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Pollice verso alla criptovaluta di Facebook, di Joseph E. Stiglitz (da Project Syndicate, 2 luglio 2019)

[1] Libra è la criptovaluta progettata e voluta da Facebook: si tratta di una “stablecoin” che dovrà facilitare lo scambio di denaro attraverso il social ...

Trump sta perdendo le sue guerre commerciali, di Paul Krugman (New York Times, 4 luglio 2019)

Le guerre commerciali di Trump contengono contraddizioni micidiali, per le quali la sua certezza di vincerle ormai assomiglia a un altro abbaglio storico, quello di Dick Cheney quando disse che in Iraq gli americani sarebbero stati salutati come liberatori. Da una parte, le catene mondiali dell'offerta creano una situazione per la quale i presunti danni che si creano a coloro con i quali si compete, si rovesciano in buona parte sugli Stati Uniti. Dall'altra, la mancanza di consenso popolare tra gli stessi elettori di Trump - la preoccupazione delle imprese e di una buona parte dell'elettorato - lo indeboliscono dinanzi alle possibili ritorsioni straniere, in particolare sui prodotti agricoli. Da qua l'andamento altalenante di tali guerre, tra annunci roboanti e arretramenti evidenti.

Elogio del declino demografico, di Adair Turner (da Project Syndicate, 2 luglio 2019)

[1] Si intende che la popolazione nuova sostituisce quella deceduta.          

Gli scrocconi degli Stati centrali dell’America, di Paul Krugman (New York Times, 1 luglio 2019)

Sembra che con i primi dibattiti democratici per la nomination, le prospettive di Joe Biden si siano indebolite, a vantaggio di figure come Kamala Harris o Elizabeth Warren. Con il che i commentatori di Washington hanno cominciato a strepitare. Con argomenti, in realtà, inconsistenti. Quegli argomenti sono tre: con politiche radicali le prospettive dei democratici si indeboliscono; stanno diventando irresponsabili dal punto di vista della politica fiscale ed economica; propongono una redistribuzione dei redditi ingiusta, a danno di chi crea ricchezza. Quanto all'aspetto del consenso politico, i sondaggi dimostrano che una grande maggioranza degli elettori è favorevole ad aliquote fiscali più alte per i ricchi; quanto alla 'responsabilità', coloro che hanno voluto nel 2017 una grande sgravio fiscale per l'1 per cento, non hanno titolo per parlarne; quanto alla redistribuzione dei redditi essa è in atto, giacché gli Stati dell'America centrale pagano molte meno tasse ed hanno una spesa sociale molto superiore. Il che è abbastanza normale, se non si vuole che economie come quella del Kentucky vadano al collasso.

La “rivoluzione digitale” del benessere, di Michael Spence (da Project Syndicate, 28 giugno 2019)

La parolaccia che comincia con la S, quella che comincia con la F e le elezioni, di Paul Krugman (New York Times, 27 giugno 2019)

Nella campagna elettorale iniziata in America, sarà normale sentire i repubblicani definire i democratici come "socialisti", che in America è una parolaccia. Ma cosa accadrebbe se i democratici definissero i loro avversari fascisti? Peraltro non sarebbe così distante dalla verità, come dimostrano alcuni studi di politologi. In realtà nessun partito conservatore nel mondo è così di destra come quello dei repubblicani americani. Forse i repubblicani americani non sono ancora al livello del Fidesz ungherese, ma niente impedirebbe loro dal provarci, se si liberassero dai condizionamenti della storia americana.

Uno squallore sanitario auto inflitto, di Paul Krugman /New York Times, 24 giugno 2019)

La crisi della assistenza sanitaria in vari Stati rurali americani è impressionante. In genere, sono gli Stati a maggioranza repubblicani nei quali i Governi non hanno voluto giovarsi della possibilità, prevista dalla riforma di Obama, di elevare i tetti per ottenere l'assistenza gratuita di Medicaid. Eppure, aderire a quella possibilità sarebbe stato praticamente gratuito per gli Stati, perché i costi erano tutti sostenuti dal Governo Federale. Una crudeltà gratuita, che non è nemmeno semplice comprendere.

