello a cui assistiamo sono politiche che accresceranno grandemente l’ineguaglianza.
Morale della favola: le tariffe di Trump non ridurranno l’ineguaglianza prima delle tasse e dei trasferimenti. Ma essi sono parte di una politica che accrescerà grandemente l’ineguaglianza dopo le tasse ed i trasferimenti.
Populismo!
[1] I decili più poveri sono quelli alla sinistra, i più ricchi alla destra. I segmenti in rosso mostrano gli effetti stimati delle tariffe, quelli blu gli effetti della legge finanziaria chiamata Gran Bella Legge, ovviamente sotto la linea dello 0 si registrano gli effetti negativi, sopra la linea dello 0 i miglioramenti. Entrambi gli effetti sono particolarmente forti sul decile più povero; gli effetti delle tariffe proseguono, in misura assai minore, anche per i decili successivi, mentre diminuiscono sul 10% dei più ricchi; gli effetti della legge finanziaria sono molto forti o forti sul 20% dei più poveri, quasi nulli per i successivi tre decili, ed hanno conseguenze addirittura positive per ultimi cinque decili, particolarmente per l’ultimo dei più ricchi.
Pare dunque che il diagramma confermi quanto anticipato nell’articolo: la tariffe, in quanto tassa sui prodotti importati, hanno effetti molto più gravi sui redditi più poveri. Inoltre, la legge finanziaria, probabilmente, concentra i suoi effetti negativi sui più poveri perché colpisce vari trasferimenti (Medicaid, ad esempio), mentre provoca forti facilitazioni fiscali sui decili più ricchi, soprattutto sul 10% dei più ricchi.
[2] I diagramma mostra la percentuale di reddito che le famiglie spendono per i consumi: le più povere consumano il massimo, mentre le più ricche ne consumano in rapporto al reddito molto meno (nel senso che lo risparmiano). Purtroppo manca il dato sul primo decile dei più poveri, a seguito di problemi con i dati! Per quanto sicuramente il decile dei più ricchi consumi prodotti molto più costosi e di lusso, esso spende nei consumi il 34%, mentre il secondo decile dei poveri spende in consumo il 65%.
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