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Fantasie e invenzioni al dibattito del Partito Repubblicano, di Paul Krugman (New York Times 18 settembre 2015)

Il secondo dibattito delle primarie repubblicane non si è limitato a registrare posizioni piuttosto imbarazzanti in politica interna ed estera. Tali posizioni sono state ampiamente ribadite, sino al punto che sentire Donald Trump dire che il sistema fiscale americano non è socialista, o Rand Paul prendere le distanze da varie smargiassate in materia di politica estera, dava la sensazione, più che altro, della mancanza di autocontrollo di tutti gli altri candidati. Ma questa volta si è aggiunta una novità (novità relativa, perchè si era manifestata ampiamente anche in elezioni precedenti): la tendenza a raccontare vere e proprie bugie. Il punto è che - come già avvenne con George Bush, appunto - i media, con il pretesto della 'indipendenza', non sembrano accorgersi dell'importanza di questo problema di costume politico.

L’inclusione del Renmimbi potrebbe suscitare un grande rimescolamento, di Dan Steinbock (dal blog Economonitor, 16 settembre 2015)

[1] In questo articolo si usano indifferentemente i termini “renmimbi” e “yuan” per indicare la valuta cinese. In realtà, i significati sono leggermente diversi. “Renmimbi” ...

Le frodi, gli allocchi e mercati finanziari, di Robert J. Shiller (da Project Syndicate, 17 settembre 2015)

[1] “Phishing” è la frode attuata via Internet, o anche via telefonica. “Phool” è una diversa scrittura di “fool” (sciocco, stupido, pollo etc.), che dovrebbe ...

La bassa inflazione europea (17 settembre 2015)

[1] “Headline” significa “titolo”, di un giornale o di un programma televisivo o altro. Ma il suo significato implicito (anche esplicito) di ‘sommario’ spiega il ...

Temere le agenzie di rating (17 settembre 2015)

     

L’indipendenza della Banca Centrale e la Moderna Teoria Monetaria, di Simon Wren-Lewis (dal blog Mainly Macro, 17 settembre 2015)

[1] Per chi, leggendo il testo nelle due lingue, fosse incuriosito del significato effettivo che viene attribuito al termine “mainstream”, devo ammettere che la questione ...

La chioma e gli houngans (16 settembre 2015)

[1] I capelli, o meglio la ‘chioma’, dovrebbe essere quella di Trump, effettivamente un po’ speciale. Per il termine “houngans” , questa è la spiegazione ...

Spiegazioni sul keynesismo (dal blog di Krugman, 15 settembre 2015)

     

Il Labour e l’indipendenza della Banca Centrale, di Simon Wren-Lewis (dal blog Mainly Macro, 14 settembre 2015)

[1] Il riferimento è all’articolo dello stesso giorno di Krugman sul New York Times qua tradotto, dal titolo “La scomparsa del centro del Labour”.   ...

Storie di successo dell’austerità (dal blog di Krugman, 14 settembre 2015)

     

La scomparsa del centro del Labour, di Paul Krugman (New York Times 14 settembre 2015)

Sarebbe arduo spiegare la clamorosa vittoria di Jeremy Corbyn nelle primarie del Partito Laburista inglese con un improvviso, massiccio e convinto spostamento a sinistra dei suoi sostenitori. E' più semplice constatare che i moderati di quel Partito sono in pratica scomparsi, facendo proprie tutte le tesi dei conservatori, in particolare sulle presunte responsabilità dei Governi laburisti che governarono l'Inghilterra dal 1997 al 2010 nella Grande Recessione. Non uno di quegli argomenti regge ad una analisi obbiettiva, ma si è consentito che i media britannici li avallassero come fatti indiscutibili, in sostanza implicitamente facendoli propri. Sarebbe come se negli Stati Uniti, dopo l'attentato alle Torri Gemelle, i democratici se ne fossero attribuiti la responsabilità, per difetti nella loro politica della sicurezza nazionale. Si vedrà in seguito se la nomina di Corbyn comporterà insuccessi elettorali per il Labour; quello che oggi è certo è che essa non aveva alternative.

Libri antichi e sensazioni recenti, di Marco Marcucci (13 settembre 2015)

z 933 Quest’estate la scelta delle mie letture è stata come guidata da una sensazione un po’ misteriosa, che non saprei spiegare in altro modo se non come la perplessità per l’abbondanza di fatti che assomigliano al “ritorno” di qualcosa di antico, talmente antico che la mia stessa generazione, più che viverlo, l’aveva soltanto letto sui libri. Da anni percepivamo il mondo come uno scenario che tende ad essere dominato in continuazione da cose nuove (le tecnologie anzitutto) e, prima del 2008, lo percepivamo anche come incamminato su strade relativamente sicure. Poi lo abbiamo scoperto tutt’altro che al riparo dal ripetersi di problemi antichi, e tra essi in modo particolare il tema della differenza tra le nazioni, dei possibili conflitti delle vocazioni e degli interessi nazionali. Nell’ultimo mio intervento su questo blog, scrivevo che alla Grecia stava toccando, in virtù delle sue maggiori disgrazie, di andare a votare su un tema che incombe su tutti, ma che altrove non si riesce bene ancora ad esprimere. Come se i problemi della politica, che sono ragioni naturali di chiari conflitti, subissero un taglio, una sorta di censura, nella loro rappresentazione sui normali scenari delle democrazie. Onestamente, mi chiedevo anche – senza dirlo - cosa guidasse, oltre gli interessi, la politica tedesca; non c’è qualcosa di profondo che ‘agisce’ quel paese, anche a dispetto della sua stessa consapevolezza? ...

Gli economisti e l’economia, di Dani Rodrik (da Project Syndicate, 11 settembre 2015)

     

L’economia del Giappone, paralizzata dalla cautela, di Paul Krugman (New York Times 11 settembre 2015)

Non è così facile comprendere le difficoltà economiche del Giappone. Chi visita quel paese non ha l'impressione di una economia profondamente depressa, perchè in realtà non è così. Dal punto di vista della occupazione, il Giappone è soprattutto un paese con una demografia debole e con un conseguente numero di persone sempre minore che entra nel mercato del lavoro; ma la crescita del Giappone misurata in rapporto al totale degli occupati non è stata inferiore all'America, ed è stata superiore all'Europa. Eppure la deflazione tiene il Giappone inchiodato alla sua 'trappola'. Parrebbe semplice uscirne fuori, ma non è così. Il rimedio ormai diffuso è quello della 'facilitazione quantitativa': le banche centrali stampano nuova moneta. Ma questa non entra nella circolazione dell'economia reale e di solito si ferma nelle riserve degli istituti. Perché allora, invece di utilizzarla per acquistare titoli sul debito, non la si usa direttamente per acquistare "cose" (ovvero, ad esempio, per fare investimenti in deficit sulle infrastrutture)? Soprattutto perchè non è convenzionale, perchè appare irresponsabile. E così sarebbe in tempi normali, sennonché oggi non sono tempi normali. In questo modo il pregiudizio della rispettabilità danneggia le economie.

Follie cinesi sulle attività di cambio, di Barry Eichengreen (da Project Syndicate 11 settembre 2015)

[1] Cogliamo l’occasione per una nota sul duplice nome della moneta cinese: “Renmimbi” e “Yuan”. Sono entrambi denominazioni corrette, ma in sensi leggermente diversi. “Renmimbi” ...

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