Note sugli squilibri eccessivi della ricchezza, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 22 giugno 2019)

La trumpizzazione della Federal Reserve, di Paul Krugman (New York Times, 20 giugno 2019)

Il complicato mestiere di Powell, il Presidente della Fed. Trump lo spinge ad abbassare i tassi di interesse, nonostante che l'economia non vada male. Il criterio di Trump è semplice: la politica monetaria deve coincidere con quello che a lui fa comodo. Nel 2016 i tassi erano troppo bassi e rischiavano di essere favorevoli alla Clinton, oggi devono abbassarsi per fare un favore a lui. E se la Banca Centrale Europea pensa ad abbassare i suoi, questo è invece inaccettabile e antiamericano. Del resto, la Banca Centrale americana non può facilmente prescindere dagli 'umori' del presidente.

Il rischio crescente di una recessione e di una crisi nel 2020, di Nouriel Roubini (da Project Syndicate, 14 giugno 2019)

Perché il reddito universale di base è una cattiva idea, di Daron Acemoglu (da Project Syndicate, 7 giugno 2019)

Perché Trump non è un vero populista? Di Paul Krugman (New York Times, 17 giugno 2019)

Agli inizi della sua carriera politica Trump si presentava con una combinazione di razzismo e di populismo. Ma del suo presunto populismo non è rimasto niente, come dimostra una riforma fiscale esclusivamente a favore dei ricchi e delle imprese e un continuo sabotaggio alla assistenza sanitaria. Egli tende ad un regime autoritario come Orban in Ungheria, ma quest'ultimo ha pur fatto qualcosa per i più poveri. Perché Trump no? C'è forse un aspetto personale: tutta la sua carriera si è basata su un compiaciuto approfittarsi del consenso dei più deboli. E, in parte, c'è anche il fatto che egli dipende dal consenso dei grandi donatori del Partito Repubblicano. Ma i sondaggi recenti dicono che non pochi lavoratori bianchi si stanno accorgendo che Trump non è dalla loro parte.

I progressisti che studiano, o almeno Elizabeth Warren, per quello ha un progetto, di Paul Krugman (New York Times, 13 giugno 2019)

Recenti sondaggi danno possibilità in crescita alla Warren nella competizione per la candidatura democratica alle elezioni presidenziali del 2020, mentre inizialmente i commentatori la davano per spacciata. Da cosa dipende questa evoluzione? La sua caratteristica è quella di avere programmi dettagliati e effettivamente radicali, ma anche di essere molto riflessiva sulle obiezioni che possono venire da approcci più tradizionali. Molto dissimile da Joe Biden, che fu assai impegnato nell'era di Obama nel cercare una intesa con i repubblicani; ma anche dissimile da Sanders, che soprattutto appare dominato dall'antagonismo con il 'resto del mondo'. Nessuno sa al momento cosa accadrà. Il punto è se ci sarà una base elettorale sufficientemente ampia per coloro che vogliono una svolta a sinistra, ma che anche vogliono proposte ben riflettute.

Donald e lo sconto dell’illusione, di Paul Krugman (New York Times, 10 giugno 2019)

Nella recente piroetta delle tariffe sul Messico, sembra che Trump abbia perso ogni residua credibilità in materia di politiche del commercio. Prima ha voluto a tutti i costi far saltare il NAFTA e sostituirlo con qualcosa di molto simile, per il gusto di metterci il suo nome. Poi, dopo il nuovo accordo, ha minacciato di elevare le tariffe delle esportazioni messicane, in reazione a cose che con la politica del commercio non c'entravano niente. Poi ha fatto dietrofront, probabilmente per le reazioni dell'industria manifatturiera statunitense. Ma i mercati finanziari non hanno reagito con timore a queste intemperanze, hanno anzi festeggiato. Cosa c'è dietro?

L’Europa deve riformare le sue regole di finanza pubblica, di Olivier Blanchard (da Project Syndicate, 10 giugno 2019)

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